Io voglio la donna giusta

Susan Sarandon

Susan Sarandon: “La mia Hollywood ha il cuore che batte solo per Sanders”

L’attrice e icona liberal racconta il suo impegno nella sfida democratica: “Dobbiamo tutti dire no al potere delle lobby incarnato da Hillary”.

di Silvia Bizio – Repubblica.it, 24 aprile 2016

Susan Sarandon è da sempre la pasionaria di Hollywood, lo spirito della sinistra americana fatto persona. Per questo da anni – insieme a star come Tim Robbins, suo ex compagno, e Sean Penn – si batte sia per i diritti civili che contro il militarismo di Washington, contro guerre come quella in Iraq. In questi ultimi mesi, però, la sua battaglia è tutta per il più progressista, tra i candidati alla presidenza: il democratico Bernie Sanders. L’abbiamo incontrata al Four Seasons Hotel di Los Angeles, per parlare del suo impegno elettorale e del perché non bisogna arrendersi: non solo davanti a una cinepresa, ma anche nel provare a cambiare le cose.

Susan, è lei la vera portavoce di Sanders…
“Cerco di fargli avere maggiore visibilità, visto che rispetto a Donald Trump e a Hillary Clinton è meno seguito dai media. In tutta la vita, non ho mai visto un candidato attivo in politica da tanto tempo che non abbia mai accettato soldi dall’industria farmaceutica, pertrolifera o da Wall Street. Quando si è candidato per le primarie, l’ho chiamato e gli ho detto, “Bernie, faccio tutto quello che vuoi!”. E sono subito andata in Iowa per i caucus”.

Clooney si è “pentito” del sostegno a Hillary: perché non piace più alle star liberal?
“Per quanto mi riguarda per la guerra, soprattutto. Sanders ha sempre parlato contro i nostri troppo facili interventi bellici. Ed è per il motivo uguale e contrario che ho smesso di credere in Hillary Clinton. Sanders è uno che non si mette a difendere i diritti dei gay quando è comodo: lo ha sempre fatto. Affronta i problemi quando non sono di moda, non esita ad affermare che i ricchi devono pagare più tasse, si batte per alzare il salario minimo a 15 dollari l’ora. Ne parlava quando si diceva fosse impossibile, e ora sta succedendo. Hillary è andata ad appoggiare la proposta di aumentare il salario minimo a 15 dollari a New York accanto al governatore, prendendosi il merito”.

E sull’ambiente, che sta tanto a cuore anche ad altre star (Leonardo di Caprio, ad esempio), chi la convince?
“Ora Hillary dice di appoggiare nello stato di New York la legislazione anti fracking, la trivellazione idraulica, pericolosissima per l’ambiente. Ma in realtà ha incoraggiato il fracking in tutto il mondo”.

Sanders, nonostante la sua età, ha risvegliato la coscienza politica di tanti giovani: secondo lei perché?
“Non parla come un politico, dice le cose come stanno e offre spiragli di un idealismo perduto su temi come la vera eguaglianza, la solidarietà sociale e il rigetto delle lobby e dei poteri forti. I giovani elettori sentono fortemente il suo messaggio”.

E Obama?
“Credo che il suo errore sia stato lasciare il movimento spontaneo, che noi chiamiamo “grass-root”, sul prato della Casa Bianca: ha smesso di coinvolgere il popolo nel suo modo di amministrare il paese. Molti giovani si sono disaffezionati”.

E se la Clinton dovesse vincere la candidatura?
“Gli ambientalisti e i verdi non la sosterranno. E piuttosto di votare per lei i giovani non andranno a votare”.

Ma come donna ha mai sentito la contraddizione di non appoggiare una donna “for President”?
“Io voglio la donna giusta. Hillary non rappresenta niente di quello che a me sta a cuore. Penso che a un certo punto avremo una donna, ma quella donna non dovrà essere incredibilmente ricca e non dovrà essere sposata a un ex presidente per diventare presidente. Ci sono tanti paesi che hanno donne leader, il nostro non sarebbe il primo paese nella storia del mondo: ma è più importante avere la persona migliore”.

