19 luglio 1992

Borsellino, ecco perché ci vergogniamo

Ventiquattro anni dopo la strage il processo sta facendo emergere molti punti oscuri che riguardano investigatori e uomini delle istituzioni che non avrebbero fatto bene il proprio dovere e molti di loro, chiamati a testimoniare, hanno ripetuto ai giudici di non ricordare.

di Lirio Abbate – espresso.repubblica.it, 18 luglio 2016

Borsellino, ecco perché ci vergogniamo

La lapide sul luogo della strage

Siamo arrivati a 24 anni dalla strage di via D’Amelio alla celebrazione del quarto processo per esecutori e depistatori, dopo aver avuto quello per i mandanti ed organizzatori di questo attentato avvenuto il 19 luglio 1992, in cui sono stati uccisi il procuratore aggiunto di Palermo, Paolo Borsellino e gli agenti di polizia Emanuela Loi, Agostino Catalano, Vincenzo Li Muli. Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. La verità però ancora non emerge su molti aspetti di questa strage.

Non emergono i motivi dei depistaggi, i motivi che hanno spinto piccoli pregiudicati a diventare falsi collaboratori di giustizia, perché ci sarebbero stati “suggerimenti” investigativi che hanno spostato l’asse delle indagini lontano da quelle reali.

Sono interrogativi a cui si deve dare ancora una risposta, ma che hanno portato nei giorni scorsi Lucia Borsellino, figlia del magistrato ucciso, a sostenere davanti alla Commissione antimafia presieduta da Rosi Bindi che “quello che sta emergendo in questa fase processuale (è in corso a Caltanissetta il quarto procedimento sulla strage, ndr) ci si deve interrogare sul fatto se veramente ci si possa fidare in toto delle istituzioni”.

Parole pesanti, che sembrano essere scivolate nel silenzio mediatico e politico. Il processo sta facendo emergere molti punti oscuri che riguardano investigatori e uomini delle istituzioni che non avrebbero fatto bene il proprio dovere e molti di loro, chiamati a testimoniare, hanno ripetuto ai giudici di non ricordare.

“Il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato e lo dico da figlia, mi fa vergognare”, ha detto Lucia Borsellino ai commissari antimafia, ai quali ha precisato: «Nel caso della strage che ha tolto la vita a mio padre e agli uomini della scorta non è stato fatto ciò che era giusto si facesse, se siamo arrivati a questo punto vuol dire che qualcosa non è andata. Ci sono vicende che gridano vendetta anche se il termine non mi piace».

Per poi concludere: «Mi auguro questa fase processuale tenti di fare chiarezza sull’accaduto, pensare ci si possa affidare ancora a ricordi di un figlio o una figlia che lottavano per ottenere un diploma di laurea è un po’ crudele, anche perché papà non riferiva a due giovani quello che stava vivendo. Non sapevo determinati fatti, è una dolenza che vivo anche da figlia e una difficoltà all’elaborazione del lutto».

Oggi le indagini della procura di Caltanissetta hanno svelato che a premere il pulsante che ha fatto esplodere l’auto carica di esplosivo è stato Giuseppe Graviano, ma non si conosce il motivo che ha portato ad accelerare la strage. Si è scoperto che nei 57 giorni che separano gli attentati di Capaci e via d’Amelio uomini delle istituzioni hanno parlato con i mafiosi, ma non si sa a cosa abbia portato questo “dialogo”. Si è scoperto che le indagini dopo l’attentato del 19 luglio 1992 sono state depistate, ma non è stato individuato il movente. Nemmeno quello che ha portato tre pregiudicati a raccontare bugie ai giudici, ad autoaccusarsi della strage e rischiare il carcere a vita, a diventare falsi collaboratori di giustizia.

I magistrati, grazie alla collaborazione di Gaspare Spatuzza (senza le cui dichiarazioni, riscontrate in tutti i punti, non sarebbe stato possibile avviare la nuova inchiesta dopo le sentenze definitive sulla strage) e Fabio Tranchina, un fedelissimo di Graviano, sono riusciti a trovare alcune tessere del mosaico che dal ’92 avevano impedito di ricostruire la trama dell’attentato. Un attentato che a 24 anni di distanza ci continua a far star male, come dice Lucia Borsellino, “per il semplice sospetto che uomini dello Stato abbiamo potuto tradire un altro uomo dello Stato” e questo ci fa vergognare.

***

Via d’Amelio, nato il 19 luglio

*
di Alex Corlazzoli – ilfattoquotidiano.it, 19 luglio 2016
*

Sono nato nel 1975 ma la mia venuta al mondo da cittadino ha una data precisa: 19 luglio 1992. Quel giorno lo ricordo come fosse ieri. Tutta la mia generazione è cresciuta con le immagini di via D’Amelio devastata da quell’autobomba trasmesse dalla Tv.
Tutti noi ricordiamo quel “È tutto finito, è tutto finito” pronunciato da Antonino Caponnetto.

