Month: agosto 2016

Più poveri dei genitori 9 italiani su10 gli anni Duemila come il Dopoguerra

Triskel182

Impoverimento

La ricerca.

La quasi totalità delle famiglie ha redditi inferiori rispetto alle generazioni precedenti. In un rapporto di McKinsey il record negativo del nostro Paese Un trend che riguarda il 70 per cento della popolazione nell’Occidente sviluppato.

L’ULTIMO decennio ha sconvolto l’ordine economico: i figli sono più poveri dei genitori, e forse destinati a rimanerlo. Non era mai accaduto dal Dopoguerra fino al passaggio del Millennio. L’Italia si distingue, fra tutti i paesi avanzati, come quello in cui questo ribaltamento generazionale è più dirompente.
L’impoverimento generalizzato e l’inversione delle aspettative sono i fenomeni documentati nell’ultimo Rapporto McKinsey. Il titolo è Poorer than their parents? A new perspective on income inequality (Più poveri dei genitori? Una nuova prospettiva sull’ineguaglianza dei redditi). Il fenomeno è di massa e praticamente senza eccezioni nel mondo sviluppato. Contribuisce a spiegare – secondo lo stesso Rapporto McKinsey – il disagio sociale che alimenta populismi di ogni…

View original post 511 altre parole

Partigiani (non) renziani

Firenze, Anpi contro Nardella: “Partigiani non invitati a parlare alla giornata della Liberazione. È la prima volta nella Storia”

“Riteniamo incomprensibile e grave tale scelta”, si legge in una lettera inviata al sindaco dalla segreteria provinciale, ma “vogliamo comunque credere che si sia trattato solo di uno sfortunato episodio”. Nuovo fronte di polemica con i renziani dopo le parole del ministro Boschi a maggio: “I veri partigiani voteranno sì al referendum”.

di   – 12 agosto 2016

L’Associazione Nazionale Partigiani punta il dito contro il primo cittadino di Firenze, il renziano Dario Nardella. “Signor Sindaco, per la prima volta nelle ricorrenze della giornata della Liberazione di Firenze dall’occupazione tedesca (11 agosto 1944, ndr) – si legge in una lettera della segreteria Provinciale di Firenze dell’Anpi indirizzata all’erede di Matteo Renzi alla guida del capoluogo – nessun rappresentante dell’Anpi, erede dei partigiani che combatterono per la cacciata dell’esercito nemico, lasciando sul terreno, secondo le cronache, 205 morti e 435 feriti, è stato invitato a prendere la parola in ricordo di quella giornata, che meritò alla città la prima medaglia d’oro della storia repubblicana da parte del capo del Governo Ferruccio Parri“.

“Riteniamo incomprensibile e grave tale scelta – prosegue l’Anpi – in primo luogo verso le partigiane ed i partigiani che hanno combattuto per la città di Firenze. Ricordiamo che, come stabilito da una recente sentenza del tribunale militare di Verona, l’Anpi è storicamente l’erede, in forma statutariamente riconosciuta, di tutti quei gruppi e formazioni che dal 1942-’43 in avanti hanno costituito centro di riferimento collettivo di grandissima parte della popolazione italiana, che animata dal medesimo sentimento di restituire al Paese libertà e democrazia, ha agito nelle più avanzate forme, anche non necessariamente armate. Di quei gruppi e formazioni l’Associazione è l’erede spirituale, stante l’identità dei fini”.

“Vogliamo comunque credere che si sia trattato solo di uno sfortunato episodio – conclude l’Anpi – ed auspichiamo che i rapporti tra l’Anpi e l’amministrazione comunale possano rimanere all’interno del buon clima collaborativo su cui reciprocamente abbiamo sempre contato”.

I partigiani, al momento quelli fiorentini, aprono così un nuovo fronte di polemica con la stretta cerchia di personalità politiche che gravitano attorno al presidente del Consiglio. L’ultima occasione di scontro l’avevano fornita le parole di Maria Elena Boschi, che a maggio distingueva tra i “veri partigiani” desiderosi di votare sì al  referendum e tutti gli altri. Ospite di Lucia Annunziata a In mezz’ora su Rai Tre, il ministro delle Riforme affermava: “L’Anpi come direttivo nazionale ha preso una linea (quella del no, ndr), poi ci sono molti partigiani, quelli veri, e non quelli venuti delle generazioni successive, che voteranno sì alla riforma”, argomentava, citando il 97enne partigiano “Diavolo” che aveva annunciato di voler votare sì al referendum. Le rispondeva prontamente il partigiano Eros, mentre la polemica montava furiosa: “Si vede che non conosce partigiani veri, perché siamo tutti per il no”.

