Month: febbraio 2017

Sinistra, per aprire le porte bisogna costruire una casa

segnalato da Barbara G.

Perché sarò al congresso di Sinistra Italiana. Civilizzati contro barbari non è uno schema di un nuovo centrosinistra e neppure un’idea di buon senso. Il dibattito nel Pd è rilevante ma riguarda un pezzetto di mondo politico.

di Luciana Castellina – ilmanifesto.it, 17/02/2017

Comincio da me, così si è più chiari. Proprio perché – come ha scritto Marco Revelli – bisogna «prendere le distanze dalle configurazioni del giorno» – una vera girandola – credo sia necessario non prendere le distanze dai processi più consistenti per avviare i quali molti compagni si sono impegnati.

Molti compagni e non questo o quel leader che si sente improvvisamente chiamato dal popolo a creare qualche “campo”. Per questo oggi andrò a Rimini per partecipare al Congresso costitutivo di Sinistra Italiana.

Ci vado innanzitutto perché sento che ho più che mai bisogno di stare assieme a compagni con i quali in questi anni abbiamo combattuto le stesse battaglie (non solo reduci, per fortuna anche tanti nati nei ’90) – per ultima quella del referendum – per ragionare con loro e tentare di indicare una prospettiva che mi/ci sottragga da questo “squilibrio di sistema”.

Perché più che mai sento che rischiamo di essere travolti se non costruiamo un luogo, un aggregato, che dia forza all’intenzione di rispondere a una domanda di senso e non solo di consenso immediato; se, soprattutto, non riusciamo a mettere in piedi una pratica politica che dia rappresentanza reale ai bisogni degli sfruttati e non sia, come sempre più è, solo comunicazione.

Per questo sento l’urgenza di relazionarmi con gli altri, di superare il maledetto isolamento individualista che ci ha tutti ammalato, di ritrovare il collettivo, senza il quale non mi resterebbe che il malinconico brontolio solitario. Un partito è questo, innanzitutto.

Provarci vuol dire “chiudersi”, “isolarsi”, mentre invece bisognerebbe aprirsi? Certo che bisogna aprirsi, ma per aprire una porta devo avere una casa, cioè un punto di vista organizzato, se no la porta sbatte e basta. E poi, per guardare a quello che c’è all’aperto, bisogna avere il cannocchiale, non la lente di ingrandimento che ti consente l’illusione ottica di vedere grandissimo quello che invece è piccolo.

Io credo, per esempio, che piccolo sia il dibattito che si sta svolgendo all’interno del Pd.

Non dico che non sia rilevante, anzi, dico solo che riguarda un pezzetto di mondo, mentre c’è un mondo più grande, fatto di movimenti, gruppi che operano sul territorio, reti, insomma una società italiana più ricca di fermenti di quanto generalmente si creda. Frantumata, certo, ma anche per questo penso sia giusto ricominciare a pensare ad un’organizzazione politica che sappia impegnarsi ad esserne parte, non solo vago referente esterno.

Del Pd mi interessa – e molto – il grande corpaccio della tradizione, che però non recupererò alla soggettività politica appiattendomi su uno dei leader della sua minoranza interna. Con i quali potrò, se ce ne saranno le condizioni, allearmi per combattere delle battaglie, forse, persino elettorali.

Ma tanto più efficacemente potremo farlo tanto più saremo capaci di imporre un confronto di merito, e non solo di posizionamento.

E’un azzardo puntare su Sinistra Italiana, un cavallo così fragile , pieno di difetti, che subisce prima ancora di nascere -. un vero record – una scissione corposa (e certamente dolorosa)? Sì, lo è.

Potrebbe non funzionare. E però penso che se perdiamo questa occasione il rischio di trovarci assai male sarebbe ben maggiore. Ci sono momenti in cui occorre rischiare, cioè scegliere (e francamente questo non è poi un rischio così grosso).

Ho scelto Sinistra Italiana perché chi la sta costruendo ha avuto il coraggio – per l’appunto – di aprirsi, e cioè di rinunciare alle certezze dei propri rifugi. Che è quanto di più efficace si possa fare se si vogliono davvero “aprire campi” più inclusivi, che non siano la somma di identità irrigidite.

Sel, decidendo di sciogliersi, proprio questo ha fatto: mettere in discussione se stessa, a partire dalla riflessione critica sull’esperienza del centrosinistra di cui era stata protagonista.

Saremo elettoralmente irrilevanti? Dipende da molte cose, ma – ed è questo che mi importa ribadire in questo momento – non tutto si gioca su quel terreno.

C’è un enorme lavoro da fare nella società per tradurre la disperazione in un protagonismo politico capace di dare al conflitto una prospettiva. Per rivitalizzare le istituzioni democratiche che Renzi ha cercato di sterilizzare bisogna cominciare di qui, altrimenti qualsiasi governo, anche un centrosinistra un po’ più di sinistra, sarà inutile.

Ci sono tempi in cui i risultati di quanto si fa si possono misurare solo nel lungo periodo.

Quanto sta bollendo in pentola non è affatto un nuovo bel centro-sinistra di sinistra.

Mi sembra di capire che, anzi, il nuovo scenario politico sia un nuovo bipolarismo: non il vecchio sinistra/destra, ma: da un lato i “barbari” (5Stelle, Salvini e c. più la plebe che protesta contro licenziamenti e povertà, gli immigrati); dall’altro i “civilizzati”, quelli che hanno capito che in momenti come questi si devono erigere trincee. (E cioè il Pd, i mozziconi di destra già da tempo imbarcati da Renzi, ma oramai anche Berlusconi, riammesso nel salotto buono da quando si è visto che, diciamocelo, non è brutto come Trump).

Eugenio Scalfari ad Ottoemezzo, giorni fa, l’ha detto con maggiore chiarezza di altri ricorrendo a toni persino apocalittici: chi è civilizzato deve capire che il castello della democrazia è assediato e senza fare tante storie ubbidire e combattere con chiunque si ingaggi.

A questo punto che lo schieramento invocato si chiami centro-sinistra, o larghe intese, non ha importanza, è questione solo nominale. Non è più tempo, insomma – ecco il messaggio – per occuparsi di dettagli cincischiando su quanto di sinistra potrebbe essere il centrosinistra.

Non siamo più, mi pare, al renzismo, siamo oltre, quello è stato – o meglio ancora è – l’apprendista stregone.

L’appello dei civilizzati avrà sicuramente chi lo ascolta, può apparire persino di buon senso. Anche perché i civilizzati hanno meno problemi: non il lavoro, non la povertà, non le miserie dei servizi pubblici che si restringono come pelle di zigrino.

Solo che le cose non stanno così: se le scelte dovessero ridursi a questa alternativa saremmo davvero fritti: il disagio sociale e il populismo che cresce in assenza di una forza che se ne faccia carico, potrebbe davvero dare fuoco alle polveri.

Il realismo dovrebbe indurre a privilegiare l’obiettivo di colmare questo vuoto.

