I gatti frettolosi fecero la riforma cieca

segnalato da Barbara G.

Di Lucia Annunziata – huffingtonpost.it, 08/06/2017

La gatta frettolosa fece i gattini ciechi. Il popolare proverbio, usato dalle mamme per controllare le impazienze di generazioni di bambini, stavolta si è elevato anche a norma politica: la legge elettorale frettolosamente messa insieme con un accordone da Santa Alleanza, fra quattro leader diversissimi tra loro, pur di andare alle elezioni, si è schiantata al primo voto in aula. Schiantata in mezzo a una coreografia – il cartellone che per errore manda in chiaro un voto segreto, accuse reciproche di tradimento fra partiti – che esalta un clima caotico, la mancanza di organizzazione, un’aria da rompete le righe, uno sbando ad alta intensità emotiva. Una scena da sussurri e grida. Insomma aria che parla in tutto di fine legislatura.

La camera ha vissuto così, come nei suoi momenti peggiori, il fallimento di quello che sicuramente possiamo considerare l’ultimo possibile tentativo di fare una legge elettorale. Una sconfitta che condiziona ora il modo di come si chiude la legislatura, ma anche gli equilibri dentro e fra partiti.

Per il Pd e per il suo leader Matteo Renzi, che sono state le forze che più si sono impegnate a portare a casa una legge elettorale, costitusce la seconda battuta d’arresto in pochi mesi. Non è una batosta pubblica come la prima, quella del Referendum, ma rimane una seconda brusca frenata di un progetto mirato a riportare un partito rinnovato (dopo scissione e congresso) e il suo segretario al centro della dinamica politica.

Perché Matteo Renzi e la sua organizzazione non riescano a “rialzarsi” è forse la parte meno visibile, e più significativa, di questa vicenda. Moltissimo ha a che fare con la turbolenta relazione fra il Segretario e il Sistema – intendendo per quest’ultimo in questo caso il complesso istituzionale, economico e politico, dato. Fra le due entità non c’è mai stato idillio, con un giovane fiorentino arrivato brandendo la bandiera della rottamazione e una Roma da tempo, cioè dall’ultimo anno di Silvio Berlusconi nel 2011, in bilico fra richiami europei, crisi economica, scollamento dei partiti, rabbia dei cittadini. La discesa a Roma del Rinnovatore, applaudita, facilitata, e spesso adulata, si è ben presto però rivelata incline anche a colpi testa, forzature, improvvisazioni. Insomma impresa spesso troppo solitaria ed autoreferenziale, per istituzioni molto consapevoli della fragilità degli equilibri complessivi. Al netto di discussioni di merito sulle scelte politiche, che pure hanno contato, è proprio il metodo renziano, la forzatura come cardine dell’azione politica, che ha costituito alla fine il peggior nemico del Premier/Segretario.

Questione, questa della forzatura, di non poco conto. Di questo si è trattato infatti per il Referendum: sarebbe stato diverso il percorso se i contenuti politici molto controversi di quella riforma non fossero stati proposti con la tagliola di un si o un no? A questa domanda, nelle ore della sconfitta, lo stesso Renzi sembrava rispondere con un forte dubbio.

La legge elettorale, anticipatrice necessaria di un ritorno anticipato al voto, è stata segnata dalla stessa voglia di forzare i processi, e infatti portata avanti con la stessa fretta. Incontrando le stesse razionalità, gli stessi dubbi. Nel caso specifico non si è trattato di un processo vasto e popolare come quello del referendum, ma si è trattato comunque di obiezioni pervenute dal mondo istituzionale. Confindustria, Ministero del Tesoro, Palazzo Chigi, Quirinale, in vari modi, hanno additato il pericolo di un voto anticipato in piena Finanziaria, con nodi irrisolti di debito pubblico, e rapporti incerti con la situazione internazionale. Ma quel che forse di più ha frenato la corsa sono state una serie di opinioni pesanti uscite dal seno dello stesso partito del Segretario. Alla fine di una settimana in cui si si sono messe in fila sulle pagine dei media dissensi espressi da Veltroni, Bindi, Prodi, Letta, Finocchiaro, e soprattutto Giorgio Napolitano, si può capire come molti nello stesso Pd cominciassero ad avvertire dubbi su quanto costasse questa legge.

Lo stesso dubbio sul costo ha schiantato il Movimento 5 Stelle, attraversato, a differenza del Pd renziano, da una feroce deriva interna di dissenso. Lo sbarco dei pentastellati fra i quattro firmatari del patto ha avuto in effetti per la organizzazione di Grillo l’impatto di un vero Congresso interno. Con due ipotesi in campo, entrambe rappresentative del bivio di fronte a cui si trova il movimento: la necessità di diventare sempre più istituzionali a fronte di un potenziale ruolo di governo e la fedeltà ai proprio principi di alterità. Alla fine ha prevalso quest’ultima.

