Diventare atei della crescita

segnalato da Barbara G.

Movimento Nuit debout in Place de la Republique, Parigi 2016

La società della crescita con crescita è finita, ma il mito della crescita persiste. Per questo abbiamo bisogno di immaginare e di creare qui e ora un mondo nuovo. L’uscita dall’austerity non basta

di Serge Latouche – comune-info.net, 24/06/2016

L’essenza della domanda posta nel titolo del mio intervento* – “Crescita, Recessione, Decrescita, un cerchio che si chiude?” – può essere tradotta, in termini shakespeariani, come: crescere o non crescere? Una domanda che ne implica un’altra: credere o non credere? Perché, come ha spiegato bene papa Francesco, la crescita è diventata la religione del nostro tempo e noi dobbiamo diventare atei della crescita. Ma, a differenza di papa Francesco, nessun responsabile politico o economico l’ha compreso (o almeno fa finta di non averlo compreso).

Nel 2002, al convegno dei metereologi statunitensi a Silver Spring, Bush dichiarò che la crescita genera posti di lavoro, risorse pubbliche, benessere sociale, pace e anche le risorse per provvedere all’ambiente: «La crescita è la chiave del progresso ambientale, in quanto fornisce le risorse che consentono di investire nelle tecnologie appropriate: è la soluzione, non il problema». E se da Bush non ci si poteva aspettare altro, in realtà tutti, compreso Matteo Renzi, dicono la stessa cosa. Alla Conferenza del clima di Parigi, lo scorso dicembre, la parola proibita era “decrescita”. Quello che si doveva dire era che la battaglia contro il cambiamento climatico costituiva l’opportunità per una nuova crescita. Una crescita verde: un bell’ossimoro.

In questo quadro, non basta essere economisti; bisogna anche essere filosofi. E io partirei dall’osservazione di uno dei più grandi filosofi del nostro tempo, Woody Allen:

Siamo arrivati all’incrocio di due strade: una porta alla scomparsa della specie, l’altra alla disperazione totale. Spero che l’umanità faccia la scelta giusta.

Sembra che il dilemma sia proprio questo.

La prima strada è quella di una società della crescita con crescita, quella su cui abbiamo camminato da due-tre secoli e soprattutto a partire dalla Seconda Guerra Mondiale. È la strada che conduce a quella che gli scienziati hanno definito come sesta estinzione di massa. Rispetto alla quinta, quella dei dinosauri, risalente a sessantacinque milioni di anni fa, questa sesta estinzione presenta alcuni tratti specifici: si svolge a un’altissima velocità (ogni giorno spariscono tra le cinquanta e le duecento specie); è determinata dall’attività umana e potrebbe riguardare lo stesso essere umano.

La seconda strada, quella che conduce alla disperazione, è quella di una società della crescita senza crescita, una società in recessione. Sappiamo quale tragedia rappresenti. Ma non sono venuto qui per dire che la nostra unica scelta è tra la peste e il colera, tra la disperazione e l’estinzione. C’è, in realtà, una terza via, un piccolo sentiero che Woody Allen non ha visto e di cui pochi si sono accorti: la via della decrescita. La via dell‘uscita dal paradigma della società della crescita. Ma per capire in cosa consiste questo cammino bisogna prima analizzare e denunciare le illusioni della crescita. Un compito tutt’altro che facile, perché nessun argomento, per quanto razionale sia, può convincere qualcuno che ha fede, che ha fede nella crescita.

COS’È LA CRESCITA?

Si pensa alla crescita, in primo luogo, come a un fenomeno biologico. E in effetti i termini “crescita” e “sviluppo” vengono dalla biologia, soprattutto evoluzionista. La crescita è la trasformazione quantitativa di un organismo nel tempo. Tutti gli organismi crescono e, nello stesso tempo in cui crescono, si trasformano. Un seme non diventa un seme gigantesco, diventa una pianta. E questo è lo sviluppo. Lo sviluppo è la trasformazione qualitativa di un fenomeno quantitativo. Lo sviluppo non è la crescita, ma non esiste uno sviluppo senza crescita. La crescita è la base dello sviluppo.

