Paura, merce politica

La civiltà nasce dalle paure che oggi il potere trasforma in merce politica

Questo brano è tratto dal libro di Bauman «Moral Blindness. The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity», dialogo con Leonidas Donskis in traduzione presso l’editore Laterza.

di ZYGMUNT BAUMAN

La paura è parte integrante della condizione umana. Potremo anche riuscire a eliminare una a una la maggior parte delle minacce che ingenerano paura (proprio a questo serviva secondo Freud la civiltà come organizzazione delle cose umane: a limitare o a eliminare del tutto le minacce dovute alla casualità della Natura, alla debolezza fisica e all’inimicizia del prossimo): ma almeno finora le nostre capacità sono ben lontane dal cancellare la «madre di tutte le paure», la «paura delle paure», quella paura ancestrale che deriva dalla consapevolezza della nostra mortalità e dall’impossibilità di sfuggire alla morte. Anche se oggi viviamo immersi in una «cultura della paura», la nostra consapevolezza che la morte sia inevitabile è il principale motivo per cui esiste la cultura, prima fonte e motore di ogni e qualsiasi cultura. Si può anzi concepire la cultura come sforzo costante, perennemente incompleto e in linea di principio interminabile per rendere vivibile una vita mortale. Oppure si può fare un ulteriore passo avanti: è la nostra consapevolezza di essere mortali, e dunque la nostra perenne paura di morire, a renderci umani e a rendere umano il nostro modo di essere-nel-mondo.

La cultura è il sedimento del tentativo incessante di rendere possibile vivere con la consapevolezza della mortalità. E se per puro caso dovessimo diventare immortali, come qualche volta (stoltamente) sogniamo, la cultura si fermerebbe di colpo, come hanno compreso sia Joseph Cartaphilus di Smirne, l’infaticabile cercatore della Città degli Immortali ideato da Jorge Luis Borges, sia Daniel, l’eroe de La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq destinato a essere clonato e riclonato all’infinito. Joseph Cartaphilus accerta di persona che Omero, essendosi reso conto della propria immortalità, e sapendo «che in un tempo infinito a ogni uomo accadono tutte le cose» e che dunque per questa stessa ragione sarebbe «impossibile […] non comporre, almeno una volta, l’Odissea», è destinato a ritornare troglodita. E Daniel25 comprende che una volta cancellata la prospettiva della fine del tempo e assicurato il carattere infinito dell’esistenza, «il solo fatto di esistere è già una sciagura» e la tentazione di rinunciare alla prerogativa della ulteriore clonazione andando verso «un nulla semplice, una pura assenza di contenuto», diventa irresistibile.

È stata proprio la consapevolezza di dover morire, della inevitabile brevità del tempo, della possibilità o probabilità che le visioni rimangano ir-realizzate, i progetti in-compiuti e le cose non fatte, a spronare gli uomini ad agire e l’immaginazione umana a spiccare il volo. È stata questa consapevolezza a rendere necessaria la creazione culturale e a trasformare gli esseri umani in creature culturali. Fin dai suoi albori, e per tutta la sua lunga storia, il motore della cultura è stato la necessità di colmare l’abisso che separa il transitorio dall’eterno, il finito dall’infinito, la vita mortale da quella immortale; l’impulso a costruire un ponte per passare da una parte all’altra del precipizio; l’istinto di consentire a noi mortali di incidere durevolmente sull’eternità, lasciandovi un segno immortale del nostro pur fugace passaggio.

Tutto ciò naturalmente non significa che le sorgenti della paura, il luogo che essa occupa nell’esistenza e il punto focale delle reazioni che evoca siano immutabili. Al contrario, ogni tipo di società e ogni epoca storica hanno le proprie paure, specifiche di quel tempo e di quella società. Se è incauto baloccarsi con la possibilità di un mondo alternativo «senza paura», descrivere invece con precisione i tratti distintivi della paura nella nostra epoca e nella nostra società è condizione indispensabile alla chiarezza dei fini e al realismo delle proposte.

