Siamo scienziati, chiediamo asilo

segnalato da Barbara G.

Scappati da Siria, Libia, Afghanistan. Sono i profughi che gli istituti di ricerca e le università si contendono.

L’economista afghano Sahil a Trieste

Di Giovanni Tomasin, Piero Martinello – espresso.repubblica.it, 30/03/2017

L’Egeo nero si agita di fronte alla costa turca, Sahil guarda in tralice il gommone di pochi metri con cui dovrà navigarlo. Con lui ci sono una cinquantina di persone, tra cui donne, anziani e bambini. La traversata richiederà un paio d’ore. Al contrario di tanti, loro riusciranno ad approdare all’altra riva, in Europa. Oggi, a qualche anno di distanza, Sahil ricorda quel momento come il più difficile dell’odissea che l’ha portato dall’Afghanistan all’Italia.

La sua storia è simile a migliaia di altre e al contempo è diversa. Racconta un aspetto del grande esodo che contrasta con l’immagine dei migranti coltivata in Occidente. A meno di trent’anni, in Afghanistan, Sahil aveva in mano un master in economia finanziaria ed era il direttore di un programma di sviluppo agricolo che interessava una ventina di province in tutto il paese. Collaborando con realtà internazionali, ha attirato l’attenzione di un gruppo terroristico che intendeva reclutarlo come spia. «Io ho rifiutato», racconta. «Poi un giorno hanno cercato di uccidermi, crivellando di colpi la mia auto. Sono sopravvissuto ma ho capito che dovevo scappare».

È iniziato così un viaggio di quasi cinque mesi, conclusosi in Italia con oltre un anno di permanenza in un Cara, un centro per richiedenti asilo. Oggi Sahil vive in una località sicura, ma non vuole diffondere troppe informazioni su di sé: teme per la sicurezza della sua famiglia, rimasta in Afghanistan. «L’Italia è bellissima», dice, «ma tanta gente pensa che i rifugiati vengano in Occidente a cercare un lavoro. Noi ce l’avevamo una vita e un lavoro a casa nostra. Siamo dovuti scappare. E qui non siamo più nulla».

È impossibile calcolare il numero preciso degli esuli scienziati, ricercatori e accademici creati dai conflitti degli ultimi anni. Tra Siria, Iraq, Libia, Yemen, Afghanistan e altri paesi il numero è alto. Trieste ha da poco ospitato un convegno che ha mostrato questo volto dei migranti richiedenti asilo: “Refugee Scientists: Transnational resources ”, organizzato dalla Twas (Accademia mondiale per l’avanzamento delle scienze nei paesi in via di sviluppo) in collaborazione con l’Istituto nazionale di oceanografia (Ogs), l’Università euromediterranea slovena di Pirano e l’Agenzia svedese di cooperazione allo sviluppo. Per una settimana ricercatori, accademici, rappresentanti delle istituzioni e delle organizzazioni internazionali si sono confrontati sull’impatto delle guerre sul mondo scientifico. E sui loro colleghi costretti a fuggire.

Per James R. King, assistente direttore dell’Iie-Srf, un ente di New York che offre borse di studio a scienziati rifugiati, è «difficile dare numeri precisi». «Basti pensare che in Siria prima della guerra c’erano 10 mila accademici – spiega – e che oggi metà della popolazione del paese ha dovuto lasciare il luogo in cui viveva. La proporzione non sarà perfetta, ma rende l’idea». Molti di quegli accademici sono ora sfollati all’interno della Siria, vivono nei campi in Turchia oppure hanno imboccato la rotta balcanica.