L’Euroconfusione sul Ceta

segnalato da Barbara G.

di Monica Di Sisto* – ilmanifesto, 16/02/2017

tramite italia.attac.org 

Stop Ceta. «L’accordo non combatte il protezionismo, protegge gli investimenti delle grandi imprese ma non i cittadini», ricorda Eleonora Forenza del Gue schierato sul fronte del No

«Per approvare il Ceta dovrete passare sopra di noi!». Con questo slogan qualche migliaio di attivisti arrivati a Strasburgo da tutta Europa, dalle prime ore della mattina di ieri si sono sdraiati intorno alla sede del Parlamento europeo bloccandone gli ingressi. Hanno costretto parlamentari e impiegati a scavalcarli per entrare nel palazzo, e dare il via alla seduta in cui, con 408 sì, 254 no e 33 astenuti, è stato approvato l’accordo di liberalizzazione commerciale tra Europa e Canada, il Ceta. Pacchi di firme dei 3milioni e mezzo di cittadini che hanno bocciato Ttip e Ceta vengono consegnate ai parlamentari. I sommozzatori di Greenpeace nuotano nella fontana della Giustizia «che è affondata», spiegano. La contestazione è fortissima, fuori e dentro l’aula: i parlamentari di destra, sinistra e anche molti socialdemocratici espongono cartellini rossi d’espulsione, magliette, cartelli #StopCeta, dalle tribune canti, fischi e slogan non si fermano mai per le oltre due ore di seduta. In tribuna c’è il premier canadese Justin Trudeau, appena ricevuto da Donald Trump cui ha concesso una più stretta integrazione con gli Usa nell’area di libero scambio con il Messico Nafta. Il premier si è opposto alle sanzioni e al peggioramento delle clausole a sfavore del Messico annunciati da Trump. Questo Nafta+, peraltro, permetterà alle oltre 40mila multinazionali Usa con sedi operative in Canada, di esportare più facilmente nel mercato Ue con le stesse condizioni di vantaggio garantite dal Ceta alle imprese canadesi. Eppure qualcuno in Aula prova ancora a presentare il patto col Canada di Trudeau come un anticorpo all’espansionismo trumpista.

Nel dibattito tra parlamentari l’euroconfusione, regna sovrana, soprattutto in casa socialdemocratica. Il presidente Gianni Pittella annuncia il voto del gruppo a favore affermando però che «sul Ceta c’è troppo trionfalismo», e che «c’è bisogno di aprire un dibattito vero sul commercio». Rivendica i «grandi cambiamenti che gli S&D si sono battuti per ottenere rispetto al trattato, altrimenti ne avrebbero approfittato essenzialmente le multinazionali», e riceve in cambio fischi e risate, considerando che il suo gruppo è stato quello più allineato ai negoziatori e alla commissione. Conclude annunciando che il loro sostegno al Ceta è «un voto che prevede un cambiamento» cui si deve lavorare per governare la globalizzazione. La replica diretta è di Tiziana Begin del M5S, che parla di colpo di stato silenzioso quando, a fronte di risultati economici irrealistici si sottraggono ai cittadini e ai loro eletti la regolazione del commercio e degli standard».

Eleonora Forenza del Gue gli ricorda «che sarebbe bellissimo se davvero il Ceta servisse per combattere il protezionismo, ma in realtà protegge gli investimenti delle grandi imprese ma non i cittadini». Lo attacca anche Matteo Salvini, ricordandogli che «maggioranza e Commissione hanno fatto orecchie da mercante alle richieste di stop al trattato arrivate dall’Italia ma in molti Paesi le elezioni sono vicine e i popoli vi verranno a prendere».

Più interessante, però, è che nette critiche alla sua linea arrivino anche dai democratici italiani: Antonio Panzeri, annunciando voto contrario ricorda «i 200mila posti di lavoro a rischio in tutta Europa, che fanno del Ceta tutt’altro che un modello». E poi Nicola Caputo, che ricorda che «non abbiamo ottenuto abbastanza garanzie in agricoltura: proteggere 104 prodotti a indicazioni geografica è buono ma non è abbastanza, come ciò che salvaguarda nel testo consumatori e ambiente». Voteranno no, al Ceta oltre a loro, i colleghi di gruppo Benifei, Briano, Chinnici, Cofferati, Cozzolino, Giuffrida, Schlein e Viotti. E questa spaccatura, più profonda di qualche mese fa, complica il percorso di ratifica che il Trattato dovrà affrontare in tutti e 38 i Parlamenti nazionali dell’Unione.

Il Ceta, infatti, entrerà in larga parte in vigore in approvazione provvisoria dopo il via libera dell’Europarlamento, ma tra qualche mese, sistemato il testo legale, passerà al vaglio degli Stati e, con molti Paesi sotto elezioni e altri come l’Italia che vi saranno più vicini, le mobilitazioni delle reti StopCeta continueranno in casa, rendendo il destino del trattato non così scontato. Per quanto riguarda le associazioni Stop Ttip, il contrattacco è già partito. In vista del 25 marzo, anniversario dei Trattati di Roma Fondativi della Comunità Europea, si studia come trasformare la sconfitta di oggi in un nuovo percorso di mobilitazione contro Ceta e Ttip. Nuove azioni, valutazioni d’impatto, eventi a sorpresa per i politici nazionali. Per un’Europa e un’Italia finalmente più presentabili e democratiche di così.

*vicepresidente di Fairwatch, campagna Stop TtipItalia

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Il Parlamento europeo approva il CETA: perché ho votato contro

di Elly Schlein – possibile.com, 15/02/2017

Oggi al Parlamento europeo si è votato sul CETA, l’Accordo economico e commerciale globale tra Unione europea e Canada, che è passato con 408 voti a favore, 33 astensioni e 254 contrari.

Dopo aver riflettuto e studiato a lungo, ho votato contro all’accordo.

Anzitutto è bene precisare che il Parlamento aveva solamente la possibilità di approvare o rigettare in blocco l’accordo, senza poter emendare quanto negoziato tra il Governo canadese e la Commissione europea. 

Il giudizio complessivo su un accordo così esteso, senz’altro il più articolato mai negoziato dall’UE, è reso ancora più difficile dalla grande divergenza di analisi sui suoi potenziali effetti. Vi sono analisi che lo raccontano come un accordo vantaggioso per l’UE, con la possibilità di creare nuovi posti di lavoro e opportunità per le piccole e medie imprese europee, ed altre che arrivano a conclusioni diametralmente opposte, di perdita consistente di posti di lavoro in diversi settori, di rischio concreto di far accedere al mercato europeo prodotti e servizi che non rispettano gli standard di tutela ambientale, della salute e del lavoro che abbiamo conquistato con decenni di battaglie e che ritengo essere uno dei risultati più preziosi dell’UE ed in particolare del Parlamento europeo.

Il CETA, ad un’attenta lettura, è complessivamente figlio di una stagione passata (come nota anche Piketty) e di un modello vecchio, di liberalizzazione degli scambi, che ha contribuito a produrre gravi storture nel commercio globale ed ha avuto conseguenze disastrose in termini di aumento delle diseguaglianze. Da un punto di vista occupazionale e di crescita, persino le stime della Commissione sono del tutto contenute. E’ quindi legittimo pensare che l’accordo sia stato dettato più da ragioni geopolitiche – peraltro usate spesso come argomento dai favorevoli – che dai suoi presunti effetti benefici per l’economia europea, ed in particolare dal tentativo di fissare standard globali. Ma come ci attrezzerebbe, il CETA, anche da questo punto di vista? In modo del tutto insufficiente, con qualche contentino come un capitolo sullo sviluppo sostenibile che non è nemmeno vincolante, con un riferimento al “diritto di regolamentare” degli Stati dai contorni troppo vaghi, e con meri impegni del Canada a sottoscrivere le convenzioni ILO a tutela del lavoro. Ma se l’intento fosse quello di condizionare futuri accordi con partner “più distanti da noi”, come la Cina, che senso ha siglare un accordo in cui non c’è nulla sulla tutela del lavoro, e nulla sulla fiscalità e le misure sempre più necessarie di contrasto all’evasione ed elusione fiscale? 

