Mese: aprile 2017

Scrittori della desistenza

tramite Giulio Cavalli per Left

Oggi le persone benpensanti, questa classe intelligente così sprovvista di intelligenza, cambiano discorso infastidite quando sentono parlar di antifascismo. […] Finita e dimenticata la resistenza, tornano di moda gli «scrittori della desistenza»: e tra poco reclameranno a buon diritto cattedre ed accademie.

Sono questi i segni dell’antica malattia. E nei migliori, di fronte a questo rigurgito, rinasce il disgusto: la sfiducia nella libertà, il desiderio di appartarsi, di lasciare la politica ai politicanti. Questo il pericoloso stato d’animo che ognuno di noi deve sorvegliare e combattere, prima che negli altri, in se stesso: se io mi sorprendo a dubitare che i morti siano morti invano, che gli ideali per cui son morti fossero stolte illusioni, io porto con questo dubbio il mio contributo alla rinascita del fascismo.

Dopo la breve epopea della resistenza eroica, sono ora cominciati, per chi non vuole che il mondo si sprofondi nella palude, i lunghi decenni penosi ed ingloriosi della resistenza in prosa. Ognuno di noi può, colla sua oscura resistenza individuale, portare un contributo alla salvezza del mondo: oppure, colla sua sconfortata desistenza, esser complice di una ricaduta che, questa volta, non potrebbe non esser mortale.

P.Calamandrei

Debito pubblico, la proiezione dell’illusione

phastidio.net, 14/04/2017

Tra i punti più interessanti del Documento di economia e finanza appena aggiornato dal governo c’è la previsione dell’andamento del rapporto debito-Pil. Che, come noto a (quasi) tutti, rappresenta l’indicatore ultimo e definitivo per comprendere come e dove sta andando un paese. Nel caso italiano, da alcuni anni leggiamo di previsioni che, dal successivo, vedono l’inizio di un vero e proprio crollo di questa fondamentale metrica, ed ogni volta restiamo delusi. Proviamo a capire perché neppure questa volta sarà diverso, e perché i nostri eroi riescono a vendersi quello che non ha alcuna possibilità di avverarsi.

Partiamo da questa tabella:

Nel 2016 il debito-Pil, al lordo dei “sostegni”, cioè dei contributi italiani al primo programma di salvataggio della Grecia ed ai fondi EFSF e ESM, era al 132,6%. Nel 2017 è previsto pressoché stabile e dal 2018 piega -finalmente- al ribasso. Questo schema previsivo si ripete, tetragono, da parecchi anni. Ci sono tre componenti principali, per analizzare la variazione del rapporto debito-Pil: di massimo rilievo sono l’avanzo primario (l’eccedenza delle entrate sulle spese, escluse quella per interessi), e l’effetto snowball. Che è ‘sta cosa? Si tratta del contributo al rapporto d’indebitamento che deriva dal confronto tra crescita del Pil nominale e costo del debito pubblico. Del terzo elemento, l’aggiustamento stock-flussi, parleremo tra poco.

Ricordate la regoletta aurea? Se la crescita del Pil nominale eccede il costo medio del debito pubblico, lo stock di quest’ultimo si riduce, cioè l’effetto snowball è favorevole. Per contro, se la crescita del Pil nominale è inferiore al costo medio del debito pubblico, l’effetto snowball spiega il proprio curioso nome: è una palla di neve che rischia di diventare valanga. Questo è esattamente quanto accaduto negli anni più acuti della crisi, costringendo l’Italia ad inseguire avanzi primari da soffocamento dell’economia.

Osservate in tabella che, nel 2018, il rapporto debito-Pil cala di 1,5 punti percentuali. Non male, no? Questo calo deriva per oltre la metà, lo 0,8%, da aumento dell’avanzo primario. Ma sapete perché? Perché le previsioni dell’avanzo primario, a legislazione vigente, incorporano l’attivazione delle clausole di salvaguardia, cioè il maxi aumento Iva, che abbatterebbe il deficit-Pil fino all’1,2%, dal 2,1% del 2017. Però noi sappiamo che il governo italiano è già pronto a buttarsi a terra in preda a crisi convulsive (i.e. a “fare il pazzo”) pur di impressionare la Commissione Ue ed ottenere ancora un po’ della magica “flessibilità” (cioè deficit) senza la quale i nostri tossici non riescono a restare in piedi.

E quindi? Quindi, scordatevi che il nostro avanzo primario aumenti il prossimo anno di quasi un punto percentuale. Di conseguenza, anche la componente di calo del debito-Pil imputabile ad esso è una chimera. Veniamo ora all’effetto snowball, iniziando ad analizzarlo dal consuntivo del 2016. Lo scorso anno, questa malefica palla di neve ha fatto aumentare il debito-Pil di 1,8%. Sapete perché? Perché la crescita del Pil nominale è stata ben inferiore al costo medio del debito pubblico. La prima è stata di 1,6%, la spesa per interessi è stata il 4% del Pil, al costo medio di 3,1%. Ripetiamo: sin quando la crescita del Pil nominale non supererà quella della spesa per interessi rispetto al Pil medesimo, la strada resterà in salita. Claro?

Nella previsione Def, l’onere dell’effetto snowball frena alla grande, da 1,8% del 2016 a 0,9% quest’anno, a solo 0,2% nel 2018. Ma ciò poggia su due assunzioni: che il Pil nominale s’impenni, crescendo del 3% nel 2019, ad esempio; che il costo medio del debito freni. Siamo sicuri? Come che sia, speriamo che il concetto vi sia chiaro: da alcuni anni i Def prevedono una progressiva accelerazione nella flessione del rapporto debito-Pil. Ma questo è dovuto in misura preponderante a qualcosa che non si realizza: cioè al raggiungimento dell’obiettivo programmatico di rapporto deficit-Pil. Non solo: l’aumento del Pil nominale regolarmente previsto ed altrettanto regolarmente disatteso è a sua volta imparentato con l’aumento Iva previsto in caso di attivazione della salvaguardia. E si torna al via. Ci sarebbe infine da parlare dell’aggiustamento stock-flussi ma sarebbe troppa carne al fuoco e la vostra pazienza si esaurirebbe. Vi basti però sapere che tale aggiustamento aggiunge al debito-Pil, per i prossimi tre anni.

