“Tina vagante”

Il lascito di Tina Anselmi: “Attenti che nessuna vittoria è irreversibile” 

da lastampa.it, 1 novembre 2016

 «Nessuna vittoria è irreversibile. Dopo aver vinto possiamo anche perdere, se viene meno la nostra vigilanza su quel che vive il Paese, su quel che c’è nelle istituzioni. Noi non possiamo abdicare, dobbiamo ogni giorno prenderci la nostra parte di responsabilità perché solo così le vittorie che abbiamo avuto sono permanenti». Questo il messaggio di impegno politico e civile lanciato da Tina Anselmi, prima donna ministro in Italia, in un documentario che Rai Storia le ha dedicato per la serie Italiani di Paolo Mieli (…).

Tina Anselmi, la prima donna ministro in Italia

dal F.Q. – 1 novembre 2016

È morta la scorsa notte all’età di 89 anni Tina Anselmi. Nata a Castelfranco Veneto il 25 marzo del 1927, partigiana durante la Seconda guerra mondiale, nel dicembre del 1944 si era iscritta alla Dc. Era stata la prima donna ad aver ricoperto la carica di ministro della Repubblica: fu nominata nel luglio del 1976 titolare del dicastero del lavoro e della previdenza sociale in un governo presieduto da Giulio Andreotti. Dopo quest’esperienza è anche ministro della Sanità nei governi Andreotti IV e V, diventando tra i principali autori della riforma che introdusse il Servizio Sanitario Nazionale. Nel 1981, nel corso dell’ottava legislatura, fu nominata presidente della Commissione d’inchiesta sulla loggia massonica P2, che ha terminato i lavori nel 1985.

Tina Anselmi nasce da una famiglia cattolica: il padre era un aiuto farmacista di idee socialiste e fu per questo perseguitato dai fascisti, la madre era casalinga e gestiva un’osteria assieme alla nonna. Frequenta il ginnasio nella città natale, quindi l’istituto magistrale a Bassano del Grappa. È qui che, il 26 settembre 1944, i nazifascisti costringono lei e altri studenti ad assistere all’impiccagione di 31 prigionieri per rappresaglia: decide così di prender parte attivamente alla Resistenza. Con il nome di battaglia di “Gabriella” diventa staffetta della brigata Cesare Battisti al comando di Gino Sartor, quindi passa al Comando regionale veneto del Corpo volontari della libertà. Intanto, nel dicembre dello stesso 1944, si iscrive alla Democrazia Cristiana e partecipa attivamente alla vita del partito.

Dopo la guerra si laurea in Lettere all’Università Cattolica di Milano, divenendo insegnante elementare. Nello stesso periodo è impegnata nell’attività sindacale in seno alla Cgil e poi, dalla sua fondazione nel 1950, alla Cisl: è dirigente del sindacato dei tessili dal 1945 al 1948 e del sindacato degli insegnanti elementari dal 1948 al 1955 (…).

***

Tina Anselmi, morta la “Tina vagante” della Dc. Dalla riforma sanitaria alla firma della 194. Contro le pressioni vaticane

Non solo la Commissione P2. La parlamentare democristiana scomparsa oggi si distinse per l’indipendenza dalle logiche di partito e di corrente. Visse come un declassamento lo spostamento dal ministero del Lavoro a quello della Sanità, ma subito si diede da fare per realizzare la nuova legge che nel 1978 eliminò le vecchie mutue e diede poteri alle Regioni. Contraria all’aborto, da ministro ne firmò il testo perché questo imponeva la sua carica, nonostante le fortissime pressioni contrarie dalle gerarchie ecclesiastiche.

*

Riproponiamo l’articolo di Salvatore Cannavò, pubblicato da Il Fatto Quotidiano il 19 novembre 2012, che ricorda fra l’altro il ruolo centrale di Tina Anselmi, scomparsa oggi a 89 anni, nella riforma sanitaria del 1978.

