Assemblea senz’anima

segnalato da Barbara G.

Un’assemblea senza anima avvicina la scissione del Pd

Nella riunione di sette ore parlano tutti i leader, renziani e di minoranza, Ma le parole più importanti arrivano alla fine, a telecamere spente, con Emiliano, Speranza e Rossi che accusano Renzi di “aver scelto la strada della scissione”. Da oggi il M5S è il primo partito del Paese. I democratici sono ormai bruciati.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 19/02/2017

La svolta arriva alla fine, quando l’assemblea del Pd è ormai terminata da più di un’ora. Via i delegati, i curiosi, i contestatori, le telecamere, le guardie rosse, ecco la nota dei tre tenori, Michele Emiliano, Enrico Rossi e Roberto Speranza alle sette di sera, in tempo per i tg, con la parola esorcizzata, invocata, temuta, carezzata per tutta la giornata: «Renzi ha scelto la strada della scissione», scrivono i tre. E questa volta, a quanto pare, è davvero finita. Tra accuse reciproche: decisione già presa, avanspettacolo.

L’annuncio dell’addio arriva dopo un’assemblea di sette ore, all’hotel Parco dei Principi immerso nei Parioli, tra stucchi dorati, lampadari, finti busti neo-classici. Di fronte ai recinti del bioparco si alterna al microfono il bestiario del partito che governa il Paese: i falchi, le colombe, le volpi, i leoni, le faine, i serpenti, le iene e le belle gioie. Il dolore, più volte tirato in ballo, i sentimenti e i risentimenti, le trappole, i trabocchetti.

La sottosegretaria Maria Elena Boschi, silente e a lungo inquadrata dalla regia. Le convergenze parallele: attribuite da sempre al pugliese Aldo Moro per il centro-sinistra (ma lui, in realtà, non pronunciò mai questa frase), sembrano rivivere in formato per così dire minore alle cinque del pomeriggio, quando al microfono a sorpresa chiede di intervenire il presidente della Puglia Michele Emiliano. Al raduno del teatro Vittoria nel quartiere Testaccio era stato il più duro del trio contro Renzi: «Vi chiedo scusa di averlo votato». Per tutto il giorno c’è il mistero sulle sue reali intenzioni, gli spin renziani fanno sapere che è pronto a tradire Rossi, Speranza e Bersani (e Massimo D’Alema). E il governatore sembra confermare i sospetti. Si traveste da agnello. Sventola il ramoscello della pace. Afferma che se Renzi farà un passo indietro, lui ne farà altrettanti, «per fare cento passi in avanti». Fino alla mozione di fiducia: «Io dico: mi fido del segretario, di Renzi, ho fiducia nella sua capacità di guidare questa gente meravigliosa. Siamo a un passo dalla soluzione per portare dentro il partito una sfida dignitosa». Con un’avvertenza finale: «Se non troviamo un accordo tra di noi sarà poi difficile convincere gli italiani che siamo la forza da votare».

Convergenze parallele, perché Renzi e Emiliano sembrano fino a quel momento avere un interesse in comune. Fare il congresso e le primarie. Senza uno sfidante vero e agguerrito, per l’ex premier rischiano di essere un flop: gazebo deserti, in una calda giornata che già invita al mare, la prova che come dice Bersani il popolo ha voltato le spalle al Pd. E per Emiliano le primarie contro Renzi sarebbero un formidabile palcoscenico mediatico per rafforzare la sua leadership nazionale, oggi ancora legata alla Puglia e al Sud. Nella tagliola sembrano finire gli scissionisti: Rossi, Speranza e i leader. Bersani, presente per l’ultima volta, D’Alema ormai uscito in mare aperto. «Io ho deciso, vi aspetto fuori, fatemi sapere», ha salutato i compagni prima di lasciare il teatro Vittoria.

