Autore: Antonella

Ricchi, giovani e acculturati

segnalato da Antonella

Ricchi, giovani e acculturati: chi sono gli italiani contro i vaccini (e perché sono pericolosi)

di Valentina Stella, linkiesta.it

Parla il professor Grignolio, docente di storia della medicina e autore di un libro che smonta i miti contro i vaccini: «Per colpa di internet la gente non si fida più dei professionisti. Viviamo in un’era di relativismo post-moderno che aumenta la diffidenza nella scienza»

I vaccini sono una delle scoperte scientifiche più importanti al mondo, eppure, soprattutto negli ultimi tempi, vengono messi in discussione da una fetta di opinione pubblica. La prima conseguenza è il calo delle vaccinazioni e per questo lo scorso anno l’Organizzazione Mondiale della Sanità ha richiamato il nostro Paese. Com’è possibile che sempre più genitori, anche acculturati, rifiutino di far vaccinare i propri figli mettendo a rischio non solo la propria prole ma anche tutti quelli a contatto con i loro bambini, ad esempio una donna incinta o un altro bimbo con carenze del sistema immunitario?

A questa domanda risponde Andrea Grignolio, docente di storia della medicina alla Sapienza di Roma, autore del libro uscito da pochi giorni “Chi ha paura dei vaccini?”(Codice edizioni, Torino 2016, pagg 208, €14, prefazione di Riccardo Iacona, postfazione di Gilberto Corbellini). Grignolio affronta la questione da un punto di vista storico, indagando le ragioni biologiche, psicologiche ed evolutive che ci spingono a mostrare diffidenza e panico nei confronti dei vaccini e della scienza in generale, molto spesso perché influenzati dal ciarlatano di turno. Dopo una breve storia dei movimenti antivaccinali, l’ autore, condividendo con il lettore molti dati e conclusioni di esperimenti condotti su gruppi di genitori, delinea una vera e propria carta di identità dell’antivaccinista – con risultati anche sorprendenti – e smonta, sempre con prove scientifiche, tutte le bufale che girano in rete sui vaccini. Fatto questo, Grignolio si chiede come arginare culturalmente il fenomeno e come debba reagire uno Stato democratico che voglia conciliare la libertà di cura con la tutela della salute pubblica. E’ un libro per tutti, genitori, esperti del settore, giornalisti scientifici, politici.

Professor Grignolio proviamo a delineare un identikit di coloro che hanno paura dei vaccini, anche grazie alle nuove analisi neuropsicologiche?

I genitori che hanno paura dei vaccini sono dei quarantenni che hanno un livello culturale medio alto e sono economicamente benestanti. Le ricerche neuropsicologiche ci dicono che questo genere di persone ha un’alta percezione del rischio perché ha gli strumenti cognitivi per andare su internet e leggere tutte le informazioni, per lo più sbagliate, che la rete riporta e quindi sono le uniche che si espongono paradossalmente al carico informativo eccessivo, contraddittorio e carico di rischi che la rete riporta sul tema dei vaccini. Inoltre, il loro status sociale spesso li fa avvicinare agli approcci di tipo naturista —penso alle medicine alternative, all’omeopatia, ai vegani — che tendenzialmente sono contrari ai trattamenti farmacologici, in particolare ai vaccini.

Proviamo a fare un esempio concreto: una persona laureata con il massimo dei voti in matematica, insegnante al liceo è contraria ai vaccini. Perché andando su internet viene catturata dalle informazioni dei siti antivaccini?

Ci sono degli esperimenti di psicologia sperimentale —che tratto nel libro— dove a genitori laureati è stato spiegato, che i vaccini non sono pericolosi con dati alla mano, essi hanno dichiarato di aver compreso i dati sulla loro sicurezza ed efficacia, hanno dimostrato di aver capito che i vaccini non creano l’autismo, eppure, quando alla fine dell’esperimento è stato chiesto loro se si fidavano di più dei vaccini, non hanno cambiato assolutamente idea, continuavano a rifiutare i vaccini . Anzi, nel campione vi è stata una lieve recrudescenza, ovvero in alcune persone l’opposizione si è persino rinforzata anziché attenuata. Le cosiddette “informazioni correttive”, cioè quelle volte a contraddire le credenze delle persone che sono radicalmente contrarie ai vaccini rinforzano i “loro bias cognitivi”, i loro pregiudizi, e non sono utili nella comunicazione con una parte degli oppositori, quelli “integralisti”. Ecco, il caso da lei esposto è un caso tipico di questi: persone intelligenti, che capiscono un problema, ma lo rifiutano cognitivamente ed emotivamente. So bene che questi casi sono contro intuitivi, ma non sempre il livello culturale e le abilità cognitive ci permettono di valutare correttamente il rischio. La cattiva valutazione del rischio, come spiega bene il Premio Nobel per l’economia Kahneman, è un vecchio retaggio evolutivo che spesso è indipendente dal livello culturale: altrimenti avremmo che chi ha un buon livello culturale non rifiuta i vaccini, e invece non è così,  o perlomeno , non sempre.

