Bambini, al lavoro

segnalato da Antonella

PERU’ E BOLIVIA DEROGANO ALLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI

di Robin CavagnoudLe monde diplomatique, maggio 2016

Nel dicembre 2013 si sono verificati violenti scontri fra le forze di polizia boliviane e gruppi di minori scesi in strada per rivendicare il diritto al lavoro. Per “ascoltarli” il presidente Evo Morales, riconosciuto come uno dei leader politici più prograssisti del continente, ha deciso di abbassare l’età minima lavorativa da 14 a 10 anni. Una scelta che ha suscitato viva sorpresa…

Daniel, 16 anni, vive a El Alto, città satellite di La Paz, in Bolivia. Dieci anni fa sua madre è emigrata a Buenos Aires, la capitale argentina, vista l’instabilità del mercato del lavoro boliviano. Abbandonato dal padre prima della nascita, Daniel vive con i nonni e gli zii materni. Dall’età di undici anni lavora due giorni la settimana insieme alla zia, che vende prodotti per la cura del corpo alla Feria de la 16 de Julio, il mercato all’aperto più importante dell’America del sud. Spacchetta la mercanzia e la sistema sul banco, mette in ordine lo stand e tratta con i clienti.

“Il giovedì, molto presto, a partire dalle 6, spiega Daniel, comincio a togliere la merce dai cartoni. Poi vado a scuola per tutta la mattinata; torno ad aiutare mia zia all’inizio del pomeriggio e rimango con lei fino a sera, a vendere e mettere a posto. La domenica è più semplice, lavoro con lei ininterrottamente per tutta la giornata”. Spiega che questa occupazione regolare non gli impedisce di andare a scuola e gli lascia il tempo per fare i compiti. Guadagna settimanalmente una ventina di bolivianos (circa 2.50 euro) per le sue spese personali e considera questa attività come un aiuto “giusto” alla zia, che ha accettato di farsi carico dei suoi studi quando sua madre è partita. I 50 dollari che arrivano dall’Argentina ogni due mesi (circa 43 euro) non bastano a pagare il cibo e le spese scolastiche del ragazzo. In Bolivia non ci sono contributi specifici per minori abbandonati o con genitori emigrati all’estero.

Elizabeth, 16 anni, vive sulle colline del quartiere 12 de Noviembre di Pamplona Alta, un sobborgo di Lima, la capitale peruviana (1). Il padre è muratore, la madre cuoca in una mensa popolare. Qui, malgrado le performance economiche del paese con una crescita media del 6.6% nell’ultimo decennio, la povertà non è affatto diminuita. Per questa famiglia con tre figli originaria della regione andina di Puquio, l’arrivo alla periferia di Lima ha significato un miglioramento del livello di vita: hanno un accesso più facile ai servizi sanitari (che comunque rimangono costosi) e a un sistema scolastico migliore rispetto alle campagne.

Lavoratori domestici e venditori di caramelle

Tuttavia, proprio come il 25% dei lavoratori peruviani delle aree urbane senza lavoro formale (2), i genitori di Elizabeth non guadagnano abbastanza per vivere degnamente. In queste situazioni il primogenito, maschio o femmina, ha il compito di provvedere a una parte delle spese scolastiche (materiale, trasporti) di fratelli e sorelle, a scapito della propria istruzione. Elizabeth, dunque, lavora ogni giorno come badante per una persona disabile di 94 anni nel vicino quartiere benestante di Las Casuarinas. Da due anni cucina, si occupa dell’igiene, lava la biancheria; nove ore al giorno, dal lunedì al sabato, per un salario settimanale di 120 sol (35 euro). Divide il ricavato con sua madre, per far si che la sorella minore possa studiare senza dover lavorare.

