Libertà e partecipazione

di Barbara G.

Nel dibattito relativo, o correlato, al referendum un tema molto importante sta passando in secondo piano, lo si sfiora senza affrontarlo in modo adeguato, quasi fosse un parente antipatico e noioso, da non invitare alle feste comandate: il ruolo dei cittadini nella società, la loro partecipazione (diretta o indiretta) alla vita politica.

La nostra Costituzione, quella che spesso definiamo “la più bella del mondo”, dice, all’art3 c2:

E` compito della Repubblica rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale, che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza dei cittadini, impediscono il pieno sviluppo della persona umana e l’effettiva partecipazione di tutti i lavoratori all’organizzazione politica, economica e sociale del Paese.

Già, qualcuno dirà: “cosa c’entra, la riforma non tocca la prima parte della Costituzione, quella dei diritti fondamentali”. Ne siamo così sicuri?

Come possiamo dire che non viene intaccato il nostro diritto alla partecipazione se veniamo privati del diritto di eleggere i nostri rappresentanti al senato, che continuerà ad esistere con compiti parzialmente diversi da quelli attuali, definiti in modo confuso, ma che continuerà ad esaminare parte delle leggi approvate dalla camera? Come possiamo sentirci adeguatamente rappresentati?

Se i rappresentanti che noi eleggiamo per rappresentarci in consiglio regionale, o peggio il sindaco che abbiamo eletto per amministrare la nostra città, vengono mandati a fare i senatori part time (e quindi male), distogliendoli dalla funzione per la quale sono stati eletti, viene rispettato il nostro diritto ad essere rappresentati?

Che senso ha svilire un Senato pur caricandolo di compiti che, peraltro, non hanno niente a che fare con quelle di una Camera delle Autonomie, spesso citata a sproposito per giustificare un’elezione di secondo livello dei suoi componenti?

Ma l’elezione di secondo livello è ammissibile sulla base dei principi fondamentali della nostra Costituzione? C’è chi dice no: All’art1 c2 si afferma:

La sovranità appartiene al popolo, che la esercita nelle forme e nei limiti della Costituzione.

“La parola chiave è “esercita”. Nei principi fondamentali non compaiono deleghe all’esercizio della sovranità, come invece succede in quella francese, che all’art.3 c3 recita

Il suffragio può essere diretto o indiretto nei modi previsti dalla Costituzione. Esso è sempre universale, uguale e segreto.

Proviamo ora ad allargare lo sguardo.

In seguito al confronto TV fra Renzi e Zagrebelsky in un editoriale su Repubblica Scalfari afferma che l’oligarchia è sempre stata in realtà la forma di governo in Italia, quella praticata dalla Democrazia Cristiana e dallo stesso Partito Comunista: l’oligarchia è quindi auspicabile, perché è, in sostanza, la stessa cosa della democrazia. A mio parere è un’affermazione pericolosissima, perché fa confusione fra il concetto di classe dirigente e le modalità con cui questa arriva al potere. Una classe dirigente è legittimata dai cittadini, mediante le elezioni, l’oligarchia comporta una selezione operata all’interno di un gruppo ristretto da parte dei componenti dello stesso. E c’è una bella differenza, direi…

L’opinione di Scalfari non è isolata, visto che anche un esponente PD come Fiano gli dà ragione. A questo punto mi chiedo: è un caso che all’interno del PD non ci si facciano particolari problemi ad espropriare la cittadinanza di un diritto fondamentale come quello di scegliere i suoi rappresentanti? Forse è per quello che hanno difeso così strenuamente l’Italicum?

E tutto questo avviene mentre i votanti sono in calo. Dall’inizio degli anni ‘80 ad oggi si è passati da un’affluenza sempre superiore al 90% a poco più del 70%, ma ciò non sembra turbare più di tanto la nostra classe dirigente. Evidentemente importa che vadano a votare quelli giusti, e degli altri chissenefrega…

E quindi… chissenefrega se viene creato un senato che è un casino, se si toglie il diritto di voto, se si alzano le firme per presentare leggi di iniziativa popolare. Tutto si deciderà nelle segrete stanze.

