Mese: novembre 2016

Referendum, un Sì a sostegno di finanza e grandi opere

di Salvatore Altiero (*) – ilfattoquotidiano.it, 22/11/2016

È come il passaggio del Mar Rosso, un evento dal pathos biblico, di più, è come Italia-Germania 4-3: il 4 dicembre si cambia o si torna indietro, rispetto a cosa non importa granché nella vaghezza sconclusionata delle indicazioni di voto.

Il fronte del No è quel caos politico che spazia da Berlusconi a Fassina, passando per Calderoli, Brunetta e Salvini. La benemerenza politica dei sostenitori del Sì è stata sublimata dalla sfavillante settimana del Presidente della Regione Campania, Vincenzo De Luca, che prima apostrofa Rosy Bindi come “infame, da uccidere” e poi viene registrato mentre organizza militarmente il rastrellamento di voti per il Sì nei Comuni campani, elogiando le capacità di “uno notoriamente clientelare come Franco Alfieri”, sindaco di Agropoli, “che sa fare la clientela bene come Cristo comanda” e incitandolo a “portare 4000 cittadini a votare, vedi tu come madonna devi fare, offrigli una frittura di pesce”.

Occorre allora mettersi al riparo da questo spettacolo gramo, leggere il testo della riforma costituzionale, anche un po’ alla volta, magari un ciclo di incontri con amici e parenti tutti a parlare di Costituzione.

Gli italiani all’estero, invece, si sono visti recapitare una lettera firmata da Matteo Renzi in cui la svolta epocale che la vittoria del Sì imprimerebbe al sistema-Paese trova fondamento sulle solite affermazioni tautologiche. Degno di nota il passaggio in cui il Premier assume le sembianze di Giorgio Mastrota e gli ultimi due anni e mezzo di politica internazionale quelle di una fiera in cui ha provato “ogni volta, con tutte le [sue] forze, a dare dell’Italia un’immagine diversa. A raccontare dei successi degli italiani nel mondo, a promuovere le nostre bellezze”.

L’epistola affronta poi un tema cruciale per il futuro del Paese: “la mortificazione dei soliti luoghi comuni”. Nessuno meglio degli italiani all’estero, infatti, sa “quanto sia importante che il nostro Paese sia rispettato fuori dai confini nazionali”. Dunque, se vince il Sì, dal 5 dicembre saremo più credibili e rispettabili. “Basta risolini di scherno” ha promesso il Premier agli studenti Erasmus di tutta Italia.

Perché il problema principale del sistema politico italiano non è che personaggi come Vincenzo De Luca arrivino a governare una Regione. All’estero ridono di noi perché, tra tutti i luoghi comuni, ce n’è “uno durissimo a morire. Quello per cui siamo un Paese dalla politica debole”. Insomma non importa quale sia la qualità della classe politica, i luoghi comuni si superano con governi stabili e superando il bicameralismo perfetto.

Quelli spesi per l’invio delle lettere sono certo fondi distratti da opere più utili, ma ad offendere è anche la convinzione sottesa di poter portare milioni di persone a votare Sì utilizzando simili argomenti. Più che baluardo contro l’avanzata dei populismi destrorsi in Europa, il governo Renzi si consolida come un esperimento di “populismo democratico” tutto italiano.

D’altronde fondamento politico più che giuridico ha la “clausola di supremazia” con la quale, su proposta del governo e in nome della “tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica” o dell’“interesse nazionale”, a Costituzione riformata il Parlamento potrà avocare a sé il potere legislativo anche nelle competenze regionali. Sarà il governo stesso a decidere cosa sia di “interesse nazionale” o tuteli l’unità giuridica o economica, al di là di cosa ne pensino i cittadini e le amministrazioni regionali coinvolte.

