Mese: maggio 2016

La beffa fa 80

segnalato da Barbara G.

Bonus 80 euro, “lo Stato me l’ha chiesto indietro perché guadagno poco”. Un beneficiario su 8 costretto a restituirlo

La storia di Eugenia: per un anno ha avuto i soldi in più in busta paga, poi le hanno imposto di rimborsarli. Tutto in una volta. Allo sgravio ha diritto infatti chi ha un reddito tra gli 8mila e i 26mila euro all’anno. Chi è andato al di sotto o al di sopra deve ridare la somma all’Agenzia delle Entrate. Nel 2015 è successo 1,4 milioni di italiani: di questi, 341mila avevano percepito meno di 7.500 euro in un anno. Scrivi la tua storia a redazioneweb@ilfattoquotidiano.it

di Stefano De Agostini – ilfattoquotidiano.it, 29/05/2016

“E’ così che lo Stato italiano aiuta le persone che guadagnano poco? Regalando loro soldi quando riescono a lavorare e poi pretendendoli indietro perché alla fine dell’anno non hanno guadagnato abbastanza? Dando oltretutto per scontato che ne abbiano la disponibilità?”. Eugenia Pages, 31 anni, è cuoca. Nel 2015 si è vista riconoscere il bonus da 80 euro, salvo poi scoprire, quasi un anno dopo, che non ne aveva diritto. Perché il suo reddito è stato troppo basso. E così deve restituire la somma all’Agenzia delle Entrate. Ma se il bonus è stato erogato un poco alla volta in busta paga, 80 euro al mese appunto, ora la ragazza si trova costretta a restituire tutto in un’unica soluzione. Centinaia di euro in una botta sola. E non è certo l’unica. Nel 2015 si sono contati 1,4 milioni di italiani obbligati a rinunciare al bonus, praticamente uno ogni otto beneficiari dello sgravio. Di questi 341mila avevano un reddito sotto i 7.500 euro all’anno. Un sacrificio, ma soprattutto una beffa.

“Trovo tutto questo ridicolo e vergognoso. Io in qualche modo la sfango, ma chi non lavora tutto inverno e deve pagare sull’unghia, come fa?”. La scorsa estate Pages ha lavorato per tre mesi in un ristorante di Chiavari, in provincia di Genova, e per due mesi ha percepito l’indennità di disoccupazione. Nei tre mesi di lavoro, la cuoca ha portato a casa poco più di 4mila euro. Il datore ha chiesto l’erogazione del bonus anche se non le spettava e di conseguenza anche l’Inps le ha concesso il beneficio sul sussidio di disoccupazione. “Poi a maggio mi ha chiamato la commercialista – prosegue la signora – E mi ha detto che l’Agenzia delle Entrate mi chiedeva di restituire il bonus. Quello che mi dà veramente fastidio non è che lo Stato richieda i soldi indietro, perché se non mi spettano è giusto che se li riprenda, ma sono le modalità dell’erogazione e della restituzione“.

“Punita per non aver trovato un lavoro in regola” – Nel 730 precompilato che si è trovata di fronte compare la scritta: “In sede di dichiarazione è stato recuperato il bonus Irpef non spettante erogato dal datore di lavoro per un importo pari a 410 euro”. Insomma, la cuoca ora deve restituire in un colpo solo un decimo di quanto ha guadagnato a lavoro l’anno scorso. “Quindi cosa dovrò fare quest’estate, quando finalmente lavorerò di nuovo perché inizia la breve stagione turistica? – si chiede Eugenia – Tenere da parte 80 euro al mese perché l’anno prossimo mi saranno richiesti indietro? Cioè, sarò punita come quest’anno perché non sono stata in grado di trovare un altro lavoro decente, regolare, pagato a norma e non in nero o con i voucher?”.

“Operazione di portata storica”. Ma non a prova di errore– “Un’operazione che definirei di portata storica. I destinatari del nostro intervento non sono solo i ceti meno abbienti, ma anche un po’ di ceto medio”. Il premier Matteo Renzi, il 12 marzo 2014, ha presentato così in conferenza stampa l’idea del bonus da 80 euro. Ma paradossalmente tra i “meno abbienti” che l’intervento intendeva sostenere c’è anche chi ora si ritrova a subire un danno proprio a causa di quel credito Irpef. Il beneficio, infatti, spetta a quanti hanno un reddito compreso tra gli 8mila – la soglia di incapienza, sotto cui non si pagano le tasse – e i 26mila euro. La richiesta la presentano i datori di lavoro, che devono “determinare la spettanza del credito e il relativo importo sulla base dei dati reddituali a loro disposizione”, come dice la stessa Agenzia delle Entrate. Ma può capitare che le imprese commettano un errore o che “i dati reddituali a loro disposizione” siano insufficienti per un calcolo preciso. E così il bonus è arrivato anche ai lavoratori sotto la soglia degli 8mila euro di reddito o sopra il limite dei 26mila euro.

Il 12,5% dei beneficiari ha dovuto restituire lo sgravio – I numeri del fenomeno sono tutt’altro che irrilevanti. Dai dati del dipartimento delle Finanze risulta che nel 2015 (anno d’imposta 2014) hanno dovuto rimborsare il bonus 1,4 milioni di contribuenti. In totale, i lavoratori hanno dovuto ridare all’Agenzia delle Entrate 320 milioni di euro, circa 220 euro a testa. Cifre considerevoli, soprattutto se si pensa che le imprese hanno erogato il beneficio a 11,6 milioni di italiani, per un valore totale di circa 6 miliardi di euro. In pratica, ha restituito il bonus il 12,5% di quanti lo hanno percepito: un caso su otto.

55 milioni rimborsati da chi è troppo povero per pagare le tasse – Spulciando i dati del dipartimento, si nota che il fenomeno ha interessato senza distinzioni ogni fascia di reddito, dalle più alte alle più basse. Ma non è difficile immaginare che l’inconveniente avrà creato più problemi a chi ha guadagnato di meno: tra quanti hanno dovuto restituire il bonus, infatti, 341mila contribuenti avevano entrate inferiori ai 7.500 euro annui. Sono i cosiddetti incapienti: guadagnano talmente poco che non pagano imposte perché la detrazione fiscale per il reddito da lavoro dipendente supera l’ammontare di tasse che dovrebbero pagare. In totale, queste persone hanno sborsato 55 milioni di euro, circa 160 euro a testa.

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Nuova stagione referendaria: blocca gli inceneritori

di Barbara G.