Per avere l’immagine plastica di questo ottimismo compulsivo del governo italiano osservate la tabella qui sotto, che mette a confronto le previsioni pluriennali del Programma di stabilità 2016 con quello 2017. Osservate la traiettoria del debito-Pil: lo scorso anno si prevedeva che nel 2019 sarebbe stato del 123,8%; quest’anno lo vediamo al 128,2%. Una lieve discrepanza, non trovate? Prendete il Pil: lo scorso anno vedevamo del tutto fattibile una crescita a velocità di crociera di 1,5%; quest’anno siamo scesi all’1%.

Ogni anno proiettiamo nel futuro un’illusione ottica, in pratica. E poi ci diamo pacche sulle spalle per il meraviglioso futuro che ci attende. Se potessimo monetizzare l’autoinganno, saremmo ricchi sfondati.

Il campo conteso da globalisti e sovranisti

segnalato da Barbara G.

La resistenza è spesso molecolare, disordinata, a volte apolitica: è disagio sociale, protesta locale, aggregazioni di corto raggio e breve durata, disordine d’ogni sorta. Eppure, vi sono segnali che lasciano margini di speranza

Indignados in piazza a Madrid nel 2011

di Loris Caruso e Alfio Mastropaolo – inlamifesto.it, 18/04/2017

L’elezione di Donald Trump potrebbe costituire l’avvio di una profonda ristrutturazione degli schieramenti in campo: di quelli politici e di quelli dei loro supporters, che agiscono al di fuori della sfera politico-elettorale, ma che con i partiti in senso proprio hanno legami strettissimi: marciano divisi, per colpire uniti. Da un lato c’è uno schieramento che potremmo chiamare «globalista». Per esso la consegna del pianeta al mercato è giusta e inevitabile. In linea di massima questo è lo schieramento che al momento prevale alla guida delle democrazie sviluppate. Salvo aver alfine trovato un rivale assai temibile.

È ancora un’ipotesi: grazie a Trump di schieramenti se ne potrebbe costituire un altro, che potremmo denominare «sovranista», la cui struttura portante sarebbe fatta di quei partiti che ordinariamente vengono classificati come populisti. Secondo questo secondo schieramento il rimedio ai danni prodotti dai globalisti non consiste nel sottrarre spazi al mercato, ma nel restringere il mercato entro i confini nazionali, dandogli lì piena libertà di manovra. L’altra caratteristica dello schieramento sovranista sta nella sua capacità di strumentalizzare le sofferenze e le paure di una parte delle vittime dei globalisti, da esse traendo parte non secondaria del suo seguito elettorale.

Tra i due rivali, uno ben solido, l’altro in via di consolidamento, c’è più accordo che contrasto. Wall street non ha manifestato sofferenza dopo la vittoria di Trump. La Brexit non ha prodotto effetti sconvolgenti, e la borsa di Londra se la cava egregiamente. Se così fosse, sarebbe un’invenzione straordinaria: il capitalismo fa opposizione al capitalismo. Evviva il capitalismo! Divergono sui mezzi: l’uno considera lo Stato un ingombro, l’altro uno strumento. Forse è un conflitto ciclico nella storia del capitalismo. Quello che è verosimile è che i sovranisti non riusciranno a sfuggire dal labirinto di vincoli in cui i globalisti hanno cacciato le società occidentali e proveranno a mascherare il loro fallimento con un po’ di misure illiberali, antidemocratiche, razziste. Trump ha già cominciato. Anzi, ha fatto di meglio. Ha ripreso a bombardare, con tanto di motivazioni umanitarie. Non senza ottenere il plauso dei globalisti-liberali.

C’è forse qualche somiglianza con i contrasti che divisero negli anni 20-30 dello scorso secolo i fascisti da una parte dei liberali. Poi, allora, le cose evolvettero. I liberali presero le distanze, rinunciarono al liberismo, inventarono il New Deal, si appropriarono dell’interventismo statale fascista, ma lo rinnovarono radicalmente in senso democratico. Le analogie sono intriganti, ma non sono mai perfette e non vanno esagerate. Non sappiamo nemmeno come il contrasto tra globalisti e sovranisti evolverà. Potrebbe anche evolversi positivamente. I globalisti potrebbero, almeno alcuni, scoprire di aver esagerato e che l’involuzione autoritaria è troppo rischiosa. Vedremo. Come tutte le trasformazioni, anche questa è incerta.

Anche perché le resistenze non mancano. Negli anni 20-30 c’erano grandi partiti socialisti e comunisti, a volte brutalmente repressi, ma che rappresentavano un principio di resistenza. Oggi c’è resistenza, ma ha altre forme, giacché quei partiti hanno deciso di confondersi nello schieramento globalista. La resistenza attuale è spesso molecolare, disordinata, a volte apolitica: è disagio sociale, protesta locale, aggregazioni di corto raggio e breve durata, disordine d’ogni sorta.

Tra le forme più paradossali c’è persino il voto per i partiti populisti: che se per alcuni implica adesione, per altri è un voto di «odio». Li si vota perché non c’è di meglio, perché è il voto che reca più disturbo.

La resistenza dispersa non è una condizione inedita. Prima che nascessero i grandi partiti di massa, gli strati popolari erano classificati come classes dangereuses: erano le folle del 1789 del 1848, che i partiti socialisti promossero a classes laborieuses, dotate di un’identità e una soggettività collettiva, protagoniste di grandi cambiamenti.

