Il senso di Marchionne per gli affari

segnalato da Barbara G.

Nel 2018 scade l’accordo sugli “incentivi” tra il gruppo nato a Torino e il governo di Belgrado

La fabbrica Fiat in Serbia e il senso per gli affari di Sergio Marchionne

Viaggio a Kragujevac, nello stabilimento della 500L. Avrebbe dovuto produrre 300mila auto, ma nel 2015 dalle linee ne sono uscite meno di 92mila. Intanto l’azienda, che è diventata FCA, ha spostato in Turchia i nuovi modelli, come la Tipo, e annunciato nuovi licenziamenti

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 18/07/2016

Una Fiat Punto percorre in retromarcia il ponte che collega la città serba di Kragujevac -170mila abitanti, 140 chilometri a Sud della capitale Belgrado-, allo stabilimento della “FCA Serbia d.o.o. Kragujevac”. Dal finestrino abbassato spunta un uomo, sorriso di circostanza e polo a marchio Fiat; l’invito è quello di non fare altre fotografie alla facciata dove c’è un’enorme “500L” -la monovolume compatta che la multinazionale dell’auto con la sede centrale in Olanda (Fiat Chrysler Automobiles NV) produce qui in Serbia- la cui sagoma è rappresentata dalle figure di tanti suoi colleghi. Accanto agli operai verniciati c’è una scritta: Mi smo ono što stvaramo, siamo quello che produciamo.

L’atteggiamento dell’uomo sul ponte è prassi quando si guarda alla “FCA Serbia d.o.o. Kragujevac”, controllata al 67% circa dall’italiana FCA Italy Spa e per il resto dal governo serbo. Da Torino, l’ufficio stampa ha negato la possibilità di un sopralluogo in quella che dal 2008 è una zona franca, consegnata senza oneri dal governo guidato all’epoca da Boris Tadic all’allora e attuale amministratore delegato di Fiat (poi FCA), Sergio Marchionne. Oltre ad incentivi economici per ogni operaio assunto, l’accordo prevedeva l’azzeramento delle imposte o dei dazi doganali fino al 2018. 

Un trafiletto uscito sul Corriere della Sera nel settembre di otto anni fa illustrava le prospettive di partenza: “Nel 2010 dovranno uscire 200mila auto, destinate a diventare 300mila l’anno successivo”. I modelli sulle linee sarebbero dovuti essere tre: Punto, 500 e una “nuova city car che Fiat sta progettando”. L’entusiasmo aveva contagiato anche Il Sole 24 Ore, che nel luglio 2010 titolava “Fiat in Serbia: 30mila posti”. 

“Come è andata finire?”, è la domanda scontata che l’interprete ripropone in serbo a Zoran Markovic, segretario generale del sindacato Samostalni nonché vice-segretario della Fiom serba. Rispetto all’indotto, e cioè quei 30mila posti promessi dall’Agenzia serba per gli investimenti citata dal Sole, Markovic è sarcastico: “Si tratta di un errore, forse è scappato uno zero in più”. Sommando i dipendenti dei sette fornitori di FCA da queste parti, infatti, si superano di poco le 1.500 unità.

Il sindacato di Markovic è il più rappresentativo nello stabilimento di FCA, con 1.850 iscritti su 3.200 lavoratori. “È in base a questa forza che abbiamo firmato il contratto collettivo con la Fiat e conduciamo tutte le trattative nell’interesse degli operai”, spiega intorno al tavolo di una sala del Samostalni -la porta d’ingresso è foderata e un calendario è fermo al 2004-, nella vecchia palazzina cadente, tinteggiata all’esterno d’azzurro, dove un tempo batteva il cuore della contrattazione della Zastava, la storica fabbrica di automobili e armamenti di Kragujevac, bombardata dalla NATO neanche vent’anni fa, durante la guerra. 