Quando gli economisti hanno preso in prestito questa metafora della crescita e dello sviluppo, si sono dimenticati però di due o tre cose. In primo luogo, l’economia non è un organismo. Si può pensare alla società umana nel suo rapporto con l’ambiente come a un organismo, come ha fatto il grande biologo britannico James Lovelock con l’ipotesi Gaia, ma l’economia può rappresentarne solo una parte. Anche i filosofi avevano pensato alle civiltà come a organismi, basti pensare a Giambattista Vico, secondo cui, proprio come gli organismi, le civiltà nascono, crescono si sviluppano e poi declinano e muoiono. L’economia non è un organismo, ma, se anche lo fosse, gli economisti si sono dimenticati che dovrebbe infine morire, postulando, al contrario, una crescita infinita. E poi gli organismi vivono con l’ambiente in un rapporto di dipendenza reciproca. Mentre gli economisti pensano che sia possibile trarre dalla natura tutte le materie prime e scaricarvi tutti i rifiuti, senza alcuna interdipendenza. Pensano di poter sfruttare senza limiti la natura come fonte di materie prime e come pattumiera.

La crescita economica, quindi, non ha niente a che vedere con la crescita degli organismi. E l’economia, come parte dell’organismo globale, deve obbedire alle leggi della biologia e prima ancora della fisica, e in particolare della termodinamica, e ancora più in particolare della seconda legge della termodinamica, quella dell’entropia, in base a cui sappiamo bene che, una volta che abbiamo bruciato i trenta litri della benzina nel serbatoio, questi litri non saranno più disponibili. Come spiega Richard Heinberg nel libro La festa è finita, la crescita è nata con i pozzi di petrolio e finirà con essi.

Che la crescita infinita in un pianeta finito sia un’assurdità dovrebbero capirlo tutti. Come diceva il grande Groucho Marx, lo capirebbe anche un bambino di cinque anni. I nostri responsabili, però, non lo capiscono. Con un tasso di crescita del 2 per cento l’anno, prolungato per un periodo di tempo di duemila anni, il Pil risulterebbe moltiplicato di 160 milioni di miliardi. Chiunque capirebbe che è impossibile far crescere il Pil di 160 milioni di miliardi. Che è impossibile far crescere di questa cifra il numero delle automobili, per esempio. Eppure, la società della crescita è basata proprio sull’assurdità di questa illimitatezza.

L’economia capitalistica, l’economia di mercato, è basata su una triplice illimitatezza: l’illimitatezza della produzione, cioè dello sfruttamento delle risorse naturali, rinnovabili e non rinnovabili; l’illimitatezza del consumo, che comporta la creazione di un numero sempre più alto di bisogni artificiali (perché, se si produce sempre di più, si deve anche consumare sempre di più); e, di conseguenza, l’illimitatezza dei rifiuti, cioè dell’inquinamento dell’aria, sempre più irrespirabile, dell’acqua, sempre meno potabile, dei mari, sempre più invasi da continenti di plastica, della terra, sempre più avvelenata e desertificata. E queste illimitatezze, soprattutto quella del consumo, funzionano in base ad alcune molle, la prima delle quali è la pubblicità, la cui funzione è renderci insoddisfatti di ciò che abbiamo per farci desiderare ciò che non abbiamo. Cosicché viviamo non nella società dell’abbondanza, ma in quella della frustrazione, quella in cui dobbiamo sentirci sempre frustrati e infelici per poter avere desideri da soddisfare e dunque per consumare sempre di più. La seconda molla è il credito: poiché non tutti possono soddisfare i loro desideri artificiali, quelle istituzioni filantropiche conosciute come banche sono disposte a concedere crediti. Se poi non bastano né la pubblicità né il credito c’è comunque l’obsolescenza programmata: la durata di vita dei nostri prodotti è sempre più breve, così da costringerci ad acquistarne di nuovi. La pubblicità crea un’obsolescenza psicologica, mentre la tecnica crea un’obsolescenza reale.

Movimento Nuit debout in Place de la Republique, Parigi 2016

Quando si registra una crescita forte come quella registrata durante il trentennio d’oro, si assiste alla distruzione dell’ambiente e di parti della società, soprattutto nel Sud del mondo, ma anche alla creazione di posti di lavoro, di risorse pubbliche per finanziare l’educazione, la sanità, la cultura. Ma una società della crescita senza crescita conosce solo disoccupazione e tagli alle spese sociali.

