Mese: agosto 2017

De Luca, colpo di Ferragosto

Nel pieno dell’estate esce la delibera che alza gli stipendi di 20-30 mila euro lordi annui ai dirigenti di cui ha preteso la nomina fiduciaria. “L’istruttoria è stata lunga” ma nessuno lo sapeva.
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De Luca, colpo di Ferragosto: aumenti ai manager delle Asl

Sei mesi di braccio di ferro, vinto, con il governo Gentiloni e il ministro Beatrice Lorenzin per ottenere a luglio l’agognata nomina a commissario della sanità in Campania e il governatore Pd Vincenzo De Luca che fa? Reinterpreta a suo modo lo slogan “mai più ultimi” con il quale vinse le elezioni: non lo applica sulla qualità dei servizi sanitari, ma sulle retribuzioni dei dirigenti. Mai più ultimi in termini di stipendio. Come primo atto da commissario, infatti, De Luca ha firmato il 1° agosto una delibera di giunta che incrementa le remunerazioni dei manager di Asl e aziende ospedaliere campane. A tutti. Si va dai 155mila euro lordi per i direttori generali dell’Asl di SalernoNapoli 1 e degli ospedali Ruggi di SalernoCardarelli di Napoli e Colli di Napoli, ai 150.000 euro riservati ai manager di tre Asl e quattro ospedali, fino ai 145.000 euro per i direttori di due Asl e due ospedali.

Aumenti tra i 20.000 e i 30.000 euro lordi che hanno il sapore del blitz ferragostano – la pubblicazione sul bollettino ufficiale della Regione è avvenuta a metà agosto – e che inevitabilmente scatenano critiche. Per i tempi, i modi e le spiegazioni. Una, citata nel corpo della delibera, è che se non si guadagna abbastanza non si lavora bene: “La sanità campana, per le rilevanti sfide future e gli impegnativi processi riorganizzativi in corso, deve poter contare su una classe dirigenziale qualificata, motivata e adeguatamente remunerata, ove ne ricorrano le condizioni. A tal fine occorre adeguare il trattamento economico dei direttori generali agli obiettivi e alle responsabilità connesse all’espletamento delle funzioni”.

Il ragionamento ha una falla: i manager non hanno vinto un concorso ma sono stati nominati direttamente da De Luca senza attingere a graduatorie o terne – abrogate durante questa legislatura regionale – e sulla base di un rapporto fiduciario che poteva presupporre patti chiari e amicizia lunga sulla retribuzione e sulle “motivazioni” a svolgere il compito. Oppure i tecnici della sanità hanno accettato di andare a guidare Asl e ospedali solo perché lusingati dalla promessa di un aumento?

La delibera della giunta De Luca cancella il 20% di risparmio imposto da una legge nazionale del 2008 e ripristina il tetto del 2001, fissato per l’appunto a circa 155.000 euro. I tagli di nove anni fa furono dettati da una legge nazionale per il rientro dal disavanzo. Oggi i conti sono in miglioramento ma sempre in sofferenza. La delibera però chiarisce che gli aumenti di stipendio saranno coperti “da forme di partecipazione alternativa alla spesa sanitaria, attualmente applicate in Regione Campania”. In pratica, dai prelievi sui cittadini campani. Nelle intenzioni di De Luca, così si dovrebbe risolvere alla radice una incongruenza: i manager, si legge, “ricevono un compenso annuo inferiore a quello delle apicalità mediche che coordinano. La situazione ha generato nel corso degli anni numerosi contenziosi legali ancora in corso di definizione non solo per l’aspetto meramente economico, ma anche di immagine legata al prestigio del ruolo”. Mai più dietro ai primari, insomma.

A scoprire la delibera è stato il capogruppo di Forza ItaliaArmando Cesaro: “De Luca non ha compiuto un atto dovuto, ma voluto: ha premiato i suoi fedelissimi”. Replica il consigliere per la sanità del presidente, Enrico Coscioni: “Legittima richiesta dei manager, che avevano stipendi tra i più bassi d’Italia. E non è stato un blitz di Ferragosto: l’istruttoria è durata due mesi”. Intanto, come documenta il sito Stylo24, tre giorni fa sono riapparse le barelle nei corridoi del Cardarelli. A maggio De Luca aveva garantito che “queste situazioni da quarto mondo” non si sarebbero viste mai più.

#CasaItalia non basta

Terremoto, Casa Italia non basta: per la messa in sicurezza mancano (almeno) 20 miliardi. E il fascicolo del fabbricato

Terremoto, Casa Italia non basta: per la messa in sicurezza mancano (almeno) 20 miliardi. E il fascicolo del fabbricato

Secondo un rapporto della struttura voluta da Renzi servono 25 miliardi solo per la riqualificazione antisismica dei 648 Comuni a maggior rischio. Ma per finanziare il sisma bonus previsto dalla legge di Bilancio ci saranno, di qui al 2030, non più di 5 miliardi. Ancora da trovare. Il presidente del Consiglio degli ingegneri: “Servono più soldi e gli interventi devono essere obbligatori. Ma la priorità è imporre un documento con tutte le informazioni sull’immobile”.