Lei ha dichiarato che tra Hillary e Trump, sarebbe quasi meglio Trump. Era una provocazione. Ma se Trump diventasse davvero presidente?
“Impossibile. Cruz almeno ha qualche idea, Trump è solo un finto politico che vuole vincere e che riduce tutto a sport e spettacolo”.

Un altro fronte su cui alcune star di Hollywood, come Angelina Jolie, si stanno impegnando, è quello dei profughi che arrivano in Europa.
“Sono stata in Grecia lo scorso Natale per 10 giorni. Rispetto agli altri posti in cui sono stata dopo i disastri, dal Nepal ad Haiti, dove sapevi già arrivando quanti erano i morti e cosa andava fatto, quello che ho visto in Grecia mi ha angosciato di più: un costante flusso imprevedibile di disperazione. Bisogna che tutti noi facciamo di più”.

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86 comments

  1. Discorsi alla nazione

    è uno spettacolo che svela l’ambiguità di una democrazia giunta alla deriva

    Il metodo parte sempre dalla dialettica con la quale cattura lo spettatore e poi lo coglie in fallo proprio mentre questo si adagia ad assecondare i suoi pensieri. «Io sono di sinistra», esordisce Ascanio in un prologo da teddy boy della periferia romana, jeans attillati, giubbotto di pelle e l’immancabile barbino che gli incornicia il volto di elfo malizioso. «Siamo tutti uguali – continua – pure i negri… Beh, oddio, i negri con quei nasi…» e ammicca ribaltando le prospettive, sterzando i sensi, sottolineando implacabile la mutazione genetica dei sinistra-pensanti che destr-agiscono. Ai politicamente corretti che poi scrivono della neoministra Cecile Kyenge «di colore». «Quale colore? Verde?» ridacchia implacabile il Celestini, più vicino agli sberleffi di Petrolini che ai sermoni di Marco Paolini. A chi volesse capire qualcosa del malessere profondo che scuote il Pd e l’area tutta a sinistra, l’ascolto dei discorsi di Ascanio dovrebbe essere una somministrazione obbligata, una comunione da fare ogni volta che si deve prendere una decisione impor- tante…

    Ma il vero spettacolo viene dopo le «confessioni» di un italiano sinistrorso, quando l’eterna lampadina dei suoi monologhi diventa la luce di una torcia che fruga nel segreto di un con- dominio e nella mente dei suoi abitanti. Sono flussi di coscienze disturbate, allucinazioni d’interni, cittadini spettrali che covano istinti omicidi, frustrazioni sobbollenti. Istantanee di un’Italia in decomposizione, dove è in corso una guerra civile senza che nessuno se ne renda più conto. Dove i cittadini si sono arresi a un destino da sudditi. Do- ve ci si appella al portiere perché tolga cadaveri ingombranti davanti alla por- ta.

    L’evoluzione teatrale di Ascanio si lascia alle spalle gli affreschi familisti o i realismi magici per incedere verso ritratti di italiani contemporanei alla Grosz. Li scalfisce con lingua corrosi- va, impietosa. Li chiosa con un’allocuzione da tiranno surreale ma non trop- po. Ci parla di un tempo livido, dell’appannarsi delle speranze. Del rovescia- mento dei valori che vengono spaccia- ti per modernità, dello snaturamento di passioni politiche che si sono aggrappate al potere dimenticando l’origine del loro impeto. Mettendo in scena l’ambiguità profonda del nostro vivere, lo scartamento continuo dei pensieri da un polo all’altro.

    Sullo sfondo sventola ancora un barlume dell’ideale, mentre Ascanio dà sferzate quasi sperando di accende- re le coscienze, di riportare di moda la coscienza e la lotta di classe. Prima che arrivino i nuovi Ubu a convincerci che non c’è altra soluzione, che non c’è altra società, che non c’è altro mondo che questo. Dove loro continuano a governare e noi continuiamo a essere sudditi.

    1. mi è venuto in mente leggendo il commento di Antonio che mi ha ricordato una sua intervista che presentava il suo ultimo spettacolo…

      “Tutti vivono nella storia, anche se ne abitano solo la periferia. “

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