Mese: luglio 2017

Metodi Elvetici

Scuola svizzera a Milano: sconsigliata a neurodiversi e disabili motori

di Gianluca Nicoletti – http://www.pernoiautistici.com, 26 luglio 2017

Mettiamola così:  pensate di mandare i vostri figli in una scuola dove pensate sia giusto per la loro formazione di  non essere appesantiti  dal disagio di compagni di classe disabili? La Scuola Svizzera di Milano è fatta a vostra misura. “Un metodo tanti valori” è uno dei loro slogan, per metterlo in atto è chiaro ci vogliono regole. Una di queste (per esattezza quella espressa al punto 2.5 del Regolamento-SSM-approvato-dal-Consiglio-il-16.05.2017 )  vi cautela senza ombra di dubbio dal rischio che i vostri perfetti figli possano entrare in contatto con qualche loro coetaneo disabile.

Certo è che siamo in Italia, il Paese disordinato che ha tutto da imparare dagli svizzeri, con pensate un po’ una legge sull’ inclusione  scolastica “che tutto il mondo ci invidia” , che poi noi quella legge  l’applichiamo spesso malamente è un dato di fatto, ma almeno ci abbiamo provato a sancire che tutti i nostri ragazzi abbiano pari diritto a frequentare la scuola che preferiscono, anche quelli disabili di ogni tipo, anzi la loro presenza in una classe dovrebbe essere un motivo per insegnare agli altri che non hanno problemi il valore dell’inclusione. Almeno ci abbiamo provato….

Chissà se in una delle nostre scuole italiane, pubbliche o private che siano, ci fosse un regolamento con un articolo del genere potrebbe essere un’occasione di pacato dibattito costruttivo?


2.5. Disturbi dell’apprendimento o comportamentali, handicap motori.

Essendo la Scuola Svizzera impegnativa e multilingue, non è ottimale per studenti affetti da disturbi dell’apprendimento, quali: dislessia, discalculia, ADHS, Sindrome Asperger, autismo, e disturbi comportamentali. In caso di disturbi di lieve entità gli allievi vengono aiutati dagli insegnanti a progredire, ma devono comunque soddisfare i regolari criteri di promozione. Eventuali costi derivanti da conseguenti lezioni supplementari, assistenza psicologica o fisica saranno a carico dei genitori. Essendo l’edificio su più livelli, privo di ascensore, non è altresì una Scuola adatta a studenti con gravi handicap motori.


Certo la scuola Svizzera è Svizzera e scrive quello che vuole... Ma viene sottolineata l’inopportunità di frequentazione di disabili proprio perché  la scuola è in  territorio Italiano dove l’inclusione scolastica è una legge dello Stato?

Possiamo, al limite anche immaginare (ma non giustificare) le ragioni dello  “sconsiglio”  per i nostri figli autistici e annessi, che sono  soggetti difficili da trattare… Ma per i ragazzi disabili motori che hanno cervelli nella norma è proprio un problema per gli Svizzeri maestri di ogni tecnologia mettere qualche rampa o saliscala? 

Forse qualcuno potrebbe risponderci, solo per toglierci un dubbio…Non per niente, ma persino a noi che buttiamo le carte per terra, cerchiamo di non pagare le tasse e parcheggiamo in doppia fila queste parole facciamo veramente fatica a digerirle... Forse è perchè abbiamo stomaci delicati e il problema è solo nostro…

***

Milano, la Scuola svizzera e quel «no» ai disabili. La ministra: inaccettabile

Si starebbero valutando anche azioni legali contro l’istituto di Milano.

di Sara Bettoni e Claudia Voltattorni – corriere.it, 30 luglio 2017

«Non è accettabile. In Italia dal ’77 sono superate le classi differenziali». Non solo. «Il nostro impianto di scuola è proprio quello di includere, non di escludere chi ha più difficoltà», e «io in prima persona lavoro da sempre per l’inclusione, perché tutti i ragazzi e le ragazze possano avere accesso a un percorso scolastico con strumenti che li aiutino e permettano loro di sviluppare al meglio le loro capacità». Invece, quello che accade nella Scuola svizzera di Milano, dice la ministra dell’Istruzione Valeria Fedeli, «è inaccettabile: sto verificando se sia una iniziativa della singola scuola o una direttiva svizzera». E starebbe valutando anche azioni legali. Intanto però, nell’istituto di via Appiani, elegante zona di consolati nel centro di Milano, il regolamento è stato approvato dal Consiglio lo scorso 16 maggio ed è in vigore. Nel capitolo sui «Disturbi dell’apprendimento o comportamentali, handicap motori» l’istituto è definito «non ottimale per studenti affetti da disturbi dell’apprendimento, quali: dislessia, discalculia, Adhs, Sindrome di Asperger, autismo, e disturbi comportamentali». Troppo impegnativo, poiché multilingue. Qualche riga dopo si legge che non c’è l’ascensore. E anche per questo la scuola «non è adatta a studenti con gravi handicap motori». Passaggi che sono stati denunciati come discriminatori dal blog «Per noi autistici» di Gianluca Nicoletti, rilanciato ieri sulle pagine di Repubblica.

Il presidente dell’istituto elvetico, l’avvocato Luca Corabi De Marchi, si difende dalle accuse: «Avvisiamo, non escludiamo. Siamo una scuola aperta, nella migliore tradizione svizzera, ma i nostri corsi sono impegnativi. Gli insegnamenti sono impartiti in tedesco, in più si studiano altre tre lingue». Nel capitolo 2.5 del regolamento, spiega, «noi informiamo le famiglie di quali sono le difficoltà, diciamo prima che si tratta di un percorso non semplice. Ma accogliamo tutti». Tant’è, aggiunge, che tra i 360 alunni iscritti ci sono un autistico e un discalculico (con difficoltà nell’apprendimento dei numeri). E allora perché quel passaggio? «Per necessità di comunicazione con i genitori. Siamo comunque una scuola privata, non pubblica. Non possiamo metterci sulle spalle i problemi delle famiglie, e ci teniamo ad avvisare che i ragazzi con problemi di apprendimento qui farebbero una fatica terrificante». Sul tema dell’ascensore Corabi De Marchi tiene a dire che «da tempo stiamo pensando di realizzarlo, ma per come è fatta la struttura non è possibile costruirlo all’interno. Si farà all’esterno, lavorando nei mesi estivi». Nel dibattito sono intervenuti anche il sindaco Beppe Sala («Non è la Milano che vogliamo») e il Pd con la responsabile Scuola Simona Malpezzi e la deputata Laura Coccia. Reazioni che il presidente apprende «con tristezza. Ma di certo non cambieremo le norme».