È immaginabile un riorientamento analogo delle resistenze che caoticamente si manifestano di questi tempi? Non è facile. Una cosa era contrastare lo Stato e le imprese, un’altra rovesciare il mercato globale, gli evanescenti labirinti della governance sovranazionale e i bit della speculazione finanziaria. Eppure, vi sono segnali che lasciano margini di speranza. Il nemico è possente, globalista o sovranista che sia. Ma è possente perché i suoi avversari sono deboli. Ma fino a un certo punto.

Le grandi mobilitazioni sociali di carattere «universalistico» apparse dal 2011 non sono un incidente. Sono manifestazioni di una rivolta collettiva che ha indossato prima le vesti degli Indignados spagnoli e greci, di Occupy, di Gezi Park, della francese Nuit Debout e che poi ha avuto qualche non secondario sbocco elettorale. La rivolta movimentista e l’esodo elettorale dai partiti tradizionali sono a volte riusciti a intrecciare protesta politica e protesta sociale. Tra le vittime del nuovo ordine (o disordine) e le oligarchie cova un conflitto che evoca le grandi retoriche rivoluzionarie: la virtù contro la corruzione, il basso contro l’alto, i produttori contro i parassiti, il «popolo» contro la «corte» (oggi la «casta»). Va da sé che è tutt’altro modo di interpretare il conflitto «basso contro alto» rispetto a quello dei populisti-sovranisti. Nessuno che abbia seguito agisce oggi al di fuori di questa frattura.

Negli Usa la campagna di Sanders è stata fatta in gran parte da attivisti di Occupy, così come la campagna pro-Corbyn nel Labour. Podemos non sarebbe nato senza gli Indignados. Syriza ha vinto le elezioni dopo un lungo ciclo di mobilitazione sociale. Il governo più progressista d’Europa, quello portoghese, è una coalizione tra il partito socialista e partiti della sinistra radicale, resa possibile da un intenso ciclo di mobilitazione anti-austerity. In Francia Mélenchon cresce nei sondaggi anche sull’onda della Nuit Debout. Altre nuove forze di sinistra avanzano in Olanda e in Belgio. La resistenza molecolare prova a coagularsi. Non ci sono quindi alibi per la sinistra italiana: non è vero che nella crisi cresce solo la destra.

Forse il problema italiano è che questo spazio è stato occupato dai grillini, o è stato loro consegnato. Oppure che l’equivoco del Pd si è dissolto solo di recente.

Ma bisogna anche imparare dagli altri. Le nuove forze di sinistra, dove conquistano consensi importanti, non sono stanchi mosaici di ceti politici di lungo corso. Spiazzano, disorientano, agiscono come outsiders, quasi come alieni. Inventano nuove forme organizzative. E soprattutto ci credono, e spiegano a coloro cui si rivolgono che le attuali ingiustizie non solo non hanno niente di naturale e di obbligato, ma sono pure superabili. Purché lo si voglia.

Questa voglia di disintermediare

Triskel182

Una cosa in comune c’è tra l’ex segretario candidato e il garante padrone del M5S, Renzi e Grillo intendo.
La parola è disintermediazione.

A che serve la libera informazione quando c’è  già pronto il blog con tutte le informazioni?
Da una parte il blog dall’altra il blog, il #Matteorisponde e i quotidiani che fanno da grancassa: entrambi i leader (e i loro fans) dimostrano una certa allergia quando le domande sono scomode. Una esempio fatto già ieri sera durante la trasmissione Gazebo: se le domande sono di Report, ad arrabbiarsi è il Pd e il suo tesoriere, mentre a far la parte del difensore della stampa è il movimento.

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Freccero: «Guevara tecnologico, sogno o utopia?»

“Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Ma per chi è cresciuto in questi anni la sinistra è identificata con il potere”

di Micaela Bongi – ilmanifesto.it, 08/04/2017

Carlo Freccero, anche lei sarà a Ivrea all’evento in ricordo di Gianroberto Casaleggio a un anno dalla morte. Perché sarà lì?

Il Movimento 5 Stelle nasce da un’intuizione che è quella di tutti i partiti tecnologici, come i Pirati. L’intuizione di Casaleggio è che non si possono inviare messaggi alternativi usando i media mainstream. Non a caso in questi anni il critico del sistema, il dissidente, coincide con la figura dell’hacker. Che Guevara è tecnologico. Casaleggio, partendo da questa intuizione, ha creato Rousseau perché bisognava dotarsi di mezzi propri, una piattaforma e un sistema operativo. Secondo: la comunicazione politica non doveva più essere passiva (attraverso la televisione o la stampa, appunto) ma attiva, con la creazione di un sapere comune politico condiviso. E ancora: questo sapere doveva essere riscritto insieme, un’opera comune, come Wikipedia. Quarto: non bisognava partire da una qualsivoglia ideologia data, socialismo o liberismo, ma fare tabula rasa.

Dunque, cosa dirà a Ivrea?

Questo sogno di Casaleggio non rischia di essere un’utopia? La politica di oggi, importata in Europa sul modello Usa, è propaganda, manipolazione, non agisce a livello conscio ma inconscio, per piegare le masse al volere delle élite. Il sogno di Casaleggio, quello di elettori non contaminati dalla propaganda, è realizzabile? Ho dei dubbi: la propaganda dei media getta comunque un’ombra sull’autonomia degli elettori. Quando arrivo su Rousseau sono già condizionato dalla propaganda martellante dei media tradizionali. I 5 Stelle pensano che tutto si risolva con la tecnologia. Ma anche gli algoritmi selezionano i nostri contenuti sottoponendoci a un controllo. E io penso che ancora ci sia differenza tra destra e sinistra. Quando sento dire che destra e sinistra non esistono, rialzo la cresta. Una volta Gianroberto Casaleggio mi invita e mi dice: «Sa che lei è bloccato tra destra e sinistra?». Poi purtroppo per la sua malattia il confronto non è potuto proseguire. Ma io ho cercato di capire.

