Non mi fido dei giornali

L’informazione attendibile? Per gli Italiani è in rete

di Andrea Ceron e Luigi Curini – lavoce.info, 26 gennaio 2016

Più della metà degli italiani sono convinti che la rete sia una fonte di informazione credibile. E non sono pochi quelli che la ritengono molto più attendibile dei giornali. Eppure, nei momenti di crisi sono i media tradizionali a generare un circolo virtuoso della fiducia verso le istituzioni.

Quanta fiducia nel web

La rete sembra godere di un ottimo stato di salute in Italia quanto ad attendibilità. Almeno questo è quanto emerge dall’ultima analisi Eurobarometro disponibile sul tema (l’Eurobarometro 82.3), che ha monitorato l’opinione pubblica in trentaquattro paesi europei. Con un 58,2 per cento di cittadini che considerano il web come una credibile fonte di informazione, l’Italia si colloca infatti in cima (sesto posto complessivo) alla classifica europea di chi esprime fiducia nei confronti della rete, addirittura prima tra i grandi paesi.
Il dato è considerevole ed è di quasi 10 punti superiore alla media europea (49,1 per cento), di 18 punti rispetto alla Spagna, di 23 rispetto alla Germania e di quasi 30 rispetto a Gran Bretagna e Francia.

Il grado di fiducia che gli italiani ripongono nel web è addirittura così elevato da risultare sensibilmente superiore a quello di cui gode la carta stampata, che rimane sì positivo, ma si ferma al 53,5 per cento.
Quel che più sorprende è però quel 17,6 per cento di italiani che si fidano della rete, ma non della carta stampata.

Il profilo di chi non si fida dei giornali

Ma chi sono costoro? E cosa li contraddistingue sulla base dei dati dell’Eurobarometro?
In prevalenza si tratta di uomini, tra i 35 e i 54 anni, interessati alla politica e che ne discutono attivamente. Contrariamente a quanto ci si potrebbe immaginare, coloro che guardano alla rete come “unico” medium in cui riporre la propria fiducia sono cittadini di ceto medio-alto, che si dichiarano soddisfatti della propria vita e del proprio lavoro, ideologicamente moderati e che non sono necessariamente euroscettici, almeno non più della media, né tantomeno più anti-immigrati.
Il giudizio negativo nei confronti del mondo del giornalismo viene peraltro da cittadini civicamente attivi che considerano la democrazia come un valore importante e che, paradossalmente, leggono spesso i quotidiani (solo il 6 per cento dichiara infatti di non farlo).
Insomma, nonostante bufale e teorie del complotto (o forse proprio per questo?), l’informazione disintermediata di Internet sembra piacere anche a chi sembra realmente difficile da relegare a un ruolo di “outsider”. Un dato che dovrebbe preoccupare? Forse sì, per almeno un paio di ragioni.
Il ruolo dei media tradizionali nelle democrazie occidentali è stato, da sempre, un tema molto discusso. Nonostante alcuni ritengano che giornali e televisioni (enfatizzando spesso i toni polemici) possano produrre disaffezione, prevale tra gli scienziati sociali l’idea che i media siano ancora in grado di generare un circolo virtuoso della fiducia verso le istituzioni, accrescendo il sostegno verso il regime democratico proprio di quei cittadini civici che sono parte integrante del sistema.
Questo è vero anche, se non soprattutto, in periodi caratterizzati dal verificarsi di scandali di natura politica, come quello che stiamo vivendo in Italia e non solo. In particolare, uno studio recente evidenzia come la stampa, in momenti di crisi, dia visibilità anche al punto di vista delle élite democratiche messe sotto accusa. Viene così garantito uno spazio per ribattere alle critiche e la diffusione delle contro-argomentazioni permette, in determinate circostanze, di contrastare il generale distacco da parte dei cittadini, fino a ripristinare, in modo sorprendente, un più alto grado di sostegno alla democrazia.
In rete, al contrario, tende a prevalere il risentimento verso le istituzioni colpite dagli scandali. Si finisce in altri termini per dare spazio – in modo univoco –a opinioni e notizie “negative” che spesso producono una sorta di “effetto eco” che va ad alimentare i sentimenti antipolitici e la generale disaffezione (anche in chi all’inizio disaffezionato non lo era).
La maggior negatività indica che la rete sia in senso metateorico più “cattiva”? Non necessariamente. Lasciando da parte ogni tentazione di determinismo tecnologico, i dati qui discussi servono solo a ricordarci quanto sia importante il ruolo che il giornalismo ricopre nelle democrazie, in tutte le sue varianti, comprese quelle “liquide”.
Capire le ragioni del perché quasi un italiano su cinque non abbia più fiducia nella carta stampata, ma invece ne abbia – almeno apparentemente – nell’oracolo Internet, è una sfida che acquista un valore niente affatto banale.

