Il nuovo che avanza (speriamo che non sia un’Alba Dorata)

di Yanis Varoufakis- 11 novembre 2016 – The Conversation

L’elezione di Donald Trump simbolizza la fine di una straordinaria era. È stato un tempo in cui abbiamo visto il curioso spettacolo di una superpotenza, gli USA, che diventavano più forti grazie a – piuttosto che nonostante – il suo proliferante deficit. È stato straordinario anche a causa dell’improvviso afflusso di due miliardi di lavoratori – da Cina ed Europa Orientale – nella catena di distribuzione internazionale del capitalismo. Questa combinazione ha dato al capitalismo globale uno storico slancio, mentre al contempo sopprimeva le quote di reddito e prospettive del lavoro in Occidente.

Il successo di Trump arriva nel momento in cui questa dinamica si esaurisce. La sua presidenza rappresenta una sconfitta per i democratici liberal dappertutto, ma contiene importanti lezioni – e altrettanza speranza – per i progressisti.

Dalla metà degli anni ’70 fino al 2008, l’economia USA ha mantenuto il capitalismo globale in un equilibrio instabile, ma finemente bilanciato. Ha risucchiato nel suo territorio le esportazioni nette di economie come quelle di Germania, Giappone e più tardi Cina, fornendo alle fabbriche più efficienti del mondo la domanda necessaria. Come è stato pagato questo crescente deficit commerciale? Con il ritorno a Wall Street di circa il 70 per cento dei profitti fatti dalle multinazionali straniere, che venivano investiti nei mercati finanziari americani.

Per far funzionare questo meccanismo di riciclaggio, Wall Street doveva essere liberate da tutti i vincoli; rimasugli del New Deal del presidente Roosevelt e l’accordo post guerra di Bretton Woods che cercava di regolare i mercati finanziari. Questo è il motivo per cui i funzionari di Washington erano così desiderosi di deregolare la finanza: Wall Street procurava il canale attraverso cui crescenti influssi di capitale dal resto del mondo equilibravano i deficit USA i quali, a loro volta, fornivano al resto del mondo la domanda aggregata che stabilizzava il processo di globalizzazione. E così via.

Il risultato

Tragicamente, ma anche molto prevedibilmente, Wall Street ha proceduto a costruire impenetrabili piramidi di denaro privato (altrimenti note come derivati strutturati) sopra ai flussi di capitale in entrata. Quel che è accaduto nel 2008 è qualcosa che i bambini piccoli che hanno cercato di costruire un castello di sabbia infinitamente alto sanno bene: le piramidi di Wall Street sono collassate sotto il loro stesso peso.

È stato il “momento 1929” della nostra generazione. Le banche centrali, guidate dal capo della Fed Ben Bernanke, uno studioso della Grande Depressione degli anni ’30, si sono precipitate per prevenire una ripetizione degli anni ’30 rimpiazzando il denaro privato evaporato con credito pubblico facile. La loro mossa ha evitato una seconda Grande Depressione (eccetto per i punti più deboli come la Grecia e il Portogallo) ma non non hanno avuto la capacità di risolvere la crisi. Le banche sono state rimesse a galla e il deficit commerciale USA è ritornato ai suoi livello pre-2008. Ma la capacità dell’economia americana di equilibrare il capitalismo mondiale era scomparsa.

Il risultato è la Grande Deflazione Occidentale, segnata da tassi di interesse ultra bassi o negativi, prezzi in caduta e lavoro svalutato dappertutto. Come percentuale del reddito globale, i risparmi totali del pianeta sono ad un livello record mentre gli investimenti aggregati sono al livello più basso.

Mentre si accumulano così tanti risparmi inutilizzati, il prezzo del denaro (cioè il tasso di interesse) e in effetti di ogni cosa, tendono a cadere. Questo sopprime gli investimenti e il mondo finisce in un equilibrio di di bassi investimenti, bassa domanda, bassi ritorni. Proprio come nei primi anni ’30, questo ambiente produce xenofobia, populismi razzisti e forze centrifughe che stanno facendo a pezzi istituzioni che erano la gioia e l’orgoglio dell’Establishment Globale. Date un’occhiata all’Unione Europea o al TTIP.

Pessimo affare

Prima del 2008 i lavoratori negli USA, in Gran Bretagna e nella periferia d’Europa erano placati con la promessa dei “guadagni da capitale” e del credito facile. Le loro case, gli era stato detto, potevano solo incrementare il loro valore, sostituendo la crescita della retribuzione. Contemporaneamente il loro consumismo poteva essere finanziato attraverso secondi mutui, carte di credito e il resto. Il prezzo era il loro consenso ad un graduale arretramento del processo democratico e la sua sostituzione con una “tecnocrazia” intenta a servire fedelmente, e senza scrupoli, l’interesse dell’1%. Ora, otto anni dopo il 2008, queste persone sono arrabbiate e lo sono sempre più.

