Economia circolare

segnalato da Antonella

traduzione di Nammgiuseppe

di Walter R. Stahel – 24 marzo 2016 –  nature.com

CircularEconomy

Quando la mia malconcia Toyota del 1969 stava per compiere i 30 anni ho deciso che andava ricostruita. Dopo due mesi e cento ore di lavoro è tornata a casa nella sua bellezza originale. “Sono felicissimo che tu abbia comprato una macchina nuova”, ha commentato il mio vicino. La qualità è tuttora associata al fatto che una cosa sia nuova, non con la cura; l’utilizzo a lungo termine è considerato indesiderabile, non intraprendente.

I cicli, come quello dell’acqua e dei nutrienti, abbondano in natura: gli scarti diventano risorse per altri. Tuttavia gli esseri umani continuano a ‘produrre, utilizzare e eliminare’. Un terzo dei rifiuti plastici globali non è recuperato o gestito [1].

Esiste un’alternativa. Una ‘economia circolare’ trasformerebbe i beni che sono al termine della loro vita utile in risorse per altri, chiudendo i cerchi in ecosistemi industriali e minimizzando gli sprechi. [Vedere ‘Chiusura dei cerchi’).  Cambierebbe la logica economica perché sostituisce la produzione con l’autosufficienza; si riutilizzi quel che si può, si ripari quello che è guasto, si ricostruisca ciò che non può essere riparato. Uno studio di sette nazioni europee ha rilevato che una svolta a un’economia circolare ridurrebbe del 70% le emissioni di gas serra di ciascuna nazione e farebbe crescere l’occupazione di circa il 4%, la definitiva economia a basso carbonio (vedasi www.go.nature.com/biecsc).

La concezione si è evoluta dall’idea di sostituire la manodopera all’energia, descritta per la prima volta da me e da Geneviéve Reday-Mulvey quarant’anni fa in un rapporto [2] alla Commissione Europea quando lavoravamo al Centro Ricerche Battelle di Ginevra, Svizzera. I primi anni ’70 avevano visto l’aumento della disoccupazione e dei prezzi dell’energia. Da architetto, sapevo che ci volevano più manodopera e meno risorse per ristrutturare un edificio di quante ce ne volessero per erigerne uno nuovo. Il principio vale per qualsiasi bene o capitale, dai telefoni cellulari alla terra coltivabile e all’eredità culturale.

Il modello produttivo dell’economia circolare rientra in due gruppi: quelli che promuovono il riutilizzo e allungano la vita utile mediante riparazioni, ricostruzioni, aggiornamenti e ammodernamenti e quelli che trasformano beni vecchi in risorse come nuove riciclando i materiali. Le persone – di ogni età e competenza – sono centrali per il modello. La proprietà cede il passo alla gestione; i consumatori divengono utilizzatori e creatori [3]. La ricostruzione e riparazione di vecchi beni, edifici e infrastrutture crea posti di lavoro specializzati in fabbriche locali. Le esperienze dei lavoratori dal passato sono determinanti.

Tuttavia la mancanza di familiarità e la paura dell’ignoto fanno sì che l’idea dell’economia circolare sia stata lenta a guadagnarsi seguito. In quanto concetto olistico si scontra con le strutture a compartimenti stagni dell’accademia, delle imprese e delle amministrazioni. Per gli economisti che utilizzano il prodotto interno lordo (PIL), creare ricchezza producendo cose che durano è il contrario di quanto hanno appreso a scuola. Il PIL misura il flusso finanziario in un dato arco di tempo; l’economia circolare conserva le scorte fisiche. Ma preoccupazioni riguardanti la garanzia delle risorse, l’etica e la sicurezza, nonché per la riduzione dei gas serra, stanno spostando il nostro approccio al considerare i materiali come cespiti da preservare, piuttosto che da consumare in continuazione.

