L’anno che sta arrivando…

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23 comments

    1. analisi molto buona. non fa una piega.
      le pieghe casomai andrebbero viste nelle eventuali proposte alternative (perché il popolo – chiamiamolo così – ha avuto comunque la possibilità di votare altro… e non l’ha fatto)

      comunque, come base di partenza è corretta.

      1. no scusa, “votare altro” chi ?
        mi spieghi chi ha avuto un approccio economico diverso ? negli ultimi 20 anni 2 erano i possibili voti, ma la linea seguita era la stessa
        per non parlre del governi non eletto (monti) che ha ribadito la linea

            1. non sono ottimista, ma non sposo la tesi del “popolo bue”, delle cicale etc etc … per me è una conseguenza delle politiche economiche e non viceversa…

                  1. la dico diversamente:
                    tutti buoni (o quasi, diciamo così) quando c’è da prendersela con un ente astratto: finanza mondiale, troika, europa, e via di questo passo.
                    se c’è da toccare un capitale … se ne riparla. questo è quello che credo.
                    ma va bene, non è che se per caso, contro le mie previsioni mi arriva più welfare mi lamento… 🙂

                    1. si però deciditi
                      prima hai scritto che bastava “votare altro”

                      io sono giacobino ok, ma tu mi sembri sempre parecchio assolutorio con la politica e amministrazione e molto meno con chi le decisioni le subisce.

                    2. Credo che il problema sia che dopo una breve parentesi post seconda guerra mondiale nella quale la politica di sinistra ha potuto contare sul consenso e la forza delle masse che la guerra avevano combattuto e sofferto e aspiravano a pace, benessere e democrazia disposte a difendere questi valori contro i poteri forti, allora sostanzialmente della sola grande industria, che aborrivano l’idea di uguaglianza … dopo di ciò, dicevo, ricevuto il bonus del boom economico della ricostruzione i politici “di sinistra” (virgolette d’obbligo a quel punto) si sono seduti sugli allori lasciando ampio spazio ai citati poteri forti per riprendersi quello che erano stati costretti a dare.

                      Ormai da qualche decennio, preso atto dei rapporti di forza, la politica in generale è o al servizio dei poteri forti (oggi economia + finanza) oppure negozia o pietisce da tali poteri concessioni che consentano di offrire qualche palliativo al malcontento più diffuso e più potenzialmente rivoltoso (rivoltoso, in realtà, episodicamente con qualche sbrocco di piazza concluso il quale i malcontenti se ne tornano a mugugnare ciascuno a casa propria).

                      Il meglio che realisticamente può oggi fare una politica di sinistra (senza virgolette) è cercare di far muro contro la deriva sempre più sfruttatrice del capitalismo e contemporaneamente tentare di far passare riforme che siano la base per altre riforme che siano la base … (ad libitum) in un processo insopportabilmente lungo per l’elettorato al quale questa realtà non può essere confessata, pena la perdita di voti. E dunque promesse roboanti alle elezioni e governi modestissimi nei risultati (quando li producono) dopo di esse.

                      Alternative? Forse, fuori dalla politica convenzionale e in un vasto movimento della cosiddetta società civile sfruttando appieno gli strumenti di aggregazione, organizzazione e azione della rete (la cui infrastruttura di trasporto, peraltro, è in mano all’industria).
                      Ma da partirebbe un lungo discorso.

                    3. Ci riuniamo nel mezzo di una nazione portata sull’orlo della rovina morale, politica e materiale. La corruzione domina le urne elettorali, i parlamenti, il Congresso e tocca persino gli ermellini sul banco … I frutti della fatica di milioni di persone sono sfacciatamente rubati per costruire fortune colossali per i pochi, cosa senza precedenti nella storia dell’umanità; e i possessori di quelle, a loro volta, disprezzano la repubblica e mettono a rischio la libertà. Dallo stesso grembo prolifico dell’ingiustizia governativa noi alleviamo le due grandi classi: barboni e miliardari.

                      Piattaforma di Omaha del Partito Populista USA, 4 luglio 1892

  1. … la riflessione per il 2018 è:
    che possibilità ha la rinuncia a una grande identità per sostituirla con la partecipazione ad alcune (o a tante) piccole identità?
    non molte, temo, ma penso che sia l’unica soluzione.

        1. boh, io, cresciuto senza sentirmi parte di una “grande identità”, non ho mai avuto problemi a cambiare voto. Più spesso il problema è stato avere qualcuno da votare

          1. io mi riferivo a identità più grandi. ormai quella comunista (sicuramente un’identità) è andata a putain da quel dì (e penso di non averla veramente mai sentita tale).
            pensavo soprattutto alle tendenze nazionaliste o religiose, dagli ebrei agli islamici, dai catalani agli ungheresi, agli statunitensi, eccetera. ma anche quelle sociali, se vogliamo: lavoratori o altro.

            è un ragionamento, quello sulle identità che mi sta occupando da qualche tempo e riguarda il voto solo in modo molto indiretto.
            appartenere a qualcosa, ma solo in parte. un’appartenenza parziale, anzi, tante appartenenze parziali. un piccolo sogno.

            1. non so, sono sempre stato “strano”, non ho mai avuto un “gruppo”, una “compagnia”. E spesso, quelli con cui uscivo in un dato giorno, non sopportava quelli che frequentavo il giorno prima. Mi sono sempre piaciute le persone, non il contesto.

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