Elizabeth ha lasciato la scuola formale e frequenta una specie di centro educativo economico che costa 40 sol (11 euro) al mese. Le lezioni sono concentrate in una sola giornata, la domenica. “Ho dovuto mettermi a lavorare di più per contribuire al reddito della mia famiglia, ci spiega. I problemi economici si sono accentuati e abbiamo bisogno di più denaro, da quando mio padre non ha più un contratto fisso”.

La Bolivia e il Perù sono i due paesi dell’America del Sud con i più elevati tassi di attività lavorativa per minori fra i 6 e i 17 anni: rispettivamente il 26% e il 29,8%; e nelle aree rurali, rispettivamente il 64,9% e il 47% (3). Le statistiche mettono insieme situazioni assai diversificate, dalla bambina che aiuta la nonna a vendere la frutta e ortaggi il pomeriggio per guadagnare qualcosa, all’adolescente che pulisce i parabrezza a un semaforo quindici ore al giorno o si prostituisce la notte per provvedere alle necessità di base di fratelli e sorelle. L’attività di bambini e adolescenti, che non implica necessariamente una remunerazione monetaria, si concentra in agricoltura, allevamento, artigianato, commercio e lavoro domestico.

Accade che alcuni non vadano più a scuola (il 6,4% in media in Perù fra il 2005 e il 2014 (4)) o abbandonino durante l’anno (il 5,7% nel 2014 (5)), quando il peso economico della famiglia grava – quantomeno in gran parte – su di loro. “Vivo con mia madre e tre fratelli più piccoli, ci spiega Christian, 13 anni, Mia madre non può lavorare, rimane a casa a occuparsi di loro. Io vendo caramelle nelle strade di Lima dalla mattina alla sera. Consegno a mia madre tutto quello che guadagno, serve per sfamarci tutti e cinque. Mio padre mi ha abbandonato alla nascita, e lei non può contare sul padre dei miei fratelli”.

In genere, comunque, l’attività del bambino o della bambina non impedisce la frequenza scolastica – in Bolivia come in Perù la scuola è obbligatoria fra i 6 e i 16 anni e si concentra in due fasce orarie, la mattina dalle 8 alle 13 o il pomeriggio dalle 13 alle 18. Anzi, il reddito da lavoro viene spesso legittimato con il fatto che “rende possibile” economicamente l’attività scolastica, sempre considerata la via maestra per uscire dalla miseria. E’ il punto di vista sostenuto da Raquel, 15 anni, che custodisce alcuni bambini piccoli ogni mattina, dal lunedì al sabato, nel quartiere periferico di Pamplona Baja a Lima. “Per me non è troppo difficile lavorare e studiare allo tempo stesso. Vado a scuola il pomeriggio e la sera, ceno e poi faccio i compiti. Preparo le mie cose e il giorno dopo posso cucinare e guardare i bambini la mattina. Studiare è la cosa più importante, se voglio avere una condizione migliore di quella dei miei genitori, che non hanno finito le scuole medie. Voglio andare avanti, avere un buon lavoro e poter così in seguito aiutare la mia famiglia”.

In contrasto con le convenzioni internazionali, che vietano lo svolgimento di qualunque attività lavorativa al di sotto dei 14 anni, il Parlamento boliviano ha approvato il 2 luglio 2014 un nuovo codice dell’infanzia e dell’adolescenza che autorizza a lavorare a partire dai 10 anni. Il limite di età dei 14 anni è ufficialmente mantenuto, ma il lavoro dei bambini è consentito in casi presentati come “eccezioni”, che in realtà sono la maggioranza. E’ dunque autorizzato a partire dai 10 anni il lavoro “indipendente” (come quello del venditore ambulante o del lustrascarpe per strada) e a partire dai 12 anni il lavoro “dipendente” (con un datore di lavoro nel settore commerciale). La famiglia e il difensore dei bambini (defensoria de la ninez y adolescencia) devono acconsentire e l’attività economica non deve pregiudicare la frequenza scolastica e il “diritto all’educazione”. Quest’ultimo consiste nella garanzia di un insegnamento “di qualità, intraculturale, interculturale e plurilingue tale da permettere uno sviluppo integrale, che prepari all’esercizio dei diritti e della cittadinanza e che qualifichi per il lavoro” (articolo 115).