Dire NO al CETA non ci rende simili a Trump, non ci rende né protezionisti né isolazionisti, perché la differenza sta nella risposta che si vuole dare davanti ad un’analisi critica degli effetti della globalizzazione sregolata. Questa risposta non è quella dei muri di Trump, ma non può nemmeno essere la continuità con gli errori già fatti, e con un modello di sviluppo e di commercio che ha contribuito a produrre i disastri e le diseguaglianze attuali. Peraltro, non è che senza il CETA si fermi il commercio internazionale. Si poteva e doveva negoziare meglio, e con maggior trasparenza e coinvolgimento del Parlamento, di tutti gli stakeholders e dei cittadini sin da principio.

In una valutazione il più possibile obiettiva dei pro e dei contro, non ho rinvenuto nel CETA  garanzie sufficienti sulla tutela dei nostri standard. I rischi a mio avviso più gravi contenuti nell’accordo sono tre: il primo riguarda la scelta del metodo di una “lista negativa” per quanto riguarda i servizi compresi nell’accordo (al di fuori di quelli specificatamente menzionati, gli altri sono da ritenersi tutti compresi, con rischi evidenti). Il secondo riguarda il nodo del “principio di precauzione”, sancito all’art. 191 del TFUE, e messo a rischio nel confronto con un modello completamente diverso come quello canadese (ed anche americano). Essenzialmente le parti hanno concordato che a prevalere in sede di applicazione dell’accordo sarà il principio di precauzione così come interpretato tra le parti, anziché quello contenuto nei Trattati UE, secondo cui basta un ragionevole rischio connesso ad un certo prodotto, anche senza certezza scientifica della sua pericolosità, affinché l’UE agisca a tutela dei cittadini. Questo è un punto davvero pericoloso.

E il terzo, e per me dirimente, riguarda il controverso meccanismo di tutela degli investimenti, il cosiddetto “ICS”. La creazione stessa di una sorta di corte speciale, cui le multinazionali possano rivolgersi nel caso in cui si ritenessero lese da normative approvate dagli Stati membri a tutela della salute, dell’ambiente, del lavoro dei cittadini europei, chiama in causa il delicato tema della sovranità. Il presupposto alla base di questo tipo di strumento di tutela degli investimenti è infatti inaccettabile: che i sistemi giudiziari degli Stati membri dell’UE e del Canada non siano sufficientemente affidabili e solidi. La giustizia è uguale per tutti, e non si vede perché creare corsie preferenziali per le grandi aziende, a seconda del fatturato.

Gli effetti della globalizzazione vanno senz’altro regolati – ed anzi è già molto tardi – ma come si decide di regolarli fa molta differenza, e con accordi come questo si regolano male. Nel dibattito coi colleghi ho sentito spesso dire che il CETA sarebbe l’accordo “più progressista” che è possibile raggiungere, e che se l’UE non fosse in grado di firmare questo accordo con un partner “amico” come il Canada, tanto varrebbe rinunciare alle competenze comunitarie sul commercio internazionale. Non sono affatto d’accordo: proprio perché l’UE può rivendicare standard altissimi, frutto di decenni di battaglie, in tema di tutela dell’ambiente, della salute e del lavoro, standard che peraltro sono più in linea con la nuova Agenda dello Sviluppo Sostenibile al 2030 approvata dall’ONU nel settembre 2015, bisognerebbe sedersi al tavolo coi partner commerciali con ambizioni decisamente più alte, e non come se fosse un mero contratto tra due parti con interessi diversi, alla ricerca di un compromesso accettabile. Quando in gioco c’è il futuro delle nuove generazioni, di chi verrà dopo di noi, l’unico compromesso accettabile è il meglio.

La svolta di Podemos

segnalato da Barbara G.

La svolta di Podemos e la fine di un equivoco: non è il M5S spagnolo

di Giacomo Russo Spena – huffingtonpost.it, 13/02/2017

Ha stravinto Pablo Iglesias. È lui il vincitore assoluto del congresso. Ha trionfato la sua linea: il partito chiude con l’era del “marketing elettoralistico” e si apre ulteriormente a movimenti, istanze sociali, reti ecologiste, confermando anche l’alleanza politica con Izquierda Unida, il tradizionale partito della sinistra iberica.

Una nuova fase per Podemos nata, ricordiamolo grazie alla spinta degli Indignados, per trasformare quella rabbia popolare in strategia politica. “Abbiamo un piede in Parlamento, ne dobbiamo avere un migliaio nella società” ha ripetuto, come un mantra, Pablo Iglesias parlando esplicitamente di interventi concreti per alleviare i problemi della gente e di “solidarietà attiva”.

Tornare a sporcarsi le mani, insomma, provando a radicarsi maggiormente sui territori e costruire forme di mutualismo per supplire alle manchevolezze del Welfare statale. Il malessere sociale è tanto. In Spagna il ceto medio è ormai polverizzato. In aumento le diseguaglianze. E il Psoe, partito socialista iberico, è secondo Iglesias parte del problema.

Ecco, allora, insistere con la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal socialdemocratico – lo storico bipartitismo che ha governato nella Spagna postfranchista – per lavorare nel campo dell’alternativa. La speranza è che il Psoe, a congresso in giugno, faccia la fine del Pasok greco, ovvero un partito polverizzato e cannibalizzato dalla cosiddetta sinistra radicale (nel caso ellenico la Syriza di Tsipras è cresciuta a scapito del Pasok).

Iglesias, nella svolta impressa a Podemos, sembra tornare alle origini: ai modelli della sinistra bolivariana a lui cari, tanto che la sua stessa formazione politica/personale proviene da quel Latino America capace di contrapporsi alle logiche neoliberiste in nome della giustizia sociale e del buen vivir. Sbagliato, invece, dipingere – banalizzando – lo scontro tra Iglesias e Inigo Errejon, suo sfidante al congresso, utilizzando le categorie destra/sinistra.

Errejon ha perso, e di tanto. Ma la sua posizione di mantenere in vita una Podemos trasversale, bramosa di conquistare i voti anche dell’elettorato più moderato, dialogante con i votanti del Psoe, che andasse veramente oltre i recinti della sinistra classica, è lontana dall’essere di “destra”. È stato un confronto nobile, da un punto di vista teorico e strategico, che a tratti è stato reso pubblico. Ben 150mila persone hanno votato on line alle primarie per stabilire il segretario di Podemos, un record in termini di partecipazione.

In questi ultimi tempi i media hanno massacrato – se non linciato – Podemos, forse proprio per la sua temibile spinta di cambiamento. Un partito anti-establishment che si aggira intorno al 20 per cento dei consensi e molto gradito tra gli under 30, le nuove generazioni senza diritti né futuro. Un partito che ha occupato lo stesso spazio politico del M5S qui in Italia: forze anti-Casta che sono riuscite a rompere il bipolarismo. Per questo molti commentatori si sono divertiti, erroneamente, a comparare le due forze.

Se da un punto di vista della fase destruens hanno qualche aspetto assimilabile, nella parte costruens parliamo di due partiti estremamente diversi. Da sempre. Lo stesso Iglesias ha detto di Beppe Grillo: “Va letto nella stessa maniera con cui si è analizzata l’apparizione di Berlusconi nel 1994. Seppur non mi stia particolarmente simpatico, è stato abile politicamente a capire ciò che un altro italiano, tanti anni prima di lui, aveva definito come il “sentire comune d’epoca”: un sentimento generale che è un permanente terreno di disputa tra attori e movimenti politici. Quell’italiano si chiamava Antonio Gramsci”.