Qui, oggi, salvo la branca della Zastava Kamioni e altre filiere minori, non si produce più nulla. Il polo industriale adiacente alla ferrovia, che corre senza barriere, è diventato un grande parcheggio a pagamento a pochi passi dalle vetrine del centro, tra aiuole abbandonate, immensi spazi coperti lasciati al degrado, scritte e due cannoni incrostati che vegliano un ingresso buio. 

Anche Markovic ha la polo d’ordinanza, ma lo spirito aziendalista si è affievolito rispetto a qualche anno fa. Precisamente da tre anni, da quando cioè i salari sono stati congelati. Lo sanno bene i rappresentanti dell’associazione italiana “Mir Sada” di Lecco, che ogni anno, da quindici anni, tornano da queste parti in giugno e in ottobre per consegnare oltre 70 adozioni ad altrettante famiglie in condizioni di necessità. 

Siedo con loro mentre il sindacalista ordina le tessere dell’attuale mosaico: “Dal luglio 2012, Fiat produce qui la 500L nelle sue tre versioni: classic, living e trekking. Lavoriamo su tre turni, dalle 6 alle 14, dalle 14 alle 22, dalle 22 alle 6, per cinque giorni alla settimana esclusi sabato e domenica”. I numeri del 2008 sono lontani. Le 300mila auto prodotte promesse per il 2011 sono state in realtà 91.769 nel 2015. “A causa della richiesta diminuita nel mercato europeo e mondiale lo scorso anno abbiamo avuto 85 giorni non lavorativi e quest’anno se ne prevedono oltre 100” spiega Markovic. E quando gli operai vanno in cassa integrazione il salario percepito è il 65% di quello base, che a seconda del mansionario è compreso tra i 270 e i 320 euro al mese. 

Il livello dei salari -che non è al di sotto della media nazionale serba- spiega perché non sia affatto semplice incontrare una 500L per le strade di Kragujevac, a parte nella versione taxi, fucsia. “Il potere d’acquisto è così basso -prosegue Markovic- che il prezzo attuale in dinari del modello con motore a benzina, pur con tutte le sovvenzioni, non scende sotto ai 10mila euro. Quindi per un cittadino serbo è del tutto inimmaginabile acquistarlo”. Immaginabile, invece, che i salari restino inchiodati. 

Nella relazione al bilancio 2015 di FCA Italy Spa -la controllante principale della succursale serba- c’è un paragrafo dedicato alla “Contrattazione collettiva”. “In Serbia -si legge-, è stata raggiunta un’intesa che riconosce la mancanza degli elementi di contesto e aziendali per procedere ad aumenti collettivi dei salari mentre è stata definita l’entità del ‘Premio di Natale’, il cui importo è stato riconosciuto in funzione dell’effettiva prestazione lavorativa dei dipendenti interessati”. Markovic ascolta la traduzione guardando l’interprete -Rajka Veljovic, il punto di riferimento del Samostalni per tutte le associazioni di volontariato che fanno adozioni a distanza-, poi torna a sorridere e si limita a un’annotazione: “Il ‘Premio di Natale’ è la vostra tredicesima”. 

Gli “elementi di contesto” non sono altro che i 100 giorni non lavorativi messi in conto quest’anno.“Eravamo a un bivio -racconta Markovic-: accettare i licenziamenti oppure mantenere gli operai, rinunciando però agli aumenti”. 

Il compromesso al ribasso (per i lavoratori) ha apparentemente retto, al contrario di quanto accaduto nello stabilimento nel maggio di tre anni fa. Allora diversi veicoli uscirono dalle linee con una scritta incisa con dei cacciavite in cui si “invitava” l’ex capo reparto italiano ad andarsene a casa. I lavoratori lamentavano turni massacranti. Rimosso il capo reparto sono stati deposti i cacciavite.

Ma il compromesso è naufragato a fine giugno, quando FCA ha annunciato -e già avviato- nuovi tagli all’organico.