Questa decisione rispecchia il dibattito che la questione del lavoro infantile solleva nei paesi andini. Da un lato, i sindacati dei bambini e adolescenti lavoratori, emanazione del movimento operaio di ispirazione cristiana nato in America latina nel corso degli anni 1970, difendono il proprio di diritto di organizzarsi per proteggersi, partecipare ad essere rappresentati nella società, secondo una visione dell’infanzia che non esclude il lavoro in questo periodo della vita. Essi tentano di esercitare un ruolo nei confronti delle istituzioni in diversi paesi (Perù, Bolivia, Colombia, Paraguay, etc.) per ottenere una formazione professionale e il miglioramento delle condizioni di lavoro. Associando la critica della propria oppressione economica al riconoscimento del proprio diritto al lavoro, sono a favore dell’esercizio di un’attività in condizioni dignitose, che completi la loro scolarizzazione e l’acquisizione di competenze che consentano poi di superare lo sfruttamento. Una sorta di formazione alternativa, dunque.

Nata dalla teologia della liberazione e dal’educazione popolare (6), questa corrente di pensiero è incarnata in Perù dal Movimento degli adolescenti e dei bambini lavoratori figli di operai cristiani (Manthoc), il primo sindacato di bambini lavoratori al mondo, fondato nel 1976, e in Bolivia dall’Unione dei bambini e degli adolescenti lavoratori di Bolivia (Unatsbo). Queste organizzazioni, che contano diverse decine di migliaia di membri, prendono la forma di movimenti sociali e rivendicano il diritto dei bambini a lavorare in nome della loro “implicazione politica” nella vita sociale (7). Si giustifica, dal loro punto di vista, per la specificità socioculturale dei paesi andini.

Al tempo stesso causa e risultato della povertà

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, adottata nel 1989, riflette un’altra visione delle cose. L’articolo 32 stabilisce; “Gli Stati parti riconoscono il diritto dei minori a essere protetti contro lo sfruttamento economico e a non essere costretti ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la loro educazione o di nuocere alla loro salute o al loro sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.” Il divieto del lavoro al di sotto dei 14 anni è stabilito dalla maggior parte delle legislazioni nazionali sulla base della convenzione 138 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil).

Le agenzie delle Nazioni unite, la maggior parte delle organizzazioni non governative e le istanze pubbliche nazionali (ministeri del lavoro, dello sviluppo, dell’educazione) sottolineano la necessità di applicare le norme della Convenzione e gli effetti negativi del lavoro infantile, che perpetua il circolo vizioso della povertà e rende difficile la scolarizzazione. “Il lavoro dei bambini è un aspetto della povertà, sottolinea l’Oil. Ogni giorno a causa della povertà estrema muoiono nel mondo 30000 bambini. (…) Il lavoro infantile è al tempo stesso un risultato della povertà e un fenomeno che la perpetua. Nelle sue forme peggiori disumanizza i bambini, riducendoli a bene economico, il che alimenta la crescita demografica nei paesi meno in grado di affrontarla. (…) I bambini costretti a lavorare non possono esercitare i diritti che sono di tutti i loro coetanei: l’accesso all’istruzione e il diritto ad essere al riparo da violenza, abusi e sfruttamento (8).”

Ma il presidente boliviano Evo Morales, partendo dalla propria storia personale, valorizza gli aspetti positivi del lavoro dei più giovani come vettore di formazione e solidarietà all’interno della famiglia. Secondo il presidente, il lavoro permette ai bambini di sviluppare una “coscienza sociale”. Un modo per invitarli a cavarsela con il lavoro e l’iniziativa personale, un modo insomma per imporre una logica individualista alle prospettive di emancipazione. Da un governo che rivendica la propria missione “rivoluzionaria” non ci si sarebbe aspettati piuttosto un incoraggiamento ai giovani ad aderire a formazioni politiche che combattono la povertà fin dalle radici, anziché lasciar loro pensare che potranno sbaragliarla rinunciando all’infanzia?