Nel decennio scorso la Corea del Sud, la Cina e gli Stati Uniti hanno avviato programmi di ricerca per promuovere l’economia circolare incoraggiando la ricostruzione e il riutilizzo. L’Europa sta muovendo piccoli passi. La Fondazione Svedese per la Ricerca Ambientale (Mistra) e il programma Orizzonte 2020 della UE hanno pubblicato la loro prima richiesta di proposte di economia circolare nel 2014. La Commissione Europea ha sottoposto un Pacchetto di Economia Circolare al Parlamento Europeo lo scorso dicembre. Dal 2010 la Fondazione Ellen MacArthur, fondata dalla velista da giro del mondo, ha promosso l’idea presso produttori e decisori politici. E concetti di economia circolare sono stati applicati con successo su piccola scala sin dagli anni ’90 in parchi eco-industriali quali il Kalundborg Symbiosis in Danimarca e in società che includono la Xerox (con la vendita di merci modulari sotto forma di servizi) e la Caterpillar (con la ricostruzione di motori diesel usati) e la USM Modular Furniture. Vendere servizi in luogo di merci è cosa familiare negli alberghi e nei trasporti pubblici; deve diventare una tendenza dominante nel campo dei consumatori.

Pochi ricercatori stanno prestando attenzione. L’eccellenza nelle scienze metallurgiche e chimiche è una precondizione perché un’economia circolare abbia successo. Tuttavia c’è troppo poca ricerca sull’individuazione di modi per insiemi di materiali a livello atomico. La struttura di un’auto moderna incorpora più di una dozzina di leghe di acciaio e di alluminio, ciascuna delle quali va recuperata.

Il sapere riguardante l’economia circolare è concentrato in grandi industrie e disseminato in piccole e medie imprese (PMI). Deve essere introdotto nel mondo accademico e in quello dell’addestramento professionale. Un vasto movimento “dal basso” emergerà soltanto se le PMI potranno assumere diplomati che abbiano la competenza economica e tecnica per cambiare i modelli aziendali. I governi e i regolatori dovrebbero adattare le leve politiche, compresa la tassazione, alla promozione di un’economia circolare nell’industria. E gli scienziati dovrebbero scrutare l’orizzonte in cerca di innovazioni che possano essere brevettate e concesse in licenza per aprire la via a maggiori balzi in avanti nella scissione delle molecole per il riciclo degli atomi.

Pensiero sistemico

Ci sono tre grandi generi di economia industriale: lineare, circolare e prestazionale.

Un’economia lineare scorre come un fiume, trasformando risorse naturali in materiali di base e prodotti per la vendita mediante una serie di passi che aggiungono valore. Nel punto vendita la proprietà e la responsabilità dei rischi e dei rifiuti sono trasferite all’acquirente (che a quel punto è proprietario e utilizzatore). Il proprietario decide se i vecchi pneumatici saranno riutilizzati o riciclati – sotto forma di sandali, corde o paraurti – oppure mandati in discarica. L’economia lineare è mossa dalla sindrome “più grande-migliore-più veloce-più sicuro”; in altri termini dalla moda, dalle emozioni e dal progresso. È efficiente nel superare la scarsità, ma sregolata nell’uso di risorse in mercati spesso saturati. Le imprese fanno soldi vendendo elevati volumi di merci attraenti e convenienti.

Un’economia circolare è come un lago. Il ritrattamento di merci e materiali genera posti di lavoro e risparmia energia riducendo nel contempo il consumo di risorse e i rifiuti. Pulire una bottiglia di vetro e riutilizzarla è più veloce e conveniente che riciclare il vetro o produrre una bottiglia nuova dalla materia prima. I proprietari di veicoli possono decidere se far riparare o riscolpire i loro pneumatici usati o se acquistare ricambi nuovi o ritrattati, se tali servizi esistono. Anziché essere scartati gli pneumatici usati sono raccolti da gestori dei rifiuti e venduti al miglior offerente.