Sull’ex leader Massimo e sui bersaniani piovono per tutto il giorno appelli, richiami agli affetti, minacce. Nella sua relazione Renzi non concede neppure un millimetro a chi vuole andare via: «Don Milani diceva che chi perde il tempo bestemmia. Noi negli ultimi due mesi abbiamo bestemmiato il tempo. Adesso basta discutere, fuori di qui ci prendono per matti». Accusa gli avversari interni di volere la sua fine politica: «Più brutta della parola scissione c’è la parola ricatto. Non potete pensare che per evitare la scissione io possa togliermi di mezzo. Avete il diritto di sconfiggermi con un vostro candidato, non di eliminarmi!». Fa sfilare i fantasmi del 1998 e del 2009, ovvero la caduta di Romano Prodi a Palazzo Chigi e quella di Walter Veltroni dalla segreteria del Pd, entrambe con la regia di D’Alema. Il vero nemico Innominato. E per la prima volta il rottamatore, il ragazzo dell’anno zero, del momento presente, chiama in suo soccorso il passato nobile del centrosinistra: Arturo Parisi e l’Ulivo, il Lingotto di Veltroni (da cui partì nel 2007 l’avventura del Pd), i valori della sinistra, l’identità, le primarie, «il potere che appartiene ai cittadini», il Pd che è l’unico «modello alternativo all’azienda-partito (M5S di Casaleggio) e al partito-azienda (Forza Italia di Arcore)». E ammette: «Il Pd è più forte dei destini personali dei leader».

In carne e ossa, in sala, ci sono molti protagonisti di questa storia. Parlano tutti, contro la scissione, nel silenzio surreale dei contendenti: i bersaniani spediscono Guglielmo Epifani sul podio a parlare per tutti, i renziani ancora una volta dimostrano incapacità di intervenire fuori dalla propaganda, quando il gioco si fa duro. Al loro posto, la vecchia guardia: Piero Fassino, Dario Franceschini, Franco Marini, ex segretari di Ds, Pd, Ppi. Parla, rompendo un silenzio che durava da anni, Walter Veltroni. E nella sala finalmente si fa attenzione. Scuola di prim’ordine, l’ex segretario rompe l’indifferenza reciproca. La sua è una lezione di discorso politico, prendano nota e lo studino nei loro corsi i giovani del Pd renziano i cui concetti non durano un tweet. Ed è una lunga lettera ai compagni di sempre che oggi potrebbero andarsene. Non si interrompe un’emozione, una storia. E Walter si toglie qualche antico sassolino nei confronti del rivale di sempre, D’Alema: «Vogliamo dirci che se il governo Prodi fosse proseguito la nostra storia sarebbe stata diversa? E che senza le nostre divisioni Prodi sarebbe diventato presidente della Repubblica nel 2013?». Ma Veltroni ha qualcosa da dire, e molto, anche sulla conduzione degli ultimi anni: «Il Pd non può essere un monocolore culturale o un partito personale. Se la prospettiva è la proporzionale, i partitini e le preferenze, il ritorno a un partito che sembra la Margherita e uno che sembra i Ds, non chiamatelo futuro, la parola più giusta è passato». Standing ovation. E per un istante qualcuno sogna che possa essere lui, Veltroni, il reggente del Pd nella fase congressuale.

Chi rompe e chi costruisce. Gianni Cuperlo paragona Renzi e i suoi antagonisti a James Dean in “Gioventù bruciata”, due auto in corsa verso il burrone, ed è l’immagine più cruenta e vera della giornata: «Non siamo mai stati un gruppo dirigente». Franceschini squarcia un velo sul nuovo che avanza: «Nella prossima legislatura le alleanze saranno larghe, politicamente improbabili, ma i numeri hanno una loro forza, solo la nostra unità ci consentirà di tenere in mano il timone di queste coalizioni». Traduzione: se in futuro dovremo allearci anche con Forza Italia meglio restare uniti e grandi, piuttosto che piccoli e deboli. Siamo alle ovvietà. Ma intanto nei corridoi i colonnelli bersaniani attaccano Renzi, si aspetta la mossa di Emiliano che alla fine arriva. Fuori tempo massimo, però. La soluzione è a un passo. La fine del Pd anche.

«La recita si è fatta scadente, abbassiamo il sipario», disse il capogruppo dc Mino Martinazzoli chiudendo alla Camera nel 1987 la legislatura del governo Craxi. Nessuno lo ha ripetuto, eppure sarebbe stato necessario. Non lo ha fatto la minoranza, persa nell’ansia di non finire sotto il bastone renziano. E non lo ha fatto Renzi, che ha dimenticato l’insegnamento dell’Uomo Ragno: da grande potere grandi responsabilità. In un’assemblea di sette ore in cui in pochissimi hanno saputo parlare fuori dall’acquario o dal bioparco per rivolgersi al paese, all’altezza della «crisi democratica», come ha detto Veltroni, che attraversa e strema le istituzioni in Occidente, riscrive la storia e la geografia, da Washington all’Europa.

