Mese: settembre 2017

Stefano Rodotà, Diritto d’amore

Stefano Rodotà, se il diritto rimane indietro quando si parla d’amore

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Ad un mese dalla morte del giurista torna in libreria Diritto d’amore (Laterza), saggio illuminante sull’arretratezza delle leggi italiane nel normare la vita affettiva tra le persone. Autodeterminazione e piena soggettività di donne e coppie dello stesso sesso hanno cambiato, e stanno cambiando, la giurisprudenza anche in Italia. Con grossa fatica del legislatore, la difficoltà della mediazione politica e con un unico faro: la Costituzione.

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Case di paglia

”Niente gas, solo pannelli solari e paglia: ecco la mia casa a impatto zero”

Carlo Gazzi di fronte alla sua casa (Cafragna, Parma)

La storia di Carlo che, ”scappato” da Milano, ha deciso di costruire con una tecnica in totale rispetto dell’ambiente. Un’abitazione in autonomia energetica da 140 metri quadrati.

di Giacomo Talignani – repubblica.it, 28 luglio 2017

CAFRAGNA (PARMA) – Un’intera casa costruita a chilometri zero. Quando Carlo ha visto per la prima volta quel terreno in cima a un piccolo colle accarezzato dalla brezza fra le vallate di Cafragna si è innamorato. Voleva costruirci il suo rifugio, solo non pensava di farlo con ciò che stava appena calpestando: la terra e la paglia tutt’attorno.
Oggi, ormai finita, quella di Carlo Gazzi, 39enne grafico fuggito da Milano per inseguire il suo sogno, è uno dei primi e recenti esempi di casa modernissima e a due piani tutta in terra-paglia (altri si contano nelle Marche, in Abruzzo o Liguria), antica tecnica che utilizza elementi naturali e iper traspiranti, da tempo dimenticata ma che ora sta riprendendo piede in Italia. Nel 2015 persino Roma ha visto ”sorgere” un’abitazione del genere, fulgido esempio green nel quartiere del Quadraro, che ha raccolto il plauso sui social network. Già prima degli anni Settanta diverse abitazioni rurali italiane venivano realizzate con balle di paglia, ma la nuova edilizia ha superato questi sistemi tutt’oggi in auge in Germania o Francia, seppur adattissimi al clima italiano. Carlo è uno di quei giovani che ha deciso di recuperarli e investirci.
Così, incontrato l’architetto Maddalena Ferraresi, che gli ha dato lo spunto per la tecnica della terra-paglia, “ho comprato un terreno a Cafragna, a pochi minuti da Parma, su un colle circondato dalla via Francigena, i boschi di Carrega e i primi Appennini. Logisticamente perfetta”.
Dalla Francia l’architetto Olivier Sherrer specializzato in case di “terre paille” è arrivato sui colli  per “formare gli operai. Ha fatto un vero e proprio workshop insegnando come costruire”.
A maggio 2016 sono iniziati i lavori e oggi la casa è quasi finita: due bagni, cucina, sale da letto e per gli ospiti (tutte con pavimenti di larice) e diversi spazi per la creatività. “Tutta la casa è green: la struttura portante è in legno, sul tetto i pannelli solari garantiscono l’energia sufficiente. Al momento, per i lavori, sono attaccato alla rete elettrica ma presto credo che utilizzerò soltanto alcune batterie esterne per poter essere del tutto autonomo. Il gas? Non c’è, al limite userò fornelli ad induzione e se farà molto freddo una stufa a legna per l’inverno”.
In un mondo che lotta contro il riscaldamento globale, e dove molte delle attuali procedure edilizie ed energetiche contribuiscono all’effetto serra, l’idea di realizzare qualcosa a basse emissioni di CO2 e sostenibile “era importante. Economicamente ho speso quanto fare una casa normale, ma sono sicuro che l’investimento pagherà e se in futuro ci fosse uno sviluppo di questa tecnica in Italia probabilmente i costi si abbatterebbero ancor di più” dice mostrando un foro nel muro dove si vedono terra e paglia mischiate “che garantiscono un isolamento termico grazie alle proprietà dell’argilla”.
Mentre tutt’attorno alla casa si sentono solo cicale e il rumore della macchina con cui l’architetto Emanuele Cavallo prepara la terra cruda per gli intonaci Gazzi prima di tornare ai lavori indica un punto in fondo alla vallata. “Quella è parte della via Francigena. Se fosse tracciata, i pellegrini potrebbero passare più spesso di qui e sarei felice di condividere con loro il mio spazio e spiegargli come è fatta questa dimora. Anche loro godrebbero del fresco naturale che c’è all’interno. Sto anche pensando a un festival sul tema o altro, quando sarà finita. Perché oltre alla casa in sé, vorrei che questo fosse un messaggio generale su come poter costruire per le nuove generazioni”.