E’ l’oligarchia, bellezza.

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172 comments

  1. Il Nobel 2016 per l’economia va a Oliver Hart e Bengt Holmström, per i loro contributi alla teoria dei contratti. Ma per uscire dalla crisi la ricerca di “ottimali” negoziazioni di mercato tra privati non basta: occorre un “market maker” pubblico.

    Il problema dell’osservazione della performance della controparte non è tuttavia l’unico affrontato dalla teoria dei contratti. Una questione ancor più rilevante è quella che riguarda i cosiddetti “contratti incompleti”, vale a dire quelle situazioni in cui le parti non sono in grado di definire in dettaglio tutti i termini contrattuali. Oliver Hart, in collaborazione con Grossman e Moore, ha sostenuto che un contratto, sebbene incompleto, dovrebbe chiarire almeno chi abbia il diritto di decidere nel caso in cui emerga una controversia tra le parti. L’assegnazione di tale diritto è cruciale, poiché essa stabilirà quale delle parti abbia incentivo a impegnarsi e ad investire nell’attività e quale invece sia disincentivata [3]. Un contributo di ricerca, in questo senso, è consistito nel definire un criterio efficiente di assegnazione dei diritti di proprietà del capitale lungo una determinata filiera produttiva. Si pensi ad esempio a un’attività innovativa che richieda l’uso di macchine e che debba poi avvalersi di un canale distributivo. Nelle mani di chi dovrà concentrarsi la proprietà di queste tre attività? La risposta è che l’intera proprietà andrebbe assegnata all’innovatore, ossia al soggetto che svolge il compito più difficile da inquadrare dettagliatamente all’interno di un contratto. E’ a lui che occorre assegnare il reddito netto della filiera, perché solo in tal modo si può sperare che l’attività innovativa, pur in assenza di vincoli contrattuali, sia realizzata nel modo più efficiente. Seguendo questo ragionamento, dunque, in generale la proprietà dovrebbe essere assegnata a chi dispone di competenze difficilmente negoziabili. Da questa linea di pensiero è scaturito il cosiddetto “nuovo approccio ai diritti di proprietà”, un filone di ricerca che ha goduto di notevole seguito. Non tutti però hanno condiviso in pieno questa impostazione. E’ stato osservato, ad esempio, che soprattutto nel campo della proprietà intellettuale possono attivarsi dei processi cumulativi poco piacevoli: che si tratti di singole imprese o di interi paesi, i soggetti maggiormente dotati di diritti di proprietà intellettuale tenderanno a sviluppare ulteriori abilità nella produzione di diritti di proprietà intellettuale, mentre chi non dispone di tali diritti sarà anche disincentivato a produrne, con conseguenti divergenze tra ricchi e poveri persino più gravi rispetto a quelle causate dai divari nelle dotazioni di capitale fisico. In altre parole, l’assegnazione del diritto influisce sulla maggiore o minore crescita della capacità di innovare, rendendo il problema dell’allocazione ottimale della proprietà ancor più complesso di quanto la teoria prevalente induca a ritenere [4].

      1. Naturalmente, nessuno ritiene che la sola opacità del banchiere centrale consenta di salvaguardarci da nuove crisi. Entrambi i premi Nobel sostengono, al contrario, che per affrontare le future turbolenze c’è bisogno di interventi ben più ampi, e per certi versi eretici. E’ interessante citare, a questo riguardo, un recente contributo di Hart e Zingales in tema di crisi bancarie [7]. La tesi dei due autori è che presso le banche tendono a concentrarsi le attività finanziarie di quei soggetti che hanno maggiori esigenze di liquidità. Per questo motivo una crisi bancaria è diversa da ogni altra crisi, poiché sottrae liquidità proprio ai soggetti che ne hanno più bisogno, e quindi inevitabilmente determina una propagazione dei suoi effetti e un connesso crollo della domanda aggregata. Un intervento statale deve pertanto ritenersi inesorabile e urgente, per ricapitalizzare le banche in difficoltà, per salvaguardare i depositanti da eventuali perdite e per rilanciare la domanda. Questa soluzione viene oggi con un certo imbarazzo sostenuta persino da coloro che qualche anno fa, in nome del libero mercato, plaudirono improvvidamente al fallimento di Lehman Brothers. Si tratta però di una soluzione scomoda, che denuda la finanza privata rivelando il suo estremo bisogno, nei momenti di crisi, di ricorrere ai salvataggi statali. Ogni volta che si compie un passo lungo questa via politica, diventa sempre più difficile placare le voci di popolo contro l’andazzo “della privatizzazione dei profitti e della socializzazione delle perdite”.

