Month: giugno 2016

Sotta ‘o muro. Inserto Gratuito.

di Antonio “Boka”

Seconda Intercessione.

Quando la crisi non è un episodio ma piuttosto la regola.

Partiamo da una constatazione semplice e piuttosto difficile da accettare. Questo secolo sarà (ancora) del Capitalismo piuttosto che di un socialismo (possibile e necessario direbbe qualcuno). Prosperità e crisi si alternano costantemente nel capitalismo (cortesia di Kondratieff) e rappresentano la tendenza verso la sua estensione e dominio piuttosto che segnali della sua fine.

Ma, c’è un punto che ha bisogno di essere chiaro: il “miracolo economico” ha rappresentato una “singolarità” (cortesia di Vernor Vinge e non pensate a Laurent o a qualsiasi testo di calcolo differenziale) della storia del capitalismo e non una possibilità “immanente”.

Molti apologeti (o semplici mosche cocchiere) attribuiscono all’avvento della globalizzazione ed alle orde tribali del capitalismo finanziario la riduzione della povertà nel mondo negli ultimi vent’anni. Oltre ad essere inutili idioti mistificano i dati di ciò che è avvenuto confidando nell’uccisione e sepoltura della memoria storica. In realtà è nel periodo post seconda guerra mondiale sino alla prima crisi petrolifera dei primi anni ’70 che il reddito reale è aumentato drammaticamente e le spese di welfare sono state ampliate. Allora sembrava davvero (e di fatto era avvenuto) che il capitalismo avesse trasceso la povertà.

Tuttavia alla fine degli anni settanta e nel decennio successivo è diventato chiaro che la crisi economica globale del 1974-75 non fosse stata solo una interruzione di questo miracolo economico. Lo sviluppo del capitalismo ha subito crisi sempre più frequenti e la risposta (semplicistica) è stata quella di invocare aumento delle esportazioni, maggiore sviluppo tecnologico ma, soprattutto un maggiore sfruttamento della forza lavoro. Il risultato, banale applicazione della divisione di una torta che non è senza fine, ha visto la stagnazione del reddito reale e la costante diminuzione delle spese dello stato sociale.

I periodo del miracolo economico, punto singolare dello sviluppo del capitalismo, ha però scavato in profondità nel subconscio collettivo, soprattutto in Germania. Ed è proprio all’interno della socialdemocrazia si è radicata la convinzione che con la “giusta” politica economica la piena occupazione può essere raggiunta. Bisogna solo “regolare” di nuovo ed in maniera adeguata lo sviluppo del capitalismo. In maniera più drammatica questa percezione ha alimentato la convinzione nella sinistra radicale (dibattito stantio dai tempi delle seconde e terze internazionali) che il miracolo economico abbia costituito il tuffo finale verso la crisi finale e la decadenza del capitalismo, ma la dura realtà dei fatti mostra che crisi e disoccupazione sono giusto la normalità capitalistica.

La vera differenza è stata rappresentata dal crollo del blocco sovietico. La grande crisi della bolla speculativa del ’97-’98 e l’allora già evidente eccesso di capacità industriali non ha rappresentato un grave problema poiché non esisteva più un avversario geopolitico nelle cui mani questo “incidente” avrebbe potuto costituire un’arma per il cambiamento.

In questo contesto le risposte alla crisi sono state unidirezionali ed asservite alla logica del capitale finanziario aprendo nuovi ambiti di investimenti: privatizzazione di imprese statali ed estensione ai settori dello stato sociale come l’assistenza sanitaria. Si è chiesto ai cittadini di essere “responsabili” in prima persona, che tradotto in termini semplici ha significato pagare di più in modo da ampliare i territori disponibili al profitto. Il credo neoliberista di uno stato “magro” ha raggiunto il punto più alto della sua efficacia, riduzione dei bilanci fiscali dello stato sociale sono stati chiesti a ripetizione dietro la richiesta di austerità che giustificava il taglio dei servizi sociali e la privatizzazione delle imprese statali. L’ulteriore sviluppo del capitalismo richiedeva la “sussunzione” (cit.) di nuove sfere di esistenza sotto la logica della massimizzazione del profitto.

I due “recenti” giganti” economici, Cina ed India hanno reagito ed invaso il mercato mondiale con strategie differenti. La Cina ha preferito la via dell’accumulazione originaria con l’immissione di enormi masse di lavoratori a basso costo, l’India con imponenti investimenti nel campo dell’educazione rendendo i suoi lavoratori (a basso costo) appetibili per gli investitori stranieri. Allo stesso tempo, però, contrariamente ai risultati del “miracolo economico” le disparità di reddito e di sviluppo regionale sono aumentate drasticamente. L’imponente esercito di poveri reso disponibile come forza lavoro garantisce un flusso di manodopera a basso costo per i decenni a venire. Per il capitalismo del XXI secolo l’unico bene non scarso (che quindi non richiede allocazione efficiente e sottolineerei non soggetto alle regole del “loro” mercato” mancando l’attributo fondamentale) sarà rappresentato dal lavoro e, come ben noto, siamo di fronte ad un aumento del plusvalore assoluto (quello relativo avviene con l’innovazione tecnologica) grazie all’estensione della giornata lavorativa e la riduzione dei salari reali.

Abbiamo buttato via il Novecento ma gli innamorati del secolo precedente aumentano di giorno in giorno. Beata ignoranza e miopia, vere forze innovatrici della politica attuale.

In Europa questa modifica (tristemente con i socialdemocratici tedeschi) è avvenuta compitamente con il programma Hartz IV con la crescita dei “mini-obs” e la diffusione del lavoro temporaneo. Imporre il deterioramento delle condizioni del lavoro ha reso semplice la gestione del lavoro. Molto più semplice non rinnovare i rapporti di lavoro piuttosto che impegnarsi in faticose contrattazioni collettive. L’introduzione di misure di sostegno come i vari redditi minimi, condizionati e non, ha reso possibile lo smantellamento in atto di tutti i servizi di welfare. Il precariato come condizione universale permette il raggiungimento di un obiettivo fondamentale per il comando capitalistico: la distruzione della comunanza di interessi sostituita dalla lotta per la sopravvivenza.

Lunga vita al giacimento

segnalato da Barbara G.

Le piattaforme esistenti entro le 12 miglia dalla costa sono 88

Trivelle, la genesi dell’emendamento che ha allungato la vita ai giacimenti

A metà dicembre 2015 il Governo presenta una modifica alla legge di Stabilità messa a punto dal dicastero dello Sviluppo economico guidato allora da Federica Guidi. Si tratta della “clausola di salvaguardia” per i titoli già “rilasciati” che sposta alla “durata di vita utile” il termine delle concessioni e sulla quale voteranno gli italiani. La proposta dell’esecutivo, però, era accompagnata da una relazione tecnica che negava “effetti finanziari”