Buoni consigli per non farsi stuprare

segnalato da Barbara G.

La campagna de “Il Messaggero”

di Giulia Siviero – ilpost.it, 14/09/2017

In questi giorni non si fanno che leggere in giro consigli e insegnamenti rivolti alle giovani donne su come non farsi stuprare e su come mettersi al riparo dalla violenza maschile. Come se le donne, per la loro incolumità, dovessero attenersi ad un livello più elevato di comportamento. E come se, non rispettandolo, venissero velatamente accusate di complicità con quanto di male può loro accadere.

Dopo l’accusa di stupro contro due carabinieri di Firenze, il sindaco Dario Nardella ha parlato di «gravissimo episodio», ma ha proseguito dicendo che è «importante» imparare «che Firenze non è la città dello sballo». Ieri, dopo lo stupro di una ragazza finlandese a Roma, sul Messaggero è partita una campagna per rendere Roma «una città più sicura per le donne». Tra le proposte ci sono quella dei taxi dedicati e quella di più taxi «nei luoghi della movida» (se poi una non si può permettere un taxi pazienza), un aumento della videosorveglianza, la trasformazione dei gestori dei locali in «sentinelle» e l’affissione di cartelli «in cui si raccomanda alle donne di evitare passaggi da sconosciuti e di tornare a piedi da sole percorrendo strade buie». Si propongono poi campagne di comunicazione «per mettere in guardia turiste e studentesse che arrivano per la prima volta a Roma» e una maggiore illuminazione pubblica. Sempre sul Messaggero, Lucetta Scaraffia ha scritto che per le donne è meglio «evitare le situazioni pericolose», arrendersi alla «necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile» e di accettare protezione (Scaraffia dice anche che «non si deve mai dire, di una donna stuprata, che se l’è andata a cercare», ma tutta la sua tesi si basa sul «però»). Altri articoli di questi giorni hanno una prospettiva simile e parlano della necessità di «educare le ragazze alla diffidenza».

 Oltre ad essere insegnamenti inefficaci (le donne vengono stuprate da sobrie e da ubriache, con la gonna o con i pantaloni, da sconosciuti per la strada ma soprattutto da chi conoscono bene – il 62,7 per cento delle violenze è commesso da un partner attuale o precedente) questi avvertimenti (tolti dal loro giustificato contesto privato) mandano un messaggio molto chiaro e molto sbagliato alle ragazze: non potete commettere alcun errore, altrimenti qualsiasi reato commesso contro di voi sarà, almeno in parte, colpa vostra. Sottintendendo che ad essere stuprate sono quindi le donne “ubriache”, “troppo fiduciose verso l’umanità”, “poco diffidenti”, “incoscienti” o “incaute”. Ma davvero c’è qualcuno che pensa che saranno le-donne-dall’impeccabile-condotta a fermare gli stupratori? O che lo faranno solo delle misure securitarie? E davvero si vogliono schiacciare le donne tra un branco di potenziali stupratori (messaggio che mi rifiuto di insegnare a mia figlia, così come quello di una cultura della paura) e un branco di protettori e di cavalieri di un mondo sicuro ed evoluto? Infine: è previsto qualche messaggio pubblico per i ragazzi e gli uomini se non quello che possono permettersi di essere meno cauti delle loro coetanee e che non sono messi in discussione in alcun modo? E qualche forma di educazione, per tutte e tutti, a partire dalla scuola?