Intanto si potrebbe già dire che i media mainstream sono utilizzati eccome dai 5 Stelle, e sempre di più rispetto agli esordi. Lo stesso Davide Casaleggio, dopo averlo presentato sul «Corriere della sera», ha sentito il bisogno di andare da Lilli Gruber sulla 7 a due giorni dall’appuntamento dedicato a suo padre. Insomma, non disdegnano la «contaminazione».

Io vorrei verificare se sia possibile non essere condizionati e rimanere indenni dalla manipolazione. A me sembra poi che i 5 Stelle non affrontino mai temi ideologici di portata generale, sulla piattaforma ci si esprime sempre su quesiti semplici. Il rischio è la politica sul modello dell’assemblea del condominio. Io sono legato al Novecento, a destra e sinistra, la loro concezione tecnologica lo ha fatto fuori. Il loro atteggiamento è molto liberista su alcuni temi, su altri no. Sulla Rai ad esempio sono praticamente per il ritorno al bianco e nero.

Ecco, la Rai appunto: lei stesso, indicato dai 5 Stelle, insieme a Sel, per il consiglio d’amministrazione di viale Mazzini scelto dai partiti, è espressione delle contraddizioni del Movimento.

E poi hanno il «garante», significa che l’«elettore attivo» rischia di essere fregato.

Come dimostra la vicenda della votazione per il candidato sindaco di Genova.

Appunto. Queste sono le contraddizioni. Ma ho visto anche altri casi, come quello di Antonio Di Pietro, che nel suo movimento è finito circondato da gente dubbia. Un controllo ci deve essere, loro pensano che la rete possa selezionare la classe dirigente…

La manifestazione di Ivrea, oltre che un omaggio a Gianroberto Casaleggio, vuole essere anche una sorta di palestra per un eventuale governo a 5 Stelle?

A me non sembra che in questo momento puntino veramente al governo, non mi sembrano ancora pronti. E poi se non ammettono la possibilità di alleanze, come fanno?

Pierluigi Bersani è stato subissato di critiche per le sue analisi sui 5 Stelle.

Bersani ha detto una cosa interessante, ma non solo per lui. Per tutta la sinistra sarebbe interessante aprire un confronto con il Movimento 5 Stelle. La parola sinistra negli ultimi anni è diventata «sinistra», con le virgolette. Per chi è cresciuto in questi anni, la sinistra è identificata con il potere.

Le opinioni molto calunniate di Rania Khalek sulla Siria

segnalato e tradotto da nammgiuseppe

di Rania Khalek e Justin Podur – znetitaly.altervista.org, 31/03/2017

Quando la conferenza della giornalista Rania Khalek è stata cancellata il 27 febbraio il gruppo che l’aveva invitata, Students for Justice in Palestine – Università della Carolina del Nord (SJP-UNC), ha diffuso una dichiarazione che affermava che la cancellazione era dovuta alle “idee” di Rania sulla Siria e che il gruppo riteneva che “il suo invito avrebbe erroneamente implicato che il SJP condivideva tali idee”. Il gruppo ha anche aggiunto che “non sottoscrive né respinge le sue idee sulla guerra civile in Siria in quanto restano relativamente poco chiare secondo diverse opinioni dei nostri membri riguardo alle analisi di Rania”.

In reazione alla cancellazione un vasto numero di firmatari, molti dei quali impegnati nella solidarietà alla Palestina, ha sottoscritto una dichiarazione contro la messa al bando di Rania ma anche contro le liste di proscrizione in generale. Tale dichiarazione concludeva:

“I firmatari di questa dichiarazione hanno una pluralità di opinioni sulla Siria. Alcuni concordano con la Khalek; altri dissentono, in alcuni casi molto vigorosamente. Ma noi sentiamo che quando un gruppo che persegue la giustizia in Palestina sottopone oratori o membri a un banco di prova relativo alle loro opinioni sulla Siria, ciò conduce inevitabilmente a scissioni, messe a tacere, confusione e una grave erosione della fiducia. Va contro la possibilità che si apprenda gli uni dagli altri, cambiando punto di vista e ci si educhi a vicenda mediante l’attivismo. Dissensi su temi politici esistono all’interno di qualsiasi movimento di coalizione. Non devono essere resi materia di denigrazione mirata di attivisti del movimento”.

La dichiarazione “contro le liste di proscrizione” ha suscitata un’altra ondata di diffamazioni, poiché alcune delle stesse persone che avevano esercitato pressioni sul SJP perché cancellasse la sua conferenza hanno avvicinato firmatari per sostenere che non avrebbero dovuto firmare. Tra i loro argomenti che esiste e dovrebbe esistere un banco di prova politico, uno che Rania non ha superato. Da firmatario iniziale io stesso sono stato avvicinato più di una volta da amici che mi suggerivano che io non conoscevo realmente le idee di Rania.

Le persone che hanno scritto pubblicamente su Rania spaziano da molestatori davvero loschi ad accademici di sinistra che hanno sparato una rapida serie di articoli calunniosi e poi hanno manifestato sconcerto per le reazioni a essi. Ma a parte quelli che parlano a proposito di lei, è in realtà piuttosto difficile trovare fonti di quelle sue “idee” che apparentemente la squalificano dal parlare o pubblicare su qualsiasi argomento.

Preoccupato del fatto che forse non le conoscevo davvero ho cercato Rania per chiederle di queste “idee” molto calunniate ma raramente messe in onda.

Justin Podur (JP): Sei un’assadista?

Rania Khalek (RK): Non sono una tifosa del governo siriano. Non ho intenzione di sostenere il governo siriano.

Ciò cui mi oppongo è allo smantellamento dello stato siriano che è ciò che numerose potenze hanno fatto negli ultimi sei anni. Mi oppongo a questo perché abbiamo visto come vanno queste cose in Libia, Iraq, Afghanistan, Somalia e non vogliono vederle succedere in Siria.