La società della crescita con crescita è finita, ma il mito della crescita continua a operare impedendo di uscire dalla trappola di questo sistema e spingendoci nell’incubo di una società della crescita senza crescita. È per questo che bisogna costruirne una nuova: si tratta di una rivoluzione, perlomeno a livello di immaginario. Si deve decolonizzare l’immaginario dell’economicismo, superare la fede nella crescita dell’economia. E questo è il progetto della decrescita.

COS’È LA DECRESCITA?

Prima di tutto, è uno slogan – con la funzione provocatrice propria degli slogan – che permette di capire quale assurdità rappresenti una crescita infinita in un pianeta finito. Uno slogan dietro cui c’è il concetto di una società alternativa, non basata sulla crescita infinita e sul consumo infinito. Il progetto della decrescita è quello, per dirla con le parole del collega inglese Tim Jackson, di una società di prosperità senza crescita, che è il titolo di un suo libro di alcuni anni fa, o quello, come dico io, di una società di abbondanza frugale.

Perché abbiamo lanciato questo slogan della decrescita? Lo abbiamo utilizzato per contrastarne un altro, quello mistificatorio dello sviluppo sostenibile. Un ossimoro: lo sviluppo non può essere sostenibile perché presuppone la crescita. Ed è un modo per prolungare il mito della crescita.

Il concetto di sviluppo sostenibile è legato a tre criminali dal colletto bianco, il più noto dei quali è l’imprenditore elvetico Stephan Schmidheiny, condannato dalla Corte di Appello di Torino nel processo Eternit, ma allo stesso tempo grande promotore del concetto di sviluppo sostenibile e fondatore del World Business Council for Sustainable Development, in cui sono presenti tutti i più grandi inquinatori del pianeta. Il secondo è il miliardario canadese del petrolio Maurice Strong, organizzatore della Conferenza di Rio sull’ambiente del 1992. Due veri ecologisti: uno dedito all’amianto e l’altro al petrolio. Il terzo è Henry Kissinger, che ha rappresentato gli industriali statunitensi all’indomani della Conferenza di Stoccolma del 1972. Erano gli anni del Rapporto sui limiti dello sviluppo del Club di Roma e di una nuova sensibilità ecologica, al punto che il presidente della Commissione Europea, Sicco Mansholt, poneva l’accento sulla necessità di quella che lui definiva una crescita negativa (altra epoca: oggi la Commissione Europea è tra i più forti sostenitori della crescita infinita e del sistema della concorrenza sfrenata del modello ultraliberista). Il concetto che passò nel 1972 a livello di Commissione Europea – il ministro dell’economia francese Valéry Giscard d’Estaing disse che non sarebbe stato un obiettore della crescita – fu però quello di “un’altra crescita”, mentre a livello Onu si impose il concetto di ecosviluppo. Gli industriali statunitensi, tuttavia, trovavano l’espressione ancora troppo ecologista e allora Kissinger spinse per quella di sviluppo sostenibile.

Negli anni dopo la caduta del muro di Berlino, gli anni del trionfo della globalizzazione e del pensiero unico, tale espressione è diventata l’equivalente, a livello globale, del Tina (There is no alternative) di Margareth Thatcher: per l’umanità non c’è alternativa allo sviluppo sostenibile. Una promessa in grado di soddisfare tutti.

Abbiamo compreso allora la necessità di contrastare questo slogan presentando un’alternativa. Non poteva più essere il socialismo, screditato dall’esperienza dell’Unione Sovietica e privo di una reale dimensione ecologica, essendo ancora un progetto produttivista figlio dell’idea dell’illimitatezza propria della modernità. Avrebbe senso semmai parlare di ecosocialismo.

Abbiamo dunque concepito questo progetto, da me sintetizzato nella forma delle 8 “R”: Rivalutare, Riconcettualizzare, Ristrutturare, Ridistribuire, Rilocalizzare, Ridurre, Riusare, Riciclare. Un progetto che segna una rottura rispetto all’attuale concezione, indicando la necessità di uscire allo stesso tempo dal sistema economico e dal sistema mentale della società dei consumi, a partire da un cambiamento dei valori – Rivalutare -, fino al cambiamento dei rapporti di produzione e di distribuzione. Il progetto delle 8 “R” non è un programma politico, rappresenta un’altra concezione. Non è un progetto alternativo, è una matrice di alternative. Perché non si uscirà dal mondo a una dimensione della globalizzazione per entrare in un altro mondo dominato anch’esso dal pensiero unico. Una volta liberati dall’imperialismo dell’economia sulla nostra vita, si dovrà ricreare la diversità: la decrescita non verrà realizzata nel medesimo modo in Chiapas e in Texas. Per costruire un futuro sostenibile, si impone un cambiamento nel rapporto con la natura, nei rapporti di produzione, nei rapporti di distribuzione, ma spetta a ogni società elaborare il suo progetto specifico.