Ora, dopo la svolta di ieri, siamo ufficialmente alla fine dell’equivoco. Podemos è un partito moderno ma vicino ai valori della sinistra. Costruisce la sinistra, senza nominarla. Ha al suo interno una maggioranza e una minoranza, fa congressi combattuti e reali (a quando un congresso del M5S?), oltre ad aprirsi all’alleanza con altri partiti, vedi Izquieda Unida. Diverso anche il rapporto coi movimenti, in un terreno di profonda contaminazione. Emblematico il collocamento in Europa: Podemos siede tra le file della sinistra rosso-verde del Gue, il M5S (dopo il recente balletto) ancora nel gruppo degli euroscettici di Farage.

L’approccio a internet è simile negli intenti, ma antitetico nella pratica. In Italia il megafono rappresentato da “beppegrillo.it” è in mano allo stesso Grillo e alla Casaleggio Associati. La partita è falsata in partenza. Lo strumento non è collettivo, ma ha una gestione privatistica. Il gruppo dirigente di Podemos invece ha affidato le chiavi del sito ad una società esterna; le votazioni in certi casi sono state aperte a tutti gli utenti; la registrazione al sito ha un procedimento semplice e non preclude la partecipazione agli iscritti di altri partiti.

Infine, le questioni programmatiche in materia di migrazione o sicurezza. Grillo, in questo, insegue spesso e volentieri la peggior destra (salviniana), Podemos ha ben altre posizioni. Infine, la stessa formazione dei dirigenti: Iglesias e Co provengono dai movimenti sociali. No Global, e dai laboratori latino americani. Nel M5S, se pensiamo per esempio alle origini politiche di Luigi Di Maio, le cose sono ben diverse.

Attenzione, però, a commettere l’errore di assimiliare, e paragonare, Podemos alla sinistra nostrana. Podemos è fuori dai nostri schemi, altro rispetto alle sinistre novecentesche e ideologiche. Anzi, in questi anni, le sue sperimentazioni teoriche e pratiche sono state processate qui da noi per essere troppe eretiche. Ben lontana dalla nostra sinistra litigiosa e, soprattutto, marginale. Il congresso di Podemos è finito con il Palazzetto di Vistalegre di Madrid che intonava il coro: “Unità, unità”. Si profila un ruolo chiave nella direzione anche per lo sconfitto Errejon. Una lezione per tutti.

Staremo a vedere come finirà la storia di Podemos, se la svolta di Iglesias porterà benefici o meno in termini elettorali ma comunque, per favore, non paragoniamolo più al M5S. Podemos, in Europa, rimane ancora un’anomalia e l’unico caso forse ascrivibile alla voce di “populismo di sinistra”. Per qualcuno un ossimoro, per altri la realtà. Almeno quella spagnola.

Il Pd di Matteo Renzi non c’è più

segnalato da Barbara G.

La direzione del partito chiude una stagione: quella dell’unanimismo attorno al Capo, degli applausi e delle maggioranze bulgare. E, soprattutto, del Pd partito della vocazione maggioritaria, predestinato al governo. L’unica certezza è il congresso. Il resto è in una nebulosa

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 13/02/2017

C’è mancato poco, a un certo punto, che la direzione del Pd si trasformasse in un processo al Segretario. Con il governatore della Puglia Michele Emiliano pronto a indossare di nuovo la toga di pubblico ministero per la sua requisitoria:  «Matteo, sei apparso lontano, lontanissimo dalle persone, più lontano di quanto appaia il partito», addirittura.  E chissà se la direzione del Pd del 13 febbraio 2017 sarà ricordata come la prima vera discussione della segreteria di Matteo Renzi, o al contrario come l’ultima. Perché «si chiude un ciclo», l’ha ammesso anche il leader. Quello dell’unanimismo attorno al Capo, degli applausi e delle maggioranze bulgare. E, soprattutto, del Pd partito della vocazione maggioritaria, predestinato al governo, con il segretario candidato premier di diritto a norma di Statuto. Stagione conclusa: da oggi non c’è più quel Pd. In attesa di capire, domani, se ci sarà ancora il Pd.

Quando alle cinque del pomeriggio è intervenuto Pier Luigi Bersani, per la prima volta dopo quasi due anni e mezzo (aveva parlato solo in occasione dell’approvazione del Jobs Act nell’ottobre 2014), le due ipotesi sono state messe sul tavolo. Congresso o scissione? Andare avanti con un congresso in tempi rapidissimi, per tornare a incoronare segretario Renzi, «il congresso del solipsismo, dell’autoreferenzialità e dell’isolamento», come l’ha definito Bersani, scelta che provocherebbe «un problema molto serio», cioè l’addio della minoranza? Oppure andare avanti con il governo Gentiloni, garantendo il proseguimento della legislatura fino alla scadenza naturale, febbraio 2018, con il probabile indebolimento della leadership renziana?

Più andavano avanti gli interventi, Bersani, Emiliano, Enrico Rossi, Roberto Speranza, più il segretario in maglione blu sembrava afflosciarsi, stritolato tra due prospettive ugualmente deprimenti. La scissione minacciata dalle minoranze e dal presidente della Puglia in caso di primarie istantanee. E il caminetto, il balletto dei notabili, la frenata dei capicorrente, la palude, lo scirocco appiccicoso e immobile: il renzismo era nato per spazzarlo via, un vento impetuoso di aria nuova. E oggi è finito attaccato da un doppio fronte. Da parte di chi lo ha accusato di aver smarrito quell’ispirazione. E da chi, al contrario, aveva sperato di addomesticarlo, di riportarlo nell’alveo della politica di partito.

I due interventi centrali, oltre a quello di Bersani, riflettono il doppio attacco. «Nel 2013 ti ho sostenuto perché interpretavi il cambiamento. Poi ho ritrovato i miei nemici tutti dalla tua parte», accusa Emiliano. Sul versante opposto si schiera il ministro della Giustizia Andrea Orlando, suo l’intervento politicamente più importante: «Fare le primarie subito significa trasformarle nella sagra dell’anti-politica. Dopo il referendum serve una proposta forte che non ho ancora visto. E il rischio è che il Pd da soggetto di stabilizzazione del sistema si trasformi nell’epicentro dell’instabilità». La rappresentazione di un pezzo di partito deluso da Renzi che si è tramutato nel pupillo dell’establishment dopo aver predicato la rottamazione. E di un altro pezzo che, al contrario, imputa a Renzi di aver ammiccato all’antipolitica e al grillismo, durante la campagna referendaria quando invocava il taglio delle poltrone, e ora, con il tentativo di andare a votare il prima possibile, in sintonia con il Movimento 5 Stelle. Orlando resuscita i toni e i timori tipici dell’antico dirigente del Pci, cresciuto alla scuola di Giorgio Napolitano, anche oggi suo ispiratore. E mette in scena l’antica figura del pontiere: né con Renzi né con gli scissionisti. Il tessitore di una posizione centrista, mediana, che punta a disinnescare la voglia di mettersi in proprio della minoranza ma anche la tentazione solita di fare tutto da soli che muove il segretario. «I caminetti tornano in assenza di una linea politica», la prosa è vecchia, il messaggio è chiaro, Orlando non si arruola, per ora.

Mancano, per tutto il dibattito, gli interventi dei renziani. Rimasti, come dice Gianni Cuperlo, come «cetacei senza capobranco». Nessuno se non per forma difende Renzi, il renzismo, il governo dei mille giorni, il futuro smarrito. Perfino Vincenzo De Luca scandisce che «nel Sud il Pd è un corpo estraneo». Il paradosso di un leader che gode di una maggioranza schiacciante e che vincerebbe facile il congresso, ma che resta solitario, senza dirigenti in grado di sostenerne le ragioni, battagliare in una sede che non sia il classico tweet di rimbalzo della linea del Capo. Alle 19 Renzi replica e tocca ancora una volta a lui tirare le conclusioni e rimandare tutto all’assemblea del partito di fine settimana, compresa la data delle elezioni e il destino del governo Gentiloni. Si va al congresso, l’unica certezza. Il resto è in una nebulosa

Nessun paese è un’isola

di Barbara G.