Mi oppongo anche all’attuale alternativa al governo siriano, che è un mosaico di gruppi jihadisti salafiti che vogliono imporre una rigida legge religiosa, uccidere minoranze e lapidare donne per adulterio. Questo è inaccettabile a me e a molte persone, compresi miei parenti che vivono in Siria e che accade appartengano a minoranze.

JP: Dunque questa è la tua prima “idea”. In base alla tua interpretazione di ciò che è accaduto dopo la rimozione di Gheddafi in Libia, di Saddam in Iraq, e in altri paesi, ti opponi alla distruzione dello stato e sulla base della tua interpretazione di gruppi come Nusra e ISISI non appoggi l’opposizione al governo siriano. Quelli che per questo di definiscono assadista dovrebbero anche definire saddamisti quelli che erano contro la guerra in Iraq, gheddafisti quelli che si opponevano alla guerra in Libia, eccetera.

RK: Esattamente. E io penso che sia una presentazione scorretta e un dualismo inaccurato la tesi che se non appoggi questi gruppi islamisti ribelli che hanno ambizioni ultraconservatrici ciò ti dovrebbe rendere un sostenitore di un dittatore, e questo non è corretto.

Mi piacerebbe vedere una Siria democratica. Mi piacerebbe vedere una Siria in cui partiti diversi dal Ba’ath possano prosperare e partecipare a elezioni. Il fatto ora è che c’è un’insurrezione di estrema destra finanziata da alcune delle maggiori potenze del mondo alla ricerca della distruzione del paese. Nella situazione attuale è impossibile per il popolo sollecitare e ottenere riforme.

JP: Ah, anche qui c’è una genuina diversità di opinioni con i sostenitori della rivoluzione siriana che sostengono il contrario: che fintanto che Assad resta al potere non si possono avere riforme.

RK: Sì, ma questo dovrebbe essere un punto controverso di una discussione politica. Perché non possiamo discuterne?

JP: Sono d’accordo. La tua affermazione che le riforme sono impossibili mentre prosegue questa ribellione e l’affermazione che le riforme sono impossibili mentre il regime è al potere sono valutazioni diverse della situazione che dovrebbe essere possibile dibattere all’interno del movimento.

La mia domanda successiva: hai partecipato a una conferenza di pubbliche relazioni (PR) patrocinata da Assad a Damasco?

RK: Ho potuto recarmi in Siria, ho potuto ottenere il visto per la Siria, accettando di partecipare a una conferenza di due giorni a Damasco condotta da una ONG britannica filogovernativa.

Ci sono andata insieme con numerosi giornalisti di spicco di ogni canale importante in occidente: New York Times, Washington Post, NPR, BBC, LA Times, Telegraph, The Times (UK).

JP: Ho recentemente seguito un documentario della PBS di alcuni anni fa intitolato Inside Assad’s Siria[Dentro la Siria di Assad). Quel giornalista partecipava a una visita guidata del regime.

RK: Quello è l’unico modo per entrare nelle aree della Siria controllate dal governo. Permettono solo di vedere determinate cose. Se sei un giornalista dovresti tenerlo presente e renderlo chiaro.

JP: Capita spesso che se sei un giornalista che riferisce su un qualsiasi genere di conflitto, il solo modo per entrare consiste nell’andare con una parte o con l’altra. E’ uno dei motivi per cui è così difficile buone informazioni sui conflitti e una cosa su cui ha scritto l’hanno scorso Patrick Cockburn.

RK: Tutti quei giornalisti hanno accettato di andare a quella conferenza in modo di potersi recare nelle aree governative, dove vive la maggior parte delle persone che ancora restano nel paese. Se vuoi parlare con quelle persone devi ottenere un visto, il che significa che devi avere l’assenso del governo. Tutti hanno pagato il loro arrivo, il soggiorno, i trasporti. Io non sono stata finanziata dal regime. Ho pagato di tasca mia. Non ho neppure finito per presenziare alla conferenza. Ho deciso di non andarci quando ho scoperto che il mio nome era stato incluso nel programma anche se non avevo accettato di parlare (insieme con molti altri che non avevano accettato di parlare).

Giornalisti tradizionali hanno parlato a questa conferenza, in più di una sessione. Nessuno di loro è stato diffamato al modo in cui lo sono stata io. E’ stata una campagna per cacciarmi e ha funzionato. A causa di queste calunnie c’è stato un boicottaggio morbido di tutti i miei servizi, e questo è il punto.

Chiunque ripeta che io ho “parlato a una conferenza di pubbliche relazioni patrocinata da Assad in Siria” può essere fuorviato o malevolo, ma nell’un caso e nell’altro partecipa a un processo che cerca di assicurare che nessuno dei miei servizi sia messo in onda.

JP: Dunque, riguardo a questo punto: come ogni giornalista tradizionale che lavora sulla Siria e insieme con molti di loro ti sei recata in aree controllate dal governo e hai partecipato a eventi governativi con il permesso del governo.

La mia domanda successiva: Reuters, Al Jazeera e altri canali hanno riferito a dicembre 2016 che i ribelli avevano avvelenato l’acquedotto di Damasco. Ricordo che tu hai scritto via Twitter al riguardo. E in marzo un rapporto dell’ONU, esaminando fotografie satellitari e interrogando persone del luogo, ha affermato che si trattato di un bombardamento governativo contro il suo stesso acquedotto. Secondo il NYT nel marzo  del 2017 “investigatori hanno affermato che video dei bombardamenti, racconti di testimoni e immagini satellitari dimostravano che il sistema idrico era stato danneggiato in almeno due attacchi aerei usando bombe ad alto esplosivo”, e che l’idea le strutture idriche fossero state bombardate da terra era “incongrua con evidenze fisiche osservabili”. Cosa ne dici?

