La chiarezza non ci basta

Sulla morte di Giulio Regeni l’Italia non può chiedere solo chiarezza

Forze di sicurezza egiziane davanti all’obitorio dove è stato portato il corpo di Giulio Regeni, il 4 febbraio 2016 (Mohamed Shahed, Afp)

di Christian Raimo – internazionale.it, 5 febbraio 2016

I ragazzi muoiono. Giulio Regeni aveva 28 anni ed era al Cairo a fare una ricerca di dottorato sull’economia egiziana. In realtà – credo sia evidente a tutti – era uno che faceva coraggiosamente anche il giornalista free lance e cercava di riportare un minimo di verità e di luce su un paese governato dal regime militare oppressivo guidato dal generale Al Sisi. Era un giornalista senza protezione, il Manifesto che pubblicava i suoi pezzi era purtroppo una testata debole per garantirgliene una.

Soprattutto se si tiene conto che negli ultimi due anni in Egitto sono state uccise – stando ad Amnesty international – 1.400 persone ritenute oppositori del regime, e che nel paese sono all’ordine del giorno arresti di giornalisti indipendenti. L’impunità dei militari non si ferma neanche di fronte all’autorevolezza di un network come Al Jazeera: ad agosto due suoi giornalisti, Mohamed Fahmy e Baher Mohamed, accusati di aver “diffuso notizie false”, erano stati condannati a tre anni (poi sono stati graziati) per aver dato attraverso le loro inchieste copertura mediatica alle attività dei Fratelli musulmani.

Dall’altra parte però la morte di Giulio Regeni non parla soltanto del metodo intimidatorio del potere di Al Sisi, ma anche della debolezza che spesso il governo italiano mostra in queste situazioni. Possiamo sperare che stavolta sia diverso, ma è un fatto innegabile l’indulgenza che Matteo Renzi ha mostrato più volte nei confronti dell’autoritarismo di Al Sisi, a partire dall’imbarazzantissima intervista di luglio ad Al Jazeera quando lo definì “a great leader”, derubricando la questione degli attacchi seriali ai giornalisti a una sorta di inevitabile danno collaterale del nuovo potere egiziano.

Ma l’aspetto ancora più triste della morte di Giulio Regeni – che ha tutti i tratti di un omicidio per agguato e morte per tortura per il quale Renzi chiede semplicemente “chiarezza” – è che non è e non sarà un caso isolato.

Succede anche in un Paese come l’Italia, così preso dalle piccole beghe nazionali e devastato dall’antipolitica, che ci siano ragazzi e ragazze, uomini e donne che partono per documentare la violenza di regimi oppressivi e aiutare le popolazioni coinvolte. È accaduto a Giovanni Lo Porto, il cooperante ucciso in Pakistan da un attacco con i droni statunitensi, per il quale il governo italiano non è riuscito ad avere informazioni e scuse adeguate dal presidente Obama e ad allestire un decente momento di commemorazione nell’aula di Montecitorio.

È accaduto ad Andrea Rocchelli, fotoreporter ucciso in Ucraina nel maggio del 2014, che non ha meritato nemmeno una dichiarazione di condoglianze da parte di Renzi, e per cui – come ha ricordato recentemente Lucia Sgueglia – è stata aperta un’inchiesta di cui non importa a nessuno e che sta cadendo nel vuoto.

In tutto questo colpisce ascoltare ogni volta il presidente del consiglio parlare della sua vocazione politica come quella di un ragazzo che ha scelto di impegnarsi perché si trovava nel mezzo di quella grande fase di pacifismo internazionale degli anni novanta, negli anni della mobilitazione contro la violenza delle guerre nell’ex Jugoslavia e dei massacri in Ruanda. Di quella vocazione evidentemente non è rimasto molto.