Nonostante i risultati sotto le attese, però, la filiale serba di FCA -o meglio, una delle sette società che la multinazionale ha domiciliato nel Paese- è stata nominata nel 2015 “Azienda socialmente responsabile dell’anno” dalla “Serbian association of managers”. Un riconoscimento gradito per l’azienda, che qui lo scorso anno ha registrato un fatturato netto di 1,15 miliardi di euro e utili per 19,6 milioni (-3% rispetto al 2014), ma mai quanto il finanziamento pubblico di 500 milioni di euro della Banca europea degli investimenti (BEI) -di cui la multinazionale ha dato conto nell’ultimo “annual report” del Gruppo-. Maturerà nel 2021 e dovrà contribuire alla “modernizzazione ed espansione” dello stabilimento di Kragujevac.

Non è dato sapere se FCA abbia realmente intenzione di portare a Kragujevac la produzione di un nuovo modello -a precisa domanda il Gruppo ha risposto infatti “no comment”-, che pure era stato previsto nell’accordo, secondo Markovic. “Il contratto originario stipulato nel 2008 prevedeva che già nel 2014 dovesse partire la produzione di un nuovo modello -spiega il segretario del sindacato-, che invece non mai è stato realizzato”. Quella del nuovo modello non è l’unica clausola mancata, come dimostra l’elenco schematico formulato dal sindacalista: “La Fiat doveva produrre il 5% dei pezzi di ricambio qui, e non è successo. La Serbia doveva terminare l’autostrada E75, che non è stata realizzata. La Serbia doveva rafforzare la ferrovia, non è stato fatto. La Serbia doveva fare la circonvallazione, non è stata fatta”. È stato fatto un asilo, questo sì, all’interno dello stabilimento, dove la retta non è azzerata ma scontata di un quinto rispetto alla città; sono state organizzate partite di pallone, realizzato un rondò all’ingresso della città dove sorge un enorme ovale deformato e lo stemma Fiat -è il secondo entrando a Kragujevac, dopo quello con la grande croce ortodossa- e un quiz tra gli operai: “Il vincitore andrà a Rio per le Olimpiadi”, racconta Markovic, alzando gli occhi verso il cielo.

Invece la “Nuova Tipo”, la berlina compatta a tre volumi annunciata nel maggio 2015 da Sergio Marchionne, è già andata in Turchia -uno dei 28 Paesi al mondo in cui FCA ha spostato la produzione, dal Venezuela alla Corea del Sud-. Da settembre scorso viene prodotta nello stabilimento Tofas di Bursa, che è in capo alla società Tùrk Otomobil Fabrikasi A.S., di cui FCA Italy Spa detiene il 37,8% in joint venture con il Gruppo Koc. Lì, FCA produce anche Fiat Linea, Fiat Fiorino, Fiat Qubo, RAM Promaster City e Fiat Doblò (oltre a Peugeot Bipper, Citroen Nemo e, per conto di Opel, Vauxhall Combo). Poteva essere la Nuova Tipo il modello promesso alla Serbia? “Lo Stato turco ha investito 1 miliardo di dollari e per questo la Fiat ha deciso di portare lì la Tipo, una berlina che nasce sulla stessa piattaforma della 500L -replica Markovic, a differenza di FCA che anche su questo punto non ha voluto rispondere-. La politica del nostro datore di lavoro, per quanto ne possa capire da sindacalista, e quella di andare laddove le sovvenzioni siano più alte. Qualche tempo fa fu lo stesso Marchionne ad annunciare due nuovi modelli sulla piattaforma di 500L. Disse che c’erano due ‘capacità’, in Polonia (a Tychy FCA ha prodotto nel 2015 303mila veicoli tra Fiat 500, Lancia Ypsilon e Ford Ka, nda) e in Serbia. Era il suo segnale al miglior offerente”.