Chi sta leggendo queste parole probabilmente è diventato grande con la foto di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, scattata da Tony Gentile, a scuola, in ufficio, a casa.
A scuola nessuno mi aveva parlato di mafia. Non lo avevano fatto nemmeno i miei genitori. Nelle nostre città del Nord non c’erano strade dedicate a Peppino Impastato o a Gaetano Chinnici. La mafia era roba loro, una questione meridionale.

Ma quel 19 luglio svegliò ciascuno di noi dal torpore. Da quel pomeriggio nulla sarebbe stato più come prima. Al Nord erano gli anni di Tangentopoli: quell’Arnaldo Forlani che anni prima, da bambino, avevo visto con il petto in fuori sulla piazza del mio paese, lo ritrovavo con la bava alla bocca sugli scranni del tribunale. Gherardo Colombo, Antonio Di Pietro, Ilda Boccassini, Saverio Borrelli erano i nostri “eroi”.

Eravamo assetati di giustizia, convinti che il nostro Paese non sarebbe mai stato più uguale. E con noi giovani c’erano Rita Borsellino, Antonino Caponnetto, Gian Carlo Caselli e altri che incontravamo negli oratori, nelle parrocchie, nelle scuole, nelle biblioteche.

In uno di questi incontri al Sermig di Torino, Rita Borsellino mi disse: “Se vieni a Palermo ti aspetto in via D’Amelio, al civico 19. Io abito ancora là”. Da quell’anno non ho mai smesso di tornare in quella strada il 19 luglio. E con me c’erano tanti altri giovani che hanno fatto camminare (meglio di me) le parole di Borsellino e Falcone sulle loro gambe.

Cristina, è una di questi. A 13 anni era in via D’Amelio. Arrivava dal Veneto ma aveva sentito quell’appello. Desiderava fare il magistrato, come loro, come i “suoi” Paolo e Giovanni. Oggi ha realizzato il suo sogno e svolge il suo compito proprio in Sicilia. Paolo, come spesso ripete la sorella, “mi accorsi che era diventato patrimonio di tutti”. È stato così. Un patrimonio che faceva parte anche di quei giovani che scesero in piazza per il Social Forum di Firenze e al G8 a Genova. Era un’altra Italia. Era l’Italia di chi è nato nel 1992.

Il resto è la storia di un’Italia che non è cambiata.
Sono cambiati gli italiani ma la pelle della politica, dei politici, è rimasta la stessa. Abbiamo avuto l’impressione che il 19 luglio non fosse servito, che Tangentopoli fosse da archiviare. In via D’Amelio sono tornati per anni i politici a fare la loro passerella: ho visto passare da quella strada Silvio Berlusconi che chiedeva al citofono a Rita Borsellino come si può combattere la mafiaWalter Veltroni e Dario Franceschini in tempo di primarie; Totò Cuffaro e Clemente Mastella. Quest’anno tocca a Rosy Bindi.

Restiamo noi, nati nel 1992, con un compito, con una responsabilità: non archiviare quel 19 luglio. Non lasciarlo ad un ricordo. Non leggerlo sul libro di storia. Non lasciare che sia solo un rito. Ognuno di noi, ancor più chi ha il compito di educare, ha il dovere di passare il testimone a chi è nato nel 2000.

Oggi quando guardo ad un 20enne mi chiedo: ma chi può ascoltare? Chi sono i suoi punti di riferimento?
Siamo noi. Ognuno con il suo impegno nel proprio posto di lavoro, nella sua Chiesa, nella sua associazione.
Non può esserci insegnante che non conosce quella “storia”. Anzi in ogni classe accanto alla foto del presidente della Repubblica (che nessuno spiega chi è ai nostri ragazzi) ci dovrebbe essere quell’immagine di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino.

Ripartiamo da qui.

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17 comments

  1. 20 luglio 1992
    sono in semivacanza in montagna, a far finta di preparare fisica1
    non avevamo la tele in roulotte, non sapevamo una mazza di quello che succedeva nel mondo
    la mattina vado in edicola a prendere il Corriere. Ecco, io di via d’Amelio l’ho saputo dalla pagina in bianco e nero di un quotidiano. Il giorno dopo.
    Più che lo shock per il fatto in questione, è stata la sensazione di qualcosa che veniva smontato pezzo per pezzo a farmi parecchio male

  2. Contropelo… sostenibile

    Sempre dal telefonino E poi. Cosa ci dice Oxfam? Che la ricchezza si sta concentrando. In poche mani private. E quindi la soluzione dovrebbe essere un reddito o sussidio pagato dalla fiscalità generale, cui quei ricchi sfuggono, correndo da un paese a bassa tassazione all’altro; oppure dovrebbe essere un movimento sostenuto dalla forza della politica e dallo stato per riportare quelle ricchezze ( ve l’ho detto l’altro giorno 32mila miliardi di dollari liquidi nei paradisi fiscali fonte Reuters) sotto l’imperio della tassazione progressiva e della creazione di ricchezza tramite lavoro ben pagato. Le battaglie che fanno veramente male a loro son quelle speculari a quelle che fanno male a noi. E quindi supremazia del contratto nazionale su quello locale ( è la versione più civilizzata dell’aumento del salario minimo di Obama). Ritorno alla reintegra in caso di licenziamento immotivato. Pensioni dignitose,Welfare. Poi se alla fine servirà ancora ben venga il reddito di cittadinanza.
    http://scenarieconomici.it/5-studi-sulla-sostenibilita-a-lungo-termine-dei-conti-pubblici-dicono-che-loccidente-ha-un-enorme-problema-italia-e-germania-le-nazioni-piu-sostenibili/

          1. hai già ipotecato che ti sveglierai male per diversi giorni ahahah
            rappresentano se stessi e quella fetta di “mondo” ( coop e affini)… con dispiacere ma è così

        1. si legge la notizia,
          si scrive su un blog “guardate questo. Roba da matti” (per esempio)
          E inconsapevolmente si partecipa alla campagna ‘virale’.