Si riferisce a quello che nel suo libro descrive come “razionalità limitata”?

La chiave di lettura del mio libro, cioè il tentativo di capire perché una laureata in matematica non valuta correttamente i dati, è stato uno dei motivi principali che mi hanno spinto in questa direzione di ricerca. La chiave di volta l’ho trovato appunto nel concetto della “razionalità limitata” del Premio Nobel Kahneman che ha rivoluzionato l’economia: fino alla fine degli anni ’80 si è sempre pensato che l’ Homo oeconomicus ragionasse linearmente e quindi facesse scelte di tipo economiche vantaggiose per lui e per gli altri. Si è invece capito con esperimenti di psicologia cognitiva portati avanti da Kahneman che noi compiano delle scelte in base a una razionalità limitata, cioè valutando male il rischio e la probabilità, perché abbiamo dei limiti operativi di memoria e di calcolo, e questo perché il nostro cervello si è adattato a un contesto biologico —quello della savana del pleistocene dove per sopravvivere non erano richiesti ragionamenti probabilistici o di lunga prospettiva temporale— che oggi lo rende inadatto a valutare previsioni di lungo termine, a calcolare le incertezze, probabilità e soprattutto i rischi. Il nostro cervello non si è adattato alle problematiche odierne e quindi il nostro cervello va in crash. Per fare un esempio, è come se cercassimo di installare un software moderno su un hardware vecchio degli anni ’80, quest’ultimo farebbe fatica, riuscirebbe a fare alcune operazioni , altre no e altre volte si “impallerebbe”. Ecco,il nostro cervello fa fatica a maneggiare le informazioni che riguardano il rischio, e la reazione è generalmente quella di evitare i contesti informativi del rischio, o prendere scelte decisamente “sub ottimali” .

Nel suo libro riporta i dati di un rapporto Censis del 2014 sul rapporto tra genitori e vaccinazioni che indica che «decide di non vaccinare suo figlio sulla base delle informazioni reperite su internet» ben il 7,8 per cento dei genitori, una quota che diventa ancora più significativa se analizzata per titolo di studio. Che peso ha internet nella disinformazione sui vaccini? 

Il ruolo che ha internet è un ruolo importante perché tanto in Italia quanto in Europa e negli Stati Uniti vi sono un 65% – 75% dei siti che sono contrari ai vaccini rispetto al 35 – 40% che sono a favore dei vaccini. Questo significa che una madre che va su internet e digita la parola vaccini o vaccinazioni pediatriche è più probabile che trovi tali notizie false e terrificanti, che quelle autentiche. Bisogna però fare una suddivisione tra i genitori esitanti nei confronti delle vaccinazioni e i cosiddetti integralisti. Questi due gruppi che si oppongono ai vaccini vanno trattati diversamente. Chi si oppone ai vaccini in modo esitante, quelli cioè che sono incerti, che vogliono saperne di più, a quelle persone è sufficiente consigliare di andare sui siti ufficiali o incontrare il pediatra, augurandosi che non sia però un pediatra omeopata. Va precisato che il 99,9% dei pediatri è a favore dei vaccini e sono proprio i pediatri —come dimostro nel libro con alcune indagini— quelli che, tra tutte le categorie dei medici, vaccinano di più i loro figli.

Lei dedica una parte importante nel suo libro al rapporto medico paziente… 

Il rapporto medico paziente è fondamentale perché è cambiato. Mentre negli anni ’50 nessuno disattendeva le indicazioni di un dottore, in particolar modo di un pediatra che ti diceva di vaccinare tuo figlio, oggi il rapporto con il medico ma in generale con l’autorità – pensiamo al rapporto tra insegnati e alunni – è cambiato, non c’è più l’atteggiamento paternalista del medico, che può essere un fatto in sé positivo, ma non sempre. Oggi il rapporto medico paziente è cambiato, il paziente vuole avere una parte attiva nelle decisioni terapeutiche, e questa è una cosa positiva, ma quando queste scelte eccedono e vanno in totalmente contrasto con le decisione del medico, quando cioè il paziente decide per sé cosa sia una terapia e cosa non lo sia, abbiamo degli effetti negativi. Il caso dei vaccini rientra in questo cambiamento negativo.