Almeno 20 miliardi in più da trovare, rispetto a quelli previsti nell’ultima legge di Bilancio del governo Renzi, solo per mettere in sicurezza gli edifici a maggior rischio sismico nei Comuni più esposti. E un grande assente, il fascicolo del fabbricato: una sorta di “cartella clinica” con tutte le informazioni su come è stato costruito l’immobile, quali modifiche ha subìto e quanto, di conseguenza, è in grado di resistere a un sisma. Secondo architettigeologi e ingegneri è indispensabile per un serio progetto di prevenzione. Ma per i proprietari avrebbe un costo e, visto che l’80% degli italiani ha una casa di proprietà, renderlo obbligatorio sarebbe impopolare. Dunque non se n’è fatto nulla. A un anno dal terremoto di Amatrice e a poche ore da quello di Ischia, tutti i nodi del piano Casa Italia per la messa in sicurezza del territorio, lanciato dall’ex premier Matteo Renzi il 25 agosto 2016, vengono al pettine. Forse per questo il segretario Pd, in un tweet sull’ultimo sisma, ha scritto che bisogna “correre di più su #CasaItalia”.

Il rapporto di Casa Italia: per mettere in sicurezza 648 Comuni servono 25 miliardi – Per quanto riguarda i soldi messi sul piatto, a certificare che i conti non tornano è la stessa struttura di missione creata dal precedente governo, che all’inizio di agosto è diventata un nuovo dipartimento di Palazzo Chigi. A giugno i 17 esperti guidati dal rettore del Politecnico Giovanni Azzone, chiamato a guidare Casa Italia fino alla nascita del dipartimento, hanno presentato al premier Paolo Gentiloni un corposo “Rapporto sulla promozione della sicurezza dai rischi naturali del patrimonio abitativo”. Che quantifica in 25 miliardi lo stanziamento necessario solo per finanziare la riqualificazione antisismica degli edifici in muratura dei 648 Comuni a maggior rischio attraverso il sisma bonus per i lavori di adeguamento antisismico introdotto dall’ultima legge di Bilancio (50% di sgravio che sale al 70 o 80% se l’intervento riduce il rischio di una o due “classi”).

Ma la cifra stanziata dalla manovra è ben più bassa: a coprire i mancati introiti fiscali sarà il Fondo per finanziamento degli investimenti e lo sviluppo infrastrutturale del Paese, ribattezzato “fondo Renzi“. Che sulla carta vale 47 miliardi, di cui però solo 1,9 effettivamente stanziati e gli altri tutti da trovare di qui al 2030. E Gentiloni, che a maggio ha firmato un primo decreto di riparto, ha anticipato che alla “messa in sicurezza” andranno “un totale di 8 miliardi“. Solo che quel capitolo comprende anche la sicurezza degli edifici pubblici e delle scuole nonché i fondi per polizia e vigili del fuoco. Anche se più della metà, 5 miliardi, fosse destinato a finanziare gli sgravi fiscali, mancherebbero all’appello 20 miliardi. Cifra comunque sottostimata: sempre stando al rapporto di Casa Italia, se si volesse intervenire su tutti gli edifici in calcestruzzo armato costruiti prima dell’entrata in vigore delle norme antisismiche servirebbero 46,4 miliardi. Mettere in sicurezza le case di tutti i Comuni italiani, infine, costerebbe addirittura 850 miliardi.

Il presidente degli ingegneri: “La priorità è il fascicolo del fabbricato. Ma ai proprietari non conviene” – “Che le risorse non siano sufficienti è evidente. Soprattutto se si pensa che ogni anno l’Italia spende in media 3 miliardi per far fronte alle conseguenze dei terremoti”, commenta Armando Zambrano, presidente del Consiglio nazionale degli ingegneri e coordinatore della Rete delle professioni tecniche (nove consigli nazionali tra cui quello degli architetti, dei geologi e degli ingegneri). “Ma per noi la priorità è il fascicolo del fabbricato, che non è stato reso obbligatorio nonostante lo chiediamo da tempo. Le associazioni dei grandi proprietari immobiliari (come Confedilizia, ndr) si oppongono perché non vogliono far emergere la situazione di sicurezza statica dei fabbricati”. E imporre ai proprietari di pagare per questa ulteriore certificazione sarebbe politicamente controproducente… “Ma parliamo di poche migliaia di euro per abitazione”, ribatte Zambrano. “Per un documento con informazioni che ti possono salvare la vita, dicendoti se è opportuno fare subito un intervento, e di quale portata, o si può aspettare”. Il fascicolo sarebbe infatti il punto di partenza per mappare la vulnerabilità del patrimonio edilizio e stabilire, su un arco di 20-30 anni, gli interventi prioritari. “Che a quel punto andrebbero resi obbligatori“.