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Gradimento e sfiducia

Tiene il gradimento per Gentiloni. Un italiano su 3: migranti il problema

Popolarità dei leader: Salvini al 31%. Renzi al 26, Berlusconi al 24, Grillo al 21. Sulla crisi, il 52% si dichiara molto preoccupato e il 38% che il peggio debba ancora venire.

di Nando Pagnoncelli – corriere.it, 29 luglio 2017

Il peso dell’economia

Gli italiani non sembrano dare molto credito ai segnali di crescita del Pil, corroborati dalla revisione in rialzo delle stime di quest’anno. Solamente il 13% esprime un giudizio positivo sull’economia del Paese e, a dispetto dei dati oggettivi, si registra una contrazione del 6% rispetto al luglio dello scorso anno. La crisi continua a preoccupare la stragrande maggioranza dei cittadini: il 52% si dichiara molto preoccupato e il 38% pensa che il peggio debba ancora arrivare; solo il 20% ritiene che ce la siamo lasciati alle spalle. Un italiano su due (48%) non prevede che la sua situazione personale o famigliare migliorerà nei prossimi sei mesi e tra gli altri prevalgono i pessimisti (il 27% si aspetta un peggioramento) sugli ottimisti (fermi al 19%).

Le preoccupazioni: lavoro e migranti

Il problema più urgente da risolvere è rappresentato dall’occupazione, menzionata spontaneamente dal 78% degli intervistati. A seguire, in netta crescita, l’immigrazione e la presenza degli stranieri: nel 2014 questo tema si attestava al 3%, oggi raggiunge il 35% delle citazioni. A distanza di un anno aumenta la percentuale di italiani convinti che il Paese stia andando nella direzione sbagliata (dal 59% nel 2016 al 71 oggi).

Le ragioni del pessimismo

Il clima fosco va ricondotto a diversi aspetti, dalle attese comprensibilmente elevate (dopo quasi un decennio di crisi) che portano a sminuire i segnali positivi degli ultimi mesi, al confronto con gli altri Paesi, allo scarso impatto percepito sulla vita quotidiana dei miglioramenti degli indicatori economici nazionali.

Il giudizio su Gentiloni

In questo scenario le valutazioni positive espresse sul governo e sul presidente Gentiloni si mantengono stabili, attestandosi al 39%, mentre la maggioranza si esprime negativamente sia sull’operato dell’esecutivo (52%) sia su quello del premier (50%). Come di consueto le opinioni sono in larga misura guidate dall’orientamento politico, anche se una quota non trascurabile di elettori dei partiti dell’opposizione esprime un giudizio positivo su Gentiloni: il 26% tra i pentastellati, il 29% tra i leghisti e il 32% tra quelli di Forza Italia. Tra costoro lo scontro politico sembra più con il Pd e il segretario che con l’esecutivo e il presidente.

Salvini il più apprezzato

I giudizi sull’operato dei leader sono tutti di segno negativo. Salvini è il più apprezzato (31%, in crescita dopo le Comunali di giugno), seguito da Renzi, Di Maio e Meloni (tutti al 26%), quindi Berlusconi (24%), Pisapia (23%), Grillo (21%) e Bersani (12%).

Ministri, Minniti al primo posto

Da ultimo, l’indice di gradimento dei ministri, calcolato escludendo coloro che non conoscono il ministro o non si esprimono: i più apprezzati risultano Minniti, con un indice pari a 36, Padoan (35) Franceschini (32) e Delrio (32), tutti in flessione rispetto alla rilevazione di aprile. In crescita si registrano Calenda (+5) e Orlando (+4) e in misura meno marcata Alfano e Poletti (+2). Ma i giudizi possono variare in relazione alla notorietà dei singoli ministri, alla conoscenza del loro operato, all’importanza attribuita al dicastero che guidano.

La sfiducia

In conclusione, prevale l’attitudine a guardare al bicchiere mezzo vuoto e tutto ciò si riverbera sul rapporto con la politica e i leader: «It’s the economy, stupid», ammoniva Bill Clinton 25 anni fa. Chiunque vinca alle prossime elezioni sarà chiamato a effettuare una robusta iniezione di fiducia a un paese disilluso e sempre più scettico.

OK del PD a ecomostri e cemento in Sardegna

segnalato da crvenazvezda76

Così il Pd dà il via libera a ecomostri e cemento in Sardegna

Maxi aumenti di volume per hotel e lottizzazioni sul mare: il centrosinistra copia il piano casa di Berlusconi. Renato Soru insorge: “Il Pd ha tradito”.

di Paolo Biondani – espresso.repubblica.it, 18 Luglio 2017

Il Pd di Berlusconi, pardon, il Pdl ha varato nel 2009 il famoso piano casa: più cemento per tutti, senza regole e senza piani urbanistici, sfruttando un sistema di aumenti automatici di volume per la massa dei fabbricati esistenti. Ora la giunta del Pd che governa la Sardegna progetta un inatteso bis, sotto forma di piano alberghi: via libera con un’apposita legge a nuove costruzioni turistiche, ecomostri compresi, perfino nella fascia costiera finora considerata inviolabile, cioè spiagge, pinete, scogliere e oasi verdi a meno di trecento metri dal mare.

Il programma di questo presunto centrosinistra sardo è di applicare proprio il sistema berlusconiano degli aumenti di volume in percentuale fissa (che premia con maggiori quantità di cemento i fabbricati più ingombranti) a tutte le strutture ricettive, belle o brutte, piccole o enormi, presenti o future, compresi ipotetici hotel non ancora esistenti. Una deregulation edilizia in aperto contrasto con la legge salva-coste approvata dieci anni fa dall’allora governatore Renato Soru e dal suo assessore all’urbanistica Gianvalerio Sanna, cioè con una riforma targata Pd che nel frattempo è stata presa a modello da una generazione di studiosi, architetti, urbanisti e amministratori pubblici non solo italiani.

La contro-riforma odierna è nascosta tra i cavilli del disegno di legge approvato il 14 marzo scorso dalla giunta regionale presieduta da Francesco Pigliaru, il professore di economia eletto nel 2014 alla testa del Pd. La normativa ora è all’esame finale della commissione per il territorio: l’obiettivo della maggioranza è di portare in consiglio regionale un testo blindato, da approvare in tempi stretti, senza modifiche, subito dopo l’estate.

Sulla carta avrebbe dovuto trattarsi della nuova legge urbanistica che la Sardegna attendeva da un decennio per completare la riforma di Soru, con impegni precisi: stop all’edilizia speculativa, obbligo per tutti i comuni di rispettare limiti chiari anche fuori dalla fascia costiera, per difendere tutto il territorio, fermare il consumo di suolo e favorire il recupero o la ristrutturazione dei fabbricati già esistenti. All’articolo 31, però, spunta il colpo di spugna: «al fine di migliorare qualitativamente l’offerta ricettiva», si auto-giustifica il testo di legge, «sono consentiti interventi di ristrutturazione, anche con incremento volumetrico, delle strutture destinate all’esercizio di attività turistico-ricettive».

