Usi e costumi

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64 comments

    1. Mi pare una critica abbastanza corretta, pacata e condivisibile. Non particolarmente “dura” (ma poi dipende da chi legge).
      Qualche errore di battuta qua è là e forse un paio di frasi che potrebbero essere riviste a fini di maggior chiarezza.

        1. Sono un po’ preso male al momento. Per gli errori di digitazione usa il correttore ortografico.
          Quanto alle frasi ‘incriminate’ è probabilmente più una questione di idiosincrasie stilistiche mie, Magari forse più tardi trovo un momento, ma non si tratta di assolutamente nulla che non possa restare così com’è.
          Tutto sommato credo si possa pretendere che il lettore, nel dubbio, sforzi un minimo la sua intelligenza. Non è chiedere troppo.

        2. Possibili modifiche

          Ancor più grave, rispetto ai dati che arrivano dalle Tv private, è l’evidente squilibrio d’opportunità anche laddove l’informazione dovrebbe essere incondizionata ed esclusivamente a servizio dei cittadini, ovvero in Rai, al contrario ancora assoggettata al Governo e sempre meno libera, soprattutto dopo l’epurazione di Nicola Porro e la chiusura del suo talk di Rai 2 Virus, l’allontanamento di Massimo Giannini dalla trasmissione Ballarò e quello, il più recente e clamoroso, di Bianca Berlinguer, direttrice da sette anni del Tg 3, sostituita da Luca Mazzà, “casualmente” coui che lasciò l’incarico nella trasmisione condotta da Giannini in dissenso con la linea portata avanti dallo stesso giornalista, accusata di essere esageratamente antirenziana

          Sposterei la parte in grassetto dopo “direttrice da sette anni del TG3.

          Sul resto eccepirei solo la lunghezza eccessiva delle frasi in cui il lettore potrebbe finire per perdere il filo. Magari suddividerle qua e là potrebbe giovare.

  1. Diario di un terapista senza terapie.

    Pagato il prezzo di una feroce autoanalisi sintetizzabile nell’uso della Wermacht: “Le lascio la luger sul tavolo e non si scomodi chiudo la porta da me” comincia il lavoro.
    La “cella” assegnatami (aspetto il cilicio ma saranno sorpresi nello scoprire che ne indosso due, sottopelle e sottomente) è un cubicolo abbastanza ampio con un’ ampia vetrata che lascia intravedere il boschetto di faggi e betulle ai quali, per ragioni che non oso chiedere, sono stati amputati tutti i rami a portata di braccio e scale.
    Due sedie ed una scrivania senza cassetti e delle mensole completano l’arredamento o meglio definiscono il non-arredamento della stanza. Mi è permesso di appendere un quadro. A casa dietro di me ho “Se a qualcosa non potete insegnare a volare, insegnatele almeno a cadere più in fretta.” Ho pensato non fosse il caso e ho scelto un classico. semplice e, solitamente, ignorato in pratica e teoria: “Medice, cura te ipsum”.
    Ho scelto ed accettato questo lavoro per un motivo semplice: assenza totale di medicalizzazione e della riduzione a malattie, uso di disagio come termine generico ed unico per definire i “disagi” a due zampe (a volte anche tre) quietamente in fila e la sovrana, assoluta, indiscutibile convinzione che (fatte salve pallottole, bombe, coltelli, scimitarre, veleni, bucce di banana, mogli e compagne infuriate, cartelle delle tasse ed affini) di parole ci ammaliamo (e a volte moriamo anche se, di solito, manca la notifica formale dell’avvenuto decesso) e solo di parole possiamo guarire.
    Dopo il mio primo “caso” mi chiamano mister “K”. Il dolcissimo signore di mezza età con cui ho passato la scorsa settimana (e parte delle prossime) aveva (ed ha) un disagio semplice, un desiderio vago ma ben definito e persistente, di voler morire. Troppo dolore nella sua vita (ho letto il commento di Domizia sul dolore che mi ha spinto a scrivere) ed una stanchezza sottile che impedisce ogni possibile forma di recupero. Iniziamo l’incontro con una breve dichiarazione di intenti (e di impotenza reciproca), in fin dei conti vogliamo solo passare del tempo insieme diminuendo l’uso di pillole, pasticche e capsule. Gli chiedo se gli va di leggere qualcosa insieme, propongo Kafka, non sa chi è ma non ha problemi o pregiudizi. Il giorno dopo mi presento con i “Quaderni in ottavo”, leggiamo la “Lettera al padre” e noto che resta visibilmente scosso. Evitando accuratamente di far notare la mia trasformazione in grufolante cercatore di tartufi (ed occasionalmente di anime senza riguardo alla provenienza, esistenza od appartenenza al dio di turno) penso di aver trovato la chiave ma resta il problema della porta che resta ben nascosta. Dopo qualche giorno di chiacchiere, sigarette, pipe e passeggiate riprendiamo la lettura. Questa volta credo di aver scavato nel punto giusto, se non l’anima di sicuro un bel tartufo bianco è lì. Apro, con la casualità programmata di un pessimo mentitore/attore il libro e propongo sia lui a cominciare la lettura:
    “Puoi tenerti lontano dai dolori del mondo, sei libero di farlo e risponde alla tua natura, ma forse questa tua astensione è l’unico dolore che potresti evitare.”
    Mi guarda, abbozzando un sorriso e sussurra: “Grandissimo figlio di puttana, un intero show, giusto per questo?” MI abbraccia con l’imperizia tipica dei maschi adulti non cresciuti tra e con donne e mi dice: “Ci vediamo domani, ma sempre un grandissimo figlio di puttana, resti!”.
    Il boschetto è sempre lì, non è andato via, come il dolore ed i disagi ma sembra più verde. Saranno gli occhiali nuovi.