I nostri progenitori quando avevano sete tracannavano la loro dose quotidiana di acqua dai torrenti, dai fiumi, dai pozzi, persino dalle pozzanghere… Noi acquistiamo in un negozio una bottiglia di plastica sigillata piena d’acqua, la portiamo tutto il giorno con noi, ovunque andiamo, e ogni tanto ne beviamo un sorso. È questo oggi a «fare la differenza», la stessa differenza che intercorre tra le paure contemporanee e quelle dei nostri antenati. In entrambi i casi, la differenza è la commercializzazione. Come l’acqua, la paura è diventata un prodotto di consumo ed è stata assoggettata alla logica e alle regole del mercato. È stata poi trasformata in merce politica, in valuta utile a condurre il gioco del potere. La quantità e l’intensità della paura nelle società umane non rispecchiano più la gravità oggettiva o l’imminenza del pericolo, ma l’abbondanza di offerte sul mercato e l’intensità della promozione (o propaganda) commerciale.

(traduzione di Fabio Galimberti)

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37 comments

  1. ot:
    http://ugobardi.blogspot.it/2017/01/arpaia-e-il-fantaclima-il-coraggio-di.html

    In Italia, Bruno Arpaia prova a costruire una narrativa del futuro basata sui risultati della scienza del Clima, con “Qualcosa là Fuori” (*), un primo ingresso della letteratura italiana nel genere Climate Fiction. Ne viene fuori un romanzo durissimo e spietato. Una storia del futuro basata su un destino di stile siriano della penisola italiana i cui cittadini si ritrovano in un paese devastato dalla siccità, trasformati in nuovi profughi alla ricerca della sopravvivenza nelle regioni del Nord Europa. Pur non essendo uno scienziato, Arpaia conosce bene i risultati della scienza del clima e li interpreta in modo sostanzialmente corretto. Lo scenario che dipinge può essere pessimista, ma è ampiamente entro i limiti di quello che i modelli climatici ci presentano come possibile.

  2. Fuori tema

    Stiamo vivendo l’epocale e irreversibile cancellazione del potere biologico maschile. […] E’ assurdo, mentre assistiamo all’inizio della dissoluzione di un sistema di oppressione di genere vecchio di quarantamila anni, continuare a ritenere che l’abolizione di un sistema economico che di anni ne ha appena duecento sia un’utopia irrealizzabile.

    Paul Mason – Postcapitalismo – Il Saggiatore 2016 – pagg. 335-336 – Euro 22

    (Non è che il testo mi convinca granché, ma è pieno di spunti interessanti)

      1. La prima affermazione è un po’ forzata. In particolare non dice in quanta parte del mondo sta accadendo. Ma è mitigata dalla seconda frase dove parla dell’ inizio della dissoluzione di un potere di genere, ecc. Credo che, pur con contraddizioni, in “occidente” il processo stia proseguendo da circa un secolo. Che sia irreversibile è dubbio. Temo molto che il potere maschile finisca per prevalere, paradossalmente, esercitato congiuntamente da una classe di personcine deprecabili di ambo i generi.