È un aspetto della riforma che ha molto a che fare con l’autorizzazione e il finanziamento di grandi opere. Per questo vi ruotano intorno tanto le motivazioni ambientali del No quanto il sostegno al Sì da parte di gruppi di interessi molto potenti. In un servizio andato in onda su La7, ad esempio, appaiono chiari i possibili vantaggi per BlackRock, il gigante della finanza presente in Italia con 53 miliardi di investimenti. Nella lettera agli italiani, Renzi compare in foto accanto ad Obama e ricorda che l’ex Presidente Usa ha dedicato all’Italia la sua ultima cena di Stato. Viene omesso però che, in quella occasione, Renzi incontrò proprio i rappresentanti di BlackRock tra i cui investimenti c’è Terna, monopolista italiano delle reti elettriche. La riforma del Titolo V assicurerebbe una più spedita approvazione dei progetti infrastrutturali di Terna a prescindere dal fatto che ne sia stata provata l’utilità. Dalle “semplificazioni” costituzionali dipende dunque anche la possibilità di assicurare dividendi ai capitali investiti. Occupare il territorio con nuove grandi opere, magari sacrificarne le bellezze paesaggistiche, per garantire profitti all’estero. Anche così saremo un Paese più credibile e rispettabile, ma questo nella lettera di Renzi non c’è scritto.

(*) Associazione A Sud – Centro di documentazione sui conflitti ambientali

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Maria Elena Boschi: «Aboliamo le soprintendenze»

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – emergenzacultura.org, 19/11/2016

Chi l’avrebbe detto che il castello della propaganda del ministro Franceschini sarebbe venuto giù tutto in un colpo solo, durante una puntata di Porta a Porta?

È mercoledì scorso, il 16 novembre, e va in scena un ‘confronto’ tra Matteo Salvini e Maria Elena Boschi. E su cosa sono perfettamente d’accordo, questi due titani del pensiero?

sulla distruzione della tutela dell’ambiente e del patrimonio culturale!

Ascoltiamoli (qui, al minuto 1h 34):

«Salvini: “Ci sono alcuni organismi statali che vanno rivisti, e io aggiungo qualcosa di più, cancellati: soprintendenze e prefetture. Ufficio complicazioni cose semplici! Soprintendenze e prefetture […] Se lo Stato vuole dimagrire, vuole snellire, vuole esser più veloce, vuole semplificare, inizi a cancellare qualcosa”

Boschi: “[…] Abbiamo fatto una riforma della pubblica amministrazione per ridurre le complicazioni sul territorio. […] Va benissimo darsi altre sfide, io sono d’accordo diminuiamo le soprintendenze, lo sta facendo il ministro Franceschini. Aboliamole, d’accordo, lavoriamoci dal giorno dopo: disponibilisismi a discutere di tutto, ma il 4 dicembre votiamo a un referendum su questa riforma costituzionale”».

Da due anni Dario Franceschini nega pervicacemente l’evidenza: e cioè che egli sta scientificamente distruggendo le soprintendenze, su mandato dal presidente del Consiglio Matteo Renzi (quello che ha scritto: «soprintendente è la parola più brutta del vocabolario della burocrazia»).

Ora, grazie alla benedetta semplicità di Maria Elena Boschi, le carte sono finalmente sul tavolo: per ora le hanno diminuite, ma ora sono pronti ad abolirle, queste maledette soprintendenze.

Almeno finalmente è tutto chiaro: grazie, signora ministra!

La supremazia statale e le autonomie meno autonome

Chiamiamolo pure “la schiforma e l’ambiente, atto 1”. Spero di riuscire a scrivere l’atto 2 nei prossimi giorni

di Barbara G.

La riforma costituzionale, prevedendo una diversa ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni rispetto alla Costituzione vigente e introducendo la clausola di supremazia, ha impatti potenziali non certo trascurabili sull’ambiente, sulla nostra vita, sul ruolo di istituzioni ed enti locali nelle scelte a tutela della popolazione.

Fra le materie di competenza esclusiva dello stato ci sono produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia, infrastrutture e grandi reti di trasporto di interesse nazionale. In realtà questa ripartizione potrebbe essere ulteriormente modificata, più o meno “localmente”. All’art.117 c4 post riforma si afferma:

Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Nei paesi in cui tale clausola è prevista vengono indicate le materie per le quali è possibile farvi ricorso, e in quali condizioni. La riforma Renzi-Boschi non dice nulla. Ogni decisione è rimessa al Governo, con un’indicazione molto vaga relativamente ai casi in cui la clausola di supremazia può essere fatta valere, senza alcun vincolo relativamente alle materie. Qualora la Corte Costituzionale venisse chiamata ad esprimersi circa la sua applicazione, i giudici potrebbero trovarsi in seria difficoltà, vista la vaghezza delle indicazioni contenute nella proposta di modifica costituzionale.