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 05/05/2016

Un punto chiave del dibattito pubblico sul referendum del 17 aprile in merito alla durata delle trivellazioni in mare entro le 12 miglia dalla costa è rimasto ancora senza risposta. Si tratta cioè della “genesi” di quella “clausola di salvaguardia” ai “titoli abilitativi già rilasciati” -tradotto, alle piattaforme già in funzione- per tutta la “durata di vita utile del giacimento”, dovuta a una modifica della legge di Stabilità 2016 messa a punto dal Governo e proposta durante una lunga domenica di dicembre all’attenzione della commissione Bilancio della Camera dei deputati. Il concetto di “vita utile” venne bollato come un “autentico inganno” dal comitato No Triv, un falso accoglimento dello spirito referendario, tanto che sia la Cassazione sia la Corte Costituzionale confermarono la chiamata alle urne.
Tutto il resto è noto, eccetto il percorso di quell’emendamento al testo della Stabilità -che era già stato approvato dal Senato- che viene illustrato ai commissari nella seduta fiume (terminerà alle 23.25) di domenica 13 dicembre 2015 dal viceministro dell’Economia Enrico Morando (il numero era 16.293, che aggiungeva il comma 129-bis). L’esecutivo ci tiene particolarmente, tanto che, il giorno seguente, è il sottosegretario alla presidenza del Consiglio Gianclaudio Bressa a “raccomandarne” l’approvazione (così riportano i resoconti sommari), ottenendo il via libera dalla commissione.
Se Morando lo presenta e Bressa ne caldeggia l’approvazione, nessuno dei due ne è l’autore. Il primo, interpellato da Ae, si limita a sintetizzare la prassi: “Le proposte di partenza provengono volta per volta dai ministeri competenti e dagli organi di coordinamento quali ad esempio la presidenza del Consiglio. In questo caso -ha affermato il viceministro all’Economia- immagino si trattasse del ministero dello Sviluppo economico (Mise, ndr), anche se non è detto che sia così nel caso specifico, diciamo che è vero in generale”.
L’emendamento destinato a diventare il cuore del quesito del 17 aprile, dunque, proveniva dal Mise all’epoca guidato da Federica Guidi. Non solo. La procedura prevede infatti che ai commissari chiamati ad approvare o meno le proposte emendative venga sottoposta una relazione “illustrativa” e una “tecnica” in grado di tradurre il linguaggio normativo o ragionieristico in modo comprensibile. L’illustrativa sintetizza il contenuto, la tecnica dà conto di eventuali “effetti finanziari”. Sono documenti fondamentali, una sorta di carta di identità di un emendamento apparentemente tecnico. Sul punto Morando aggiunge un dettaglio importante: “Solitamente la relazione tecnica viene predisposta ed elaborata dal ministero competente (quindi dal Mise, ndr) e poi inviata alla Ragioneria generale dello Stato la quale poi può decidere, se quella relazione è convincente, di apporre il proprio bollino, o al contrario, se è negativa, di ordinare il reperimento di una copertura diversa”.
Eppure, nonostante sia più volte citata negli allegati alla Stabilità, la “relazione tecnica” dell’emendamento che ha introdotto il concetto di “vita utile del giacimento” non è mai stata pubblicata (“È la prassi”, hanno spiegato dalla segreteria della commissione Bilancio della Camera). I presentatori, cioè il Mise, spendono 21 parole: “Le disposizioni di cui ai commi 129 bis e 129 ter disponendo modifiche prevalentemente di carattere procedurale non determinano effetti finanziari”. Il Ragioniere generale, Daniele Franco, approva ed esprime parere favorevole.
C’è un però, al di là dell’uso disinvolto degli avverbi –“‘Prevalentemente’ che cosa significa? Ha effetti o non ha effetti”, ragiona a voce alta un ragioniere di un ente locale cui abbiamo sottoposto il documento-. E il “però” guarda a quanto gas e petrolio decideranno di estrarre le compagnie in campo d’ora in avanti, dopo la garanzia di quella “clausola di salvaguardia” resa ormai orfana di una data certa di scadenza.
Come ha già spiegato Greenpeace, infatti, delle 88 piattaforme operanti in Italia entro le 12 miglia dalla costa, ben “26 […] da anni ‘erogano’ così poco da rimanere costantemente sotto la franchigia; ovvero, sotto la soglia di produzione (50mila tonnellate per quanto riguarda il petrolio, 80 milioni di standard metri cubi per il gas) che esenta i petrolieri dal pagamento delle royalties”.
Il combinato disposto del crollo prezzo del petrolio -coerentemente a quello del gas- e della cancellazione di una fine certa della concessione, potrebbe eventualmente spingere una compagnia a “diluire” l’estrazione nel tempo, restando sempre al di sotto della soglia che fa scattare il pagamento delle royalties.
Per non parlare del rinvio a data da definirsi dello smantellamento e del ripristino ambientale dei siti produttivi.
Lo scenario di un’estrazione volutamente “sotto soglia” e del rinvio del ripristino ambientale è stato sottoposto al ministero dello Sviluppo economico, lo stesso che a dicembre 2015 aveva invece negato ogni effetto finanziario dell’emendamento alla Stabilità nell’apposita relazione tecnica.
Il nuovo regime di concessione sarà comunque vincolato da termini e controlli, in particolare in relazione al buon governo del giacimento -ha risposto il Mise ad Altreconomia-. Le norme vigenti impegnano il concessionario a presentare all’autorità di vigilanza (l’Ufficio nazionale minerario per gli idrocarburi e le georisorse presso la Direzione generale per la sicurezza anche ambientale delle attività minerarie ed energetiche) ogni anno il piano di produzione che viene valutato anche sotto l’aspetto dei corretti livelli produttivi, che devono essere tali da consentire il recupero di tutte le riserve nei tempi previsti, senza accelerazioni suscettibili di produrre danno irreversibili al giacimento per accelerare il profitto, senza rallentamenti per godere surrettiziamente di regimi di esenzione.
Lo smantellamento e ripristino dei siti interessati dalle attività produttive rimane fissato alla fine della vita utile del giacimento”.
Il Mise assicura vigilanza (il decreto direttoriale di riferimento è del 15 luglio 2015), ma ogni verifica è di fatto collegata a doppio filo al concetto di “durata di vita utile del giacimento”. Chi lo stabilirà? Chi cioè disegnerà i confini del “buon governo del giacimento”, come l’ha definito il ministero?
“Sarà il concedente (lo Stato, ndr) a stabilire quali sono i tempi di vita utile del giacimento sulla base dell’indicazione del concessionario (le aziende, ndr) -ha spiegato ad Ae una fonte del ministero-. Questo regime normativo è abbastanza nuovo ma è evidente che il gestore dell’impianto deve fare l’analisi della vita residua del giacimento in base alle condizioni tecniche ed economiche di oggi. Oggi può dire che alle condizioni attuali quel giacimento durerà fino al 2040. Fra tre anni potrà dire che dura fino al 2030 o al 2050, perché nel frattempo alcuni livelli produttivi si sono rilevati migliori e si possono mettere in produzione oppure il prezzo dell’olio è calato del 30%. Tutti questi fattori consentono di dire che la vita utile del giacimento è un elemento variabile nel tempo. L’amministrazione pubblica fotografa l’ipotesi di vita utile e poi ne fa monitoraggio nel corso del tempo”.
Dal giorno dopo il referendum è successo qualcosa? “Premesso che si sta ancora approfondendo la ‘nuova’ normativa, posso dire che sì, in parte qualcosa è avvenuto -prosegue il dirigente del ministero-: abbiamo cioè ricevuto degli studi tecnici ed economici che hanno permesso ad alcuni concessionari di formulare una certa ipotesi di vita utile. I nostri uffici tecnici sul territorio, in contraddittorio con le aziende, forniranno una loro valutazione sulla vita utile al centro, al ministero, e, con l’ausilio della Commissione per gli idrocarburi e le risorse minerarie, valuteranno le considerazioni e stimeranno la vita utile. Quella del concessionario, quindi, sarà solo una proposta”.
Dunque gli “effetti finanziari” potrebbero esserci -seppure il funzionario del ministero definisca “più che altro teorica” l’ipotesi di future estrazioni sotto soglia-, contrariamente a quanto scritto con 21 parole in quella “relazione tecnica” già dimenticata.

Ci hanno presi per il…

segnalato da Barbara G.