  3. Lo so che non è amabile parlare di morte la domenica mattina, esattamente all’ora che sta tra la colazione e il bianco domenicale al bar.
    Però questo pregevolissimo post (grazie T9) mi offre uno spunto per dire delle cose che mi girano in testa da tempo.
    Baumann dice che la morte è indispensabile per poter vivere la vita.
    Detta così sembra buddismo d’accatto.
    Per me, da tempo, è una sensazione di pelle.
    Tutto quello che mi arriva dall’esterno, dal di fuori del mio involucro corporeo, continua sottilmente a dirmi che “la morte si può battere” (ho visto tempo fa la dichiarazione di un qualche genio dell’innovazione che si propone di “risolvere la morte”).
    Ci hanno portato a credere che davvero sia possibile sconfiggere la morte, la nostra paura primigenia. Senza dirci qual’è il prezzo di questa del tutto illusoria possibilità (ricordate Faust?)
    Niente e quasi nessuno in questo tempo si azzarda a parlare del limite, di quello che “non possiamo fare”. È contro la religione dominante.
    Togliendo la morte dal nostro panorama (dobbiamo essere sempre giovani, sempre potenti, sempre vincenti) siamo diventati esseri inconsistenti.
    Invece io credo che noi dobbiamo riconciliarci con la morte (che è anche coscienza della nostra finitezza, dei nostri limiti e – di conseguenza – dei limiti del pianeta, ad esempio). Perchè è dentro la coscienza della morte che stanno alcune qualità oggi poco in voga (e di cui avremmo davvero bisogno): l’eroismo, tanto per dirne una, la forza di fare scelte basate sui principi e non sulla convenienza. Scelte che possono portarci alla morte. Ma è quello che riusciamo a fare prima di morire, una volta accettato il fatto che ci toccherà, che secondo me inietta spessore nei nostri sentimenti. Ci fa sentire “vivi”.
    Probabilmente avete già chiamato il pronto soccorso psichiatrico e quindi mi permetto anche un’ultima confessione. Mi sono sempre detta, anche quando avevo ancora gli ormoni della gioventù, che quello che volevo era vivere in modo tale da fare tutto il possibile per avere una “buona morte”. Una morte umana. Di più, sinceramente, non ho mai chiesto.

    1. Esistono ancora eroi nel nostro tempo: in questi giorni in Francia si parla dei delitti di umanita’ dell’agricoltore Herrou del professor Mannoni e di molti altri che hanno affrontato a testa alta multe e processi, i passeurs umanitari che in Francia aiutano illegalmente i migranti. Ci si puo’ mettere in gioco anche senza rischiare la vita. Molti volontari la rischiano andando in paesi pericolosi. E’ sempre il sacrificio di pochi (relativamente) che salva il mondo. I famosi giusti. Questa deriva della rimozione della morte ha a che fare, in occidente, con la perdita di terreno delle religioni (non so quale sia venuta prima o se i due fenomeni siano concomitanti). La religione cattolica, di suo, e’ molto carnale, a cominciare dall’eucarestia. I ricordi della mia infanzia sono ricchi di gite nei piu’ svariati santuari del nord Italia, dove sempre mi colpiva l’orrore delle relique dei santi.
      La rimozione della morte impedisce anche una percezione realistica di quanto sia nelle possibilita’ della medicina. Ci si aspetta tutto e quando si realizza che non e’ cosi’, in modo traumatico in un momento di grande fragilita’, alcuni rifiutano l’impossibilita’.

    2. Ho come la sensazione che, tanto per cambiare, questa faccenda della paura della morte sia una questione di classe e, direi, di classe media.
      Chi sta male o peggio, ha altro di cui preoccuparsi e per alcuni la morte è una liberazione. Per non parlare dei disperati che oggi si garantiscono una goduria in cielo da “martiri” in terra, più esattamente carnefici di “infedeli”. Peraltro, alle origini del cristianesimo, moltitudini (?) scelsero il martirio per lo stesso motivo (il paradiso), anche se, a loro merito, non trascinarono nessuno con sé.
      Chi sta benissimo ha tante di quelle “droghe” con cui distrarsi (prima tra tutte, e più nefanda per gli altri, il potere) che proprio il pensiero del trapasso penso non lo sfiori.
      Chi sta bene, invece, teme di non fare in tempo a stare benissimo e dunque l’idea della morte è parecchio rognosa.

      OK: la paura della morte opera prevalentemente a livello inconscio e la relativa inquietudine sfocia in comportamenti vari, secondo la condizione che uno vive. E dunque Bauman non ha tutti i torti.