Il trionfo di Trump completa la ferita mortale che questa era ha sofferto nel 2008. Ma la nuova era che la presidenza Trump inaugura, prefigurata dalla Brexit, non è per niente nuova. È, in effetti, una variante post-moderna degli anni ’30, completa di deflazione, xenofobia e politiche di divide et impera. La vittoria di trump non è isolata. Rafforzerà indubbiamente le politiche tossiche scatenate dalla Brexit, l’evidente fanatismo di Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen in Francia, la crescita di Alternative für Deutschland, le “democrazie illiberali” emergenti nell’Europa dell’Est, Alba Dorata in Grecia.

Fortunatamente Trump non è Hitler e la storia non ripete mai se stessa fedelmente. Grazie al cielo il grande business non sta finanziando Trump e i suoi amichetti europei allo stesso modo in cui aveva finanziato Hitler e Mussolini. Ma Trump e le sue controparti europee sono riflessi di una emergente Internazionale Nazionalista che il mondo non ha visto più dagli anni ’30.

Esattamente come negli anni ’30, così anche ora un periodo di “crescita Ponzi” alimentata dal debito, progetti monetari difettosi e la finanziarizzazione hanno portato a crisi bancarie che hanno generato forze deflazionarie le quali hanno creato un mix di nazionalismo razzista e di populismo. Esattamente come nei primi anni ’30, così anche ora un establishment incompetente punta i fucili contro i progressisti come Bernie Sanders e il nostro primo governo Syriza del 2015, ma finisce messo sottosopra da bellicosi razzisti nazionalisti.

Risposta globale

Lo spettro di questa Internazionale Nazionalista può essere assorbito o sconfitto dall’Establishment Globale? Ci vuole un bel po’ di fede per pensare che possa farlo, visto lo stato di profonda negazione e persistente mancanza di coordinazione dell’Establishment. C’è un’alternativa? Io penso di sì: una Internazionale Progressista che resista alla narrativa dell’isolazionismo e promuova un internazionalismo umanista inclusivo al posto della difesa fatta dall’Establishment neoliberista dei diritti del capitale di globalizzare.

In Europa questo movimento esiste già. Fondato a Berlino lo scorso febbraio, il Movimento per la Democrazia in Europa (DiEM25) sta tentando di ottenere ciò che una precedente generazione di europei non è riuscita a fare negli anni ’30. Vogliamo rivolgerci ai democratici attraverso i confini e le linee di partito chiedendo loro di unirci per mantenere i confini e i cuori aperti mentre pianifichiamo politiche economiche sensate che consentano all’Occidente di imbracciare di nuovo la nozione di prosperità condivisa, senza la “crescita” distruttiva del passato.

Ma l’Europa chiaramente non è abbastanza. DiEM25 incoraggia i progressisti negli USA, che hanno sostenuto Bernie Sanders e Jill Stein, in Canada e in America Latina ad unire le forze in un Movimento per la Democrazia nelle Americhe. Stiamo anche cercando progressisti nel Medio Oriente, specialmente coloro che stanno spargendo il loro sangue contro l’ISIS, contro la tirannia e contro i regimi fantoccio dell’Occidente, per costruire un Movimento per la Democrazia nel Medio Oriente.

Il trionfo di Trump arriva con dei risvolti positivi. Dimostra che siamo ad un bivio in cui il cambiamento è inevitabile, non solo possibile. Ma per assicurare che non sia il tipo di cambiamento che l’umanità ha sofferto negli anni ’30, abbiamo bisogno di movimenti che saltino fuori e forgino una Internazionale Progressista per spingere passione e ragione di nuovo al servizio dell’umanismo.

fonte: https://theconversation.com/trump-victory-comes-with-a-silver-lining-for-the-worlds-progressives-68523

traduttore Lame

52 comments

  1. “….una variante post-moderna degli anni ’30, completa di deflazione, xenofobia e politiche di divide et impera….”

    Con una variante: ci siamo fumati tutto. Metalli, idrocarburi, suolo, acqua. Anche l’aria. Praticamente non c’è più niente di integro o facilmente utilizzabile intorno a noi. Nel medio termine questo fattore manifesterà tutto il suo peso: non ci saranno facili “riprese” o improvvisi “miracoli”. Sarà dura.