Sta passando parecchio sotto silenzio, ma in questi giorni è in corso la mobilitazione per la raccolta firme per alcuni referendum e per alcune petizioni pubbliche/proposte di iniziativa popolare. I temi sono tanti, e il gran can can che si sta (giustamente) facendo per la riforma costituzionale e l’italicum sta nascondendo, almeno mediaticamente, la mobilitazione di tanti attivisti che si stanno dando da fare per raccogliere le firme su alcuni temi che ci riguardano più o meno da vicino.

Sotto la definizione di “referendum sociali” sono riassunti, in particolare, quattro quesiti riguardanti la scuola, uno sulle trivelle, uno sugli inceneritori e una petizione popolare sull’acqua bene comune.

Il tempo per firmare è poco (indicativamente fino al 20/06), perché i comitati devono poi recuperare i certificati elettorali e spedire tutto per la consegna, ma ci si sta provando.

Vorrei proporvi un po’ di materiale sui temi in questione. Poi…vedete voi se pensate possa valerne la pena. Per me un tentativo va fatto. Il siti di riferimento è www.referendumsociali.info.

Cominciamo con…gli inceneritori.

L’argomento

Sblocca-inceneritori – di Domenico Finiguerra – da “Rottama Italia”, Altreconomia edizioni

Ad un conduttore televisivo che le chiedeva di dire qualcosa di positivo sugli inceneritori, Patrizia Gentilini, nota oncologa dell’ISDE (Associazione medici per l’ambiente) rispondeva: “Mi procura troppi malati”.

Con un guizzo e magistrale padronanza del mezzo televisivo, Matteo Renzi, all’epoca presidente della Provincia di Firenze, investiva il medico con una raffica di tweet: “una signora che fa l’oncologa non può dire mi procura troppi #malati; lei non può dire il #termovalorizzatore fa venire il #tumore; lei sta facendo del #terrorismo; ci vedono le persone #malate che in questo momento hanno un tumore e che arrivano a #immaginare che sia per colpe di #scelte #infrastrutturali; questa è una gigantesca #baggianata.”

Lo scambio animato lo si trova in rete facilmente scrivendo “Renzi accusa Gentilini”.

Per commentare il capitolo dello Sblocca-Italia, questa premessa è indispensabile, perché in quello scambio verbale si ritrova tutta l’arroganza e la violenza verbale del potere (che talvolta diventa anche fisica, basta pensare alla repressione del movimento No Tav in Val di Susa) oggi incarnato dal governo Renzi. Arroganza che lo Sblocca-Italia traduce in un testo di legge.

Il nostro Paese è attraversato da molti luoghi comuni. Alcuni veri altri no. Siamo il Paese della pizza, mafia e mandolino. Siamo il Paese più bello del mondo. Siamo il Paese delle emergenze. Siamo il Paese delle deroghe e dei condoni. Siamo il Paese dove in alcune città la “monnezza” si accumula in strada. Ed è proprio attorno a quest’ultima circostanza (vera) che si è costruita e consolidata negli anni un’ideologia pro-termovalorizzatori. Un’ideologia che non racconta tutta la verità rispetto ai danni provocati alla salute e che non tiene conto delle leggi della natura.

La legge della conservazione della massa è una legge fisica della meccanica classica, che prende origine dal cosiddetto postulato di Lavoiser: “Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si trasforma”. Quindi se metti una tonnellata di rifiuti in un forno inceneritore, una quota (fino a un terzo) ti resta in ceneri da smaltire in discariche di servizio, una quota (per la pulizia degli impianti) va in liquidi e quindi nel ciclo idrico, una quota è trattenuta da filtri. Ed il resto? Non sparisce certo. Non si distrugge. Semplicemente vola via. Piccole (nano) particelle che prima o poi te le ritrovi nell’insalata o nel latte, anche materno. Nanopolveri di dimensioni infinitesimali e nocive che spesso sono composte da cromo, cadmio, nichel, arsenico, mercurio. Tant’è che ormai sono decine gli studi che indicano chiaramente l’incremento di tumori nei pressi degli inceneritori.

Ma gli inceneritori s’hanno da fare. Ci servono per metterci al passo. Al passo con chi? Con l’Europa? Ce lo chiede forse l’Europa di incenerire?

Il primo comma dell’articolo 35 dello Sblocca-Italia recita: “Entro novanta giorni dalla data di entrata in vigore del presente decreto, il presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del ministro dell’Ambiente e della tutela del territorio e del mare, individua, con proprio decreto, gli impianti di recupero di energia e di smaltimento dei rifiuti urbani e speciali, esistenti o da realizzare per attuare un sistema integrato e moderno di gestione di tali rifiuti atto a conseguire la sicurezza nazionale nell’autosufficienza e superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore”. Ripetiamolo: “Superare le procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore”-

Il lettore, e immaginiamo anche gran parte dei deputati e senatori chiamati a convertire in legge il decreto, premendo il bottone dirà: Ah, ok, ce lo chiede l’Europa”. Ed invece non è vero! Perché non esiste alcuna direttiva europea che ci obblighi ad incenerire una quota dei nostri rifiuti.

Al di là della ricaduta sulla salute dei cittadini, gravissima e dimostrata, e che dovrebbe far scattare il principio di precauzione, lo Sblocca-Italia calpesta i diritti delle autonomie locali e le buone pratiche realizzate nei territori.

Innanzi tutto l’accelerata sugli inceneritori viene imposta senza alcun vincolo di bacino. Ovvero, se un inceneritore è sottoutilizzato perché l’ambito territoriale non conferisce più rifiuti a sufficienza (con conseguenze negative sui bilanci delle aziende che li gestiscono), grazie allo Sblocca-Italia si apre definitivamente all’arrivo di rifiuti da altri territori. E la lobby degli inceneritori ringrazia.

Non si discute certo il principio di solidarietà in base al quale sarebbe cosa buona e giusta aiutarsi l’un l’altro. Ma in questo caso si produce un effetto perverso e punitivo che vanifica tutte le politiche e le buone azioni di comuni e cittadini virtuosi. Facciamo un esempio.

Se una provincia ha lavorato bene riducendo la quantità di rifiuti prodotta, portando al massimo la raccolta differenziata, investendo in impianti e tecnologie che non inceneriscono ma valorizzano i rifiuti, rendendo di fatto obsoleto il modello che ruota attorno al camino di un inceneritore, con lo slocca-Italia viene di fatto azzerato tutto il suo lavoro, tutte le risorse e tutto l’impegno civico dei suoi cittadini per tutelare l’ambiente e la salute, dei propri bambini in primis, perché l’inceneritore continuerà comunque a bruciare la medesima quantità di rifiuti semplicemente importandoli da altri territori.