Per i cantieri sperimentali 25 milioni. Nuove norme sulle costruzioni al palo -Il governo Renzi, esattamente come i precedenti, non ha voluto mettere la faccia sull’obbligo del fascicolo: anzi, nel 2014 ha impugnato con successo davanti alla Consulta la legge regionale della Puglia che lo imponeva. In compenso Casa Italia, racconta Zambrano, ha recepito la richiesta di avviare “almeno un’analisi speditiva, una forma di fascicolo del fabbricato semplificato, che con costi ridotti consenta di conoscere la pericolosità del fabbricato e programmare gli interventi a partire da dove c’è maggior rischio”. Riguarderà però solo 550mila edifici costruiti in muratura portante o in calcestruzzo armato prima del 1980. Quanto alla mappatura del territorio, insieme all’Istat è stato messo a punto un sito con la “mappa del rischio dei comuni italiani”, che però attualmente non dà informazioni sui singoli edifici. Quanto ai “cantieri sperimentali” di Casa Italia, che saranno avviati a Catania, Feltre, Foligno, Gorizia, Isernia, Piedimonte Matese, Potenza, Reggio Calabria, Sora e Sulmona, per tutti e 10 sono stati stanziati 25 milioni totali. Intanto, come ha ricordato martedì l’Ordine degli Ingegneri di Milano, da tre anni si attende la pubblicazione in Gazzetta ufficiale delle nuove Norme tecniche delle costruzioni civili, aggiornamento di quelle del 2008.

E gli incapienti non possono sfruttare il sisma bonus – L’ultimo nodo da risolvere, per gli ingegneri, è quello della concreta applicabilità del sisma bonus. Che finora è un’arma spuntata. “Ci sono diversi ostacoli”, spiega il presidente del Consiglio nazionale. “Per esempio gli incapienti (i 10 milioni di italiani che hanno un reddito talmente basso da non pagare l’Irpef, ndr) possono cedere il credito fiscale solo alle imprese a cui affidano i lavori, non alle banche. Ma se le imprese vengono subissate di cessioni di credito non hanno la liquidità per eseguire i lavori, per cui potranno accettarlo in pochi casi”. Così se in un condominio c’è una famiglia incapiente il rischio è che diventi impossibile deliberare l’intervento. E 14 milioni di nuclei familiari italiani, sui 20 milioni che hanno casa di proprietà, vivono nei condomini.

Ischia, è solo speculazione

Terremoto Ischia, cemento e inchieste sull’isola dove non esiste l’abusivismo di necessità. È solo speculazione

Più cemento più ricchezza: questa è stata l’equazione indotta da una economia legata al turismo che ha fatto da carburante alla necessità di nuove cubature. Quindi è bastata una scossa del quarto grado Richter, forte ma non distruttiva, a mietere vittime, a far crollare muri, a distruggere ciò che poteva e doveva resistere.

Tutti hanno cercato di fare, in troppi hanno fatto, a dispetto della legge e contro la legge, inquinando la vita civile dell’isola, producendo numerosi episodi di corruzione e – soprattutto – riducendo spaventosamente i criteri minimi di sicurezza. Ischia infatti conosce bene il terremoto e Casamicciola, la località che paga il prezzo maggiore, ha subito alla fine dell’Ottocento (1883) un terremoto distruttivo (decimo grado della scala Mercalli) che fece 2.313 vittime. Diceva Gramsci che la storia insegna ma ha cattivi scolari. Questo è un caso di scuola.

Nessuno ha tenuto conto della fragilità dell’isola, della sua storia sismica. Non i suoi abitanti, non la sua classe dirigente. Nessuno ha badato al controllo del territorio che anzi è stato oggetto di uno scambio immorale: voti contro cemento oppure soldi contro cemento. E ciascuno si è dato da fare. Diciamolo subito: non esiste sull’isola, ricca delle sue bellezze e dei suoi commerci, nessun abusivismo di necessità. È prevalentemente speculazione. L’albergo si allarga, i clienti raddoppiano, il fatturato quadrupla. Ogni stanza in più, anche in case private, significa oro.

E così la qualità della edificazione, realizzata spessissimo nella concitazione dell’abuso, è stata molto al di sotto della decenza, la manutenzione e la conservazione nel migliore dei casi ridotte al lumicino. Quindi è bastata una scossa del quarto grado Richter, forte ma non distruttiva, a mietere vittime, a far crollare muri, a distruggere ciò che poteva e doveva resistere. Questo in definitiva è il conto più amaro, il dazio salato che il Mezzogiorno paga alla clientela e alla corruzione.

Educazione, in nome della velocità

‘La peggior scuola’, superiori in quattro anni in nome della velocità che (non) ci chiede l’Europa

‘La peggior scuola’, superiori in quattro anni in nome della velocità che (non) ci chiede l’Europa

Da anni le “riforme” che hanno colpito (e con violenza) la scuola ammiccano a precocismo e rapidità: Berlinguer immaginò senza esito un ciclo di 7 anni, seguito da biennio comune e triennio specifico per i vari indirizzi; la scuola “delle 3i” di Moratti realizzò gli anticipi; e ora la secondaria di secondo grado “breve”evergreen riproposto periodicamente. La velocità? Ce la chiede l’Europa!

Il ministro dell’Istruzione, università e ricerca (Miur) Valeria Fedeli ha appena firmato il piano di innovazione ordinamentale per sperimentare percorsi di 4 anni in licei e istituti tecnici. Al momento sono 12 le scuole che hanno ridotto di un anno i corsi di studi, con progetti di istituto autorizzati dal Miur: il bando ministeriale propone criteri comuni e prevede 100 classi in tutta Italia, dal settembre 2019.

