Contagio

La sinistra è malata da quando imita la destra

Le idee socialiste sono entrate in crisi quando governi di sinistra hanno applicato in economia le regole dei liberisti. E ora i progressisti rischiano di scomparire nel tentativo di emulare un’altra destra, quella xenofoba.

di Emiliano Brancaccio – espresso.repubblica.it, 11 agosto 2017
La sinistra è malata da quando imita la destra

Il declino dei partiti del socialismo europeo è oggetto in questi mesi di nuove interpretazioni. Passata di moda l’idea blairiana dell’obsolescenza della socialdemocrazia e dell’esigenza di una “terza via”, sembra oggi farsi strada una tesi più affine al senso comune: la sinistra è in crisi perché una volta al governo ha attuato politiche di destra. Con un certo zelo, potremmo aggiungere.

* * *

Consideriamo in tal senso le politiche del mercato del lavoro. Una parte cospicua delle riforme che hanno contribuito in Europa a diffondere il precariato è imputabile a governi di ispirazione socialista. In molti paesi, tra cui l’Italia e la Germania, il calo più significativo degli indici di protezione del lavoro calcolati dall’OCSE è avvenuto sotto maggioranze parlamentari di sinistra. Con quali risultati? La ricerca scientifica in materia ha chiarito che questo tipo di riforme non contribuisce ad accrescere l’occupazione.

Con buona pace per i nostrani apologeti del Jobs Act, questa evidenza è ormai riconosciuta persino dalle istituzioni internazionali maggiormente favorevoli alle deregolamentazioni del lavoro. Il World Economic Outlook 2016 del Fondo monetario internazionale e l’Employment Outlook 2016 dell’OCSE ammettono che le politiche di flessibilità dei contratti non hanno, in media, effetti statisticamente significativi sull’occupazione. Ricerche recenti del Fondo e di altri, inoltre, indicano che minori protezioni del lavoro sono associate a un aumento degli indici di disuguaglianza tra i redditi. Dinanzi a simili evidenze, non si può dire che siano fioccati molti ripensamenti da parte dei leader socialisti che hanno promosso tali politiche. Quasi tutti, anzi, ancora oggi sostengono la validità delle loro scelte.

* * *

Un esempio ulteriore attiene alle privatizzazioni. Una parte rilevante delle vendite di Stato avvenute in Europa nell’ultimo quarto di secolo è stata realizzata da governi di sinistra, tra cui quelli italiani ancora una volta in prima linea. Gli esponenti di tali esecutivi hanno giustificato le dismissioni in base a un’idea di inefficienza dell’impresa pubblica molto diffusa nel dibattito politico, ma che nella letteratura specialistica non trova adeguati riscontri empirici. L’OCSE, un’istituzione tra le più avverse alla proprietà statale dei mezzi di produzione, ha pubblicato nel 2013 uno studio da cui si evince che le grandi imprese pubbliche presenti nella classifica di Forbes registrano un rapporto tra utili e ricavi significativamente superiore rispetto alle imprese private e un rapporto tra profitti e capitale pressoché uguale. Lungi dall’approfondire queste analisi e avviare una riflessione critica sulle passate privatizzazioni, i vertici dei partiti socialisti appaiono tuttora ancorati alle vecchie credenze e risultano spiazzati dall’onda di riacquisizioni statali che è seguita alla crisi del 2008.

* * *

Elaborazione grafica di Giuseppe Fadda

Consideriamo infine le politiche di liberalizzazione finanziaria e di apertura ai movimenti internazionali di capitali. I partiti socialisti hanno sostenuto senza indugio tali misure. La favola della globalizzazione dei capitali quale fattore di stabilità, di pace e di emancipazione sociale è entrata a far parte dei punti programmatici fondamentali di tali forze politiche e ha soppiantato la vecchia e per certi versi opposta parola d’ordine dell’internazionalismo operaio. Dopo la grande recessione mondiale e la successiva crisi dell’eurozona, persino nei rapporti del Fondo monetario internazionale e delle altre istituzioni favorevoli alla liberalizzazione dei flussi finanziari sono state espresse grandi preoccupazioni circa gli effetti destabilizzanti della indiscriminata libertà di circolazione internazionale dei capitali. I leader socialisti tuttavia sono sembrati disorientati dal nuovo corso, per molti versi incapaci di adeguarsi al cambiamento interpretativo.

