Month: dicembre 2015

Affari e pallottole

segnalato da Barbara G.

Bombe per l’Arabia Saudita: fino a quando il Governo intende evitare le proprie responsabilità?

Continua la mancanza di presa di responsabilità del nostro Governo sul “caso” delle bombe partite dalla Sardegna destinate dell’Arabia Saudita: fino a quanto l’esecutivo di Matteo Renzi intende mantenere l’ipocrisia su queste forniture militari che ormai tutto il mondo conosce? Non sono più accettabili giustificazioni raffazzonate: il Governo deve rendere conto al Parlamento e all’opinione pubblica delle proprie decisioni politiche.
Fonte: Rete Italiana per il Disarmo – 04 dicembre 2015
Oggi, per l’ennesima volta il Governo italiano ha perso un’occasione per assumere la propria evidente responsabilità riguardo all’invio di bombe prodotte in Sardegna verso l’Arabia Saudita.
Dopo le esternazioni e le dichiarazioni della Ministro della Difesa Pinotti (“E’ tutto regolare…”, “Non sono ordigni italiani…”, “Si tratta solo di transito…”), le parole del Ministro Gentiloni in Parlamento (“Rispettiamo gli embarghi e convenzioni sulle armi vietate”) è stato oggi il sottosegretario Benedetto Della Vedova a rispondere in modo evasivo ad un’interrogazione urgente in materia, cercando di aggirare la questione per non entrare nel merito del problema.
Ormai tutto il mondo è al corrente, e lo ha dimostrato anche Rete Disarmo con documenti e informazioni di prima mano, che diverse forniture di bombe sono partite dalla Sardegna verso l’Arabia Saudita: si tratta di spedizioni rese possibili solo con l’autorizzazione del Governo sulle quali il ruolo del Parlamento è successivo (prende atto solo in un secondo tempo delle autorizzazioni emesse dal Governo) e in cui è irrilevante il fatto che la fabbrica in cui questi ordigni sono assemblati o fabbricati sia di proprietà tedesca.
Invece di scaricare la responsabilità sul Parlamento, i componenti dell’Esecutivo dovrebbero rivolgere precise domande su queste spedizioni all’Unità Autorizzazioni Materiali d’Armamento incardinata presso la Farnesina.
La domanda a cui il Governo di Matteo Renzi dovrebbe rispondere è una sola: chi ha autorizzato le forniture e le recenti spedizioni di bombe dall’Italia all’Arabia Saudita, Paese che sta bombardando lo Yemen senza alcun mandato delle Nazioni Unite?
Ci domandiamo fino a che punto il nostro Governo abbia intenzione di fingere agli occhi del mondo confermando nei fatti di non voler chiarire la questione e richiamando, nelle risposte ufficiali, vaghi riferimenti alla normativa nazionale che internazionale. Riferimenti che peraltro appaiono non pertinenti, come abbiamo già avuto modo di sottolineare. Ci domandiamo se i ministri del Governo stiano consapevolmente svicolando dalla questione o se non conoscano la normativa sull’esportazione di armi: situazione grave in qualsiasi caso.
La Legge italiana (numero 185 del 1990) non solo richiede di tenere in considerazione embarghi dell’Onu o dell’Unione Europea, ma vieta espressamente non solo l’esportazione, ma anche il solo transito, il trasferimento intracomunitario e l’intermediazione di materiali di armamento “verso i Paesi in stato di conflitto armato, in contrasto con i principi dell’articolo 51 della Carta delle Nazioni Unite, fatto salvo il rispetto degli obblighi internazionali dell’Italia o le diverse deliberazioni del Consiglio dei Ministri, da adottare previo parere delle Camere”. (art. 1. c 6a) e “verso Paesi la cui politica contrasti con i principi dell’articolo 11 della Costituzione (art.1. c6b).
La questione fondamentale è dunque questa: c’è una risoluzione del Consiglio di sicurezza dell’Onu che abbia dato mandato alla coalizione guidata dall’Arabia Saudita ad intervenire militarmente in Yemen o c’è una decisione del parlamento che confermi una deliberazione del CDM a riguardo? No, non c’è: l’Arabia Saudita ha solamente annunciato all’Onu che sarebbe intervenuta militarmente in Yemen ma non ha mai richiesto alcun mandato per farlo.
In mancanza di questo esplicito mandato continuare ad inviare bombe e sistemi militari all’Arabia Saudite è una chiara decisione politica del Governo Renzi, che se ne deve assumere tutta la responsabilità.
Il sottosegretario Della Vedova, che nella risposta di oggi ha fatto riferimento a norme europee, dovrebbe poi sapere bene che la Posizione Comune 2008/204/CFSP (qui in .pdf) non essendo una direttiva, non ha valore vincolante e non prevede sanzioni. Richiede ai Paesi membri di verificare il rispetto degli otto criteri, ma la decisione finale nell’autorizzazione all’esportazione e all’invio di armamenti è di competenza dei singoli governi, in base alle proprie leggi nazionali. Non è quindi appropriato far riferimento alla Posizione Comune per giustificare la continua fornitura di bombe aeree alle forze armate dell’Arabia Saudita. Si dovrebbe invece valutare anche la situazione dei diritti umani e del rispetto delle convenzioni internazionali da parte dell’Arabia Saudita, paese nel quale – come riportano tutte le organizzazioni internazionali – persistono gravi e reiterate violazioni dei diritti umani, tra cui incarcerazioni immotivate, la tortura e la pena di morte attuata anche con decapitazione e crocifissione in pubblico. Considerazioni ancora più forti a pochi giorni dal 10 dicembre, Giornata Internazionale dei Diritti Umani.
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Da dove vengono le armi usate dai jihadisti dello Stato islamico

internazionale.it, 09/12/2015

Un fucile cinese Cq 5.56 sequestrato dalle milizie curde siriane a Kobane alla fine del 2014 e catalogato il 24 febbraio del 2015. (Conflict armament research/Amnesty international

In Siria e in Iraq i jihadisti del gruppo Stato islamico usano armi e munizioni provenienti da almeno 25 paesi, tra cui tutti i paesi membri del Consiglio di sicurezza dell’Onu e l’Italia. Lo denuncia un nuovo rapporto di Amnesty international pubblicato l’8 dicembre, intitolato Taking stock: the arming of Islamic State.

La maggior parte delle armi usate dal gruppo jihadista è stata sottratta dai depositi di armi in Iraq dopo la conquista di Mosul nel giugno del 2014. La mancanza di controlli e un fiorente mercato illegale permettono ai jihadisti di aver accesso a un numero consistente di armi e munizioni.

L’organizzazione non governativa ha catalogato più di cento tipi diversi di armi e munizioni finite nelle mani dei miliziani, sulla base dell’analisi di video e immaginigirati al fronte di cui è stata verificata l’autenticità. Gran parte delle armi sequestrate era stata fornita all’esercito iracheno dagli Stati Uniti, dall’Unione Sovietica e da altri paesi dell’ex blocco comunista durante la guerra tra Iraq e Iran negli anni ottanta. In Siria le armi usate dai miliziani sono state fornite dalla Russia, dai paesi dell’ex blocco sovietico e dall’Iran.