Il concetto chiave è l’incremento volumetrico: la norma approvata dall’attuale giunta di centrosinistra, proprio come il piano-casa del governo Berlusconi, autorizza aumenti di cubatura del 25 cento «anche in deroga agli strumenti urbanistici» in vigore, compresa la legge salvacoste. Insomma, se siete in vacanza in una spiaggia immacolata della Sardegna, fatevi un bel bagno: potrebbe essere l’ultimo.

Hotel, alberghi, pensioni, residence, multiproprietà e lottizzazioni turistiche di ogni tipo vengono infatti autorizzati non solo a gonfiarsi di un quarto, cementificando nuovi pezzi di costa, ma anche a sdoppiarsi, spostando gli aumenti di volume in «corpi di fabbrica separati». «In pratica si può costruire un secondo hotel o residence in aggiunta al primo anche nella fascia costiera in teoria totalmente inedificabile», denuncia l’avvocato Stefano Deliperi, presidente del Gruppo d’intervento giuridico (Grig), che per primo ha lanciato l’allarme. «Ma non basta: i nuovi aumenti di volume si possono anche sommare agli incrementi autorizzati in passato, ad esempio con il piano casa o con le famigerate 235 deroghe urbanistiche che furono approvate tra il 1990 e il 1992 dall’allora giunta sarda», sottolinea il legale, che esemplifica: «Un hotel di 30 mila metri cubi che deturpa una spiaggia, per effetto dei due aumenti cumulativi del 25 per cento ciascuno, sale quasi a quota 50 mila: per l’esattezza, si arriva a 46.875 metri cubi di cemento».

L’ex presidente della Regione, Renato Soru, spiega all’Espresso di essere «molto preoccupato per la cecità di una classe dirigente che sta mettendo in pericolo il futuro della Sardegna». «Con l’assessore Sanna eravamo partiti da una constatazione pratica», ricorda Soru: «Grazie ad anni di studi e ricerche abbiamo potuto far vedere e dimostrare che più di metà delle coste della Sardegna, parlo di circa 1.100 chilometri di spiagge, erano già state urbanizzate e cementificate. Di fronte a una situazione del genere, in una regione come la nostra, qualsiasi persona di buonsenso dovrebbe capire che i disastri edilizi del passato non devono più ripetersi. Oggi tutti noi abbiamo il dovere morale e civile di difendere un territorio straordinario che è la nostra più grande risorsa e la prima attrattiva turistica: le bellissime spiagge della Sardegna sono la nostra vera ricchezza, che va conservata e protetta per le generazioni future. Per questo la nostra legge prevede una cosa molto semplice e logica: nella fascia costiera non si costruisce più niente. Zero cemento, senza deroghe e senza eccezioni per nessuno. E in tutta la Sardegna bisogna invece favorire la riqualificazione dell’edilizia esistente, il rifacimento con nuovi criteri di troppe costruzioni orrende o malfatte. Quindi via libera alle ristrutturazioni, alle demolizioni e ricostruzioni, al risparmio energetico. Con regole certe e uguali per tutti, perché l’edilizia in Italia può uscire veramente dalla crisi solo se viene tolta dalle mani della burocrazia e della politica».

A questo punto Soru confessa di essere uscito dai palazzi della regione, alla fine della sua presidenza, proprio «a causa dei continui scontri sull’urbanistica». E dall’altra parte della barricata, a tifare per il cemento, non c’era solo il centrodestra, ma anche «quella parte del Pd che ora è al potere». Da notare che Soru, per eleganza o per imbarazzo, evita di fare il nome dell’attuale presidente, anche se sarebbe legittimato ad accusarlo di tradimento politico, visto che Pigliaru era stato suo assessore ai tempi della legge salva-coste.

Oggi però lo stop al cemento sulle spiagge più belle d’Italia rischia di trasformarsi in un bel ricordo. Gli avvocati del Grig hanno già catalogato «ben 495 strutture turistico-ricettive della fascia costiera che potrebbero approfittare dell’articolo 31. Stiamo parlando di milioni di metri cubi di cemento in arrivo», rimarca Deliperi, evidenziando che il disegno di legge ha una portata generale, per cui si applica anche, anzi soprattutto alle strutture più contestate, quelle che si sono meritate l’epiteto di ecomostri. Come il residence-alveare “Marmorata” di Santa Teresa di Gallura, l’albergone “Rocce Rosse” a picco sugli scogli di Teulada, la fallimentare maxi-lottizzazione turistica “Bagaglino” a ridosso delle spiagge di Stintino, i turbo-hotel “Capo Caccia” e “Baia di Conte” ad Alghero e troppi altri. Il premio percentuale infatti non dipende dalla qualità del fabbricato, ma dalla cubatura: più l’ecomostro è grande, più è autorizzato a occupare terreno vergine con nuove colate di cemento.

Il progetto di legge, per giunta, equipara agli alberghi da allargare, e quindi trasforma in volumi gonfiabili di cemento, addirittura le «residenze per vacanze», sia «esistenti» che ancora «da realizzare», cioè quelle montagne di seconde case che restano vuote quasi tutto l’anno, arricchiscono solo gli speculatori edilizi, ma deturpano per sempre il paesaggio. Con la nuova dirigenza del Pd, insomma, il vecchio piano casa è diventato un piano seconde case, secondi alberghi e seconde lottizzazioni. E tutto questo in Sardegna, la regione-gioiello che tra il 2004 e il 2006 aveva saputo cambiare il clima politico e culturale sull’urbanistica, spingendo decine di amministrazioni locali di mezza Italia a imitare la legge Soru, fermare il consumo di suolo e limitare finalmente uno sviluppo edilizio nocivo e insensato.

Gianvalerio Sanna, l’ex assessore regionale oggi relegato a fare politica nel suo comune d’origine, ama parlar chiaro: «Questo disegno di legge è una vera porcata. La giunta del Pd sta facendo quello che non era riuscito a fare il governo di centrodestra. Le nostre norme, ancora in vigore, favoriscono con incentivi e aumenti di volume solo la demolizione e lo spostamento dei fabbricati fuori dalla fascia costiera dei 300 metri. Questo vale già adesso anche per gli alberghi e i campeggi. Per allargarli e rimodernarli con criterio non c’è nessun bisogno di cementificare le spiagge».

I dati sono allarmanti già oggi. «Le coste della Sardegna sono invase da oltre 210 mila seconde case: appartamenti sfitti, che mediamente restano disabitati per 350 giorni all’anno», enumera Sanna: «Il nostro obiettivo, condiviso da migliaia di cittadini che proprio per questo hanno votato Pd alle elezioni regionali, era di liberare dal cemento, gradualmente e armonicamente, tutta la zona a mare, che è la più preziosa. La nuova giunta sta facendo il contrario. L’edilizia è tornata merce di scambio: il piano casa, che fu giustificato da Berlusconi come rimedio eccezionale contro la crisi dell’edilizia, diventa la norma. La deroga diventa la regola. Così la politica si mette al servizio delle grandi lobby, degli interessi di pochi, a danno della cittadinanza e di tutte le persone che amano la Sardegna».