La formulazione del citato articolo 35 presenta contraddizioni al limite dello scherzo. Basta leggere il comma 1 per restare attoniti: “Tali impianti [inceneritori], […] concorrono allo sviluppo della raccolta differenziata e al riciclaggio […]”. Tradotto: gli inceneritori servono a migliorare la raccolta differenziata. Un colpo ad effetto degno della miglior agenzia pubblicitaria che però squalifica di ogni base razionale e logica l’intero impianto dello stesso articolo 35. Ma di più. Mentre tutti i Paesi europei approntano politiche ambientali volte al superamento dello smaltimento dei rifiuti in forno imboccando la strada della circolarità, del riciclo, del riuso, del recupero nel rispetto dell’ambiente, della salute ed anche di riduzione dello spreco attesa la scarsità di risorse, il governo Renzi impone, in totale controtendenza, la realizzazione di nuovi impianti. Per mesi migliaia di cittadini, ambientalisti e comitati hanno lavorato in tutto il Paese per una legge di iniziativa popolare denominata “Rifiuti Zero”. La mobilitazione ha fatto crescere la consapevolezza di quanto sia importante cambiare rotta, dell’urgenza di passare da un sistema distruttivo di risorse e materiali ad uno fondato sul recupero, retto dal principio “chi inquina paga” con la previsione di una responsabilità civile e penale per il reato di danno ambientale. La proposta del comitato “Rifiuti Zero”, che persegue la riconversione ecologica in perfetta linea con i Paesi europei considerati più moderni rispetto al nostro, proprio sul “dossier rifiuti” (il ministro dell’Ambiente del governo francese Sègoléne Royal, pochi mesi fa ha testualmente dichiarato: “Les incinératuers sont une solution dépassée. Il faut arreter les incinérateurs”), viene completamente ignorata dal governo italiano con lo Sblocca-Italia arrivando addirittura a prevedere l’applicazione del potere sostitutivo nel caso in cui non venisse rispettato il dimezzamento dei tempi previsto per il rilascio delle Autorizzazioni integrate ambientali.

Gli interventi di interesse strategico saranno dichiarati di pubblica utilità, e quindi, urgenti e indifferibili. Si annunciano partenze a razzo via veloci con l’esproprio, rimozione di ogni opposizione, tacitazione di ogni contestazione, e interventi drastici sui gruppi di cittadini e associazioni ambientaliste che osassero mettersi di traverso.

Lo sblocca-Italia avrà come unico effetto positivo quello di essere uno spartiacque. Sarà un vero e proprio banco di prova per chi si dichiara ambientalista, per chi “si misura” sulla tutela del territorio, del paesaggio, della bellezza, della salute. Da una parte ci saranno i dirigenti ed i fiancheggiatori del partito degli inceneritori, del cemento, delle privatizzazioni, delle emissioni, della crescita “costi quel che costi”; gli esecutori degli interessi di lobbies, profittatori di ciò che appartiene a tutti.

Dall’altra parte ci saranno le forze che non accettano né mai accetteranno che ambiente, salute, e beni comuni siano sacrificati insieme agli altri diritti dei cittadini per soddisfare l’avidità di poche persone, di pochi gruppi di potere.

Il referendum

Bloccare il piano per nuovi e vecchi inceneritori

La richiesta di abrogazione vuole cancellare la previsione dell’art. 35 della Legge 133/2014, conosciuta come “Sblocca Italia”, nelle parti che prevedono:

  1. la classificazione degli inceneritori di rifiuti quali “infrastrutture strategiche di preminente interesse nazionale”, e l’individuazione da parte del governo della localizzazione regionale e persino della capacità specifica di quindici nuovi impianti, da collocare nelle Regioni del centro – sud – isole, sottraendo questa decisione alla programmazione dei Piani Regionali di gestione rifiuti;
  2. l’’obbligatorietà del “potenziamento al massimo carico termico” di tutti gli impianti, senza tenere conto delle autorizzazioni di Valutazione di Impatto Ambientale già rilasciate;
  3. la loro “riclassificazione obbligatoria a recupero energetico”;
  4. la decadenza del limite regionale di conferimento di rifiuti, che potranno essere prodotti in una Regione ed inceneriti in altre;
  5. il “dimezzamento dei termini di espropriazione per pubblica utilità” e la riduzione dei tempi per la Valutazione di Impatto Ambientale;
  6. il “commissariamento delle Regioni in caso di mancata ottemperanza”, da parte del governo, che mette “sotto tutela” i poteri costituzionali delle Regioni previsti all’art. 117.

Votare SÌ al quesito significa perciò volere:

  • restituire alle Regioni il potere di programmazione e gestione in materia di rifiuti, nel rispetto dell’art. 117 della Costituzione, riconsegnando agli amministratori pubblici e ai cittadini il diritto di decidere sul futuro dei propri territori;
  • contrastare l’incenerimento dei rifiuti per tutelare la salute pubblica e l’ambiente dalla conseguente ed irreversibile contaminazione tossica di aria – suolo – falde idriche da polveri ultra-sottili, ceneri e scorie contenenti diossine, policlorobifenili e metalli pesanti, dispersi in atmosfera o accumulati in discariche, che entrano nella catena alimentare;
  • spostare risorse economiche pubbliche dall’incentivazione di inutile produzione di energia al potenziamento della raccolta differenziata domiciliare e del riciclaggio, incentivando la riprogettazione degli imballaggi ed il recupero di materia, per avviare un nuovo percorso sostenibile di “Economia Circolare”, l’unico in grado di produrre ampia occupazione locale stabile e professionale.

Il testo del quesito

testo refer triv

Dirigente

segnalato da Barbara G.

di Giovanni De Mauro, direttore internazionale

Per chi si fosse perso il video, è un discorso interessante:

Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta in fretta, con decisione e senza nessuna requie, e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. Quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. È facile.

Chi parla è Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, che risponde a una domanda di uno studente su quale sia “la ricetta di successo del cambiamento in un’organizzazione come l’Enel”. Il contesto è un incontro alla Luiss Business School di Roma, il 14 aprile, per un ciclo di conferenze dal titolo “Ad esempio, i giovani incontrano la classe dirigente del paese”, in cui manager e amministratori delegati raccontano le loro esperienze personali.

L’Enel è una delle più grandi aziende italiane per fatturato e ha quasi settantamila dipendenti. Il principale azionista è lo stato, che attraverso il ministero dell’economia controlla il 23,5 per cento del capitale sociale.

È naturale che il suo amministratore delegato sia un esempio per tutti, non solo dentro l’azienda. In questo senso la risposta di Starace è illuminante, perché senza nessuna ipocrisia dà un’idea chiara di cosa il dirigente di un’importante società pensi sia giusto fare per cambiare un’organizzazione, di come interpreti le relazioni aziendali, il clima in un luogo di lavoro, i rapporti tra dipendenti: colpire, distruggere fisicamente, creare malessere, ispirare paura, far soffrire.