Ora la sfida più importante è come uscire da questo incubo dell’austerità. Ci sono proposte di buoni economisti neokeynesiani, come Paul Krugman o Joseph Stiglitz, ma tutti mirano a uscire dall’austerità per rilanciare la crescita. Noi, invece, vogliamo uscire dall’austerità per intraprendere un percorso di alternative per un’altra società. Sono stato invitato dai deputati verdi greci a Bruxelles a parlare di decrescita. L’avevo fatto anche con Tsipras prima che diventasse primo ministro: purtroppo ha poi pensato di potersela cavare senza cambiare strada, senza fare una rivoluzione. Neppure Hollande, del resto, ha fatto nulla di ciò che aveva promesso. Il fatto è che nell’attuale sistema non si può fare a meno di operare una rottura iniziale.

Per risolvere il primo problema, quello della disoccupazione, le strade da percorrere sono: rilocalizzare, riconvertire, ridurre. Il termine rilocalizzare significa de-mondializzare, rilanciare a livello locale una vita economica, sociale, politica, culturale. La globalizzazione è stata un gioco al massacro su scala planetaria. In realtà il mondo è globalizzato da quando gli amerindiani hanno scoperto Cristoforo Colombo. Quel che c’è stato di nuovo non è stata la mondializzazione dei mercati, ma la mercificazione del mondo. Questa è la verità della globalizzazione. La concorrenza, parola d’ordine dell’Unione Europea, è stata già sintetizzata due secoli fa nell’espressione “libera volpe in libero pollaio”. È una truffa. Per prima cosa, bisogna interrompere la distruzione del tessuto industriale. La libera volpe europea ha distrutto i contadini cinesi e la libera volpe cinese distrugge il nostro tessuto industriale. Va dunque fermato questo gioco al massacro globale per creare nuovi posti di lavoro.

Passando al termine riconvertire, è vero che si possono utilizzare “energie della disperazione” come il gas di scisto o l’energia nucleare, ma non si potrà comunque produrre energia in maniera indefinita. Serve una riconversione verso l’energia rinnovabile, la quale, se consente di vivere bene, non permette però di crescere all’infinito, né di portare avanti l’attuale società dello spreco, dove il 40 per cento del cibo prodotto viene gettato via, senza contare tutto ciò che comporta l’obsolescenza programmata: ogni mese partono dagli Stati Uniti ottocento navi pieni di computer, cellulari ecc., costruiti con minerali preziosi per i quali le transnazionali scatenano guerre in Africa e che vanno a inquinare le falde freatiche della Nigeria o del Ghana, dove poi vengono scaricati selvaggiamente i rifiuti, i cui fumi tossici vengono respirati dai bambini e dalle bambine che cercano di recuperare i materiali. Un incubo totale.

Riconvertire l’energia, dunque. E riconvertire l’agricoltura. Diceva l’ex responsabile della Fao Olivier De Schutter: «Non sono sicuro – in realtà lui lo era – che l’agricoltura biologica possa nutrire 12 miliardi di persone alla fine del secolo, ma sono sicuro che l’agricoltura produttivista non potrà farlo», in quanto basata sul petrolio. Pensiamo solo che un chilo di bistecca corrisponde a sei litri di petrolio, e il petrolio non ci sarà più. Che ogni anno trasformiamo 16-17 milioni di ettari in deserto, in quanto i pesticidi sono biocidi, distruggono tutto ciò che fa vivere il suolo. Che distruggiamo ogni anno 16 milioni di ettari di foreste per far posto alla soia, all’olio di palma, ecc., e presto non vi saranno più alberi da distruggere. Quello che serve è un’agricoltura senza pesticidi e senza concimi chimici: non un ritorno al passato, ma la creazione di una nuova agricoltura che necessiterà almeno del 10 per cento della popolazione attiva, anziché, come oggi, di meno del 3 per cento.