Un’economia prestazionale si spinge un passo più in là vendendo merci (o molecole) sotto forma di servizi mediante modelli aziendali di affitto, noleggio e condivisione [4-5]. Il produttore conserva la proprietà del prodotto e delle risorse in esso incorporate e così assume la responsabilità dei costi dei rischi e dei rifiuti. Oltre che sulla progettazione e sul riutilizzo, l’economia prestazionale si concentra su soluzioni invece che su prodotti e realizza i suoi profitti mediante l’autosufficienza, ad esempio prevenendo gli scarti.

La Michelin, ad esempio, già dal 2007 vende l’utilizzo di pneumatici “al chilometro” a gestori di flotte di veicoli. La società ha sviluppato officine mobili per riparare e riscolpire gli pneumatici presso la sede dei clienti e mira a sviluppare prodotti con vite utili più lunghe. Gli pneumatici usurati sono inviati agli impianti regionali della Michelin per la ricostruzione e il riutilizzo. La società svizzera Elite utilizza la stessa strategia per i materassi e società tessili di noleggio offrono uniformi, tessuti per hotel e ospedali e salviette industriali come servizio.

La gestione convenzionale dei rifiuti è mossa dalla minimizzazione dei costi della raccolta e dell’eliminazione; discariche contro riciclaggio o incenerimento. In un’economia circolare l’obiettivo consiste nel massimizzare il valore in ciascun punto della vita di un prodotto. Saranno creati nuovi posti di lavoro e sono necessari sistemi in ciascuna fase.

Sono necessari mercati commerciali e punti di raccolta perché utilizzatori e produttori riprendano, riconsegnino o riacquistino indumenti, bottiglie, mobili, parti di computer e componenti edili scartati. I beni che possono essere riutilizzati saranno ripuliti e rivenduti; le parti riciclabili saranno smontate e saranno classificate in base al loro valore residuo. Le parti usurate sono vendute per la ricostruzione, quelle rotte per il riciclaggio. Tali mercati erano un tempo comuni: le bottiglie di latte e di birra e il ferro vecchio erano un tempo raccolti regolarmente presso le case. Alcuni sono riemersi come spazi globali digitali di mercato, come ad esempio eBay.

Devono essere creati anche mercati professionali (forse in rete) per lo scambio di parti usate, quali motori elettrici, cuscinetti e microchip. Anche componenti dei rifiuti liquidi, quali lubrificanti e oli da cucina e fosforo dalle acque nere, possono essere raffinati e rivenduti. Gli scienziati dovrebbero rimettere sul mercato, piuttosto che mandare in discarica, i loro strumenti usati.

Per i beni usati sono necessarie norme di gestione. L’Austria è un leader mondiale in quest’area. La raccolta e il riutilizzo di “rifiuti” sono costosi e ad alta intensità di manodopera, ma sono stati promossi nella nazione mediante modifiche alla tassazione e recuperando i costi grazie alla ri-commercializzazione piuttosto che attraverso la rottamazione delle parti.

L’obiettivo finale consiste nel riciclare gli atomi. Ciò si fa già con alcuni metalli. La società Umicore, con sede a Bruxelles, estrae oro e rame da rifiuti elettronici. La società svizzera Batrec rimuove zinco e ferro-manganese da batterie. Questi processi fanno un uso intenso di energia e recuperano i metalli solo in parte. Per chiudere il cerchio del recupero avremo bisogno di nuove tecnologie per depolimerizzare, scindere le leghe, de-laminare, de-vulcanizzare e de-rivestire i materiali.

Sono necessari metodi e attrezzature per smantellare infrastrutture ed edifici elevati. Ad esempio l’hotel ANA InterContinental di Tokyo è stato demolito nel 2014 sotto un “turbante” che è stato abbassato idraulicamente piano per piano  per ridurre al minimo il rumore e le emissioni di polveri. Un albero verticale con un montacarichi in mezzo all’edificio ha consentito ai demolitori di recuperare parti e suddividere i materiali usando l’ascensore come generatore.