Quando allude a scambi, Sanna non usa parole a caso. Nella minoranza del Pd rimasta fedele a Soru sono in molti a evidenziare una singolare coincidenza: la controriforma urbanistica sta nascendo proprio mentre gli sceicchi del Qatar, i nuovi padroni miliardari della Costa Smeralda, annunciano l’ennesima ondata di progetti edilizi per super ricchi, per ora bloccati proprio dalla legge Soru. Per ingraziarsi la classe politica sarda, lo stesso gruppo arabo ha comprato dal crac del San Raffaele anche il cantiere fallimentare del nuovo ospedale di Olbia. E ora gli sceicchi sembrano aspettarsi che i politici, in cambio, aboliscano proprio i vincoli ambientali sulla costa.

«Con questa legge vergognosa il presidente Pigliaru sta contraddicendo anche se stesso», commenta amaramente Maria Paola Morittu, la combattiva avvocata di Cagliari che oggi è vicepresidente nazionale di Italia Nostra: «Per smentire la sua giunta, al professor Pigliaru basterebbe rileggere le proprie pubblicazioni accademiche, in cui scriveva e dimostrava che il consumo di suolo è disastroso non solo per l’ambiente, per il paesaggio, ma anche per lo sviluppo economico».

Carte alla mano, l’avvocata di Italia Nostra e il suo collega Deliperi passano in rassegna la successione di leggi edilizie della Sardegna, per concludere che oggi il Pd sardo sta facendo indietro tutta. La buona urbanistica insegna come e dove costruire case sicure in luoghi vivibili senza distruggere il territorio. In Italia se ne parla solo quando si contano le vittime evitabili di alluvioni, frane, valanghe, terremoti e altri disastri che di naturale hanno solo le cause immediate. In Sardegna, dopo decenni di edilizia selvaggia, la legge Soru e il conseguente piano paesaggistico regionale – studiato da un comitato tecnico-scientifico presieduto da Edoardo Salzano, un gigante dell’urbanistica – hanno fissato per la prima volta due principi fondamentali: basta cemento a meno di 300 metri dal mare; solo edilizia regolata e limitata in tutta la restante fascia geografica costiera, che di norma si estende fino a tre chilometri dalle spiagge. «In campagna elettorale il Pd guidato da Pigliaru aveva promesso di estendere la legge Soru a tutta la Sardegna, obbligando anche i comuni interni ad applicare i piani paesaggistici», osservano desolati i due avvocati. Passate le elezioni, il vento è cambiato.

In Italia, prima della recessione, venivano cementificati a norma di legge oltre 45 milioni di metri quadrati di terra all’anno. Nel 2015, nonostante la crisi, si è continuato a costruire nuovi appartamenti e capannoni per oltre 12 milioni di metri quadrati (dati Istat). «Con la legge salvacoste la Sardegna ha saputo lanciare un nuovo modello di sviluppo sostenibile», rivendica Soru. Ora la grande retromarcia della giunta seduce le lobby dei grandi albergatori, che organizzano convegni esultanti contro «l’ambientalismo che danneggia il turismo». Resta però da capire se, alle prossime elezioni, la maggioranza dei cittadini sardi si fiderà ancora di un Pd che imita il berlusconismo, col rischio di riabilitarlo.

Matilde e l’architetto

(Il mondo all’incosì)

di Barbara G.

Matilde è sindaco di un piccolo comune piemontese: Lauriano (TO), 1500 abitanti o giù di lì.

Matilde è agronomo, si occupa di agricoltura, conosce il valore della terra, e con valore non intendo il prezzo al mq di suolo agricolo, quello del suolo edificabile, o quanto si può ricavare da un ettaro seminato a mais. Sto parlando di Valore con la V maiuscola: il ruolo del suolo all’interno di un ecosistema, la sua importanza per la vita. Non solo quella degli uomini, intendiamoci, anche per quella degli altri esseri viventi, lombrichi compresi (che poi, ad essere sinceri, un ruolo nella catena alimentare dell’uomo ce l’hanno). E il Comune che amministra ha parte del suo territorio a rischio di dissesto idrogeologico. Lo dicono le mappe della regione, mica qualche ambientalista rompicoglioni.

Da persona sensibile alle tematiche connesse con il consumo di suolo, con la sua giunta tutta al femminile decide di riconvertire ad uso agricolo parte delle aree indicate come edificabili dal PGT, ed comincia da una zona inserita fra le aree a rischio.

E qui per lei (e non solo per lei) iniziano i problemi.

Il proprietario delle aree, che da tempo voleva utilizzarle per realizzare una quarantina di villette, la denuncia, insieme al segretario comunale e al tecnico comunale. Cosa piuttosto insolita, a dire il vero, anche perché queste figure non hanno responsabilità diretta nell’atto amministrativo con il quale si procede allo stralcio dell’area in oggetto. Con l’evolversi della vicenda diventa chiaro che lo scopo è dimostrare che il personale dell’Amministrazione Comunale è asservito al volere di una sindaca-despota.

Matilde viene rinviata a processo. Conosce l’ostilità dei media, che la ritengono colpevole di aver impedito ad un privato e stimato cittadino di fare business applicando il suo diritto a costruire “40 belle villette”. Scopre la falsità delle persone e si ritrova, paradossalmente, a dover invertire l’onere della prova; è lei a dover dimostrare di non aver mai rilasciato alcun permesso di costruire, o autorizzazione di qualsiasi tipo, all’uomo che l’ha denunciata, mentre lui dichiara di essere in possesso di tali autorizzazioni senza mai presentarle. Incassa la solidarietà silenziosa di altri amministratori, che sono con lei ma non osano esporsi pubblicamente (essere solidali con una indagata non è accettato dall’opinione pubblica).

Poi le cose cominciano a cambiare, perché i media, anche di livello nazionale, cominciano ad interessarsi al caso.

Dovendo nominare una consulente di parte, sceglie un tecnico estraneo alla sua amministrazione ma che, avendo collaborato in precedenza con la parte politica avversa, conosce bene il territorio del Comune: questa scelta si rivela fondamentale ai fini del processo perché l’urbanista riesce a tradurre gli aspetti tecnici anche ad uso e consumo dei profani, e, soprattutto, dei giudici. Ma la Sindaca scopre anche che, in certi casi, non è opportuno dire “faccio questo perché ci credo, rivendico la mia scelta politica”, ma è molto meglio tenere per se certe considerazioni e basarsi solo sull’aspetto puramente tecnico, in questo caso le mappe del rischio.