  2. A fronte delle bufale di regime e del linciaggio misogino a cui e’ sottoposta quotidianamente la Raggi da parte dei mass merda (che solo rare voci denunciano: http://www.ilfattoquotidiano.it/2017/01/30/caso-raggi-nel-diffondere-bufale-ce-del-metodo/3349592/), ieri la giunta di Roma ha ottenuto l’approvazione del bilancio previsionale entro non solo i termini di legge, ma entro quelli premiali. Ereditando uno sconquasso di 10 anni di mafia e debiti che superano i 20 miliardi di euro, sono riusciti a mettere ordine e fare investimenti tagliando sprechi, soprattutto nel sociale e nei trasporti.
    Milano: non pervenuta ..
    E di questo ovviamente nessuno del regime dira’ mai nulla, se non un trafiletto nascosto.

    Namm, io mi ascolterei un po’ queste parole e le confronterei con quello che quotidianamente vomita il regime: poi decidi tu

  3. ot:
    http://www.possibile.com/quesito-possibile-sui-licenziamenti-illegittimi-ammissibile/

    È stata pubblicata la sentenza della Corte costituzionale con cui è stato dichiarato inammissibile il referendum sui licenziamenti illegittimi.

    Si tratta della n. 26 del 2017, dalle cui prime righe si comprende immediatamente che il verdetto non è stato facile, che il Collegio si è diviso. La relatrice, giudice Sciarra, è stata infatti sostituita per la redazione dal vicepresidente Lattanzi, come normalmente avviene soltanto nei casi in cui la soluzione proposta dal relatore risulti minoritaria.

    Nel merito, i motivi di incostituzionalità – come avevamo paventato – sono due: il carattere manipolativo del quesito e la sua assenza di omogeneità.

    Il primo aspetto è stato valutato indubbiamente dalla Corte con un certo rigore, in questa occasione, almeno in relazione alla norma su cui la motivazione si sofferma: quella relativa ai limiti dimensionali delle aziende alle quali si applica la disciplina dell’art. 18 dello statuto dei lavoratori. Infatti, è vero che il tentativo di estendere a tutte le imprese il limite oggi previsto per quelle agricole non rappresentava l’espansione di un criterio già previsto in via residuale (per la generalità delle imprese), come nel caso della sentenza n. 13 del 1999, che giunse infatti alla dichiarazione di ammissibilità, ma è anche vero che non si trattava di un limite ricavato da tutt’altro contesto normativo, come nel caso della sentenza n. 36 del 1997, con cui vennero per la prima volta indicati i termini in cui i ritagli di testo rendono un quesito referendario inammissibile.

    Rispetto al requisito della omogeneità (cioè la necessità che la domanda sia univoca, in modo tale da consentire quella sola risposta che l’elettore ha a disposizione), invece, la sua mancanza pare, in effetti, più evidente. Infatti, la domanda concerneva l’abrogazione sia del decreto legislativo n. 23 del 2015, che sostituisce l’art. 18 per gli assunti dopo l’entrata in vigore dello stesso, sia di ampie parti dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, come modificato da successive leggi degli ultimi anni (in particolare la legge Fornero), che continua ad applicarsi per gli assunti fino alla suddetta data. Ora, la Consulta precisa che «i due corpi normativi […] sono all’evidenza differenti, sia per i rapporti di lavoro ai quali si riferiscono (iniziati prima o dopo l’entrata in vigore del decreto legislativo n. 23 del 2015), sia per il regime sanzionatorio previsto». È per questo che le richieste sono «disomogenee e suscettibili di risposte diverse». Infatti, «l’elettore potrebbe ben volere l’abrogazione del decreto legislativo n. 23 del 2015 […], senza però volere allo stesso tempo anche la radicale modificazione dell’art. 18, oggetto di richiesta abrogativa».

    Ora, dobbiamo ricordare che, nell’estate 2015, chi scrive, Giuseppe Civati, Luca Pastorino e altri otto elettori, depositarono presso la cancelleria della Corte di Cassazione una richiesta di abrogazione del decreto legislativo n. 23 del 2015, che avrebbe eliminato la tutela attenuata per i licenziamenti illegittimi degli assunti successivamente all’entrata in vigore di quel decreto. Ecco, in base all’odierna sentenza, risulta chiaramente che quel quesito non avrebbe presentato né il limite della manipolatività né quello dell’omogeneità (mai eccepiti, in effetti, quando si richiede la abrogazione di un intero testo normativo), risultando ammissibile.

    Quindi, se, nell’estate 2015, alle forze di Possibile si fossero unite quelle di chi ha raccolto le firme per il referendum respinto, i cittadini avrebbero potuto votare (già nella scorsa primavera, con il quesito sulle trivellazioni in mare) per restituire ai lavoratori una tutela migliore contro i licenziamenti illegittimi.

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