Immagina. Cammina. Puoi.

Una risposta a Ciarli.

di Lame

Il virtuale è da sempre motore fondamentale della realtà, pensa alle idee, ai valori, alla memoria, agli affetti, alle arti, ai diritti, al linguaggio stesso…

C’è uno scarto linguistico che ci affligge quando parliamo di virtuale. Uno scarto che produce un grande inganno. In tutti i discorsi correnti quando si dice virtuale si intende in realtà un’altra cosa. Si dice virtuale, ma si intende digitale. Semplicemente viaggiante su supporti materiali diversi da quelli tradizionali. Quindi la posta virtuale, ad esempio, è semplicemente una forma di comunicazione che ha cambiato i propri supporti materiali, ma è materialissima nella sua pesantezza: per scrivere una email ho bisogno di un apparecchio senz’altro molto più pesante della carta e anche di una rete di server che possiamo facilmente comparare – in termini di pesantezza – alla rete di persone, mezzi e strutture della posta fatta dai postini. E la comunicazione cosiddetta virtuale è solo una forma di comunicazione che avviene senza avere bisogno di carta su cui scrivere o di suoni che siano trasmessi, ma che ha bisogno della stessa rete di server e di persone che li gestiscono di cui dicevo.
È in questo spostamento di senso che sta tutta la nostra diatriba (mia e di Ciarli), ma anche e soprattutto la grande illusione ottica di cui siamo tutti – chi più chi meno – vittime.
Ci hanno detto che si chiama virtuale e noi ci abbiamo creduto. La parola “virtuale” inconsciamente richiama alla nostra mente il suo significato originario: virtuale è qualcosa che (ancora) non esiste, che è solo in potenza, è solo nella nostra mente. Per questo istintivamente attribuiamo al cosiddetto virtuale capacità immaginative.
Ma facciamo un esperimento: sostituiamo nelle frasi la parola “virtuale” con la parola “digitale”. Immediatamente nelle nostre associazioni mentali inconsce tutto lo scintillio suscitato sempre dalla potenza delle idee, dalla capacità creativa sparisce. E rimane una vaga impressione di freddo, di inanimato.
La diatriba con Ciarli per me potrebbe finire qui.
Ma sospetto ci sia un altro effetto, perverso, del virtuale/digitale.
Chiamarlo semplicemente virtuale produce l’inconscia sensazione di un potere immaginifico. Quella capacità di “creazione” della realtà, delle idee, dei valori e via dicendo che è caratteristica (e secondo me scopo, dal punto di vista evolutivo) dell’immaginazione.
Immaginare è un’attività estremamente gratificante per il cervello. Dal punto di vista biochimico. Il cervello letteralmente gode quando immagina.
Qui il trucco si fa pesante.
Se scrivere un’email o postare su FB (estremizzo, c.v.s.d.) ci suscita la sensazione anche fisica di aver “immaginato”, “creato” qualcosa, il nostro cervello avrà ricevuto la sua dose quotidiana. Avrà avuto quello schizzo del cocktail divino della creazione che lo soddisfa. Quindi sarà meno avido e impiegherà meno energia nel produrre idee, “immaginazione”.
Lentamente, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, qualunque cosa scritta su FB sarà sufficiente a placarci. Indipendentemente da quello che abbiamo prodotto.
Lentamente, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, la nostra capacità di immaginare viene degradata in un simulacro di immaginazione dove non importa se ci sia un’idea nuova o la semplice ripetizione di quel che abbiamo sentito in giro. Basta che sia andata per via “virtuale” e noi siamo contenti.
So che mi accuserete di crociata anti-qualunque-cosa, ma fate una prova.
Passate una giornata intera su un social qualsiasi. Poi passate il giorno seguente a guardare il mare (o le montagne, non fa differenza). E infine provate ad osservare quali immagini passano per il vostro cervello alla fine di ognuna delle due giornate.
Il mio esperimento mi dice che quando passo non dico una giornata, ma appena alcune ore su un qualunque schermo mi sento svuotata. Cervello spento. Al contrario mi basta camminare all’aperto un paio d’ore per sentire le scintille che si accendono in testa.
L’idea che mi sono fatta è che l’immaginazione (quella che produce idee, valori etc) abbia bisogno di incorporazione. Sensazioni fisiche provocate da aria, luce, vento, ma anche e soprattutto da altri corpi. E che si accenda al meglio nell’incontro/scontro tra i corpi. Non importa se quei corpi discutono di essenza dell’io o dell’ultima partita della Juve: sono corpi che si connettono e si accendono. L’immaginazione ha bisogno di connessione umana e sociale. E di conseguenza tutto il tempo che passiamo sul digitale è tempo rubato alla possibilità di immaginare.
La domanda che mi resta è: questo trucco del virtuale che è digitale è solo una strana casualità? O qualcuno l’ha pensato per bene?

#oraesiemprecomplottista

P.s. Credete forse che questo blog sarebbe sopravvissuto così a lungo, incredibilmente, se non ci fossimo annusati di persona? Se quasi ognuno di noi non sapesse che facce ci sono dietro i nick?

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243 comments

  1. ………………………………………………………………………….
    Presto, i compagni incitando, ordinai
    che le bestie giacenti, scannate dal bronzo crudele,
    scuoiassero e ardessero e supplicassero i numi,
    l’Ade invincibile e la tremenda Persefone:
    ma io, la spada affilata dalla coscia sguainando,
    sedevo e non lasciavo le teste esangui dei morti
    avvicinarsi al sangue, prima che interrogassi Tiresia.
    Venne per prima l’anima del mio compagno Elpènore,
    perché non era sepolto sotto la terra ampie vie;
    il corpo in casa di Circe l’avevamo lasciato,
    incompianto e insepolto: altro bisogno premeva!
    Io piansi a vederlo, provai pena in cuore
    e a lui rivolto parole fugaci dicevo:
    «Elpènore, come scendesti, sotto l’ombra nebbiosa?
    Tu a piedi hai fatto più presto di me su nave nera».
    Così dissi e piangendo mi ricambiava parole:
    «Divino Laerziade, accorto Odisseo,
    la mala sorte d’un nume m’ha perso e il vino infinito.
    Di Circe sul tetto dormendo, scordai
    di tornare all’alta scala per scendere:
    a capofitto caddi dal tetto e l’osso del collo
    mi ruppi, l’anima scese giù all’Ade.
    Ora in nome dei vivi ti prego, che non sono qui,
    della sposa, del padre che ti nutrì bambino,
    di Telemaco, l’unico figlio che in casa hai lasciato.
    So che partendo di qui, dalla casa dell’Ade,
    all’isola Eèa fermerai la solida nave.
    ……………………………………………………………………….

      1. per me?????
        è tutto il giorno che parlate di ade e quello da ricoverare sarei io che cito i classici????
        ma dimmi tu……..

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