CensureRai

Rai, Fornario: “In Radio niente battute su Renzi e niente politica”. Telese: “Chi ha dato ordine dovrebbe dimettersi”

La giornalista satirica con un post sul suo profilo facebook racconta le regole che dovrebbe seguire sul suo programma in onda su Radio Due. Il conduttore di Matrix: ” Se fossimo in un paese civile dovrebbero dimettersi il capostruttura che le ha trasmesso questa consegna, e – se la disposizione venisse da lui – il neo-direttore artistico Carlo Conti”.

Le battute su Matteo Renzi? A Radio Due sono vietate. Parola di Francesca Fornario, giornalista satirica che con un post sul suo profilo facebook racconta le regole da seguire nel suo programma Mamma non Mamma, in onda proprio su Radio Rai. “Ricapitolando: niente battute su Matteo Renzi, niente politica, niente satira, niente personaggi, niente imitazioni, niente copioni, niente scenette qualunque cosa siano, niente comicità e che altro… ah, niente battute sul fatto che non si può dire comunista. Quel che resta – il mio imbarazzo e bene che ci vogliamo io e Federica Cifola – va in onda ogni sabato e domenica in diretta su Radio2, dalle 18 alle 19.30″; scrive Fornario sul popolare social network. L’autrice non scrive da chi le sarebbero arrivate le consegne da seguire nel suo programma, mentre sulla vicenda è intervenuto anche Luca Telese.

“Conosco la Fornario da anni, (per una breve stagione ci ho anche lavorato insieme nello stesso giornale) – scrive il conduttore di Matrix su Tiscali News – so che è una persona seria e rigorosa. Non posso quindi dubitare nemmeno per un secondo che ciò che ha scritto sia vero. Ma non c’è bisogno di conoscerla. Se non fosse vero sarebbe una fatto automatico l’obbligo di dimettersi. Se invece è vero, è automatico il rischio che questa coraggiosa denuncia potrebbe portarla alle dimissioni, quindi sta correndo un rischio sulla cosa più importante il suo lavoro (oltre a Mamma non mamma, la Fornario è una delle autrici più importanti di Un giorno da pecora). Se fosse vero e se fossimo in un paese civile, quindi, dopo questa rivelazione, dovrebbero dimettersi il capostruttura che le ha trasmesso questa consegna, e – se la disposizione venisse da lui – il neo-direttore artistico Carlo Conti, e/o i direttori di rete che gli stanno consentendo di comportarsi come Attila nel palinsensto della Rai (come dimostra l’annunciata e ritratta chiusura di Seiunozero). O si dovrebbe dimettere chiunque – qualora lui non ne sapesse nulla, ha approvato, veicolato, questa direttiva”.

“La parola “censura” – continua Telese – è una parola grave, seria, drammatica, che non va mai spesa a caso. Ma sarebbe curioso sapere che parola utilizzare, in questo caso, se non questa. La Cifola fa l’imitatrice, e il programma – giocato sul filo conduttore delle mamme – viveva esattamente di questo: gag, parodie, burle. Se un imitatore non fa personaggi e scenette cosa mai dovrebbe fare? Mamma o non Mamma viveva di parodie a 360 gradi, tutte al femminile: la Merkel, la Laguarde, la senatrice Paola Taverna del 5 stelle, la (finta) mamma di Renzi, la (finta) mamma di Alfano. Forse, le due radiofoniche, potrebbero chiedere una dispensa speciale per fare un programma muto: in questo caso non contravverrebbero a nessuno dei divieti comunicati loro dalla rete. Sarebbe una radio non vivacissima, ma perlomeno più sincera di quella partorita da queste direttive”. La diretta interessata, poi, rispondendo ad un tweet del direttore del fattoquotidiano.it Peter Gomez, (e a Beppe Giulietti che chiedeva se dalla Rai avessero smentito la denuncia) ha spiegato di avere “raccontato come sono andate le cose”.

Team rifugiati

segnalato da Barbara G.

