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Tasse universitarie, l’Italia terza più cara d’Europa. Poche borse di studio e nessun aiuto per affitto e bollette

Il leader di LeU Grasso ha proposto di abolirle. Un’idea giudicata “trumpiana” da Calenda e criticata dal Pd e dall’ex ministro Vincenzo Visco. Per capire però se e quale sia il sistema di sostegno per gli studenti, bisogna considerare anche altre esenzioni e agevolazioni. E guardando all’estero la situazione è molto diversa dalla nostra: in Nuova Zelanda, ad esempio, ci sono contributi per le spese di alloggio e in Germania, dove gli studi sono gratis, l’iscrizione all’Università è legata solo al pagamento di un abbonamento ai mezzi pubblici.

di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano, 15 gennaio 2018

In Italia non solo le tasse universitarie sono tra le più alte d’Europa, ma il nostro Paese non è neppure fra quelli che sostengono maggiormente l’istruzione dei giovani. Tra gli Stati dove l’università è economicamente più accessibile ci sono sicuramente Germania, Danimarca, Finlandia, Svezia, Scozia e Norvegia. Le rette più alte sono quelle della Gran Bretagna, anche se nel Regno Unito gli studenti possono iniziare a pagare dopo la laurea. La recente proposta del presidente del Senato e leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso di abolire le tasse è stata criticata in primis dal Pd, ma anche dall’ex ministro Vincenzo Visco, secondo il quale in Italia “sono così basse che non è che abolendole succeda molto” e dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che l’ha definita una misura “trumpiana” che sarebbe un “supporto fondamentale alla parte più ricca del Paese”, perché “oggi sono già esentati gli studenti con reddito basso”. Ma è davvero così? “La misura – ha spiegato intanto Grasso – costa 1,6 miliardi: avere un’Università gratuita, come avviene già in Germania e tanti altri Paesi europei significa credere davvero sui giovani, non a parole ma con fatti concreti”. Da LeU, a difendere la proposta di Grasso, sono stati Nicola Fratoianni e Roberto Speranza. Ma rispetto agli altri Paesi europei, in Italia si paga davvero di più per frequentare l’Università? Cosa succede altrove? Per avere un’idea del sostegno che si dà (o non si dà) agli studenti italiani e ai loro genitori, anche in confronto ad altre realtà, bisogna tenere presenti diversi fattori. Non solo i costi di iscrizione all’Università, ma anche il sistema di esenzioni e le borse di studio.

Le tasse universitarie in Italia – Secondo l’Ocse negli ultimi dieci anni le tasse universitarie sono aumentate in Italia del 60%, facendo piazzare il Paese al terzo posto della classifica dei più cari d’Europa, dopo Olanda e Regno Unito. D’altro canto, a fine anno, l’Unione degli Universitari ha denunciato nel dossier Dieci anni sulle nostre spalle che mentre in Italia le borse di studio sono poche e insufficienti a sostenere i costi da affrontare, la tassazione media che pesa sugli studenti universitari è aumentata di 473,58 euro negli ultimi due lustri. Una prima grande differenza con diversi Paesi è che in Italia le rette le pagano sia gli studenti europei sia quelli extracomunitari. Nell’Università pubblica le rette partono dai circa 500 euro per arrivare a superare i duemila euro, a seconda del reddito Isee della famiglia e dell’ateneo. Si segue quindi un sistema progressivo con il quale, già oggi, chi ha un reddito basso non paga, mentre la retta aumenta in modo proporzionale al reddito.