Potrebbe sembrare la trama per una fiction al femminile (i protagonisti sono in larga maggioranza donne), ma così non è.

Matilde Casa sotto processo ci è finita sul serio, ma alla fine è stata assolta. La domanda però nasce spontanea: se fosse stata approvata la nuova normativa sul consumo di suolo, bloccata da anni in parlamento e oggetto di critiche ferocissime da parte di ambientalisti, accademici e tecnici che si occupano di queste tematiche, sarebbe finita bene? Forse no, perché, districandosi fra articoli e commi, sembra che le previsioni di consumo di suolo introdotte nei PGT non possano essere cancellate nel caso si rivelassero inutili, ma solo spostate.

La storia di Matilde è raccontata in un libro scritto a quattro mani con Paolo Pileri, professore al Politecnico di Milano e uno dei massimi studiosi del fenomeno del consumo di suolo. Si intitola “Il suolo sopra tutto”, edizioni Altreconomia, ed ha la prefazione scritta da Luca Mercalli.

Nel libro non ci si limita a raccontare la storia di Matilde, viene analizzata normativa sul consumo di suolo “giacente” in parlamento, unitamente alle fantasiose declinazioni a livello locale della vigente normativa urbanistica, evidenziando come il linguaggio tecnico sia stato via via modificato e plasmato per tentare di giustificare ambiti di trasformazione che invece avrebbero poca ragion d’essere. Va invece recuperato il senso delle parole, e non usare le definizioni da normativa per forzare la natura: un prato rimane un prato indipendentemente che questo sia stato inserito in precedenza fra le aree edificabili, non cessa di essere suolo agricolo perché forse qualcuno in futuro potrà costruirci una villetta o un centro commerciale. Si pone anche attenzione sulla necessità che chi deve gestire la “cosa pubblica” possa ricevere una formazione adeguata (sarebbe forse il caso di ripristinare le scuole di politica), instaurando anche una collaborazione fra politici/amministratori e mondo della ricerca, affinché gli amministratori non vengano lasciati soli, e senza adeguati trasferimenti dallo Stato, davanti ai portatori di interesse.

Bisogna però fare in modo che la pianificazione territoriale non sia in capo al singolo Comune, ma che essa venga gestita su aree di estensione maggiore, perché mai come ora si devono coordinare gli interventi per evitare di realizzare costruzioni inutili quando a pochi chilometri, o addirittura nello stesso comune, sono disponibili aree già sottratte fisicamente alla destinazione agricola.

Lasciate che si abbraccino…

segnalato da Barbara G.

Lasciate che Boschi e Pisapia si abbraccino, la sinistra unita contro Renzi è un errore mortale

Fare di Renzi il principale antagonista sarebbe un errore gravissimo dei democratici, per ripartire bisogna mettere a punto un piano che funzioni e sopratutto che arrivi a tutti gli italiani

di Giulio Cavalli – linkiesta.it, 25/07/2017

Vietato giocare a pallone in cortile. Vietato fumare. Vietato fare schiamazzi. Vietato abbracciarsi con sorriso troppo sorridente. L’agenda politica della sinistra che prova faticosamente a unirsi a sinistra del PD si incaglia sulla foto dell’abbraccio tra Giuliano Pisapia e Maria Elena Boschi sciorinando un’infinita serie di interpretazioni degne di un manuale d’amore. È la posa, dice qualcuno. No, no, è il sorriso, la colpa principale, secondo qualche altro. E le pagine dei giornali si infarciscono di tutte le diverse tesi agitando la penna di retroscenisti, dei duri e puri, degli incazzati, delle brigate anaffettive, dei cultori dell’uno abbraccio vale uno, degli allarmisti, degli arresi, degli stanchi e di chi legge in quell’abbraccio la costituzione nefasta (e segreta) di un nuovo ordine mondiale.

È la sinistra, bellezza. Meglio ancora: è questa sinistra, questa che ci ritroviamo a maneggiare con cura perché non si scheggi e intanto lei non perde mai l’occasione di dimostrarsi in briciole. Ci deve essere da qualche parte a sinistra il tragico convincimento che le “questioni di famiglia” siano una saga interessante per i cittadini: il “Trono di Spade” di quest’estate troppo calda sono i riflussi sentimentali tra Pisapia, Montanari o Speranza? No grazie. Davvero, no.

Certo la politica è una scienza che si applica anche ai comportamenti e una stretta di mano (e il modo in cui la si stringe) è un atto politico, che piaccia o no, ma se davvero le incomprensioni (vere o presunte) hanno bisogno di attaccarsi a una foto allora significa che qualcosa davvero non funziona: la coalizione a sinistra si costruisce intorno alla convergenza di valori e programmi (meglio ancora, intorno alla comunione di valori e programmi) oppure sulla miscela delle diverse simpatie dei capipartito? Capiamoci, per favore, perché se il gioco consiste nello spulciare le figurine allora sappiate che la Waterloo sarà inevitabile: ci sono ex PD che sono usciti “troppo presto” per alcuni, ci sono ex PD che sono usciti “troppo tardi” per altri, ci sono ex compagni di partito che se le sono date di santa ragione durante i congressi, c’è chi si è scisso da quelli che ora si ritrova di fianco, c’è chi fa il nuovo e ha attraversato più di un partito, c’è chi digrigna i denti per funzionare, chi si traveste da pontiere e di nascosto sogna che ne rimanga solo uno, c’è chi è stato europeista e poi ha sbroccato contro l’Europa, c’è chi forse non ha nemmeno più la maggioranza del proprio partito, chi ha votato leggi invotabili, chi dileggia D’Alema e ne è stato inventato (e aspetta fremente una sua chiamata di nascosto), c’è chi vorrebbe un leader non riuscendone a immaginare altri oltre a se stesso e c’è chi ama il formaggio mentre un altro odia il formaggio, chi gioca a bocce e chi si lascia andare al tennis. Se dovessimo fare la conta di tutti gli aspetti minimi e insopportabili ne uscirebbe, come succede in famiglia o con gli amici, un quadro in frantumi. Sono terribilmente asociali, gli uomini, quando sentono le responsabilità di stare insieme, del resto.