Il ruolo dell’Italia. Il rapporto di Amnesty international evidenzia come anche l’Italia abbia contribuito indirettamente ad armare il gruppo Stato islamico, rifornendo durante la guerra tra Iraq e Iraq (1980-1988) sia Baghdad sia Teheran.

Dal 2003, l’Italia ha partecipato alla cosiddetta guerra al terrore guidata dagli Stati Uniti. Per rispondere alla minaccia terroristica dopo gli attacchi dell’11 settembre, tra il 2004 e il 2007 è stato concesso ai paesi esportatori di armi di avere una maggiore libertà per trasferire armi all’Iraq senza troppa considerazione per i diritti umani, attraverso l’Iraq relief and reconstruction fund e l’Iraq security forces fund. In quel periodo la coalizione guidata dagli Stati Uniti ha firmato contratti per almeno un milione di dollari per trasferire armi e milioni di munizioni in Iraq, provenienti anche dall’Italia.

Infine, nel 2014, a causa dell’avanzata dello Stato islamico nel nord dell’Iraq e in Siria, gli Stati Uniti, insieme ad altri undici paesi europei tra cui l’Italia, hanno coordinato il rifornimento di armi per le truppe irachene, le milizie sciite e quelle curde.

La guerra tra Iran e Iraq all’origine del mercato di armi in Iraq. Il conflitto tra i due paesi medioorientali tra il 1980 e il 1988 è stato un fattore determinante per lo sviluppo del mercato globale illegale delle armi: all’epoca almeno 34 paesi fornirono armi all’Iraq, 28 paesi invece fornirono armi alla potenza rivale: l’Iran.

Nel 1990 le Nazioni Unite hanno approvato un embargo contro Baghdad che ha fermato l’afflusso di armi e munizioni verso il paese. Ma le forniture sono riprese in maniera massiccia dopo l’intervento militare degli Stati Uniti in Iraq nel 2003. Negli ultimi dieci anni, più di trenta paesi, tra cui i membri del Consiglio permanente dell’Onu, hanno fornito armi all’Iraq e la maggior parte di queste armi è al momento nelle mani dei jihadisti.

Proiettili da mortaio costruiti dallo Stato islamico e sequestrati dalle milizie curde siriane a Kobane. (Conflict armament research/Amnesty international)

Tra il 2011 e il 2013 gli Stati Uniti hanno concluso contratti miliardari con il governo iracheno per la fornitura di armi. Alla fine del 2014 sono state inviate munizioni e armi leggere per un valore di 500 milioni di dollari. Questo tipo di attività è proseguita, nell’ambito del programma del Pentagono per l’equipaggiamento e l’addestramento dell’esercito iracheno (per un valore di 1,6 miliardi di dollari). Dal 2011 sono stati mandati in Iraq 43.200 fucili d’assalto M4. Tra il 2011 e il 2013, gli Stati Uniti hanno mandato in Iraq 140 carri armati M1A1 Abrams, decine di aerei da combattimento F-16, 681 missili terra-aria portabili a spalla Stinger, batterie anti-aeree Hawk. Alla fine del 2014, Washington aveva inviato al governo iracheno armi leggere e munizioni per un valore di oltre 500 milioni di dollari.

La corruzione dell’esercito iracheno e dei funzionari governativi e la mancanza di controllo del territorio da parte delle truppe di Baghdad ha permesso che la maggior parte dei depositi e degli arsenali iracheni finissero nelle mani dei jihadisti o nel circuito illegale del commercio di armi.

Fatti e numeri

  • Tre. Il numero di divisioni di soldati (una divisione è formata da 40mila soldati) che lo Stato islamico potrebbe aver equipaggiato con le armi che sono state sequestrate nel solo mese di giugno del 2014.
  • Dodici. La percentuale del mercato globale di armi che negli anni ottanta è stata esportata verso l’Iraq.
  • Quindici. Negli ultimi dieci anni le armi negli arsenali iracheni sono aumentate di quindici volte, per un giro d’affari di 9,5 miliardi di dollari.
  • Venticinque. Le armi usate dallo Stato islamico in Siria e Iraq provengono da almeno 25 paesi.
  • Ventotto. Il numero dei paesi che hanno fornito armi all’Iraq e all’Iran durante il conflitto tra le due nazioni.
  • 650mila. Le tonnellate di munizioni che sono presenti sul territorio iracheno secondo una stima dell’esercito statunitense del settembre del 2003.
  • 1,6 miliardi di dollari. I finanziamenti approvati dal congresso degli Stati Uniti per sostenere l’esercito iracheno e le milizie sciite e curde contro lo Stato islamico.

CHE A FORZA SIA CUN VOI!

Striscione di un fan di Star Wars sui cancelli della CTC

di Daniele X

C’è stata una rivoluzione democratica qualche giorno fa a pochi chilometri dalle coste della penisola, di cui si è parlato pochissimo in Italia.
Il movimento nazionale di liberazione della Corsica è passato dalle manciate di voti negli anni ’70 (anni anche di scontri armati e violenza politica) alla vittoria completa alle elezioni dello scorso 13 Dicembre, in cui le due liste nazionaliste unite hanno ottenuto una storica e larga maggioranza. Sembra così chiudersi per sempre l’era della lotta armata e aprirsi quella di una rivendicazione democratica e fortemente maggioritaria di completo autogoverno e libertà per questo popolo a pochi chilometri dall’Italia. Dalla sua prima costituzione autonoma, che è poi la prima costituzione democratica del mondo occidentale (https://it.wikipedia.org/wiki/Costituzione_della_Corsica_del_1755), scritta interamente in lingua italiana (per i corsi, la loro lingua “colta” dell’epoca), apprezzata anche dai contemporanei Voltaire e Rousseau, arriviamo ora alla richiesta della fine di uno degli ultimi pezzi del colonialismo francese. Questa richiesta viene fatta in modo determinato, ma democratico e non-violento da parte di un popolo che non si è mai arreso e non ha mai rinunciato alla propria storia e identità, né a voler riprendere il controllo sopra il proprio destino. Dovremmo imparare tante lezioni dai nostri vicini corsi e dalla loro storica vittoria.

Di seguito il video dell’insediamento del nuovo presidente dell’Assemblea della Corsica, da vedere e, soprattutto, da ascoltare (per la prima volta interamente in lingua corsa)!

Soffocone di Natale

di crvenazvezda76

A pagare il conto dello scontro di civiltà tra cattolici e musulmani è il Santo Natale.

Niente visite pastorali nelle scuole, niente canti di Natale, niente recite a tema religioso, per non urtare la sensibilità dei credenti di altre fedi, o per difendere la laicità della scuola pubblica.

Ed è subito bagarre politica!

Salvini arriva con un presepe, poi fa il Re Magio, La Russa e la Meloni urlano all’invasione che mette a rischio le nostre radici, la Gelmini canta Tu scendi dalle stelle

Sono certo che, visto l’ambiente, lo stesso Gesù Bambino se ne starà sulla sua nuvoletta tra le stelle a pensare: “Scontro di civiltà e culture? A veder questi, si direbbe che di civiltà e cultura ce ne sia ben poca! E dite a quell’oca che la smetta di cantare, ché tanto non scendo!”.

