Tra realismo e realpolitik c’è ancora un abisso

segnalato da Barbara G.

Mi sono imbattuta per caso in questo scritto di Langer, nel quale spiegava le motivazioni che lo avevano portato, nel ’94, a rifiutare la candidatura alle politiche nella lista dei Verdi.

Premesso che il titolo mi ha fatto sorridere, perché mi è venuto in mente un frequentatore abituale di questo blog, mi ha colpito un fatto: buona parte dei mali della politica di oggi non sono poi così nuovi, semplicemente abbiamo la memoria corta. Soprattutto i nostri politici, che cascano dal pero, non fanno analisi… e citano le menti pensanti dei decenni passati solo per darsi una mano di vernice rossa, o verde (intesa come ecologista, non leghista) a seconda della bisogna, senza averne compreso il senso o facendo finta di essersene dimenticati. Il “nuovo che avanza” è definitivamente andato a male, e noi cambiamo la data di scadenza sull’etichetta.

*****

di Alexander Langer – Azione nonviolenta, marzo 1994

Il nuovo sistema elettorale che non avevo voluto, ma contro il quale non mi sembrava neanche ci si dovesse schierare in un’accanita ed equivoca difesa dello “status quo ante”, ragion per cui non ho né firmato i referendum elettorali né partecipato al voto non permette più di cercare nella rappresentanza politica la proiezione dei propri ideali. Esige, invece, che si punti al governo e che si impari ad allearsi tra diversi ed ancor compatibili “mali minori”. Forse alla lunga, e con le necessarie correzioni, questa medicina potrà persino far bene: costringerà tutti a secolarizzare senza riserve la rappresentanza politica e l’arte di governo. Ed obbligherà coloro che ricercano l’affermazione di scopi diversi e magari più alti a cimentarsi con altri strumenti.

Per intanto però noto che la politica italiana attuale passa attraverso le forche caudine della demagogia, del populismo, di un ulteriore insano scatenamento di ambizioni soggettive, di un’inedita e tuttora crescente supremazia dell’immagine sulla sostanza, di una parossistica selezione dei “personaggi” piuttosto che di opzioni politiche, sociali, culturali. Inoltre il sistema elettorale obbliga e obbligherà sempre più in futuro, se ne venisse mantenuta e perfezionata la sua caratteristica maggioritaria ad una compattazione semplicistica di blocchi alternativi, ma convergenti al centro. Per chi aveva faticato per affermare che non esiste solo il lineare sì e no, destra e sinistra, bianco e nero, buono e cattivo, e per criticare la trappola del “progresso”, è un risultato abbastanza desolante. Non capisco invece perché certi fautori della polarizzazione ora si lamentino se emergono egemonismi o se lo spazio per terze e quarte e quinte posizioni tende a scomparire. Chi ha voluto una politica dei due campi che si avversano e magari si alternano, non può lamentarsene.

Non credo nella retorica del “nuovo che avanza” e vedo con orrore la sua banalizzazione spettacolare e televisiva, non importa se politica, giudiziaria o giornalistica. Naturalmente spero che non vinca la più estrema riduzione della politica a imballaggio (per merci ed affari) che vedo rappresentata dal Cavaliere dell’immagine che vorrebbe riuscire a trasformarla interamente in azienda, pubblicità e marketing. Sostituendo l’impegno delle persone, le loro sofferenze e passioni, i loro bisogni ed i loro limiti, le loro capacità di agire e di giudicare, con il trionfo di un mondo tutto artificiale, della cosiddetta “realtà virtuale” Ma finché non avremo altri giornalisti e altri magistrati, non potremo neanche avere governanti e legislatori davvero nuovi salvo forse a livello ristretto e locale, dove la mediazione dei grandi bugiardi della demagogia può essere, forse, elusa. Nella politica italiana sento oggi una grande mancanza. Non quella di un premier eletto dal popolo (immaginate una nuova orgia di delega e personalizzazione!) o di un sistema elettorale interamente anglosassone (ma quale buona politica ha poi prodotto in Gran Bretagna o negli Usa?), e neanche quella di una nuova Idea Salvifica che restituisca nobiltà di motivazione a chi ne sentisse la carenza. Ci manca, invece, quel bambino della favola di Andersen che ad un certo punto osa dire ad alta voce che l’imperatore è nudo.

Che chiami, cioè, col loro nome tutto ciò che di ben altre apparenza si ammanta. Dal carrierismo alla ricerca di un semplice posto al sole, dall’egoismo sociale o etnico al rilancio, appena camuffato, di una nuova ondata di aggressione ai poveri ed alla natura.

Lo spazio per far valere obiettivi profondi di pace, di giustizia, di reintegrazione della biosfera, e per promuovere quella conversione ecologica che nell’ultimo decennio avevamo proclamato come urgente obiettivo di civiltà e di sopravvivenza, sul palcoscenico della politica italiana sembra attualmente assai ridotto. Mentre tiene banco il dibattito su Bossi e Segni, Martinazzoli e Orlando, Occhetto e Del Turco, Fini e Berlusconi, La Malfa e Pannella, non mi pare che la gente possa individuare onestamente e chiaramente opzioni in quella direzione e farle davvero pesare.
Forse il ruolo dei Verdi e di consimili portatori di proposte scomode e complesse, ma miranti alle radici e non sintetizzabili in slogan pubblicitari, dovrà, in futuro, adeguarsi al nuovo strumentario della politica e magari tornare a svolgersi essenzialmente al di fuori dei parlamenti. Le campagne elettorali, invece, assomiglieranno sempre più alla moltiplicazione infinita dei faccia-a-faccia televisivi tra duellanti che dovranno al tempo stesso assomigliarsi al massimo nella sostanza (per prendere i voti degli incerti) e distinguersi al massimo nell’apparenza (per prendere i voti dei decisi).

Chi mi conosce, sa che ho sempre cercato di perseguire politiche realistiche, pur con tutto il carico di radicalità e di speranza di altro e di meglio che mi sentivo affidato. Ma tra politica realistica e “Realpolitick” c’è ancora un abisso.

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