          1. quando dicevo a ciarli che il “nemico” è sempre un passo avanti… il racconto a questo punto, visti gli squilibri e le sofferenze generali, necessità del lato buono ma è solo un lato e nemmeno buono

                  1. no heiner… ho postato già diverse cose, dalla svolta dei conservatori inglesi, ai dibattiti televisivi anche da noi, altri spunti c’erano e ci sono… il banco potrebbe saltare e come vedi anche le frange più naziste ( Le pen, Trump stesso hanno un occhio sul “sociale” )… ah la finanza colpevole, ci si prepara ad un altro giro di giostra e il cerino non si vuole in mano

                    1. la storia della destra sociale è vecchia. è questo quello che mi dispiace più di tutto, anche di rocca (ma non solo).
                      una storia vecchia, vecchissima, sempre la stessa, identica. una volta si diceva plutocrazie, alta finanza, ebrei.
                      oggi, idem.

                    2. la storia della destra sociale è vecchia…
                      certo ma c’è anche un ritorno ai Nazionalismi… a volte basta ridipingere per avere qualcosa di “nuovo!

                    3. anche non piace quel linguaggio, non mi piaceva prima e nemmeno ora, e non lo uso… mi piace più la parte di “critica” e di “metodo” di altri e sai chi sono

              1. Non ci hanno mai creduto, per arrivare al o mantenere il potere, avevano bisogno di alleanze con il piu’ forte. In fondo anche Mussolini segui’ questa parabola, nacque socialista e poi mori’ che nemmeno sapeva piu’ chi era.

                1. non credo, le prime svolte (sbagliate) ma penso siano state sincere… è che la “sinistra” si trova a difendere posizioni che sono già state abbandonate perché perdenti… qui ha ragione ciarli mai avanti sempre un passo indietro, ma non solo per il “potere” nel senso stretto, credo che ci sia ragioni anche di “responsabilità” vedi Tsipras in Grecia ( errori si ma non sola malafede)

                  1. C’e’ una bella differenza tra tsipras e renzi, come ce n’era tra mussolini e i socialisti riformisti dell’immediato dopoguerra. Una cosa e’ cercare soluzioni in un periodo storico difficile, altra e’ avere la faccia come il culo. Quanto a Zingales, ho l’impressione che ci creda, nel senso che in quanto accademico, anche un poco arrogante e sicuro di se’, ritiene che si possa domare il mostro.

                    1. a Renzi neanche ci pensavo… ahahah lui non è e basta, mi riferivo a svolte molto precedenti…
                      su Zingales confermo l’arrogante e che ci creda può essere…

                    2. Una cosa e’ cercare soluzioni in un periodo storico difficile, altra e’ avere la faccia come il culo.

                      potrei sottoscrivere in pieno. se non che è difficile trovare la linea mediana. capire fin dove arriva il compromesso – più o meno necessario, più o meno sofferto (e anche ammesso che prima o poi, probabilmente, avremo a che fare con abusi di comodo) – e dove inizia la faccia a culo (ammesso che nel caso in questione la cosa è evidente).

                    3. heiner è vero difficile capire la linea mediana… soprattutto se ci parlano dalla tv… che ci rivoglia un partito?

  2. per la collezione inverno referendaria della “Gufi e Babbani” altra maglietta:

    Foto di un vecchio accasciato su una panchina

    Sotto:

    Vota SI e ti rialzi
    meglio del viagra

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