Qualche fortunato è riuscito ad arrivare in Europa proprio grazie al suo ruolo accademico. Shifa Mathbout, siriana, oggi è parte del gruppo di climatologia dell’università di Barcellona. Studia l’impatto del cambiamento climatico sul Mediterraneo e gli effetti del calo delle precipitazioni. È arrivata in Europa nel 2012, dopo aver atteso il visto in Giordania e in Libano per mesi: «Sono andata via per due ragioni», racconta, «per proseguire la mia carriera accademica e per sopravvivere». Suo fratello è un oppositore politico del regime e ora vive da rifugiato in Svezia, assieme alla famiglia. Sebbene Shifa non fosse impegnata in politica, questo bastava per metterla in pericolo. Il programma Erasmus Mundus le ha consentito di arrivare in Europa. I suoi genitori sono rimasti in Siria, a Latakia: «Non vedo la mia città e mio padre da cinque anni», racconta.

«Mia madre è venuta a trovarmi una volta in Spagna. All’aeroporto di Barcellona l’hanno interrogata per ore, prima di lasciarla andare». Secondo le statistiche solo una minima parte dei 65 milioni di rifugiati dispersi nel mondo vive in paesi occidentali. Questo vale anche per gli scienziati. La yemenita Eqbal Dauqan è una chimica convertitasi alle scienze del cibo e ora lavora in Malesia. Studia gli effetti benefici degli antiossidanti per conto dell’università: «Ho scelto la Malesia perché ero già stata lì, prima della guerra, per ragioni di studio».

Originaria della città di Taiz, non ha avuto altra scelta che la fuga: «Quando il conflitto è iniziato la zona dell’ateneo è stata colpita per prima. Poi anche la via da casa al lavoro si è fatta pericolosa, fino a quando io e la mia famiglia abbiamo lasciato la nostra casa per trasferirci fuori dal centro. Un mese dopo è stata colpita da un missile e ora non esiste più». Espatriare è stata una scelta obbligata: lo stipendio malese di Eqbal è una fonte di sopravvivenza per tutta la sua famiglia. Suo padre, suo fratello e sua sorella, rimasti in Yemen, sono tutti dipendenti pubblici e da tempo non percepiscono più la paga. «Anche se volessi tornare rischierei la vita. L’unico aeroporto aperto in tutto il paese è lontano da Taiz, non avrei certezza di arrivare viva dalla mia famiglia». Al momento, aggiunge, non è rifugiata: «Sono docente ospite. Ma fra un anno scadrà il mio contratto e, se non riuscirò ad averne un altro, dovrò chiedere asilo come è successo a molti ricercatori miei connazionali».

Altri sono diventati profughi pur vivendo all’estero già da molti anni. Il siriano Nader Akkad è arrivato a Trieste negli anni Novanta per studiare all’Ictp, il Centro internazionale di fisica teorica fondato dal premio Nobel pakistano Abdus Salam: «Il professor Salam era il primo Nobel musulmano», racconta Nader, «per noi giovani scienziati dei paesi islamici poter studiare con lui era un sogno».

In Italia Nader ha ottenuto diversi master e un dottorato in ingegneria sismica: «Islam e scienza sono in sintonia», dice, «Secondo un hadith gli scienziati saranno gli eredi dei profeti». Membro dell’Unione delle comunità islamiche, come imam è intervenuto condannando il terrorismo ai funerali di Valeria Solesin, la giovane vittima italiana della strage del Bataclan di Parigi. «Tecnicamente oggi sono un profugo», racconta». «Perché la mia città, Aleppo, è stata distrutta dalla guerra e non potrei tornarci nemmeno se volessi. Nel 2012 sono riuscito a portare in Italia i miei genitori. Ci siamo affidati a un passeur che li ha fatti fuggire attraverso un tunnel. Hanno dovuto attraversare quattro linee di cecchini, abbiamo rischiato grosso».

Tra gli ospiti di Trieste c’era anche Radwan Ziadeh, analista dell’Arab Center di Washington. Siriano, ha dovuto lasciare il suo paese ben prima della rivoluzione e della guerra. «In Siria lavoravo come chirurgo in un ospedale. Nel 2001 sono stato licenziato perché avevo iniziato a operare nel campo dei diritti umani, agli occhi dello Stato ero un “pericolo per la sicurezza nazionale”».