La “Tina vagante”, come la chiamavano nella Democrazia Cristiana, la riforma sanitaria la fece correndo. Su e giù per Roma, tra il ministero e Montecitorio, staffetta tra la Dc e la famiglia Moro di cui era amica. Assediata dal Vaticano, guardata con sospetto per il rapporto speciale con l’amica, e comunista, Nilde Jotti (che da presidente della Camera la volle a capo della Commissione P2). All’inizio visse lo spostamento al ministero della Sanità, da quello del Lavoro, come un declassamento: “Vuol dire che faremo una vacanza” disse al suo assistente più fidato, Enzo Giaccotto, segretario particolare e oggi Priore dell’Arciconfraternita dei Siciliani a Roma. Tina Anselmi ha 85 anni e Giaccotto accetta di parlare anche a nome suo: “Il 1978 fu l’anno del rapimento e dell’uccisione di Moro, il Pci era nell’area di governo, morirono due papi, di cui uno, Papa Luciani, caro amico di Anselmi”.

E quindi si correva, tra il ministero collocato all’Eur, Montecitorio, Monte Mario dove abitava la famiglia Moro. E ben presto la vacanza divenne solo una battuta dimenticata in fretta. Anche perché appena insediata alla Sanità, Tina Anselmi si trovò di fronte alla prima grana. “La legge 194, sull’interruzione volontaria di gravidanza, era stata approvata dal Parlamento anche con il suo voto contrario di cattolica, ma attendeva la firma del ministro. Le pressioni del Vaticano, fatte dalla Pastorale della Sanità, furono fortissime fino a minacciare la rottura dei rapporti. “Ma lei non indietreggiò, da ministro le sembrava inconcepibile derogare da un suo preciso dovere, firmare una legge approvata dalle Camere”.

In quell’anno vide la luce anche la legge Basaglia e nacque, poi, la riforma della Sanità. “Giaceva in Parlamento da 14 anni e non aveva mai trovato lo slancio giusto”, ricorda ancora Giaccotto. Il quadro politico (cioè l’accordo tra Dc e Pci che a quel tempo sosteneva il governo Andreotti) ne permise la realizzazione. “Il nostro interlocutore fu Giovanni Berlinguer” allora “ministro ombra” del Pci per la Sanità e uno dei padri della riforma. Il suo discorso alla Camera del 23 dicembre 1978 non ebbe incertezze: “Essa (la riforma, ndr) è il frutto dell’iniziativa del movimento operaio, rappresentato sia dalle organizzazioni sindacali che dai partiti della sinistra, partito comunista e partito socialista”. Aggiunge Giaccotto: “Infatti nella Dc si parlò di “salto nel buio” con pressioni dei settori più moderati – Andreotti, Piccoli, i Dorotei – per annacquare quella norma perché non era possibile dopo decenni di scomuniche al Pci condividere la stessa legge”.

La riforma eliminava le vecchie mutue, decentrava i poteri alle Regioni e alle Usl, erodeva potere e denaro alle strutture private, istituiva quattro princìpi cardine, come spiegò in aula il rappresentante della Dc, Bruno Orsini: “Globalità delle prestazioni, universalità dei destinatari, eguaglianza del trattamento, rispetto della dignità e della libertà della persona”. Era la legge che accompagnava i mutamenti civili e politici dell’Italia. A opporsi furono i partiti moderati come i repubblicani, rappresentati da Susanna Agnelli, che si astennero; mentre liberali e Msi, che fece tenere l’intervento contrario a Pino Rauti, votarono contro. “Per la riforma sanitaria – continua Giaccotto – il fatto di avere come ministro una “Tina vagante” fu un bene. Questa sua caratteristica di sfuggire agli ordini di partito o, peggio, di corrente, avrebbe poi garantito il lavoro svolto come presidente della Commissione P2”.