Infine ridurre, cominciando dagli orari di lavoro. Quando i socialisti conservavano ancora qualcosa di socialista, dicevano: lavorare meno, lavorare tutti. Lo slogan dell’ex presidente francese, “lavorare di più per guadagnare di più”, era un’assurdità, perché, in base alla legge della domanda e dell’offerta, se si lavora di più, aumenta l’offerta, ma, poiché la domanda resta più bassa, il risultato è il calo del prezzo del lavoro, che è lo stipendio. Allora lavorare sempre più significa guadagnare sempre meno ed è proprio questo che si è verificato negli ultimi anni. Si lavora sempre di più e gli stipendi sono sempre più bassi. Invece, lavorare meno per lavorare tutti e soprattutto per vivere meglio. Dunque, riduzione drastica degli orari di lavoro fino alla piena occupazione; questo è un primo passo nel sentiero della decrescita. Ritrovare il senso della vita, che non è solo lavoro, perché, come sapevano i nostri antenati, la vita contemplativa – giocare, pensare, pregare, meditare, sognare – è più importante della vita attiva. È così che si cammina verso la società della decrescita, o dell’abbondanza frugale, che sembra un ossimoro ma non lo è. In realtà, quella in cui viviamo è una società dello spreco, della scarsità e della frustrazione, in cui i beni fondamentali, il cibo sano, un’aria pulita, un’acqua non contaminata, quasi non esistono più. Una società felice consuma poco, per indurre a consumare bisogna creare insoddisfazione. Una società può conoscere l’abbondanza solo se sappiamo mettere dei limiti ai nostri desideri e questa autolimitazione si chiama frugalità, conditio sine qua non dell’abbondanza.

Questo progetto costituisce una soluzione alla crisi sociale, alla crisi ecologica, alla crisi economica e alla crisi culturale. E allora o intraprendiamo questa strada della decrescita, dell’ecosocialismo democratico, dell’abbondanza frugale, o siamo condannati a un’altra forma di barbarie.

_______________

Intervento pronunciato da Latouche al Cantiere del Cipax, tratto da una registrazione e non rivisto dall’autore, pubblicato da Adista.

Annunci

348 comments

  1. ok
    per rispetto delle tradizioni e per “gettare un ponte verso la pace” ora organizzo un matrimonio combinato fra la figlia di heiner e la mia discendenza
    alla faccia di voi snob

  2. poichè la base del sistema dei prezzi che rappresenta la logica dell’economia di mercato si basa sulla scarsità (cit. Antonio)…

    la realtà e le scelte sono “create” dalla teoria e non viceversa

  3. ciarli luglio 5, 2016 alle 7:41 pm
    marco, il problema dell’oggi/ieri e ricchi/poveri consiste nella possibilità di -scelta- del menu.
    “Buono, fatto come una volta”… sì, mangialo 6 giorni la settimana tutto l’anno.

    ciarli luglio 5, 2016 alle 7:44 pm
    il “miracolo del consumismo” fu quello… potevi mangiare cose mai viste e scegliere tra tante.
    Oggi siamo abituati, non ce ne rendiamo conto e diventiamo snob.

    Ma come diceva heiner i primi ad abbracciare il consumismo sono state le nostre nonne e come dargli torto dopo una vita di scarsità… Nello specifico il mio non è essere ‘snob’, ma ne ho già parlato, è la ricerca del “gusto del ricordo”… quelle cose che così buone non abbiamo mai più mangiato… legato al gusto della manualità e dei “riti” che lo accompagnavano… una cosa personale, nessuna campagna contro il cibo “spazzatura” dato che ho la fortuna di poter scegliere, ho scelto un posto piccolo dove alcuni piccoli riti sono ancora possibili…

    poichè la base del sistema dei prezzi che rappresenta la logica dell’economia di mercato si basa sulla scarsità (cit. Antonio)…

    il baccalà da prodotto per poveri si è trasformato in “oro”…

    1. Nella mia famiglia fu mia madre ad abbracciare il consumismo, perche’ alleviava il lavoro di casa, che aveva fatto invecchiare la nonna anzi tempo con sei figli senza lavatrice (lavavano alle fontane, io le ho viste le donne con questi catini pieni di panni sulla testa percorrere sentieri accidentati, in salita e in discesa). La pasta fatta in casa, i pannolini di stoffa, la passata di pomodoro a fine agosto, le melanzane i carciofi. Dietro c’e’ tanto lavoro, si puo’ fare e molte cose mia madre a continuato a farle, ma con il sollievo di poter scegliere.
      Devo confessare che io sono favorevole a tutto cio’ che riduca la fatica fisica, e in questo senso mi sarei aspettata che a fronte dello sviluppo tecnologico, diminuissero le ore lavorative, come al solito vengo a sapere male le cose.

