Sotta ‘o muro

di Antonio “Boka”

Del vivere sull’orlo del vuoto come unica alternativa all’essere  “nu popolo ca cammina sotta ‘o muro”

Una lunga serie di ragionamenti non sintetizzabili in 140 caratteri su ciò di cui si deve tacere perché non se ne può parlare (semi-cit.) con annessa pervicace ostinazione basata su “se una domanda può esser posta deve esserci la risposta” (seconda parte della semi-cit.).

Essere “senza” lavoro o se preferite, con un termine tecnico che suona ormai afono, essere disoccupati sembra essere diventato ormai una sorta di stato “naturale” delle cose su cui nulla può essere fatto e, in una versione tragicamente adattata della “sindrome di Stoccolma, l’unica azione possibile diviene la condivisione delle difficoltà, anch’esse “naturali”, di coloro i quali coprono il ruolo di creatori di lavoro: gli imprenditori. Agenti sociali con vocazione naturale alla sofferenza che agiscono, nonostante prezzi elevati da pagare in termini personali, solo ed esclusivamente nell’interesse della comunità. Il profitto è un risultato non perseguito direttamente, cade lì per caso come quando, persi nell’osservare il volo di un uccello, la sua merda ci colpisce in viso e ci ricorda che volare alto sarà anche necessario e nobile purché non ci si curi (e non si faccia parte) di coloro i quali calpestano la terra alla quale ritorneranno.

Prima Intercessione

Ma Aristotele quando spiegava la caduta dei gravi con “il simile attira il simile” come avrebbe spiegato la caduta della merda degli uccelli? Da qui la superiorità della fisica Newtoniana che ci permette di calcolare la traiettoria balistica utile ad esprimere il nostro disappunto al pennuto di cui sopra.

Fine Prima Intercessione.

Torniamo allo “stato naturale”. Senza entrare nel merito o tantomeno senza nostalgie (per di più impossibili nel mio caso per avversione, questa sì “naturale”, profonda per i paesi del “socialismo reale”) fuori luogo, fuori tempo ed oramai fuori dalla storia (ma non dalla “Storia”) vale la pena ricordare che fino a poco tempo fa c’erano società (ebbene sì, parlo dell’Unione Sovietica) caratterizzate da carenze di manodopera in maniera strutturale tanto che ponderosi ed estesi tomi sono stati scritti per cercare di capire come e perché la carenza di manodopera sia stata in realtà l’elemento caratterizzante di quel tipo di economie (analizzare quelle economie con gli strumenti critici delle teorie sulle economie pianificate sarebbe come spiegare il virus del raffreddore con la perdita di fluidi dai canali nasali e la “moccoleconomics non mi entusiasma”). (Per chi fosse interessato ad approfondire cercare Janos Kornai). A questo punto, appurato con stupore e riattivazione della memoria (storica) che la disoccupazione non è uno stato naturale delle cose non possiamo attribuirne la causa al funzionamento implicito dell’economia capitalistica (vedi “moccoleconomics”) poiché ritorneremmo allo stato “naturale” delle cose.

Ora, mantenendoci sul semplice possiamo ragionevolmente affermare che due sono le cause possibili della disoccupazione: scarsità di capitale necessario per fronteggiare l’offerta di lavoro o domanda insufficiente che comporta la non necessità di piena utilizzazione della risorsa lavoro. In quest’ultimo caso si è in presenza ovviamente di capitale sotto-utilizzato.

Nel caso di scarsità di capitale dobbiamo distinguere due casi: carenza di capitale fisso o carenza di capitale variabile e cioè di beni-salario necessari per impiegare la forza-lavoro al livello minimo di sussistenza (o, se preferite gli eufemismi, al prezzo di equilibrio sul mercato del lavoro). Vale la pena sottolineare che la prima ragione e cioè la scarsità di capitali non è mai stata decisiva e anche se possono esserci casi (come nel caso del picco di un ciclo economico  – cosiddetto “boom” -) in cui, per un breve periodo di tempo , ci si trovi di fronte a scarsità di capitali di sicuro essa non spiega la presenza costante di disoccupazione. Di fatto la condizione tipica di una economia capitalistica è data dalla costante sotto utilizzazione delle risorse dell’economia (vedi Kalecki). In sostanza, come ho cercato di spiegare altre volte, la realtà economica è ben diversa da quella immaginata nella favola dell’equilibrio economico generale (fatte salve le ridicole condizioni in cui esso si verifica, se ricordate una serie di commenti scritti qualche tempo fa) siamo, infatti, di fronte a monopoli o semi-monopoli in cui i prezzi (e conseguentemente l’utilizzazione delle risorse) sono determinati dalle imprese dominanti  che si basano su costi medi e prezzi medi e determinati sulla base della massimizzazione del profitto.