Per questo lanciarsi su quell’abbraccio di Pisapia, volendolo prendere come paradigma di qualcosa che è un personale fastidio, è una cagata pazzesca: Pisapia ha detto qualcosa che non avrebbe dovuto dire all’incontro della festa del PD? Questo è il punto. La sua colpa è nell’avere dichiarato di fronte alle persone che animano la festa del PD a Milano di “sentirsi a casa”? Ecco, già meglio. Se il punto è la controversa vicinanza (e la controversa narrazione) dell’ex sindaco di Milano nei confronti del PD allora sarebbe il caso di parlare di questo, non c’è bisogno di di attaccarsi a un abbraccio. Eppure Pisapia (e non solo lui, a dire il vero) ha sempre chiaramente detto di non vedere possibilità di convergenza con Matteo Renzi (potrebbe essere anche un po’ più tagliente, vero) chiarendo comunque di ritenere il popolo dei democratici (gli elettori, soprattutto) parte integrante del centrosinistra. Nessuna novità, quindi. E anche sul rapporto con il PD forse varrebbe la pena di riflettere: siamo tutti d’accordo sui danni che il renzismo ha procurato al Paese e al centrosinistra, ma se si vuole tagliare netto con tutti gli elettori del PD facendo di tutto il partito un Renzi allora ci si prende la responsabilità di veleggiare verso percentuali da Sinistra Arcobaleno. È una scelta, legittima.

Se invece “l’unità a sinistra” vuole essere qualcosa di più della semplice testimonianza residuale allora forse sarebbe il caso di convincersi che anche l’ultimo fuoriuscito dal PD è di fatto il primo elettore e il primo costruttore di una forza che voglia essere di governo. Tra gli elettori del PD, ebbene sì, ci sono ancora le sensibilità del centrosinistra.

C’è, in ultimo, anche un altro punto: ma davvero è utile fare dell’antirenzismo la principale forza aggregante? Ma davvero (in un momento in cui il segretario del PD le sta sbagliando quasi tutte, tanto che qualcuno comincia a scommettere che non arrivi nemmeno alle prossime politiche) vale la pena tenere a galla Renzi proprio grazie a un antagonismo che rischia di rinforzarlo piuttosto che indebolirlo più di quanto stia facendo lui e la sua accolita di dirigenti? Io, personalmente, non ne sono convinto. No.

Però c’è un modo ancora migliore per non rischiare di sciogliersi in un abbraccio: parlare di programmi. Vedersi, incontrarsi e decidere dieci punti dieci, anche solo cinque per iniziare, per dire agli italiani cosa si è sbagliato in questi anni e (soprattutto) quali sono le ricette per invertire la rotta. Un manifesto, un volantino, un pagina web – fate come diavolo volete – che sia chiaro, puntuale e diffuso: stabilire i punti irrinunciabili per la sinistra che verrà. Raccontarli dappertutto, casa per casa, dibattendone città per città. Ma farlo. E in fretta.

E vedrete che non ci sarà il tempo (e nemmeno la voglie) di discutere di abbracci e sorrisi, gli elettori ringrazieranno, e sarà facile capire le reali intenzioni di ognuno. Pisapia incluso. Altro che gli abbracci.

Così la Polonia sta smantellando la democrazia

segnalato da Barbara G.

Il Paese sta dimostrando come si possa instaurare un regime senza carri armati, né prigionieri politici, né censura. Un esempio che potrebbe indicare la strada a molti altri Kaczynski in giro per il nostro Continente (Italia compresa)

di Wlodek Goldkorn – espresso.repubblica.it, 20/07/2017

E’ quasi mezzanotte, quando sul podio degli oratori della Dieta polacca sale Jaroslaw Kaczynski. Faccia contrita, una voce fredda dice, rivolto ai deputati dell’opposizione: “Avete assassinato mio fratello; canaglie”. Ufficialmente Kaczynski è un semplice deputato, Nei fatti è lui il vero capo dello Stato; il governo, il presidente della repubblica, il presidente della Camera nonché la maggioranza parlamentare ubbidiscono a qualunque suo ordine o desiderio. In questo momento il suo desiderio è: rendere i tribunali dipendenti dall’esecutivo, ossia fare sì che la giustizia segua le direttive del partito, Pis (quasi nomen omen, Diritto e Giustizia, si chiama).

L’incidente si è verificato durante una discussione in Aula di una proposta di legge per cui sarà l’esecutivo a decidere quando mandare in pensione i giudici della Corte costituzionale e sarà l’esecutivo a nominare i presidenti dei tribunali, mentre sarà il parlamento a nominare la maggioranza (15 su 25) dei componenti del Consiglio supremo della Magistratura. In parole povere: sarà Jaroslaw Kaczynski il padrone della Giustizia di un paese che (per ora) risulta membro dell’Unione europea.

Attenzione, la Polonia non è un paese arretrato; e non si tratta di antiche reminiscenze del regime comunista. Il caso polacco è interessante perché è un esempio di come si possa, passo dopo passo, smantellare la democrazia, distruggere lo Stato di diritto, instaurare un regime che a nessuno risponde se non al capo supremo, senza percorrere le vie “turche”. In questo senso la Polonia potrebbe indicare la strada a molti altri Kaczynski in giro per il nostro Continente (Italia compresa).

Il meccanismo si basa su tre pilastri: il primo, la stanchezza della gente con la politica e i politici, la delusione perché la politica non è in grado di mantenere le proprie promesse (Bauman parlava del divorzio tra politica e potere) e quindi le sue procedure diventano un rito strano e spesso odioso agli occhi di molti. Si tratta di un fenomeno comune a quasi tutti i paesi dell’Europa. Il secondo pilastro è una narrazione convincente di un Partito che vorrebbe abolire le procedure democratiche; e qui i dettagli e i particolari cambiano a seconda del paese. Il terzo pilastro, di nuovo comune a tutti, è la propensione di molti a rendersi servi e docili strumenti del Capo senza porsi problemi di coscienza e anzi godendo nel far Male.

In Polonia la narrazione parte dell’incidente aereo, in cui nel 2010, sui cieli russi, perse la vita Lech Kaczynski, allora presidente della Repubblica e fratello gemello di Jaroslaw. Quell’incidente nella narrazione del potere di oggi, fu un attentato, perpetrato dai russi (ovviamente) e coperto da “traditori” della patria, tra i quali, le élite liberali e cosmopolite nonché l’allora premier Donald Tusk.

Così la Polonia è vittima dei russi, dei liberali, dell’Europa filogay (essendo le élites filoeruopeiste), e c’è una quinta colonna in seno alla società. Come si diceva prima, in questo discorso c’è ovviamente una gran dose di odio e di propensione al male, insita in ognuno di noi e che si manifesta prepotente nei tempi di crisi. Far male e pensar male (perché le élite mi trattano da rifiuto umano) dà soddisfazione, quando si è scontenti della propria vita.

Vinte le elezioni del 2015 (grazie all’idiozia e la pigrizia di chi era al potere allora; ossia le famose “élite liberali”), con il 37 per cento dei voti (alle urne si è recato il 50 per cento dei polacchi), Kaczynski, per prima cosa ha purgato la tv e la radio di Stato. Licenziati i giornalisti considerati “ostili”, oggi nel media pubblici nessuno osa criticare il governo. Le manifestazioni di massa dell’opposizione vengono definite “folclore”. In seguito, le aziende di Stato o che fanno affari con aziende di Stato sono state persuase a non fornire pubblicità ai giornali nemici di Kaczynski, ad esempio a “Gazeta Wyborcza” (e che tuttavia resiste anche dal punto di vista economico).