    1. Boschetti. Tronchi. Com’era quella storiellina?

      Perché siamo come tronchi nella neve. Apparentemente vi sono appoggiati, lisci, sopra, e con una minima scossa si dovrebbe poterli spingere da una parte. No, non si può, perché sono legati, solidamente al terreno. Ma guarda, anche questa è solo una apparenza.

      Anche vite tronche. Troncare la vita. Rebus. Sciarade. Giochi. Di ruolo. Di suolo. A nolo. Al volo. “Raccontami una storia”

    2. La cella, gli alberi, il non arredamento il “motto” appeso alle pareti…manca solo una composizione di fiori per farne una perfetta “chashitsu” (stanza del te) .dove eseguire la cerimonia del tè, a patto di avere sotto mano qualcuno che non la faccia “ad uso turistico” ma che ne conosca tutta la valenza che essa ha nella disciplina Zen.
      Scusate, mi lascio trascinare dalle mie recenti letture (Morte di un maestro del tè) ultimamente mi sono trasferita armi e bagagli ne Giappone del ‘600.

      P.S:
      O magari volevo solo vantarmi delle mie letture…..e non serve nemmeno scomodare Boka per scoprire il mio narcisismo “di testa”…. è sempre servito a compensare la mia non avvenenza così fondamentale per una donna (per come una donna viene di solito “vista”, dovrei dire, ma anche come mi vedo io)
      …anche tutti questi puntini di interpunzione, parentesi e virgolette, che pletorica leziosità(…)

    1. molti spunti interessanti.

      su un punto, però….
      quando si parla dei condizionamenti occorre chiarirsi. i condizionamenti della società dei consumi sono subdoli, e forse alla fine più vincenti.
      (inutile riprendere il mio classico sulle ascelle depilate)

      però, attenzione alle differenze. di norma se una donna occidentale vuole sfuggire ai condizionamenti potrà andare più o meno incontro a critiche, o piccole /grandi gogne social (ahimé, dramma dei nostri tempi).
      se una donna islamica vuol togliersi il velo… vabé. non se lo toglie. 🙂

      1. Attenzione alle differenze, appunto.
        Non sono mica passati secoli da quando in Sicilia, ma credo in buona parte del meridione, la condizione della donna italiana di allora non è che fosse tanto lontana da quella delle mussulmane di oggi (magari mutilazioni sessuali a parte, che non sono poi generali di quel mondo).

        1. sì, non volevo farne una gara di religioni, anche se poteva sembrare dalla mia generalizzazione. e poi non si tratta nemmeno di una peculiarità religiosa. cultura, società… tutto contribuisce….

      1. Quasi sempre alla morte di un uomo o di una donna corrisponde la nascita di un bambino o di una bambina.
        E’, purtroppo, abbastanza raro che alla morte di un bambino o di una bambina corrisponda la (ri)nascita di un uomo o di una donna.

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