Grasso chi?

segnalato da Barbara G.

di Alessandro Gilioli – Piovono rane, 27/10/2017

Il Pd fischietta, come se non fosse successo niente: forse perché Piero Grasso non è un trascinatore di popolo o forse perché in questi casi si dice che “alla gente comune queste cose di Palazzo non interessano”.

Insomma una sorta di “Grasso chi?”, secondo la formuletta inizialmente dedicata a Fassina ma che si è via via allargata ai vari Bersani, Enrico Rossi ed Errani, e – dopo tanti altri – appunto a Piero Grasso. Senza scordare il primo sassolino della valanga, cioè Civati, già candidato che prese mezzo milione di voti alle penultime primarie del Pd. E senza scordare neppure Prodi, che al decennale del partito di cui è stato fondatore non si è fatto vedere, come un padre che non ha voglia di incontrare per strada il figlio divenuto tossico.

No, non è una questioncina di Palazzo, l’uscita dal proprio gruppo (per la prima volta nella storia repubblicana) della seconda carica dello Stato.

Non lo è né per la rilevanza del ruolo istituzionale né (soprattutto) per la storia personale e per la dirittura morale di chi ha compiuto il gesto.

E questa volta non si può addurre ad alibi la livorosità vendicativa di un D’Alema o il movimentismo eterodosso di un Civati. Questa volta siamo di fronte a un signore a cui il Pd aveva già proposto un seggio sicuro al Senato, un signore di 72 anni che ne aveva davanti altri cinque da trascorrere nelle fiorita pianura dei notabili: e che invece ha scelto la porta stretta, strettissima, di qualcosa che stia fuori da questo Pd, di qualcosa che sia diverso dal renzismo.

E, politicamente, si sta parlando di un signore che non ha mai fatto parte né di alcuna corrente del Pd (o dei partiti che lo hanno composto) né tanto meno della “sinistra radicale”, formula con cui dunque sarà sempre più difficile etichettare la cosa politica a sinistra di Renzi, se Grasso dovesse averne un ruolo significativo.

Già: la cosa a sinistra di Renzi.

In questi mesi da quelle parti si è fatto parecchio per far casino, per interrompersi a vicenda, per porsi veti, per parlare di cose sbagliate (tipo alleanze) anziché di cose giuste (tipo welfare e disuguaglianze). E si è così creato un magma di partititi, partitini, movimenti e iniziative che a volte fanno scuotere la testa di esausta stanchezza.

Ma, per fortuna, c’è Renzi.

Per fortuna ci sono Rosato, Boschi, Lotti, Richetti, Bonifazi, ladylike Moretti ed Ernesto “ciaone” Carbone. Per fortuna insomma c’è tutta la compagnia di giro che con la sua catastrofica raffica di errori e di incomprensione del presente, ogni giorno finisce per regalare personalità, storia, ragioni e motivi d’esistere a chi sta alla loro sinistra – o comunque a sinistra, ma altrove rispetto a loro.

Da “Fassina chi?” a “Grasso chi?” sono passati solo tre anni mezzo.

Eppure, sembra un’era geologica.

Si sapeva che Renzi faceva tutto veloce.

Ma così veloce nel gonfiarsi e nello scoppiare, davvero, non se lo aspettava nessuno.

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14 comments

  1. Leggo e ascolto da più fonti uno strano ritornello che mi pare inteso a screditare Grasso e cioè che l’uomo si è, sì, dimesso dal PD ma non da presidente del Senato, carica dalla quale, si argomenta poi, avrebbe dovuto dimettersi prima del voto di fiducia sulla legge elettorale.
    Mah!
    Vado consolidando la convinzione che Renzi & Co abbiano accettato il mandato di spostare il PD e il paese a destra o di distruggere il PD.
    Mi pare stiano riuscendo in entrambe le cose.
    Ma, l’ho più volte confessato, sono pieno di pregiudizi.

    1. Sono distinzioni senza significato. La questione è un’altra. Perchè acclamare già Grasso come leader della sx prima ancora che i vari partitini abbiano deciso di unirsi. E poi la domanda che mi faccio sempre, nel caso si arrivi ad un’improbabile unione a sx, perchè dovrei votare un partito che accoglie gente che fino a ieri era nel pd e ne ha condiviso, vabbe storcendo il naso, tutte le politiche? Grasso forse è un caso a parte perchè come presidente del senato aveva un ruolo d’imparzialità.

    2. l’uomo si è, sì, dimesso dal PD ma non da presidente del Senato, carica dalla quale

      dovrebbe valere sempre, una volta per tutti, e ai sensi costituzionali:

      – chi è eletto non è legato a nessun partito
      – il presidente del senato (o della camera, o della repubblica) è eletto dal parlamento

      anche solo uno dei due punti basterebbe. la somma poi rende la discussione più che superflua, deleteria

        1. Esattamente.
          Lo ricorderei a tutti quelli che mangiano trippa di venerdì e pretendono che gli altri mangino sardine tirando in ballo il precetto (c’è ancora?) cattolico.
          Voglio dire: a metter giù frasi siamo buoni un po’ tutti.

    3. Vado consolidando la convinzione che Renzi & Co abbiano accettato il mandato di spostare il PD e il paese a destra o di distruggere il PD.

      Credo che una precisazione sia necessaria: quando dico che i tizi e le tizie hanno ‘accettato il mandato’ non sto affermando che Renzi sia stato convocato dai capi della City di Londra, o da quelli della Goldman Sachs o della CIA o di chi altro vi pare, ricevendone istruzioni esplicite.

      La verità credo sia molto più banale. Il ragazzo ambizioso e cinico e la sua corte hanno fiutato da che parte tira il vento e hanno adeguato le loro vele. La destra-destra era occupata e dunque non restava che rendere destra la (ben fragile) sinistra.
      Ad esempio (mi sono scordato la fonte, ma è stata citata qui anche da altri): un grosso istituto della City di Londra scrisse qualche anno fa che le costituzioni dell’Europa meridionale erano troppo influenzate dall’antifascismo dell’epoca in cui furono scritte. Occorreva adeguarle e Renzi ci ha provato. In questo senso, e con riferimento ad altri provvedimenti improvvidi, dico che Renzi e i suoi hanno ‘accettato un mandato’.

  2. https://www.aspeninstitute.it/aspenia-online/article/conversazione-tra-marta-dass%C3%B9-e-romano-prodi

    La trasformazione delle democrazie occidentali si inserisce in un fenomeno assai più ampio, e si dovrebbe anzi parlare di un’erosione delle dinamiche democratiche su scala globale, ben oltre l’Occidente. Ritengo che stiamo assistendo a una crescita del desiderio di autoritarismo – perfino dove l’autoritarismo c’è già – con un’accentuazione dei tratti non democratici. Si guardi, prendendo appunto il caso di sistemi strutturalmente autoritari, a Xi Jinping in Cina, che oggi non concentra su di sé soltanto governo-partito-esercito, ma ormai anche economia e servizi segret

    Insomma: il rischio vero è che tutta una fase storica, segnata dall’espansione della democrazia, si stia chiudendo.

  3. Sondaggi siciliani:

    Demos:
    Musumeci 35.5
    Cancelleri 33.2
    Micari 15.7
    Fava 13.8

    Demopolis
    Musumeci 36
    Cancelleri 35
    Micari 21
    Fava 7

    Piepoli
    Musumeci 42
    Cancelleri 33
    Micari 16
    Fava 9

    Keix (sondaggio fantasma)
    Musumeci 33
    Cancelleri 33.2
    Micari 24.2
    Fava 7.4

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