Il passato bussa alla porta, senza i partiti e i protagonisti del passato. Sarà una scissione, se tale sarà, senza anima e pathos. Nulla di paragonabile ai drammi novecenteschi, e neppure alla nascita della Quercia, quando – garantì Michele Serra in una poesia – «ho visto piangere Massimo D’Alema/ là, dentro il grembo della tribuna rossa». Piansero tutti anche nel 2007, a Firenze, quando Fabio Mussi lasciò i Ds che entravano nel Pd. Non ha pianto nessuno, in morte del Pd così come lo abbiamo conosciuto. Una gelida separazione, di chi non ha più nulla da dirsi, di chi non sopporta più la presenza reciproca, neppure il tono di voce. Ma molto ci sarà da soffrire nelle prossime settimane: elezioni amministrative, Rai, Parlamento, il vento della divisione fuori dall’assemblea del Pd rischia di travolgere molte imprese, compreso il governo Gentiloni.

Fino ad arrivare alle prossime elezioni, quando saranno. Perché da stasera M5S è virtualmente il primo partito italiano. E se la destra si sveglia, sarà un disastro politico annunciato per il centrosinistra e, chissà, forse, per il Paese. Il Pd è un partito bruciato. Un bel risultato, in ogni caso, per chi si era candidato a guidare l’Italia per decenni.

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96 comments

  1. Se lo sbarramento sara’ al 5% le liste 🦉 Civetta sono possibilmente fuori 🤣🤣🤣

    Ma anche al 3%… fuori dalla storia. Hint: e’ finito il tempo dei parolai senza credibilita’… e’ il CV di Civati che non funziona.

    Come diceva Guccini: “a chi ha tanto tempo e anche il lusso di sprecarlo…”

  2. Roba da infarto

    Ho letto da qualche parte che Gentiloni avrebbe dichiarato che “più lealissimo di così [a Renzi, immagino; o al PD? Boh?) posso solo farmi venire un altro infarto”.
    Affermazione che mi ha riportato ad alcuni interrogativi miei personali su come faranno gli ansiosi PD di andare alle urne a far cadere un proprio governo senza perdere la faccia di fronte ai loro residui elettori. L’unica risposta che mi ero dato era che Gentiloni si facesse venire, appunto, un coccolone (insomma, una tachicardia un po’ esagerata) e si dimettesse per motivi di salute. Anche se non sono sicuro che in tal caso si aprirebbe automaticamente una crisi di governo.
    Qualcuno ha altre idee?

    [PS: in linea di principio andare a elezioni al più presto mi pare necessario; ma in pratica ritengo indispensabile almeno una nuova legge elettorale che sistemi la parte superstite della precedente dopo i tagli della Consulta; tra una cosa e l’altra, in pratica si andrebbe alle urne guadagnando pochi mesi rispetto alla scadenza naturale della legislatura. Vale la pena di inchiodare il paese su questo, dopo averlo inchiodato sul referendum istituzionale?]

    1. ormai, scusa la poca finezza, è diventata una gara a chi ce l’ha più lungo
      Renzi, Salvini Grillo….fa poca differenza
      a me piacerebbe votare subito, ma a questo punto, con due leggi monche e così diverse, sarebbe una follia, secondo me.
      Spero solo che riescano a tirar fuori qualcosa di decente, alla mal parata un proporzionale con sbarramento accettabile, anche se è una soluzione che non mi convince del tutto. e, francamente, fra andare a votare a settembre e aspettare la primavera non mi pare che cambi sta gran cosa

        1. Credo che il “vitalizio” pesi nelle decisioni dei nuovi eletti molto meno di quanto si propaganda.
          Oggi si tratta di una pensione calcolata con il metodo contributivo che, pur essendo privilegiata rispetto alle pensioni comuni, garantisce a un neoeletto, raggiunti i 65 anni, una rendita mensile intorno ai 1.000 euro. Non certo da sputarci sopra. Ma credo sia considerato meglio l’uovo oggi di una ricandidatura ossequiando il volere del capo, che non la gallina magretta, molto domani, della pensione.

        2. il “vitalizio” mi pare sia stato abolito per i nuovi parlamentari
          mi risulta, ma potrei anche sbagliarmi, che abbiano introdotto una sorta di contributivo, ma se fanno meno di 4 anni e mezzo perdano i contributi

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