      1. … non la prendere come polemica, anzi, pensa che sottolineo tutto ma proprio tutto quello che scrivi. anch’io, quando ero da mia nonna, ovvero nei mesi estivi, andavo a lavare i panni al fiume, ecc. ecc. ecc., e non rimpiango i bei tempi andati, sia per la fatica fisica che per altro.
        l’altra mia nonna era stata obbligata a sposarsi con mio nonno, senza nemmeno conoscerlo, ma solo per dire (cit.)

        ma: passare dalla povertà diffusa (anche nei paesi occidentali, ovvero nel primo mondo, per non dire del secondo, e del terzo) a una ricchezza diffusa non è facile, a prescindere dal livello di evoluzione tecnologica.
        possiamo arrivarci a gradi, certo, se siamo convinti del fine, se sappiamo che magari dovremo rinunciare a qualcosa.
        oppure no. e pensiamo di essere nel giusto.

        a volte alcune immagini restano impresse: dopo anni che mi sentivo dire che la lega nord cresceva perché c’era disagio nella piccola borghesia, io, che non vengo da paesi leghisti, mi trovai ad asiago a cercare un parcheggio. c’era un suv grande come una casa che occupava impropriamente due posti. vado a vedere, c’era applicato l’adesivo della gioventù leghista. ho provato compassione per questo povero piccolo borghese così in crisi..

        1. Qui pero’ dovrebbe intervenire la politica e tassare fino all’inverosimile mezzi di trasporto che occupano il doppio e inquinano e consumano il doppio, insomma relegarli tra i prodotti di lusso. Ci vorrebbe, come comunita’, il coraggio di scegliere, un po’ come quando si e’ scelto di proibire il fumo nei luoghi pubblici.

    2. in un paese vicino al mio negli anni 80-90 c’era un ristoriante in cui facevano le cose che solo 10 anni prima da noi erano cose di tutti i giorni (anzi, in alcune famiglie si facevano ancora) e spennavano i milanesi in libera uscita domenicale

    3. snob noi (senza polemica) che abbiamo la fortuna (o la decadenza) di percepire il cibo (anche) come cultura.
      Non le nonne… almeno la mia, durante 2 guerre, ha mangiato anche topo… meglio la simmenthal.

      1. Snob: Persona che nell’atteggiamento o nel comportamento ostenta un’aristocratica, spesso eccentrica e non di rado ridicola distinzione e raffinatezza, nel tentativo di identificarsi con una categoria sociale superiore.

        no non lo sono, proprio perché so da dove vengo e soprattutto per… mia nonna

                  1. tanto non me lo fai andare di traverso… dovrei mangiare da McDonald perché così sarei equiparato a chi vede (forzatamente) il cibo solo come sostentamento?

                    1. …se devo mangiare il ‘panino del bar’… datemi pure un big mac… 🙂

                      dei tizi dalle mie parti sono riusciti a tirar su una bottega di cose caratteristiche e fanno panini ricchi, abbondanti e tradizionali a prezzi da kebab. hanno un grande successo, sono stati intelligenti. e finalmente posso mangiare anche un panino come si deve (anche se preferisco sempre le due fette di pane… ma su questo sono sordi. prima o poi li devo convincere)

                  2. Marci non riscopre il piatto della nonna per cultura. Lui quel piatto lo ha vissuto con lei. E’ un po’ come me che capisco i dialetti campani anche se non li parlo, non li scopro come un fatto culturale, ma come una reminiscenza dell’infanzia. Diventa cultura quando ci si rifa’ a tradizioni culinarie che non sono proprie.

              1. comunque…se essere snob significa preferire lo stoccafisso ai bastoncini findus (che piacciono soprattutto a mia figlia, e per questo non mancano mai in tavola)… beh…
                chiamatemi lucio magri 🙂

                Ps: in onore del titolo di ‘cuore’: Uniti sci, ma contro la DC!

                1. no… snobismo non è stoccafisso VS bastoncini.
                  Ma se butto ‘merda’ sui bastoncini… qualcuno che non può scegliere lo stoccafisso è costretto a mangiare la mia ‘merda’. No?