L’allarme della Cgil sul futuro degli impianti

Trivelle in crisi: il Governo aveva mentito

Persi 600 posti di lavoro nel 2016, zero investimenti programmati, tutte le grandi aziende guardano altrove. Le trivelle non creano posti di lavoro, e ormai è un dato di fatto: il referendum del 17 aprile non c’entra nulla

rinnovabili.it, 13/06/2016

Renzi lo ripeteva come un mantra per far fallire il referendum sulle trivelle: “se vince il Sì a rischio migliaia di posti di lavoro”. Il Governo dipingeva scenari apocalittici, con l’intero comparto degli idrocarburi in ginocchio nell’ipotesi di una vittoria dei No Triv. I sostenitori della consultazione del 17 aprile scorso invece battevano un altro tasto: il settore è in crisi nera di suo e non sarà il referendum a incidere. Chi aveva ragione? Basta dare un’occhiata a quello che sta succedendo a Ravenna per farsi un’idea.

Le trivelle non creano posti di lavoro, anzi li perdono con un’emorragia impressionante. La Cgil lancia l’allarme: da inizio anno sono già 600 i posti di lavoro persi. E gli investimenti? Adesso che lo spauracchio del referendum sulle trivelle – così era dipinto – non c’è più, si potrebbe pensare, saranno certamente arrivati a pioggia, in linea con quello che andava ripetendo il premier: “È un referendum per bloccare impianti che funzionano”.

A quanto pare, invece, le grandi aziende del ravennate non sono assolutamente d’accordo. «Le principali services company multinazionali – commenta Alessandro Mongiusti, della Filctem Cgil Ravenna e responsabile nazionale di categoria per il comparto perforazione – hanno avviato piani di ristrutturazione devastanti che vedono coinvolte anche le basi operative nel nostro paese e nella nostra città. Dimensionalmente le tre big, Halliburton, Baker Hughes e Schlumberger hanno già ridotto il personale di oltre il 50% e stanno proseguendo nel percorso di riduzione».

A fine mese probabilmente si fermerà pure l’Atwood Beacon, cioè l’ultimo impianto di perforazione che sta operando nella zona. Un record, visto che a Ravenna non era mai accaduto che tutti gli impianti fossero fermi. «Altra certezza, purtroppo – continua Mongiusti – sono i futuri piani operativi comunicati da Eni per Ravenna. Stante l’attuale situazione di mercato non vi sono operazioni in programma per tutto il 2016 e credo sia inutile andare oltre e fare i veggenti per il 2017. Se le operazioni non ripartono a breve termine quanto rimasto della forza lavoro dell’intero comparto subirà nei prossimi mesi una decimazione irrecuperabile».

È chiaro che l’avventura fossile dell’Italia era già in declino prima della consultazione popolare. La penisola ha una produzione risibile e in costante calo, sia di gas che di greggio.  Il crollo del prezzo del barile rende l’estrazione in mare sempre più antieconomica. Secondo l’ultimo rapporto della società di consulenza Deloitte, il 35% delle compagnie sarebbe ad alto rischio di fallimento nel 2016. Nonostante il governi seguitino a foraggiare l’industria fossile con oltre 5 mila miliardi di dollari l’anno, nonostante l’Italia abbia destinato a carbone, gas e petrolio una quota di finanziamenti pubblici 42 volte superiore a quelli accantonati per l’azione climatica, le prospettive per il mercato del lavoro nel settore non sono affatto incoraggianti.

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E visto che ora non ci sono più scuse, cosa aspettate a firmare per il referendum? Evitiamo che vengano rilasciate concessioni inutili, per favorire i soliti noti, e cambiamo strategia energetica.

Ci sono ancora pochi giorni a disposizione.

Il quesito sulle trivelle vuole cancellare i riferimenti a certe zone dell’Italia che limitano le attività petrolifere esclusivamente in quei luoghi, in modo da render applicabile il divieto di prospezione, ricerca e coltivazione di idrocarburi a tutta Italia, per i nuovi interventi in terraferma e in mare al di fuori delle 12 miglia. Dopo il referendum del 17 aprile contro le concessioni già esistenti in mare nelle prime 12 miglia, un quesito sui progetti nella restante parte del territorio italiano.

Non riguarda le concessioni già assegnate dallo Stato, perché colpirle lo avrebbe reso inammissibile.

Votare “Sì” significa voler bloccare tutti i nuovi progetti di perforazione e estrazione, ridurre devastazioni e problemi di salute connessi ai progetti petroliferi e rispondere alle analisi di scienziati di tutto il mondo: estrazione e combustione degli idrocarburi causano sconvolgimenti climatici, con grave rischio per la vivibilità della Terra. Le attuali richieste dei petrolieri per concessioni in terraferma e in mare sono oltre 100, su vaste aree del Paese. Fermiamole!

Leggi il quesito referendario

Antiziganista a sua insaputa

segnalato da Antonella feat. Barbara G.

I diritti agli italiani, i doveri ai Rom: Virginia Raggi, antiziganista a sua insaputa.

di Carlo Gubitosa – “Matita rossa” – gubitosa.blogautore.espresso.repubblica.it, 10/06/2016

Di recente ho riassunto in questa infografica pubblicata nel volume “Tracce Migranti” alcuni dati sulla questione Rom pubblicati dall’associazione “21 Luglio”, che negli ultimi due anni ha prodotto nei suoi rapporti annuali quella che considero finora la piu’ seria analisi sul problema dell’antiziganismo, dei campi nomadi come ghetti segregazionisti, della logica emergenziale come comodo espediente per avere sempre un cattivo su cui puntare il dito mentre si chiedono voti ai cittadini.

Il Rapporto Annuale 2015 – scrivono dall’associazione – contiene inoltre un focus sulla situazione a Roma, dove oggi circa 8 mila persone vivono in baraccopoli istituzionali, micro insediamenti e “centri di raccolta”. Nel solo 2015, nella Capitale, le autorità locali hanno condotto 80 sgomberi forzati (+135% rispetto all’anno precedente, quando gli sgomberi erano stati 34). Tali azioni – prosegue il rapporto – in violazione dei diritti umani e del diritto internazionale, hanno coinvolto 1.470 persone, tra cui donne e minori, per un costo complessivo superiore a 1,8 milioni di euro, pari a 1.255 euro per ogni persona sgomberata“.

Ma per Virginia Raggi, in ossequio ai più classici stereotipi dell’antiziganismo, il “dato più devastante” relativo ai campi Rom e’ che ci costano troppo (e non che sono dei ghetti indegni dove il segregazionismo abitativo su base etnica nega a molti bambini il diritto alla scuola, alla salute e al futuro), il problema dei Rom e’ che non lavorano, li manteniamo con i nostri soldi, mandano a rubare i bambini, e se i campi Rom vanno chiusi perché ci obbliga l’Europa, e non perché i nuovi ghetti di Roma ci fanno schifo quanto il vecchio ghetto di Varsavia.

In breve, “i Rom devono pagare le tasse e rispettare la legge come gli Italiani, e i loro bambini devono andare a scuola” come se per loro fosse in vigore un regime fiscale e un codice penale a parte, con la contestuale sopensione dell’obbligo scolastico.

Verrebbe da chiamarlo razzismo, se fosse basato su una ideologia organica e su un sistema di pensiero strutturato, ma il problema e’ che quello della Raggi e’ un pensiero unico discriminatorio “a sua insaputa”, che non nasce da una ideologia organica, per quanto malata e aberrante, ma dal cocktail mortale tra ignoranza, superficialita’ e “buon senso” da bar, appena imbellettati con polvere di stelle. In altre parole il temibile, disinformato e pericoloso pensiero della “brava gente” animata da buone intenzioni e tanti pregiudizi, che nel nostro paese ha fatto danni quanto la cattiva.

Il problema non e’ una etnia su cui la politica scarica le proprie responsabilita’ e il cittadino le proprie frustrazioni, ma la negazione del diritto alla casa, un diritto che va riconosciuto ai Rom che vivono nei campi, ai poveri che vivono nei dormitori caritas, alle famiglie povere e sfrattate, ai giovani che cercano nell’occupazione quella soluzione al problema abitativo che nessun’altra agenzia sociale riesce a fornire.