Tra due anni scadrà il contratto decennale tra FCA e la Serbia. Markovic e il suo sindacato non possono partecipare ad alcuna trattativa. “Nella commissione chiamata a decidere le nuove condizioni siedono cinque italiani e due serbi. Speriamo di riuscire ad esercitare una qualche pressione indiretta”. L’obiettivo principale è il salario.

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50 comments

  1. Se vince Trump ( come è probabile) ci sarà un cambio di strategia internazionale da parte degli Stati Uniti, ma intendiamoci Trump non è una mela marcia capitata per caso e senza nessuno dietro… è un risultato, per l’Europa sarà ancora più difficile avere un ruolo politico internazionale

      1. credo, almeno leggendo tra le righe, che gli Stati Uniti abbiano bisogno di una faccia come Trump… l’azione internazionale dell’amministrazione Obama, vincolata da un mandato elettorale che risentiva del dopo Bush e delle troppe vite pagate in diversi territori di guerra, ha fatto scivolare la superpotenza in un ruolo meno significativo, quasi di secondo piano, generando molta insicurezza anche interna…

        Incrinandosi il pensiero di invincibilità e di guida che fa parte integrante del sogno americano, quel sentirsi parte del più grande paese, quello che guida il mondo, faceva sopire anche i focolai interni pieni di odi razziali e di attriti sociali…

        Non solo l’ establishment ha bisogno di ritornare a coprire quel ruolo ma buona parte del popolo stesso, comprese quelle fasce che non dovrebbero votare nemmeno sotto tortura Trump… Con Trump puoi tornare a giocare un ruolo internazionale meno corretto, alleanze scomode che con Obama non erano possibili almeno alla luce del sole ( come le gaffe di B. da noi che ci facevano tanto ridere )… purtroppo in un scacchiere internazionale così composto pare che politically correct non sia più di moda… le azioni ripugnanti si, ma quello ci sono sempre state, ora potrebbero diventare meno nascoste…

        1. si e no.
          sul fronte esterno forse hai ragione, ma credo che certe cose non siano assolutamente giustificabili, inoltre si è rotto qualcosa sul fronte interno.
          metti insieme quello che raccontava sun
          metti insieme altre voci che arrivano dagli USA…l’altra sera sentivo Friedman alla radio. ci è andato giù ben pesante, ha detto che una tensione sociale così forte non la si respirava da 50 anni. Per quanto uno possa essere “americano dentro”, voler gli USA sopra tutto…se non sei proprio di ultradestra uno come trump in teoria non dovresti votarlo.
          c’è però da aggiungere che (sempre voci di italiani che vivono in usa) mentre prima molti repubblicani Trump non lo volevano nemmeno vedere, ora se lo stanno “facendo piacere”. La disciplina di partito c’è anche oltre oceano

          1. E’ il momento della promessa di ‘aggiustare’, e in fretta, un’America spaventata. E allora la sicurezza prima di tutto: sulle strade, nelle città, distruggendo l’Isis e annientando la minaccia terroristica. Un’America cui promette verità (“se volete menzogne andate alla convention democratica la prossima settimana”) e dove non è più il tempo del politically correct.

            questa è una parte del discorso di Trump… il resto è folklore

          2. senza che nessuno se la prenda… ma a volte mi sembra che il rinchiudersi nelle nostre certezze da 2% sia un modo per esorcizzare il “male”, purtroppo non serve…

            PS manca ciarli e quindi qualcuno che rompe ci vuole

            1. no, assolutamente… x me gli USA sono un oggetto strano e un po’ sconosciuto. anche se ovviamente viene spontaneo filtrare ed elaborare le notizie secondo il proprio modo di vedere le cose, ascoltare chi quella realtà la vive (o comunque ha a che fare con essa) sia fondamentale. E quello che sento mi piace poco.

              una considerazione. Negli USA hanno difficoltà ad interpretare i sondaggi in quanto si vota “per gruppi” molto più che da noi. gruppi etnici, gruppi economici, gruppi “geografici”… a volte con percentuali di affluenza molto diverse. Si giocherà (da quel che ho capito) sulla presa che i vari politici hanno sui singoli gruppi (il riferimento a cruz era per quello)

            2. Io ero sono apertamente per la Clinton, che c’entra il 2%? Ovviamente non sono americana e non conosco quella realta’, diciamo da italiana ho valutato che sarebbe meglio la Clinton. Per quello che mi riesce di capire.