Come novelli zelig alla compulsiva ricerca di un’identità alla quale conformarsi, i partiti socialisti hanno insomma applicato le ricette tipiche della destra liberista senza badare ai loro effetti reali, e con una determinazione talvolta persino superiore a quella delle istituzioni che le avevano originariamente propugnate.

* * *

La tendenza a scimmiottare l’avversario politico tuttavia non si esaurisce nella emulazione dei liberisti. C’è infatti una nuova tentazione che caratterizza la più recente propaganda della sinistra europea di governo e che a sprazzi sembra affiorare anche tra gli slogan delle forze emergenti guidate da Corbyn e da Melenchon, apertamente critiche verso le vecchie apologie del libero mercato. È la tentazione di emulare un’altra destra, quella xenofoba, proprio sul tema dell’immigrazione.

Segnali di questa forma inedita di camaleontismo si rintracciano anche in Italia, dove sempre più frequentemente il Partito democratico sbanda nella direzione delle più triviali rivendicazioni securitarie contro l’immigrazione, e dove in alcune frange della cosiddetta sinistra radicale montano istanze xenofobe che si pretende di giustificare con l’idea secondo cui gli immigrati contribuirebbero ad abbassare i salari e le condizioni di vita dei lavoratori nativi. Anche in tal caso, a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità e sui controversi e modesti effetti dei flussi migratori sulle dinamiche salariali. Considerato che anche la tesi opposta secondo cui gli immigrati sarebbero essenziali per la sostenibilità del sistema previdenziale presenta varie inconsistenze logiche ed empiriche, si deve giungere alla conclusione che a sinistra in tema di migrazioni non si fa che saltare da una mistificazione all’altra.

Se al guinzaglio della destra liberista la sinistra è entrata in crisi, in coda alla destra xenofoba la sinistra rischia di sparire dal quadro politico internazionale. La sinistra può prosperare solo se radicata nella critica scientifica del capitalismo, nell’internazionalismo del lavoro, in una rinnovata idea prometeica di modernità e di progresso sociale e civile.

Annunci

15 comments

  1. Mi sembra Scanzi spieghi efficacemente in questo post 2 o 3 cose che hanno costituito il nucleo del dibattito su questo blog prima della sua morte. Leggendolo rivedo sfaccettature di Boka, Gius e molti altri. No m2c no, lui ha scelto di essere della destra cammuffata dalla parola democratico – bisogna dargli atto della coerenza.