Dal 2007 si è trasferito negli Usa, dove opera per far conoscere gli orrori della guerra civile. Ha testimoniato due volte al Consiglio per i diritti umani dell’Onu a Ginevra. «La questione degli scienziati rifugiati è fondamentale», dice. «Secondo alcuni calcoli almeno 7mila medici siriani lavorano oggi negli Usa. Pensiamo agli effetti che il travel ban può avere in un quadro simile». Per Ziadeh «le organizzazioni internazionali sono un ponte che consente agli scienziati di trovare un ambiente in cui proseguire le ricerche anche dopo l’esilio. Bisogna dare loro sostegno e al contempo dare valore alle storie dei rifugiati».

Nel frattempo Sahil guarda il mare che l’ha portato in Europa. «Gli scienziati rifugiati sono come alberi già maturi, pieni di frutti. Possono dare molto ai paesi che li ospitano». Altrimenti non resta loro che una vita sospesa nel limbo. «Quando sei nella mia condizione tutti i tuoi sogni cadono a pezzi. Puoi solo sentire i giorni accumularsi uno sull’altro».

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78 comments

    1. Mah, che se ne vada in Forza Italia o viceversa, ormai la mutazione genetica e’ completata. A Palermo il PD si e’ sciolto e si presenta con gli alfaniani col nome Democratici Popolari, gli ultimi che di ritenevano di sinistra si sono scissi (giusto con qualche anno di ritardo) dal fu-PD, e dappertutto berlusconiani alfaniani fascisti etc stanno entrando da padroni nella ditta che fu di Bersani e soci – ad es http://www.lospiffero.com/ls_article.php?id=32799

      Cuffaro e altri condannati per mafia hanno gia’ auspicato con pizzini o dichiarazioni pubbliche l’unione tra Forza Italia e PD in funzione anti m5s.

      Il quadro politico e’ chiarissimo, e Renzi con pullman di cinesi e disperati si assicurera’ di essere a capo di questa fogna.

  1. Da un articolo di repubblica sulla dispersione scolastica. Prima dice che gli abbandoni alle superiori avvengono soprattutto nei professionali e negli istituti tecnici, se non addirittura alle medie. Poi si concentra sui licei e dice che il fenomeno è in aumento anche lì, frutto di scelte sbagliate secondo l’autore. Eh già questi disadattati che pretenderebbero di andare nei sacri licei…

    “Passando alle superiori, gli abbandoni scolastici crescono rapidamente. Anche al liceo, che raccoglie sempre più iscritti, parecchi dei quali con tutta probabilità hanno sbagliato indirizzo scolastico. Alla secondaria, a lasciare gli studi a metà anno o dopo qualche settimana, optando per il primo lavoro che capita, sono quasi 2 studenti su cento, in tutto circa 45mila giovani, concentrati soprattutto negli istituti tecnici e nei professionali. Ma la cosa che sorprende maggiormente è che nei licei, le cui classi sono sempre più affollate, il fenomeno è in rapida crescita. Nel 2013/2014 interrompevano gli studi circa 9.150 ragazzi e ragazze che l’anno successivo diventano oltre 10mila e 300. Nel breve volgere di 12 mesi il fenomeno è cresciuto di 12 punti e mezzo. Un effetto collaterale di quella crescita abnorme di preferenze che negli ultimi anni ha dirottato parecchi studenti, che in passato avrebbero preso la strada di tecnici e professionali, proprio al liceo.”

      1. bah, non mi pare siano professionalizzanti….

        faccio una considerazione. Io sono geometra, quando mi sono iscritta io c’erano 4 sezioni (una è poi saltata col passaggio alla seconda) e due sezioni sperimentali. Lo scorso anno hanno fatto una sezione sola, e neppure molto numerosa. Si sceglie il liceo perché si è convinti che prepari meglio all’università (e non sempre è vero) o perché viene considerato più in, mentre è da pezzenti fare gli istituti tecnici?