Triste e nota tradizione, l’estate è foriera di (cattivi) consigli. Nel 2014 (all’epoca alla guida del ministero c’era Stefania Giannini) il capo gabinetto Alessandro Fusacchia e  il capo della segreteria tecnica Francesco Luccisano produssero uno sciatto documento, “La Buona Scuola”, per nulla apprezzato da parte di studenti, docenti e genitori e però propagandato da un governo cialtrone (con fasulli sondaggi d’opinione) come il migliore dei modelli possibili. Ne derivò poi la legge 107/2015, contro l’imponente mobilitazione dei diretti interessati, con scorciatoie parlamentari e voti di fiducia (la forma autoritaria della velocità). Già nell’estate del 2008, del resto, era stata varata la “riforma Gelmini”: la legge 133, non a caso ispirata al “contenimento di spesa nel pubblico impiego”, tagliò in modo spettacolare e drammatico posti di lavoro (e diritto all’apprendimento) nella scuola pubblica.

Ora il decreto Fedeli. Il Sole 24 ore, certo alieno da atteggiamenti eversivi, ha calcolato che l’andata a regime della riduzione di un anno di scuola farebbe risparmiare 1 miliardo e 380 milioni, 40mila cattedre in meno.

L’ennesima dilettante allo sbaraglio di Viale Trastevere ha peraltro adottato un impeccabile stile renziano: decreto che prospetta il taglio di un anno, deciso senza alcun riscontro sulle esperienze in atto, e per di più in grottesco conflitto con la presunta nobiltà del profilo professionale dei docenti, considerato circa un mese fa dalla medesima ministra decisivo per il destino del Paese e meritevole del raddoppio – a parole – dello stipendio.

Of course, i 100 progetti dovranno garantire, mediante flessibilità didattica e organizzativa, oltre a tutte le discipline previste dall’indirizzo, gli apprendimenti e le competenze ora previsti per il quinto anno; l’insegnamento di almeno una materia non linguistica con metodologia CLIL; la valorizzazione delle attività laboratoriali; oltre, ovviamente, all’utilizzo delle immancabili tecnologie didattiche. Tutto entro quattro anni. Identico e con identico valore il titolo di studio conseguito e identiche le modalità di esame.

Con un tempo scuola già ampiamente intaccato prima dalla riforma Gelmini e poi dall’alternanza scuola/lavoro, solo gli strateghi della pedagogia che hanno riproposto la sperimentazione sanno come realizzare tutto questo. Del resto, anche in questa occasione viene millantato (ancora in perfetto Renzi’s styleun inesistente diktat europeo: il percorso scolastico termina a 18 anni in 13 Paesi (tra cui Francia e Spagna) e a 19 in 15 Stati (tra cui la Germania), mentre in due casi è presente la doppia opzione. Il punto, al solito, è compromettere la dignità di insegnamento e apprendimento, far cassa sulla scuola e sulla sua funzione emancipante, mascherandosi dietro modernità e innovazione. Come ha osservato tra gli altri Marco Revelli, la scuola viene sempre più asservita alle esigenze del mercato del lavoro, perdendo la sua connotazione di luogo di cultura. Ovvero, l’istruzione pubblica viene indirizzata alla costruzione di cittadini acritici e quindi di lavoratori incapaci di esigere diritti, non sufficientemente colti da comprendere il legame imprescindibile tra la dignità del lavoro – di qualsiasi lavoro – e la completezza della propria istruzione: missione (quasi) compiuta.

Insomma: siamo con tutta evidenza di fronte a un altro passo dello smontaggio intenzionale della scuola della Repubblica, luogo di pratica e di diffusione di democrazia e di pensiero critico analitico, del tempo disteso della riflessione: un’azione costante, violentemente ideologica ed implacabile.

Da anni assistiamo a quella che troppo spesso rischiamo di considerare ineluttabile fatalità e che invece abbiamo noi stessi favorito con acquiescenza, disimpegno, facili entusiasmi su mantra linguistici – rapidità, competizione e competitività, modernità, flessibilità e tutti gli originali anglofoni che hanno eccitato le nostre (in)coscienze – che con bambini e ragazzi e con il loro apprendimento non hanno nulla a che fare. Toccherà ai collegi dei docenti esercitare, almeno questa volta, autonomia e sovranità, rigettando senza se e senza ma la seduzione di finanziamenti e di rendite di posizione nel mercato delle iscrizioni che la candidatura alla sperimentazione potrebbe favorire, per mantenere salda l’inviolabilità dei principi costituzionali che sono a fondamento dell’istruzione repubblicana.