I servizi liberano gli utenti dagli oneri della proprietà e della manutenzione e offrono loro flessibilità. Esempi includono: “energia all’ora” per turbine dei jet e del gas; noleggi di biciclette e automobili; lavanderie a gettone e noleggi di macchinari. I gestori di flotte beneficiano della sicurezza delle risorse: i beni di oggi divengono risorse di domani ai prezzi di ieri. Coprire i costi dei rischi e dei rifiuti nel prezzo di utilizzo o di noleggio offre incentivi economici per prevenire perdite e rifiuti nel ciclo di vita di sistemi e prodotti.

Tendenze sociali

L’economia circolare fa parte di una tendenza al decentramento intelligente: testimoni la stampa in 3D, la personalizzazione di massa della produzione, ‘microlaboratori su chip’ nella chimica e servizi funzionali. Il servizio francese di condivisione di autovetture Autolib offre mobilità urbana flessibile, senza problemi utilizzando piccole auto elettriche che hanno bassi costi di manutenzione e possono essere ricaricate in spazi riservati di parcheggio in tutta Parigi. Tali modelli aziendali mettono a rischio i fondamentali dell’economia lineare – proprietà, moda ed emozioni – e fanno sorgere timori nelle società concorrenti. Ad esempio la forza di produzione di massa dei fabbricanti di automobili, le tecnologie brevettate dei veicoli a combustione e delle trasmissioni, grandi investimenti in fabbriche robotizzate e catene globali di offerta e commercializzazione sono di scarsa utilità quando si compete con servizi Autolib locali.

Gli appalti pubblici possono sfruttare il potenziale dell’economia prestazionale. Tuttavia, nonostante alcuni successi, i governi restano esitanti. La NASA ha deciso un decennio fa di acquistare servizi di trasporti spaziali, determinando la nascita di imprese come la SpaceX in concorrenza per contratti utilizzando attrezzature innovative, convenienti e riutilizzabili. L’assegnazione dei costi di manutenzione al costruttore privato del Viadotto Millau nel sud della Francia ha consentito all’offerente Eiffage Construction di sviluppare una struttura che poteva essere eretta rapidamente e avrebbe avuto costi minimi di manutenzione e responsabilità nei suoi 75 anni di vita utile.

Punti critici

Realizzare un’economia circolare richiederà azioni concertate su diversi fronti.

Sono necessarie ricerca e innovazione a tutti i livelli: sociali, tecnologici e commerciali. Economisti e scienziati dell’ambiente e dei materiali devono valutare gli impatti ecologici e i costi e benefici dei prodotti. Progettare prodotti per il riutilizzo deve diventare la regola, facendo uso, ad esempio, di sistemi modulari e di componenti standardizzati [6]. Altra ricerca è necessaria per convincere le imprese e i governi che l’economia circolare è realizzabile.

Sono necessarie strategie di comunicazione e informazione per suscitare la consapevolezza dei produttori e del pubblico riguardo alla loro responsabilità dei prodotti in tutta la loro vita utile. Ad esempio dovrebbero essere le riviste di moda, non quelle scientifiche, a far rullare i tamburi sulla condivisione della gioielleria, i jeans a noleggio e l’affitto di borsette firmate.

I decisori delle politiche dovrebbero utilizzare indicatori “semplificati” [?, nell’originale “resource-miser” – n.d.t.] quali il rapporto valore/peso e quello apporto di lavoro/peso piuttosto che il PIL. Le politiche dovrebbero concentrarsi sulla prestazione, non sull’hardware; l’internalizzazione di costi esterni, quali le emissioni e l’inquinamento, andrebbe premiata; la responsabilità dovrebbe prevalere sulla proprietà e sul suo diritto di distruggere. L’Internet delle Cose (in qui oggetti della vita quotidiana sono collegati digitalmente) e l’Industria 4.0 (sistemi tecnici intelligenti per la produzione di massa) incoraggeranno tale svolta, ma richiedono anche una revisione della politica che prenda in considerazione questioni di proprietà e responsabilità di dati e beni [7-8].

