I movimenti sociali sono formati sempre da minoranze

segnalato e tradotto da Antonella

di Antoine Sabot, Le monde 2 giugno 2016

Irène Pereira, sociologa della militanza e copresidente del’Istituto di ricerca, studi e formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO).

 

IrenePereira

 

Come qualificare le strategie dei sindacati a proposito della loi travail? Qual è la rappresentatività dei differenti attori? Quali sono i tratti caratteristici della contestazione? Mentre il Senato ha iniziato l’esame del progetto di legge di riforma del codice del lavoro e la mobilitazione contro il testo prosegue, la sociologa Irène Pereira, copresidente dell’Istituto di ricerca, studi e di formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO) e autrice di Travailler e lutter (L’Harmattan, 2016), ha risposto alle domande degli internauti di LeMonde.fr.

In un paese dove solo il 10% degli attivi sono sindacalizzati, si può ancora parlare di rappresentatività delle organizzazioni sindacali per negoziare e discutere di un progetto di legge?

Si distinguono in genere tre aspetti: il tasso di sindacalizzazione, la partecipazione all’elezioni sindacali e la fiducia che la popolazione accorda ai sindacati per difendere i suoi interessi. Dunque il tasso di sindacalizzazione non riflette l’adesione dei salariati ai sindacati.

Bisogna inoltre tener conto di altre variabili: in certi paesi europei, il tasso di sindacalizzazione può essere più importante, ma i sindacati non hanno la stessa funzione che in Francia (essi possono generare dei servizi come le mutue dei servizi sociali…); e ci sono dei settori dove è molto difficile aderire al sindacato, come le piccole imprese, per esempio. La precarietà e il timore, in certi settori, della repressione sindacale, possono ugualmente limitare la sindacalizzazione.

Quasi un giovane su tre non ha un lavoro in Francia. Perché i sindacati, e in particolare la CGT, non riconoscono il diritto dei disoccupati e dei giovani al lavoro e non l’includono mai nelle loro rivendicazioni?

Il sindacalismo così com’è andato a costituirsi in Francia è fondato sull’attività lavorativa. Essere disoccupato non è un’attività lavorativa: un disoccupato è ricollegato al sindacato della professione ch’egli esercitava in precedenza. Perché? Perché altrimenti si dovrebbe riconoscere che essere disoccupato, è uno stato sociale legittimo. Per i giovani è lo stesso: non ci si sindacalizza per categorie d’età, i giovani da una parte, gli anziani dall’altra e gli attivi nel mezzo. Da lì, lo scopo del sindacato è quello di difendere il diritto al lavoro e di creare solidarietà tra i lavoratori, sulla base della loro attività, del loro settore professionale, delle loro condizioni di lavoratori.

Ci sono più aderenti nella CGT che in qualunque partito politico. Perché non lo dite mai?

I partiti politici francesi non sono dei partiti di massa. Meno dell’1% della popolazione è aderente ad un partito, che è più basso del tasso di sindacalizzazione. Al contrario, un organizzazione sindacale ha vocazione a essere un’organizzazione di massa, riunendo l’insieme dei lavoratori. L’idea di un sindacato è che l’uniona fa la forza, dunque il numero di aderenti e il suo potere di mobilitazione sono una dimensione più importante che per un partito politico. Un partito affilia avvalendosi delle sfide elettorali (senza essere aderenti si vota per il partito al momento delle elezioni). Non è la stessa logica: un partito aspetta che si voti per lui, mentre un sindacato può anche avere come obbiettivo di mobilitare durante uno sciopero e le manifestazioni, al di là delle elezioni sindacali.

Come spiegare il fatto che la mobilitazione sembra amplificarsi tra i lavoratori mentre il numero dei manifestanti tende a ridursi?