Sembra quasi di sentire le parole di Jason Gould, costruttore di ferrovie statunitense vissuto alla fine dell’ottocento: “Posso sempre assumere una metà dei lavoratori perché uccida l’altra metà”.

 

 

“Sotta ‘o muro” – Dispensa n.2

(Ciclostilato in proprio)

di Antonio “Boka”

Dalle poche cose dette precedentemente potremmo trarre la conclusione che, ove potessimo separare la nostra economia dall’economia globale principalmente impedendo la libertà di movimenti dei capitali (ebbene sì, aboliamo Schengen ma per il Capitale non per le persone), rendendo le politiche fiscali indipendenti dai bisogni del neoliberismo globale e tornando a gestire la domanda con politiche di sviluppo più o meno apertamente keynesiane, potremmo tornare a ricostruire una economia in crescita paragonabile ai tempi della “Golden Age” del capitalismo post seconda guerra mondiale ed incrementare l’occupazione, ma dobbiamo riusare la memoria (storica). Una soluzione basata sulle azioni descritte (senza entrare nel merito della loro fattibilità per vincoli determinati esclusivamente dalla politica dei governi ormai subordinati, asserviti e dominati dal capitale finanziario) non risolverebbe la questione della “piena occupazione. Per un motivo molto semplice e, tristemente sperimentato, negli anni ’70 (l’inflazione). Una riduzione dell’esercito industriale di riserva (concedetemi il vezzo del lessico marxiano) rafforzerebbe la posizione contrattuale dei salariati che richiederebbero salari (monetari) più elevati. Questo comporterebbe (a concessioni avvenute) un aumento del livello generale dei prezzi, nuove richieste di aumenti e la ben nota spirale inflazionistica si ripresenterebbe con effetti ben noti. D’altra parte se in qualche modo si riuscisse a contenere l’aumento dei prezzi questo potrebbe avvenire solo con una riduzione dei profitti, difficile se non impossibile da realizzare in una economia di mercato (nessuno sta proponendo un’economia dirigista e statalista). Ne consegue che un determinato livello di disoccupazione è necessario per la stabilità del sistema.

Giunti a questo punto segue una conclusione che non piacerà a molti per due ragioni semplici: la prima deriva dalla diffusione ormai generalizzata della religione del capitale finanziario per cui non appena si accenna a termini come “Stato” partono le accuse di blasfemia e che il profitto ci salvi dagli zeloti pronti ad iniziare roghi ed a innalzare patiboli, la seconda deriva, invece, dalla confusione permanente tra “pubblico” e “statalismo” dove, per controbattere a questo tipo di accuse basta osservare che mai come oggi c’è un intervento permanente degli stati nell’economia (basta pensare alla regola di pareggio del bilancio ed altre amenità affini” dove, però l’obiettivo è servire ed essere asserviti al capitale privato. La verità è che statalismo dirigista in favore del mercato = bene, intervento dello stato in favore del pubblico = male.

Torniamo, in ogni caso, al nostro obiettivo di ridurre la disoccupazione (che, voglio ricordare, consiste semplicemente nel restituire dignità e speranza alle persone, quelle che, purtroppo, appartengono al “pubblico”).

Il problema o la difficolt, consiste, quindi, nel fatto che se si vuole che la disoccupazione scenda sotto un certo livello che sembra necessario per la stabilità del sistema economico allora il sistema dei prezzi non può essere lasciato al mercato (poiché questo causerebbe la ben nota spirale inflazionistica), ma è necessario un intervento dello stato sotto forma di “politica dei redditi e dei prezzi” (ohibò, politica dei redditi sembra un telegiornale del passato). Lo stato non può limitarsi ad intervenire per sostenere la domanda aggregata ma deve impegnarsi anche nella gestione della distribuzione del reddito. Appare quindi necessario (in Economia apparire e necessario vanno sempre insieme, in caso contrario trattasi di religione mascherata) che lo Stato nel perseguire politiche di gestione e supporto della domanda debba intervenire anche nella distribuzione (del reddito). Qualcuno si ricorderà della scala mobile. Uno dei risultati possibili, come abbiamo visto, è il rincorrersi a catena di salari e prezzi (in assenza di un intervento dello Stato). La storia passata mostra che questi tentativi sono stati inutili, ma lo sono non per “la natura delle cose” ma per la chiara opposizione del sistema delle imprese assolutamente non disposta ad accettare interventi sui margini di profitto (tralascio di discutere le ragioni oggettive poiché non esistono). Quello che il sistema delle imprese capitalistiche è disposto ad accettare è un intervento dello Stato mediato attraverso di esse, detti anche “incentivi” per cui è possibile aumentare l’occupazione solo e se le imprese ricevono sussidi dallo Stato (se qualcuno pensa ai recenti interventi del governo Renzi fa bene e del resto ho già fatto notare più volte che la fiscalizzazione degli oneri sociali è cosa vecchia ma, a volte, il Novecento non è da buttare). Insomma, è essenziale per la legittimità sociale del capitalismo che il mercato e la piena libertà delle imprese siano visti come indispensabili.

Il circolo vizioso è quindi chiaro: se si vuole aumentare l’occupazione è necessario che lo Stato sostenga la domanda ma questo a sua volta implica una gestione del sistema dei prezzi e conseguentemente dei margini di profitto che non è possibile causa la resistenza del sistema delle imprese (per chi non avesse capito eufemismo per “mercato”). Di fatto e molto semplicemente, la via per trascendere il sistema capitalistico passa proprio attraverso l’aumento dei livelli di occupazione in netta e chiara opposizione al mercato.

Ovviamente, il neoliberismo era ed è la risposta a questa minaccia e vedremo come ha reagito per evitare questo pericolo.

(“Si vedrà da queste pagine se sarò io od un altro l’eroe della mia vita [anche se] in considerazione del giorno e dell’ora della mia nascita (fu dichiarato) che avrei avuto il privilegio di vedere spiriti e fantasmi” e talpe), continua…….