In un certo senso, la clausola di supremazia è un déjà vu. E non è una bella sensazione…

Facciamo un po’ di storia – Lo sblocca Italia

L’11/11/2014 viene approvato, con voto di fiducia, il Decreto Sblocca Italia. Dovrebbe raccogliere misure urgenti per il rilancio del paese, si dice. Nel concreto, contiene provvedimenti che vanno a definire, tra le altre cose, alcuni aspetti legati alla politica ambientale ed energetica sul lungo periodo. Lo strumento del decreto, che dovrebbe avere carattere di urgenza e contenuto omogeneo, non è lo strumento adatto per definire aspetti della politica economica e ambientale di un paese. Le scelte di lungo periodo vanno ponderate e discusse; dovrebbero ovviamente essere coerenti con gli impegni presi a livello internazionale ed elaborate avendo bene in mente un’idea di futuro, quello che si vuole per il paese.

Beh, questo non è successo. Inoltre vengono previsti meccanismi per scavalcare la volontà e gli interventi di pianificazione delle regioni imponendo il volere del Governo su scelte strategiche. Alcune di queste disposizioni sono state oggetto di ricorsi alla Corte Costituzionale, che in certi casi si sono risolti in favore dei ricorrenti (si veda ad esempio il ricorso della Regione Puglia, estromessa dai processi autorizzativi per alcuni interventi sulle infrastrutture).

Mi soffermerò su due esempi che sono, a mio avviso, rappresentativi dell’impostazione del documento.

Problema rifiuti

Il titolo dell’art 35 è “Misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani e per conseguire gli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio (…)”.

Mentre a livello internazionale si prendono impegni su riduzione produzione rifiuti, mentre si parla della necessità di ridurre la produzione pro capite di rifiuti, di tariffa puntuale come metodo per spingere la raccolta differenziata e contribuire ad innescare un’economia di tipo circolare, la strada scelta dal Governo per risolvere l’emergenza rifiuti è quella dell’incenerimento.

Si afferma infatti (primo comma) che il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e sentita la Conferenza Stato Regioni, deve emanare un decreto nel quale viene valutata la capacità degli impianti di incenerimento (in esercizio o autorizzati), a livello nazionale e per ciascun impianto, e da realizzare per coprire il fabbisogno residuo. Gli impianti così individuati costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale. Si fa riferimento, contemporaneamente, a:

  • riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale;
  • obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale;
  • autosufficienza nella gestione dei rifiuti;
  • superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica.

Ovvero: siamo sotto procedura di infrazione e il problema lo risolviamo aprendo nuovi inceneritori, facendo funzionare a pieno regime gli altri, eventualmente spostando rifiuti da una regione all’altra. Se si parla di “fabbisogno residuo” e si danno pochi mesi per fare la valutazione è evidente che il discorso “differenziata” passa in secondo piano. Nuovi inceneritori al sud, dove la raccolta differenziata è ridotta, utilizzo degli inceneritori del nord, da riclassificare come “produttori di energia”, secondo la loro capacità massima per sopperire alle carenze delle zone non attrezzate. Con gli inceneritori si “attua un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati”, tutto questo in barba ai Piani Regionali di Gestione Rifiuti, che in certi casi avevano già individuato impianti da dismettere perché obsoleti, in un contesto in cui l’aumento della frazione di rifiuti recuperata toglieva di fatto “cibo” agli inceneritori. E l’Europa non ha certo chiesto di incenerire i rifiuti per uscire dal procedimento di infrazione.

Conseguenza: le comunità virtuose, dove si fa la differenziata, si trovano a dover bruciare rifiuti mal differenziati (e quindi potenzialmente più inquinanti). Inoltre: se proprio si deve risolvere un’emergenza, ci vuole molto meno tempo per avviare una raccolta differenziata piuttosto che costruire inceneritori, che poi richiedono lunghi tempi per ammortizzare costi…

Fonti fossili

Con lo Sblocca Italia di fatto sono state estromesse le Regioni dal processo di pianificazione sullo sfruttamento delle risorse fossili. E’ stato dato un gran potere alle imprese del settore, che con un unico titolo possono fare ricerca ed estrazione. E’ stato dato carattere di strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi; le infrastrutture per il trasporto degli idrocarburi sono diventate strategiche. In base alla legge vigente in precedenza le Regioni dovevano essere coinvolte nel processo. Ciò ha causato la richiesta, da parte di alcune regioni, di 6 quesiti referendari.