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La Politica, quella con la “P” maiuscola, dovrebbe preoccuparsi di risolvere i problemi alla radice, muovendosi fra i paletti rappresentati dai principi della Costituzione e dai principi di base nei quali ogni formazione politica si riconosce. Nel caso in cui non fosse possibile intervenire in modo definitivo deve proporre interventi atti a contenere gli effetti dei problemi, magari anche solo in via provvisoria mentre gli interventi di lungo termine entrano a regime.

Per far questo però bisogna conoscere. Einaudi diceva “conoscere per deliberare”, ma questo sacrosanto principio pare ormai una cosa da gufi, perché si confonde la politica con il parlare alla pancia delle persone. Trovare la soluzione rapida da dare in pasto alla “plebe”, appiattendosi spesso su un linguaggio populista… atteggiamento che ora è trasversale, e che ha ormai invaso anche il sedicente centrosinistra, che, invece di inseguire la destra sul suo terreno per paura di perdere i voti, dovrebbe ricordarsi basi culturali, statuti e principi fondativi, e proporre una soluzione che sia ragionata e il più possibile congruente con i principi di base.

Il “Problema” (anche qui “P” maiuscola) è ad oggi la questione migranti, un po’ perché la questione è effettivamente seria e un po’ perché è facile terreno di propaganda per una politica alla continua ricerca di un capro espiatorio su cui scaricare la qualunque, per nascondere altri problemi e per perpetuare uno stato di emergenza perenne che fa comodo a troppi. Una “P” che fa da fondale teatrale, facendo sparire altre questioni dietro le quinte.

Se invece si vogliono affrontare seriamente i problemi bisogna addentrarsi nelle questioni, ricercando le cause del fenomeno (ammettendo anche le responsabilità di noi occidentali), analizzando numeri reali, i flussi delle persone, verificando cosa funziona e cosa no nel sistema di accoglienza italiano e come ci rapportiamo con gli altri Stati, con l’UE, tenendo ben presente che ci si deve muovere all’interno dei principi fissati nella Costituzione e nei trattati internazionali, mentre le “regole del gioco” le stabilisce la normativa vigente. Solo dopo questa analisi si può pensare ad un miglioramento di carattere organizzativo e/o procedurale, valutando eventuali modifiche alla normativa.

Stefano Catone, trentenne, è consigliere comunale di Solbiate Olona, oltre che collaboratore di Civati. Lui questo lavoro lo ha fatto, curando la stesura di “Nessun paese è un’isola“, edito da Imprimatur.

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Contenuti del libro

Nel testo, grazie al contributo di operatori, attivisti, giornalisti, viene sviscerato nella sua interezza il tema dell’accoglienza dei migranti: le basi normative e il dritto di asilo nel contesto europeo, le tipologie di protezione che possono essere richieste, l’iter seguito e la distribuzione totalmente squilibrata dei richiedenti asilo fra SPRAR (ovvero il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo), che prevede centri gestiti direttamente dagli enti locali e con spese rendicontate, e CAS (i Centri di Accoglienza Straordinaria), che sono quelli nei quali si verificano i più grossi problemi di sovraffollamento, di scarsa qualità dell’accoglienza, con l’ingresso di associazioni e cooperative non in grado di affrontare la situazione ma estremamente interessate ai famosi 35€/gg per migrante ospitato. Vengono anche raccontate le storie virtuose di alcuni esperimenti di accoglienza, prima di tutti quelli della Locride, dove un sistema già rodato (qui anni fa avevano già ospitato i profughi curdi) ha consentito un’accoglienza diffusa, che ha portato al ripopolamento dei centri storici, alla nascita di nuove attività economiche, a nuovi posti di lavoro (è stato calcolato che ogni 10 migranti ospitati si crea lavoro per una persona).

Viene trattato anche il tema delle rotte dei migranti, della differenza (spesso pretestuosa) fra profughi e migranti economici e delle pesantissime responsabilità delle nazioni europee, che stanno proseguendo imperterrite con il loro atteggiamento colonialista e con l’appoggio a dittature più o meno mascherate. Vengono evidenziati i numeri reali degli arrivi sul territorio europeo in rapporto sia alla popolazione residente nel paese di destinazione sia a quella che, fuggendo dal paese di origine, si ferma nei paesi limitrofi. Si tenga presente che circa l’86% dei profughi sotto mandato UNHCR si fermano nei paesi vicini e che il numero di migranti entrati in Europa è di poco superiore al milione di unità, cioè più o meno il numero delle persone ospitate…in Libano. Ma l’Europa conta circa 500 milioni di abitanti, il Libano solo 4!!!

distrib-rich-asiloI numeri effettivamente in ingresso in Europa sono assolutamente gestibili, basta la volontà di farlo, a cominciare dalla redistribuzione dei migranti sul suolo europeo, in attuazione degli accordi in essere ma non applicati. Sarebbe utile inoltre non vincolare il richiedente asilo allo Stato in cui presenta la richiesta: ad oggi infatti un migrante che chiede asilo politico in Italia non può muoversi finché la richiesta non è accolta, nemmeno se ha familiari in un altro Stato che potrebbero aiutarlo ad integrarsi, a trovare un lavoro.

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Altro aspetto su cui sarebbe opportuno intervenire è l’ampliamento della rete SPRAR, a cui i Comuni aderiscono su base volontaria: possibili incentivi potrebbero essere la garanzia di non vedere installati sul territorio comunale CAS e/o la possibilità di procedere ad assunzioni in deroga per implementare il sistema di accoglienza. A tale scopo è stato predisposto un modello di mozione consiliare per richiedere al Comune l’adesione al sistema SPRAR. Il documento è disponibile sul sito di Possibile, insieme alle slides di presentazione del libro, da cui sono stati tratti i grafici sopra riportati.

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Gli extrcomunitari ci costano? no…

Il lavoro di Catone sul tema migranti continua. Questa estate si era recato in un campo profughi in Grecia, recentemente è stato a Belgrado, il suo racconto potete trovarlo qui. I suoi contributi potete trovarli cliccando qui, inoltre potete iscrivervi alla sua newsletter.

Per informazioni: nessunpaeseeunisola@gmail.com.

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Intervista a Stefano Catone pubblicata su “Lombardia Oggi”, allegato a “La Prealpina” del 03/02/2017

Gramsci o Laclau? I dilemmi di Podemos

Pegnalato da Barbara G.

di Carlo Formenti – temi.repubblica.it/micromega-online, 06/02/2017

Fra qualche giorno all’arena coperta di Vistalegre (Madrid), Podemos celebrerà la sua seconda assemblea generale, un evento che potrebbe segnare una svolta importante nella vita di questa formazione politica che rappresenta a tutt’oggi l’unica sinistra del Vecchio Continente in grado di competere alla pari con l’establishment neoliberale. Nel mio ultimo libro (“La variante populista”, DeriveApprodi) ho indicato in Podemos il più importante esempio europeo (accostandolo alle rivoluzioni bolivariane in America Latina e al movimento nato attorno alla candidatura di Sanders negli Stati Uniti) del tentativo di cavalcare a sinistra l’onda populista che in tutto il mondo si sta sollevando come reazione alle devastazioni sociali, civili ed economiche provocate da decenni di regime neoliberista.