 

Dichiarazione di Ken Loach al momento della premiazione a Cannes, 22 maggio 2016

Brescia Anticapitalista

“Ricevere la Palma, è un po’ curioso perché dobbiamo ricordarci che i personaggi che hanno ispirato questo film sono i poveri della quinta potenza mondiale: l’Inghilterra.
Fare del cinema è formidabile e, come si vede questa sera, importantissimo. Il cinema fa vivere la nostra immaginazione, ci porta nel mondo il sogno, ma ci presenta il mondo in cui viviamo. Ma questo mondo è in una situazione pericolosa. Siamo in vista di un progetto di austerità, che è sorretto da idee che noi definiamo neo-liberiste che rischiano di condurci alla catastrofe. Queste pratiche hanno ridotto in miseria milioni di persone, dalla Grecia al Portogallo, con una piccola minoranza che si arricchisce vergognosamente. Il cinema ha molte tradizioni, una di queste è quella di rappresentare un cinema di protesta, che mette in primo piano il popolo contro i potenti, spero che questa tradizione si conservi.
Affrontiamo dei periodi di disperazione, di cui…

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Una rivoluzione virale

segnalato da Antonella

di Silvia Bencivelli – Le Scienze n.571, marzo 2016

Dieci anni fa, Ilaria Capua rese pubblici e disponibili a tutti i dati sul virus H5N1, responsabile dell’influenza aviaria, senza chiedere nulla in cambio. Fu un gesto senza precedenti, che ha ripercussioni ancora oggi, inaugurando la stagione della scienza open source come racconta la virologa in questa intervista a “Le Scienze”

Siamo nel 2006. Da tre anni l’epidemia di H5N1 si è diffusa dall’estremo oriente a quasi tutta l’Asia ed è arrivata in Europa. È un’influenza aviaria, cioè colpisce e uccide soprattutto i polli. Ma ne uccide parecchi e quelli morti o abbattuti sono più di 150 milioni. Non solo: colpisce e uccide anche gli esseri umani, ed è allarme globale. Il 9 febbraio l’Organizzazione mondiale della sanità animale (OIE) annuncia il primo caso africano: è stato caratterizzato all’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie in un campione proveniente dalla Nigeria. Il laboratorio padovano ne ha decodificato il genoma e il merito è del gruppo di Ilaria Capua, la quale però non si ferma, e fa la sua rivoluzione: rende pubblici i dati.

Che cosa successe, in quel 2006?
Successe che mi telefonò un funzionario dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e mi chiese di depositare la sequenza in una banca dati ad accesso limitato, in cambio dell’accesso alla banca dati stessa. E successe che io dissi di no.

Avevo sofferto non poco per non poter entrare in quella banca dati e per non aver avuto da alcuni colleghi le sequenze virali che loro avevano sequenziato. Semplicemente, pensai di non voler contribuire a perpetuare questo sistema. Caricai la sequenza su GenBank, che è una banca dati aperta, e dissi all’OMS: «Se lo volete, potete andare a prenderlo lì». Ero la prima scienziata a fare una cosa del genere, ma mi sembrava necessario.

Poi ho invitato anche i colleghi a fare altrettanto e ho spiegato loro che noi siamo pagati con i soldi pubblici e, soprattutto se c’è un’emergenza, dobbiamo scambiarci le informazioni perché si possano trovare soluzioni rapide. Le sequenze genetiche virali sono fondamentali per studiare un’epidemia

e per capire come evolve. Per collegare la conoscenza via via che le cose accadono, insomma. Per questo era assurdo limitarne la circolazione.

E dopo il suo «no» che cosa è successo?
Quello che non mi aspettavo. Ho avuto un’improvvisa, e inaspettata, popolarità sulla stampa di tutto il mondo. E anche molti attacchi e molte critiche, perché stavo toccando un equilibrio consolidato. Poi, con il tempo, le cose sono cambiate.

IlariaCapua


In che modo?

Sono nate diverse banche dati ad accesso aperto. Quando è emerso il virus dell’influenza suina nel 2009 c’erano già diverse piattaforme attive che hanno permesso di accelerare le ricerche e la realizzazione dei vaccini. Ma il significato della mia protesta era quello: il 70 per cento delle malattie che minacciano l’uomo arriva dal mondo animale. E non ha senso che la comunità veterinaria non comunichi con la comunità medica. Poi penso che uno debba anche passarsi una mano sulla coscienza: di fronte a un’emergenza sanitaria si può anche rinunciare al nome su uno studio pubblicato su riviste scientifiche.

Perché, c’erano resistenze legate alla difesa della paternità delle proprie scoperte?
Sì, certo. Ed è anche comprensibile. Ne ebbi personalmente dimostrazione: la nostra sequenza del 2006 finì pubblicata su «Nature» da ricercatori olandesi. Però le cose sono cambiate anche in questo. Oggi le riviste, a partire da «Nature», permettono di dare l’annuncio senza pregiudicare la possibilità di pubblicare lo studio. Quindi non c’è più bisogno di tenere le sequenze per sé in modo da evitare che altri se ne approprino. Anche se proprio quel gruppo di olandesi nel 2013 ne ha combinata un’altra.

Sarebbe a dire?
Era in corso l’epidemia di sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus (MERS), iniziata in Arabia Saudita in maniera inattesa: aveva causato morti e non si sapeva da dove fosse arrivata. Gli olandesi ricevettero i campioni biologici sauditi, per lavorarci su. Sequenziarono il virus, però poi lo brevettarono. A nome loro! Causando, tra l’altro, un bell’incidente diplomatico. Ma al di là dei sofismi che usarono per difendersi, per me c’è anche una grossa perplessità etica: come fai a brevettare un virus, una cosa che esiste in natura?

A parte casi come questi, la comunità scientifica come si sta comportando?
Bene, dove può. Per esempio nel caso di Ebola c’è stata da subito un’ampia condivisione delle sequenze, anche grazie agli statunitensi National Institutes of Health, che hanno messo a disposizione la banca dati, e grazie all’avanzamento delle tecnologie nei paesi più colpiti dalla malattia, che ha permesso una maggiore possibilità di sequenziamento del virus. Al contrario, nel caso di Zika, per esempio, c’è un problema legato alle leggi brasiliane, che non permettono di condividere materiale genetico e biologico. Ma a febbraio scorso «Nature» ha pubblicamente dichiarato che renderà gratuito l’accesso a tutti i dati riguardanti Zika e ha incoraggiato i ricercatori a depositare le sequenze in archivi pubblici.

E l’OMS oggi come si comporta?
Non ha potere sui singoli Stati. Ma negli ultimi anni ha emesso risoluzioni con cui promuove la trasparenza e la condivisione dei dati. Anzi, dopo la mia storia ha anche emesso dichiarazioni importanti sulla necessità di avere la massima trasparenza possibile soprattutto durante le emergenze sanitarie. Ecco un’altra cosa importante che è evoluta in questi dieci anni. Come sono evolute le società scientifiche, che hanno preso decisioni nella stessa direzione.