Del resto, basta cogliere il tono assertivo e impregnato di tecnicismi (sempre anglofoni) del sito dell’istituto Carlo Anti di Verona, una delle scuole che già stanno sperimentando, per dare sostanza ad un esplicito rifiuto di una sperimentazione priva di qualsiasi base e volontà scientifica: “La riduzione di un anno di studio, in linea con i paesi europei, si realizza senza un particolare aumento di orario settimanale, attraverso una didattica innovativa che si avvale di piattaforme di e-learning, tutoraggio a distanza, utilizzando anche metodologie di  flip teaching e debate“. Molti di noi sanno bene che l’apprendimento significativo transita prevalentemente attraverso una relazione educativa efficace; che apprendere non è solo inscatolare, mettere crocette – magari online-, rubricare; ma è, piuttosto, metabolizzare in tempi lenti e distesi; che la cultura è emancipazione e che l’emancipazione è un processo complesso e non monodirezionale; che la fretta è nemica della riflessione; che il dubbio è elemento imprescindibile di crescita e maturazione e non si concilia con la velocità assurta a valore indiscutibile e con la velocizzazione, divenuta dogma (dis)educativo.

In difesa dei Giusti

In difesa dei giusti, contro lo sterminio

Alle Ong che cercano di sottrarre quei profughi a un destino di sofferenza e morte andrebbe riconosciuto il titolo di “Giusti” come si è fatto per coloro che ai tempi del nazismo si sono adoperati per salvare degli ebrei dallo sterminio. La lotta agli scafisti indetta dal governo italiano e dall’Unione Europea è in realtà una guerra camuffata contro i profughi, contro degli esseri umani braccati. Ed è una guerra che moltiplica il numero e i guadagni di scafisti, autorità libiche corrotte e terroristi: quei viaggi sono l’unica alternativa ai canali di immigrazione legale che l’Europa ha chiuso fingendo di proteggere i propri cittadini.

di Guido Viale – comune-info.net, 12 agosto 2017

Coloro che dalle coste della Libia si imbarcano su un gommone o una carretta del mare sono esseri umani in fuga da un paese dove per mesi o anni sono stati imprigionati in condizioni disumane, violati, comprati e venduti, torturati per estorcere riscatti dalle loro famiglie, aggrediti da scabbia e malattie; e dove hanno rischiato fino all’ultimo istante di venir uccisi.

Molti di loro non hanno mai visto il mare e non hanno idea di che cosa li aspetti, ma sanno benissimo che in quel viaggio stanno rischiando ancora una volta la vita. Chi fugge da un paese del genere avrebbe diritto alla protezione internazionale garantita dalla convenzione di Ginevra, ma solo se è “cittadino” di quel paese. Quei profughi non lo sono; sono arrivati lì da altre terre. Ma fermarli in mare e riportarli in Libia è un vero e proprio respingimento (refoulement, proibito dalla convenzione di Ginevra) di persone perseguitate, anche se materialmente a farlo è la Guardia costiera libica.

Una volta riportati in Libia verranno di nuovo imprigionati in una delle galere da cui sono appena usciti, subiranno le stesse torture, gli stessi ricatti, le stesse violenze, le stesse rapine a cui avevano appena cercato di sfuggire,fino a che non riusciranno a riprendere la via del mare. Alle Ong che cercano di sottrarre quei profughi a un simile destino di sofferenza e morte andrebbe riconosciuto il titolo di “Giusti” come si è fatto per coloro che ai tempi del nazismo si sono adoperati per salvare degli ebrei dallo sterminio.

Invece, ora come allora, vengono trattati come criminali: dai Governi, da molte forze politiche, dalla magistratura, dai media e da una parte crescente dell’opinione pubblica (i social!); sempre più spesso con un linguaggio che tratta le persone salvate e da salvare come ingombri, intrusi, parassiti e invasori da buttare a mare. Non ci si rende più conto che sono esseri umani: disumanizzare le persone come fossero cose o pidocchi è un percorso verso il razzismo e le sue conseguenze più spietate. Come quello che ha preceduto lo sterminio nazista.

Salvataggio in mare foto di Massimo Sestini/Polaris

Nessuno prova a mettersi nei panni di queste persone in fuga, per le quali gli scafisti che li sfruttano in modo cinico e feroce sono speranza di salvezza, l’ultima risorsa per sottrarsi a violenze e soprusi indicibili. La lotta agli scafisti indetta dal governo italiano e dall’Unione Europea è in realtà una guerra camuffata contro i profughi, contro degli esseri umani braccati. Ed è una guerra che moltiplica il numero e i guadagni di scafisti, autorità libiche corrotte e terroristi: unica alternativa ai canali di immigrazione legale che l’Europa ha chiuso fingendo di proteggere i propri cittadini.

Da tempo le imbarcazioni su cui vengono fatti salire i profughi non sono più in grado di raggiungere l’Italia: sono destinate ad affondare con il loro carico. Ma gli scafisti certo non se ne preoccupano: il viaggio è già stato pagato, e se il “carico” viene riportato in Libia, prima o dopo verrà pagato una seconda e una terza volta. In queste condizioni, non c’è bisogno che un gommone si sgonfi o che una carretta imbarchi acqua per renderne obbligatorio il salvataggio, anche in acque libiche: quegli esseri umani violati e derubati sono naufraghi fin dal momento in cui salpano e, se non si vuole farli annegare, vanno salvati appena possibile.