Allora che fare per stemperare gli animi e restituire al Natale un’atmosfera festosa e gioviale?

Un bel Soffocone! Che altro, se no??? Anzi, tre Soffoconi di Natale a soli 28 euri, da consumarsi in compagnia di chi volete, perché il Soffocone è democratico, inclusivo, aperto.

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Ps. Chi vuole di più può provare con un bel Merlo della Topa nera!

Dei Boschi e delle Banche

Banca Etruria, nel 2013 la lettera di Bankitalia: istituto travolto “in modo irreversibile” da “progressivo degrado”

Mentre la Popolare chiedeva investimenti alla clientela, Via Nazionale già sapeva che erano fortemente a rischio. Ma non è intervenuta e i risparmiatori hanno perso tutto. È dal 2002 che Palazzo Koch ha riserve sull’istituto aretino e lo ribadisce nel 2010 e nel 2012.

di Giorgio Meletti – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Già due anni fa Banca Etruria era travolta “in modo irreversibile” da un “progressivo degrado” in corso indisturbato da 11 anni. Lo ha scritto il governatore della Banca d’Italia Ignazio Visco in una lettera al consiglio d’amministrazione della Popolare aretina il 3 dicembre 2013. Peccato che la lettera fosse segretata, probabilmente per non disturbare il collocamento di obbligazioni subordinate in corso proprio in quei giorni. Se Visco avesse reso pubblica la lettera, molti risparmiatori avrebbero potuto salvare i propri risparmi. Ma per Bankitalia il parco buoi non deve sapere, per essere spolpato meglio. In questo caso però, essendo saltato il banco, è possibile che chi ha perso i suoi soldi chieda giustizia in tribunale: la Vigilanza bancaria sapeva cose tremende su Banca Etruria e le ha occultate al pubblico.

Nel 2013 Banca Etruria è pressata da Bankitalia, che dal 2002 contesta la debolezza patrimoniale a fronte di crescenti rischi sui crediti (clienti che stentano a rimborsare i prestiti ottenuti). Piazza un aumento di capitale da 100 milioni e quattro emissioni di subordinate per complessivi 120 milioni. L’ultima tranche viene piazzata agli sportelli di Etruria, unico luogo di smercio, tra ottobre e dicembre. Nel frattempo gli ispettori della Vigilanzapassano al setaccio per l’ennesima volta gli uffici di Arezzo. Guidati da Emanuele Gatti, che il capo della Vigilanza Carmelo Barbagallo considera il suo Maradona, si installano in banca dal 18 marzo al 6 settembre. Dopo sei mesi consegnano a palazzo Koch i loro rilievi.

Il 3 dicembre Visco scrive la lettera che comincia con la scritta “riservatissimo”. Leggendo si capisce perché. Il 20 dicembre la Consob pubblica un supplemento al prospetto informativo della subordinata IT0004966856, che è già stata venduta e che, secondo gli scenari probabilistici opportunamente vietati dalla Consob, presentava il 64 per cento di probabilità di perdere la metà del capitale. Il supplemento concede agli investitori (qualora avessero per caso saputo della pubblicazione) di revocare l’ordine di acquisto, alla luce delle novità, entro due giorni lavorativi. Il 20 dicembre è un venerdì, possono eventualmente andare in banca il 23 e il 24 dicembre.

A parte questa presa in giro, il supplemento tace della lettera di Visco. Si limita a dire che, a seguito dell’ispezione, Bankitalia ha fatto dei rilievi che “non assumono in ogni caso un’entità tale da pregiudicare il mantenimento dei requisiti prudenziali”. E che, “in linea con gli indirizzi dell’Organo di Vigilanza”, il cda ha deciso di cercare un partner bancario di “elevato standing”: “Un intento che, oltre a dare respiro alle prospettive future, mira a non compromettere i livelli occupazionali ed a valorizzare il sempre crescente patrimonio di professionalità e conoscenze acquisite nel tempo”. Ma che bello. Prima di vedere che cosa ha scritto Visco, ricordiamoci il copione. La Banca d’Italia non vigila sui mercati finanziari, quindi non si assume responsabilità se il contenuto di un prospetto, oltre che tardivo, risulti anche falso. Scarica la colpa sulla Consob, che però replicherà che non può sapere della lettera di Visco se Bankitalia non glielo dice.

Visco il 3 dicembre ha scritto nella lettera segreta che già nel 2002, a fronte di ingenti crediti ammalorati, “la Banca d’Italia ha imposto un coefficiente patrimoniale specifico”: cioè un capitale totale pari al 10 per cento dei prestiti erogati e non dell’8 per cento come nelle banche sane. Questa misura di prevenzione, dice Visco, “non è stata mai rimossa per mancanza dei necessari presupposti”, visto che “negli ultimi anni tali criticità si sono progressivamente accentuate”. Ricorda l’ispezione del 2010, che non è servita a fermare il degrado. E richiama la lettera del 24 luglio 2012 con cui era stato chiesto un rimpasto sostanzioso del cda per la sua “inadeguatezza”, un taglio della struttura attraverso il “ridimensionamento della rete territoriale”, e “un rafforzamento dei buffer patrimoniali rispetto ai minimi regolamentari”, cioè nuovo capitale, cioè obbligazioni subordinate, visto che il mercato non assorbiva aumenti di capitale.

Un anno e mezzo dopo la lettera del 2012 Visco sostiene che aBanca Etruria si sono fatti beffe di lui: “I ritardi accumulati nell’affrontare le gravi problematiche e il ricorso ad interventi parziali e talvolta dilatori hanno contribuito ad accrescere le criticità”. Conclusione tombale: “A seguito del progressivo degrado della situazione aziendale, la Banca Popolare dell’Etruria risulta ormai condizionata in modo irreversibile da vincoli economici, finanziari e patrimoniali che ne hanno di fatto ‘ingessato’ l’operatività”. Per cui Bankitalia “ritiene che la Popolare non sia più in grado di percorrere in via autonoma la strada del risanamento”. Visco ordina a Banca Etruria di vendersi a un’altra banca più grossa entro 120 giorni, tempo che in genere non basta neppure per vendere un’auto usata. Infatti non succederà niente. L’ispezione di Bankitalia serve solo a fare fuori il presidente Giuseppe Fornasari (che ne ha contestato energicamente i contenuti) e a mettere in sella Lorenzo Rosi (oggi indagato) con due vice presidenti: Pier Luigi Boschi e Alfredo Berni, ex direttore generale negli anni in cui la Banca, stando a Visco, era stata sfasciata. Lo scorso febbraio, a quindici mesi dalla letteraccia, Visco ha commissariato l’istituto che Bankitalia ha lasciato sfasciare per 13 anni segretando le sue ispezioni.

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di Marco Travaglio – ilfattoquotidiano.it, 17 dicembre 2015

Maria Elena Boschi se ne deve andare sì o no? Mettiamo in fila i fatti sin qui emersi che la riguardano nel pasticciaccio brutto delle banche del buco.

1) Il 20 gennaio 2015 il Consiglio dei ministri del governo Renzi vara un decreto che trasforma le banche popolari in società per azioni. Fra queste c’è Banca Etruria, di cui la Boschi è piccola azionista, il padre Pier Luigi è vicepresidente, membro del Cda e socio, e il fratello Emanuele è dirigente, dipendente e socio. Decreto forse doveroso.