          1. chi percepisce il cibo principalmente come sostentamento (solo qualche miliardo di persone su questo pianeta) percepisce come ‘snob’ coloro che, del cibo, hanno una percezione (anche) culturale. Credimi.

            1. c’è parte di verità.

              è quel che scrivo sempre: noi siamo i privilegiati, e lo saremo ancora per molto tempo.
              se venisse davvero il comunismo, d’amblé, dovremmo innanzitutto rinunciare a gran parte delle nostre conquiste economiche.
              siamo grati (warning: iron.) che ancora ci possiamo permettere lo sfruttamento della manodopera infantile

                1. E’ piuttosto relativa sta cosa.
                  Secondo me, uno con le pezze al culo, che vive dalle nostre parti, sta millemila volte peggio di uno con le pezze al culo che vive a khajuraho.

                    1. Avrei dovuto scrivere: uno che prima stava bene e che ora ha le pezze al culo …
                      … non è più così sensibile ai morti per fame.

                  1. è ovviamente relativa.

                    ma tanto più oggi, miriadi di persone cercano in tutti i modi di venire a stare qua (dove mettono in conto anche un periodo piuttosto lungo se non infinito di pezze al culo).
                    pochi decidono di percorrere la strada inversa.
                    poi va tutto bene, ma la questione resta

                    1. C’è una cosa che non è relativa. A spanne: quando un corpo consuma più calorie di quante ne assuma, comincia a consumare sé stesso fino al deperimento finale e alla morte.
                      Poi sono relative le reazioni: per qualcuno è volere di Dio o del fato e si rassegna.

                  1. certo che mangiano per scelta…

                    e poi a me di “quelli con le pezze al culo” mi interessa poco (anche perché… boh…?
                    a napoli li ho visti… e tanti. ma si mangiavano cofanate di pasta – e rizzati)

              1. Bph? Cominciano a gironzolare anticipazioni su quello che sarà il nostro (anche di noi capitalisti) cibo in un futuro non lontanissimo: insetti e larve varie.
                Non è che l’idea mi ecciti tantissimo. Chissà com’è una cavalletta alla bourguignon?

                1. Questione di abitudini – i bianchi di Fort Portal mangiano regolarmente certi grossi insetti presi al volo con qualsiasi oggetto che somigli ad una paletta.

                2. Per il momento sono io il piatto preferito degli insetti nella fattispecie delle zanzare di tutto il vicinato..a volte ho come l’impressione che sulla mia fronte, a sera, si accenda un’insegna “Mosquito’s restaurant” sto pensando ad un pipistrello di compagnia.

                  1. Compra un casco da minatore. Mettici una lampada alogena.
                    I cadaveri delle zanzare sfulminate ti cascheranno nel piatto.
                    Doppio vantaggio: non ti punturano e ti porti all’avanguardia del futuro dietetico.

          2. In una delle mie ultime cene di lavoro in un ristorante di notevolmente stellato ordinai una salsiccia alla griglia. Non sapeva di sagra e mi deluse. In compenso le espressioni degli altri commensali mi fecero sentire molto snob.

  4. Contropelo… alcolico

    Il bicchiere della staffa

    Ci siamo molto concentrati sugli esiti bizzari della brexit in Inghilterra. Partiti decapitati, leader in fuga, carriere stroncate. Un tweet inglese che mi ha colpito diceva: gli antichi persiani prendevano ledecisioni importanti due volte, una da ubriachi e una da sobri. Adesso prendiamola da sobri. Si, forse. Ma noi da questa parte della Manica, siamo sobri o ubriachi? E’ da sobri la decisione della commissione di dichiarare la procedura di infrazione per deficit eccessivo ai danni di Spagna e Portogallo?. E’ da sobri la decisione del governo francese di scavalcare per la seconda volta il parlamento sulla loi travail, quando il tuo sostegno è precipitato dal 28 e mezzo al 14 %.. E’ da sobri la volontà di Juncker e del nostro Calenda di sottrarre all’approvazione dei parlamenti nazionali il trattato di libero scambio con il Canada? E da sobri Schauble che chiede il ritorno alla gestione intergovernativa dell’Europa? E’ sobrio il referendum ungherese sui profughi del prossimo ottobre. Sono sobrie le lettere della Bce c he scatenano il panico sui mercati? Johnson, Cameron, Farage, Corbyn, buffoni ubriachi. Noi astemi? Ricordatevi di Oxfam

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...