Da Il Fatto Quotidiano del 19 novembre 2012

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29 comments

  1. Partigiana, insegnante, sindacalista, parlamentare, prima donna a ricoprire l’incarico di ministro nella storia repubblicana. E’ stata tutto questo, la cattolica di ferro Tina Anselmi, ma il ruolo nel quale ha forse dimostrato di più il proprio impegno politico e civile è quello di presidente della Commissione parlamentare d’inchiesta sulla Loggia massonica P2. Quattro anni di lavoro scomodo e coraggioso, tra il 1981 e l’85, scavando nei segreti di un “nocciolo del potere fuori dalla scena del potere” dietro il quale si nascondevano affari e tangenti, legami con la mafia e lo stragismo, omicidi eccellenti e addirittura un progetto politico anti-sistema. Una sorta di “interpartito”, così fu definita la loggia guidata dal maestro venerabile Licio Gelli, che nelle sue liste raccoglieva 962 uomini tra i vertici del Paese. Cioè generali di carabinieri, finanza, esercito, aeronautica, marina, e poi parlamentari, banchieri, imprenditori, manager, editori, giornalisti, magistrati, personaggi vicini al Vaticano. Un’indagine di enorme portata, che toccava livelli impensabili, in cui la fantapolitica divenne realtà concreta. E che per la Anselmi si tradusse ben presto in un calvario di veti e interdizioni politiche, delegittimazioni, minacce inquietanti, come quando le fecero trovare tre chili di tritolo sotto casa. Una prova che affrontò e superò con un’imperturbabilità e con una fermezza assoluti, vestendo i panni di una sorta di “pubblico ministero del popolo”. Ispirandosi allo stesso senso del bene comune che l’aveva portata a vestire i panni della staffetta partigiana, quando non era ancora ventenne.

    http://www.corriere.it/politica/16_novembre_01/tina-anselm-commissione-p2-coraggio-minacce-5ddae1a6-a043-11e6-90f7-78e506adbf1c.shtml

          1. molto basic… per nulla ‘artistico’… sembra la continuazione di “Bound for Glory” di Woody Guthrie…
            descrive bene la scena di quegli anni e il rapporto con canzoni e musica… dipinge Van Ronk come una sorta di gigante (in qualche modo lo era)… diventa un po’ cupo, ma molto lucido, quando entra in crisi ché non riesce a gestire successo e media.

                1. il problema è che lessi qualche tempo fa il libro di portelli su guthrie… capisco bene che non è la stessa cosa, ma mi ha fatto diminuire la curiosità…. peccato.

                    1. hai pure ragione (a meno che non si tratti di musica classica. e soprattutto in italia, con mila, d’amico, ed altri). è andata così.

                    2. potrebbe valere anche per le altre arti. tutto dipende da quel che ci fai .
                      uno dei più grandi libri di estetica del novecento è di critica musicale (mi ha segnato un bel po’, più di quanto desiderassi, forse…)

                      in generale tutta la critica, di qualsiasi tipo, è un’attività necessariamente ‘parassitaria’. ciò non toglie che ci siano (stati) grandi testi di critica (d’arte, di musica, di letteratura, ecc.).

                      il problema per la musica rock (o folk, ecc.) è che spesso il livello è 1) basso – oppure al contrario 2) volutamente e indecentemente artificioso, lezioso, inutilmente fumoso

                    3. sì, vale anche per le altre arti. Non mi volevo dilungare.
                      Se si conoscono gli argomenti, e si cercano dati di “prima mano”, sono sempre preferibili le ‘menzogne’ di un artista piuttosto che le frustrazioni di un critico/studioso/giornalista.

                    4. Il solo fatto che qualcuno ‘studiato’ (di altro), cerchi di ‘raccontarmi’ una canzone o un quadro, mi fa sbellicare dalle risate.
                      Si può essere buoni critici di una disciplina solo praticandola.

                    5. beh, quelli che leggo io di norma praticavano, anche se non sempre o necessariamente a livello professionistico.

                    6. certo. La scelta ‘professionale’ riguarda un lavoro/sistema/denaro parallelo alla disciplina in sé… Almeno, così fu fino all’epoca di Warhol, poi le cose si incasinano un po’.

                    7. disciplina e popolarità producono strani paradossi.
                      A distanza di quasi 50 anni, se mostro questa immagine a mia madre, lei riconosce immediatamente Marilyn Monroe… mentre di Andy Warhol forse ha sentito il nome, ma non sa esattamente cosa sia.

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