Ma le banche, già da tempo defunte secondo Bankitalia (fra cui Etruria), tornano appetibili sul mercato e continuano ad attirare risparmi come se fossero risorte. Per giorni regna il mistero sulla presenza della Boschi in quel Cdm, che configurerebbe un bel conflitto d’interessi. Fonti qualificate del Fatto assicurano che la Boschi c’era. Lei smentisce: “Ero in Parlamento a seguire le riforme istituzionali”. Purtroppo nessuno l’ha vista.

2) L’affare si complica quando si scopre che il decreto, annunciato a Borse chiuse per evitare speculazioni, era noto negli ambienti finanziari da parecchi giorni, tant’è che i titoli delle banche coinvolte erano lievitati per massicci acquisti alla vigilia (il record del rialzo lo registrò proprio Etruria, con un +65%). Insomma, qualcuno aveva violato il segreto.

La Consob sospetta un caso gigantesco di insider trading. Ora Carlo De Benedetti, uno dei sospettati degli acquisti, replica che dell’imminente decreto sapevano tutti. Un segreto di Pulcinella. Chi, nel governo, se la cantò? E perché tanti acquisti proprio su Etruria?

3) Il 22 novembre il Consiglio dei ministri vara il decreto “salva-banche” che recepisce la direttiva europea sul bail-in: accolla al sistema bancario (non allo Stato perché non si può più) il costo del dissesto di quattro banche bollite, e lascia senza risarcimenti obbligazionisti subordinati e azionisti anche se sono stati truffati con informazioni false o incomplete sullo stato di salute delle medesime.

Fra queste c’è di nuovo Banca Etruria, di cui papà Boschi non è più vicepresidente perché, dopo le severe censure di Bankitalia con multa di 140 mila euro, è uscito di scena col commissariamento (un atto dovuto del governo, non certo la prova di inflessibilità e imparzialità millantato da Renzi & Boschi). Stavolta è sicuro che la Boschi non partecipa, sempre per scansare il conflitto d’ interessi.

4) C’è un terzo decreto sul bail-in, quello preparatorio del 16 novembre. Questo aggiunge alla norma europea una clausoletta (articolo 35 comma 3) che quella non prevede in materia di responsabilità degli amministratori. E, secondo alcune interpretazioni, rende più difficile per azionisti e singoli creditori l’ azione di responsabilità per chiedere risarcimenti ai manager, ai membri dei Cda e ai commissari delle banche.

Compreso papà Boschi, ex vicepresidente di Etruria. Che, grazie alla mancata equiparazione dello scioglimento di una banca al fallimento, non perde neppure i titoli necessari per andare ad amministrarne un’ altra.

5) Poniamo che la Boschi si sia astenuta sia sul primo decreto (dubbio) sia sugli altri due (sicuro). Purtroppo però era presente alle tre riunioni preparatorie del secondo e del terzo, come ha documentato su Libero Franco Bechis. Infatti la lettera di accompagnamento del doppio provvedimento del 16 e del 22 novembre, datata 5 ottobre, è firmata Maria Elena Boschi.

Ma in ogni caso astenersi dai Cdm non è un titolo di merito: è un atto dovuto per la legge Frattini sui conflitti d’interessi varata nel 2004 dal governo B., sempre contestata per la sua ridicolaggine dal centrosinistra che però, in barba alle promesse elettorali, non l’ ha mai toccata.

Articolo 3: “1. Sussiste situazione di conflitto di interessi ai sensi della presente legge quando il titolare di cariche di governo partecipa all’adozione di un atto, anche formulando la proposta, o omette un atto dovuto, trovandosi in situazione di incompatibilità… quando l’ atto o l’ omissione ha un’ incidenza specifica e preferenziale sul patrimonio del titolare, del coniuge o dei parenti entro il secondo grado, ovvero delle imprese o società da essi controllate… con danno per l’interesse pubblico”. Quindi, astenendosi, la Boschi rispetta la legge di B. ed evita un conflitto d’ interessi che lei stessa riconosce esistere.

6) Anche B. ogni tanto usciva dai Cdm mentre i suoi ministri decretavano ad suam personam (o aziendam): per esempio per salvare Rete4 dallo spegnimento imposto dalla Consulta. Una buffonata, perché B. era il dominus del governo e mai nessuno avrebbe approfittato della sua assenza per disobbedire ai suoi ordini. Ora, la Boschi non è il premier e non è neppure B.. E i decreti sulle banche non riguardano esclusivamente Etruria.

Ma se allora tutto il centrosinistra rideva a crepapelle di B. che pensava di evitare il conflitto d’ interessi uscendo dalla stanza, dovrebbe almeno sorridere dinanzi allo stesso escamotage della Boschi. Che non è un ministro qualsiasi: è la figura più in vista del governo dopo Renzi, la ministra di sua maggior fiducia, il simbolo della rivoluzione sorridente renziana. Qualcuno è così ingenuo da credere che, prima di uscire dalla stanza, la Boschi non parli con Renzi dei decreti sulle banche? Un conto è dire di aver rispettato la legge (Berlusconi-Frattini!). Un altro è negare un conflitto d’interessi visibile a occhio nudo.

7) Come ha rivelato il Fatto, il pm di Arezzo che indaga con grande prudenza sulla malagestione di Etruria (e quindi anche del Cda vicepresieduto da papà Boschi) è consulente giuridico di Palazzo Chigi (dove lavora, accanto a Renzi, la ministra Boschi). Lo è dai tempi del governo Letta, ma è stato confermato dal governo Renzi.

Possibile che Renzi, la Boschi e il pm, che lo sapevano da ben prima che lo scoprissimo noi, non abbiano notato neppure questo, di conflitto d’interessi, e non abbiano deciso subito, all’esplodere del caso Etruria, di troncare quel rapporto per evidenti motivi di opportunità?

8) Avendo ricevuto, come i colleghi di altre procure, un esposto contro gli ex amministratori di Etruria dalle associazioni dei consumatori, può darsi che il pm di Arezzo iscriva anche papà Boschi sul registro degli indagati per vagliare le accuse. Se ciò accadesse, ancora una volta la Boschi non avrebbe alcun obbligo di dimettersi. Ma, restando al suo posto, diventerebbe un bersaglio ancor più facile per polemiche, sospetti e contestazioni, che trascinerebbero il premier in un gorgo senza fine, obbligandolo a difendere la fedelissima e la sua famiglia per vicende che nulla hanno a che fare con il governo e che al momento nessuno, nemmeno nel governo né probabilmente la Boschi, è oggi in grado di conoscere.

9) I paragoni con le dimissioni chieste o date da altri ministri (Alfano, Cancellieri, Lupi, De Girolamo e Idem) non reggono: la Boschi non è coinvolta né direttamente né indirettamente in inchieste penali. Ma le fughe di notizie sul primo decreto, lo scudo salva-amministratori e salva-papà del secondo e del terzo e l’imbarazzo – destinato a crescere – per gli sviluppi delle indagini sulla banca amministrata dal genitore creano un gigantesco caso di opportunità politica che dovrebbe suggerirle di farsi da parte per il bene suo e del governo.