Le politiche [9] dovrebbero promuovere attività desiderate dalla società e punire quelle che non lo sono. Dovrebbero essere aumentate le imposte sul consumo di risorse non rinnovabili, non su quello di risorse rinnovabili, compreso il lavoro umano. L’imposta sul valore aggiunto (IVA) dovrebbe essere incassata sulle attività a valore aggiunto, quali le attività minerarie, l’edilizia e l’industria manifatturiera, ma non sulla gestione di beni che preservano valore quali il  riutilizzo, le riparazioni e le ri-fabbricazioni. I crediti di carbonio dovrebbero essere assegnati alla prevenzione delle emissioni nella stessa misura in cui sono concessi alla loro riduzione.

La ricchezza e il benessere sociali dovrebbero essere misurati in beni anziché in flussi, in capitale anziché in vendite. La crescita, allora, corrisponde a un aumento della qualità e quantità di tutti i beni: naturali, culturali, umani e fabbricati. Ad esempio la gestione forestale sostenibile aumenta il capitale naturale, la deforestazione lo distrugge; recuperare fosforo o metalli da flussi fognari conserva il capitale naturale, ma scaricarli aumenta l’inquinamento; ammodernare edifici riduce il consumo di energia e aumenta la qualità del patrimonio edificato [10].

Sposare i tre tipi di economia è una sfida formidabile. Una svolta della concentrazione della politica dalla protezione dell’ambiente alla promozione di modelli imprenditoriali basati sulla piena proprietà e responsabilità, e che siano limitati nel tempo, anziché imporre una garanzia di due anni della qualità del prodotto potrebbe trasformare la competitività di una nazione.

Walter R. Stahel è fondatore e amministratore del Product-Life Institute di Ginevra, Svizzera. È anche membro del Club di Roma e docente ospite presso la facoltà di ingegneria e scienze fisiche dell’Università del Surrey, Regno Unito. E-mail wrstahel2014@gmail.com.

NOTE

  1. Ellen MacArthur Foundation, World Economic Forum e McKinsey & Co, The New Plastics Economy: Rethinking the Future of Plastics (Ellen MacArthur Foundation, 2016).
  2. Stahel W.R. & Reday-Mulvey G. Jobs for Tomorrow: The Potential for Substituting Manpower for Energy (Vantage Press, 1981).
  3. Stahel W.R. in The Circular Economy – A Wealth of Flows (a cura di Webster K.) 86-103 (Ellen MacArthur Foundation, 2015)
  4. Stahel W.R. The Performance Economy (Palgrave, 2006)
  5. Stahel W.R. in Handbook of Performability Engineering (a cura di Misra K.B.) cap. 10, pagg.127-138 (Springer 2008)
  6. Stahel W.R. in Our Fragile World: Challenges and Opportunities for Sustainable Development Vol. II (a cura di Tolba M.K.) cap. 30, pagg. 1153-1568 (UNESCO/EOLSS, 2001)
  7. Giarini O. e Stahel W.R. The Limits to Certainty: Facing Risks in the New Service Economy (Kluwer, 1989)
  8. Stahel W.R. in The Industrial Green Game: Implications for Enviromental Design and Management (a cura di Richards D.J.) cap. 4, pagg. 91-100 (National Academy Press, 1997)
  9. Stahel W.R. Phil. Trans. R. Soc. A371, 20110567 (2013)
  10. Stahel W.R. e Cliff R. in Taking Stock of Industrial Ecology (a cura di Ciff R. e Druckman A. ) Cap. 7, pagg. 137-158 (Springer 2016)
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47 comments

  1. a proposito di cerchio
    fra la dichiarazione di davigo e la classifica della libertà di stampa, sta il circolo, anzi il gorgo in cui il paese sta sprofondando

    e la dichiarazione di davigo è triste non solo per quello che dice ma anche perché un magistrato non dovrebbe rilasciare certe dichiarazioni. sfascio a 360 gradi.