Certamente non si devono incoraggiare le persone, tutte, a fare delle cose pericolose o a mettersi in situazioni rischiose, ma la versione istituzionalizzata del “non accettare una caramella dagli sconosciuti” o del “non prendere la strada del bosco” suona davvero ridicola. Ignorante del fatto che al centro della violenza contro le donne c’è proprio quella libertà femminile che si vorrebbe circoscrivere o sorvegliare («La libertà delle donne è il cuore dello scontro», scrive oggi sul Manifesto Bia Sarasini). E infine colpevole: perché è un nuovo vecchio trucco per non assumere il problema, per non fare mai i conti tutte e tutti insieme, e trasferire la colpa: a un generico ambiente cittadino poco sicuro o alla poca cautela femminile.

Lo stupro non solo non è un problema di ordine pubblico. Lo stupro e la cultura dello stupro non si combattono mettendo al centro dei discorsi sempre e solo le donne. Ma mettendoci finalmente gli uomini, scrivendo articoli sull’origine e sul soggetto della violenza contro le donne e cominciando a parlare pubblicamente innanzitutto di “questione maschile”, altro che femminile.

ps. Il video linkato nell’articolo lo avevamo postato QUI

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Aggiornamento di venerdì 15 settembre: Vincenzo D’Anna, senatore di Ala, in quella che Repubblica definisce una “provocazione” e che invece, portata agli estremi, rende molto visibile quello che ho cercato di spiegare qui sopra:

Sono abbastanza vecchio per ricordarmi donne più accorte. Una donna aggredita da un cingalese alle tre di mattina un tempo non ci sarebbe mai stata. La donna porta con sé l’idea del corpo, l’idea della preda. Se si trova in una zona di periferia, sola in mezzo alla strada, può anche essere oggetto di un’aggressione. Non giustifico gli stupratori gli darei 30 anni di carcere, ma serve attenzione e cautela da parte delle donne. Se cammina un uomo solo alle tre di notte non gli succede niente, se cammina una bella ragazza, magari vestita in modo provocante, e si trova in determinati ambienti, si espone. Qui tutti vogliono fare tutto. Io non sono un maschilista, ma il corpo della donna è oggetto e fonte di desiderio da parte dell’uomo. È un istinto, sarà primordiale, sarà ancestrale, quello che volete. Molte volte servirebbe un minimo di cautela. Le donne lo devono pensare che c’è gente in giro che può fargli del male. Le donne hanno un appeal che è diverso dagli uomini, potrei parlare degli ormoni, dell’aggressività. Certe volte un tipo di abbigliamento, un tipo di contesto, fa pensare a dei soggetti che siano una manifestazione di disponibilità da parte della donna. Serve un poco di buonsenso, un poco di cautela, alle donne non farebbe male.

Utopia per realisti

La via capitalistica al comunismo? Forse c’è

Intervista. Lo storico e giornalista olandese Rutger Bregman è ospite oggi a Pordenonelegge con il suo «Utopia per realisti», pubblicato da Feltrinelli. «Il reddito di base universale non è né di destra né di sinistra. In America ci provò Nixon, ma i democratici lo bocciarono».

di Roberto Ciccarelli – ilmanifesto.info, 17 settembre 2017

Nel suo libro Utopia per realisti (Feltrinelli) lo storico Rutger Bregman propone un’idea semplice: un reddito di base universale per sradicare la povertà e sganciare i bisogni dell’essere umano dalla schiavitù del lavoro. Il cibo, la casa, l’istruzione dovrebbero essere garantiti a tutti, in maniera incondizionata. Non un favore, ma un diritto fondamentale. A ben vedere però l’idea non sembra essere di così facile applicazione: il lavorismo che pervade le culture di sinistra e di destra, e quella di coloro che pensano che entrambe siano superate; lo Stato sociale trasformato in un «workfare» e, al fondo, il rischio che si parli di reddito per liquidare uno Stato sociale non proprio in forma smagliante. Bregman, in Italia ospite a Pordenonelegge (oggi il suo intervento) non si scompone e si fa forte di quello che Ernst Bloch ha definito lo «spirito dell’utopia».