RK: I ribelli di cui parlavamo erano a Wadi Barada ed erano di al-Nusra (al-Qaeda in Siria; hanno cambiato nome di nuovo da allora, ma sono di al-Qaeda). Wadi Barada è da dove proviene l’acqua di Damasco. Le mie fonti sul campo hanno detto che i ribelli affiliati ad al-Qaeda avevano messo diesel nell’acqua. C’è stata un’interruzione dell’acqua: un male per tutti a Damasco, compresi miei amici che vivono là. La valle dove si trova quest’acqua è stata distrutta in alcuni bombardamenti. Entrambe le parti hanno incolpato l’altra, anche se ci sono state foto di ribelli in piedi sull’infrastruttura idrica distrutta. Ci sono affermazioni di entrambe le parti e in questo caso per me non ha senso che il governo bombardasse la sua stessa fornitura d’acqua.

JP: Damasco è la capitale, un’area tenuta dal governo. Anche questo a me pare discutibile. Il governo è stato brutale nei confronti di aree tenute dai ribelli, ma è difficile identificare quale potrebbe essere la logica della distruzione da parte del governo della propria fornitura d’acqua, e facile identificare perché i ribelli avrebbero voluto compierla.

RK: I ribelli lo hanno già fatto in passato, ad Aleppo; l’ISIS l’ha fatto quando controllava l’Eufrate.

Non ho alcun problema a credere che il governo in Siria abbia fatto brutte cose. Le ha fatte. In questo caso fonti di cui mi fido, che non sono del governo, mi dicono che questo rapporto è inaccurato. Non c’è alcun modo in cui io o i miei detrattori possiamo dimostrarlo una versione o l’altra.

JP: Dunque, secondo te, questa è una domanda aperta e oggettiva cui è difficile rispondere. Come molti altri tu hai riferito che i ribelli avevano danneggiato l’acquedotto e continui a ritenere che siano stati i ribelli. Anche questa a me pare un’area in cui si potrebbe dissentire dalle tue valutazioni delle prove e della logica.

Ora ho una domanda su cui persone ragionevoli non possono dissentire, affermazioni su di te che io ritengo sbagliate e voglio verificare. Un accademico ha detto che tu difendi “il bombardamento siriano di aree civili densamente popolare”. E’ così?

RK: Non l’ho mai detto. Nemmeno una volta. Mai. Questo è tutto.

JP: Farlo ti renderebbe una specie di mostro. Sarebbe una cosa orrenda da dire, come quando Hussam Ayloush del Comitato per le Relazioni USA-Islam (CAIR), uno dei tuoi detrattori, ha twittato che era “triste” che la caduta di un aereo militare russo ha ucciso “solo 92” persone, mentre l’aereo avrebbe potuto trasportarne 180. In seguito si è scusato, ma è difficile non notare che il suo primo istinto è stato di festeggiare delle morti e desiderarne di più.

RK: Non appoggio la violenza praticata dal governo siriano. Non l’ho mai fatto. Non lo farei mai. Non ho mai applaudito la violenza del governo siriano contro al-Qaeda. Civili? Non appoggerei mai, nemmeno in un milione di anni, la violenza contro i civili e non l’ho mai fatto.

JP: Lo stesso professore che ha detto che l’hai fatto ha detto anche che tu attacchi “organizzazioni rispettabili per i diritti umani che documentano simili crimini di guerra”. Non sono sicuro di che cosa egli intenda con “attacchi” ma qual è la tua risposta a ciò?

RK: Trovo davvero sorprendente che così tanti vogliano accettare qualsiasi narrazione ricevano da qualsiasi organizzazione, è solitamente si tratta delle stesse persone che contestano costantemente tali organizzazioni a proposito di altri temi, specialmente in relazione alla Palestina. Sulla Palestina sappiamo che tutto è tanto prevenuto. Sulla Siria si suppone che noi accettiamo  qualsiasi affermazione da parte degli stessi canali e delle stesse organizzazioni. Dovremmo sempre mettere in discussione queste cose, specialmente quando è implicato il nostro governo. Non sto negando che ci siano state atrocità. Ritengo necessario contestare organizzazioni per i diritti umani quando riferiscono affermazioni fatte senza prove.

JP: Dunque, per sintetizzare, se hai un’”idea” su questo, è che si dovrebbero “contestare organizzazioni per i diritti umani quando riferiscono affermazioni fatte senza prove”.

RK: Queste organizzazioni hanno una storia di ipocrisia riguardo ai fatti quando i paesi accusati sono dalla parte sbagliata della politica estera statunitense. Ci sono organizzazioni per i diritti umani che ricevono finanziamenti da USAID. E’ cruciale che mettiamo in discussione le loro affermazioni.

JP: Dunque stai dicendo: quando si riceve l’affermazione di un’atrocità, indipendentemente dalla fonte, si deve guardare alle prove.

JP: Sì, verificare le prove. Non prendere le affermazioni di gruppi ribelli alla lettera quando non ci sono sul campo organizzazioni indipendenti per i diritti umani. Il governo siriano mente molto. Penso non si debbano accettare neppure le sue affermazioni senza prove. A Gaza c’erano investigatori per i diritti umani e giornalisti indipendenti. In Siria non è così in nessuna delle parti. Tutto ciò che arriva dalla Siria, da una parte o dall’altra, dovrebbe essere considerato con una grossa dose di scetticismo.

JP: Dunque se il professore avesse riformulato “attacchi a rispettabili organizzazioni per i diritti umani” in “contestazioni di affermazioni che arrivano senza prove, anche da organizzazioni rispettabili per i diritti umani”, sarebbe stato su un terreno solido.

L’ultima cosa che questo professore ha aggiunto è stata che tu apparentemente insisti “che la resistenza siriana è composta solo da terroristi islamisti sostenuti dall’estero”. Immagino che lui sia turbato perché per chi è a favore dell’opposizione l’Esercito Siriano Libero (FSA) non è costituito da “terroristi islamisti sostenuti dall’estero”. Insisti che lo siano? Anche se lo facessi io penso che anche questa è una valutazione che potrebbe essere discussa, ma per favore dimmi come la pensi.