  2. Non l’ho nemmeno letto fino alla fine. Semplicemente mi ricorda quello che (in Italia e un sacco di altri posti) si faceva fino a circa 50 anni fa: non si buttava niente, tutto veniva aggiustato, riclato, riassemblato, riutilizzato nelle sue parti componenti. Perchè questo veniva consentito sia da come erano concepiti e costruiti i prodotti industriali (che erano fatti per durare) che quelli artigianali, che pur nella semplicità di concezione tenevano in gran conto il fatto che il materiale grezzo di partenza non doveva essere sprecato. Perchè “buttare via” era un peccato. Veniva vissuto come un comportamento immorale e sbagliato. Anche se nessuno pensava allora ai problemi ambientali.
    Lo abbiamo sempre fatto. Una gran parte di mondo ha continuato e in qualche modo continua a farlo (con sempre maggiore difficoltà visto che anche i paesi più poveri sono invasi di robaccia).
    Secondo me sappiamo perfino ancora come farlo. Abbiamo ancora, nascoste da quale parte, sia le competenze diffuse che la sensibilità necessaria. Provate a chiedere ai vecchi.
    Anche organizzare una transizione dall’attuale sistema di spreco compulsivo ad uno diverso non è poi così difficile da immaginare.
    L’unico problema rimane il solito: si tratta di prendere una decisione politica.
    Mi ha rallegrato, tempo fa, una nuova legge francese che ha criminalizzato la cosidetta obsolescenza programmata (anche se la legge non è perfetta, almeno è un punto di partenza)
    Ora non ci resta che cominciare a fare una campagna politica dicendo che è IMMORALE buttare via tutto quello che buttiamo. Solo così un sacco di gente si ricorderà davvero quanto sia sbagliato farlo. Solo così possiamo arrivare al consenso collettivo e alla decisione politica di cambiare. (imho)

    1. circa 50 anni fa… l’Italia era un paese a stragrande prevalenza contadina, e per un po’ di tempo è rimasto nel dna la pratica del riuso e dell’attenzione allo spreco figlia di quel modello di vita… non la riporti dopo 50 anni e dopo una trasformazione profonda della società solo con una campagna “morale”… te lo devo dire è l’errore principale della sinistra negli anni, basare il contrasto delle trasformazioni sociali facendone una questione “morale”… non funziona

      1. marco, sarebbe un lungo discorso, ma non basta dire “questione morale” per aver parlato di valori. Valori che le persone possono ancora sentire e ai quali possono rispondere, magari anche contentissime perchè finalmente qualcuno parla di una cosa che li “tocca”.
        La sinistra in Italia ha parlato di “questione morale” e poi ha continuato a declinare proposte e progetti in termini di costi e ricavi, mangiando così in mano al peggior neoliberismo.

        1. > La sinistra in Italia ha parlato di “questione morale” e poi ha continuato a declinare proposte e progetti in termini di costi e ricavi…

          ed è diventata socialdemocrazia (tanto per far incazzare heiner), a parte gli scherzi, ci lamentiamo della mancanza di progettualità politica e poi… non possiamo finire ad un discorso “pastorale” ahahah con immutato affetto

          1. Se fosse diventata socialdemocrazia sarebbe persino migliore di ciò che è diventato quello che una volta era il suo maggior partito.

            #conbuonapacediHeiner

            1. chiaramente era solo una battuta ma ha del vero nel senso che abbandonandosi alla socialdemocrazia che vive nel sistema attuale ma solo rendendolo più “giusto” ( cosa certamente non da “schifare” ) si è persa la ricerca di un sistema alternativo e sottovalutando che la socialdemocrazia aveva senso solo in un sistema sano e in espansione… mentre quando arriva la crisi e le sofferenze è fottuta…

      2. Non si tratta di riportare indietro l’orologio di 50 anni, ma di spostare gli obbiettivi industriali, di puntare ad un diverso modello di economia, che si, richiama a modi di vivere di un’epoca pre boom economico, ma solo concettualmente.

        1. questo è un altro discorso, è un economia che deve “funzionare” che apporta migliorie nella vita delle persone ( progresso altra parola che è diventata una bestemmia)… e certamente ricerca e tecnologia… tutte le trasformazioni “volontarie” sono andate verso un miglioramento, quelle “subite” in senso opposto

        2. Direi che le persone che sono rimaste ferme agli anni 50 sono quelle che insistono sull’economia inquinatoria e di rapina che s’è fatta finora.