10) Come disse lei stessa nel novembre 2013 a Ballarò su un caso diverso dal suo (la Cancellieri sospettata di interventi diretti per favorire la famiglia Ligresti), il punto “non è tanto se ci debbano essere o meno le dimissioni del ministro o se viene meno la fiducia nei confronti del governo. Il punto vero è che è in gioco la fiducia nelle istituzioni. Il punto grave è che ancora una volta si è data l’immagine di un Paese in cui la legge non è uguale per tutti, ma ci sono delle corsie preferenziali per gli amici degli amici, per chi ha i santi in Paradiso. Io al suo posto mi sarei dimessa”. Parole sante. Come passa, il tempo.

Le multiutility e l’inceneritore

segnalato da Barbara G.

Inquinamento, qui più che viver bene si muore bene

artventuno.it, 17/12/2015

Cremona è una piccola città con una grande storia. Cremona è una piccola città con tante storie. Una di queste è quella della sua locazione, in mezzo alla pianura padana e dove non tira un filo di vento; un clima perfetto per una vocazione agricola e dell’allevamento; un clima perfetto per produrre vegetali ed allevare i bovini da latte, dai quali si ricava buona parte del latte consumato nell’Italia intera.

A Cremona c’era una raffineria, che per circa 60 anni ha inquinato la nostra aria e le nostre falde acquifere. Finalmente si è riusciti a chiuderla, ma nessuno parla di bonifica per paura di dover dichiarare che tutta la citta poggia su metri di profondità di terreni da buttare.

A Cremona, a pochi chilometri, esiste una delle più grandi acciaierie d’Europa. Che illumina la notte cremonese (la luce delle sue siviere si vede a km di distanza) e che, nonostante si tratti di un impianto di recente costruzioni e quindi all’avanguardia, da un certo punto di vista, non può non inquinare e regalare dei begli strati di depositi bruni sui campi circostanti. E nei nostri polmoni.

A Cremona esiste un inceneritore. Nel 1994 i cittadini avevano votato contro, ma a Cremona hanno costruito un inceneritore. Che dovrebbe essere spento perché è obsoleto. Perché inquina. Perché indirettamente ha ucciso molta gente (a Cremona non tira un filo di vento ed il prodotto della termovalorizzazione ristagna). Perché a Cremona la raccolta differenziata dei rifiuti è stata propriamente implementata e quindi nel giro di 2-3 anni l’inceneritore potrebbe essere spento. Come da programma. Come da piano e cavallo di battaglia elettorale della attuale Amministrazione comunale.

La multiutility che gestisce l’inceneritore a Cremona e province limitrofe si chiama Lgh. L’altro grande gestore lombardo si chiama A2A che gestisce, tra gli altri, anche l’inceneritore di Brescia. A Brescia e Cremona si respira l’aria peggiore della Lombardia; la Lombardia è in Pianura Padana; la Pianura Padana è una delle aree più inquinate al mondo. A2A detiene delle quote di Lgh, la maggioranza delle quali è di proprietà della municipalità. A2A vuole acquisire il 51% delle quote di Lgh; il Comune dice che questo renderebbe tutto, diciamo, più vantaggioso per la comunità; più smart.

Se si cede il 51% delle quote si perderà la sovranità ed A2A, come da programma, importerà rifiuti dal Sud, soprattutto dalla Campania per bruciarli nell’inceneritore e per produrre utile; la produzione dell’utile è l’obbiettivo di ogni impresa. La salute dei cittadini non è l’obbiettivo di ogni impresa.
I rifiuti verranno bruciati appresso ad una città dove non tira un filo di vento; in un impianto dove il Comune più nulla fondamentalmente potrà (il caso di quanto sta accadendo a Brescia, dovutamente il suo inceneritore, in questi giorni mi sembra emblematico). I rifiuti verranno bruciati appresso ad una città dove potremmo cominciare a pensare di dismettere l’inceneritore. Appresso ad una città inquinata.

A Cremona abbiamo avuto la raffineria, abbiamo l’acciaieria ed un inceneritore. A Cremona si muore di tumore. Si muore tanto di tumore. Inceneritore fa rima con tumore. L’inceneritore potremmo spegnerlo; e potremmo risparmiare sui reparti di terapia del dolore all’avanguardia, che mi fa più che altro pensare che a Cremona si muoia bene, più che viverci.

Ed i nostri politici locali ci dicono che sarà un’operazione vantaggiosa per la comunità. Un’operazione che ci esproprierebbe del controllo locale e diretto dell’inceneritore ma, nel contempo (e non ci vuole un economista per capirlo; io non lo sono), ci caricherebbe degli eventuali oneri di perdite azionarie nella misura del 49% sul totale. I guadagni non li considero, perché è ovunque ampiamente e chiaramente dimostrato che questo tipo di impianti di guadagni non ne produce. Questa operazione vantaggiosa lederebbe eventualmente, a discrezione di A2A, anche i diritti di chi lavora in Lgh.

E non si potrebbe decidere direttamente dello spegnimento dell’impianto, che funzionerebbe ancora per anni. Inquinando le nostre terre i cui prodotti agricoli, mi vien da dire (sarebbe opportuno qualcuno sollevasse l’argomento, prima o poi), non saranno poi così sani.
Inquinando le nostre terre, la nostra aria, e forme tumorali di vario genere.

E la nostra Amministrazione ha fatto di tutto per non informare. E la gente si sta lamentando, sta capendo, ma la nostra Amministrazione finge che tutto vada bene. che tutti siano d’accordo. Felici. E questa cosa mi rattrista davvero perché potrebbe davvero essere tutto diverso. Migliore. Migliorabile.

Domani i nostri amministratori, anche chi ha fatto dell’ecologia la sua bandiera, si incontreranno per discutere e firmare la cessione del 51% ad A2A. i giochi sembrano fatti.
Io lavoro in un’altra città, ma vivo a Cremona dove sono nato. E sto pensando di andarmene. Perché a Cremona si muore bene. Aiuto.

5 semplici domande…

segnalato da Barbara G.

Cinque semplici domande al Ministro Maria Elena Boschi

di Ulrich Anders – scenarieconomici.it, 13/12/2015

Dal Fatto Quotidiano del 13/12/2015

Un parlamentare PD così argomentava sul decreto “Salvabanche” pubblicato dal governo nel novembre scorso:

Se il decreto “Salvabanche” 180/181 partorito dal governo serviva a prevenire il “panico dei depositanti”, direi che l’obiettivo sta fallendo.

Se invece l’obiettivo del governo Renzi invece era salvaguardare clienti e amici del PD, sia nel patrimonio che nella carriera che nella libertà personale, la missione (per ora) è riuscita. Gettando sospetti molto pesanti di favoritismi famigliari sul circolo renziano, e l’accusa di conflitto d’interessi fatta da più parti – inclusi intellettuali di sinistra come Saviano – all’indirizzo del ministro Boschi.

Un comma infatti “protegge gli ex vertici delle banche fallite da qualsiasi azione di rivalsa”, vertici tra i quali figura il padre del ministro Boschi. Salvataggio di beni e corpi devastante per la reputazione del governo, e in particolare per quella del ministro Boschi accusata di produrre leggi “ad personam”.