L’esistenza della disoccupazione (e, contemporaneamente, di capitale inutilizzato) va quindi ricercata nella insufficienza della domanda aggregata, domanda aggregata che ha generalmente quattro componenti: consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette.

Ora, se la domanda per consumi ha bisogno di essere aumentata, ciò significa che la distribuzione del reddito ha bisogno di essere alterata favorendo l’occupazione (tralasciando la discussione sui livelli salariali, per comodità e per evitare accuse di ideologismo sinistro faccio sempre riferimento al livello minimo di sussistenza). I detentori di capitale, ovviamente, oppongono resistenza a questa redistribuzione del reddito essendo mossi solo dalla motivazione della massimizzazione del profitto. Ricordo brevemente a questo punto la diminuzione della quota salari sul Reddito Nazionale Lordo verificatasi i tutte le economie occidentali negli ultimi vent’anni in contro tendenza con quanto verificatosi negli anni successivi alla seconda guerra mondiale ed in particolare con riferimento alla “golden age” del capitalismo (grosso modo prima della crisi petrolifera di inizio anni’70)

Esaminiamo ora un altro componente della domanda aggregata, gli investimenti che dipendono dalla crescita attesa del mercato. Un solo punto va sottolineato con chiarezza: gli investimenti sono grosso modo insensibili al tasso di interesse (la teoria vorrebbe che un abbassamento del tasso di interesse comporti un aumento degli investimenti) come dimostrato dai fatti degli ultimi anni.

La spesa pubblica rappresenta, ovviamente, un elemento fondamentale (una prece per Keynes) per sostenere la domanda, incrementare l’occupazione (per decenza evito di parlare di “piena occupazione”) ed evitare il crollo del sistema. Di fatto con l’introduzione della religione della “responsabilità fiscale”, apologia indiretta e strumento ottimale ai fini del neoliberismo, la spesa pubblica ha cessato di essere uno strumento autonomo, i deficit vanno contenuti nei termini e nella misura che fanno comodo alla finanza globalizzata

Per quanto riguarda le esportazioni esse dipendono dall’economia globale. In presenza di grandi economie in espansione e crescita alcuni paesi riusciranno a trarne vantaggio ma in presenza di una generale stagnazione è solo possibile prevedere un aumento della disoccupazione (o di sicuro nessuna tendenza alla piena occupazione).

Una prima conclusione, sebbene insufficiente, abbastanza ovvia è che se potessimo staccare la nostra economia dall’economia globale (imponendo controlli sui flussi di capitale in entrata ed uscita – immagino l’orrore di molti su questo punto considerate le litanie ipnotiche sulla libertà di movimento dei capitali e tutto il “bene” che ne è derivato) e contemporaneamente liberando la politica fiscale dalle necessità e dal “comando” del capitale finanziario globalizzato si potrebbe potenziare la domanda aggregata e di conseguenza incrementare l’occupazione.

Una brevissima nota prima di concludere in particolare per Heiner che più volte ha lamentato la mancanza di proposte in presenza di analisi giuste, approfondite e persino condivisibili. Le proposte ci sono. Sono scomode, rompono equilibri di potere e sono in controtendenza rispetto ai mantra quotidiani. Voglio solo ricordare, ancora una volta, che il pluricitato Adam Smith quando parla della “mano invisibile” lo fa in termini di controllo del mercato ma non voglio tediarvi oltre.

