#cop21: luci ed ombre

segnalato da Barbara G.

Clima: un passo verso la sostenibilità dopo 20 anni d’inerzia. Ma non basta – Il commento di Luca Mercalli

Luca Mercalli (*) – rsi.ch, 13/12/2015

Quasi tutti i paesi che hanno partecipato alla XXI Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP21) a Parigi hanno sottoscritto sabato il testo dell’accordo sul clima che prevede, tra le altre cose, misure concrete per mantenere il surriscaldamento del pianeta al di sotto dei due gradi centigradi: un passo definito enorme dall’amministrazione Obama, un accordo storico secondo il primo ministro francese Manuel Valls. Di seguito vi proponiamo il commento di un esperto: quello del meteorologo e climatologo italiano Luca Mercalli.

Luca Mercalli

L’elemento che più ha caratterizzato i negoziati del clima a partire dalla conferenza del 1992 a Rio de Janeiro, è stato la lentezza. Lenta l’acquisizione di consapevolezza, lente le poche decisioni, lente le loro applicazioni. Oltre vent’anni persi nell’indugio e nei tentennamenti, con la sola parentesi del Protocollo di Kyoto come provvedimento concreto di riduzione delle emissioni, peraltro realizzato solo parzialmente da alcuni Paesi europei e disatteso da gran parte delle economie sviluppate che avrebbero dovuto rispettarlo. Ora, alla ventunesima conferenza, finalmente l’approvazione di un trattato universale, che coinvolge cioè tutti i Paesi del mondo, sia pure con modalità diverse, e che si dà obiettivi ambiziosi di contenimento dell’aumento termico da qui al 2100 anche al di sotto dei 2 °C.

Certo, è stato emozionante ascoltare il discorso commosso di Laurent Fabius e le parole incoraggianti di François Hollande: alle 19,30 di sabato 12 dicembre 2015, non c’è dubbio che sia stata raggiunta un’intesa epocale, mettere d’accordo 187 di 195 governi su un tema tanto cruciale quanto complesso scientificamente, socialmente ed economicamente, è stata – secondo il segretario delle Nazioni Unite Ban-Ki-Moon – l’impresa diplomatica forse più difficile della storia. Sono quindi giustificati i dieci minuti di applausi liberatori alla chiusura della conferenza, peraltro avvenuta con 24 ore di ritardo, dopo due settimane di febbrile attività, di giorno ma soprattutto di notte!

Ma tutto ciò, se certamente rallegra noi umani, in quanto rappresenta una rilevante svolta politica dopo un’inerzia ventennale, è tuttavia una ben modesta acquisizione per le rigide e ineluttabili leggi fisiche che governano l’atmosfera. Leggi con le quali non è possibile negoziare, nemmeno con l’ “Indaba”, il metodo decisionale partecipato della cultura zulu proposto dal Sud Africa per sbloccare le trattative a Parigi.

Vero che ora abbiamo un pezzo di carta condiviso che sancisce l’intenzione di limitare a meno di 2 °C il riscaldamento globale entro il 2100 rispetto all’era preindustriale, ma per il momento le proposte di riduzione delle emissioni messe sul piatto dai vari Paesi non sono ancora sufficienti, e sommate insieme sono più vicine a 3 °C che a 2 °C. Questo è dunque solo un punto di partenza, che ha bisogno di essere consolidato da scelte molto concrete e rapide in termini di uscita dall’uso dei combustibili fossili, efficienza energetica, abbattimento degli sprechi e diffusione delle fonti rinnovabili, salvaguardia dei suoli, stop alla deforestazione, agricoltura sostenibile, contenimento del consumo di carne. Significa anni di lavoro, miliardi di pannelli solari, di auto elettriche, di turbine eoliche, di coraggiose tassazioni delle emissioni, e soprattutto di tanta educazione verso un nuovo percorso di sostenibilità globale compatibile peraltro con le differenze economiche e sociali di 7,3 miliardi di cittadini. Roba da far tremare i polsi, anche perché il tempo tecnico per piegare la curva climatica dai terribili 5 °C in più a fine secolo nel caso non si facesse nulla, ai meno preoccupanti 2 °C oggetto dell’accordo parigino, è poco, drammaticamente poco: una quindicina d’anni. Non scendo qui nei dettagli tecnici della diplomazia e burocrazia climatica discussi alla Cop21, forse qui sono superflui, e comunque sempre perfezionabili in un futuro speriamo molto prossimo.