Lei sostiene la creazione di un reddito di base universale per coprire le spese vive di ciascuno – 12 mila euro all’anno, all’incirca. Come intende realizzarlo?
Esistono molte strade che portano all’utopia, ma tutte partono con nuove idee che vengono spesso liquidate come folli o irrealistiche. Solo cinque anni fa, l’idea di un reddito di base era completamente dimenticata. Ora sta conquistando il mondo. Già nel 1974 fu sperimentato a Dauphin in Canada. è stato l’esperimento più lungo di reddito ed è stato dimostrato che la povertà crollò tra gli abitanti, come il tasso di ospedalizzazione e le violenze domestiche. Le persone non lasciarono il lavoro, ma si impegnavano diversamente. Le uniche che lavoravano di meno erano le giovani madri e gli studenti che restavano a scuola di più. La Finlandia ha iniziato e lo sta sperimentando. In Olanda si sta pensando di procedere in diverse città. Potrebbe essere applicato anche in Italia. Se vuoi viaggiare su una lunga distanza, hai bisogno di fare un mucchio di piccoli passi.

Si può immaginare che lei stia pensando di tassare i ricchi, e non il ceto medio impoverito o le classi lavoratrici. E combattere anche l’evasione delle multinazionali. Ma i ricchi sono molto bravi a difendere i loro soldi. Ci può spiegare come pensa di convincerli?
Un reddito di base è un investimento che si paga da solo. Esiste un’enorme quantità di ricerche scientifiche che mostra come i costi per la protezione della salute scendano, come i crimini, mentre i bambini godrebbero di condizioni migliori per incrementare il loro rendimento scolastico. È una soluzione «win-win». Anche i ricchi otterrebbero dei benefici. Sradicare la povertà è un investimento che paga.

Tra le sue proposte, c’è anche la riduzione della settimana lavorativa a quindici ore. Come intende realizzare questo obiettivo?
È una proposta intrecciata con quella del reddito. Abbiamo la capacità di tagliare un grande pezzo dalla nostra settimana di lavoro. Renderebbe le nostre società molto più salutari e, oltre tutto, metterebbe fine alle attività inutili e ai compiti dannosi che costellano gli impieghi contemporanei. Un sondaggio ha dimostrato che il 37% dei lavoratori britannici pensa di svolgere mestieri-spazzatura. La riduzione della settimana e un reddito di base potrebbero essere gli strumenti per offrire a ciascuno l’opportunità di dedicarsi alla cura dei bambini e degli anziani. Molti studi dimostrano che chi lavora meno è più soddisfatto della propria esistenza.
Un sondaggio condotto tra le donne tedesche ha definito il «giorno perfetto»: 106 minuti dedicati alle relazioni personali, 36 al lavoro e 33 agli spostamenti. La redistribuzione delle ore lavorate potrebbe seguire due assi: quello della parità tra i sessi e un patto tra le generazioni.

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Rutger Bregman

Per la sinistra il reddito di base è l’opposto del lavoro. Com’è nato il pregiudizio lavorista nelle culture socialdemocratiche e marxiste e cosa risponde alle loro obiezioni moralistiche e pessimistiche su questo tema?
Credo che il reddito di base sia la politica più favorevole alla creazione di lavoro che esista oggi sul pianeta. Per la prima volta nella storia tutti, e non solo i ricchi, potranno avere il privilegio di dire «no» a quello che non vogliono fare. Tutti potranno avere la libertà di decidere da soli sul modo in cui intendono contribuire al bene comune – sia che si tratti di lavoro retribuito che di attività volontaria. Il problema con la vecchia sinistra è che, troppo spesso, non si fida delle persone e della loro libera capacità di fare delle scelte. Esiste un’incredibile quantità di paternalismo a sinistra. Credo invece che i veri esperti sulla vita delle persone siano le persone stesse.