Rose e gli altri: il Team rifugiati entra nella storia e ha già vinto

La ragazza originaria del Sud Sudan sarà la portabandiera della squadra che per la prima volta partecipa a una Olimpiade: “E’ un sogno che si avvera”

globalist.it, 05/08/2016

rose

Rose Nathike Lokonyen, 23, Sud Sudan

Dal campo profughi di Kakuma in Kenya allo stadio Maracanà di Rio: sarà Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, originaria del Sud Sudan, la portabandiera olimpica della squadra dei rifugiati. Il team sponsorizzato dall’Unhcr ( l’Agenzia Onu per i rifugiati) e dal Cio (Comitato olimpico internazionale) che per la prima volta partecipa a una Olimpiade: dieci ragazzi in tutto che stasera entreranno nella storia. E che, solo per essere arrivati fin qui, hanno già vinto. Rose e gli altri porteranno, infatti, con sè le storie dei paesi da cui sono stati costretti a fuggire: il dramma della situazione in Siria, ma anche i conflitti armati in Congo e in Sud Sudan.

Dal campo profughi di Kakuma in Kenya allo stadio Maracanà di Rio: sarà Rose Nathike Lokonyen, 23 anni, originaria del Sud Sudan, la portabandiera olimpica della squadra dei rifugiati. Il team sponsorizzato dall’Unhcr ( l’Agenzia Onu per i rifugiati) e dal Cio (Comitato olimpico internazionale) che per la prima volta partecipa a una Olimpiade: dieci ragazzi in tutto che stasera entreranno nella storia. E che, solo per essere arrivati fin qui, hanno già vinto. Rose e gli altri porteranno, infatti, con sè le storie dei paesi da cui sono stati costretti a fuggire: il dramma della situazione in Siria, ma anche i conflitti armati in Congo e in Sud Sudan.

Proprio dal Sud Sudan è fuggita Rose, a soli dieci anni. Il resto della vita l’ha passata in Kenya, in un campo profughi. Qui, durante una gara a scuola, un insegnante le suggerì di partecipare alla 10 chilometri.”Non ero addestrata – racconta – E’ stata la prima volta che correvo e sono arrivata seconda. Ero molto sorpresa”. Da allora si è trasferita in un campo di addestramento vicino Nairobi, e lì in questi mesi si è preparata per gareggiare a Rio 2016 negli 800 metri. Stasera sfilerà come simbolo di tutti i rifugiati nel mondo: “Rappresenterò la mia gente lì a Rio, e magari, se riesco, potrò tornare e gareggiare per promuovere la pace”.

207 nazioni + 1. La squadra dei rifugiati si aggiunge alle 207 nazioni in gara, ed è composta da due nuotatori siriani, due judoka provenienti dalla Repubblica Democratica del Congo e sei corridori provenienti da Etiopia e Sud Sudan. Sono tutti fuggiti da violenze e persecuzioni e hanno cercato rifugio in altri paesi come Belgio, Germania, Lussemburgo, Kenya e Brasile. La partecipazione alle Olimpiadi del team è particolarmente significativa e arriva nell’anno in cui il numero dei rifugiati nel mondo ha sfiorato la cifra record di 60 milioni. Servirà, dunque, ad accedere i riflettori su una vera e propria nazione di senza patria: i migranti forzati e gli sfollati di tutti i paesi.

Yusra Mardini, 18 anni

Il sogno si avvera. Durante la presentazione ufficiale della squadra a Rio, due degli atleti, Yusra Mardini , 18 anni , e Yiech Pur Biel , 21, hanno ringraziato il Comitato Olimpico e l’Unhcr, “per la possibilità che ci hanno dato di inseguire nuovamente i nostri sogni” hanno detto, spiegando cosa significa per loro gareggiare a Rio. Yusra, per esempio, l’anno scorso ha nuotato per la sua vita quando il gommone su cui viaggiava dalla Turchia alla Grecia ha imbarcato acqua e ha iniziato ad affondare.” Questo un nuovo inizio che cambierà la nostra vita per sempre – ha aggiunto Biel-. Non dimenticheremo ciò che Cio e l’Unhcr hanno fatto per noi: sono stati una madre e un padre. Ci sentiamo di appartenere di nuovo a una comunità, in quanto esseri umani. Grazie a tutti e che Dio vi benedica”. “La loro partecipazione ai Giochi Olimpici è un segno di speranza per tutti i rifugiati del mondo – ha aggiunto il presidente del Cio Thomas Bach -. Non avevano un paese o una bandiera con cui gareggiare. Da oggi ce l’ hanno”.

Yiech Pur Biel, 21 anni

Road to Rio

segnalato da Barbara G.