E’ una contraddizione che ha una temporalità abbastanza stupefacente. Abbiamo, in un primo tempo, un forte coinvolgimento dei liceali e degli studenti; poi un governo che rivede il testo; in seguito i sindacati si dividono su questa seconda proposizione (sostenuta dalla CFDT); in parallelo c’è l’emergenza del movimento Nuit debout e delle tensioni nelle manifestazioni; infine una legge che è votata con il 49.3. Tutti questi elementi non sono abituali, con un conflitto che si radicalizza dopo l’approvazione della legge. Fu differente nel 2003 e nel 2010 contro le riforme delle pensioni; quando le leggi furono votate, le mobilitazioni cessarono.

Globalmente, la radicalizzazione del conflitto dovrebbe essere intesa in un contesto più ampio del disconoscimento del governo e della sua politica, che non corrisponde alle aspettative del suo elettorato. Dunque la mobilitazione sindacale attuale cristallizza questo malcontento. Essa permette ai sindacati più contestatori, come la CGT o Solidaire, di rafforzare la loro legittimità nella difesa dei lavoratori. Di fatto, la mobilitazione dei lavoratori e lo sciopero dei settori strategici (nucleare, trasporti, etc.) possono trovare un sostegno più ampio nella popolazione.

Non bisogna leggere questo conflitto unicamente in termini di azione sindacale, di posizionamento della CGT rispetto alla CFDT in vista delle elezioni sindacali. Bisogna considerare un contesto sociale più generale.

La CGT, irrigidendo la sua linea, si serve, tuttavia, della loi travail come alibi per recuperare legittimità, mentre rischia di ritrovarsi dietro la CFDT alle prossime elezioni sindacali?

A mio avviso, non è pertinente ridurre un movimento sociale come questo ad un solo fattore, relativamente superficiale, rispetto a quello che ci insegnano la storia e la sociologia nell’analisi delle questioni sociali. Da un secolo i ricercatori ricollocano i movimenti sociali in un contesto sociale più profondo. Oggi il lavoro resta una questione cruciale che mobilita un’intera società, che ci dice alcune cose su questa società. Così i movimenti sociali sono dei rivelatori di rapporti sociali.

Quali sono, secondo lei, le ragioni della flessione dei voti espressi in favore della CGT nelle recenti elezioni sindacali? Pensa che l’impegno della CGT nel movimento contro il progetto di loi travail gli permetterà di guadagnare nuovi sostegni al momento delle prossime elezioni?

In generale, la conflittualità può portare benefici ad un sindacato al momento delle elezioni. Ma per me resta una dimensione piuttosto superficiale dei movimenti sociali.

Durante il suo ultimo congresso la CGT ha adottato una posizione che va verso una maggiore radicalizzazione. Tuttavia, non se ne deve dare un’interpretazione unicamente in termini di strategia sindacale. Questa affermazione di radicalità può essere anche letta come l’espressione di un disconoscimento della classe politica. I sindacati si sentiranno tanto più legittimati a supportare le rivendicazioni del mondo del lavoro, dato  il cedimento della sinistra radicale politica. Attraverso i sindacati i lavoratori ritrovano un mezzo d’espressione, sulle questioni sociali, che essi non trovano più nei partiti politici, Con il conflitto attuale i sindacati monopolizzano la questione sociale, che era stata captata dall’estrema destra negli ultimi tempi.

Lo sciopero si manifesta sempre attraverso un blocco delle imprese e delle istituzioni? Perché la contestazione non comporta una gratuità dei servzi? Sarebbe una leva più forte che non penalizerebbe la Francia intera, mobiliterebbe altrettanto i manifestanti e darebbe un’immagine molto più positiva e costruttiva della protesta…

Il vantaggio dei blocchi è che paralizzano i nodi strategici. Quello che possiamo constatare almeno dal dicembre 1995, all’epoca della mobilitazione contro la legge Juppé sulla riforma della Sécurité sociale, è l’importanza di paralizzare le vie di comunicazione, le vie di trasmissione dell’approvvigionamento energetico… Tutto questo corrisponde all’organizzazione della nostra società industriale, che è molto vulnerabile quando si colpiscono questi punti strategici di comunicazione e approvvigionamento.