Prima di analizzare le opzioni strategiche che si confronteranno a Vistalegre – proverò a farlo mettendo a confronto i documenti programmatici presentati, rispettivamente, dal segretario generale Paolo Iglesias e dal suo competitore Inigo Errejón – è utile premettere alcune sintetiche considerazioni sul mutamento di scenario mondiale in corso (segnato, fra gli altri eventi, dalla Brexit, dall’elezione di Trump e dalla sconfitta di Renzi nel referendum dello scorso dicembre) e sulle sfide che esso impone a tutti i movimenti antiliberisti del mondo.

Il presupposto da cui intendo partire è che stiamo vivendo la fase inziale di un rapido e caotico processo di de-globalizzazione. Non ho qui lo spazio di argomentare adeguatamente tale tesi per cui mi limito a enunciarla in modo apodittico rinviando all’articolo del vicepresidente boliviano Linera, che ho già avuto modo di commentare su queste pagine. In quel pezzo Linera scriveva, fra le altre cose, che Trump “non è il boia dell’ideologia trionfalista della libera impresa, bensì il medico legale al quale tocca ufficializzare una morte clandestina”. Clandestina, aggiungo io, per l’ottusa ostinazione con cui le sinistre si ostinano a non prenderne atto. E aggiungeva che l’era in cui stiamo entrando è ricca di incertezze, e proprio per questo potenzialmente fertile, se sapremo navigare nel caos generato dalla morte delle narrazioni passate.

Sulla stessa lunghezza d’onda vale la pena di segnalare un lungo, notevole articolo firmato Piotr e apparso sul sito megachip che sostiene, fra le altre cose: 1) che Trump non rappresenta solo un elettorato fatto di perdenti della globalizzazione (disoccupati, lavoratori bianchi poveri, ecc.) ma anche un composito mosaico di frammenti delle élite dominanti spaventati dall’inerzia di una politica neocons trasversale (Hillary Clinton su tutti) disposta a rischiare una guerra mondiale, pur di difendere l’egemonia americana fondata sul binomio finanziarizzazione/globalizzazione; 2) che questa base incoerente e composita lo costringerà a condurre una politica altrettanto incoerente e contraddittoria (per esempio facendo marcia indietro sulla globalizzazione senza smettere di difendere gli interessi della finanza globale); 3) che per opporsi al suo pseudo new deal autoritario le lobby liberal-imperiali lotteranno (è cronaca di questi giorni) con il coltello fra i denti, mobilitando un’ideologia identitaria “arroccata dietro il dogma e l’inquisizione della correttezza politica, cioè una forma ideologica elitaria che preferisce tutto ciò che è minoranza, perché le minoranze non pongono sfide esiziali mentre se sfruttate bene possono minare quelle poste dalla maggioranza. Minoranze che quindi devono essere tenute sotto tutela da lobby che si erigono a loro rappresentanti. Lobby di minoranza incorporate in un establishment dedito a politiche elitarie”; 4) che una sinistra che voglia lottare sia contro il globalismo alla Clinton che contro il trumpismo dovrà surfare, con spirito pragmatico ma senza rinunciare i principi, l’onda populista. Il che ci riporta ai dilemmi di Podemos.

Iniziamo col dire che Podemos è oggi oggetto di una violenta aggressione da parte di tutti i media spagnoli, simile a quelle che in tutti gli altri paesi occidentali vengono condotte contro la minaccia “populista”. Le virgolette s’impongono perché il termine viene usato in modo totalmente indifferenziato: populisti sono Evo Morales e Marine Le Pen, Rafael Correa e Grillo, Trump e Podemos. Un appiattimento che non è frutto di incapacità di analisi politica; al contrario: riflette la secca polarizzazione formulata qualche settimana fa dal direttore del Wall Street Journal, il quale ha dichiarato che, d’ora in avanti, lo scontro non sarà fra destra e sinistra ma fra globalisti e antiglobalisti. Altrettanto univoca la ricetta per fronteggiarli: costruire grandi coalizioni fra liberali e socialdemocratici per sbarrare loro il passo (coalizioni cui tendono ad accodarsi in posizione subordinata quei partiti di sinistra “radicale” che si lasciano convincere dalle élite liberali della necessità di far fronte contro il pericolo “fascista”). In Spagna, come spiega un articolo del deputato di Podemos Manolo Monereo, questa campagna si è fatta isterica da quando Podemos ha scelto di stringere un’alleanza elettorale con Izquierda Unida piuttosto che con il PSOE. Perciò, visto che la prima opzione è stata sostenuta da Pablo Iglesias e la seconda da Inigo Errejón, e visto che le due tesi si confronteranno nuovamente nell’assemblea di Vistalegre, i media stanno entrando a gamba tesa nel dibattito precongressuale nella speranza di riuscire a spaccare il partito o, in via subordinata, a rafforzare al suo interno la corrente che fa capo a Errejón. Ma veniamo ai documenti.

Il documento di Iglesias muove da considerazioni analoghe a quelle esposte poco sopra in merito alla fase storica mondiale: la globalizzazione sta entrando in crisi a mano a mano che sorgono nuove resistenze e avversari politici: non solo i movimenti sociali, ma anche quei governi guidati da forze politiche sovraniste/progressiste che, soprattutto in America Latina, tentano di restituire un ruolo strategico allo stato in materia di politica economica e perseguono programmi di riforme radicali, mentre è in corso un riequilibrio dei rapporti di forza geopolitici dovuto all’emergenza di superpotenze vecchie e nuove, come la Russia e la Cina. La crisi europea è parte integrante di tale contesto: gli effetti devastanti del progetto ordoliberista (elevamento del trattato di Maastricht a rango costituzionale sotto egemonia tedesca, perdita della sovranità monetaria e conseguente esautoramento dei governi nazionali privati di potere decisionale su temi strategici; attacco a salari e stato sociale; tagli generalizzati alla spesa pubblica; sistema dei media “blindato” a sostegno del pensiero unico liberista ecc.) generano una resistenza crescente dei popoli europei. In Spagna il consenso, a lungo fondato su settori sociali che aspiravano a venire integrati nella classe media e alternativamente gestito da democristiani e socialisti, si è dissolto dopo l’esplosione della crisi globale e a fronte della “cura” che la Ue ha imposto alla Spagna e che ha prodotto deindustrializzazione e disoccupazione. Così sono nati movimenti di massa che rivendicavano democrazia e sovranità popolari, provocando una vera e propria crisi di regime. In questa situazione i media mainstream si sono fatti garanti della continuità delle scelte politiche liberal liberiste, favorendo la nascita di una grande coalizione liberal socialdemocratica sul modello tedesco.

Il documento passa poi a ricostruire la breve storia di Podemos: nato nel 2013/14 su iniziativa di un gruppo di militanti di varia provenienza (movimenti studenteschi, sinistra anticapitalista, ex comunisti, movimenti di base, ecc.) ispirati dall’esempio del “giro all’izquierda” che ha visto molti Paesi latinoamericani costruire esperimenti populisti di sinistra, il partito ha lanciato un programma politico che chiedeva l’avvio di un processo costituente fondato su riforme radicali: riconquista della sovranità popolare con la possibilità di realizzare una politica economica ridistributiva e di recuperare i diritti sociali; riforma in senso proporzionale del sistema elettorale, riforma della giustizia per accrescerne l’autonomia dal sistema politico; lotta contro il TTIP, lotta per la parità di genere e per il riconoscimento del carattere plurinazionale dello stato spagnolo, ecc. Programma che ha riscosso largo consenso nei settori popolari e nelle classi medie impoverite, consentendo di ottenere importanti successi elettorali.