Chi ha pagato, chi pagherà – Nel 2016 sono stati quasi un milione e 700mila gli studenti che si sono iscritti a corsi di laurea, dottorati, master e specializzazioni, oltre un milione e mezzo solo ai corsi di laurea. E di questo milione e mezzo quelli esonerati totalmente dal pagamento delle tasse sono stati 176mila, mentre in 134mila hanno ottenuto uno ‘sconto’. Nell’ultima legge di Stabilità, però, il governo Gentiloni ha inserito il cosiddetto Student Act che esonera dal pagamento delle tasse tutti gli studenti le cui famiglie hanno un Isee inferiore a 13mila euro. Diverse Università hanno aumentato il limite stabilito dal governo, non facendo pagare le tasse agli studenti con Isee inferiore a 15mila euro. L’Istat stima che questa novità ridurrà il costo delle tasse del 39,3%. Secondo un’analisi del Sole 24 Ore la decontribuzione per il 2017/2018 porterà a quasi 600mila gli studenti che non pagheranno tasse e a 500mila quelli che beneficiano dell’esenzione parziale. Questo significa che oggi un terzo degli studenti non paga le tasse universitarie e un terzo paga importi agevolati. A chi gioverebbe quindi l’abolizione? In Italia sborsano la retta intera gli studenti con alle spalle famiglie che presentano un reddito Isee superiore a 30mila euro. Quindi se è vero che quelle meno abbienti sono già esonerate, è anche vero che quelli che pagano non sono necessariamente ‘figli dei ricchi’ che, tra l’altro, frequentano sempre più spesso università private, anche straniere. La differenza potrebbero invece sentirla le famiglie che hanno un reddito medio e sul cui budget le rette universitarie influiscono eccome.

Il confronto con i Paesi europei – Ma per fare un confronto con gli altri Paesi è necessario considerare tutta una serie di agevolazioni che fanno sistema altrove e che da noi sono ancora una chimera. Si parte sì dalle tasse, per arrivare a borse di studio, sostegno per gli studenti che vivono da soli e ad altri tipi di agevolazione. Basti pensare che in Italia solo il 9-10% degli universitari percepisce una borsa di studio a fronte del 25% in Germania, 30% in Spagna e del 40% in Francia. Secondo un rapporto Eurydice per la Commissione europea i Paesi europei dove non esistono, o quasi, tasse universitarie sono Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia, Scozia, Grecia, Malta e Cipro. In Germania e Austria sono state prima introdotte e poi abolite. In Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia gli studi sono gratuiti solo per gli europei: in Austria la tassa annuale per gli studenti che non provengono da un Paese dell’Ue va dai 600 ai 1.500 euro, in Danimarca dai 6mila a 16mila euro, mentre in Finlandia è stata di recente introdotta una tassa di 1.500 euro, ma solo per i corsi di laurea in inglese. Decisamente più alte, invece, le tasse in Italia e in Paesi come Spagna, Irlanda, Olanda, Portogallo e Svizzera. In diverse realtà, poi, c’è un legame tra le tasse universitarie e il merito: accade, ad esempio, in Spagna come in Austria, in Polonia come in Slovacchia.

Danimarca, Finlandia, Scozia e Germania tra i più virtuosi – Come ricordato da FQ Millennium Danimarca, Germania, Finlandia e Norvegia sono quattro Paesi accomunati da due fattori: non ci sono tasse universitarie ed esiste un ottimo sistema di erogazione delle borse di studio. Gli studenti a tempo pieno residenti in Danimarca ricevono un aiuto economico a cadenza settimanale o mensile per l’intera durata della loro carriera accademica. Per gli universitari che vivono a casa dei genitori il valore delle borse di studio va dai 124 euro (se il reddito familiare supera i 76.900 euro) ai 346 euro (se il reddito è pari o inferiore ai 45mila euro). Gli studenti che vivono da soli, invece, possono ricevere fino a 804 euro al mese. Il 38% degli studenti danesi utilizza poi i prestiti al 4% d’interesse: possono arrivare a 411 euro al mese e può beneficiarne anche chi già ha ottenuto una borsa di studio. In Finlandia, invece, tra prestito statale (3.600 euro) e borsa di studio ogni studente ha a disposizione ogni anno la somma massima di 11.260 euro. Nel caso in cui abbia un reddito inferiore agli 11.850 euro, lo Stato garantisce allo studente un aiuto per la copertura di parte delle spese di affitto: 201 euro al mese per 9 mesi. E anche in Finlandia funziona molto bene il sistema dei prestiti da parte del governo: 400 euro al mese, che si iniziano a restituire generalmente entro due anni dalla laurea. In Scozia, l’agenzia governativa Student Awards Agency for Scotland paga agli studenti europei l’intera retta universitaria a patto che gli esami vengano superati nei tempi previsti.