Da Libero del 12/12/2015

“Le vent se lève, il faut tenter de vivre”. La bufera si sta rafforzando, e piuttosto che un “tenter de vivre” alla Paul Valéry, solo una trasparenza rapida e completa permetterebbe al ministro Boschi di uscire indenne da questa situazione. Trasparenza che per ora manca totalmente, lasciando l’impressione che per la Ministra Boschi “basti la parola”: sia sufficiente cioè affermare di non avere conflitto d’interessi, uscire dal consiglio al momento del voto, raccontare a Vespa che il padre è una brava persona per salvare la propria carriera politica.

Questa condotta stile “sopire, troncare” sarà forse efficace nella cerchia dei suoi amici e compagni di partito. Non lo è affatto in una democrazia che fin dai tempi della polis ateniese e delle riforme di Solone e Clistene del sec VII-VI a.C. chiede ai delegati del popolo di rendere conto dei patrimoni personali prima e dopo l’incarico pubblico. Troppo facile sarebbe infatti per un eletto favorire parenti e amici e infine ritirarsi tranquillamente, grazie allo scudo di una malintesa privacy.

Il ministro Boschi ha scelto per adesso la strada opposta, quella della non trasparenza:

Scelta permessa dalla legge, e della quale il ministro Boschi dovrà assumere le conseguenze politiche. Conseguenze che invece potrebbe – probabilmente – evitare, rispondendo alle seguenti cinque domande:

  1. Il padre del ministro Maria Elena Boschi, Pierluigi Boschi, è stato amministratore di Banca Etruria dal 2011 e vicepresidente dal maggio 2013, fino alla decadenza per commissariamento del febbraio scorso. Il Sole24Ore riporta che negli ultimi 5 anni i 13 ex amministratori e i 5 sindaci di Banca Etruria si sono assegnati compensi per oltre 14 milioni di euro: quanti di questi 14 milioni sono stati pagati al padre del ministro, Pierluigi Boschi?
  2. Gli amministratori di Banca Etruria si sono concessi fidi per 185 milioni (fonte: Sole24Ore): quanti di questi 185 milioni sono andati a società riconducibili alla famiglia del ministro Boschi?
  3. I crediti in incaglio o sofferenza in capo ad amministratori e sindaci di Banca Etruria valgono 90 milioni di euro (fonte: Sole24Ore): quanti di questi 90 milioni  sono dovuti da Pierluigi Boschi?
  4. I crediti in sofferenza o incaglio di Banca Etruria (record in Italia) ammontano a 3 miliardi: quanti di questi 3 miliardi di crediti in sofferenza o incagliati sono stati concessi a società amministrate da Pierluigi Boschi o da altri famigliari di esponenti del governo, a partire dal Presidente del Consiglio Renzi?
  5. In un solo biennio, tra 2013 e 2014, vengono spesi in consulenze da Banca Etruria ben 15 milioni di euro, con “incarichi che vengono forniti sulla stessa materia a diversi professionisti”: quanti di questi 15 milioni sono stati assegnati a familiari o amici del ministro Boschi?

Dare una risposta a queste 5 domande permetterebbe al ministro Boschi di allontanare da sè e dal governo Renzi i sospetti sollevati negli ultimi giorni. Senza risposte esaurienti al contrario non potremo che condividere le conclusioni di Roberto Saviano, vittima ieri del manganellamento mediatico dei dirigenti PD al completo:

In attesa delle spiegazioni migliaia di risparmiatori, lavoratori, pensionati, gente semplice (cittadini definiti con disprezzo “speculatori” dalle mosche cocchiere del governo) contemplano con disperazione i risparmi di una vita spariti nelle tasche di farabutti; farabutti probabilmente ben protetti politicamente.

Il cielo sopra la Grecia

Atene vende gli aeroporti a Berlino. Alla Fraport 14 scali regionali

Il Governo Tsipras gira per 1,2 miliardi la gestione per quarant’anni alla società tedesca, controllata al 30% dallo Stato dell’Assia. È il primo passo del nuovo piano di privatizzazioni, nei prossimi mesi finiranno sul mercato un’altra quota del Pireo, alcune municipalizzate dell’acqua e (il tasto più delicato) il 49% della rete elettrica.

di Ettore Livini – Repubblica.it, 14 dicembre 2015

È la Germania di Angela Merkel e Wolfgang Schaeuble il primo beneficiario delle privatizzazioni imposte dalla Troika alla Grecia. Il Governo di Alexis Tsipras ha ceduto ai tedeschi di Fraport (l’aeroporto di Francoforte) per 1,2 miliardi la gestione di 14 aeroporti regionali del paese, tra cui quelli di Corfù, Creta e Santorini e quelli di molte aree turistiche. La società di Francoforte, partecipata al 31% da un socio pubblico come lo Stato dell’Assia, pagherà un canone annuo di 23 milioni e si è impegnata a investire 330 milioni per rinnovare le strutture entro il 2020. Il preliminare di vendita era stato già siglato tra le parti all’epoca del governo di centrodestra di Antonis Samaras ma il successo elettorale di Syriza all’inizio del 2015 aveva portato al congelamento dell’operazione. Il pressing della Troika ha però convinto Tsipras a cedere.

La cessione della Fraport è solo il primo passo di un percorso di privatizzazioni i cui tempi e modi sono stati concordati con i creditori. Entro fine anno l’esecutivo dovrà mettere in piedi un comitato indipendente cui affidare le prossime operazioni. In rampa di lancio ci sono la vendita di un’altra quota del porto del Pireo, quella delle municipalizate dell’acqua di Atene e Salonico e il delicatissimo progetto di collocamento sul mercato del 49% della rete elettrica. Su questo tema la Grecia e Ue-Bce-Fmi hanno raggiunto un’intesa negli ultimi giorni, vincendo (almeno per ora) le resistenze del potentissimo sindacato del monopolio dell’energia nazionale. Tsipras è riuscito a ottenere lo scorporo della rete e l’autorizzazione a mantenere nelle mani dello Stato il 51%. IL 49% però dovrebbe finire all’asta in tempi piuttosto brevi.

Il tema delle privatizzazioni è stato fino ad oggi fonte di grandi delusioni per la Troika. I primi ambiziosi piani del 2009 annunciavano dismissioni per 50 miliardi all’inizio della crisi. Vendere in un mercato depresso però non è mai facile. E non a caso dei 50 miliardi annunciati in pompa magna sei anni fa, a oggi ne sono entrati in cassa solo 3,5. La cessione di Fraport è però un primo segnale positivo in arrivo da Atene, impegnata nei prossimi mesi in una corsa ad ostacoli per sbloccare i nuovi aiuti e arrivare a febbraio ai negoziati per ristrutturare il debito. Domani il Parlamento dovrebbe approvare nuove misure in grado di spianare la strada per una nuova tranche da 1 miliardo di prestiti. A gennaio si affronteranno i due capitoli più delicati: la fase attuativa della riforma delle pensioni e la gestione dei prestiti bancari in sofferenza. Se Tsipras riuscirà a dribblare questi ostacoli la strada per il suo governo -sarà a quel punto un po meno accidentata. E il premier potrebbe affrontare ad aprile con più serenità il congresso nazionale del partito, lanciando – dopo l’ennesima valanga di austerità – i progetti per le riforme sociali di cui ha bisogno il paese.