Una soluzione che la politica potrebbe fornire con poco sforzo, a condizione di saper tenere la schiena dritta contro i palazzinari, contro l’ondata montante di insofferenza fasciopadana (che pure sposta voti) e contro le grandi aziende che preferiscono veder crollare le loro strutture dismesse piuttosto che accettarne l’uso a fini sociali (*).

Non si può ignorare inoltre un curioso paradosso: per Virginia Raggi i Rom (anche quelli con cittadinanza italiana) devono lavorare perché adesso “li mantiene lo stato”, e devono rispettare dei precisi doveri.

Ma per Raggi Virginia gli italiani (anche quelli di etnia Rom) devono avere un reddito di cittadinanza e farsi mantenere dallo stato, perché gli vanno riconosciuti dei diritti.

E il razzismo inconsapevole sta tutto qui: quando chiedi rispetto dei doveri per alcuni in base all’etica del lavoro mentre chiedi riconoscimento dei diritti per altri in base all’etica della sussidiarieta’, e la differenza tra gli “uni” e gli “altri” viene fatta su base puramente etnica.

Non mi basta che la Raggi parli di chiusura dei campi Rom ritrovando un europeismo che sembra perduto tra le fila della sua compagine politica, o che abbia fatto l’encomiabile sforzo di prendere atto che i Rom sono per la maggior parte cittadini italiani. Sul delicato tema dell’immigrazione, dell’integrazione e del razzismo non mi basta cambiare la classe politica.

Mi piacerebbe invece che si cambiasse mentalità a partire dalla capitale, passando dall’egoismo abbrutito di sempre (anche se verniciato a nuovo) ad una visione della socieà’ dove il nemico da combattere e’ la poverta’ e non sono i poveri, e si va a cercare la soluzione fuori dal recinto degli stereotipi.

Magari presentando il conto fiscale del disagio sociale a chi si e’ arricchito dalla crisi, quel 5% di famiglie che in base ai calcoli Bankitalia controlla il 30% della ricchezza nazionale, lasciando i piu’ poveri a scannarsi tra di loro per decidere se il nemico del giorno e’ il vigile urbano fannullone, l’insegnante parassita, l’invalido finto, il sindacalista inutile, il pensionato d’oro, il commerciante evasore o il Rom delinquente, con quest’ultimo che accontenta un po’ tutti perche’ tanto sara’ sempre e comunque “straniero”, “altro” e “diverso”, anche se in tasca ha un passaporto italiano.

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(*) A tal proposito si segnala questo.

Art. 42 Costituzione Italiana

La proprietà è pubblica o privata. I beni economici appartengono allo Stato, ad enti o a privati.

La proprietà privata è riconosciuta e garantita dalla legge, che ne determina i modi di acquisto, di godimento e i limiti allo scopo di assicurarne la funzione sociale e di renderla accessibile a tutti.

La proprietà privata può essere, nei casi preveduti dalla legge, e salvo indennizzo, espropriata per motivi d’interesse generale.

La legge stabilisce le norme ed i limiti della successione legittima e testamentaria e i diritti dello Stato sulle eredità.

Secondo alcuni costituzionalisti, fra cui Paolo Maddalena, è centrale il concetto di “funzione sociale” della proprietà privata. Un immobile volutamente tenuto vuoto non assolve alla sua funzione sociale, di conseguenza la proprietà privata non è più “giustificata” e lo Stato (o altro Ente) può legittimamente appropriarsene per restituire alla società il bene, assicurandone l’accessibilità a tutti. Forse la terminologia utilizzata non è la più corretta, ma in sostanza un immobile inutilizzato può essere espropriato e restituito alla collettività.

Qualche tentativo in tal senso è stato fatto.

Beni privati e abbandonati, ok all’esproprio “Saranno restituiti alla funzione sociale”

repubblica.it, 30/04/2014

In nome della Costituzione la giunta de Magistris dà il via libera all’esproprio di beni privati e pubblici abbandonati. Capannoni industriali, palazzi, orti verranno restituiti ai cittadini con progetti di auto finanziamento. «Per la prima volta in Italia, dopo 66 anni di Costituzione, viene riconosciuta prima la proprietà del territorio che spetta al popolo e poi la proprietà privata », le parole dell’ex giudice costituzionalista Paolo Maddalena suggellano così le due delibere di giunta del Comune di Napoli per restituire “una funzione sociale ed economica agli edifici presenti sul territorio cittadino che sono inutilizzati o abbandonati siano essi di proprietà pubblica, ecclesiastica o privata”. «In caso di abbandono ci approprieremo di beni privati senza indennizzo. È questa l’assoluta novità», spiega in prima persona il sindaco Luigi de Magistris.

I provvedimenti hanno l’obiettivo di eliminare il degrado in alcune zone della città, e a valorizzare e regolarizzare esperienze ormai radicate come le case del popolo di Ponticelli, Bagnoli, Scampia. Per le strutture pubbliche che sono state “occupate” da cittadini, gruppi, comitati «secondo quanto previsto — spiega l’assessore al Patrimonio Alessandro Fucito — nessuno verrà cacciato via, ma i cittadini potranno proporre un progetto di utilizzo della struttura». Per quanto riguarda i beni già di proprietà del Comune, tra cui i 391 beni del Demanio di cui l’amministrazione ha fatto richiesta, si provvederà all’affidamento attraverso bandi. Più spinosa è l’apprensione di beni di proprietà privata. A fondamento dell’acquisizione di beni privati da parte dell’amministrazione, l’Osservatorio dei beni comuni istituito dal Comune di Napoli — come spiegato dall’ex giudice costituzionalista Paolo Maddalena — pone gli articoli della Costituzione (in particolare il 42) e gli articoli del codice civile secondo cui «la proprietà privata non è garantita come diritto soggettivo assoluto, ma esclusivamente in quanto finalizzata ad assicurare una funzione sociale del bene», consentendo al Comune di acquisire il bene in quanto «bene comune» della città a cui restituire «una funzione sociale e ed economica» da decidere attraverso «modalità partecipate». «Le case del popolo, le esperienze di autogestione dal basso, la partecipazione dei cittadini devono essere valorizzate » scrive il sindaco su Facebook. Il Comune è pronto a contenziosi e ricorsi. «Ma queste delibare segnano una svolta culturale » commenta Maddalena.

«Le due delibere approvate dalla giunta tutelano l’illegalità », attacca Gianni Lettieri, leader dell’opposizione in consiglio comunale e presidente di Fare Città. «Si è toccato il fondo: la giunta che si era presentata come vessillo di legalità – dice – arriva addirittura a legittimare le occupazioni abusive degli edifici pubblici». «La logica dell’occupazione forzata, dell’arroganza e del non rispetto della legge andrebbe combattuta senza se e senza ma», aggiunge Lettieri, «invece la giunta giustifica la presenza di alcuni gruppi che, con prepotenza, si appropriano di strutture pubbliche destinate alla collettività tramite discutibili soluzioni ad hoc. Alla luce di ciò, come devono reagire tutte le associazioni e gli enti che rispettano regole e procedure e che pagano le tasse?».

Bambini, al lavoro

segnalato da Antonella

PERU’ E BOLIVIA DEROGANO ALLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI

di Robin CavagnoudLe monde diplomatique, maggio 2016

Nel dicembre 2013 si sono verificati violenti scontri fra le forze di polizia boliviane e gruppi di minori scesi in strada per rivendicare il diritto al lavoro. Per “ascoltarli” il presidente Evo Morales, riconosciuto come uno dei leader politici più prograssisti del continente, ha deciso di abbassare l’età minima lavorativa da 14 a 10 anni. Una scelta che ha suscitato viva sorpresa…

Daniel, 16 anni, vive a El Alto, città satellite di La Paz, in Bolivia. Dieci anni fa sua madre è emigrata a Buenos Aires, la capitale argentina, vista l’instabilità del mercato del lavoro boliviano. Abbandonato dal padre prima della nascita, Daniel vive con i nonni e gli zii materni. Dall’età di undici anni lavora due giorni la settimana insieme alla zia, che vende prodotti per la cura del corpo alla Feria de la 16 de Julio, il mercato all’aperto più importante dell’America del sud. Spacchetta la mercanzia e la sistema sul banco, mette in ordine lo stand e tratta con i clienti.