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46 comments

  1. il commento del fesso amante della merda (parole sue, quindi non offensive), mi fa pensare a come le cose possano essere travisate.
    Il web e le “competenze” che vi si possono trovare, i consigli gratuiti, i tutorial, wikipedia (che personalmente finanzio ogni anno), e quanto altro, mi fanno pensare al “caffè pagato” di Napoli.
    Si tratta di una forma di socialità che coinvolge un po tutti. Non si tratta di “fessi che vogliono tutto gratis”, ma di persone che mettono a disposizione di chi ha meno mezzi un pezzetto delle loro conoscenze (guadagnate con lavoro, esperienza etc).
    Poi si agganciano i discorsi anti sistema, il peer to peer di cui antonio ci promette di parlare da un po’ (a meno che non me lo sia perso o non mi ricordi), e anche quelli che per il loro “servizio gratuito” vengono in realtà pagati dai vari google o YouTube, ma penso ci siamo capiti.

    Altrimenti sarebbe come ridurre, appunto, la cultura del caffè pagato, ad una torma di tirchi che non vogliono pagare il caffè. Un pensiero che non ho difficolta ad abbinare a certi simpatici personaggi.

  2. Non è difficile capire perchè un italiano su cinque non abbia più fiducia nella carta stampata. Quello che è incomprensibile è perchè mai i restanti quattro quinti continuino ad averla. E non parlerei solo di carta stampata. Parlerei di informazione in toto.
    Il degrado dell’informazione non è solo italiano. Ma noi siamo particolarmente beceri.
    E lo siamo per alcuni motivi, tra cui uno che quasi sempre si dimentica, ma che io considero il peccato originale: la qualità professionale media degli operatori dell’informazione.
    Per qualità intendo il loro livello medio di cultura generale, la capacità di comprendere scenari e processi in cui si inscrivono i fatti che vengono raccontati, le competenze.
    Questa qualità ha subito un “dumbing down” violento a partire dagli anni ’90. Ed ha a che fare (toh, che sorpresa) con il mercato del lavoro giornalistico.
    Nel settore editoriale, a partire da quegli anni, è stata avviata una violenta e selvaggia deregulation del lavoro.
    A fronte di un mercato del lavoro giornalistico che era tra i più garantiti e che si muoveva come una corporazione, si è aperto (e il sindacato dei giornalisti ha una responsabilità da pena capitale per averlo permesso) una specie di secondo fronte: lentamente all’inizio, poi in modo sempre più accelerato, si è consentito che a scrivere le notizie fossero giovani (o anche meno giovani) senza alcun tipo di contratto, persone che venivano pagate a pezzo, a riga, a numero di caratteri.
    I cosiddetti – allora – collaboratori che oggi vengono chiamati free-lance.
    Persone che erano disposte a tutto pur di vedere la loro firma sul giornale. Anche a lavorare gratis.
    Uno sfruttamento del lavoro che nessuno ha mai voluto veramente vedere e fermare.
    Questo ha portato nel giro di un decennio ad una situazione in cui notizie importanti, dagli impatti delicati e difficili da maneggiare, erano “messe in mano” a persone di cui nessuno controllava la preparazione, la competenza. E che venivano pagate due, cinque, dieci euro a pezzo. Quali sono le conseguenze del fatto che sai che riceverai due euro per un lavoro che – se ben fatto – richiede una giornata di lavoro?
    Sono svariate, ma una è sicura: non ti prendi il tempo di controllare le fonti, di verificare i dati. Scrivi la prima cosa che ti capita tra le mani.
    Nello stesso tempo il sistema aveva subito un’altra modifica strutturale: la fonte primaria dei guadagni editoriali non era più la “vendita” di notizie ma era la pubblicità che veniva veicolata assieme alle notizie, sia nei contenitori cartacei che in quelli televisivi.
    Quindi ad un editore degli anni ’90 non importava granchè della qualità di quel che scrivevano i suoi giornalisti. Importava che costasse poco, sempre meno.
    Ovviamente, se tu sei un collaboratore pagato cinque euro a pezzo e non sai mai se ne scriverai un altro, la possibilità di convincere il caporedattore a pubblicare storie e notizie “non conformi”, scomode, difficili è pari a zero. Così scompaiono tutte le notizie non omologate. La qualità generale dell’informazione precipita.
    La nostra situazione è particolarmente becera perchè noi avevamo il mercato del lavoro giornalistico più chiuso e rigido. Mentre all’estero esisteva un frame normaivo per i giornalisti non contrattualizzati, i free lance, appunto. Che garantiva sia un livello minimo di decenza nei compensi che un minimo di tutela prevdenziale. E una certa selezione sulle competenze. Noi invece siamo passati dal recinto chiuso della corporazione alla deregulation selvaggia. La nostra selezione avveniva sul prezzo. Punto.
    Tutto questo ha portato ad una fortissima pressione al ribasso anche degli stipendi di chi un contratto ce l’ha. Per fare un esempio: un giornalista appena assunto oggi ha uno stipendio di circa 900 euro al mese. Il mio primo stipendio, trent’anni fa, è stato di un milione e ottocentomila lire.
    Contemporaneamente i tempi di lavoro di chi sta in redazione sono stati progressivamente accelerati, mentre molte funzioni che un tempo erano svolte da correttori/tipografi sono state impacchettate dentro i computer dei giornalisti. Oggi chi fa la cosiddetta “macchina” è probabilmente un bravo tipografo, ma non ha tempo di cercare/verificare/elaborare le notizie.
    Il risultato finale è un’informazione, fatta da gente sotto o niente pagata, che non vale niente. Peggio che niente perchè ingolfa di fuffa i canali attraverso cui le pubbliche opinioni si formano (e sono quelle che votano, eh!).