Rio 2016, il fuoco olimpico delle armi

Vigilia. Nella favela di Chapadão ieri una dozzina di morti. Per la sicurezza. Lungomare off limits, senza tetto sempre nel mirino e trasporti pubblici sotto pressione. Reportage fra le pieghe della città. Lontano dai riflettori dei Giochi, dalla fiera degli sponsor o dalla passerella delle autorità, si lotta per la vita quotidiana.

di Ivan Grozny Compasso – ilmanifesto.info, 05/08/2016

«Buona notte, famiglia. Sono venuta a tagliarmi i capelli, vicino dove abito, qui nella favela do Chapadão. Non riesco ad andare a casa, è dalle sette che sono qui, ci sono molti spari. È il Bope. Dicono che ci sono dodici baleados (colpiti da arma di fuoco), 12 morti. Sono bloccata senza poter andar via. Li sentite i colpi? Possiamo solo confidare in Dio».

Così Galucia, al telefono. Si sentono, eccome i colpi d’arma da fuoco. Chiama da dove è guerra vera. Nelle ultime notti le azioni di Bope e polizia si sono intensificate. La stretta sulla sicurezza sta dando molta libertà d’azione anche grazie alla nuova arma della legge anti-terrorismo. Super restrittiva e nuova di zecca, anche se sull’onda della propaganda di questi giorni potrebbe venir perfino inasprita. Già ora essere accusato di terrorismo è facile. Difendersi molto più complesso. E caro, visto l’onorario degli avvocati.

Alla vigilia dei giochi, sono molti gli scontri a fuoco e un sottufficiale è rimasto ucciso. Una parte della stampa esalta l’eroismo dell’agente, una piccola parte fa i conti dei morti e non è ancora finita. La zona Norte è come se fosse un altro mondo. Tant’è che ieri la torcia olimpica è passata così veloce che, di fatto, nessuno l’ha vista. Era a bordo di un mezzo pesante, che è transitato a tutta velocità tra la folla scortato da una moltitudine di agenti in moto e sulle classiche jeep. «Già passata?» ironizzano gli abitanti. Un miracolo che nessuno sia stato investito.

L’arrivo in Zona Sul, invece, diventa una festa. Non poteva essere altrimenti. Diversi gli eventi organizzati. Il più curioso riguarda il tuttofare di “Galletto Sas”, Agnaldo. È il locale dove viene servito, a detta di giurie super qualificate, il miglior galletto della città. Si mangia solo carne, ma la specialità vera sono i cuori di gallina alla griglia: una prelibatezza. Locale quasi centenario, frequentato per lo più dai carioca, chiude i battenti alle 6. Neppure i night e i localini a luce rossa fanno così tardi. Agnaldo è uno dei designati a portare la torcia a Capacabana. Per un piccolo tratto. L’idea è far sentire coinvolti gli esercizi storici della città. Sempre zona sud, si intende.

Altro locale storico di Copa è “Bip Bip”. Qui si suona samba di gran qualità, low fi. Per non disturbare i musicisti alla fine dei pezzi non si applaude, ma si scrocchiano le dita. Quando qualcuno batte le mani diventa chiaro che è straniero, in una città dove lo sono tutti e in fondo non lo è nessuno. In questi giorni pre-olimpici, oltre ai soliti avventori, si possono scorgere diversi senza casa che aspettano di trovare un ciglio dove appoggiarsi a dormire. Perché dopo l’operazione di allontanamento d’inizio settimana non è che siano spariti. È solo che si tratta di facce nuove. Perché c’è sempre qualcuno che si va ad aggiungere. Gente di tutte le età. Tutti neri, tranne Clarissa che ha ventiquattro anni. Occhi azzurri, capelli biondi, sembra timida ma è molto determinata: «Vengo da Sao Paulo, sono appena arrivata. Qui almeno non fa freddo». All’obiezione sul rischio di esser cacciata subito via, sorride e sussurra: «Gentilezza… in strada c’è anche quella ma non la incontro spesso. Quindi che sia Rio, Recife o Belo Horizonte, non cambia poi molto. Non si è mai al sicuro, se si vive così».

Per chi invece sulla strada ci lavora, i tempi sono durissimi. I venditori di bibite sono scomparsi. I colossi della birra hanno stand enormi, super illuminati e praticamente lasciano le briciole a bar e ristoranti. Perché gli sponsor o le aziende partner del Cio ci stanno dando davvero dentro. Quelli del baffo, per cui nulla è impossibile, hanno “occupato” interamente Praca XV. Uno stand super tecnologico, con enormi Usain Bolt e Cristiano Ronaldo che si rivolgono agli astanti. Musica ad altissimo volume, pompatissima, centinaia di ragazze con gli indumenti della grande marca americana che ballano di fronte a un pubblico numeroso.