(Continua à la Dickens)

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106 comments

  1. qualcuno lo aveva citato qualche giorno fa… vista la piega della discussione magari serve un estratto…

    Il risultato generale al quale arrivai e che, una volta acquisito, mi servì da filo conduttore nei miei studi, può essere brevemente formulato così: nella produzione sociale della loro esistenza, gli uomini entrano in rapporti determinati, necessari, indipendenti dalla loro volontà, in rapporti di produzione che corrispondono a un determinato grado di sviluppo delle loro forze produttive materiali. L’insieme di questi rapporti di produzione costituisce la struttura economica della società, ossia la base reale sulla quale si eleva una sovrastruttura giuridica e alla quale corrispondono determinate forme sociali della coscienza. Il modo di produzione della vita materiale condiziona, in generale, il processo sociale, politico e spirituale della vita. Non è la coscienza degli uomini che determina il loro essere, ma è, al contrario, il loro essere sociale che determina la loro coscienza. A un dato punto del loro sviluppo, le forze produttive materiali della società entrano in contraddizione con i rapporti di produzione esistenti, cioè con i rapporti di proprietà (che ne sono soltanto l’espressione giuridica) dentro i quali tali forze per l’innanzi s’erano mosse. Questi rapporti, da forme di sviluppo delle forze produttive, si convertono in loro catene. E allora subentra un’epoca di rivoluzione sociale.

    Con il cambiamento della base economica si sconvolge più o meno rapidamente tutta la gigantesca sovrastruttura. Quando si studiano simili sconvolgimenti, è indispensabile distinguere sempre fra lo sconvolgimento materiale delle condizioni economiche della produzione, che può essere constatato con la precisione delle scienze naturali, e le forme giuridiche, politiche, religiose, artistiche o filosofiche, in una parola le forme ideologiche che permettono agli uomini di concepire questo conflitto e di combatterlo. Come non si può giudicare un uomo dall’idea che egli ha di se stesso, così non si può giudicare una simile epoca di sconvolgimento dalla coscienza che essa ha di se stessa; occorre invece spiegare questa coscienza con le contraddizioni della vita materiale, con il conflitto esistente fra le forze produttive della società e i rapporti di produzione.

    Una formazione sociale non perisce finché non siano sviluppate tutte le forze produttive per la quale essa offra spazio sufficiente; nuovi e superiori rapporti di produzione non subentrano mai, prima che siano maturate in seno alla vecchia società le condizioni materiali della loro esistenza. Pertanto l’umanità non si propone se non quei problemi che può risolvere, perché, a considerare le cose dappresso, si trova sempre che il problema sorge solo quando le condizioni materiali della sua soluzione esistono già o almeno sono in formazione. A grandi linee, i modi di produzione asiatico, antico, feudale e borghese moderno possono essere designati come epoche che marcano il progresso della formazione economica della società.

    I rapporti di produzione borghese sono l’ultima forma antagonistica non nel senso di un antagonismo individuale, ma di un antagonismo che sorge dalle condizioni di vita sociali degli individui. Ma le forze produttive che si sviluppano nel seno della società borghese creano in pari tempo le condizioni materiali per la soluzione di questo antagonismo. con questa formazione sociale si chiude dunque la preistoria della società umana.

  2. Contro…caro biglietto

    Ex po

    Dopo circa tre anni un paese normale avrebbe dovuto trarre le sue conseguenze e classificare l’attuale presidente del consiglio tra quelli che si credono davvero Napoleone. Ha raggiunto il punto massimo del metodo Stanislavskij, è diventato il personaggio che interpreta e crede con tutto il suo essere alle palle che ci racconta. Inutile chiedergli quindi, dopo averla magnificata come la svolta nella vita del paese, che cosa pensi dello studio dell’Istituto Bruno Leoni uno dei più importanti think tank economici italiani, assolutamente alieno da ogni posizione gufa che ha calcolato sui bilanci ufficiali , finalmente ,l’entità del disastro chiamato Expo di Milano. Più di due miliardi e due di spese, uno virgola due dei quali sborsati dei contribuenti italiani. Un miliardo e tre dei paesi espositori. Per arrivare ad un pareggio economico ognuno dei 16 milioni di biglietti dell’expo a prezzo pieno avrebbe dovuto costare 218 euro. Non mi pare che quello fosse il prezzo, per cui per ognuno che ha varcato i cancelli i contribuenti hanno buttato 78 euro. Non male come successo. Ricordatevi di Oxfam che è meglio.