    P.s. Quanto all’informazione in rete lasciamo perdere. In rete si trovano i pareri, più o meno intelligenti, di un sacco di gente. Ma sono, e restano, opionioni più o meno personali. Raccogliere, controllare, elaborare informazioni è un lavoro che richiede tempo, fatica e anche, scusate tanto, competenze. Ed è per questo che deve essere pagato. In rete ho trovato molto raramente vere informazioni.

      1. Concordo che deve essere pagato, ma devono essere i lettori i soli a pagare un prodotto che reputano valido. Se invece si danno sovvenzioni statali a pioggia è ovvio che il prodotto sarà meno valido e piu di parte.

        Il pd sta preparando la legge da portare in aula per finanziare l’editoria ed è attualmente previsto che parte del canone rai (100 milioni) siano utilizzati dallo Stato per finanziare i giornali e tv locali.

        Poi ci si meraviglia se la gente non si fida dei giornali

        1. Luigi, fermo restando che la stampa italiana, quanto ad indipendenza , a livello mondiale è messa parecchio male, nelle nazioni, dove finanziamenti statali non ci sono, vedi USA, la stampa è in mano a grandi tycoon , non mi pare sia molto più indipendente.
          Poi, che vuol dire indipendente relativamente alla stampa?
          Da sempre i giornali hanno, chi più chi meno espresso le idee della proprietà ; se mai, dovremmo chiederci, che fine hanno fatto i giornalisti liberi?

    1. eh… la sbornia del web in cui tutto è gratuito…

      e la gente (i fessi) che non vedrebbe l’ora di mettere le proprie competenze, la propria professionalità, il proprio talento, ecc. a disposizione di tutti GRATUITAMENTE, perché è così “social”…

      “Intelligenza collettiva” sta grandissima ciolla, direi.
      Piuttosto mediocrità diffusa, quando va bene, mischiata a vere e proprie panzane deliranti per far abboccare i tonni.

      Spero finisca presto questa TRANSIZIONE, si prenda coscienza che il web è ne più ne meno che un mezzo , è fatto di contenuti e non altro (se lo riempi di tantissima merda, sempre merda è), e che i contenuti hanno un costo che in qualche modo va remunerato per quel che vale, e i contenuti di qualità costano di più (giustamente).

      1. sempre meglio di chi si sbronza a botte di renzi e e politica del fare, Anche in questo caso si tratta sempre di fessi e merda.
        Una volta si diceva “de gustibus”

  3. Il Contropelo di Massimo Rocca

    Gli avete regalato la bicicletta?

    Qualche tempo prima dello scoppio della guerra, Mussolini non soddisfatto dei suoi otto milioni di baionette, in epoca di carri armati, decise che la struttura delle nostre divisioni di fanteria dovesse passare da ternaria a binaria, cioè scendere da tre a due reggimenti ognuna. Il risultato fu che senza aumentare i soldati le divisioni si moltiplicarono. Poi andò come sappiamo. La tendenza a giocare coi numeri fa parte dell’equipaggiamento base del politico, per cui Renzi , che percula i gufi per i 764mila contratti a tempo indeterminato in più, lo capisco. Certo basta sapere le sottrazioni e togliere le 578.081 trasformazioni da rapporti a termine e apprendistati per avere la cifra dei nuovi posti reali, 186mila in un anno con quel popo’ di sgravi. Ma il problema non è quello. E che lo sa anche lui che, se la ripresa rallenta, il jobs act le imprese lo useranno per liberarsi della zavorra, e i numeri dei lavori fissi diventeranno rapidamente illeggibili. Mi ricorda Pierino che pedala velocissimo attorno a casa urlando alla mamma affacciata: guarda mamma con una mano sola, guarda mamma senza mani, guarfda mamma senfa denfi. Peccato che saranno i vostri. Ricordatevi di Oxfam

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