Dopodiché Iglesias richiama (e rivendica) la svolta che ha visto il partito scegliere l’alleanza elettorale con la sinistra radicale di Izquierda Unida e la contrapposizione frontale al blocco di potere liberal -socialdemocratico. Ricorda che tale svolta è maturata dopo un serrato dibattito interno, in cui la base ha respinto l’opzione (difesa da Errejón) di un accordo con il PSOE, scegliendo invece la strada di un’alternativa radicale al sistema di potere. Questa linea, che Iglesias si appresta a difendere nella prossima assemblea generale, si fonda sull’ipotesi che la crisi politica ed economica non stia avviandosi alla normalizzazione ma sia al contrario destinata ad acuirsi ulteriormente. Il compito di Podemos, quindi, non è quello di proporre un piano alternativo di governo, bensì quello di costruire un nuovo progetto di paese, tenendo saldamente insieme un blocco sociale formato da settori popolari e classi medie.

Per attuare questo progetto occorre una riforma dell’organizzazione del partito che, nella convulsa fase di crescita, si era concentrato sulla costruzione di una macchina elettorale favorendo la concentrazione del potere decisionale nelle mani del vertice. Ora si tratta di superare questo assetto verticistico sia rafforzando le strutture di base che affondano le radici nei territori, sia promuovendo e accompagnando la nascita di vere e proprie istituzioni di democrazia popolare, una rete di contropoteri che faccia sì che le vittorie siano percepite come vittorie di un blocco sociale più che come vittorie di Podemos. Infine, se si vuole costruire un modello alternativo di Paese, il programma di questo partito di tipo nuovo – che deve rappresentare un progetto condiviso da identità politiche, sociali e territoriali diverse – deve compiere un salto di qualità che il documento identifica con obiettivi ambiziosi: istituire un controllo democratico  (attraverso regolazione pubblica e/o nazionalizzazioni) sui settori produttivi strategici e in particolare sui settori finanziario, dell’energia, delle comunicazioni; reindustrializzare il Paese contro la sua riduzione a Paese prevalentemente turistico imposta dalla Ue; impegnarsi a realizzare la sovranità alimentare; offrire sostegno alla piccola e media impresa, al cooperativismo e all’economia sociale.

Il documento di Errejón dedica meno spazio all’analisi della fase storica, in quanto si concentra soprattutto sui rapporti di forza fra i partiti, sulle alleanze e sulle prospettive elettorali, dando relativamente poco peso ai fattori socioeconomici. In particolare, vengono affrontati i seguenti temi: 1) analisi degli errori di Podemos che, secondo Errejón, ne avrebbero frenato l’ascesa elettorale; 2) concentrazione sulla necessità di trasformare Podemos in forza di governo; 3) rilancio, a tale scopo, dell’ipotesi di alleanza con il PSOE (e critica dell’alleanza con IU) ; 4) necessità di riformare il partito, ridimensionando il potere del vertice e “femminilizzandolo”; 5) spostamento dall’obiettivo di costruire di un blocco sociale a quello di “costruire un popolo” (vedi, in proposito, il libro-dialogo fra Inigo Errejón e Chantal Mouffe, “Construir pueblo”), da cui consegue la riformulazione del conflitto sociale quasi esclusivamente nei termini della opposizione alto/basso, popolo/élite; 6) forte attenzione per le aspettative di sicurezza e ordine delle classi medie. Ma vediamone più in dettaglio lo sviluppo.

Per Errejón, Podemos incarna un ciclo di mobilitazione che ha dicotomizzato la società spagnola fra la “gente comune” e una casta privilegiata (si tratta della formulazione “classica” del fenomeno populista secondo le teorie di Ernesto Laclau). Perciò la sua vocazione è quella di costruire una forza politica di tipo nuovo (al di là dei dogmi della sinistra tradizionale) che persegua un cambio di potere in favore delle maggioranze sociali (cambio di potere, non rottura sistemica!).

Per superare l’attuale struttura verticistica (obiettivo sul quale concorda anche Iglesias, come si è visto) Errejón propone una ricetta fondata sui principi “classici” della democrazia parlamentare borghese e dei suoi partiti: divisione dei poteri, distribuzione delle cariche in base a un criterio di “proporzionalità” fra le correnti interne (la cui esistenza viene data per scontata in quanto garanzia di democraticità). Infine “femminilizzazione” del partito in ossequio a quello che in Italia definiremmo il principio delle quote rosa (punto su cui tornerò più avanti perché mi sembra rilevante ai fini delle differenze di prospettiva politica fra i due approcci).

Sul tema delle alleanze Errejón è fortemente critico nei confronti dell’accordo elettorale con IU (al quale imputa la mancata crescita nell’ultima tornata elettorale), mentre rilancia l’ipotesi dell’alleanza con il PSOE, in barba alla tragica crisi di questo partito e al fatto che la base aveva bocciato (vedi documento Iglesias) tale idea. Da un lato, sostiene che se si fosse impostato il rapporto con il PSOE in modo “laico” (implicita allusione all’ostilità ideologica della base di sinistra nei confronti dei socialisti) si sarebbero ottenuti risultati più produttivi di quelli realizzati con la linea di contrapposizione frontale che si è imboccata. A parte il fatto che questa tesi dà per scontata la possibilità di costringere il PSOE ad aderire a un’alleanza di centrosinistra, è evidente che il risultato cui qui si allude consiste nella possibilità che Podemos riesca finalmente a convertirsi in forza di governo. Ma a quale prezzo politico? Il documento, non a caso, sorvola sulle politiche condotte dal PSOE negli anni precedenti, vale a dire sulla sua piena conversione al credo neoliberale. Forse per non ammettere che un accordo con il PSOE implicherebbe, molto più probabilmente, un spostamento verso il centro di Podemos piuttosto che uno spostamento a sinistra dei socialisti.

Del resto Errejón ribadisce la propria convinzione che, alla forza delle élite, non si può contrapporre la sinistra ma “la maggioranza eterogenea di chi sta in basso”. Su quale sia la natura della maggioranza eterogenea che ha in testa Errejón, ci offre un indizio il suo ripetuto riferimento alla necessità di venire incontro alle esigenze di certezza, ordine e sicurezza della gente: il “popolo” in questione è fatto soprattutto da quelle classi medie che sperano di poter recuperare le posizioni di privilegio perse a causa della crisi, un popolo che non va spaventato contraendo imprudenti alleanze con le classi subalterne. In sintesi, potremmo dire che siamo di fronte a un progetto neo socialdemocratico, in ragione del quale Podemos si troverebbe impegnato a integrare, assorbire e  rivitalizzare un partito socialista delegittimato per avere consegnato il Paese al saccheggio del capitale finanziario globale.

Come si vede l’alternativa prospettata dai due documenti è radicale: da un lato abbiamo l’idea che la crisi è destinata ad aggravarsi e non richiede un semplice cambio di politica economica bensì un vero e proprio cambio di civiltà, dall’altro l’idea che esiste una possibilità di “normalizzazione” della crisi attraverso un cambio di governo e l’adozione di misure capaci di mitigare l’asprezza della civiltà liberista; da un lato abbiamo la concezione di un processo costituente gestito da nuove istituzioni di contropotere popolare e da un partito capace di guidare un blocco sociale fatto di classi subordinate e classi medie impoverite, dall’altro lato la convinzione che basti rivitalizzare le istituzioni della democrazia rappresentativa e rifondare la socialdemocrazia per restituire potere decisionale al popolo.

Potremmo anche dire che si confrontano due concezioni diverse del concetto di egemonia: la prima ispirata all’idea di blocco sociale di Gramsci, la seconda all’idea di popolo di Laclau – due concezioni che rinviano a due modelli diversi di “socialismo del XXI secolo” (non va mai dimenticato che tanto Iglesias quanto Errejón devono la propria formazione politica all’esperienza latinoamericana): da un lato il modello della rivoluzione boliviana di Morales e Linera, dall’altro il modello della Revolucion Ciudadana di Rafael Correa (quello, per intenderci, che piace a Grillo: se vincesse Errejón, Podemos somiglierebbe all’M5S assai più di quanto gli somigli adesso).