In Germania e Norvegia si pagano (scontati) solo i servizi – In Germania il sistema non è neppure paragonabile al nostro. Non esiste alcuna tassa, né per gli studenti europei, né per quelli che arrivano da altri Paesi extra Ue. L’iscrizione all’Università è legata solo al pagamento di un abbonamento ai mezzi pubblici: si tratta di una somma tra i 100 e i 200 euro a semestre che copre i costi di trasporto. Ma c’è di più. Il programma di sostegno BAföG garantisce agli universitari under 30 un sussidio individuale che può arrivare fino a 735 euro al mese per un anno composto per il 50% di una borsa di studio erogata in base al merito (la cui entità va dai 300 ai 1.035 euro, dipende dal reddito e dalla situazione familiare) e per l’altra metà di un prestito garantito dallo Stato, che riguarda i costi non coperti dal BAföG. Si tratta di 300 euro mensili per un massimo di 7.200 euro in 2 anni, che vanno restituiti a partire dal 4° anno dopo la concessione in rate da 120 euro. A questo c’è da aggiungere che lo Stato interviene per assicurare l’alloggio a tutti i cittadini europei residenti in Germania sotto una certa soglia di reddito, che siano studenti o no. Anche in Norvegia gli studenti sono tenuti a pagare solo una somma modesta (fra i 30 e i 60 euro a semestre) che copre i costi di carta, assistenza sanitaria, trasporti gratuiti e garantisce diversi sconti per attività ed eventi culturali.

Gran Bretagna: tasse alte, ma si paga dopo la laurea – In Scozia la triennale è gratuita e per la magistrale si arriva a 5mila euro l’anno. Nel resto del Regno Unito, invece, gli studenti devono sborsare fino agli 11mila euro l’anno per il conseguimento della triennale, ancora di più se si tratta di cittadini non europei. Le tasse sono state aumentate nel 2012, con la revisione del sistema di istruzione. Le tasse, però, possono essere pagate dopo la laurea, a patto che si rispettino i tempi previsti. C’è da dire che già nel 2016 l’organizzazione no profit Sutton Trust aveva segnalato un debito medio record di 44.500 sterline per i laureati inglesi del 2015. Non è un caso se di recente Jo Johnson, ministro dell’Università e della ricerca, ha annunciato che agli studenti saranno offerti corsi universitari di due anni, ad un costo ridotto rispetto a quello triennale. Molto alte le tasse anche in Olanda: gli studenti europei arrivano a pagare anche più di 2mila euro, mentre i non europei sborsano fino a 12mila euro. Relativamente alte anche le tasse spagnole: le triennali costano dai 700 ai 2mila euro all’anno, mentre per la magistrale si può arrivare fino a 4mila euro l’anno.

Francia, tasse basse pagate da tutti – In Francia le tasse le pagano tutti, ma rispetto ad altri Paesi dell’Ue sono piuttosto basse. La laurea magistrale costa 181 euro all’anno, un master 250 euro e un dottorato 380 euro. Fanno eccezione le Università di medicina e i politecnici. Nelle prime si può arrivare a pagare 450 euro all’anno, nei prestigiosi politecnici 596 euro. Per i redditi più bassi le tasse di abbassano di circa 30 euro. Anche in Francia, però, lo Stato aiuta gli studenti con l’alloggio: si possono ricevere dai 115 ai 200 euro al mese.

Negli Stati Uniti milioni di famiglie indebitate – Dando uno sguardo al di fuori dei confini europei, è significativo quanto accade negli Stati Uniti. Come in Gran Bretagna, anche negli Usa iscriversi all’Università rischia sempre più di essere un lusso. Sono 44 milioni gli americani titolari di prestiti contratti proprio per accedere agli atenei. Si tratta del 13% della popolazione. Le rette delle università pubbliche per l’anno accademico 2016-2017 ammontavano in media a circa 20mila dollari, il 2,6% in più rispetto all’anno precedente.