  3. parlando del tema del post e analizzando le problematiche per la “fattibilità del progetto, ancora una volta mi si evidenzia quanto la politica italiana sia provinciale e chiusa in beghe di bottega casalinga e quanto siano lontani anche per questo motivo qualsiasi proposte “alternative” che hanno il bisogno primario di collegamenti e di forza di opinione a livello europeo e mondiale…

    1. Eh..bello mio…salterebbero un sacco di “tavoli” e comitati d’affari..questi continuano a guardare all’indietro perchè pensano che gli conviene, gli stessi imprenditori (!!) o almeno alcuni, dicono che è meglio “abbracciare una macchina vecchia che correre dietro alle nuove tecnologie” (sic. John Elkan)…..tanto poi verranno a bussare ad incentivi, quando tutti gli saranno passati avanti

      #noncèsperanza

  4. Credo il problema sia il solito.
    In un’ottica massimalista di cambiamento rivoluzionario del sistema l’economia circolare è da ripudiare in quanto mantiene il sistema nelle mani dell’impresa privata (pur con nuovi e maggiori responsabilità ambientali).
    In un’ottica riformista l’idea appare più appetibile come fase di transizione già apportatrice di vantaggi non indifferenti.
    In entrambi i casi, con peso maggiore o minore, la riserva forte è che in un’economia liberista globale è arduo immaginare un’affermazione diffusa del modello per i soliti motivi di ‘competitività’ che potrebbe essere assicurata solo con forti incentivi statali che, gira e rigira, andrebbero a pescare sulla fiscalità generale e, dunque, su tagli allo stato sociale.
    Tuttavia, visto che è dato fare/tentare solo il possibile (e la rivoluzione pare proprio impossibile) mi pare una direzione che valga la pena di sostenere, avendo ben chiaro che non si tratta dell’alternativa finale da perseguire, ma solo di una tappa intermedia, forse realizzabile e forse no e comunque non senza costi.

    1. tutto vero namm e concordo ma…

      La ricchezza e il benessere sociali dovrebbero essere misurati in beni anziché in flussi, in capitale anziché in vendite. La crescita, allora, corrisponde a un aumento della qualità e quantità di tutti i beni: naturali, culturali, umani e fabbricati. Ad esempio la gestione forestale sostenibile aumenta il capitale naturale, la deforestazione lo distrugge; recuperare fosforo o metalli da flussi fognari conserva il capitale naturale, ma scaricarli aumenta l’inquinamento; ammodernare edifici riduce il consumo di energia e aumenta la qualità del patrimonio edificato

      qualche seme lo metterebbe, tappa intermedia

          1. infatti… diciamo che in questo modo il conto del “patrimonio” indicato nel post dovrebbe essere negativo e quindi disincentivato ( sempre in linea teorica)… come dicevo ad heiner sotto le storture della Cina sono agevolate dal “nostro” mercato

                1. Infatti io di questi non mi sono mai fidata (ricordo le fabbriche cinesi che producevano l’Iphone dove si suicidavano a mucchi)

    2. forti incentivi statali…
      …e regole ferree…..

      inoltre..parli di “sistema in mano all’impresa privata”
      onestamente vedo poche alternative in tal senso.
      certo, si potrebbe chiedere una partecipazione diretta dello stato in determinate attività, ma il sistema puoi migliorarlo, non stravolgerlo.

      Ormai abbiamo una specie di “cornice” in cui muoverci, e credo che, date le condizioni al contorno, si possa fare molto, a patto di avere ben chiari gli obiettivi. Anche perché il sistema deve essere il più universale possibile

    1. E’ solo un metodo di allevamento dei bovini (senza ormoni antibiotici e usando foraggi non modificati e di colture estensive e non intensive) .
      Certo non è roba per vegani.

      (non è nemmeno tanto OT…)

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