Gran parte di quei salvataggi è affidata alle Ong, perché le navi di Frontex e della marina italiana restano nelle retrovie per evitare di dover intervenire in base alla legge del mare; ma gli esseri umani che vengono raccolti in mare da alcune navi delle Ong devono essere trasbordati al più presto su un mezzo più capiente, più sicuro e più veloce; altrimenti le navi che eseguono il soccorso rischiano di affondare per eccesso di carico, oppure non riescono a raccogliere tutte le persone che sono in mare o, ancora, impiegherebbero giorni e giorni per raggiungere un porto, lasciando scoperto il campo di intervento.

Vietare i trasbordi è un delitto come lo è ingiungere alle Ong di imbarcare agenti armati: farlo impedirebbe alle organizzazioni impegnate in interventi in zone di guerra di respingere pretese analoghe delle parti in conflitto, facendo venir meno la neutralità che permette loro di operare. Né le Ong possono occuparsi delle barche abbandonate, soprattutto in presenza di uomini armati fino ai denti venuti a riprendersele. Solo i mezzi militari di Frontex potrebbero farlo: distruggendo altrettante speranze di chi aspetta ancora di imbarcarsi.

I problemi continuano quando queste persone vengono sbarcate: l’Unione europea appoggia la guerra ai profughi, ma poi se ne lava le mani. Sono problemi dell’Italia; la “selezione” tra sommersi e salvati se la veda lei… I rimpatri, oltre che crudeli e spesso illegali, sono per lo più infattibili e molto costosi. Così, dopo la selezione, quell’umanità dolente si accumula in Italia, divisa tra clandestinità, lavoro nero, prostituzione e criminalità: quanto basta a mettere ko la vita politica e sociale di tutto paese.

Ma cercare di fermare i profughi ai confini settentrionali o a quelli meridionali della Libia accresce solo il numero dei morti. Dobbiamo guardare in avanti, accogliere in tutta Europa come fratelli coloro che cercano da lei la loro salvezza; adoperarci per creare un grande movimento europeo che lavori e lotti per riportare la pace nei loro paesi (non lo faranno certo i governi impegnati in quelle guerre) e perché i profughi che sono tra noi possano farsi promotori della bonifica ambientale e sociale delle loro terre (non lo faranno certo le multinazionali impegnate nel loro saccheggio). L’alternativa è una notte buia che l’Europa ha già conosciuto e in cui sta per ricadere.

La Sinistra che smarrisce sé stessa

Il j’accuse di Saviano: “La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa”

Quello su immigrati e Ong è un dibattito assurdo che ignora dati, analisi e non vuole vedere la realtà per come è veramente. Un medico di MsF racconta: «In quegli occhi ho visto il terrore. Tutti dovremmo ascoltare le loro storie».

di Roberto Saviano – espresso.repubblica.it, 14 agosto 2017

Il j'accuse di Saviano: La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa

Roberto Saviano

La disoccupazione devasta il sud Italia: chi sono i responsabili? Gli immigrati. La corruzione infiltra ogni appalto: di chi è la colpa? Immigrati. L’insicurezza in strada, la sporcizia cronica delle vie: certo, ci sono gli immigrati. Lo spaccio d’erba, di coca, di crack chi lo realizza? Gli immigrati. Stupri e furti in casa: sono sempre loro, gli immigrati. Nessuna di queste affermazioni è vera. E non esiste numero, statistica, analisi che la confermi. Solo un esempio: 27mila sono gli spacciatori italiani, poco più di duemila gli stranieri.

Eppure queste falsità sono diventate verità accettate. Come è possibile che d’improvviso i responsabili del disastro diventino i migranti, il male assoluto, il problema numero uno, su cui sfogare qualsiasi disagio, qualsiasi frustrazione, ogni tipo di abuso linguistico, balla informativa, aggressione verbale? Come è possibile che la campagna elettorale di partiti e movimenti diventi solo il tentativo di accaparrarsi il palio del contrasto ai migranti? Il linguaggio diventa la prova capitale di come si stia cercando di banalizzare il problema. Che nella declinazione più barbara di Salvini è “l’invasione”, in quella, più crudele di Di Maio “taxi del mare”, e nel gergo più tecnico del governo “ridurre gli sbarchi”. Ma soprattutto, come è possibile che dinanzi a migliaia di persone che scappano dalla guerra o dalla miseria i colpevoli diventino chi li salva in mare?

Tutto questo si è realizzato quando chi per cultura e tradizione storica (la sinistra) dovrebbe stare dalla parte dei più deboli, ha abdicato ai suoi valori. E rinunciato a mostrare le reali dinamiche, analizzare i numeri, raccontare cosa davvero accade in Africa e nel Mediterraneo preferendo focalizzarsi sul piccolo, microscopico segmento dei nostri confini.

Ma noi siamo italiani, si dice, è dell’Italia che deve interessarci no? Proprio perché siamo italiani e proprio perché dovremmo interessarci dell’Italia le forze politiche dovrebbero guardare negli occhi la realtà e spiegare come stanno le cose ai loro elettori, a quel complesso congegno che è l’opinione pubblica.