Nuova Zelanda, il paradiso – In Nuova Zelanda non solo lo Stato paga le tasse universitarie, ma non chiede neppure il rimborso. A garantire questo tipo di sostegno è lo Student Allowance, il programma del ministero dello Sviluppo sociale che prevede un finanziamento statale di 380 dollari a settimana a fondo perduto. Può farne domanda chi studia full time dai 18 ai 65 anni, ma anche chi ha tra i 16 e i 17 anni con un figlio a carico e un partner. Ma il governo della Nuova Zelanda mette a disposizione fondi anche per i giovani con figli a carico che vivono con i genitori o che non abitano con loro e non ricevono nessun aiuto economico. E per affitto e bollette c’è lo Youth Service: 50 dollari a settimana.

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26 comments

  1. http://www.ilpost.it/2018/01/22/svezia-gang-esercito/

    leggevo questo articolo e poi i commenti

    mi ha colpito come, nell’articolo, il ministro indica il tasso di disoccupazione come ragione principale delle difficoltà e come nei commenti, questo viene usato contro l’immigrazione in generale.

    Nessuno sembra ricordare come, in italia, il problema sia stato esattamente lo stesso con gli emigranti dal sud italia dagli anni 60 in poi, ed al tempo il lavoro abbondava. Il problema non è chi, il problema è come ti organizzi, come accogli, che opportunità dai.
    Perchè non consideriamo più un problema gli italiani che vengono a cercare lavoro al nord, mentre sono un problema i rifugiati ?

    1. comunque ricordo che agli albori della lega (frequentavo il veneto) la presenta dei cosiddetti meridionali (soprattutto in posti pubblici, dalla scuola alle poste) veniva percepita come un problema. all’epoca la questione era tutta interna.

  2. …al ritorno da un open day scuole elementari piuttosto… triste…
    mi chiedo anche (riprendendo un commento di antonella) cosa caratterizzi oggi le classi che chiamiamo ‘popolari’…
    è una domanda aperta. non so. so che la sola definizione economica non basta più. c’è un dato culturale fondamentale, ma ancora ce l’ho poco chiaro

    1. forse perché prima erano classi per lo più agricole o operaie, ben definite e delineate ora con la “benedetta” flessibilità, imprenditoria di te stesso, partite iva ad iosa rimane come denominatore comune le pezze al culo… la classe delle pezze al culo

      1. mica è così… a volte puoi avere le pezze al culo ma non far parte (nel sentire comune) delle classi popolari, perché hai fatto studi o affini. e viceversa, puoi avere qualcosa di più delle pezze al culo ed essere percepito come popolare…
        (mi rendo conto di non essere il massimo della scientificità, ehm….)

    2. Scusa ma non capisco. Elementari e medie in piccole,strutture di paese, con famiglie di reddito medio basso (ma con scarsissima presenza di non italiani, di ripetenti e di soggetti problematici). 3anni elementari e 3di medie da rappresentante, ma rapporti sempre molto formali e “leggeri” con gli altri genitori.
      Stesso discorso per le superiori, ma, mi rendo conto, che al classico abbiamo avuto fortuna. L80% dei ragazzi che si iscrive ha, fondamentalmente “voglia” di studiare (non che tutti siano secchioni, ma mancano quelli che vanno a scaldare il banco e fanno solo casino). E comunque anche qui, fatta lista email dei genitori il primo anno e comunicato sempre in forma scritta. Un paio di casini (ma niente di che) in 5 anni. Genitori da operai a professionisti, mischiati in ugual misura

      1. dici a me? (cit.)
        interessante quel ‘al classico abbiamo avuto fortuna’. sarebbe da riparlarne.
        e poi… un po’ mi riconosco. storie di paesi toscani…, anche se non ho fatto il classico (all’epoca volevo lavorare, presi ragioneria. poi la voglia mi passò. in ogni caso i miei festeggiarono, inizialmente, perché voleva dire niente università… poi la feci lo stesso.. 🙂

        detto questo, la questione sollevata da antonella partiva (se ricordo bene) da un articolo francese che penso riguardasse le grandi città (e parigi in particolare).
        nel nostro piccolo, però, possiamo essere messi a confronto con situazioni del genere.
        ad esempio le elementari in cui andiamo ad iscrivere la pargola avrà forse 2-3 cognomi italiani su 25 alunni per classe. potrebbe non essere un problema. ma lo è perché così viene percepita. è una tendenza nazionale. meno cognomi italiani ci sono, e meno diventano. finché non abbiamo scuole per immigrati (che non per forza sono poveri. dove abito c’è una minoranza – forse – straricca; anche se in questi casi preferiscono le private) e scuole per cognomi italiani. e di potrebbe continuare, perché gli argomenti implicati sono tanti….