  1. Si legga Elizabeth Rush, “Speculazione immobiliare a Lima sulla pelle dei poveri” Le Monde diplomatique/il manifesto, agosto 2013.
  2. “Informe Anual del Empleo en el Perù”, ministero peruviano del lavoro e della promozione dell’impiego (Mtpe), Lima, 2012.
  3. “Encuesta Nacional de Trabajo Infantil en Bolivia”, Institut national de statistiques (Ine), La Paz, 2008, e “Encuesta Nacional de Hogares”, Institut national de statistiques et d’informatique (Inei), Lima, 2008.
  4. “Ecuesta Nacional de Hogares”, op. cit. Tasso di abbandono scolastico fra i 12 e i 16 anni.
  5. Sistema di informazione e sostegno alla gestione dell’istituzione educativa, ministero peruviano dell’educazione, Lima 2014.
  6. Alejandro Cussianovich, “Aprender la condicion humana. Ensayo sobre pedagogia de la ternura”, Ifejant, Lima, 2010.
  7. Domic Jorge, “Ninos trabajadores: paradigmas de socializacion”, Revista Ciencia y Cultura, n. 8, La Paz, 2000.
  8. “La fin du travail des enfants: un objectif à notre portée”, Ufficio internazionale del lavoro, Ginevra, 2006.

(Traduzione di Marinella Correggia)

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100 comments

  1. “I partiti, poggiati sui sindacati dell’aristocrazia operaia, sono dei morti in piedi che sussisteranno fintanto che durerà la loro base materiale (i sindacati che detengono il potere nei comitati d’impresa, i partiti che detengono il potere nelle municipalità ) e fintanto che saranno capaci di sfruttare la dedizione dei proletari e di abusare della situazione del sottoproletariato e dei lavoratori del subappalto. Ormai vi è una contraddizione inconciliabile fra le tesi di Marx ed Engels e il conservatorismo organico di partiti e sindacati. E nulla lascia prevedere che la lotta dei diseredati avrà la meglio sui privilegiati che detengono l’apparato di potere. Se il marxismo può ancora per lampi rivivere, i partiti sono morti in piedi fossilizzati nel loro potere e nel loro apparato che detiene questo potere e si riproduce comodamente per detenerlo. Viviamo in questa contraddizione ed è compito della nostra generazione farla esplodere. E malgrado tutte le difficoltà esploderà nella rivolta della nuova giovinezza del mondo.” (Althusser, 1982).

    Computisteria n.11, fonte non riportata. Immensa tristezza alla rilettura di “questa generazione”.
    Appunto usato per il XVI congresso del PCI

    Nota a margine, trascrizione di parte dell’intervento di Ingrao al congresso:

    Noi parliamo e lottiamo per programmi, politiche, poteri che diano carne e sangue ad una svolta: ne vogliamo fare qualcosa che cambia la vita, la condizione, il potere di regimi, città, campagne, forze sociali: gente in carne ed ossa. Vogliamo insomma cambiare non solo i governanti, ma i go­vernati, la loro condizione sociale, le loro convinzioni, il loro potere!
    Non è vero che questo può avvenire solo quando c’è pronto un governo nuovo. È falso che si fa politica solo stando al governo e dal di dentro del go­verno, questa è una visione sbagliata: iperstatalistica, ipercentralistica. E del resto queste cose le sa bene la borghesia; e difatti essa fa politica — e come! — nelle fabbriche, nelle relazioni industriali, accaparrandosi le forze dell’in­gegno e della scienza. Lo sa bene il movimento cattolico; e perciò ha fatto e fa politica con il sistema delle banche e delle casse rurali, con l’associazio­nismo giovanile, con l’assistenza, con le attività ricreative, persino con la ca­rità. Lo abbiamo sperimentato noi stessi, quando nel cuore degli anni ses­santa, mentre imperava il centrosinistra, abbiamo strappato, con le lotte ope­raie e studentesche, conquiste che hanno inciso nella organizzazione del la­voro, hanno avviato riforme istituzionali, hanno spostato i rapporti di forza nella fabbrica. Che stupidaggine sarebbe se non capissimo che la battaglia di oggi sull’applicazione dell’accordo di gennaio riguarda fondamentali poteri di contrattazione non solo sul salario, ma sulle ristrutturazioni produttive, sull’organizzazione e sul mercato del lavoro, sugli orari, sui livelli dell’occu­pazione, sulle politiche economiche, e quindi sul governo della produzione!