        1. un po’ tutto questo.

          lo scrivo dall’inizio del blog, e anche da prima. i tecnici e i professionali sono i grandi malati della nostra scuola.
          per ragioni interne ed esterne, le une rincorrono le altre, e non è facile capire se inizi prima l’uovo o la gallina.

          di fatto al professionale vanno spesso ragazzi non motivati, con famiglie non motivate, o disinteressate, o – semplicemente – stanche. e così sono anche le famiglie (e i ragazzi) a fare o non fare la scuola, a parte i difetti strutturali interni (che nei migliori tecnici neppure sono così gravi, ma tant’è, quando è partito un trend vale sempre, che sia ‘senza olio di palma’ oppure ‘senza istituto professionale’).

          ps con nota dubbiosa: la domanda che fai tu ‘è da pezzenti fare gli istituti tecnici’ non si potrebbe ampliare anche al mondo del lavoro, che so: ‘è da pezzenti fare gli imbianchini’? non lo dico per polemica, ma per evidenziare un problema di non facile soluzione, con implicazioni come al solito contraddittorie.

          1. (a naso, l’unica soluzione per alcuni tecnici, che verrà sicuramente proposta – se non è già stato fatto – sarà quella di diventare ‘licei’, tipo ‘liceo economico’, ecc. – e il bello – o brutto – è che avrà pure successo…)

            1. Parlavo ieri con un mio familiare che fa l’idraulico e mi riferiva delle chiamate di clienti in preda al panico perchè si era bloccato lo sciacquone del water.
              Lui: “Beh, intanto usate dei secchi d’acqua”.
              Loro: “Ma non è bello!”
              Lui: “Usate dei vasi cinesi”.
              Ho qualche sospetto su quale sia la cultura “superiore” in questo caso.

          2. Un momento. Tecnico e professionale sono due cose ben diverse. Già quando andava a scuola io il professionale (elettricisti e meccanici) era frequentata da ragazzi che di studiare proprio non ne avevano voglia.
            Certo, la questione è estendibile ad alcuni lavori… Vedo statistiche ISTAT su occupazione stranieri

          3. Heiner io criticavo le contraddizioni in cui cadeva il giornalista e la spiegazione facile, facile , su dati che al ministero avranno qualche difficoltà ad interpretare.
            Ogni tipo di scuola può fornire una preparazione adeguata se ben strutturata e organizzata e se non viene intesa invece come il ricettacolo dei reprobi.
            Io in questi articoli sento puzza di orientamento obbligatorio e numero chiuso. Sarò prevenuta, che vuoi farci.

            1. può essere. a me interessava più la questione di una mentalità collettiva che lentamente ha spinto ai margini i tecnici e i professionali (il fatto che alcuni di essi siano ben frequentati non deve illudere). e purtroppo il problema non è risolvibile organizzando meglio quelle scuole (alcune di esse sono meglio organizzate dei licei, e probabilmente danno anche una formazione migliore, se si intende al di là del mero nozionismo) per quanto di lavoro da fare ce n’è ancora molto.

              questa tendenza porterà probabilmente, in alcune grandi città, a una sorta di privatizzazione o numero chiuso di alcuni licei.
              dal punto di vista politico, l’errore fatale nasce con la famigerata ‘autonomia’, e si aggrava con la buona scuola.

              1. Numero chiuso:
                A Milano, liceo scientifico nelle primissime posizioni di classifica per l’eccellenza, il “numero chiuso” è dato dalle disponibilità delle sezioni.

                Da qualche anno in nome di “tutti devono avere la possibilità di frequentare”, alla prova di ingresso che misurava le effettive capacità dell’alunno, per gli esuberi si è sostituito il sorteggio!!!

                Una vecchia battaglia di Romano Prodi quella degli istituti professionali da sviluppare e integrare con il tessuto industriale locale.