                1. Io sono a favore della Clinton da sempre altrimenti non avrei messo il suo avatar, Trump non mi piace, ma in genere non amo il partito repubblicano, Trump o meno. Non mi sembra di soffrire di snobismo.

              1. pensare che gli Stati Uniti cercano l’isolamento è da neuro… è solo un cambio di strategia ma la forza degli States ( e lo sanno) è legata alla possibilità di influenzare il mondo (Minotauro)…

                1. mettiamola così.

                  se si tratta di rischiare per 4 pezzenti, che schiattino pure, america first

                  ma proprio perché america first…se ci sono in ballo interessi economici…mah, magari un interventino, così (america first) anche la lobby delle armi è contenta…

                  se poi il “cazzi loro” si abbina agli interessi economici siamo al top…

                  1. un leader non “politically correct” ti permette alleanze spericolate ( che con Obama e forse nemmeno con Hillary non ti puoi permettere) che risolveranno in vece tua alcuni problemini… quindi non più interventismo stile Bush ma una leadership più “libera”

                    1. ma tutto questo non è isolamento è un cambio di strategia globale, e non viene da un pazzo con parrucchino e dalle sue gaffe comiche…

                      Segue un attacco al “politically correct”, e alla “mitologia dei media”, che impediscono di vedere la realtà per quello che è. “Aumentano gli omicidi. Entrano sempre più numerosi gli immigrati clandestini. Gli afro-americani e i latinos sono più poveri oggi di quando Obama divenne presidente. I redditi delle famiglie sono più bassi che nel 2000. Il nostro deficit commerciale è ai massimi storici, 800 miliardi annui. Obama ha raddoppiato il nostro debito pubblico eppure le nostre strade cascano a pezzo, i nostri aeroporti sono da Terzo mondo. All’estero l’America è stata umiliata. Il mondo è meno sicuro e meno stabile. Tanto più, dopo che Obama mise Hillary Clinton alla guida della nostra politica estera: i suoi errori sono stati sottolineati anche da Bernie Sanders”. Il bilancio che lui traccia dei quattro anni di Hillary alla testa del Dipartimento di Stato è desolante, e purtroppo non è inesatto: dall’avanzata dello Stato Islamico alla destabilizzazione di Libia, Egitto.

                      “Un cambio di leadership s’impone per uscire da tutti questi problemi”. America First: lo slogan di Trump è nazionalista in un momento in cui nel mondo intero molte opinioni pubbliche chiedono proprio questo, un ripiegamento all’interno dei propri confini. “Con me, il popolo americano tornerà ad essere il primo”. C’è tutta la forza della nostalgia in quello slogan: rifaremo l’America grande come una volta, come ai tempi di Ronald Reagan, il presidente che vinse la guerra fredda, il padre storico della destra attuale, colui che Trump vuole considerare il proprio modello. Reagan anche come outsider, uomo di comunicazione e di emozioni, il contrario dei tecnocrati.

                      “Renderò sicuri i nostri confini, vi proteggerò dal terrorismo. Grazie alle mie riforme economiche aggiungeremo milioni di posti di lavoro e migliaia di miliardi di nuova ricchezza”. Sull’economia riprende alcuni temi cari all’ex candidato di sinistra Bernie Sanders: accusa il capitalismo americano di essere “truccato”, di essere “venduto agli interessi delle grandi lobby”. La promessa di Trump: “Io sarò la vostra voce. Io ho abbracciato madri che hanno perso i figli perché i nostri politici si facevano i propri interessi invece del bene comune. Io non sopporto l’ingiustizia, non tollero l’incompetenza”. L’argomentazione è classica: io non posso essere corrotto, non sono in vendita perché sono già ricco. E sono la persona più adatta a riformare questo sistema politico malato, perché l’ho visto funzionare dall’altra parte, da imprenditore ho dovuto ungere le ruote, ho visto come si comprano i servigi dei nostri politici.