Il governo è così corso ai ripari modificando alcune parti della legge con il preciso scopo di evitare i referendum, e il quesito residuo, rimodulato sulla base delle indicazioni della Corte di Cassazione, non è stato compreso nella su portata (sia tecnica che simbolica), e sappiamo tutti come è andata a finire. Per inciso, alcune settimane orsono c’è stata la prima applicazione del concetto di vita utile dell’impianto.

Cosa potrebbe succedere con la “riforma”

Introdurre la clausola di supremazia dopo aver ridotto le competenze delle regioni, sostanzialmente senza limiti al campo di applicazione e senza paletti ben definiti, significa dare facoltà all’Esecutivo di “espropriare” le Regioni delle loro competenze residue, le comunità e gli Enti locali della possibilità di far sentire la propria voce, di far valere le proprie scelte nel campo della pianificazione. Significa far subire alla collettività scelte calate dall’alto in favore di pochi, negli interessi di pochi.

Quello che era stato previsto nello Sblocca Italia e poi tolto con il preciso scopo di far fallire il referendum sulle trivelle in sostanza è introdotto in costituzione.

Presumibilmente si proseguirà con la logica delle grandi opere senza una seria valutazione delle reali necessità della zona, dei flussi di traffico.

L’Italia ha invece bisogno di fare un cambio di passo: riduzione ulteriore del ricorso alle fonti fossili, passare ad un’economia circolare nella logica della riduzione dei rifiuti e nella loro valorizzazione come risorsa, passaggio dalla logica delle grandi opere a quella della manutenzione del territorio, della prevenzione, delle opere puntuali per risolvere le criticità, di opere fatte bene e con logica di rete nelle zone più svantaggiate (perché non è più possibile pensare di impiegare 4 ore per andare in treno da Trapani a Palermo o vedere la Sicilia tagliata in due da frane e cantieri mai terminati). E queste opere non necessitano l’imposizione dall’alto, ma un continuo dialogo con le comunità locali, per intercettare le esigenze da in lato e cambiare la mentalità dall’altro. Viviamo in un Paese con notevoli criticità dal punto di vista ambientale, infrastrutturale; la stragrande maggioranza dei comuni sono a rischio idrogeologico e/o sismico e noi continuiamo ad affrontare le problematiche con la logica dell’emergenza invece che con quelle della prevenzione e della pianificazione.

Se vogliamo sperare in un serio cambio di passo non possiamo che votare no alla riforma, dobbiamo farlo noi come cittadini e dovrebbero farlo gli amministratori per evitare di consegnare un’arma carica al Governo, da usare alla bisogna…di qualche potente o amico degli amici.

“Qui la sinistra è finta”

segnalato da Barbara G.

A Monfalcone, tra la rabbia operaia: “Qui la sinistra è finta”

La Danzica d’Italia. Manodopera straniera, posti perduti e redditi abbassati: così la roccaforte rossa cede dopo 25 anni

di Giampaolo Visetti – repubblica.it, 21/11/2016

MONFALCONE. “Siamo stanchi, abbandonati. Il cambiamento c’è, ma in peggio. La rottamazione c’è stata, ma i nuovi sono peggiori dei vecchi. Il Pd ora mangia con i padroni, non ha tempo per parlare con i lavoratori. E noi siamo poveri”. E’ ancora buio, tira la bora, tre gradi sopra zero. La massa degli operai Fincantieri preme ai cancelli nel quartiere storico di Panzano. I “bisiachi”, a costruire le grandi navi, sono rimasti in pochi. Erano cinquemila, non arrivano a settecento. La mano d’opera, di appalto in subappalto, arriva da lontano: Bangladesh, India, Europa dell’Est, meridione d’Italia. Il cantiere resta la “mamma”: prima dell’alba migliaia di auto, di corriere e di tir fanno tremare le casette inizio Novecento. Chi arriva in bicicletta viene fermato dai caporali che offrono contratti più lunghi e anticipi sulla paga. Anche uno straniero, da 600 euro, può superare i mille al mese. Alle finestre sono appesi manifesti: “Panzano libero”, “Basta Tir”, “Stop Bangla”.