“Il giovedì, molto presto, a partire dalle 6, spiega Daniel, comincio a togliere la merce dai cartoni. Poi vado a scuola per tutta la mattinata; torno ad aiutare mia zia all’inizio del pomeriggio e rimango con lei fino a sera, a vendere e mettere a posto. La domenica è più semplice, lavoro con lei ininterrottamente per tutta la giornata”. Spiega che questa occupazione regolare non gli impedisce di andare a scuola e gli lascia il tempo per fare i compiti. Guadagna settimanalmente una ventina di bolivianos (circa 2.50 euro) per le sue spese personali e considera questa attività come un aiuto “giusto” alla zia, che ha accettato di farsi carico dei suoi studi quando sua madre è partita. I 50 dollari che arrivano dall’Argentina ogni due mesi (circa 43 euro) non bastano a pagare il cibo e le spese scolastiche del ragazzo. In Bolivia non ci sono contributi specifici per minori abbandonati o con genitori emigrati all’estero.

Elizabeth, 16 anni, vive sulle colline del quartiere 12 de Noviembre di Pamplona Alta, un sobborgo di Lima, la capitale peruviana (1). Il padre è muratore, la madre cuoca in una mensa popolare. Qui, malgrado le performance economiche del paese con una crescita media del 6.6% nell’ultimo decennio, la povertà non è affatto diminuita. Per questa famiglia con tre figli originaria della regione andina di Puquio, l’arrivo alla periferia di Lima ha significato un miglioramento del livello di vita: hanno un accesso più facile ai servizi sanitari (che comunque rimangono costosi) e a un sistema scolastico migliore rispetto alle campagne.

Lavoratori domestici e venditori di caramelle

Tuttavia, proprio come il 25% dei lavoratori peruviani delle aree urbane senza lavoro formale (2), i genitori di Elizabeth non guadagnano abbastanza per vivere degnamente. In queste situazioni il primogenito, maschio o femmina, ha il compito di provvedere a una parte delle spese scolastiche (materiale, trasporti) di fratelli e sorelle, a scapito della propria istruzione. Elizabeth, dunque, lavora ogni giorno come badante per una persona disabile di 94 anni nel vicino quartiere benestante di Las Casuarinas. Da due anni cucina, si occupa dell’igiene, lava la biancheria; nove ore al giorno, dal lunedì al sabato, per un salario settimanale di 120 sol (35 euro). Divide il ricavato con sua madre, per far si che la sorella minore possa studiare senza dover lavorare.

Elizabeth ha lasciato la scuola formale e frequenta una specie di centro educativo economico che costa 40 sol (11 euro) al mese. Le lezioni sono concentrate in una sola giornata, la domenica. “Ho dovuto mettermi a lavorare di più per contribuire al reddito della mia famiglia, ci spiega. I problemi economici si sono accentuati e abbiamo bisogno di più denaro, da quando mio padre non ha più un contratto fisso”.

La Bolivia e il Perù sono i due paesi dell’America del Sud con i più elevati tassi di attività lavorativa per minori fra i 6 e i 17 anni: rispettivamente il 26% e il 29,8%; e nelle aree rurali, rispettivamente il 64,9% e il 47% (3). Le statistiche mettono insieme situazioni assai diversificate, dalla bambina che aiuta la nonna a vendere la frutta e ortaggi il pomeriggio per guadagnare qualcosa, all’adolescente che pulisce i parabrezza a un semaforo quindici ore al giorno o si prostituisce la notte per provvedere alle necessità di base di fratelli e sorelle. L’attività di bambini e adolescenti, che non implica necessariamente una remunerazione monetaria, si concentra in agricoltura, allevamento, artigianato, commercio e lavoro domestico.

Accade che alcuni non vadano più a scuola (il 6,4% in media in Perù fra il 2005 e il 2014 (4)) o abbandonino durante l’anno (il 5,7% nel 2014 (5)), quando il peso economico della famiglia grava – quantomeno in gran parte – su di loro. “Vivo con mia madre e tre fratelli più piccoli, ci spiega Christian, 13 anni, Mia madre non può lavorare, rimane a casa a occuparsi di loro. Io vendo caramelle nelle strade di Lima dalla mattina alla sera. Consegno a mia madre tutto quello che guadagno, serve per sfamarci tutti e cinque. Mio padre mi ha abbandonato alla nascita, e lei non può contare sul padre dei miei fratelli”.

In genere, comunque, l’attività del bambino o della bambina non impedisce la frequenza scolastica – in Bolivia come in Perù la scuola è obbligatoria fra i 6 e i 16 anni e si concentra in due fasce orarie, la mattina dalle 8 alle 13 o il pomeriggio dalle 13 alle 18. Anzi, il reddito da lavoro viene spesso legittimato con il fatto che “rende possibile” economicamente l’attività scolastica, sempre considerata la via maestra per uscire dalla miseria. E’ il punto di vista sostenuto da Raquel, 15 anni, che custodisce alcuni bambini piccoli ogni mattina, dal lunedì al sabato, nel quartiere periferico di Pamplona Baja a Lima. “Per me non è troppo difficile lavorare e studiare allo tempo stesso. Vado a scuola il pomeriggio e la sera, ceno e poi faccio i compiti. Preparo le mie cose e il giorno dopo posso cucinare e guardare i bambini la mattina. Studiare è la cosa più importante, se voglio avere una condizione migliore di quella dei miei genitori, che non hanno finito le scuole medie. Voglio andare avanti, avere un buon lavoro e poter così in seguito aiutare la mia famiglia”.

In contrasto con le convenzioni internazionali, che vietano lo svolgimento di qualunque attività lavorativa al di sotto dei 14 anni, il Parlamento boliviano ha approvato il 2 luglio 2014 un nuovo codice dell’infanzia e dell’adolescenza che autorizza a lavorare a partire dai 10 anni. Il limite di età dei 14 anni è ufficialmente mantenuto, ma il lavoro dei bambini è consentito in casi presentati come “eccezioni”, che in realtà sono la maggioranza. E’ dunque autorizzato a partire dai 10 anni il lavoro “indipendente” (come quello del venditore ambulante o del lustrascarpe per strada) e a partire dai 12 anni il lavoro “dipendente” (con un datore di lavoro nel settore commerciale). La famiglia e il difensore dei bambini (defensoria de la ninez y adolescencia) devono acconsentire e l’attività economica non deve pregiudicare la frequenza scolastica e il “diritto all’educazione”. Quest’ultimo consiste nella garanzia di un insegnamento “di qualità, intraculturale, interculturale e plurilingue tale da permettere uno sviluppo integrale, che prepari all’esercizio dei diritti e della cittadinanza e che qualifichi per il lavoro” (articolo 115).

Questa decisione rispecchia il dibattito che la questione del lavoro infantile solleva nei paesi andini. Da un lato, i sindacati dei bambini e adolescenti lavoratori, emanazione del movimento operaio di ispirazione cristiana nato in America latina nel corso degli anni 1970, difendono il proprio di diritto di organizzarsi per proteggersi, partecipare ad essere rappresentati nella società, secondo una visione dell’infanzia che non esclude il lavoro in questo periodo della vita. Essi tentano di esercitare un ruolo nei confronti delle istituzioni in diversi paesi (Perù, Bolivia, Colombia, Paraguay, etc.) per ottenere una formazione professionale e il miglioramento delle condizioni di lavoro. Associando la critica della propria oppressione economica al riconoscimento del proprio diritto al lavoro, sono a favore dell’esercizio di un’attività in condizioni dignitose, che completi la loro scolarizzazione e l’acquisizione di competenze che consentano poi di superare lo sfruttamento. Una sorta di formazione alternativa, dunque.