Insomma, il panorama è cambiato.
Decisamente, dieci anni fa era il momento giusto per fare quello che ho fatto. La tecnologia c’era, e ci permetteva il salto verso la condivisione dei risultati. Gli scienziati hanno prima tirato il freno a mano, ma poi hanno capitolato. Adesso, fatti salvi casi di particolare reticenze o di particolari ostacoli legali, la condivisione delle sequenze virali è la norma. La politica della scienza ci ha messo qualche anno, ma già nel 2009 con l’influenza suina le cose erano molto cambiate. Chi era maturo, e chiede sempre di più, è l’opinione pubblica, che ha sempre sostenuto la mia idea.

Certo, c’è ancora molto da fare. Soprattutto bisogna uniformare procedure e normative. Ma per questo ci vorrà un senso di responsabilità diffusa: non è il tipo di cose che si può calare dall’alto. Il messaggio della mia storia vorrei che fosse questo: le tematiche di salute non possono essere gestite solo da chi fa scienza o si occupa di scienza. Ci vuole un approccio integrato alla salute: esseri umani, animali, ambiente sono tre vasi comunicanti. E la scienza che si occupa di loro deve discutere con altre discipline, come quella etica, quella economica, quella legale. Bisogna essere di mentalità ancora più «open», permeabili e in continua evoluzione)

Ilaria Capua è medico veterinario e virologa. È stata direttore del Dipartimento di scienze biomediche comparate dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, del laboratorio di referenza nazionale, Organizzazione mondiale della sanità animale (OIE) e FAO per l’influenza aviaria e la malattia di Newcastle, del centro di collaborazione nazionale e OIE per le malattie infettive all’interfaccia uomo-animale.
Nel 2000 ha sviluppato «DIVA», la prima strategia che ha permesso di eliminare un’epidemia di influenza aviaria, oggi raccomandata da Unione Europea, OIE e FAO. Nel 2007 ha ricevuto il premio «Scientific American 50» e nel 2008 è stata inclusa fra le Revolutionary Minds dalla rivista statunitense «Seed». Nel 2011 è stata la prima donna a vincere il Penn Vet World

Partigiani o fiancheggiatori?

segnalato da Barbara G.

Cara Boschi, i tuoi sono fiancheggiatori. Altro che partigiani

di Giulio Cavalli – left.it, 23/05/2016

Poi a fine giornata lei, la ministra dei paninari arrivati al governo, ha cercato di minimizzare dicendo di essere stata fraintesa. Al solito: è difficile cercare l’ecologia delle parole in chi ha fatto del bullismo lessicale una matrice. Così la Boschi dice che ci sono partigiani veri e partigiani falsi. Partigiani millantatori. Come riconoscerli? I veri sono quelli che concordano con il suo capo Renzi. Gli altri? Partigiani da discount. Partigiani gufi.

Ma quella della Boschi non è una scivolata, tutt’altro: non può essere sdrucciolevole un concetto come quello dell’appartenenza. E sull’appartenenza questi, costituzionalisti allo sbaraglio, hanno costruito tutta la tessitura politica che ci ha ricamato questa classe dirigente di ex compagni del liceo che si ritrovano per il consiglio dei ministri piuttosto che la cena di fine anno. E per questo il concetto di partigiano (cioè di qualcuno che sa esattamente da che parte stare piuttosto che “con chi” stare) alla Boschi proprio non sembra riuscire ad entrarle in testa: l’appartenenza a un ideale è un valore troppo rarefatto per chi tra padri, testimoni di nozze, ex collaborazionisti e fratelli di dialetto ha costruito una banda chiamandola “partito”.

Non sa, la cara Boschi, che quel suo esercito arrabattato di parteggianti non a niente a che vedere con la partigianeria poiché sono semplicemente fiancheggiatori fluidi pronti ad attaccarsi al capezzolo del potente di turno: il contrario esatto di chi ha preso la parte dei deboli (i partigiani, appunto) a favore di una democrazia che di colpo era diventata terribilmente fuori moda. E non sa, la cara Boschi, che la grandezza dei partigiani sta proprio nel riuscire a mettersi insieme con tutte le loro profonde diversità per un ideale più alto degli interessi di bottega. L’altezza che manca, appunto, a questa riforma votata sgagnando i favori di un Verdini qualsiasi. Però la cara Boschi è riuscita a compiere un capolavoro: in poche parole ha dimostrato perché lei (e gli altri servetti di questo renzismo di polistirolo) non hanno lo spessore per mettere mano alla Costituzione. Va bene così.

Buon lunedì.

(A proposito: in questa giornata di memoria di plastica per Giovanni Falcone segnatevi che “la scorta” ha nomi e cognomi. Sono Vito Schifani, Rocco Dicillo e Antonio Montinaro e c’è un sopravvissuto che hanno dimenticato tutti: Giuseppe Costanza. Perché la memoria si fa dando il nome alle cose, anche. Figurarsi le persone.)

Un silenzio che scandalizza

segnalato da Barbara G.

Rosaria Capacchione: “Il silenzio sull’operazione Verdini mi scandalizza”

di Alessandro De Angelis – huffingtonpost.it, 20/05/2016

Quando fu candidata, Rosaria Capacchione era la voce e il volto del Pd nella lotta alla mafia e nella battaglia per la legalità. Ora dice: “La Valente non si vergogna a farsi una foto con Verdini? Io mi imbarazzerei alquanto. E non è un fatto personale, ma politico. Verdini è un simbolo. E quello che rappresenta e ha rappresentato è quel modo di fare politica di cui si sono occupate e si occupano le cronache giudiziarie”. Cronista del Mattino di Napoli dal 1985, sotto scorta a causa delle minacce della camorra per le sue inchieste la Capacchione è senatrice del Pd dal 2013. Mai si sarebbe aspettata di vedere Denis Verdini a Napoli al fianco del candidato sindaco del Pd.

Dice Verdini: “Al Pd servono i miei voti”.
Il problema è me li prendo o non me li prendo, su quale progetto li prendo. Quale è l’accordo, il progetto comune? Un accordo strutturale? Apparentamenti in cambio di niente con chi era il nemico pubblico numero 1? Vorrei capire visto che prima era considerato un impresentabile. O noi sono siamo quelli che facevano le manifestazioni contro Cosentino?

Ha la voce indignata, scandalizzata.
Il silenzio su questa operazione mi scandalizza.

La Valente ha dichiarato che la presenza di Verdini non la imbarazza. Si farebbe una foto con Verdini?
Se lo incontro in un bar in spiaggia non è che evito di parlarci o di farmici fotografare. Ma mai lo farei in una foto che indichi complicità politica. Siamo distanti politicamente e culturalmente.

La presenza di Verdini a Napoli e l’inchiesta che ha portato all’indagine per concorso esterno di Stefano Graziano, presidente del Pd campano, indicano che il sistema di potere di Nicola Cosentino punta sul Pd?
Al momento sì. È storia che si ripete, in una regione che ha conosciuto sistemi di potere analoghi, da Gava a Pomicino. Si punta su chi esprime il governo, il potere. Lo abbiamo visto con De Luca.