Al reddito di base hanno pensato anche i conservatori. Nel suo libro ricostruisce la storia sconosciuta di Richard Nixon che decise di introdurlo negli Stati Uniti. Che cosa accadde poi?
Non sono in molti oggi a ricordare che alla fine degli anni Sessanta quasi tutti credevano che gli Stati Uniti avrebbero dovuto sviluppare una qualche forma di reddito di base universale. Sia la destra che la sinistra erano favorevoli. Così Nixon pensò: se tutti lo vogliono, allora facciamolo. La sua legge sul reddito di base andò due volte in parlamento, ma fu abbattuta dai democratici. Non perché fossero contrari, ma perché lo ritenevano troppo basso! È una storia abbastanza bizzarra, piena di strane contingenze. Avrebbe potuto andare in maniera opposta.

La sinistra crede anche che la proposta di reddito di base coincida con quella di Milton Friedman che la definì un’imposta personale che, al di sotto di un minimo imponibile, si trasforma in un sussidio. L’effetto di questo strumento fiscale potrebbe essere quello di sostituire il welfare universale. Qual è, invece, la sua definizione?
Alcuni liberisti statunitensi vogliono abolire lo Stato sociale in cambio di una piccola mancia agli individui. Ma questo non è affatto quello che sostengo. È evidente che il Welfare esistente sia incredibilmente dispendioso e in più inefficiente, oltre che umiliante per le persone. È necessario sperimentare qualcosa di nuovo. L’idea di reddito di base supera la distinzione tra destra e sinistra. Nel senso che è di sinistra l’idea di sradicare la povertà, ed è di destra il fatto che promuove la libertà individuale. In realtà, sono convinto che il reddito possa essere davvero il coronamento della socialdemocrazia. O, come l’ha definito un filosofo, la «via capitalistica al comunismo».

Che cosa risponde a chi, tra i lettori della nostra intervista, pensasse che le sue posizioni sono troppo utopistiche e poco realistiche?
Ogni pietra miliare della civiltà – la fine della schiavitù, la democrazia, lo Stato sociale – è stata concepita inizialmente come una fantasia utopica. Oscar Wilde ha scritto una volta: «Il progresso è la realizzazione dell’Utopia».

Minniti vs Minniti

segnalato da Barbara G.

Migranti e respingimenti in Libia: nove anni dopo Minniti contraddice se stesso

“Il contrasto in acque internazionali è un’assurdità irrealizzabile”, affermava nel maggio 2008 l’allora “ministro ombra” a proposito degli annunci del governo Berlusconi. Oggi rivendica iniziative per le quali il nostro Paese è già stato condannato dalla Corte europea dei diritti umani

Marco Minniti

di Duccio Facchini – altreconomia.it, 17/08/2017

Il contrasto in acque internazionali è un’assurdità irrealizzabile. Parliamoci chiaro: pensiamo che basti mostrare la faccia feroce in tv o minacciare 18 mesi di Cpt per fermare persone disperate che, pur di arrivare in Italia, affrontano la morte attraversando mari e deserti?

Queste parole risalgono alla fine del maggio 2008. Il neonato governo Berlusconi aveva appena annunciato respingimenti in mare, soprattutto in Libia, per fermare i flussi migratori. Chiamato da l’Espresso a commentare le scelte dell’esecutivo -al Viminale c’era il leghista Roberto Maroni- fu l’allora “ministro ombra” alla Sicurezza del Partito democratico, Marco Minniti.

Nove anni dopo, il capovolgimento è riuscito: Minniti è il ministro dell’Interno di un Governo che inaugura una “stagione nuova” ma vecchissima: quella dei respingimenti “assistiti” in Libia, per i quali il nostro Paese è già stato condannato dalla Corte europea dei diritti umani (febbraio 2012). Gli esponenti della Lega rivendicano la paternità dell’iniziativa: “Per tre anni sono stato razzista, fascista, leghista, xenofobo, adesso si sono accorti anche loro che è un problema” (Matteo Salvini, 16 agosto 2017). E il surreale dibattito “pro o contro” l’operato delle Organizzazioni non governative oscura quella che l’Associazione per gli studi giuridici sull’immigrazione (Asgi, www.asgi.it) ha definito invece una “gravissima violazione del diritto internazionale”. Contraria, tra le altre cose, alla Convenzione ONU contro la tortura e alla Convenzione di Ginevra sui rifugiati del 1951.