        1. più questo
          “I partiti, poggiati sui sindacati dell’aristocrazia operaia, sono dei morti in piedi che sussisteranno fintanto che durerà la loro base materiale (i sindacati che detengono il potere nei comitati d’impresa, i partiti che detengono il potere nelle municipalità ) e fintanto che saranno capaci di sfruttare la dedizione dei proletari e di abusare della situazione del sottoproletariato e dei lavoratori del subappalto”

          1. e questa ai detrattori dell “immobilismo” e dei voti congelati
            “Non è vero che questo può avvenire solo quando c’è pronto un governo nuovo. È falso che si fa politica solo stando al governo e dal di dentro del go­verno, questa è una visione sbagliata: iperstatalistica, ipercentralistica.”

              1. zaza o zazzeroni ?

                il primo (brera docet) “onesto pedatore” niente di più

                il secondo,se un certo egocentrismo si può perdonare a tutti, il narcisismo non lo perdono a nessuno,

          2. ha ragione heiner… ci sono troppe sedimentazioni ( anche giuste)… è un peccato, io noto fancazzista ho la mente più libera ahahah

  2. leggendo barbara e antonella (e pensando ad alcuni racconti di mia moglie) devo dire che per noi maschietti spesso è difficile calarsi nella realtà femminile sotto questo punto di vista.
    Facciamo il solito sbaglio di giudicare la situazione con il nostro metro e ci viene difficile pensare che qualcuno possa molestare od offrire soldi ad una ragazzina. Mentre i fatti dimostrano che i pericoli sono li e sono molti.
    in parte lo dico anche a boka, capisco quello che dice, ma il “nostro” mondo, non è “il” mondo.
    Che spesso si dimostra il “mostro” mondo.
    che spesso sfioriamo, come è accaduto a barbara e anto
    il non capirlo purtroppo non significa che non esiste, rende solo più difficile comprenderne i pericoli (e le difese che vengono richieste da altri) avendo avuto la fortuna di non averli vissuti.

    Ho letto in questi giorni
    http://www.ilpost.it/2016/06/11/lettera-stupratore-stanford/
    e mi sono ricordato di un mio amico che regolarmente, durante le uscite in discoteca, dovevamo sistematicamente andare a raccogliere da qualche parte dentro o fuori il locale, semi incosciente, sbronzo marcio.
    L’unica volta che ci siamo preoccupati era perché dormiva sotto ad un tir, mai perché qualcuno potesse abusare di lui (fra l’altro un bel biondino)
    In questo penso vi sia una spiegazione del diverso approccio ai pericoli, anche alla pedofilia, fra uomini e donne

    1. esatto.
      e la lettera del padre dello stupratore (episodio da te citato), l’assoluzione del cucciolo di famiglia da parte del padre, è inquietante. Paradossalmente è altra faccia del discorso che facevo prima sui presunti abusi. A sbagliare sono sempre gli altri.
      E il racconto della ragazza violentata, le domande subìte al processo, il tentativo di far cadere su di lei la colpa perché se l’è cercata, è semplicemente agghiacciante. Ho la sensazione che la violenza sessuale venga ancora percepito da molti come un reato contro la morale e non contro la persona

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