Concludo questo ragionamento fatto a caldo sull’onda di speranza che giunge da Parigi con una metafora: per un attimo, fino a venerdì sera, leggendo i commenti a volte meschini di certi Paesi emergenti che ostacolavano il successo della conferenza per meri interessi locali, mi è sembrato di vedere l’umanità viaggiare su un aereo a corto di carburante e in procinto di precipitare, dove, invece di concordare tutti insieme un atterraggio di emergenza, si perde tempo a litigare tra chi ha volato in prima classe e chi è rimasto nella stiva. E’ vero che le responsabilità storiche tra chi ha inquinato di più e chi deve ancora godere dei frutti dello sviluppo sono innegabili, ma ora la priorità è non schiantarsi al suolo. Quello che è stato deciso il 12 dicembre 2015 è senza dubbio un atto di saggezza collettiva, che mentre predispone l’inderogabile salvataggio dell’aeromobile, cercherà anche  di offrire a tutti un buon paracadute sotto forma di finanziamenti e trasferimento tecnologico verso i Paesi meno abbienti e piani di adattamento per le conseguenze di quella parte di riscaldamento che non si potrà più evitare.

Come dire che nella planata finale sicuramente ci si farà un po’ male, ma non troppo

DossierCaccia ad un accordo sul clima

 (*) Presidente della Società meteorologica italiana

Il lago Oroumieh in Iran ha perso l’80% della sua superficie negli ultimi decenni

*****

Cop21, cosa dice l’accordo di Parigi, chi vince, cosa dicono gli ambientalisti

di Martino Mazzonis . left.it, 12/12/2015

La conferenza di Parigi ha raggiunto un accordo sul clima. A dispetto della grancassa che sentiremo nelle prossime ore, è un accordo medio, che non contiene alcune cose fondamentali.  Ma è un passo in avanti e non un passo indietro. Ed è la sanzione planetaria che i governi devono lavorare e preoccuparsi per il cambiamento climatico. E farlo in fretta.

I punti salienti dell’accordo, riassunti nell’infografica di France Press, sono:

  • Mantenere il riscaldamento del pianeta sotto i 2 gradi centigradi e puntare all’1,5 prima del 2100
  • Finanziare la lotta al riscaldamento con 100 miliardi resi interamente disponibili da parte dei paesi ricchi entro il 2025. I Paesi sviluppati devono fornire i mezzi, gli altri sono invitati a farlo.
  • Impegno dei paesi ricchi a continuare a ridurre le loro emissioni e impegno dei meno sviluppati ad avere quello come obbiettivo (una vittoria dei più poveri). Riconoscimento dei pericoli e dei rischi per alcuni Paesi in aree particolarmente fragili del pianeta.

Raggiungimento del picco di emissioni planetario entro il 2050, poi riduzione.

Il risultato è una mezza vittoria dell’Europa e di alcuni Paesi più ricchi e una mezza sconfitta per i Paesi emergenti o petroliferi come Arabia Saudita, Cina, India. Questi volevano obbiettivi meno drastici e in passato erano stati alleati con i Paesi del Sud del mondo più poveri (il G77). Stavolta i più poveri e messi a rischio dal cambiamento climatico hanno preferito (e imposto) ai ricchi come Europa e Canada di mettere più soldi sul tavolo in cambio dell’accettazione di obbiettivi più ambiziosi. Questa alleanza è quella che ha prodotto l’accordo – poi se India e Cina ci stanno vuol dire che il testo è atento ai loro bisogni e che anche quei governi sono preoccupati. Poi c’è la vittoria politica di Hollande e Fabius, ma questa è politica interna francese e non è detto che conti. Anche gli Usa vincono: volevano un accordo chiaro, ma non lo volevano vincolante.

L’accordo di Parigi non ha obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni giuridicamente vincolanti – cosa che gli europei chiedevano e gli Usa no, perché Obama sa che un accordo vincolate non sarà ratificato dal Congresso. Il suo successo nel raggiungere gli obbiettivi dipenderà in larga misura dall’efficacia di un nuovo sistema per controllarei progressi di ciascun paese ed aumentare gli obiettivi ogni cinque anni. Il fatto che l’impegno sia stato preso da quasi tutte le delegazioni presenti è comunque un buon risultato, segno che la pressione della società civile (e della realtà che bussa alla porta dei governi) qualche effetto lo ha avuto.

L’obiettivo di limitare il riscaldamento globale “ben al di sotto” di 2 gradi Celsius, e quello cercato di non superare gli 1,5 gradi, potrebbe essere uno sprone e un’indicazione che la strada da seguire è quella anche per le grandi imprese. Un limite grave è che l’accordo entra in vigore nel 2020, anche se si invitano tutti a iniziare prima. L’accordo raggiunto ad oggi – poi c’è la promessa di rivedere e migliorare ogni cinque anni- non limita il riscaldamento a 2 gradi ma a 3. E, come si sapeva da giorni (lo aveva scritto Raffaele Lupoli qui qualche giorno fa), fuori da ogni impegno preso restano traffico marittimo e aereo. Un pessimo affare e un compito per la società civile planetaria: fare enormi pressioni sull’industria aerea. I paesi si devono comunque sbrigare ad agire, spendere e rendere disponibile le risorse promesse ai più poveri. Senza questo e grandi investimenti in tecnologie che consentano il risparmio energetico, restiamo nei guai. Parigi è un mezzo passo in avanti, probabilmente ne serviranno altri. Un fallimento sarebbe stata una catastrofe.