                    2. io non posso essere corrotto, non sono in vendita perché sono già ricco. E sono la persona più adatta a riformare questo sistema politico malato, perché l’ho visto funzionare dall’altra parte, da imprenditore ho dovuto ungere le ruote, ho visto come si comprano i servigi dei nostri politici.

                      perché mi pare di averla già sentita?

                    3. Vuoi mettere la classe del trapianto ‘catramato’ col volgare parrucchino ‘topo muschiato della steppa – arancione tendente al biondo’? 😀

      2. si è preso una bordata di fischi, ma, è un politico di razza e sa che se Trump non viene eletto ci sarà la notte dei lunghi coltelli nel partito repubblicano e chiameranno lui a raccogliere i pezzi.
        Io non credo vincerà

    1. Marco, a meno che , Trump non porti avanti quella politica che sta sbandierando, l’isolazionismo degli USA, per esempio è contro il TTP , e apre un pò a tutti quei paladini della democrazia come Putin Erdogan e compagnia bella

  2. L’america
    Ieri sera a cena con un vecchio amico, gay, sposato, con un figlio adottato. Entrambi dirigenti in grosse aziende che potrebbero tranquillamente smettere di lavorare e vivere di rendita (sulla cinquantina entrambi).
    Ha detto che si sente a disagio in questa nuova america come non gli era mai successo, che il suo compagno una settimana fa, uscito da una cena di lavoro con dei colleghi, rientrando in albergo è stato insultato per strada da dei tizi, solo perchè aveva dei jeans bianchi e che quindi non erano abbastanza da “uomo”. Un suo amico di origini siriane, ma nato e cresciuto negli usa, ha problemi a prenotare per telefono e dare un nome “arabo”.
    Che a muoversi in metropolitana, o nei luoghi affollati c’è sempre un senso di pericolo che incombe, ovunque c’è scritto di controllare i tuoi vicini e riportare se vedi qulcosa che non quadra.
    Trump o non trump le cose sono già cambiate, in peggio, anche qui.

    1. Da parecchio direi, che va male, quasi da sempre.
      Non ho mai avuto un “sogno americano” come la gran parte dei miei amici….vabbè io sono antiamericana (da tempi non sospetti) in un modo di cui mi dovrei vergognarmi; e fa anche ridere pensando al tipo di musica che mi piace, ma è la musica dei “diversamente statunitensi” per cui la coscienza è quasi tranquilla…quasi.

      #chimesoffreedom

  3. “siamo quello che produciamo”……
    (pensando come so’ fatte le Fiat non è proprio una bella prospettiva….)
    e poi cos’è, la versione moderna del “lavoro rende liberi”‘ ?

    Ha già trasferito in Turchia? Si prenderà un po’ di soldi anche lì e poi andrà in Bulgaria e poi in Romania e poi…. e poi spero venga un accidente a tutta la congrega.
    scusate , mi sò scappati i cavalli (cit.)

    Per le analisi serie, lascio il campo a quelli che ne capiscono.

    1. cara Domi che vuoi analizzare… questa è solo una delle tante conferme, però sappiamo cosa e fare per riaverlo tra noi… angolo a 90° e un po’ di olio incentivo

    2. Ieri sera rai news trasmetteva un discorso di Erdogan, era molto teso a rassicurare i mercati ed a un certo punto a detto (sempre che la traduzione fosse corretta): non abbiamo mai sacrificato nulla alla democrazia e non lo faremo nemmeno in futuro.

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