Lo tsunami che in Friuli Venezia Giulia scuote il centrosinistra di Debora Serracchiani e Matteo Renzi, nasce qui. Monfalcone era la roccaforte rossa del Nordest: punte del 75%, sinistra al potere da un quarto di secolo. Mai un sindaco di destra. Domenica 6 novembre, poche ore prima che Donald Trump si prendesse la Casa Bianca, Anna Maria Cisint ha più discretamente consegnato anche la “Danzica d’Italia” alla destra e alla Lega. Silvia Altran, ex sindaca Pd, al ballottaggio è crollata al 37,5%. Per il Pd locale della vicesegretaria nazionale Serracchiani e del presidente dei deputati Ettore Rosato, pure renziano, un 2016 da incubo. In luglio hanno perso Trieste, Pordenone e il resto dell’Isontino. Ora lo spettro del tracollo e della destra si allunga sul referendum del 4 dicembre e sulle regionali 2018. “Di questa finta sinistra – dice Carlo Visintin, da trent’anni operaio Fincantieri – non ci fidiamo più. A Roma vara il Jobs Act e consegna i lavoratori al precariato e ai boss dei voucher. A Trieste ignora gli anziani e taglia la sanità. A Monfalcone accetta una centrale a carbone e ubbidisce a Fincantieri, rinunciando a difendere le vittime dell’amianto”.

A Pierluigi Bersani la frana politica nel Nordest non è sfuggita. “Una sberla storica – ha detto – non ci dormo la notte”. Agli operai e ai vecchi di Panzano gli equilibri dentro il Pd e gli scenari aperti dalle urne non interessano. Qui conta solo la vita e la realtà è che farcela è ogni giorno più difficile, quasi sempre più umiliante. “Umanamente – dice Tiziana Colautti, 47 anni, impiegata – siamo al limite. Monfalcone viene venduta agli stranieri, i nostri figli per sopravvivere devono andare via, ognuno è solo. Il nostro problema è mettere un piatto sulla tavola: il centrosinistra litiga sulle tasse per Airbnb, per non irritare i ricchi che affittano i patrimoni immobiliari. A questo punto meglio provare chi promette di difenderci”. La parola d’ordine è negare l’impatto della xenofobia, ma la paura di un’invasione straniera è pari all’indignazione contro la sudditanza delle istituzioni pubbliche rispetto alle imprese formalmente private, da Fincantieri alla centrale elettrica di “A2A”. In piazza della Repubblica le radici della rivolta sono sotto il sole. Prima del cambio turno in cantiere, gruppi di immigrati si contendono gli ingaggi di un subappalto, 3 euro all’ora e sacco a pelo in dieci in una stanza. Sulle panchine gli anziani piangono gli amici uccisi dal mesotelioma e i nipoti ancora intossicati dal carbone. “L’ex sindaca Pd – dice l’operaio Biagio Boscarol – ha transato con Fincantieri per 140 mila euro, un insulto ai caduti sul lavoro di tutta Italia. Lo Stato è il primo azionista, come l’ente pubblico che governa la centrale a carbone. Così nel cantiere è proprio lo Stato a sfruttare gli immigrati che rubano il lavoro ai residenti. Se il centrosinistra ignora la povera gente e liquida la solidarietà, la sua esistenza è inutile”.

Per Matteo Salvini, alla vigilia del ballottaggio, in centro è accorsa la folla del selfie. Assenti i leader Pd e 5 Stelle. “Non ci siamo accorti – dice Marco Rossi, segretario provinciale del Partito democratico – che le divisioni interne producono disorientamento e fanno marcire i problemi. Il riformismo dell’Ulivo accendeva la speranza, la sua brutta copia liberista e centralista moltiplica l’indifferenza”. Sotto accusa però sono proprio i vertici del partito, rei di affannarsi solo quando, come con la riforma elettorale, ci sono in palio le poltrone. Per il resto, ciechi. Umberto Pacor, tecnico di 25 anni, mantiene la figlia neonata con i turni di notte, lavorando in straordinario domenica e festività. “Ci riempiono di gente che non c’entra – dice – e regalano le imprese a oligarchi, emiri e mandarini dell’Oriente. Non ascoltano i giovani, facendoci passare per sfaticati. Forse anche noi abbiamo bisogno di qualcuno con il coraggio di dire, se non “prima gli italiani”, almeno prima le persone”. In via Marconi è di nuovo notte. I lavoratori con il casco in testa corrono a timbrare. Dopo una vita a sinistra, a Monfalcone per disperazione hanno votato la destra. In Friuli Venezia Giulia e nel Nordest per l’Italia si annuncia il prossimo terremoto: difficile che fra due settimane cambino idea e votino Sì al referendum.