    1. Cazzo Marco! Milano è ritornata la città da bere e chisse ne fotte se i vecchietti se le danno sugli autobus con i carrelli della spesa a metà mattina, perché hanno eliminato alcune linee in omaggio alla M5 che fa un altro percorso e quando l’ho presa io era pure vuota.

  3. Contro…pannolone

    Risorse umane

    Siccome io vengo da un mondo antico, cose così me le raccontavano per esperienza personale, zie e cugini che tiravano il 27 alla catena di montaggio della Fiat o della Indesit. Parliamo dei profondi anni sessanta. Per cui capitemi: quando ho letto degli addetti all’industria del pollo negli Stati uniti costretti a mettersi i pannoloni per potersi pisciare e cacare addosso, dato che i capireparto non ti danno il permesso di andare in bagno, mi sono venute due reazioni. Una di prendere il lanciafiamme e recarmi per trarre vendetta nel primo fast food che avessi incontrato per strada. L’altra di arrotolarmi a palla strillando, come un bambino autistico che non vuole e non può entrare in contatto con questo mondo. Vedete noi farfugliamo di Carlo Magno e di Rinascimento, di Illuminismo e di cultura, e nel paese con la costituzione più vecchia del mondo, con la ricchezza più grande del mondo, con la democrazia più grande del mondo, oggi dopo otto anni di Obama succede ancora, anzi di nuovo, questo. La notizia ce l’ha data Oxfam, se per caso ve ne foste scordati.

    1. Niente di nuiovo, Marco. Ho raccontato delle pelatrici negli anni ’60 nell’industria conserviera e dell’addetto alla pompa che provvedeva a sciacquare le povere sciagurate. I tristi figuri che raccontano della modernità e del doversi adeguare ad essa senza nostalgie per il passato meritano di finire nell’unico posto che riesco ad immaginare per loro (cortesia dell’ Alighieri): il buco del culo di Satana sperando che abbia pasteggiato ad uova sode e fagioli lessi.

  4. Ho già detto della mia repulsione per l’analisi dei problemi economici nella logica dell’economia liberale (per quel poco che la conosco). Della logica liberista-neoliberista meglio lasciar perdere, per me.
    Ma mi ostino a cercare alcune risposte (o, più probabilmente, conferme alle mie preferenze).
    Propongo il seguente problema:

    Tizio è proprietario, tra l’altro di un terreno la cui fertilità consente a malapena raccolti di sopravvivenza per una famiglia. Tizio è anche proprietario di altri beni che gli assicurano un reddito sufficiente per vivere, pure agiatamente, per cui decide di lasciare quel terreno incolto.

    Caio non è proprietario di null’altro che delle sue braccia e della sua salute, fin che dura. Vorrebbe coltivare quel terreno per sfamare la sua famiglia ma non è in grado di pagare una rendita a Tizio.

    Qual è la risposta della teoria economica liberale?
    La politica avrebbe qualcosa di dire (e da fare) legittimamente al riguardo?

    Se qualcuno mi dirà che è un esempio che non ha riscontri nella realtà o, peggio, che forze economiche sistemiche risolvono il problema mi indurrà a reazioni asprette, a meno che le sue argomentazioni non siano convincenti. (Confesso: ho la testa dura, ma non impenetrabile alla logica)

    1. ha riscontri nella realtà. eccome.

      ci sono due possibili soluzioni:
      1) al proletario non viene permesso di coltivare il campo incolto. o si lascia morire (al che tizio è contento), oppure decide di dedicarsi al furto o cerca con la violenza di impossessarsi delle proprietà di tizio (e tizio è meno contento, anche se la prima volta potrà chiamare la polizia che uccide caio, ma i figli di caio? e i figli dei figli? la questione si ripresenterà)

      2) al proletario viene concesso di coltivare il campo (altrimenti vedi conseguenze sopra) ma gli viene richiesto un pagamento di una tassa o qc del genere. quanto alta? qui liberali e socialdemocratici pongono le loro differenze

      ps: il caso attualmente più evidente di questa situazione riguarda la stragrande maggioranza della popolazione mondiale (proletari) rispetto a noi occidentali (tizi). anche l’immigrazione di massa, con tutte le conseguenze che comporta, è un modo per rispondere a questo problema.