***

Il dolore e gli avvoltoi

Giulio Regeni

di Norma Rangeri – ilmanifesto.info, 6 febbraio 2016

Tutto il Manifesto in questo momento è accanto alla famiglia di Giulio Regeni, per condividere con i genitori il dolore di chi ha perso un figlio nel modo più crudele e violento. Un ragazzo che li rendeva orgogliosi perché studiava e univa l’impegno civile al suo lavoro di ricercatore. Una giovane persona curiosa del mondo, attenta ai problemi sociali di un paese dove il dissenso non solo non viene tollerato ma è selvaggiamente represso con il carcere, le sparizioni, le uccisioni.

Della sua profonda passione e della forte partecipazione alle vicende di quel paese è del resto piena testimonianza l’articolo che ieri abbiamo pubblicato sul nostro sito, e poi sul giornale. È il racconto, preciso e appassionato, di un’assemblea sindacale. Giulio spiega la difficoltà dei lavoratori del settore pubblico, la mancanza di democrazia nell’organizzazione del sindacato egiziano, e la fatica di opporsi al programma di privatizzazioni iniziato ai tempi di Mubarak in un paese ormai martoriato dalla repressione feroce di un regime sanguinario. Nel suo reportage si approfondisce l’analisi sociale e se ne ricava il giudizio politico, con la consapevolezza che tutto, libertà, lavoro e diritti, viene oggi giustificato, in quel paese, dalla guerra al terrorismo. E forse, leggendolo, la polemica nata attorno all’affrettata diffida scritta a nome della famiglia, potrà stemperarsi e trovare nella concitazione di quelle ore terribili, la sua unica, comprensibile spiegazione.

Ma nulla, purtroppo, può sfamare gli avvoltoi che hanno infierito in queste ore su Giulio Regeni. Quegli avvoltoi che vivono nella Rete e che lo hanno arruolato nei servizi segreti italiani coprendo la sua vita di fango, come a giustificare la sua morte. Purtroppo a questi bassifondi dell’informazione siamo abituati perché, come abbiamo scritto, siamo un giornale di frontiera che ha già vissuto sulle sue povere ma robuste spalle altri drammi e tragedie, sempre e solo legate all’impegno politico e giornalistico, al dovere di testimoniare. E così è stato anche nella terribile vicenda di questo ragazzo che aveva appena iniziato a scrivere per noi perché considerava «un piacere poter pubblicare sul manifesto», considerandolo «il giornale di riferimento in Italia», come scriveva nelle mail.

Oggi il suo corpo viene restituito al nostro paese. E mentre cominciano a emergere particolari sulle torture subite, il dittatore egiziano si mostra cortese e comprensivo verso il governo italiano messo nel grave imbarazzo di ritrovarsi il cadavere di un giovane italiano mentre discute di affari con il nostro ministro dello Sviluppo economico. L’incidente va archiviato, magari con la punizione esemplare di qualche poliziotto (si parla di due arresti). Uno di quelli indicati da Mona Seif, nota attivista dei diritti umani, autrice di un appello agli stranieri di non recarsi in questo momento nel suo paese dove «qualsiasi poliziotto di qualsiasi grado si sente in diritto di detenere e magari torturare chiunque cammini per strada».

Il caso Regeni va dunque risolto il più rapidamente possibile, così da riprendere presto le normali, anzi, le privilegiate, relazioni tra l’Egitto e l’Italia. Un punto fermo della nostra politica internazionale, una corsia preferenziale sullo scacchiere mediorientale, specialmente in vista di probabili, ravvicinati interventi militari in Libia, con il dittatore Al-Sisi schierato dalla parte giusta. Si chiama real-politik.

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191 comments

  1. riunione organizzativa del comitato che appoggia bassolino (non è uno scherzo, l’ha twittata lui)

    (e forse – dico forse – sarà addirittura la proposta ‘meno peggio’ tra tutte….)