In uno sciopero bisogna distinguere gli scioperanti e quelli che li sostengono. Il blocco è minoritario, ma può beneficiare di un più ampio sostegno della popolazione. Nello stesso modo quando c’è uno sciopero, questo non è mai votato da una percentuale di salariati, ma da un numero di presenti all’assemblea generale. La visione della democrazia nella storia del sindacalismo, è una democrazia diretta di minoranze attive. I movimenti sociali sono sempre costituiti, nella storia, da minoranze. Allora, la questione è sapere se queste minoranze hanno il sostegno della popolazione. Oggi, per esempio, i sindacati si sentono legittimati poiché la maggioranza della popolazione era contraria al passaggio della legge tramite il ricorso all’articolo 49.3.

La gratuità può essere praticata, è, per esempio, una pratica corrente nel settore dei musei; si organizza spesso con casse di sostegno da parte dei visitatori. Ma si deve considerare nei conflitti la questione dell’efficacia: la gratuità può avere una virtù positiva simbolica, ma il blocco impatta più profondamente l’economia. Introduce un rapporto di forza più importante, più ampio. C’è nei conflitti sociali il timore delle organizzazioni sindacali che i gruppi di scioperanti si dissolvano se la mobilitazione non si dimostri efficace e debba prolungarsi.

La militanza sindacale è influenzata dalle nuove pratiche sociali: individualizzazione, reti sociali, etc?

Si pone talvolta un’enfasi sulle nuove forme di militanza e d’azione (petizioni, blocchi di siti istituzionali, etc.) che tenderebbero a far sparire le forme più antiche. Per i sociologi è una lettura superficiale. I mezzi tecnologici sono degli strumenti, ma non modificano in profondità, per il momento, il repertorio d’azione. Si vede che l’essenza della mobilitazione continua a giocarsi negli scioperi e nelle manifestazioni. Le reti sociali hanno un ruolo nella comunicazione, ma internet non costituisce lo spazio dove si manifestano i rapporti di forza.

14 comments

        1. è un constatazione di Vauro
          che vale quanto quella di chiunque altro e in più non fa nemmeno ridere
          come tutte le battute presunte “comiche” viziate dalla pesantezza di parte. (gli esempi sono tanti)

        1. Sta’ a rosica’ da domenica…

          mc2, tranqui, c’e’ spazio per una rimonta. A Torino poi, dieci punti di vantaggio.

          1. Rosicà?

            Ma proprio no.
            zero.

            Se hai avuto la pazienza di leggere quello che ho scritto da ben prima delle primarie, lo puoi constatare anche tu…

            Per rosicare bisogna avere delle aspettative deluse, non delle conferme.

            Inoltre se uno vuole commentare la politica, oltre a mantenere un certo distacco per leggere il quadro generale ed evitare che gli si chiuda la vena, deve essere pronto a incassare delle INEVITABILI sconfitte altrimenti è meglio che vada allo stadio a parlare di calcio.

            Inoltre, come ho già scritto io voto a Milano e anche non vincesse Sala mi consola il fatto che Parisi non è un idiota (è certamente all’altezza di Milano).

  1. L’altra sera ho sentito un’intervista a un camionista francese. Diceva, in sostanza:
    “io ho un lavoro pagato bene, ho tutele, ma non ha senso che chi viene assunto adesso venga pagato la metà e sia senza tutele. Io sono disposto a rinunciare a parte del mio stipendio perché tutti possano avere i miei diritti”

    domanda banale: in quanti da noi sono disposti a fare ciò?
    E sto parlando di chi ha un lavoro sicuro….

    1. Io visto quelli con un contratto a temo indeterminato “cannibalizzare” i precari, salvo poi chiedere di non sostituirli quando ebbero scioperi di settore (faceva comodo essere sostituiti nei turni scomodi o non far bene la propria parte, tanto c’erano i servi della gleba). Il problema nasce quando alcuni pensano di avere piu’ diritti di altri.

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