Non è un caso che le accuse reciproche siano alla fine volate fra queste due forze, Pd e M5s. In questo processo erano diventate lo specchio di uno stesso drastico e forzato riadeguamento: il primo nella alleanza con Berlusconi, il secondo nella alleanza con il sistema.

La legge lascia entrambi i gruppi scossi, anche se non feriti. Sia Pd che M5s infatti possono ritirarsi, come già indicano che faranno, sulla più sicura spiaggia della identità separata.

In compenso la spericolata manovra lascia una ferita profonda sulla legislatura. Messa in discussione, messa da parte come cosa finita dai legislatori aspiranti stregoni, ne esce segnata dalla sua spendibilità.

Il finale caotico del voto, di cui parlavamo all’inizio, è infatti la rappresentazione di tutto quello che in questi ultimi cinque anni è diventata la politica: un instabile cocktail di ambizioni personali, arrembaggi, privatismo, nutritosi della e nella crisi dei partiti.

Non sarà un caso che l’accordo elettorale è stato formulato da Quattro leader nessuno dei quali siede in Parlamento. Né è un caso che appena arrivato in Parlamento l’accordo si sia liquefatto, come un gelato al sole di questo inizio di estate romana.

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114 comments

  1. nel pomeriggio ogni tanto mi passava per la capa la domanda: ma esiste un corbyn italiano? non perché debba esistere UN corbyn, ma insomma, qualche corbyn.
    corbyn come antonomasia di un certo modo di fare politica

    e la mia risposta è: non ci sono tra gli esponenti in vista, non ne vedo tra i nomi noti. pisapia di certo non lo è, ma come non lo è fassina, non rossi, non i vari fratoianni e/o ferrero e – ahimé – nemmeno civati (che pure in questi consessi è oro – eh, sì, caro shevardnaze…)
    landini? (a parte la sua ‘santificazione’ a ondate, non sarebbe nemmeno male, ma vedo male l’imprinting sindacale.. .comunque, lascio sospeso)

    ci sono alcune grandi personalità nelle seconde linee (anche del pd), a volte riconosciute come padri o madri nobili, ma che proprio per questo vengono eventualmente esposte nei musei, ma non hanno possibilità reali.
    eppure, da qualche parte la ‘credibilità’ (del discorso di boka ho filtrato per me questo concetto, che lui voglia o no) c’è (almeno per me, io lo so).
    ma non si vede.

    ps: non ho volutamente incluso i grillini, avrei fatto sterile, oziosa polemica.

    1. Il mio gioco “chi manca” era ironico, ma la domanda era seria?
      Come mai non c’era? Non è stato invitato o non era interessato?
      Tra l’altro non è mai stato citato (ero presente e ci ho fatto caso
      Su Landini, mi sono espresso tante volte
      Lascia perdere. E soprattutto lasci perdere lui!
      Non ha nessuna formazione politica e tanto meno ha istinto politico
      Sì farebbe davvero molto male

      (Ti dirò di più. È una persona che stimo davvero, eppure non lo vedo neppure come segretario confederale. Un conto è la Fiom, un conto è l’intera Cgil )

    2. Ti dò una risposta
      Corbyn età 68
      Mettiamoci per altri versi Sanders età 75
      D’Alema età 68

      Visto che le “novità” sono di quella generazione, credo che una spiegazione per la parte italiana sia la cooptazione che ci ha dato D’Alema e non in Corbyn… per generazioni più verdi credo che siamo tutti pari pari…

        1. Su napo ho sempre avuto opinione opposta. Ovviamente criticabilissimo, ma tiene la sua linea dritta. Ed è già molto. Più ridicoli quelli che alternativamente lo vedono come mostro di Lochness o come guardiano della democrazia a seconda del momento – vedi annunziata rispetto alle sue dichiarazioni su legge elettorale..
          Per il resto, interessanti per sono invece le posizioni dell’ex sodale di napo, Emanuele Macaluso, che da quando è nato il pd – contro sua volontà – tiene posizioni corbyniane.
          Per chi fosse interessato, consiglio

            1. all’epoca era sodale di napolitano. cosiddetti miglioristi.
              io ero (come minimo) dall’altra parte. ovvero ingraiano, nei momenti in cui sono stato iscritto al pci (ma più dp o rifondazione…)
              però, però… vero che sono cambiato, ma forse è vero anche che. chissà.
              (è un peccato non poter ritrovare facilmente post scritti 4-5-6 anni fa… potrei postare quelli odierni, ma potrebbe sembrare saggezza a posteriori. invece ce l’ha avuta a anteriori)