Nata dalla teologia della liberazione e dal’educazione popolare (6), questa corrente di pensiero è incarnata in Perù dal Movimento degli adolescenti e dei bambini lavoratori figli di operai cristiani (Manthoc), il primo sindacato di bambini lavoratori al mondo, fondato nel 1976, e in Bolivia dall’Unione dei bambini e degli adolescenti lavoratori di Bolivia (Unatsbo). Queste organizzazioni, che contano diverse decine di migliaia di membri, prendono la forma di movimenti sociali e rivendicano il diritto dei bambini a lavorare in nome della loro “implicazione politica” nella vita sociale (7). Si giustifica, dal loro punto di vista, per la specificità socioculturale dei paesi andini.

Al tempo stesso causa e risultato della povertà

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, adottata nel 1989, riflette un’altra visione delle cose. L’articolo 32 stabilisce; “Gli Stati parti riconoscono il diritto dei minori a essere protetti contro lo sfruttamento economico e a non essere costretti ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la loro educazione o di nuocere alla loro salute o al loro sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.” Il divieto del lavoro al di sotto dei 14 anni è stabilito dalla maggior parte delle legislazioni nazionali sulla base della convenzione 138 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil).

Le agenzie delle Nazioni unite, la maggior parte delle organizzazioni non governative e le istanze pubbliche nazionali (ministeri del lavoro, dello sviluppo, dell’educazione) sottolineano la necessità di applicare le norme della Convenzione e gli effetti negativi del lavoro infantile, che perpetua il circolo vizioso della povertà e rende difficile la scolarizzazione. “Il lavoro dei bambini è un aspetto della povertà, sottolinea l’Oil. Ogni giorno a causa della povertà estrema muoiono nel mondo 30000 bambini. (…) Il lavoro infantile è al tempo stesso un risultato della povertà e un fenomeno che la perpetua. Nelle sue forme peggiori disumanizza i bambini, riducendoli a bene economico, il che alimenta la crescita demografica nei paesi meno in grado di affrontarla. (…) I bambini costretti a lavorare non possono esercitare i diritti che sono di tutti i loro coetanei: l’accesso all’istruzione e il diritto ad essere al riparo da violenza, abusi e sfruttamento (8).”

Ma il presidente boliviano Evo Morales, partendo dalla propria storia personale, valorizza gli aspetti positivi del lavoro dei più giovani come vettore di formazione e solidarietà all’interno della famiglia. Secondo il presidente, il lavoro permette ai bambini di sviluppare una “coscienza sociale”. Un modo per invitarli a cavarsela con il lavoro e l’iniziativa personale, un modo insomma per imporre una logica individualista alle prospettive di emancipazione. Da un governo che rivendica la propria missione “rivoluzionaria” non ci si sarebbe aspettati piuttosto un incoraggiamento ai giovani ad aderire a formazioni politiche che combattono la povertà fin dalle radici, anziché lasciar loro pensare che potranno sbaragliarla rinunciando all’infanzia?

  1. Si legga Elizabeth Rush, “Speculazione immobiliare a Lima sulla pelle dei poveri” Le Monde diplomatique/il manifesto, agosto 2013.
  2. “Informe Anual del Empleo en el Perù”, ministero peruviano del lavoro e della promozione dell’impiego (Mtpe), Lima, 2012.
  3. “Encuesta Nacional de Trabajo Infantil en Bolivia”, Institut national de statistiques (Ine), La Paz, 2008, e “Encuesta Nacional de Hogares”, Institut national de statistiques et d’informatique (Inei), Lima, 2008.
  4. “Ecuesta Nacional de Hogares”, op. cit. Tasso di abbandono scolastico fra i 12 e i 16 anni.
  5. Sistema di informazione e sostegno alla gestione dell’istituzione educativa, ministero peruviano dell’educazione, Lima 2014.
  6. Alejandro Cussianovich, “Aprender la condicion humana. Ensayo sobre pedagogia de la ternura”, Ifejant, Lima, 2010.
  7. Domic Jorge, “Ninos trabajadores: paradigmas de socializacion”, Revista Ciencia y Cultura, n. 8, La Paz, 2000.
  8. “La fin du travail des enfants: un objectif à notre portée”, Ufficio internazionale del lavoro, Ginevra, 2006.

(Traduzione di Marinella Correggia)

Nuova stagione referendaria: beni comuni

segnalato da Barbara G.

www.referendumsociali.info/beni-comuni/

Cinque anni dopo la straordinaria vittoria referendaria del 2011, il governo Renzi e la maggioranza rilanciano i processi di privatizzazione del servizio idrico e dei servizi pubblici locali e cercano di cancellare definitivamente il contenuto politico-culturale di un pronunciamento democratico del popolo italiano, che ha affermato il principio che l’acqua è un bene comune.

Questo attacco prevede:

  • lo stravolgimento della legge d’iniziativa popolare sulla gestione pubblica dell’acqua, presentata con oltre 400.000 firme nel 2007, con una serie di modifiche che eliminano ogni riferimento alla ripubblicizzazione del servizio idrico integrato e alla sua gestione partecipativa;
  • la pubblicazione del Testo Unico sui servizi pubblici locali (decreto attuativo della Legge Madia sulla riorganizzazione della pubblica amministrazione – n. 124/2015), con l’obiettivo di: ridurre la gestione pubblica dei servizi ai soli casi di stretta necessità e di vietarla per quelli a rete, come il servizio idrico; di rafforzare il ruolo dei soggetti privati; di promuovere la concorrenza; di reintrodurre il principio dell’”adeguatezza della remunerazione del capitale investito” nel calcolo della tariffa, proprio la dicitura che il referendum aveva abrogato.

Contro questo progetto lanciamo una campagna contro le privatizzazioni e i monopoli privati, per una gestione pubblica e partecipativa dell’acqua e dei beni comuni, e raccogliamo le firme a sostegno di una petizione popolare in cui chiediamo:

  • il riconoscimento dell’esito referendario sull’acqua e sui servizi pubblici locali del giugno 2011;
  • il ritiro dei decreti attuativi della legge Madia sulle aziende partecipate e sui servizi pubblici locali;
  • l’approvazione della proposta di legge “Principi per la tutela, il governo e la gestione pubblica delle acque e disposizioni per la ripubblicizzazione del servizio idrico”, nel testo originario;
  • l’avvio di una discussione parlamentare per l’inserimento del diritto all’acqua nella Costituzione.

Firma anche tu la petizione presso i banchetti dei Referendum Sociali, o verifica se è possibile firmare nel tuo comune

 petiz acqua ref soc

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Perché le periferie abbandonano la sinistra (?)

segnalato da Barbara G.

di Matteo Pucciarelli – blog-micromega.blogautore.espresso.repubblica.it, 07/06/2016

In un bel saggio uscito un paio di anni fa (Sulle orme del gambero, Donzelli), l’ex vicesindaco di Roma Walter Tocci racconta di quando, da ragazzo, faceva il dirigente del Pci in periferia e vedeva Roma espandersi: la città cresceva, si tiravano su nuovi quartieri popolari, e quando rientrava a casa con l’autobus tra sé e sé pensava che quelli – la gente che abitava lì, o sarebbe andata ad abitare lì – sarebbero stati tutti voti «per noi». Cioè per il Pci e per la sinistra.