IMG_7817
Lapa, Rio de Janeiro (foto Ivan Grozny Compasso)

Una ragazza di Babilonia a questo proposito dice che in fondo anche nel funk e nel rapi brasiliano i testi possono essere sociali ma la figura femminile è sempre associata al sesso. Quindi gli sponsor si comportano di conseguenza. Le immagini che si trovano nei veri e propri padiglioni delle varie multinazionale hanno tre chiari messaggi ripetuti all’infinito: loro sono i migliori, che lo dimostreranno a Rio (anche se producono patatine…) e che alla fine c’è sempre una bella ragazza che aspetta. Sono talmente invadenti i messaggi promozionali, e soprattutto la gara è a chi supera l’altro, che diventa oltremodo curioso trovare sulla facciata a vetri simulata una piscina olimpica con le atlete che nuotano in discesa. Federica Pellegrini è avvertita: sembra che ci vogliano provare in tutti i modi…

Le linee delle metropolitane sono state attrezzate da un giorno all’altro di mega distributori di bevande e cibo confezionato. A scapito dei pochi esercizi che storicamente sono presenti in certe stazioni, come “Catete” o “Carioca”, per non parlare di “G. Osorio” o della splendida “Arcoverde”. È una stazione molto particolare. Si snoda in grotte e cunicoli. Si camminava circondati dalla pietra fino a qualche giorno fa: ora hanno coperto molto con pannelli pubblicitari. Tutti di ditte coreane. A evidenziarne la somiglianza con Gotham City, un artista ha disegnato il simbolo di Batman che si può intravedere passando, guardando in alto, dall’unico pertugio da cui entra la luce naturale esterna. Se ne accorgono in pochi ma è una gran sorpresa.

Qui spunta Simon, musicista di Grosseto. Lui studia musica, la insegna e ci vive. Con il suo ukulele intrattiene gli astanti delle ultime carrozze con canzoni di Sergio Endrigo. E il pubblico apprezza, eccome. «Guadagno in tre ore anche 50reais (meno di 15 euro, ndr). Qui l’arte di strada è tutelata dalla legge e la gente adora sentire cantare in italiano». Ed è vero perché mentre canta le persone cambiano espressione, ascoltano e poi sono ben contenti di pagare. Simon non ha sponsor. Come i centinaia di musicisti che suonano a Rio.

È parso invece probabilmente più sorprendente vedere il nostro presidente del consiglio parlare con un “sottopancia” sponsorizzato. In Latino America è una pratica diffusa. E di Renzi alle Olimpiadi di Rio ieri sera ha accennato anche il tg di O Globo a cui nessuno dice di credere che però tutti guardano.

Si citano i tanti capi di stato che arriveranno, anche se in realtà sono più le defezioni illustri in occasione della cerimonia d’apertura dei Giochi. Renzi, al contrario, è già arrivato e soprattutto resterà a lungo a Rio.

Intanto, è un continuo andirivieni di scorte di mezzi che trasportano autorità di vario genere e provenienza. Si ferma il traffico e si dà il via libera. Muoversi a Rio diventa quindi sempre più complicato.

E sarà anche peggio dal momento in cui chiuderanno il lungomare. Una città nella città. Da Leme a Leblond non si potrà più transitare. Ma l’idea della prefettura di una tessera dei trasporti speciale in occasione delle Olimpiadi non sembra una gran soluzione. Con venticinque reais si possono prendere tutti i mezzi per un giorno. Il paradosso è che con la tessera comune, la ricaricabile e facendo il biglietto del bus a bordo, si capisce immediatamente che non c’è alcun vantaggio.

Di sicuro, i conduttori di veicoli pubblici in questa città hanno un compito difficile: bisogna dire che gli autobus sono frequenti, anche la notte, e che i taxi di Rio cominciano a sentire l’impatto che sta avendo Huber. Chi non avrebbe dovuto temere la concorrenza sono i Gari, i dipendenti della nettezza urbana della città. Tute arancioni, scopa di saggina e pala in mano o sui camion dai quali scendono e saltano in corsa per raccogliere sempre di corsa i sacchi ovunque si trovano. Sono tutti neri e vengono tutti dalle Zona Norte della città.

Sono una categoria storicamente sottopagata. Lo scorso anno hanno cominciato un percorso autonomo sindacale, staccato dalle due grandi componenti di movimento che non vanno affatto d’accordo tra loro (non succede soltanto in Europa…), portando avanti una vertenza con l’obbiettivo di conquistare un aumento salariale e il miglioramento di condizioni lavorative e turni. Si sono fermati per giorni durante il Carnevale e la gente di Rio ha iniziato a sostenerli, comprendendo le ragioni delle rivendicazioni sindacali.