Totò Cuffaro, uscito dal carcere, disse: “Le mie clientele hanno solo cambiato nascondiglio”.
Io qui direi che neanche si nascondono tanto… Puntano alla luce del sole sul principale partito di governo. A Napoli sono grandi le risorse in arrivo per la prossima amministrazione…

Capacchione, non ci giro attorno. Lei sostiene che c’è un intreccio tra il Pd e interessi opachi.
Lo vediamo dalle inchieste. Qui c’è una scarsissima percezione del fenomeno da parte del Pd che riguarda la politica, ma anche i colletti bianchi o l’attività di certe parti della pubblica amministrazione. Il casellario giudiziario non serve a nulla, non è quello il punto. Il punto è che i partiti non fanno più il loro mestiere.

Si spieghi meglio.
Se vado a Caserta, io che sono innanzitutto una cronista che si occupa di certe cose, lo so chi sono le persone chiacchierate, gli ambienti opachi, non devo aspettare la magistratura. Ebbene, un partito dovrebbe avere questa capacità di filtro, di prevenzione. E invece qui arriva uno, garantisce pacchetti di voti e gli si dice “prego si accomodi” senza sapere che cosa porta, quali persone e quali interessi. Pacchetti di voti che prima andavano al Pdl quando governava, ora arrivano al Pd. E poi ogni settimana arriva un arresto.

Però coi voti si vince, le direbbe un renziano doc.
Il problema è che in realtà non vinci, vince l’altro. E quando ti sei accordo chi è, è troppo tardi. Non decidi più tu se entri in contatto con determinati mondi.

Anche a Caserta c’è una grossa migrazione del sistema di potere di Cosentino verso il Pd?
A Caserta c’è un sistema mafioso rassicurante, in questo momento senza l’uso sistematico della violenza. Quando i morti non ci sono si fa finta che siano solo affari gestiti in modo spregiudicato, invece è mafia. Sullo sfondo, anche se non i sentono, restano le minacce ai magistrati, e non solo a loro, insomma l’opzione violenta resta sulla sfondo.

Capacchione, il Pd campano ha infiltrazioni mafiose?
Io non generalizzo e non amo le generalizzazione. Gliela dico così: la mafia c’è, e aspetta qualcuno che bussa alle sue porte. Nel Pd c’è una grande maggioranza di persone perbene e una esigua minoranze che fa finta di non sapere chi è il suo interlocutore e cerca voti. Questa minoranza si vede aprire le porte da certi mondi. E infetta come la mela marcia nel paniere. Non penso che tutto il Pd sia compromesso, penso però che sia permeabile.

I vertici nazionali, secondo lei, assecondano questo processo. O sottovalutano il problema?
Non hanno capito cosa sia il Sud.

Lo ha spiegato a qualcuno a Roma che cosa sia la Campania?
Non è un caso che il Pd a Caserta è stato commissariato prima dell’inchiesta su Graziano.

Che cosa racconta quell’inchiesta?
Quell’inchiesta racconta questo, una scalata di potere con la contiguità con certi ambienti con il paravento forse in buona fede e il casellario giudiziario intonso dell’interlocutore.

Senatrice Capacchione, chi vince a Napoli?
Bah… Non so più chi sono i giocatoti. Dunque la mia idea ha già perso.

I quattro giorni puliti del Portogallo

segnalato da Lame

La pietra miliare delle emissioni zero è stata raggiunta quando il paese è stato fatto funzionare solo con il vento, il sole e l’energia idroelettrica per 107 ore.

Arthur Neslen – 18 maggio 2016 – the guardian

Portugal’s clean energy surge has been spurred by the EU’s renewable targets for 2020.

Il Portogallo ha tenuto accese le proprie luci solo con le energie rinnovabili per quattro giorni consecutivi la scorsa settimana in un passaggio epocale per l’energia pulita rivelato dall’analisi dei dati della rete energetica nazionale.

Secondo questa analisi il consumo di elettricità nel paese è stato completamente coperto da energia solare, eolica e idroelettrica in uno straordinario periodo di 107 ore che è andato dalle 6 e 45 di sabato 7 maggio fino alle 5 e 45 del mercoledì seguente.

La notizia di questa svolta cruciale arriva a pochi giorni dall’annuncio della Germania che domenica 15 maggio il paese ha coperto quasi completamente il suo fabbisogno elettrico con energia pulita e i prezzi sono diventati negativi varie volte durante il giorno – con i consumatori che di fatto venivano pagati per usare energia.
L’energia eolica genera il 140 per cento della domanda di elettricità della Danimarca.

Oliver Joy, portavoce dell’associazione commerciale Wind Europe ha detto: “Stiamo vedendo trend come questi diffondersi attraverso l’Europa – l’anno scorso in Danimarca e adesso in Portogallo. La penisola iberica è una grande risorsa per le rinnovabili e per l’eolico, non solo per la regione ma per l’intera Europa”

James Watson, amministratore delegato di Solar Power Europe afferma: “Questo è un risultato significativo per un paese europeo, ma quel che sembra straordinario oggi sarà all’ordine del giorno in Europa in appena pochi anni. Il processo di transizione energetica sta prendendo slancio e record come questi continueranno ad essere raggiunti e superati attraverso l’Europa”.

Soltanto nel 2013 il Portogallo generava metà della sua elettricità dai combustibili fossili, con il 27 per cento che veniva dal nucleare, il 13 dall’idroelettrico, il 7,5 per cento dall’eolico e il 3 per cento dal solare, secondo i dati Eurostat.

Dall’anno scorso il dato si è capovolto, con l’eolico che forniva il 22 per cento dell’elettricità e tutte le rinnovabili insieme che fornivano il 48 per cento secondo l’associazione portoghese delle energie rinnovabili.

Mentre il picco di energia pulita del Portogallo è stato stimolato dal target UE 2020 per le rinnovabili, i programmi di supporto per nuova capacità eolica sono stati ridotti nel 2012.

Ciononostante il Portogallo ha aggiunto 550 Megawatt di capacità eolica tra il 2013 e il 2016 e i gruppi industriali hanno messo fermamente gli occhi sul potenziale di export dell’energia verde, sia all’interno dell’Europa che all’esterno.

“Un aumentato accumulo di interconnettori, un mercato dell’elettricità riformato e la volontà politica sono tutti essenziali” ha detto Joy. “Ma con le giuste politiche in atto, l’eolico potrebbe coprire un quarto del fabbisogno energetico dell’Europa nei prossimi 15 anni”.