        1. abbiamo problemi simili nelle medie del comprensorio, dove abbiamo delle comunità numerose di senegalesi, nord africani e albanesi. Ci sono parecchi ragazzi lasciati “allo stato brado”, che causano problemi agli altri ragazzi.
          Ma mi tornano sempre in mente le medie dei miei tempi. Avevo un ripetente in classe, in prima, che passava tutto il giorno a rincorrere e toccare il culo a tutte le ragazze che gli capitavano a tiro, e non faccio per dire, era così. Quelli di terza che se non stavi attento ti fregavano tutto il fregabile, ma allo stesso tempo, eravamo vaccinati, passavamo tutto il giorno in strada ed eravano abituati o a difenderci, a scappare o, al limite, ad incassare limitando i danni.
          Adesso la differenza fra chi (come mio figlio) è stato allevato tipo pollo da batteria e chi passa la giornata in strada è troppo ampia e, soprattutto, ci sono i genitori troppo presenti e protettivi.
          Penso che il problema, nelle scuole che dici, fondamentalmente, sia questo
          Per dirti, 4 ragazzi con cui sono cresciuto, hanno preso la terza media a 18 anni, solo per poter prendere la patente, a scuola erano delle tragedie, per i prof e per i compagni, ma nessuno ne ha mai fatto un dramma (a parte quando ne trovarono due che facevano scoppiare i raudi nelle caldaie della scuola, con il rischio di farla saltare per aria)

  3. spiccioli
    Solo una sottrazione di ulteriori risorse.

    Semmai bisognerebbe ragionare su strumenti di sostegno (alloggi, spostamenti, cibo, borse, ecc,) ma capisco che nell’orgia del “tuttogratis” a cui molti si stanno abituando e pretendono, faccia più effetto…

    Solo un’altra faccia del populismo dilagante

    1. Orgia del tutto gratis e populismo dilagante.

      Sul ‘populismo’ non mi pare di dover spendere più parole. Salvo aggiungere che, quando non si debba usare il termine ‘neofascismo’ e sia più appropriato il termine ‘demagogia’ capisco che ci sia una certa reticenza a farlo, vista quella che uno esercita in casa propria.

      Quanto al “tutto gratis” non mi pare occorra essere delle cime per sapere che nulla è gratis per i più. Anzi tutto ciò che i più ricevono in beni e servizi grazie alla politica è strapagato con imposte che prevalentemente alimentano sprechi e favori. Se magari una parte di tali sprechi e favori tornasse a vantaggio della collettività anche, perché no?, sotto forma di tasse universitarie inferiori (comunque progressive) non sarebbe un gran male. E nulla sarebbe sottratto alla fiscalità generale, Sarebbe sottratto a chi non ha diritto a trarne vantaggio.

      Comunque quella delle tasse universitarie non mi pare la priorità massima in questo momento.

      E poi, parlarne mentre è in corso la gara agli illusionismi da fiera elettorale mi pare fuori luogo.

      1. non ci sono motivi per essere pessimisti.

        male che vada avremo uno stipendio e una pensione fissa (anche senza lavorare), potremo andare all’università gratis, non pagheremo più bolli auto, le tasse saranno al 15% e soprattutto saremo soltanto tra noi bianchi (= meno concorrenza sleale in ambito sessuale)
        ma che vogliamo di più? il ritorno del pelo sotto le ascelle?

              1. Vabbè X, è della cisl.
                Io non affosserei il concetto di sindacato (che già hanno provveduto a scavarsi la fossa da soli) per via di Bonanno.

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