Era naturale, ovvio, scontato, pacifico: in periferia, lontani dai lustrini del centro, dalle vie eleganti e dai negozi griffati, lontani dai teatri e dai palazzi borghesi con il portiere, si votava soprattutto a sinistra. Non per moda né per protesta: solo perché la sinistra rispondeva, o diceva di rispondere, in primis alle esigenze di quelli che, cristianamente, si chiamerebbero gli umili. Perché l’essenza stessa della sinistra era quella di lottare contro le disuguaglianze, il che comportava incentrare la propria politica su criteri redistributivi. Brutalizzando: “togliere al centro” per “distribuire alle periferie”. Così ha continuato ad essere fino ad almeno venti anni fa, e ad ogni elezione i numeri più o meno confermavano la tradizione: generalmente nei quartieri chic si votava a “destra”, in quelli popolari a “sinistra”.

E invece lentamente le cose hanno cominciato a cambiare, già lo si vide molto bene ai tempi dell’elezione a sindaco di Gianni Alemanno a Roma: al centrosinistra i municipi blasonati, al centrodestra quelli “sfigati”. Fino ad oggi. La cartina della Capitale, così come quella di Milano, fa impressione: “I confini invertiti tra centro e periferia”, scrive il Corriere della Sera. “Il Pd ha il primato nel salotto delle città. I quartieri già del Pci a grillini e centrodestra”.

Perché? Com’è possibile che il mondo funzioni alla rovescia? E soprattutto, la “sinistra” (quella moderata e quella non) si rende conto del problema oppure la soluzione sarà di derubricare il tutto alla voce “populismo”? Il fenomeno, tra le altre cose, non è solo italiano: in Francia – è stato scritto e riscritto – nelle banlieue il Fronte Nazionale va forte e la sinistra sparisce.

Forse il ragionamento va fatto partire da lontano, da ciò che simbolicamente ha significato la caduta del muro di Berlino. Ovvero la fine senza appelli di quella promessa di eguaglianza già sbiadita e insieme di un contraltare anche solo fittizio al capitalismo. Gli eredi di quella storia hanno scelto due strade: il conformismo peggiore, e non a caso spesso i comunisti di ieri sono oggi i migliori alfieri del neoliberismo di oggi; oppure il rifugio ideologico, nostalgico e sentimentale nelle belle bandiere e nei simboli, che però nel frattempo hanno perso di valore, di corrispondenza con la realtà.

In mezzo a questo dilemma irrisolto c’è stato un mondo che è andato avanti (o forse indietro) e che non ha sanato, anzi ha acuito, le disuguaglianze. La forbice della ricchezza si è allargata e a dirlo sono i numeri e gli studi di svariati economisti. La distanza tra “centro” e “periferia” è aumentata. E in questo contesto la sinistra, senza saperlo o forse sì, si è trasformata nella miglior garanzia dello status quo: perché quella maggioritaria ha sposato in pieno il modello economico che fomenta quella disuguaglianza, quindi da soluzione è diventata essa stessa parte del problema; e quella identitaria, rinchiusa nel velleitarismo, è diventata un fenomeno da avanspettacolo, con le sue scissioni, ricomposizioni, bassezze umane e politicismi fini a se stessi capaci di sconfinare nel patetico.

La disuguaglianza è realtà quotidiana (lavoro precario, disoccupazione, impossibilità di costruire una propria stabilità seppur minima, welfare sempre più scarno, qualità della vita peggiorata, assenza di prospettive) e porta con sé rabbia e frustrazione. Senza un canale interpretativo, senza una sponda politica con al centro quel tema, la massa degli umili (ormai anche incoscienti di esserlo) a sua volta ha scelto altre due strade: al posto del collettivo la supremazia dell’Io, il mito dell’uomo che si fa da sé, una sorta di sdoganamento dell’egoismo per un verso e del si-salvi-chi-può da un altro; oppure l’affidarsi a chi in mezzo a questo caos sapeva urlare più forte, a chi sapeva offrire risposte semplici a problemi complessi, nascondendo come fanno i maghi il tema generale (la disuguaglianza, sempre quella) per offrirne di altri apparentemente più concreti: e da qui il problema della sicurezza e dell’immigrazione, quest’ultima vissuta come una minaccia, a torto e a ragione; oppure la critica alla “Casta”, spesso sacrosanta, ma funzionale allo spostamento dell’obiettivo.

Così ecco la rottura tra la “sinistra” e quello che in teoria doveva essere il suo mondo di riferimento. Sorgono altre domande: ma lo è ancora? E poi: c’è ancora qualcuno desideroso di farsi carico dei bisogni (e delle contraddizioni) di chi sta sotto? I cinque milioni di poveri che vivono in Italia troveranno qualcuno che sappia spiegargli che, se sono tali, non è solo colpa del fato? Troveranno qualcuno disposto a utilizzare parole non discriminatorie? – perché oggi la povertà è una colpa da espiare quando va male e un problema da relegare al volontariato quando va bene. La sinistra, oggi, così com’è, ha ancora senso di esistere?

Cosa si è mosso tra Pd, 5 Stelle e sinistra

Flussi di voto e destino sx, a Roma ma non solo

Triskel182

A Roma, tre anni fa, Ignazio Marino prese 512 mila voti, al primo turno. Di questi – secondo l’analisi dei flussi fatta da Swg – il 35 per cento è passato a Virginia Raggi.

Sala a Milano ha lasciato per strada un terzo dei voti che nel 2011 andarono a Pisapia, finiti quasi tutti al M5S e all’astensione.

Sempre a Roma, nella fascia di elettori tra i 18 e i 24 anni Virginia Raggi ha avuto un consenso bulgaro (45 per cento al lordo degli astensionisti, quindi maggioranza assoluta tra chi è andato a votare); Giachetti, per contro è al 9 per cento tra gli under 25 e ha la sua area di consenso più alta tra gli over 64 (il 18 per cento, sempre al lordo del non voto), fascia d’età in cui batte tutti.

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I movimenti sociali sono formati sempre da minoranze

segnalato e tradotto da Antonella

di Antoine Sabot, Le monde 2 giugno 2016

Irène Pereira, sociologa della militanza e copresidente del’Istituto di ricerca, studi e formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO).

 

IrenePereira

 

Come qualificare le strategie dei sindacati a proposito della loi travail? Qual è la rappresentatività dei differenti attori? Quali sono i tratti caratteristici della contestazione? Mentre il Senato ha iniziato l’esame del progetto di legge di riforma del codice del lavoro e la mobilitazione contro il testo prosegue, la sociologa Irène Pereira, copresidente dell’Istituto di ricerca, studi e di formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO) e autrice di Travailler e lutter (L’Harmattan, 2016), ha risposto alle domande degli internauti di LeMonde.fr.

In un paese dove solo il 10% degli attivi sono sindacalizzati, si può ancora parlare di rappresentatività delle organizzazioni sindacali per negoziare e discutere di un progetto di legge?

Si distinguono in genere tre aspetti: il tasso di sindacalizzazione, la partecipazione all’elezioni sindacali e la fiducia che la popolazione accorda ai sindacati per difendere i suoi interessi. Dunque il tasso di sindacalizzazione non riflette l’adesione dei salariati ai sindacati.

Bisogna inoltre tener conto di altre variabili: in certi paesi europei, il tasso di sindacalizzazione può essere più importante, ma i sindacati non hanno la stessa funzione che in Francia (essi possono generare dei servizi come le mutue dei servizi sociali…); e ci sono dei settori dove è molto difficile aderire al sindacato, come le piccole imprese, per esempio. La precarietà e il timore, in certi settori, della repressione sindacale, possono ugualmente limitare la sindacalizzazione.

Quasi un giovane su tre non ha un lavoro in Francia. Perché i sindacati, e in particolare la CGT, non riconoscono il diritto dei disoccupati e dei giovani al lavoro e non l’includono mai nelle loro rivendicazioni?