 

Verona Possibile

di Mario De Fusco

Come promesso, vi sottopongo alcune riflessioni scaturite dalla assemblea di Possibile ieri a Verona con qualche premessa. La prima è che non mi soffermerò sui singoli interventi di chi ha parlato dal palco, per quanto interessanti possano essere stati. Interventi, tra l’altro, seguiti fra una sigaretta e l’altra (io) e fra un vin brulè e l’altro (Roberto). La seconda è che quanto mi accingo a riferirvi è il frutto di quanto ho recepito dall’intervento di Civati e dialogando con gli altri partecipanti.
Prima di andare al dunque, permettetemi una nota di “colore”. L’organizzazione – sia per la location dell’assemblea sia per il piccolo brunch finale – è stata molto approssimativa. Spazio limitato. Molte persone hanno dovuto seguire il dibattito sul televisore della sala adiacente o, addirittura, nel cortile. Idem per il ristorante prescelto per il piccolo rinfresco. Il bello è che ne parlavo con Roberto seduti al tavolo e con un signore seduto proprio davanti a me, salvo poi scoprire che quel signore era il papà di Pippo!! Niente di che: anche lui era d’accordo, ma il convento è povero e questo passa al momento.
Tornando al nocciolo della questione, quello che provo a spiegarvi è la piattaforma di Possibile, che traguardi si pone e come intende raggiungerli. Confesso che neanche a me erano del tutto chiari, ma, dopo Verona, il quadro mi è molto più nitido.
Diciamo subito che il progetto non è sul breve periodo, ma sul medio – lungo. Non mira a raccattare qualche voto fin dalle prossime elezioni in scadenza, anche se si presenterà con proprie liste, ma è un processo più lungo che richiede tempi di un certo valore. Il tutto si basa sul coinvolgimento diretto di tutte le persone interessate, che saranno chiamate a fornire idee, prendere decisioni e fare opera di conoscenza nei confronti degli altri. Non più programmi calati dall’alto, ma un programma al quale tutti sono chiamati a dare il loro contributo sfruttando al massimo le conoscenze che ognuno di noi ha nel suo specifico campo. Il tutto avverrà a mezzo dei comitati che si sono creati, che si stanno creando e che si creeranno nelle varie zone.
È un progetto aperto, nel senso che chiunque, anche chi non se la sente di aderire pienamente o che, probabilmente, non voterà mai il partito, può dare il proprio contributo ed esporre le sue idee. In questo senso si spiegano anche gli inviti e gli interventi di persone venute a Verona che ben difficilmente faranno parte in pianta stabile del movimento: da Visco a Pasquino, da Seminerio a Gulli etc. Tutto questo per fare cosa? Innanzitutto per recuperare la fiducia nella politica che ormai in tantissimi hanno perso, anche perché è la stessa politica che li ha spinti a questo con eletti che, in quanto nominati, non rispondono più ai loro elettori, e con azioni e governo e quant’altro che spesso vanno in senso contrario a quanto promesso in campagna elettorale.
È chiaro che il progetto è quello di recuperare quei valori di sinistra (uguaglianza, legalità, equa distribuzione delle ricchezze etc.) che per qualcuno sono ormai obsoleti e non più praticabili nel periodo in cui viviamo. Come dicevo, i tempi non saranno necessariamente brevi. Tutto è ancora un work in progress, a cominciare dai comitati stessi, ma l’importante è che la macchina sia partita. Certo, è un lavoro improbo e dai risultati incerti, soprattutto in considerazione della mentalità e/o degli interessi dell’italiano medio (sapete come la penso in proposito), ma il non provare a renderlo Possibile sarebbe un peccato ancora più grave.
Un abbraccio a tutti

 

#cop21: luci ed ombre

segnalato da Barbara G.

Clima: un passo verso la sostenibilità dopo 20 anni d’inerzia. Ma non basta – Il commento di Luca Mercalli

Luca Mercalli (*) – rsi.ch, 13/12/2015

Quasi tutti i paesi che hanno partecipato alla XXI Conferenza sul clima delle Nazioni Unite (COP21) a Parigi hanno sottoscritto sabato il testo dell’accordo sul clima che prevede, tra le altre cose, misure concrete per mantenere il surriscaldamento del pianeta al di sotto dei due gradi centigradi: un passo definito enorme dall’amministrazione Obama, un accordo storico secondo il primo ministro francese Manuel Valls. Di seguito vi proponiamo il commento di un esperto: quello del meteorologo e climatologo italiano Luca Mercalli.

Luca Mercalli

L’elemento che più ha caratterizzato i negoziati del clima a partire dalla conferenza del 1992 a Rio de Janeiro, è stato la lentezza. Lenta l’acquisizione di consapevolezza, lente le poche decisioni, lente le loro applicazioni. Oltre vent’anni persi nell’indugio e nei tentennamenti, con la sola parentesi del Protocollo di Kyoto come provvedimento concreto di riduzione delle emissioni, peraltro realizzato solo parzialmente da alcuni Paesi europei e disatteso da gran parte delle economie sviluppate che avrebbero dovuto rispettarlo. Ora, alla ventunesima conferenza, finalmente l’approvazione di un trattato universale, che coinvolge cioè tutti i Paesi del mondo, sia pure con modalità diverse, e che si dà obiettivi ambiziosi di contenimento dell’aumento termico da qui al 2100 anche al di sotto dei 2 °C.

Certo, è stato emozionante ascoltare il discorso commosso di Laurent Fabius e le parole incoraggianti di François Hollande: alle 19,30 di sabato 12 dicembre 2015, non c’è dubbio che sia stata raggiunta un’intesa epocale, mettere d’accordo 187 di 195 governi su un tema tanto cruciale quanto complesso scientificamente, socialmente ed economicamente, è stata – secondo il segretario delle Nazioni Unite Ban-Ki-Moon – l’impresa diplomatica forse più difficile della storia. Sono quindi giustificati i dieci minuti di applausi liberatori alla chiusura della conferenza, peraltro avvenuta con 24 ore di ritardo, dopo due settimane di febbrile attività, di giorno ma soprattutto di notte!

Ma tutto ciò, se certamente rallegra noi umani, in quanto rappresenta una rilevante svolta politica dopo un’inerzia ventennale, è tuttavia una ben modesta acquisizione per le rigide e ineluttabili leggi fisiche che governano l’atmosfera. Leggi con le quali non è possibile negoziare, nemmeno con l’ “Indaba”, il metodo decisionale partecipato della cultura zulu proposto dal Sud Africa per sbloccare le trattative a Parigi.