      1. > 2) al proletario viene concesso di coltivare il campo (altrimenti vedi conseguenze sopra) ma gli viene richiesto un pagamento di una tassa o qc del genere. quanto alta? qui liberali e socialdemocratici pongono le loro differenze

        vincono i socialdemocratici e mettono una tassa molto bassa… un anno il povero tizio deve far riposare il terreno, prende un prestito per pagare tizio…e già che c’è compra un frigorifero, il tasso del prestito è veriabile

        1. purtroppo per tizio, che è anche sfortunato, purtroppo levato quello per mangiare, non riesce con il surplus a pagare il debito che aumenta ogni anno… Caio che è di buon cuore gli dice che se era meno cicala magari…

              1. Esiste, credo, un’altra soluzione: lo stato, riconoscendo il diritto alla proprietà ma non riconoscendo il diritto a mantenerla improduttiva interviene
                a) riconoscendo il diritto all’usucapione (piuttosto teorico)
                b) imponendo una tassazione sul bene inutilizzato tale da forzarne la cessione a titolo gratuito
                c) espropriando il bene acquisendolo al patrimonio pubblico la cui destinazione è poi da discutere (un caso particolare di questo ‘esproprio’ mi pare rintracciabile nel versamento alle banche (che una volta avevano diritto a tenerseli) i saldi dei cosiddetti ‘conti dormienti’ o ‘inattivi’).
                Questi sono interventi politici, mi pare. Le “leggi” dell’economia li vieterebbero.

                La discussione, se c’è interesse, potrebbe proseguire.
                Solo che proporrei un salto concettuale piuttosto vertiginoso: e se invece di parlare di terreni o altri beni produttivi parlassimo di denaro?

                Avrei in serbo anche un altro ‘semplice’ caso di studio, chiamiamolo così, ma non vorrei annoiare.

                1. senza entrare nelle dotte dissertazioni, faccio presente che, fino ad un paio di anni fa, veniva elargito un contributo per lasciare i terreni incolti, nella nazione “dove i ns prodotti e le ns diversità enogastronomiche sono la ns ricchezza”
                  per dire

                  1. Dici che sono “dotte dissertazioni”? Abbandono subito il tema. 🙂

                    Dopotutto, riconosco, se si sta al polo nord, parlare del sole dell’equatore non cambia la temperatura dell’igloo.

                    1. le linee di azione in un futuro che auspicheremmo ‘socialista’ potrebbe portare verso i punti che proponi.
                      in alcuni casi ne esistono già forme attenuate (esproprio – con pagamento – per opere di rilievo pubblico, e anche l’imu progressiva va già verso il punto b)

                      per non parlare delle legge sociali al tempo del primo centrosinistra, con la distribuzione delle terre (o dei terricci…), eccetera.

                      i problemi non sono di ordine teorico, ma pratico. quanti italiani, ad esempio, sono proprietari di qualcosa?
                      viene un senegalese da noi e chiede di ricevere una casa sfitta espropriata a un proprietario italiano. in teoria.. .nulla da eccepire. in pratica: buona fortuna.

      1. (non avevo letto. la cito anch’io sopra. da un punto di vista strettamente pratico non so se abbia più senso adesso.
        ci sono altre cose che vedrei più praticabili, ad esempio la questione delle seconde (terze? quarte?) case sfitte.

        1. quando siamo d’accordo mi preoccupo
          nel nostro paese abbiamo il mito “se non riprende l’edilizia…” come se chi compra non fosse il fattore determinante (da qui anche le storture bancarie, intese come aiuti della banca centrale)

          si rendono i palazzi e i capannoni sfitti esenti da imu, si rende conveniente lasciarli sfitti
          come per le sovvenzioni per i campi incolti

          1. se vuoi una distinzione.. nella pratica occorre andarci cauti con i capannoni (a proposito: ma sono esenti da imu? non ho seguito). perché a volte sono il frutto di un fallimento economico, e nei periodi di transizione (ricerca di un’altra attività? rilancio di quella vecchia? ecc. spesso si tratta di piccole aziende) anche la tassa per il capannone sfitto può pesare assai.

            1. parlo di quelli in mano ai costruttori e mai venduti/affittati, se di un privato o di un’azienda (vedi capannoni terremotati dell’Emilia) che si fottano

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