La sinistra, in qualunque sua declinazione (con rarissime eccezioni) non ha battuto ciglio dinanzi al codice Minniti. Dove l’unica priorità è quella di impedire gli sbarchi: nessuna attenzione alla vita dei migranti, disinteresse per cosa farà di loro la guardia costiera libica (da sempre, ci sono le prove, in rapporti con la milizia Anas Dabbashi che monopolizza il traffico di esseri umani). Ma forse questo codice che impone la presenza di ufficiali di polizia armati sulle navi e rende impossibile il trasbordo ha una contropartita in un altro contesto? C’è un impegno italiano a non vendere armi nei territori di guerra? Ad aumentare la percentuale di Pil da dedicare ai paesi in via di sviluppo? Si vuole negoziare con la Libia sulla sorte dei migranti fermati? Si chiedono garanzie perché possano avere assistenza dignitosa e non essere arrestati e abbandonati in prigioni nel deserto? No, nulla di tutto questo.

Invece di accettarlo in silenzio dovremmo trovarci davanti alle ambasciate di ogni stato europeo a scandire: «Non ci costringerete a farli annegare». Dovremmo solidarizzare con chi salva le vite in mare. Al contrario, ci troviamo a mettere tutte le Ong sul banco degli imputati, strumentalizzando qualche errore o disinvoltura di troppo, che magari si sono anche commessi.

Non esistono risposte semplici ai flussi migratori, non c’è una soluzione immediata, forse è solo possibile di volta in volta di far fronte all’ emergenza. Proprio questo è quello che fa una Ong come Medici senza frontiere. Lavora su entrambi i fronti: nei luoghi da dove i migranti scappano, e in mare dove muoiono.

L’Europa crede di essere di fronte a un’invasione ma non conosce nulla di quello che sta accadendo in Africa, le grandi migrazioni avvengono lì, al suo interno, e sono cento volte più grandi delle centomila persone all’anno che sbarcano in Italia. Due milioni e settecentomila persone sono scappate dalla Nigeria per sfuggire a Boko Haram. In Uganda (34 milioni di abitanti) troviamo quasi un milione di rifugiati.

Medici senza frontiere si trova ad essere accusata per non aver firmato il codice Minniti. L’argomento è: «da che parte stai, con lo Stato o con i trafficanti?». È una falsificazione in cui si vuole incastrare Msf. Gabriele Eminente, che di Medici Senza Frontiere è il presidente, spiega: «Ong significa Organizzazione non governativa. Per definizione non può appartenere a nessuno, tantomeno a uno Stato. Non è corretto nemmeno attribuirle un’origine “geografica”. È una furbizia mediatica dire Ong spagnola, tedesca. È un modo per suggerire l’esistenza di una “cospirazione” straniera ai danni dell’Italia. Ci vogliono collegare – dice Eminente – a mondi che non ci appartengono. Ci descrivono come complici dei trafficanti, oppure pretendono che diventiamo collaboratori di indagini che non possiamo essere. Il nostro compito è invece essere laddove ci sono persone che muoiono e abbisognano di aiuto». Msf collabora rispettando le leggi internazionali e le leggi del mare, e poliziotti disarmati possono salire sulle navi in qualunque momento, perché non c’è niente da nascondere.

Il ragionamento di Eminente fa emergere chiaramente il tema. Fin quando in Italia non sarà possibile entrare in modo legale, non ci saranno visti per chi vuol venire a lavorare, non saranno gestiti i flussi, allora barconi e trafficanti resteranno l’unico canale di approdo. È la logica della chiusura, sono l’Italia e l’Europa, ad aver incentivato gli sbarchi.

Una proposta concreta per affrontare il problema esiste. Il 12 aprile è stata lanciata una campagna, “Ero Straniero” da Emma Bonino e i Radicali Italiani, e invito tutti i lettori a firmare. Chiamata diretta degli sponsor, permessi di lavoro, integrazione, regolarizzazione dei clandestini. E creazione di corridoi umanitari. Queste sono le proposte. Anche in questo caso la sinistra (con rare eccezioni) non ha colto la crucialità di questa campagna. Invoca il “principio di realtà” contro il “principio di umanità”. Chiaramente, la campagna elettorale permanente avvelena qualsiasi tipo di analisi e riflessione seria sulla questione.

Si ricorre all’argomento “principe”: se la maggioranza lo vuole, la maggioranza decide. Non è così. Alessandro Galante Garrone (quanto ci mancano oggi intellettuali come lui) citava Roger Williams, teologo padre della laicità dello Stato: il volere della maggioranza poteva valere only in civil things , solamente nelle cose civili. La regola democratica della maggioranza non poteva convertirsi in una sopraffazione dei diritti individuali e universali di libertà. Ignorare quello che accade in Africa, o semplicemente rispondere con i respingimenti, se è un volere della maggioranza, è un volere orrido e incivile. Bisogna avere il coraggio di opporsi, di restare minoranza, di apparire marginali per poter salvare se stessi e la giustizia.

Quello che sta accadendo in Africa e nel Mediterraneo è sconosciuto a gran parte dell’opinione pubblica italiana, e ci limitiamo a dire: non possiamo da soli risolvere problemi secolari.

Allora, la voce di chi ha visto in faccia quello di cui parliamo nelle sedi politiche, al bar o sui social, forse ci può aiutare a prestare attenzione almeno a un’eco della parola Umanità. Roberto Scaini, di Misano Adriatico, è uno dei molti medici che hanno lavorato da volontari sulle navi nel Mediterraneo, o nei luoghi di origine delle migrazioni.