  4. Consentitemi una piccola riflessione riguardante L’Unità. Salvo improbabili novità sembra destinato alla definitiva chiusura.La cosa non mi meraviglia e ,tutto sommato, meglio così.L’Unità renziana era nata su presupposti completamente sballati. Il vecchio giornale del PCI aveva un senso ed una accettabile situazione economica perchè radicalmente ancorato ad una visione politica. Chi lo comprava era parte di questa visione e ne condivideva traguardi e strategie.Veniva quasi esibito a dimostrare l’appartenenza ad una classe , a un movimento specifico. In una fase della mia vita ne ho anche subito le conseguenze.Lavoravo per una azienda e tutte le mattine il giornale in questione faceva bello sfoggio sulla mia scrivania.Qualcuno in alto lo ha notato e , anche senza dichiararlo mai ufficialmente, ha deciso di stroncarmi la carriera.Potevo farne a meno? Certo ma erano tempi in cui per difendere certi principi generali rischiavi in proprio.Renzi ha preteso di trasformare L’Unità in quello che era Il Popolo la controparte democristiana del giornale comunista. Almeno cambiagli il nome.A queste condizioni come poteva minimamente pensare che i vecchi lettori continuassero ad acquistarlo? Nel giornale è iniziata una guerra feroce fra gli stessi giornalisti per trovare il colpevole.Secondo me basterebbe che si guardassero allo specchio per trovare il primo.A cominciare da Rondolino , il più squallido notista politico degli ultimi 20 anni.

    1. Ma di che parli?

      L’Unità si è trovata sull’orlo del fallimento (e sospeso le pubblicazioni) già un paio di volte almeno…

      Ben prima di Renzi.

      Siete talmente in malafede che dareste la colpa a Renzi anche del buco dell’ozono.

              1. Sarà.

                Ripeto:
                insediamento governo Renzi: 21 febbraio 2014
                cessazione (non la prima) della pubblicazione de L’Unità: 1 agosto 2014

                Ora, io capisco che il fatto Renzi c’entri o non c’entri, in questo e altro, può essere opinabile.
                Nella versione del medesimo il 40,8 per cento alle europee è roba sua, mentre alle amministrative (flop) “il risultato dipende dal singolo candidato”.
                E, naturalmente, ribadito nell’intervista oggi a La repubblica, il 59 per cento del “No” “è molto diviso al suo interno”, mentre il 41 per cento del “Sì” no.
                Per non parlare, sempre nella stessa intervista, dell’eroismo del ragazzo che si è “dimesso tre volte … La prima domenica sera. La seconda davanti a Mattarella, lunedì. Poi il Presidente mi ha chiesto di portare a casa la legge di bilancio, l’abbiamo fatta in 48 ore. E con 173 voti a favore presi al Senato mi sono dimesso per la terza volta”.

                Verità, dolce chimera sei tu.

                1. Non capisco cosa tu voglia contestare di quell’intervista…

                  Forse vuoi dire che le elezioni europee e amministrative sono la stessa cosa?
                  Che il 60% di un voto anti-Renzi (come dichiarato da tutti quelli che poi si sono ritrovati nel 60%) è invece politicamente omogeneo? a chi?
                  Che Renzi non si è dimesso?

                  Già, la verità risulta distorta a chi la guarda dalle lenti della propria ossessione…

                  Al governo c’è Gentiloni, ora…

                    1. Se non vedi il fariseo
                      quando leggi Matteo
                      il caso è: sei miope o ne sei cicisbeo?

                      Siccome tendo a pensare il meglio del mio prossimo, propendo per la miopia.

                      Nessuno dotato di buon senso affermerà che il 60 per cento degli elettori che hanno votato NO al referendum si traduca in un 60 per cento elettorale a una sola forza politica.
                      E’ il buon, si fa per dire, Renzi che ascrive il 40 per cento che ha votato SI al consenso elettorale al PD.

                      Il tempo dirà chi sbaglia.

                      A latere: il vero problema è che nel PD chi strillotta “il Segretario è nudo” non è un bimbo innocente, e dunque non ha la credibilità per aprire gli occhi ai catarattati (per opportunismo).

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