Qui sotto alcuni tweet di figure importanti del movimento ambientalista mondiale o di organizzazioni ambientaliste. Bicchiere mezzo e mezzo. E una chiamata alle pacifiche armi della pressione su tutti i governi della Terra.

Bill McKibben, 350.org: «L’accordo non salva il pianeta, ma salva la possibilità di salvarlo. Lotteremo fino all’ultimo respiro».

Greenpeace: Parigi mette i combustibili fossili dalla parte sbagliata della storia. Ora lotteremo in milioni per metterli fuori mercato.

Tanseem Essop, della delegazione Wwf a Parigi: Anni di duro lavoro alle spalle e anni duri a venire. Un movimento forte, unito e globale porterà il cambiamento».

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3 comments

  1. altri molto meno…
    *****
    (…)
    el cammino verso la Cop21 e fino al suo inizio, la bozza di negoziazione prevedeva di fissare l’obiettivo di 2°C di aumento globale fino all’anno 2100, una cifra che comunque era osteggiata dai principali responsabili di emissioni.

    Sorprendentemente, paesi del Nord, che sono i principali responsabili del caos climatico, tra i quali gli Stati Uniti e il Canada, nonché l’Unione europea, hanno annuciato alla Cop21 che avrebbero sostenuto l’obiettivo di [un aumento] globale massimo di 1,5 gradi centigradi. In base alle stime scientifiche, questo implicherebbe la riduzione delle loro emissioni di più dell’80 per cento entro il 2030, fatto che i governi del Nord rifiutano categoricamente. Perché allora dicono di accettare l’ obiettivo di 1,5 gradi centigradi?

    Com’è prevedibile, le loro ragioni non sono limpide e nascondono scenari che aggraveranno il caos climatico: si tratta di legittimare il sostegno e le sovvenzioni pubbliche alle tecnologie di geoingegneria ed altre ad alto rischio, come quella nucleare, così come l’incremento del mercato di carbonio e altre false “soluzioni“.

    Qualunque sia l’obiettivo fissato nel cosiddetto Accordo di Parigi (qui un commento di Alberto Zoratti sull’accordo raggiunto, La magia di Parigi), non comporterà dei costi per quelli che continuano ad inquinare. La Convenzione ha accettato ancora prima della Cop21, che i piani di riduzione dei gas non sono vincolanti. Sono “contributi previsti e determinati a livello nazionale”, per i quali ogni paese dichiara intenzioni, non impegni obbligatori.
    (…)
    http://comune-info.net/2015/12/cop21-geoingegneria-menzogne/

  2. Ad avaaz sono ottimisti
    ********
    Cara fantastica comunità di Avaaz,

    Alla conferenza per il clima di Parigi, i leader di tutto il mondo hanno appena firmato un accordo storico che davvero può salvare tutto ciò che amiamo! È per questo che abbiamo marciato, firmato petizioni, chiamato i loro uffici, donato quando potevamo, inviato messaggi e non abbiamo mai abbandonato la speranza: per questo incredibile e storico momento per l’umanità.

    “Emissioni umane nette zero” (net-zero human emissions), così si chiama la svolta epocale, ovvero il punto di equilibrio tra ciò che immettiamo nell’aria e ciò che riassorbiamo. E non appena l’accordo di Parigi arriverà fra le mani dei legislatori, le energie pulite saranno semplicemente il modo migliore, più economico e più efficace per raggiungere questo obiettivo. Questo accordo è lo strumento di cui avevamo bisogno per costruire un futuro sicuro per le prossime generazioni.

    Dalle più grandi crisi, l’umanità è stata in grado di formulare aspirazioni magnifiche. Dalla Seconda Guerra Mondiale, la Dichiarazione Universale dei Diritti dell’Uomo. Dalla fine dell’apartheid, la scrittura in Sudafrica della costituzione più lungimirante e progressista del mondo.

    Visioni ambiziose come queste hanno bisogno di movimenti fatti di persone, di cittadini, che continuino a lottare fino a farle diventare parte della nostra vita quotidiana. E questa di oggi non è un eccezione:

    Nelle ultime settimane la nostra comunità ha avuto un ruolo straordinario nel raggiungere questo accordo storico. Subito dopo aver battuto ogni record di mobilitazione con centinaia di migliaia di persone scese in piazza in tutto il pianeta, abbiamo letteralmente portato le voci del nostro movimento dentro il vertice: foto, video e un coro di messaggi dei nostri membri hanno accolto i delegati, abbiamo consegnato la nostra petizione direttamente al Segretario Generale dell’ONU e organizzato una serie incredibile di campagne.
    (…)

    https://secure.avaaz.org/it/climate_story_loc/?slideshow

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