La riforma che ci piace

segnalato da Barbara G.

Slovenia: da oggi l’acqua pubblica è un diritto costituzionale

Il parlamento di Lubiana ha approvato con 64 voti a favore e nessun contrario un emendamento alla Costituzione che sancisce lo status di bene pubblico dell’acqua, sottraendola a logiche di mercato.

rinnovabili.it, 18/11/2016

La Slovenia ha appena approvato un emendamento alla Costituzione con cui riconosce l’acqua pubblica come diritto fondamentale per tutti i cittadini. In questo modo l’accesso all’acqua potabile deve essere garantito al di fuori delle logiche di mercato e della privatizzazione, e non può essere considerata una merce: l’unico gestore sarà lo Stato.

Il parlamento di Lubiana ha approvato il provvedimento con 64 voti a favore e nessun contrario. Si è astenuto il partito Democratico Sloveno, che rappresenta l’opposizione di centro-destra, secondo il quale questo passo non è necessario e si tratta soltanto di una mossa del governo per aumentare il consenso tra la popolazione.

L’emendamento alla Costituzione è stato fortemente voluto dal premier di centro-sinistra Miro Cerar. “L’acqua slovena è di ottima qualità e, a causa del suo valore, in futuro sarà certamente nel mirino di paesi stranieri e degli appetiti delle multinazionali – ha dichiarato Cerar prima della votazione – Diventerà gradualmente una merce di valore in futuro, la pressione aumenterà ma noi non dobbiamo arrenderci”.

Il diritto all’acqua è ormai da anni riconosciuto come uno dei principali diritti umani in diversi trattati internazionali, ma ovunque nel mondo l’acqua pubblica viene minacciata, imbottigliata e venduta negli scaffali dei supermercati come qualsiasi altra merce. La Slovenia è il primo paese dell’Unione europea a difendere l’acqua pubblica nella propria costituzione. Nel mondo questo passo è stato compiuto soltanto da altri 15 Stati.

Il nuovo articolo 70 a della Costituzione slovena recita:

Le risorse di acqua rappresentano un bene pubblico che è gestito dallo Stato. Le risorse di acqua sono usate in primo luogo e in modo sostenibile per fornire ai cittadini acqua potabile e, in questo senso, non sono un bene di mercato

Una volta emendata la Costituzione, prima che il provvedimento entri effettivamente in vigore sarà necessario modificare una serie di leggi che regolano la gestione dell’acqua. Da oggi sarà lo Stato a rifornire direttamente e senza scopo di lucro le istituzioni locali, alle quali compete la distribuzione sul territorio.

#prorogagraduatoria

segnalato da transiberiana9

Concorsi pubblici, Zerocalcare disegna la locandina per la manifestazione degli idonei in scadenza: #prorogagraduatoria

Martedì 15 novembre i movimenti che riuniscono i vincitori non ancora assunti e gli idonei alle selezioni pubbliche si troveranno davanti al ministero della Pubblica Amministrazione per chiedere provvedimenti al governo. Le loro istanze racchiuse in una disegno del celebre fumettista

di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano.it, 14/11/2016

La battaglia degli idonei (e dei vincitori) ai concorsi pubblici continua in piazza. Con una manifestazione organizzata per domani, 15 novembre, davanti il Ministero della Pubblica amministrazione, in Piazza Vidoni. Ad accompagnare il comunicato con il quale il Comitato nazionale XXVII ottobre ha annunciato il giorno del corteo, anche una locandina speciale, firmata dal fumettista Zerocalcare, nella quale gli idonei che manifestano con gli striscioni sono ritratti come zombie.