«Quello che ho visto sulle navi va al di là di quanto immaginavo», racconta, «vedevo il terrore nei loro occhi, gli davo una pacca e dicevo “welcome on board”. Molti, anche solo sentendosi sfiorati si difendevano, altri non credevano fosse possibile avere un gesto amico. Venivano dall’inferno. Il barcone è solo l’ultimo dei rischi di una lunghissima catena. Paura di morire in mare? Certo che ce l’hanno; come ne hanno del deserto, degli stupri, di essere frustati, picchiati a sangue, lasciati senza acqua. Quella di morire in mare è quasi la morte meno violenta che si aspettano». Ecco una cosa che dovrebbe fare la sinistra: farli raccontare, ascoltare».

Non è quello che uno si aspetta. Nemmeno un medico come Scaini, che pure è stato in Siria, in Iraq, in Liberia e Sierra Leone colpite dall’epidemia di Ebola. «Per un medico che possano esserci morti per un’epidemia o guerre è terribile, ma razionalmente spiegabile. Quando vedi morti per malattie curabili, per denutrizione, per ingiustizia questo no. Non riesci a razionalizzarlo». «Bisogna sfatare un’altra bugia», prosegue Scaini, «pensare che la maggior parte viene in Europa perché si sta meglio è falso. Vengono in Europa perché dove sono non c’e la possibilità di vivere».

E inseguire una possibilità di vivere significa spesso morire. Gettati come una cosa, un rifiuto. «Un bambino, guardandomi negli occhi, mi ha raccontato di come sui camion per la Libia, quando un ragazzino o una ragazzina stavano male con febbre o dissenteria, li buttavano nel deserto lasciandoli alla morte». Il medico di Misano Adriatico racconta con la voce rotta, quasi imbarazzato: «un medico non dovrebbe commuoversi… ma forse è importante, invece».

Roberto Scaini è uno dei moltissimi medici e operatori italiani – oltre 400 – che operano per Msf. Una comunità importante che sopperisce alle mancanze degli Stati, che dà lavoro. Pochi numeri, per dirlo: Medici senza frontiere conta oltre 34 mila operatori umanitari, dei quali 3 mila internazionali. Gli altri sono personale locale, tanto che in alcuni Paesi la Ong è il principale datore di lavoro. Nel 2016 le equipe di Msf sono state impegnate nei soccorsi in 67 Paesi, con il coinvolgimento di 402 operatori italiani.

E proprio in Italia Msf sta crescendo: lo scorso anno ha raccolto quasi 57 milioni di euro, con un aumento dell’8,5% rispetto all’anno precedente. La maggior parte dei fondi (94%) viene da privati, mentre il rimanente 6% da aziende e fondazioni.

Si è favoleggiato sui soldi alle Ong. Perché dovrebbero essere senza soldi? Perché si preferisce che i soldi siano nel calcio, nell’intrattenimento, nella moda, tutti mondi che riciclano sistematicamente o evadono,piuttosto che nell’impegno umanitario?

E i medici privilegiati? Un’altra grande menzogna. Il primo stipendio di un medico Msf è di 1.500 euro (a volte anche meno). Poi aumenta, ma rimanendo sempre inferiore allo stipendio di un ospedaliero. Mentire, mentire, mentire: è stato questo l’ordine sui social, nel dibattito politico.

«Ovvio che non si può pensare di salvare l’Africa trasferendola in europa», conclude Scaini, «sarebbe stato come dire svuotare di persone il West Africa per guarire l’ebola. Ma si possono gradualmente portare avanti politiche di soccorso e politiche di riforma».

Nel 1893 ad Aigues Mortes, in Provenza, Francia meridionale, ci fu un massacro di italiani compiuto da un gruppo di disoccupati francesi, caricati dall’odio verso quegli immigrati che rubavano il lavoro perché si accontentavano di salari da fame. A fermare la rabbia degli italiani contro francesi assassini di innocenti e dei francesi che consideravano gli italiani saccheggiatori di lavoro e che varcavano il confine per sporcare le loro strade e insidiare le loro donne, fu un socialista italiano, che mai come in questi anni risulta attuale più che mai: Filippo Turati. Intervenne e mostrò che la soluzione cominciava con lo specchiarsi nelle miserie condivise. Invitò tutti i disperati in cerca di una nuova vita a provare ad avere «una sola testa e un solo cuore, una testa che conosca le cause della propria miseria e delle proprie divisioni e un cuore che lo spinga contro di esse. Allora finirà la baldoria dei patriottardi e le stragi fraterne fra lavoratori diverranno impossibili».

Tutto ciò che siamo, le nostre fragili democrazie, il diritto al voto, la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la possibilità di leggere, ascoltare, manifestare, amare, tutto questo esiste perché i nostri diritti si fondando sulla libertà, sul rifiuto della guerra, sulle leggi. La storia della sinistra democratica nasce con il sogno concreto di liberare l’umanità dalla miseria e dall’ignoranza. Non può, in nome di una “concretezza”, tradire tutto ciò che è stata. Il silenzio della sinistra italiana è il suo requiem.

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