Il sindacalismo così com’è andato a costituirsi in Francia è fondato sull’attività lavorativa. Essere disoccupato non è un’attività lavorativa: un disoccupato è ricollegato al sindacato della professione ch’egli esercitava in precedenza. Perché? Perché altrimenti si dovrebbe riconoscere che essere disoccupato, è uno stato sociale legittimo. Per i giovani è lo stesso: non ci si sindacalizza per categorie d’età, i giovani da una parte, gli anziani dall’altra e gli attivi nel mezzo. Da lì, lo scopo del sindacato è quello di difendere il diritto al lavoro e di creare solidarietà tra i lavoratori, sulla base della loro attività, del loro settore professionale, delle loro condizioni di lavoratori.

Ci sono più aderenti nella CGT che in qualunque partito politico. Perché non lo dite mai?

I partiti politici francesi non sono dei partiti di massa. Meno dell’1% della popolazione è aderente ad un partito, che è più basso del tasso di sindacalizzazione. Al contrario, un organizzazione sindacale ha vocazione a essere un’organizzazione di massa, riunendo l’insieme dei lavoratori. L’idea di un sindacato è che l’uniona fa la forza, dunque il numero di aderenti e il suo potere di mobilitazione sono una dimensione più importante che per un partito politico. Un partito affilia avvalendosi delle sfide elettorali (senza essere aderenti si vota per il partito al momento delle elezioni). Non è la stessa logica: un partito aspetta che si voti per lui, mentre un sindacato può anche avere come obbiettivo di mobilitare durante uno sciopero e le manifestazioni, al di là delle elezioni sindacali.

Come spiegare il fatto che la mobilitazione sembra amplificarsi tra i lavoratori mentre il numero dei manifestanti tende a ridursi?

E’ una contraddizione che ha una temporalità abbastanza stupefacente. Abbiamo, in un primo tempo, un forte coinvolgimento dei liceali e degli studenti; poi un governo che rivede il testo; in seguito i sindacati si dividono su questa seconda proposizione (sostenuta dalla CFDT); in parallelo c’è l’emergenza del movimento Nuit debout e delle tensioni nelle manifestazioni; infine una legge che è votata con il 49.3. Tutti questi elementi non sono abituali, con un conflitto che si radicalizza dopo l’approvazione della legge. Fu differente nel 2003 e nel 2010 contro le riforme delle pensioni; quando le leggi furono votate, le mobilitazioni cessarono.

Globalmente, la radicalizzazione del conflitto dovrebbe essere intesa in un contesto più ampio del disconoscimento del governo e della sua politica, che non corrisponde alle aspettative del suo elettorato. Dunque la mobilitazione sindacale attuale cristallizza questo malcontento. Essa permette ai sindacati più contestatori, come la CGT o Solidaire, di rafforzare la loro legittimità nella difesa dei lavoratori. Di fatto, la mobilitazione dei lavoratori e lo sciopero dei settori strategici (nucleare, trasporti, etc.) possono trovare un sostegno più ampio nella popolazione.

Non bisogna leggere questo conflitto unicamente in termini di azione sindacale, di posizionamento della CGT rispetto alla CFDT in vista delle elezioni sindacali. Bisogna considerare un contesto sociale più generale.

La CGT, irrigidendo la sua linea, si serve, tuttavia, della loi travail come alibi per recuperare legittimità, mentre rischia di ritrovarsi dietro la CFDT alle prossime elezioni sindacali?

A mio avviso, non è pertinente ridurre un movimento sociale come questo ad un solo fattore, relativamente superficiale, rispetto a quello che ci insegnano la storia e la sociologia nell’analisi delle questioni sociali. Da un secolo i ricercatori ricollocano i movimenti sociali in un contesto sociale più profondo. Oggi il lavoro resta una questione cruciale che mobilita un’intera società, che ci dice alcune cose su questa società. Così i movimenti sociali sono dei rivelatori di rapporti sociali.

Quali sono, secondo lei, le ragioni della flessione dei voti espressi in favore della CGT nelle recenti elezioni sindacali? Pensa che l’impegno della CGT nel movimento contro il progetto di loi travail gli permetterà di guadagnare nuovi sostegni al momento delle prossime elezioni?

In generale, la conflittualità può portare benefici ad un sindacato al momento delle elezioni. Ma per me resta una dimensione piuttosto superficiale dei movimenti sociali.

Durante il suo ultimo congresso la CGT ha adottato una posizione che va verso una maggiore radicalizzazione. Tuttavia, non se ne deve dare un’interpretazione unicamente in termini di strategia sindacale. Questa affermazione di radicalità può essere anche letta come l’espressione di un disconoscimento della classe politica. I sindacati si sentiranno tanto più legittimati a supportare le rivendicazioni del mondo del lavoro, dato  il cedimento della sinistra radicale politica. Attraverso i sindacati i lavoratori ritrovano un mezzo d’espressione, sulle questioni sociali, che essi non trovano più nei partiti politici, Con il conflitto attuale i sindacati monopolizzano la questione sociale, che era stata captata dall’estrema destra negli ultimi tempi.

Lo sciopero si manifesta sempre attraverso un blocco delle imprese e delle istituzioni? Perché la contestazione non comporta una gratuità dei servzi? Sarebbe una leva più forte che non penalizerebbe la Francia intera, mobiliterebbe altrettanto i manifestanti e darebbe un’immagine molto più positiva e costruttiva della protesta…

Il vantaggio dei blocchi è che paralizzano i nodi strategici. Quello che possiamo constatare almeno dal dicembre 1995, all’epoca della mobilitazione contro la legge Juppé sulla riforma della Sécurité sociale, è l’importanza di paralizzare le vie di comunicazione, le vie di trasmissione dell’approvvigionamento energetico… Tutto questo corrisponde all’organizzazione della nostra società industriale, che è molto vulnerabile quando si colpiscono questi punti strategici di comunicazione e approvvigionamento.

In uno sciopero bisogna distinguere gli scioperanti e quelli che li sostengono. Il blocco è minoritario, ma può beneficiare di un più ampio sostegno della popolazione. Nello stesso modo quando c’è uno sciopero, questo non è mai votato da una percentuale di salariati, ma da un numero di presenti all’assemblea generale. La visione della democrazia nella storia del sindacalismo, è una democrazia diretta di minoranze attive. I movimenti sociali sono sempre costituiti, nella storia, da minoranze. Allora, la questione è sapere se queste minoranze hanno il sostegno della popolazione. Oggi, per esempio, i sindacati si sentono legittimati poiché la maggioranza della popolazione era contraria al passaggio della legge tramite il ricorso all’articolo 49.3.

La gratuità può essere praticata, è, per esempio, una pratica corrente nel settore dei musei; si organizza spesso con casse di sostegno da parte dei visitatori. Ma si deve considerare nei conflitti la questione dell’efficacia: la gratuità può avere una virtù positiva simbolica, ma il blocco impatta più profondamente l’economia. Introduce un rapporto di forza più importante, più ampio. C’è nei conflitti sociali il timore delle organizzazioni sindacali che i gruppi di scioperanti si dissolvano se la mobilitazione non si dimostri efficace e debba prolungarsi.

La militanza sindacale è influenzata dalle nuove pratiche sociali: individualizzazione, reti sociali, etc?

Si pone talvolta un’enfasi sulle nuove forme di militanza e d’azione (petizioni, blocchi di siti istituzionali, etc.) che tenderebbero a far sparire le forme più antiche. Per i sociologi è una lettura superficiale. I mezzi tecnologici sono degli strumenti, ma non modificano in profondità, per il momento, il repertorio d’azione. Si vede che l’essenza della mobilitazione continua a giocarsi negli scioperi e nelle manifestazioni. Le reti sociali hanno un ruolo nella comunicazione, ma internet non costituisce lo spazio dove si manifestano i rapporti di forza.