Poi è stata alterata la composizione della Corte Costituzionale, in violazione della Costituzione stessa. E così si è arrivati a oggi: le mani sui tribunali e un discorso, in pieno parlamento del capo supremo che incita esplicitamente all’odio e trasforma i rappresentanti della nazione in canaglie e assassini: in fuorilegge cioè.

Occorre poi una maggioranza parlamentare, deputati e presidente della camera che (come accade in questi giorni a Varsavia) usando il regolamento impediscono la libera discussione e trasformano la Dieta in una macchinetta di votazione (risparmio i dettagli tecnici), perché il golpe, deve essere realizzato in fretta, altrimenti rischia di fallire.

Ecco, spiegato, come in Europa, si può con mezzi democratici (niente marce su Roma, niente carri armati in piazza; niente prigionieri politici; niente censura) sopprimere la democrazia.

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Stop CETA: mobilitiamoci verso il 25 luglio!

Attiviamoci!!! abbiamo tempo fino al 25!!!

Stop TTIP Italia

Martedì 25 luglio il Senato italiano ha intenzione di ratificare il CETA. Senza consultare adeguatamente la società civile, le organizzazioni agricole, i sindacati, il mondo ambientalista e i consumatori, gran parte del Pd, insieme a Forza Italia, i Centristi di Pier Ferdinando Casini (CpE), Alternativa Popolare (AP) di Angelino Alfano e schegge del Gruppo Misto, intendono dare il via libera all’accordo tossico UE-Canada.

Forti del sostegno di centinaia di migliaia di cittadini contrari a questo trattato e preoccupati per i loro diritti e la loro salute, le organizzazioni della Campagna Stop TTIP Italia ritengono questa accelerazione intollerabile e ingiusta. Contro il CETA si sono espresse anche numerose Regioni, votando delibere contrarie e chiedendo al Senato di fermare il processo. Lazio, Lombardia, Liguria, Veneto, Puglia, Calabria, Marche e Valle d’Aosta, oltre a centinaia di Comuni, hanno intimato al Parlamento di aprire una consultazione ampia sugli effetti del trattato. Questo…

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Il Gomblotto

di George Monbiot – the Guardian – 19 luglio 2017

È il capitolo mancante: la chiave per capire la politica dell’ultimo mezzo secolo. Leggere il nuovo libro di Nancy MacLean, “Democrazia in catene: la storia profonda del piano segreto della Destra Radicale per l’America” è vedere quel che era prima invisibile.

Il lavoro della docente di storia sull’argomento cominciò per caso. Nel 2013 si imbattè per caso in una baracca vuota nel campus della George Mason University in Virginia. Era piena zeppa degli archivi non ordinati di un uomo che era morto quell’anno e il cui nome probabilmente non vi è familiare: James McGill Buchanan. Lei dice che la prima cosa che aveva raccolto era un pacco di lettere confidenziali che riguardavano milioni di dollari trasferiti all’università dal miliardario Charles Koch.

Le sue scoperte in quella casa degli orrori rivelano come Buchanan, in collaborazione con ricchi uomini d’affari e gli istituti che avevano fondato, avevano sviluppato un programma occulto per sopprimere la democrazia a nome dei molto ricchi. Quel programma sta attualmente rimodellando la politica. E non solo negli Stati Uniti.

Buchanan era stato fortemente influenzato sia dal neoliberismo di Friedrich Hayek e Ludwig von Mises, che dal suprematismo proprietario di John C. Calhoun, il quale nella prima metà del 19. secolo sosteneva che la libertà consiste nell’assoluto diritto di usare la tua proprietà (inclusi i tuoi schiavi) in qualunque modo tu desideri; ogni istituzione che interferisce con questo diritto è un agente di oppressione, che sfrutta uomini che hanno proprietà nell’interesse di masse immeritevoli.

James Buchanan mise insieme queste influenze per creare quel che chiamò Teoria della scelta pubblica. Lui sostenne che una società non poteva essere considerata libera a meno che ogni cittadino avesse avuto il diritto di veto sulle decisioni. Quel che intendeva con questo era che nessuno doveva essere tassato contro la sua volontà. Ma i ricchi invece erano sfruttati da gente che usava i loro voti per domandare denaro che altri avevano guadagnato attraverso tasse involontarie per sostenere spesa pubblica e welfare. Permettere ai lavoratori di formare sindacati e imporre tasse sul reddito progressive erano forme di “legislazione differenziale o discriminatoria contro i proprietari del capitale.

Ogni scontro tra la “libertà” (permettere ai ricchi di fare come desiderano) e la democrazia dovrebbero essere risolti in favore della libertà. Nel suo libro “I limiti della libertà” egli notava che “il dispotismo può essere la sola alternativa organizzativa alla struttura politica che osserviamo”. Dispotismo in difesa della libertà.

La sua ricetta era una “rivoluzione costituzionale”: creare restrizioni irrevocabili per limitare la scelta democratica. Sponsorizzato per tutta la vita da facoltose fondazioni, miliardari e corporations, egli sviluppò una descrizione teoretica di quel che questa rivoluzione costituzionale poteva essere e una strategia per realizzarla.

Lui spiegò come si potevano frustrare i tentativi di desegregare le scuole nel sud dell’America mettendo in piedi una rete di scuole private sponsorizzate dallo stato. Fu lui a proporre per primo la privatizzazione delle università e imporre il pieno pagamento delle tasse universitarie agli studenti: la sua proposta originale era di schiacciare l’attivismo studentesco. Considerava urgente privatizzare la sicurezza sociale e molte altre funzioni dello stato. Cercò di rompere i legami tra il popolo e il governo e di demolire la fiducia nelle istituzioni pubbliche. Il suo scopo, in breve, era di salvare il capitalismo dalla democrazia.

Nel 1980 ebbe l’occasione di mettere in pratica il suo programma. Fu invitato in Cile dove aiutò il dittatore Pinochet a scrivere una nuova costituzione che, in parte grazie ai meccanismi astuti che Buchanan propose, si è dimostrata impossibile da rovesciare in toto. Tra torutre e uccisioni lui consigliò il governo di estendere i programmi di privatizzazione, austerità, restrizioni monetarie, deregolamentazioni e la distruzione dei sindacati: un pacchetto che fu in parte la causa scatenante del collasso economico del 1982.

Niente di tutto questo disturbò l’Accademia Svedese che, attraverso il suo seguace all’università di Stoccolma Assar Lindbeck, nel 1986 assegnò a James Buchanan il Nobel alla memoria per l’economia. È una delle numerose decisioni che hanno reso tossico questo premio.