In un documento di analisi e valutazione delle recenti iniziative governative per contrastare l’arrivo di migranti dal Mediterraneo, datato 11 agosto, l’Asgi non nomina mai la “questione ONG”. Non che la criminalizzazione della solidarietà o l’imposizione di presunti “codici di buona condotta” non meritino sdegno e attenzione. Il tema però è portare il dibattito fuori dalla campagna elettorale, dagli annunci, dai pretesti in atto sulla pelle di centinaia di migliaia di persone.

“In nessuna area della Libia sussiste un sistema giuridico effettivo che permetta di assicurare un minimo livello di sicurezza nel territorio”, ricorda l’associazione. “Nessun porto libico può attualmente essere considerato ‘luogo sicuro’ ai sensi della Convenzione per la ricerca e il soccorso in mare del 1979 (SAR)”. I sopravvissuti che verranno lì respinti non saranno infatti al sicuro, le necessità primarie (cibo, alloggio, cure mediche) non verranno soddisfatte e non potrà essere organizzato il trasporto dei sopravvissuti nella destinazione vicina o finale.

L’unica destinazione è la detenzione per il reato di “ingresso illegale”, come prevede la normativa libica. E il carcere è un luogo di violenze disumane. Asgi prima cita Vincent Cochetel, inviato speciale dell’UNHCR per la rotta del Mediterraneo centrale: “In Libia non ci sono centri per i migranti, ma solo prigioni, alcune controllate dalle autorità, altre da milizie e trafficanti, e sono in condizioni orribili”.

E poi ricorda un paradosso interessante: “A livello italiano sono in corso diversi procedimenti a carico degli autori delle gravissime violenze perpetrate nei campi libici. […] In un processo che si sta celebrando presso la Corte d’assise di Milano, e nel quale ASGI è costituita parte civile, la Pubblica accusa ha fatto emergere un quadro di inaudita violenza (violenze sessuali ripetute, omicidi di coloro che non ricevono dai familiari il denaro richiesto dai trafficanti, torture, addirittura esposizione dei corpi dei soggetti morti dopo le torture per ottenere effetto deterrente). Questo ed altri processi, relativi a fatti commessi all’estero da cittadini stranieri, si celebrano in Italia, come previsto dal codice di procedura penale, perché il ministro della Giustizia ha fatto richiesta di procedere considerata la gravità dei fatti: eppure, nonostante la consapevolezza così dimostrata di quanto accade in Libia, le politiche governative mirano ad aumentare il numero dei soggetti che in tali luoghi dell’orrore devono soggiornare”.

C’è di più. Il proposito dell’esecutivo Gentiloni di inviare direttamente propri uomini, risorse e mezzi per operare, a fianco delle autorità libiche, e in acque territoriali libiche o persino sulla terraferma al fine di contrastare la fuga dei migranti, respingendoli in Libia, porterebbe per l’Asgi a “gravissime conseguenze”, come la violazione del divieto d’espulsione e di rinvio al confine (art. 33 Convenzione di Ginevra).

“Nessuna operazione di contrasto al traffico può quindi essere condotta dalle autorità libiche da sole o in collaborazione con quelle italiane o di qualunque altro Paese -conclude Asgi-, senza che venga parallelamente garantita la sicurezza e i diritti delle persone coinvolte nel traffico, ovvero il loro trasporto in un luogo sicuro dove siano protetti dal rischio di tortura e dove, se lo richiedono, possono accedere alla protezione internazionale”.

Riportare in Libia i migranti intercettati nel corso di operazioni contro presunti scafisti significa stracciare regole internazionali che l’Italia ha l’obbligo di rispettare. Come avrebbe detto l’allora “ministro ombra” Minniti nel 2008: “Il governo si muove come l’elefante nella cristalleria”, frantumando diritti fondamentali. Proprio come nove anni fa.