    —//
    Christian Raimo è membro di nicchia di quella “sinistra ideale” non si sa quanto esistente e – quel che è certo – non meno di nicchia. Scrittore, traduttore, insegnante. Nato a Roma 42 anni fa. A volte stimolante, più spesso tronfio e palloso. Ospite pochi giorni fa a Dalla vostra parte, ha esaltato per sette secondi gli internauti convinti che Minniti sia Mengele. A un certo punto ha mostrato un cartellone, sentendosi Bob Dylan o mal che vada Silvestri a Sanremo, esortando Belpietro a mandare in onda qualche altro servizio “sui negri cattivi”. Poi, ostentando l’accento romanesco, ha detto che si divertiva di più a cena e ha salutato anzitempo tutti (e “tutti”, ciò nonostante, sono sopravvissuti). Lo sketch, preparatissimo, ha funzionato anche se Raimo non è mai granché sciolto in tivù. Si dilunga, balbetta, non sa dove guardare. Politicamente Raimo è un Casarini che non ce l’ha fatta, mediaticamente un Piero Ricca che non ce l’ha fatta, letterariamente un Lagioia che non ce l’ha fatta. Anche per questo, forse, appare sempre rancoroso. Non lo aiuta poi quell’espressione perenne da “io ho letto il Capitale e voi no”. Ogni volta che apre bocca te lo immagini che riflette – risolvendoli – sui problemi del mondo, sorseggiando BioCola con altri professionisti qualsiasi dell’alternativismo effimero. Senz’altro, a fine Settanta, Raimo avrebbe fischiato il Gaber di Polli di allevamento, trattando già che c’era Pasolini come un “compagno che sbaglia” e gridando “reazionario” a Sordi. Non è un caso che, su Facebook, faccia a gara con Diego Fusaro su chi tra i due sia più marxista (povero Marx), per poi ricordare che Montanelli nel 1947 scrisse “Il buonuomo Mussolini” e per questo non possa essere eletto a maestro. Quelli come Raimo sono sempre esistiti. Barba d’ordinanza, stempiati perché i capelli si son presto rotti i coglioni di sentir sempre parlare di proletariato. Si vestono pure allo stesso modo da cinquant’anni, eskimo (forse) a parte. Hipster iper-politicizzati, encomiabili nel rendere la sinistra ridicola, indigesta e invotabile. Massimalisti per moda, senza mai dubbi, tolleranti finché gli dai ragione e pronti a dirti che gli Stones non varranno mai un Lolli perché non abbastanza ideologici. Dopo la puntata da Belpietro, presa a esempio da Civati neanche avesse appena visto il martirio di Matteotti o Gobetti, Raimo ha ricevuto attacchi belluini in Rete: ha tutta la nostra solidarietà. Viviamo tempi beceri e tremendi. Raimo è peraltro il primo a sapere che, se la “sinistra” e gli “intellettuali” devono dire “brutti!” in tivù a Belpietro e Sallusti per sentirsi vivi, sono ampiamente alla canna del gas. Trasudando quella comica e al contempo insopportabile autoconvinzione d’esser superiore agli altri, ha poi scritto: “Sta a noi di sinistra, semplicemente democratici, antifascisti, pensanti, fare argine a questo. Come scriveva in una delle ultime interviste prima di morire Roberto Bolaño, alla domanda su quali fossero le cose che lo annoiavano di più. “Il discorso vuoto della sinistra, il discorso vuoto della destra lo do per scontato”. Capito? Lo decide Raimo chi sono i buoni e i cattivi. La sinistra (la sua) ha ragione e chi è di destra è un cretino. Lui – autoproclamatosi novello partigiano – salverà il mondo e chi non è di sinistra come lui, oltre a non capire nulla, è razzista e fascista. Beato lui: è sempre dalla parte del giusto e mai del torto, con buona pace di Brecht. Felici per le sue certezze, vorremmo giusto chiedergli: se n’è reso conto, il post-morettiano Raimo, che i M5S sono nati e proliferano grazie al fallimento totale di gente come lui? Se n’è reso conto, il guevarista comodo Raimo, che lui e i suoi idoli hanno meno pubblico di Scaramacai e che per avere un minimo di riscontro devono elemosinare uno strapuntino a Rete4? Se n’è reso conto, il fieramente anacronistico Raimo, che l’unica cosa riuscita alla sinistra italiana negli ultimi 30 anni è stato deludere, che non se ne può più dei Bertinottini snobettini e che lui sta al partigiano Johnny come Cicchitto a Jimi Hendrix? Per dirla con quel vecchio film di Paolo Virzì: “La verità è che non ce state più a capì un cazzo ma non da adesso, da mo’”. Quando te ne renderai conto, subcomandante Raimo, facci un fischio.

    (Il Fatto Quotidiano, rubrica Identikit, 5 settembre 2017. Extended Version)

    1. Sparare su Raimo è come sparare sulla croce rossa. Aspetto Che Scanzi torni nella forma migliore, quella che lo faceva litigare in diretta con la Mussolini.

  2. >La ricerca scientifica in materia ha chiarito che questo tipo di riforme non contribuisce ad accrescere l’occupazione.

    >a nulla valgono le evidenze scientifiche sull’assenza di legami causali tra immigrazione e criminalità…

    mi pare, visti anche altri campi e altre situazioni odierne, il tutto si è riassumibile nella seconda frase… a nulla valgono le evidenze scientifiche… quindi buona pubblicità a tutti…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

w

Connessione a %s...