RK: Non uso il termine “terroristi”, dunque non accetterei quell’affermazione su di me. Quanto a quello che penso del FSA: era un insieme variegato di fazioni combattenti. Possono esserci stati alcuni moderati all’inizio, ma la cosa non è durata, e quello che conta è ciò che è diventato, cioè fondamentalmente assorbito negli altri gruppi islamisti armati. Il FSA ha operato al fianco di Nusra. Hanno un obiettivo simile, che è una qualche specie di stato con elementi islamisti. Ciò non significa che tutti quelli che hanno combattuto nel FSA stavano tentando di imporre uno stato islamico. Ma i combattenti più duri erano islamisti e settari ed è quel filone che è prosperato. A questo punto nel 2017 nessuno può citare un gruppo combattente che cerchi di rovesciare il governo che non sia completamente sunnita. L’opposizione armata non ha mai ottenuto il sostegno della maggioranza del popolo perché era settaria e alla fine interamente sunnita; combatteva per fini islamisti e per imporre uno stato islamico. La vasta maggioranza del popolo in Siria si oppone a ciò, persino persone che non appoggiano il governo. Temono più i ribelli di quanto temano il governo. Sto parlando dei fatti, qui, non delle mie opinioni. Nel 2017 c’è una forza combattente in Siria in cerca di rovesciare il governo che non sia settaria e islamista? Io non ne vedo una.

JP: E riguardo all’idea che ci sono consigli locali che fioriscono in aree ribelli?

RK: I consigli locali hanno rapidamente perso il controllo nelle aree ribelli. C’è ancora controllo locale in aree che hanno elaborato accordi di riconciliazione. Probabilmente procedendo ci sarà più controllo locale e questa è una buona cosa. I consigli locali nelle aree ribelli sono stati venduti da persone che volevano l’intervento.

Quello che vedo in Siria è molto diverso. Persone che appoggiavano l’opposizione ora partecipano a processi di riconciliazione e ci sono ONG mediatrici. I consigli locali alla testa di tali aree di accordi di riconciliazione non hanno avuto la possibilità di operare in aree dell’opposizione armata. L’opposizione armata dai sauditi, da Qatar, Turchia, Stati Uniti non ha alcun interesse alla democrazia reale, ai progressisti o alle femministe liberali nella regione. Quelle persone non hanno mai avuto alcuna possibilità.

JP: Dunque abbiamo qui due domande fattuali o forse analitiche: 1) Qual è la portata dell’opposizione non islamista armata? 2) In quale misura l’opposizione non armata è stata in grado di fiorire in aree tenute dai ribelli? Secondo la tua analisi la risposta a entrambe le domande è “virtualmente nessuna”. Ma anche questa a me sembrano domande su come uno valuta le prove riguardanti la guerra, non sul fatto che uno abbia qualche specie di ottica discriminatrice.

RK: Guarda, io sono una donna di una minoranza araba con parenti sia in Siria sia in Libano. I gruppi di opposizione diversi da al-Qaeda hanno spesso operato parallelamente a essa. Hanno ucciso persone come me unicamente in base alla loro identità. Qui non si tratta di appoggiare la dittatura. Si tratta della sopravvivenza per molte persone della regione. Per persone che non vogliono vivere in un sistema in stile Arabia Saudita. E’ questo che sta succedendo qui. Molte persone che stanno facendo questo a me provengono da un luogo realmente settario. Sono attaccata dagli elementi più conservatori della mia comunità. E’ stato davvero sorprendente vedere tante persone  prendere per buona la loro parte della storia e cancellarmi totalmente senza considerare che, ehi, forse persone come Rania …  non sto parlando per conto di altri ma sto parlando di un’opinione presente nella regione … c’è un motivo per cui qualcuno come me non vorrebbe vivere sotto persone simili.

JP: La cancellazione del tuo invito in febbraio è arrivata dopo alcuni tweet a proposito del wahabismo e del salafismo.  Hai scritto: “Sì, essere salafiti o wahabiti non significa essere violenti, ma decisamente significa essere fanatici e misogini”. Ho notato una velocissima e straordinaria reazione a quel tweet. Una delle prime reazioni che ho visto è stata qualcuno che ti ha detto: “Smettila di parlare della Palestina”, se ci credi. Ho visto quella reazione molte volte. L’ho trovata una reazione molto interessante: “smettila di parlare della Palestina”. Perché è quella la prima reazione? C’è un argomento che è fondamentalmente tabù in occidente, qualcosa di cui non si può parlare senza conseguenze potenzialmente gravi, e quando dici qualcosa che a questa gente non piace, ti dicono di “smetterla di parlare della Palestina” come se ogni altra parte della società non ti stesse già dicendo di chiudere il becco a proposito della Palestina.

RK: E’ davvero impressionante il modo in cui la solidarietà, i canali e gli attivisti a favore della Palestina siano stati attaccati fin dall’inizio da persone che appoggiano l’intervento in Siria. Fanno di tutto per mettere a tacere l’attivismo palestinese.

Persino nella regione oggi la Palestina è l’ultimo dei pensieri della gente. C’è anche un tentativo di equiparare la Siria alla Palestina. La tattica dell’affermare: se appoggi la resistenza in Palestina ma non l’opposizione siriana, allora sei un ipocrita e non hai diritto a parlare della Palestina. Ma sono diverse. La Palestina è occupata e colonizzata. Non occorre amare l’esercito siriano per riconoscere che è di quel paese e che combatte un’insurrezione in cui vi sono elementi stranieri. Non si può semplicemente appoggiare qualsiasi resistenza. Conta per cosa combatti. Se combatti il colonialismo, posso essere a favore. Se combatti per imporre uno stato islamico, non posso appoggiare questo.