D’altronde anche alcuni di loro, che hanno raccontato storie, rabbia e speranze a ilfattoquotidiano.it, si vedono un po’ così, con le loro vite ‘congelate’. In bilico tra la vita che hanno sognato per anni e quella a cui i loro sacrifici non hanno ancora condotto. “Siamo molto felici che Zerocalcare abbia voluto realizzare questa locandina, che rappresenta la nostra lotta, ma anche la rabbia e le delusioni comuni a un popolo di 150mila persone” ha detto Alessio Mercanti, presidente del Comitato nazionale XXVII ottobre.

GLI IDONEI IN PIAZZA – Sotto la sede del Ministero, la manifestazione avrà inizio alle 10. “I vincitori e gli idonei di concorsi pubblici non assunti torneranno a far sentire la loro voce” si legge nel comunicato stampa. La vicenda è ormai nota. Il 31 dicembre scadrà la maggior parte delle graduatorie di concorsi pubblici attualmente vigenti. Migliaia di giovani meritevoli rischiano di vedere vanificati anni di sacrifici al fine di mettere le loro competenze al servizio dell’intero Paese. “La loro unica colpa? Quella di aver rispettato il percorso di accesso alla pubblica amministrazione previsto dall’articolo 97 della nostra Costituzione” spiega Mercanti. In piazza si chiederà che venga prevista la proroga di tutte le graduatorie attualmente vigenti. Un primo passo, cui dovrà necessariamente seguire un confronto. “Chiediamo, infatti – continua Mercanti – che si attivi quanto prima un tavolo tecnico dove poter affrontare, assieme al Governo, la questione di un graduale assorbimento delle graduatorie attraverso meccanismi che siano il più possibile condivisi e con regole certe”. Il messaggio è chiaro: “Tra tirocinanti, precari, vincitori e idonei c’è un mondo che gravita attorno alle pubbliche amministrazioni, non vogliamo farci la guerra tra noi, piuttosto creare una posizione unitaria”. Anche sulla proroga, però, ci sono diversi dubbi. “Serve almeno fino a dicembre 2018 – conclude il presidente del comitato – considerando che sono stati persi due anni per il blocco del turn over”. Un’altra perplessità riguarda i beneficiari. “Il nostro timore è che il governo possa prevedere la proroga solo delle graduatorie dove sono rimasti vincitori non assunti, escludendo quelle dove i vincitori sono stati assunti e gli idonei (o parte di essi) no. Sarebbe un grave errore”.

L’APPELLO DEL MUNVIC – Diverse le perplessità anche per il presidente del Munvic (Movimento unico nazionale vincitori idonei e concorsisti) che, insieme allo studio legale Leone/Fell e Associati ha presentato un esposto alla Commissione europea. Valeria Mancini, presidente del Movimento, ricorda, ad esempio, che a ottobre il movimento ha incontrato alcuni esponenti del Governo, che si erano detti “intenzionati a far passare la proroga di tutte le graduatorie ancora valide, già in Legge di stabilità”. D’altronde a ottobre, alla richiesta del presidente dell’AnciAntonio Decaro di prorogare la validità delle graduatorie il ministro Marianna Madia ha risposto: “Ritengo che, prima della fine dell’anno, sia possibile perfezionare l’adozione di un provvedimento normativo che disponga la proroga di tutte le graduatorie in scadenza al prossimo 31 dicembre”. Il Munvic sottolinea che non c’è alcun riferimento a quelle “in scadenza durante l’anno 2017”. Di più: “Nei verbali pubblicati sul sito della Camera dei Deputati sono riportate alcune preoccupanti dichiarazioni in riferimento agli emendamenti di proroga depositati e discussi in I Commissione Affari Costituzionali”. Tra le altre quelle della deputata Pd, Sesa Amici, sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio dei Ministri. “La sottosegretaria Sesa Amici – si legge nel verbale -, ricordato che il tema in questione è già stato affrontato nell’ambito della recente riforma della pubblica amministrazione, giudica inopportuno prevedere una proroga generale delle graduatorie, che prescinda da una specifica ricognizione del fabbisogno delle amministrazioni in relazione a ciascuna pianta organica. Rileva, inoltre, che un eccessivo prolungamento dell’efficacia delle graduatorie, a favore degli idonei, potrebbe compromettere l’accesso alla pubblica amministrazione tramite nuovi concorsi”. A questo punto il Munvic chiede chiarezza sulla posizione del Governo: “Sollecitiamo – dichiara Valeria Mancini – una presa di posizione pubblica da parte del Presidente del Consiglio dei Ministri Renzi”.