  3. Confesso un momento di depressione riandando alla vicenda sia di Borsellino sia di Giuliani (accresciuta dal video ‘La trappola’).
    Mi pare davvero che i dibattiti su queste e molte altre vicende stiano a zero.
    Se c’è qualcosa che uno si sente in grado di fare, lo fa.

  4. La porta stretta di Paolo Borsellino

    Le parole. Le sue, con quella cadenza ellittica della lingua siciliana, davanti a un gruppo di studenti dall’accento vicentino. «Volevo sapere, giudice, se si sente protetto dallo Stato e ha fiducia nello Stato stesso», chiede un ragazzo. «No, io non mi sento protetto dallo Stato», risponde Paolo Borsellino.

    È il 26 gennaio del 1989, il video è in Rete grazie all’Archivio Antimafia. Il 19 luglio sarà il 24° anniversario della strage di via d’Amelio in cui Borsellino perse la vita insieme agli agenti di scorta Agostino Catalano, Emanuela Loi, Vincenzo Li Muli, Walter Eddie Cosina e Claudio Traina. E Rai Storia celebrerà la data con un documentario costruito sul testo teatrale di Ruggero Cappuccio “Paolo Borsellino Essendo Stato”, spettacolo nato e portato in scena nel 2005, poi di nuovo nel 2013 riprendendo intere parti di un’audizione del magistrato al Csm nel 1988.

    Ora arriva il docufilm. A parlare è Borsellino in prima persona, che riflette sulla sua vita nei secondi dell’esplosione, prima di morire. «Falcone e Borsellino conoscevano la lingua dei siciliani. È grazie a questo che hanno potuto capire e colpire Cosa nostra. Perché la lingua dei siciliani vive nella potenza dell’allusione, del sottrarre, delle negazioni. Loro sapevano interpretare quei codici. E andare oltre».

    Le parole e la vita-missione del giudice, invece, reinterpretate da Cappuccio, andranno in onda ora alle 21.30 del 19 luglio recitate dallo stesso autore, mentre Rai Uno lo trasmeterà alle 23,15. «Non è un saggio, o una ricerca documentale», spiega, quanto una «intuizione poetica», che attraversa la sua vita privata e la sua lotta giudiziaria, concreta, continua, alla mafia, passando anche dalla questione centrale del rapporto fra lo Stato, la politica, e Cosa nostra ( la sentenza del ramo processuale sui depistaggi sulla strage è attesa dopo l’estate).

    «Io penso che Borsellino sia veramente un eroe moderno», spiega Cappuccio: «So che lui non si considererebbe tale, ma io sento che nel modo in cui ha affrontato la morte ci sia un’esemplarità che manca sempre di più». Una generazione intera è diventata adulta, e molti giovani si sono fatti giudici, o aspiranti tali, guardando a Falcone e Borsellino. In migliaia scrivono le loro emozioni in Rete: «Spero che qualcuno, un giorno o l’altro, trovi il coraggio di fare ciò che hanno fatto questi due grandi uomini e che nessuno li tradisca come è successo a loro», commenta una ragazza. «Non basterebbe un monumento in ogni Comune italiano per rendere onore a questo uomo», scrive un altro.

    Ma non servono monumenti. Quanto azioni. «Gli anniversari sono pericolosissime forme di isterilimento, di stanchezza», riflette Cappuccio: «Come se un po’ alla volta ci si immunizzasse rispetto all’urgenza di prendere sul serio l’esempio. Di cercare la verità. Per accontentarsi di una stanca celebrazione».

    L’anno scorso, appena uscita da una commemorazione sulla strage, il giorno dopo l’abbraccio fra il presidente della Repubblica Sergio Mattarella e il figlio di Borsellino, la giudice palermitana Silvana Saguto insultava indirettamente la famiglia del magistrato al telefono , parlando con un’amica. Aveva appena declamato in pubblico contro il “rischio di abituarsi”. «Borsellino disse una volta: amo Palermo perché Palermo non mi piaceva. E penso che l’amore sia cambiare quello che non ci piace», ricorda Cappuccio. E nello spettacolo esorta: «Il Vangelo lo dice: sforzatevi di passare attraverso una porta stretta».

    http://espresso.repubblica.it/attualita/2016/07/11/news/19-luglio-la-porta-stretta-di-paolo-borsellino-1.276867?ref=HEF_RULLO

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