Nel 2015 l’eolico da solo ha coperto il 42 per cento della domanda di elettricità in Danimarca, il 20 per cento in Spagna, il 13 in Germania e l’11 per cento in Gran Bretagna.

In un passaggio salutato come “punto di svolta storico” dai sostenitori dell’energia pulita, i cittadini inglesi, la scorsa settimana, ha nno goduto la loro prima settimana di generazione elettrica senza carbone.

Watson ha dichiarato: L’era delle tecnologie rigide e inquinanti sta giungendo al termine e l’energia sarà sempre più fornita da fonti pulite e rinnovabili”.

fonte: http://www.theguardian.com/environment/2016/may/18/portugal-runs-for-four-days-straight-on-renewable-energy-alone

Lo scandalo e la bestemmia

segnalato da Barbara G.

Visto che si parlava di coccodrilli, e che quando muore qualcuno anche i suoi acerrimi nemici ne tessono le lodi…

Questo invece mi sembra piuttosto “vero”.

di Alessandro Giglioli – piovonorane, 22/05/2016

A volte succede agli eterodossi, ai fuori-dal-branco, agli underdog: finire la propria parabola celebrati e coccolati proprio dall’establishment, dalle istituzioni, dal mainstream. Un paradosso, forse, ma paradossale è la vita.

È quello che è successo nelle sue ultime settimane a Marco Pannella: che pure è stato, per decenni, «lo scandalo e la bestemmia» della politica italiana, come diceva di lui Pier Paolo Pasolini.

Lo è stato per le battaglie che proponeva, così spaventose per la Dc e così urticanti per il Pci: il divorzio, l’aborto, l’obiezione di coscienza al militare, la legalizzazione delle droghe leggere, la condizione carceraria, l’eutanasia – per dirne solo alcune.

Ma lo è stato soprattutto per il modo in cui lottava, per le pratiche che metteva in atto: anticonformiste, irridenti, provocatorie. Aliene da calcoli di partito, da strategie di corridoio. Frontali, aperte, imprudenti. Arroganti, talvolta: ma di quell’arroganza a cui le minoranze ricorrono per farsi sentire, avendo minor voce.

Ha ottenuto molto così per l’Italia, si sa. Il divorzio, l’aborto e la legge sull’obiezione di coscienza alla naia, tra le altre cose. Ma direi anche, in tempi più recenti, l’abolizione de facto della legge medievale sulla fecondazione in vitro, fatta fuori pezzo a pezzo dai ricorsi dell’Associazione Luca Coscioni, una delle declinazioni tuttora migliori della galassia radicale.

Ma è oltre i risultati politici che in questi giorni mi piace pensare a Pannella, a ciò che di buono ci ha dato e quindi ci lascerà.

È cioè nel modo di ragionare, tipicamente radicale appunto: non sedersi mai dentro un’ideologia e nemmeno dentro un pensiero sistematico, dato che la complessità del mondo non permette alcuna onesta sistematicità; e la sistematicità alla lunga diventa una prigione per se stessi e una menzogna per gli altri, una grande ipocrisia individuale e collettiva.

E poi: mescolare sempre il pubblico e il privato, il proprio corpo con le proprie idee, le proprie parole con le proprie azioni. Rovesciando ogni giorno il modo di pensare e di reagire più immediato e comune, quello che a chiunque viene in mente per primo: per stordire e stupire gli interlocutori con una mossa a sorpresa, con una scelta controintuitiva, insomma facendo il contrario di quello che gli altri si sarebbero aspettati.

Disturbando, sempre, perché Pannella è stato fondamentalmente un disturbatore: delle certezze, delle coscienze, delle zone erronee incrostate di ciascuno e soprattutto di quelle della maggioranza.

Ecco, a proposito: se c’è una paura che Pannella non ha mai avuto, è quella di essere minoranza. Ed è stato senza alcuna vergogna che con dieci o quindici compagni ha marciato per anni a Capodanno o a Ferragosto, tra i passanti che lo guardavano con sufficienza. Che lezione per i berlusconiani di ieri e molti renziani di oggi, cioè per tutti quelli che quando li contrasti nel merito ti rispondono che invece la maggioranza la pensa come loro, quindi hanno ragione.

Già: Pannella è stato il più grande avversario immaginabile dell’argumentum ad populum, ma quella battaglia culturale proprio non l’ha vinta, in questo Paese.

Poi ne ha cannate tante, Pannella, certo. Specie negli ultimi dieci-quindici anni. Fino a diventare, a tratti, quasi la negazione di se stesso, di quel se stesso che combatteva senza paure contro ogni conformismo, ogni conventicola, ogni istituzione, ogni potere, ogni polvere nascosta sotto il tappeto. Di qui forse anche il pellegrinaggio dell’establishment al suo capezzale, in questi giorni.

È andata così e i primi a saperlo sono i Radicali stessi – quei pochi rimasti, quei pochi che lui non ha divorato come Crono: che pure da Pannella hanno imparato tutto, anche a detestarne la superbia e l’autocrazia, anche a contestarne le follie un po’ solipsistiche, anche a criticarne la riluttanza nel preparare qualsiasi successione, come se lui volesse far morire con sé il partito che aveva creato.

Questo è stato anche, per decenni, Pannella. Crogiolo di contraddizioni che però ci ha insegnato, appunto, a considerare le contraddizioni meno truffaldine di qualsiasi ideologia. Perché le contraddizioni palesano, mentre l’ideologia nasconde.

Personalmente, poi, gli sono grato per le pubbliche urla di nonviolenza – sì,urla di nonviolenza – che negli anni Settanta hanno contribuito a tenermi lontano dalle peggiori derive dei movimenti. Mi sembrava più contemporaneo e antisistema lui, alla fine, di quelli dell’Autonomia operaia. È grazie a un banchetto in cui raccoglievamo firme per i referendum radicali, nella piazza Santo Stefano di Milano, che in un sabato di marzo del 1977 non sono andato in via De Amicis. E chissà che piega avrebbe preso la mia vita, se in quel giorno incerto avessi fatto la scelta contraria.

Roba vecchissima, e i più giovani se non cliccano il link non sanno neanche di cosa sto parlando. Ma è proprio per loro, per quelli che hanno meno di 35-40 anni, che ho vinto l’imbarazzo di scrivere queste righe, di star dentro anch’io nel coro di elogi con cui oggi i potenti lo abbracciano – per riverginarsi e autoassolversi.

Perché sappiano anche loro, i ragazzi, che Pannella non è stato solo l’uomo che hanno visto in questi ultimi tempi: autocentrato, narcisista, innocuo – e tutto sommato omologabile.

Ma una persona la cui vita di scandalo e bestemmia è valsa la pena di essere vissuta.