Ma il suo potere cominciò veramente a farsi sentire quando Koch, attualmente il settimo uomo più ricco degli Stati Uniti, decise che Buchanan aveva la chiave per la trasformazione che stava cercando. Koch vedeva perfino ideologi come Milton friedman e Alan Greenspan come “venduti”, perchè cercavano di migliorare l’efficienza del governo invece che distruggerlo del tutto. Ma Buchanan andò fino in fondo.

MacLean dice che Charles Koch riversò milioni nel lavoro di Buchanan alla George Mason, i cui dipartimenti giuridico ed economico assomigliano più a delle think-tanks delle multinazionali che a facoltà accademiche. Utilizò l’economista per selezionare i “quadri” rivoluzionari che avrebbero messo in atto il suo programma (Murray Rothbard, al Cato Institute che Koch aveva fondato, spinse il miliardario a studiare le tecniche di Lenin e applicarle alla causa liberista). Tra di loro cominciarono a sviluppare un programma per cambiare le regole.

I documenti che Nancy MacLean ha scoperto dimostrano che Buchanan vedeva il segreto come cruciale. Disse ai suoi collaboratori che “la segretezza cospiratoria è essenziale in ogni momento”. Invece di rivelare la loro destinazione ultima, sarebbero andati avanti per passi successivi. Per esempio, cercando di distruggere il sistema di sicurezza sociale, loro avrebbero rivendicato che lo stavano salvando, sostenendo che sarebbe fallito senza una serie di “riforme” radicali. (Lo stesso argomento è usato da coloro che attaccano l’NHS). Gradualmente avrebbero costruito una “contro-intelligentsia”, alleata ad una “vasta rete di potere politico” che sarebbe diventata il nuovo establishment.

Attraverso la rete di thinktanks che Koch e altri miliardari hanno sponsorizzato, attraverso la trasformazione che hanno operato nel Partito Repubblicano e le centinaia di milioni che hanno rovesciato nelle campagne per l’elezione di giudici e deputati, attraverso la colonizzazione massiva dell’amministrazione Trump da parte di membri di questo network e attraverso campagne efficacemente letali contro qualunque cosa dalla salute pubblica all’azione sul cambiamento climatico, sarebbe corretto dire che la visione di Buchanan sta maturando negli Stati Uniti.

Ma non solo lì. Leggere questo libro da la sensazione che si diradi la nebbia attraverso la quale io vedo la politica britannica. Il falò dei regolamenti messo a nudo dal disastro della Greenfell Tower, la distruzione dell’architettura dello stato attraverso l’austerità, le regole di bilancio, lo smantellamento dei servizi pubblici, delle tasse scolastiche e il controllo delle scuole: tutte queste misure seguono il programma di Buchanan alla lettera. Mi domando quante persone sono coscienti che il programma di scuole libere di Cameron si inscrive in una tradizione concepita per intralciare la desegregazione razziale nel sud degli Stati Uniti.

Sotto un aspetto Buchanan aveva ragione: c’è un conflitto intrinseco tra quel che lui chiamava “libertà economica” e la libertà politica. La totale libertà per i miliardari significa povertà, insicurezza, inquinamento e servizi pubblici al collasso per tutti gli altri. Siccome non voteremo mai per questo, può essere ottenuta solo attraverso la mistificazione e il controllo autoritario. La scelta che abbiamo davanti è tra capitalismo sfrenato e democrazia. Non possiamo avere entrambi.

Il programma di Buchanan è la ricetta per il capitalismo totalitario. E i suoi discepoli hanno solo cominciato ad attuarlo. Ma almeno, grazie alle scoperte di MacLean, adesso possiamo comprendere il piano. Una delle prime regole della politica è conosci il tuo nemico. Ci stiamo arrivando.

fonti: https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jul/19/despot-disguise-democracy-james-mcgill-buchanan-totalitarian-capitalism

traduzione Lame

A questo punto discutiamo se restare in maggioranza

segnalato da Barbara G.

L’ex relatrice della legge Doris Lo Moro (Mdp). «Facendo slittare la riforma Gentiloni è andato oltre le sue facoltà di capo del governo. E’ una decisione che spetta solo al parlamento»

di Carlo Lania – ilmanifesto.it, 18/07/2017

«Rimandando lo ius soli in autounno Gentiloni è andato oltre le sue facoltà di capo del governo. Penso che adesso Mdp debba discutere seriamente se rimanere ancora nella maggioranza oppure no». La senatrice Doris Lo Moro è stata relatrice della riforma della cittadinanza fino a quando il testo è rimasto in commissione Affari costituzionali di Palazzo Madama .

Senatrice è rimasta delusa dalla decisione di non discutere lo ius soli?
Molto. Sono delusa, amareggiata e sorpresa. Non me l’aspettavo perché non avevo mai messo in conto che su una questione che coinvolge la sensibilità e la vita di centinaia di migliaia di persone, di giovani, si potesse arrivare a prendere decisioni non previste all’ultimo momento, fare calcoli politici.

Ormai si può considerare lo ius soli come definitivamente perso?
Guardi io sono una parlamentare, una senatrice della Repubblica. Gentiloni esprime la sua opinione e può farlo legittimamente sul fatto se mettere o meno la fiducia. E’ il Senato che però dovrà decidere se la pratica verrà trattata o meno. Da questo punto di vista credo ancora nella separazione tra governo e parlamento come previsto dalla Costituzione. Aspetto di capire cosa succede in parlamento, lì non c’è Gentiloni. Penso sia successa una cosa molto grave: il capo del governo non ha detto «Non metto la fiducia». Ha detto non trattiamo il provvedimento. Questo non era nelle sue facoltà, è andato oltre.

Il premier dice: dello ius soli se ne riparlerà in autunno. Però a novembre ci sono le elezioni in Sicilia, poi c’è la manovra, i tempi sono davvero stretti.
Ho sempre detto che un rinvio avrebbe fatto naufragare il provvedimento e lo penso ancora. Naturalmente non lavorerò perché questo accada, ma penso che sia fortemente a rischio.

Come Mdp vi sentite ancora parte di questa maggioranza?
Quella di uscire dalla maggioranza è una decisione che non abbiamo ancora assunto. Noi non siamo al governo, non abbiamo nessun rappresentante al governo, ma finora non abbiamo mai tolto l’appoggio a questo esecutivo. Spero che di questo si possa però anche discutere.

Sta auspicando una discussione in Mdp per uscire dalla maggioranza?
Mi sembra una discussione possibile. Come parlamentare non mi sento molto a mio agio pensando che nelle prossime settimane continuerò a dare il voto di fiducia a questo governo non votando l’unico provvedimento che mi interessava veramente.

Lei sarebbe pronta a uscire?
Io sono pronta a fare una discussione seria nel gruppo. Sono una persona che si misura con le responsabilità del gruppo.