              1. comunque, scartabellando un po’, forse può essere interessante questo post proprio sul suo essere ‘migliorista’ (intendiamoci: non è mia intenzione santificarlo. tanto meno in un momento di santificazione come questo, in cui si prendono i santini di berlinguer, pertini, falcone, come se all’epoca non fosse tutto criticato e criticabile, come se fossero stati esenti da errori o contraddizioni. e non sono nemmeno convinto che in questo momento le posizioni che sostiene oggi – e in cui mi riconosco – siano vincenti. ma sono ciò a cui sono attaccato)

                SONO “MIGLIORISTA” E ME NE VANTO
                Vedo che alcuni lettori dei miei corsivi non concordano con quel che scrivo (è bene che ci siano) e ritengono di offendermi chiamandomi “migliorista”, come a dire che i miglioristi non vanno a fondo delle cose e praticamente stanno con il sistema. Queste persone non sanno che io sono onorato di essere definito migliorista. Alcuni anni fa scrissi un articolo su l’Unità con questo titolo: ”Sì, sono migliorista”. E lo sono perché ho dedicato la mia vita a migliorare le condizioni di vita dei lavoratori. Le prime leghe dei braccianti si chiamavano, appunto, “Leghe di miglioramento”. Sono stato nella Cgil con Di Vittorio: mi insegnò che la battaglia per il miglioramento delle condizioni dei lavoratori era essenziale. Sono stato nella Direzione e nella segreteria del Pci con Togliatti, Longo e Berlinguer i quali pensavano la stessa cosa. Già Togliatti ci insegnò che se non si lotta per migliorare le condizioni di vita dei lavoratori parlare di socialismo vuol dire fare sono chiacchiere. Ho lavorato per anni con Enrico Berlinguer e, in un momento difficile, quando Craxi era presidente del Consiglio, volle che fossi io a dirigere l’Unità anche perché conosceva bene le cose che pensavo.
                Ho riportato queste brevi note biografiche non solo per informare i disinformati ma per dire che oggi nel Pd e fuori di esso mancano i miglioristi, cioè mancano i dirigenti in grado di condurre le lotte per migliorare le condizioni dei lavoratori. E qualcosa manca anche al sindacato se penso ai braccianti immigrati che in Puglia e altrove muoiono per la fatica guadagnando pochi euro al giorno; quando vedo in tv dove queste persone dormono e dove mangiano, mi ribolle il sangue.
                Mancano anche le lotte per il lavoro dei giovani di cui tanto si parla. Il mondo è cambiato ed è anche cambiato quello del lavoro ed è mutato il capitalismo ma, come ho scritto altre volte, la lotta di classe non cambia nella sostanza ma nelle forme in cui si esercita. Infatti, oggi tutti parlano di quanto si è allargata la forbice tra i ricchi e i poveri ma non si va oltre la semplice constatazione.
                Le cose sono andate come sappiamo anche perché non solo in Italia il sindacato e la sinistra sono più deboli e spesso non hanno capito come si esercita modernamente lo sfruttamento. E non hanno capito che oggi più di ieri è necessario, in presenza della globalizzazione, un collegamento della sinistra e dei sindacati a livello europeo, anzi mondiale. È esattamente su questo che bisognerebbe lavorare e discutere per ricostruire una sinistra che abbia il miglioramento nel suo Dna.
                (28 febbraio 2017)

                1. Mi manca un pezzo. Tutto questo cosa ha a che fare con l’appoggio a leggi che rendono più precaria e ricattabile la vita dei lavoratori?

                  1. beh, quello è IL problema. di tutti.

                    perché appunto uno dovrebbe chiedersi: cosa fare allora? e qui, allora, iniziano i problemi (ovviamente, anche per lo stesso macaluso).

                    tutt’al più si lanciano battaglie di contenimento (forse meglio di niente) oppure di ‘ammortizzazione’ del danno (reddito di cittadinanza o come lo vogliamo chiamare), altrimenti si creano speranze che vedo difficilmente realizzabili.
                    però, già trovare un fine.. è qualcosa. il mezzo, ancora…

                    1. Eh già, non si puó fare niente per i braccianti che muoiono in Puglia o per gli indiani che devono drogarsi per reggere le spaventose condizion di lavoro nell’agro pontino.
                      Ci sono in Italia situazioni lavorative, che prima ancora che trattarsi di precariato dovuto alle leggi, hanno a che fare con l’illegalità che nessuno sembra avere interesse a combattere. Napo parlava bene, come i più, ma quanto ai fatti…

                    2. (ah, quello è macaluso, mica napolitano ! 🙂
                      poi, non ha fatto niente nemmeno lui, certo, e come dico sempre, non è che stare all’opposizione – interna o esterna – e non avere in mano le redini del governo giustifichi granché….)

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