Infine è significativa la differenza di atteggiamento dei due documenti sul tema della parità di genere: entrambi attribuiscono un’importanza fondamentale all’obiettivo, ma nel documento di Errejón esso è al centro di riferimenti ripetuti quasi ossessivamente, nei quali si evoca a più riprese il concetto di ”femminilizzazione” (del partito, delle istituzioni, del programma, ecc.). Il dubbio è che tanta insistenza sia spiegabile, più che come omaggio all’ideologia femminista, come convergenza con la campagna globale che il fronte liberal sta conducendo contro la minaccia populista, campagna in cui l’ideologia politically correct, i diritti civili e individuali e l’esaltazione di tutte le differenze – vedi sopra – vengono mobilitati per impedire che la lotta per i diritti sociali torni a occupare il centro della scena.

Per concludere: è auspicabile che l’eterogeneità dei due blocchi sociali e delle due culture politiche che oggi convivono in Podemos non provochi una rottura che sarebbe disastrosa per il movimento antiliberista spagnolo ma, almeno dal punto di vista di chi scrive, è non meno auspicabile che l’unità venga mantenuta sotto l’egemonia della linea di Iglesias, alla quale credo si possa rimproverare quasi solo l’evidente incoerenza sul problema dell’Europa: l’esperienza greca ha dimostrato che l’obiettivo di riconquistare la sovranità popolare in materia di democrazia, welfare e politica economica non è compatibile con la permanenza nella Ue – incompatibilità della quale, finora, nemmeno Iglesias ha avuto il coraggio di prendere atto.

“Non sta sfruttando me”

di Barbara G.

“Se Michele si è suicidato è anche colpa di noi giovani, egoisti senza coscienza sociale”

“Partecipo attivamente alla vita di questo Paese da 10 anni e a ogni incontro, manifestazione e dibattito a mancare sono i miei coetanei. Toccano anche a noi le riflessioni su cosa stiamo facendo per questa società”. La lettera di una ragazza arrivata all’Espresso sposta il dibattito sulla condizione giovanile nel nostro Paese riaperto dal messaggio del trentenne che si è tolto la vita

di Veronica Andrea Sauchelli (*) – espresso.repubblica.it, 08/02/2017

Un giovane uomo si suicida perché non ha il lavoro che desidera e scoppia l’urto di accuse . Ovviamente la maggior parte sono commenti alla “governo ladro”, “sistema bastardo” e “povera vittima”. Non voglio tentare neanche per un secondo di commentare il gesto di chi se n’è andato perché non ne ho né il diritto né l’interesse.

Quello che mi preme dire, invece, è che io non mi sento follemente arrabbiata solo con un “sistema” generico, impersonale, intangibile; io mi sento arrabbiata col sistema reale, e mi dispiace sottolinearlo, ma del sistema reale fanno parte anche tutti quei miei coetanei che adesso puntano il dito verso un responsabile invisibile. Siamo tutti responsabili. Tutti: dal primo all’ultimo, e non solo chi arriva nei palazzoni con le auto blu.

Partecipo più o meno attivamente alla vita di questo Paese da quando avevo 15 anni, ora ne ho venticinque e sono già stanca, amareggiata e stufa. Non dalla classe politica, ma dalla mia generazione. Sì, lo sono anche dalla prima categoria, però da quella te l’aspetti, dalla seconda no. Ero rappresentante del mio liceo e organizzavo conferenze a cui non veniva nessuno perché “meglio i tornei di calcetto e pallavolo”.  Alle manifestazioni talvolta un po’ di gente c’era, ma il più delle volte per saltare scuola o per vivere un pizzico di quell’atmosfera sessantottina di cui abbiamo sentito solo parlare. Poi sono cresciuta ed ho iniziato ad andare all’università e ad altri incontri pubblici: sulla questione dell’acqua, conflitti vari, giornalismo, crisi giovanile, complesso di Telemaco, Costituzione italiana… indifferente l’argomento, c’era sempre una sola costante: ero l’unica (o quasi) a non avere la testa grigia. I miei coetanei non ci sono mai, li si vede in massa solo quando c’è da fare aperitivo.

l festival di Internazionale ho assistito ad un incontro sul (non) futuro giovanile in cui l’attempato relatore si è consumato in un sentitissimo mea culpa perché loro, i nostri nonni, ce l’hanno rubato, il divenire. Beh, questa frase fatta – che ormai si sente troppo spesso – sortisce come unico effetto quello di assecondare il nostro volerci sentire vittime. Magari in parte lo siamo, ma non possiamo usare questo come scusa per redimerci dalla responsabilità di costruire quello che vogliamo. Non abbiamo una coscienza sociale, questo è il vero problema. Ognuno è a testa china sulla propria strada, in mezzo a smartphone, ambizioni, menefreghismo e bicchieri di vino. È una grossa generalizzazione, sicuramente, ma che siamo imbottiti di un individualismo spesso quanto le nostre speranze è innegabile.

Spesso ho fatto la pendolare coi miei colleghi di studio, ed è stato sempre un penoso lungo viaggio fatto scivolando sulla superficie delle cose. Uno solo l’argomento di conversazione, puntuale: l’esame e la mole di studio. Non riesce a preoccuparsi d’altro se non dei suoi problemucci quotidiani, questa nuova maggioranza; compresa la più istruita, “l’élite”. Gente che anche quando si lamenta perché il libro scritto (e inflitto) dal professore non è nemmeno in italiano corretto e a studiarlo ci si sente presi per il sedere, sorride compiacente all’autore perché c’è un voto da portare a casa. Come si può pretendere da un insieme di persone incapace d’unirsi anche solo per ottenere un libro dignitoso da studiare, che sappia creare una forza sociale in grado di far valere i propri diritti?

Una persona molto cara a me (laureata) aveva trovato un posto in cui veniva pagata cinque euro l’ora (in nero) come responsabile di sala, e se avesse voluto bere o mangiare qualsiasi cosa  avrebbe dovuto pagarlo a prezzo intero. «Non andateci», ho detto ad alcuni amici «non dobbiamo sostenere il nostro sfruttamento», «mi dispiace, ma la birra lì è buona!», mi hanno risposto. Stesso tipo di risposta quando ho riportato il medesimo suggerimento per un’altra situazione analoga di sfruttamento vaucheriano giovanile, «ma non sta sfruttando mica me!», già. Non oggi, non lì.

Quindi la riflessione prima ancora che ai poteri forti spetta a noi. Noi abbiamo la forza fisica, mentale e anagrafica per proporre e reggere uno scontro tangibile con questa realtà. La società non si fa da sola, e in questo momento noi giovani stiamo lasciando che subisca se stessa. Noi abbiamo il diritto e il dovere di partecipare, di creare un tessuto, al posto di un pettine di fili paralleli, destinati a non incontrarsi mai. Siamo noi che ci stiamo annegando a vicenda in un assordante silenzio di contenuti. Siamo noi che dobbiamo (ri)costruire  per primi un ambiente vitale, vivace, fatto di braccia salde e responsabili. Chi altri sennò? La cosa pubblica non si fa da sé. Michele s’è ammazzato da solo eppure l’abbiamo ammazzato un po’ tutti, col disinteresse, la critica altero-diretta e l’incapacità di essere un gruppo. Sinergia, questa dovrebbe essere la parola d’ordine per arrivare tutti da qualche parte. Sempre che ci interessi.

*Veronica Andrea Sauchelli è una fotografa di 25 anni di Udine.