La passione di MariaEtruria per le banche

di Andrea Greco – La Repubblica, 13 luglio 2017

Troppa passione per il credito

C’è un feeling speciale tra Maria Elena Boschi e le banche. La 36enne toscana, malgrado gli inizi da avvocato, l’ascesa a ministra (Riforme, non Tesoro) e l’arrocco a sottosegretaria, coltiva sempre la passione per il credito. Forse è di famiglia, dato che il padre Pier Luigi e il fratello Emanuele ebbero ruoli apicali nell’ex Popolare Etruria, saltata nel 2015 con salasso da 5 miliardi a banche e risparmiatori. Per evitare il crac Boschi chiese aiuto all’ad di Unicredit Ghizzoni: invano. «Bugie!», ha detto lei promettendo querele. Da allora si prodiga per evitare schizzi e regolare conti. Nel 2016 il suo Pd ha “punito” Unicredit in cerca di aiuti sui crediti fiscali. Nel 2017, orfana di Renzi, ha sottratto alla Commissione d’inchiesta le Popolari. Ora toglie la manleva agli amministratori delle Venete (e il governo ha pure cassato l’emendamento per interdire da incarichi i banchieri liquidati, come papà Boschi). Occuparsi d’altro, no?

E la manina della Boschi affonda tutti i banchieri

La mano di Maria Elena Boschi torna in azione per plasmare il decreto legge del 25 giugno che ha salvato al volo Popolare di Vicenza e Veneto Banca. Un decreto oggi al voto di fiducia definitivo della Camera di fatto invariato malgrado le proteste della sinistra e dei Cinquestelle.

Non c’è solo la scarsa attenzione ai titolari di bond subordinati delle banche venete, che non potranno ampliare la platea dei rimborsi, perché la data limite rimarrà il 12 giugno 2014 (non l’1 febbraio 2016 come proposto dal relatore Pd Giovanni Sanga). Nella penna resta anche la richiesta di manleva – uno scarico delle responsabilità legali per future azioni di responsabilità – per amministratori e sindaci dei due istituti: uno stuolo di avvocati, finanzieri e imprenditori come Gianni Mion, Fabrizio Viola, Rosalba Casiraghi, Alberto Pera, Salvatore Bragantini, Luigi Bianchi, Massimo Ferrari, ingaggiati nel 2016 dal socio Atlante, e a giugno scaricati dopo un anno vissuto pericolosamente nel tentativo – non riuscito – di fondere le banche venete e tenerle autonome sotto un’insegna nuova.

Secondo ricostruzioni confermare da tre fonti nelle ultime ore della trattativa con cui le due banche venete hanno siglato la resa, era stato predisposto un patto di manleva, che salvaguardasse gli amministratori di Vicenza e Montebelluna, «salvo dolo o colpa grave» per le delibere tra il 17 febbraio 2017, quando gli istituti chiesero accesso alla “ricapitalizzazione precauzionale” di Stato, e il 23 giugno, data della liquidazione coatta. Una cautela che sia il ministro del Tesoro sia il presidente del Consiglio erano disposti a concedere in luce di due considerazioni. La prima, che non erano certo i neo amministratori convinti dal capo di Atlante Alessandro Penati i colpevoli dei buchi miliardari formati nei bilanci durante le gestioni di Gianni Zonin e Vincenzo Consoli. Secondo, che proprio la soluzione dell’aumento statale, inseguita per quattro mesi d’intesa con Roma, Bruxelles e Francoforte, ha fatto lavorare i due cda nel presupposto della continuità aziendale, mancata improvvisamente un mese fa. Più che il rischio di strascichi legali, resta in molti uscenti l’amarezza per un gesto di poco riguardo dettato dalla convenienza politica.

Sembra infatti che il veto alla manleva lo abbia posto la sottosegretaria alla Presidenza Maria Elena Boschi, timorosa che fosse strumentalizzato come un favore ai banchieri nella campagna elettorale delle prossime elezioni. Nemmeno il tentativo, tramite i capigruppo, di inserire la manleva in Aula è riuscito: l’assist era venuto da un emendamento di Pier Luigi Bersani (Mdp), ma l’ostruzionismo dei Cinquestelle, che in una settimana ha permesso di votare solo due articoli, ha indotto il governo a lasciare il testo intatto.Si teme di mettere in discussione, con il decreto, anche la stabilità bancaria nel Paese, da giorni in recupero. Così il testo dovrebbe passare al voto del Senato settimana prossima, senza le migliori tutele per obbligazionisti e amministratori uscenti; soprattutto senza una discussione politica, come posto dal compratore Intesa Sanpaolo tra le condizioni risolutive.

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