Vero che ora abbiamo un pezzo di carta condiviso che sancisce l’intenzione di limitare a meno di 2 °C il riscaldamento globale entro il 2100 rispetto all’era preindustriale, ma per il momento le proposte di riduzione delle emissioni messe sul piatto dai vari Paesi non sono ancora sufficienti, e sommate insieme sono più vicine a 3 °C che a 2 °C. Questo è dunque solo un punto di partenza, che ha bisogno di essere consolidato da scelte molto concrete e rapide in termini di uscita dall’uso dei combustibili fossili, efficienza energetica, abbattimento degli sprechi e diffusione delle fonti rinnovabili, salvaguardia dei suoli, stop alla deforestazione, agricoltura sostenibile, contenimento del consumo di carne. Significa anni di lavoro, miliardi di pannelli solari, di auto elettriche, di turbine eoliche, di coraggiose tassazioni delle emissioni, e soprattutto di tanta educazione verso un nuovo percorso di sostenibilità globale compatibile peraltro con le differenze economiche e sociali di 7,3 miliardi di cittadini. Roba da far tremare i polsi, anche perché il tempo tecnico per piegare la curva climatica dai terribili 5 °C in più a fine secolo nel caso non si facesse nulla, ai meno preoccupanti 2 °C oggetto dell’accordo parigino, è poco, drammaticamente poco: una quindicina d’anni. Non scendo qui nei dettagli tecnici della diplomazia e burocrazia climatica discussi alla Cop21, forse qui sono superflui, e comunque sempre perfezionabili in un futuro speriamo molto prossimo.

Concludo questo ragionamento fatto a caldo sull’onda di speranza che giunge da Parigi con una metafora: per un attimo, fino a venerdì sera, leggendo i commenti a volte meschini di certi Paesi emergenti che ostacolavano il successo della conferenza per meri interessi locali, mi è sembrato di vedere l’umanità viaggiare su un aereo a corto di carburante e in procinto di precipitare, dove, invece di concordare tutti insieme un atterraggio di emergenza, si perde tempo a litigare tra chi ha volato in prima classe e chi è rimasto nella stiva. E’ vero che le responsabilità storiche tra chi ha inquinato di più e chi deve ancora godere dei frutti dello sviluppo sono innegabili, ma ora la priorità è non schiantarsi al suolo. Quello che è stato deciso il 12 dicembre 2015 è senza dubbio un atto di saggezza collettiva, che mentre predispone l’inderogabile salvataggio dell’aeromobile, cercherà anche  di offrire a tutti un buon paracadute sotto forma di finanziamenti e trasferimento tecnologico verso i Paesi meno abbienti e piani di adattamento per le conseguenze di quella parte di riscaldamento che non si potrà più evitare.

Come dire che nella planata finale sicuramente ci si farà un po’ male, ma non troppo

DossierCaccia ad un accordo sul clima

 (*) Presidente della Società meteorologica italiana

Il lago Oroumieh in Iran ha perso l’80% della sua superficie negli ultimi decenni

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Cop21, cosa dice l’accordo di Parigi, chi vince, cosa dicono gli ambientalisti

di Martino Mazzonis . left.it, 12/12/2015

La conferenza di Parigi ha raggiunto un accordo sul clima. A dispetto della grancassa che sentiremo nelle prossime ore, è un accordo medio, che non contiene alcune cose fondamentali.  Ma è un passo in avanti e non un passo indietro. Ed è la sanzione planetaria che i governi devono lavorare e preoccuparsi per il cambiamento climatico. E farlo in fretta.

I punti salienti dell’accordo, riassunti nell’infografica di France Press, sono:

  • Mantenere il riscaldamento del pianeta sotto i 2 gradi centigradi e puntare all’1,5 prima del 2100
  • Finanziare la lotta al riscaldamento con 100 miliardi resi interamente disponibili da parte dei paesi ricchi entro il 2025. I Paesi sviluppati devono fornire i mezzi, gli altri sono invitati a farlo.
  • Impegno dei paesi ricchi a continuare a ridurre le loro emissioni e impegno dei meno sviluppati ad avere quello come obbiettivo (una vittoria dei più poveri). Riconoscimento dei pericoli e dei rischi per alcuni Paesi in aree particolarmente fragili del pianeta.

Raggiungimento del picco di emissioni planetario entro il 2050, poi riduzione.

Il risultato è una mezza vittoria dell’Europa e di alcuni Paesi più ricchi e una mezza sconfitta per i Paesi emergenti o petroliferi come Arabia Saudita, Cina, India. Questi volevano obbiettivi meno drastici e in passato erano stati alleati con i Paesi del Sud del mondo più poveri (il G77). Stavolta i più poveri e messi a rischio dal cambiamento climatico hanno preferito (e imposto) ai ricchi come Europa e Canada di mettere più soldi sul tavolo in cambio dell’accettazione di obbiettivi più ambiziosi. Questa alleanza è quella che ha prodotto l’accordo – poi se India e Cina ci stanno vuol dire che il testo è atento ai loro bisogni e che anche quei governi sono preoccupati. Poi c’è la vittoria politica di Hollande e Fabius, ma questa è politica interna francese e non è detto che conti. Anche gli Usa vincono: volevano un accordo chiaro, ma non lo volevano vincolante.

L’accordo di Parigi non ha obiettivi nazionali di riduzione delle emissioni giuridicamente vincolanti – cosa che gli europei chiedevano e gli Usa no, perché Obama sa che un accordo vincolate non sarà ratificato dal Congresso. Il suo successo nel raggiungere gli obbiettivi dipenderà in larga misura dall’efficacia di un nuovo sistema per controllarei progressi di ciascun paese ed aumentare gli obiettivi ogni cinque anni. Il fatto che l’impegno sia stato preso da quasi tutte le delegazioni presenti è comunque un buon risultato, segno che la pressione della società civile (e della realtà che bussa alla porta dei governi) qualche effetto lo ha avuto.

L’obiettivo di limitare il riscaldamento globale “ben al di sotto” di 2 gradi Celsius, e quello cercato di non superare gli 1,5 gradi, potrebbe essere uno sprone e un’indicazione che la strada da seguire è quella anche per le grandi imprese. Un limite grave è che l’accordo entra in vigore nel 2020, anche se si invitano tutti a iniziare prima. L’accordo raggiunto ad oggi – poi c’è la promessa di rivedere e migliorare ogni cinque anni- non limita il riscaldamento a 2 gradi ma a 3. E, come si sapeva da giorni (lo aveva scritto Raffaele Lupoli qui qualche giorno fa), fuori da ogni impegno preso restano traffico marittimo e aereo. Un pessimo affare e un compito per la società civile planetaria: fare enormi pressioni sull’industria aerea. I paesi si devono comunque sbrigare ad agire, spendere e rendere disponibile le risorse promesse ai più poveri. Senza questo e grandi investimenti in tecnologie che consentano il risparmio energetico, restiamo nei guai. Parigi è un mezzo passo in avanti, probabilmente ne serviranno altri. Un fallimento sarebbe stata una catastrofe.

Qui sotto alcuni tweet di figure importanti del movimento ambientalista mondiale o di organizzazioni ambientaliste. Bicchiere mezzo e mezzo. E una chiamata alle pacifiche armi della pressione su tutti i governi della Terra.

Bill McKibben, 350.org: «L’accordo non salva il pianeta, ma salva la possibilità di salvarlo. Lotteremo fino all’ultimo respiro».

Greenpeace: Parigi mette i combustibili fossili dalla parte sbagliata della storia. Ora lotteremo in milioni per metterli fuori mercato.

Tanseem Essop, della delegazione Wwf a Parigi: Anni di duro lavoro alle spalle e anni duri a venire. Un movimento forte, unito e globale porterà il cambiamento».