Non c’è unanimità tra i palestinesi riguardo alla Siria. Molti palestinesi vivono in Siria. Ci sono palestinesi che appoggiano l’opposizione, palestinesi che hanno tentato di restare neutrali e palestinesi che combattono con il regime. Non è una situazione facile. Non c’è unanimità tra gli arabi o tra i palestinesi. E’ ipocrita usare la questione della Palestina per far passare la propria posizione sulla Siria.

JP: Sono stato colpito da come tutto è concentrato sull’impedire alle persone di parlare.

Ma tornando a quel tweet. Posso capire come essere definito “fanatico e misogino estremista” possa far imbestialire qualcuno che si identifica come salafita o wahabita e possa indurlo a ribattere definendoti islamofoba. Come reagisci a tale accusa?

RK: Ho fatto una dichiarazione al riguardo su Facebook. Non è islamofobo criticare salafismo e wahabismo, ideologie di estrema destra che promuovono il genocidio di minoranze e i cui sistemi di credenze sono alla radice ispiratrice di ciò che muove al-Qaeda e l’ISIS e gruppi simili a loro.  Per me è scandaloso vedere persone che cercano di sopprimere la critica di ideologie ultraconservatrici evocando l’islamofobia. L’islamofobia è un problema serio nel paese e non dovrebbe essere buttata lì superficialmente. E’ analogo a dire che chi critica il sionismo è colpevole di antisemitismo. C’è chi ha detto che io non sono mussulmana e dunque non posso criticare. Ma quelle ideologie mi riguardano direttamente; affermano che io sono da uccidere e non umana. Dunque da minoranza della regione ho ogni diritto di parlarne.

JP: L’accademico citato prima che ti accusa di mascherare i crimini del governo indica un articolo da te scritto su come le sanzioni stanno danneggiando l’economia siriana. Non sono sicuro di come la seconda cosa porti alla prima. Forse puoi approfondire.

RK: Io non nego che il governo siriano uccida gente. Ho visto i risultati dei suoi bombardamenti. Bombardano qualsiasi cosa. E’ un livello schiacciante, indiscriminato di violenza contro aree dell’opposizione. E l’opposizione ha ucciso decine di migliaia di soldati governativi. E’ una guerra tra due schieramenti. Ho detto che questa è una guerra tra due parti.

Ma non si dovrebbe credere alle classifiche che affermano che il governo è responsabile del 95% di tutte le uccisioni. Se il governo ha ucciso il 95% dei civili, allora la parte in guerra in cui c’è al-Qaeda ha ucciso solo forze governative ed è la forza combattente più nobile della storia. Non maschero le atrocità del governo. Ho detto qualcosa che è evidente: ci sono due parti che combattono e due parti che uccidono civili.

JP: Al-Qaeda è famosa per operazioni contro i civili. Ma continuiamo riguardo alle sanzioni.

RK: Ho scritto un articolo che diceva che le sanzioni sono distruttive per i civili. Non mi vergogno di scrivere al riguardo. Hanno cercato di distorcere i miei servizi sulle sanzioni dicendo che nascondono le atrocità del governo. Le sanzioni hanno distrutto l’economia siriana e reso realmente difficile ottenere aiuti umanitari in una delle maggiori catastrofi umanitarie. Gli Stati Uniti hanno inondato la Siria di armi e soldi a gruppi armati sanzionando contemporaneamente gli aiuti umanitari alla gente presa in mezzo al fuoco incrociato. E’ qualcosa che andrebbe contrastato. Stephen Zunes ha scritto a proposito delle sanzioni contro l’Iraq e su quanto orribili sono state. Dice che io copro il regime perché ho la stessa posizione sulle sanzioni contro la Siria, che per inciso hanno negato farmaci anticancerogeni per i bambini in Siria. L’ipocrisia è ridicola. Persone che si sono opposte alle sanzioni contro l’Iraq mi stanno attaccando perché ho la stessa posizione.

JP: E’ davvero bizzarro, perché se opporsi alle sanzioni contro la Siria ti rende un’apologeta di Assad, opporsi alle sanzioni contro l’Iraq deve renderti un apologeta di Saddam, e Saddam non è uno cui queste persone vorrebbero vedersi associate, non più che con Assad.

RK: Penso che la differenza sia questa: gli Stati Uniti hanno invaso l’Iraq con decine di migliaia di soldati statunitensi. La Siria è stata una guerra per procura in cui gli Stati Uniti hanno appaltato a gruppi jihadisti salafiti. Così non si vede che c’è una guerra contro la Siria.

JP: Per concludere vedo quattro cose qui:

1) un insieme di valutazioni che tu hai su argomenti specifici come l’acquedotto di Damasco, la portata dei gruppi armati non islamisti e del sostegno popolare all’opposizione e l’impatto delle sanzioni;

2) un insieme di tue idee politiche che sono piuttosto comuni nella sinistra, compreso un forte sostegno al laicismo, l’opposizione alle ideologie wahabita e salafita e scetticismo anche nei confronti di principali organizzazioni per i diritti umani quando presentano affermazioni che vanno oltre le prove da loro offerte;

3) un insieme di dichiarazioni su di te che sono false (ad esempio che tu “difendi attacchi contro civili”, “hai partecipato a un tour di pubbliche relazioni patrocinato da Assad, eccetera);

4) una combinazione di tutte queste cose per parlare delle tue “idee” come se tu avessi opinioni discriminatrici su determinati gruppi di persone.

Ma non è così. Tu sei una sostenitrice di sinistra di diritti uguali per tutti e hai idee inequivocabilmente antidiscriminatorie. Nessuno dovrebbe fare 3) e 4) e se qualcuno ha problemi con 1) e 2) dovremmo discuterne nel merito.

(Originale: https://zcomm.org/znetarticle/the-much-maligned-views-of-rania-khalek-on-syria/)