                1. Da qualche anno? C’è sempre stato il libero accesso. Sempre. Poi la selezione avveniva dopo, purtroppo. Dico purtroppo, perchè alla fine è una selezione per censo e livello d’istruzione dei genitori. Ma tu seiun aristocvatico e ti va bene così.

                  Ps: io ho frequentato un liceo “d’eccellenza”, buona parte dei miei compagni veniva da famiglie agiate, ma almeno, allora, c’era il desiderio di allargare le opportunità oltre il censo. Ora si sente puzza di bastone.

                  1. Inoltre, non centra una fava il censo, anzi:
                    non vedo nulla di più democratico del merito (nello specifico un test di ingresso) che preserva la qualità (non è obbligatorio fare il liceo) ed evita a chi non è portato o non ha voglia di studiare di perdere tempo solo perché la famiglia spinge…

                    1. Nominato dunque nel 1922 Ministro della Pubblica Istruzione, elaborò l’anno successivo una epocale riforma della scuola destinata a durare fino ad oggi. Essa pose le sue basi sui concetti di meritocrazia; di forte selezione delle capacità individuali sin dalla scuola media inferiore; di funzione sociale e nazionale della struttura scolastica…

                      …definita da Mussolini “la più fascista delle riforme”

            1. Meglio:

              La messa in cantiere dell’elaborazione dell’individuazione dei presupposti che rendano possibile prendere in considerazione un’avveduta scelta di partner che apportino contributi non dirimenti per porre le basi dell’avvio di un dibattito che, piacendo agli dei, possa determinare l’assetto della piattaforma di fondazione di un confronto costruttivo inteso a ….

                  1. Se uno “standard sociale” (perché lo virgolettano?) viene proposto da un economista è una buona idea (e tale tende a rimanere)… se lo propone una società “senza virgolette” diventa populismo. Un bel nodo.

                    1. Non so, una cosa che mi infastidisce e mi turba è costatare che in presenza di un malato di cancro forse curabile e forse no si propongono interventi di cura della carie, dell’ulcera, persino della calvizie, dell’alluce valgo e degli occhi di pernice.
                      Ci sarà mai una sufficiente condivisione operativa di priorità/realizzabilità?

                    2. Prendo due titoli, adesso, dalla stessa testata:
                      / Attacchi con il gas di Assad contro i ribelli – L’umanità è morta oggi in Siria.
                      / Michelle Obama mostra i suoi veri capelli e fa impazzire internet.

                      Tutto quello che sappiamo è che Michelle, oggi, non è in Siria.
                      Per dare una testata a qualcuno ci vuole una testa, anzi due.

          1. l’ho già detto e mi ripeto… essendo un intellettuale, un accademico, un coglione o come lo volete chiamare… propone una riflessione su basi solide, sta ad altri (politica) farne un piano operativo, può servire ad una sega ma anche la polemica fine a stessa non aiuta…

            1. per la cronaca altri piani simili come intenzioni ( nel senso della ricerca di un equilibrio mondiale)sono stati fatti, certo si usciva dalle macerie e c’erano altri equilibri mondiali, ma come molte cose sono un seme che potremmo anche non veder germogliare ma almeno sono un seme e non una cacata di vacca

              1. Mai detto ‘coglione’, mai promosso ad ‘intellettuale’.
                Seminare la politica? Quale? Dove? Il vaso di fiori sul terrazzo?
                Quel ‘seme’ potrebbe germogliare solo su un terreno politico chiamato Internazionale Populista, un aggregato più esteso ed aggressivo del fu movimento no-global.
                Praterie.

    1. Però alla fine del film Deborah Kerr torna da Cary Grant, certo Robert Mitchum sembra piû figo e poi le ha regalato un visone selvaggio, ma il marito ha organizzato per lei un finto duello e si è fatto ferire dal maggiordomo. Alla fine la domanda importante è “dov’è Jula”.

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