  2. Mah, continuo a non capire
    A me ciò che è successo a a Milano con le primarie sembra molto chiaro
    A Milano, approfittando della mancata ricandidatura di Pisapia, Renzi ha presentato il suo candidato. In modo giusto e legittimo
    L’altra parte di pd, quella più a sinistra, è quelli che hanno accetta di restare in coalizione e partecipare alle primarie (Sel per intenderci), sono entrati nel pallone. E colui (pisapia ) che avrebbe dovuto dare una linea per contrastare Sala non solo non ci è riuscito ma ha contribuito al successo del manager, con una doppia candidatura che ha disperso a favore di Sala dei possibili avversari
    Quindi alcune cose
    1. Sel era in coalizione a mezzo servizio. Già aveva preannunciato tempo fa che i caso di vittoria di Sala non avrebbe ritenuto vincolante l’accordo
    2. A prescindere dalla decisione di Sel l’accordo è morto nei fatti. Come dicevo prima, non solo molti elettori di Sel, ma anche elettori pd che hanno votato Majorino o la Balzani, a giugno non andranno a votare Sala. E comunque all’interno del Pd milanese i mal di pancia non sono meno forti rispetto a quello nazionale
    3. 61.000 votanti alle primarie. Il dato, checché se ne dica è di tutto rilievo. Oggi nessuno riuscirebbe in Italia a fare altrettanto. Ma va analizzato.
    Le scorse primarie, il 2011, che hanno incoronato Pisapia, contavano 67.000 partecipanti. Ma in un solo giorno (e pioveva uguale), con trenta seggi in meno rispetto a ieri.
    Età media dei votanti altissima. In alcuni seggi nemmeno un votante sotto i 25 anni.
    Altro dato da non sottovalutare, il voto è aumentano i quartieri centrali e diminuito nelle periferie (dove però aumentavano le preferenze per i due di “sinistra ). Quindi qualcuno che aveva già ritenuto morto il centrosinistra c’era
    Ultimo dato, di colore, ma chissà. ….entusiasmo zero per queste primarie.

    Ora, queste cose che ho scritto, sommate al fatto che (mi spiace Luis e dani) a Milano i 5 stelle hanno poco appeal e una candidata su cui rispondi commenti, mi suggeriscono una cosa.
    Cioè che quella seconda occssione regalata a un’ipotetica e auspicabile formazione politica alternativa, se qualcuno ha un minimo di fiuto politico, non va sprecata

    Comunque oggi il centrodestra la lega presentano il candidato. Parisi, ex dg del giunta Albertini.
    I giochi sono tutt’altro che fatti

    ps. @mario Milano e Torino partono da due presupposti completamente diversi. E ti garantisco che se ieri avesse vinto Majorino o la Balzani oggi, quanto meno su Sel e la minoranza pd staremmo facendo altri ragionamenti

        1. E Vabbe
          continua ad arrotolati il cervello sulle operazioni nascoste tra pisapia, Balzani, sala e Renzi.
          E non dimentichiamoci dei cinesi

            1. Barbara, da tre giorni cerco di fare un discorso che vada oltre i sospetti e le trame del Pd
              Ma a quanto pare non ci riesco
              Va bene uguale

              1. detto con sincerità, per quanto mi sforzi non riesco più a concepire un PD senza trame.
                ma a parte questo, il pasticcio balzani pisapia lo ha confezionato un po’ prima della candidatura di sala. tra l’altro la sua ex vice, quella che lui avrebbe voluto lanciare, ha poi sostenuto sala.
                una volta aver avuto conferma ufficiosa della candidatura di sala poteva anche stoppare la balzani.

    1. Ps2. Riessumo il papiro che mi è partito in poche parole
      Queste primarie sono servite a rimettere a posto alcuni tasselli, a far capire chi è cosa
      Speriamo qualcuno li sappia leggere

    2. il fatto che renzi abbia proposto il suo candidato: lo ha fatto ovunque ovvio che ne avrebbe trovato uno anche per milano. Ma che adesso il piddini metropolitani vengano a dire “sarà un problema lavorare con sala e i suoi” francamente lo trovo ridicolo. Dicevano chiaramente che non era gradito e che era il caso di proporre qualcun altro…ci vogliono le palle, però….

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