La municipalizzata ha così aumentato il loro stipendio, a 440 reais, che equivale ad una miseria. Salvo poi, a seguito di un nuovo piano industriale, tagliare di colpo qualche migliaio di posti di lavoro tra i più di 25 mila Gari della città olimpica. Per lo più, tra i licenziati, ci sono proprio quelli che si erano distinti nei picchetti e nelle manifestazioni durante il periodo delle lotte sindacali.

 

 

Le fobie utili

segnalato da Barbara G.

Islamofobi, perché non mafiofobi o corruttofobi?

di Giulio Cavalli – left.it, 01/08/2016

Pensa se si trovasse la molla, il dado e la chiave giusta per indirizzare gli istinti più bassi; se si riuscisse a sollevare con le mani le paure più ancestrali e mirarle come se fossero una fionda. Pensa se i soffiatori di paure scegliessero una settimana di servizio civile abbandonando la turpe propaganda per sconvolgere l’agenda delle fobie. Come se da stamattina in Italia fossimo tutti mafiofobi, una cosa così.

Immaginate una rassegna stampa mattutina in cui alla signora della strada si chiede con insistenza se non ha paura per i propri figli e i propri nipoti di una mafia che si infiltra dappertutto, travestita da brava persona, arrivando a danneggiare chiunque senza preavviso e portando violenza come da giuramento in nome di dio o qualche santo (San Michele Arcangelo, ad esempio, nel caso della ‘ndrangheta). Immaginate la signora che risponde ripresa al tg della sera e elenca tutte le proprie insicurezze dicendo che no, che non si può fare i buonisti con questa gente, con Cosa Nostra o ‘ndrangheta o camorra, che se li prendano in casa loro, i buonisti, che siano i buonisti ad ospitare i parenti di Riina, Provenzano, Dell’Utri o Cosentino.

Oppure figuratevi un Paese in cui tutti camminino torvi con il sospetto di avere un corrotto o un corruttore nella stessa carrozza dell’affollatissima metropolitana: gente che tende l’orecchio per carpire dal vicino qualche indicibile accordo che attenti alla sicurezza e all’economia nazionale. Un clima di sospetto per cui viene chiesto a chiunque sia classe dirigente di lavare i piedi ai cittadini sotto un’orda di flash per lanciare un segnale. Immaginate l’Europa che chieda alla Turchia di allestire campi profughi per mafiosi, truffatori e corruttori, con Salvini che prefigura la ruspa sull’archivio di Andreotti, sull’ufficio di Verdini, sulla cella di Riina, per le filiali di Banca Etruria, sugli accordi loschi di Finmeccanica; ruspe sui figli di Bossi, ronde per chiedere i conti di Expo o irruzioni durante riunioni di massoneria.

Immaginate, per un secondo soltanto, se questo diventasse un Paese capace di essere prepotente contro i prepotenti piuttosto che essere forte con i deboli e debole con i forti. Ci sarebbe da ridere, a vederne l’imbarazzo.

 

A Bologna ho perso mio fratello e la felicità.

Segnalato da Barbara G.

2 agosto. A Bologna ho perso mio fratello e la felicità. Contro il terrorismo serve la cultura del rispetto.

Intervista a Cristina Caprioli.

Dimensione Mendez

“Io da quel momento ho perso la capacità di essere felice. Ho nelle narici odori che noncaprioli 5 penso andranno mai via. Quando sono scesa all’obitorio dell’ospedale Maggiore c’erano corpi ovunque e c’era un odore tremendo, di carne bruciata. Ogni corpo era un riconoscimento e ad ogni riconoscimento erano urla impressionanti. Mio fratello aveva il numero 8: non so dire se fosse un cartellino, ma me lo ricordo bene questo numero. Steso accanto al suo corpo c’era quello di un ragazzo giapponese che, come lui, aveva vent’anni. Davide aveva la testa aperta come una noce, con un taglio che partiva dalla fronte e finiva alla nuca. Il suo viso però era ancora rosa. Quando lo vidi sapevo, dentro di me, che era lui. Ma di fronte all’infermiere che mi aveva accompagnato per il riconoscimento dissi solo ‘mi pare lui….’. Con un senso di rifiuto. Perché era qualcosa di inaccettabile vedere mio…

View original post 1.517 altre parole