La rete, come ben sappiamo, è il luogo virtuale delle bufale scientifiche: sui vaccini se ne leggono molte. Vorrei provare con lei a citarne qualcuna e chiederle di sintetizzare i fatti e i dati che le smentiscono: ad esempio, che sono solo un guadagno per le industrie farmaceutiche 

Non è vero: nel 2015 l’Aifa – Agenzia Italiana del Farmaco – ha pubblicato i dati della spesa per tutti i farmaci del 2015 e quella per i vaccini non arriva al 2%.

Andiamo avanti: i vaccini provocano l’autismo…

È una frode scientifica inventata da Andrew Wakefield nel 1998 per interessi economici e per questo è stato radiato a vita dall’ordine dei medici britannici e il suo articolo su Lancet è stato ritirato.

…hanno pericolosi effetti collaterali e sono tossici…

Non è vero: le agenzie regolatorie di tutto il mondo e le varie società scientifiche internazionali provano che non lo sono. La risposta degli antivaccinisti a questa valanga di dati è sempre la stessa: tutti corrotti o collusi con Big Pharma. Ma è una tesi insostenibile, come argomento nel libro. Se può esser vero che in alcuni singoli casi vi sia corruzione o collusione o conflitto di interessi, non si può pensare che tutti i ricercatori al mondo siano corrotti. Gli antivaccinisti sostengono che ci sia un complotto delle case farmaceutiche per silenziare le voci dissenzienti, ma è impossibile silenziare tutte le riviste scientifiche, tutti i ricercatori e tutti i revisori degli articoli (peer reviewers.) Il fatto è che un vaccino può causare in media solo un effetto avverso grave (ma non la morte) su circa un milione o due di dosi. L’aspirina, che è uno dei farmaci più usati al mondo, comporta anch’essa dei rischi, come tutti i farmaci della sua categoria (FANS) come gli antipiretici e antiinfiammatori; in Spagna, ad esempio, i FANS e le aspirine uccidono 15,3 persone su 100.000 pazienti che ne fanno un uso prolungato, quindi causano il decesso con una probabilità 1500 volte più elevata dei vaccini. È persino più pericoloso mangiare noccioline o andare in giro senza casco. Nel 2014 in Italia si sono verificati 55,6 casi di decesso (e più di 4000di ferimento) in incidenti stradali ogni milione di abitanti, contro una persona su un milione che manifesta verso il vaccino una seria reazione avversa. Non vaccinare un figlio è molto più pericoloso che mandarlo in giro in motorino.

…e indeboliscono il sistema immunitario 

Non è vero, lo rinforzano. Il sistema immunitario si è evoluto per essere stimolato. Ci sono moltissimi esperimenti che provano che il sistema immunitario di un vaccinato non è più debole di un non-vaccinato, come pure molta letteratura dimostra che chi è vaccinato non è affatto più cagionevole di salute di chi è non vaccinato, semmai i non vaccinati sono a rischio. Nel libro a questo dedico un paragrafo e cito vari esempi, qui dico solo che nel 2014 la rivista Science ha pubblicato una review dei dati epidemiologici degli ultimi decenni anni, risalendo persino a quando non c’erano alcune vaccinazioni e prendendo bambini di varie nazioni, ebbene questo articolo dimostra che i bambini vaccinati contro il morbillo hanno un miglior stato di salute e vivono più a lungo. Sono dati non opinioni, chi sostiene il contrario lo deve dimostrare con altrettanti dati.

Lei nel libro cita più volte, senza mai nominarlo, un movimento politico che si fa portatore di tesi antiscientifiche sui vaccini: possiamo dire che si riferisce al Movimento Cinque Stelle?

È così. Non l’ho omesso per pavidità, ma perché ritengo che sia un problema per certi versi anche trasversale e non ha senso accusare un movimento per una responsabilità che sono anche collettive . Se è vero che nel movimento 5 stelle sia molto diffuso il complottismo contro i vaccini o gli Ogm —basta andare su youtube per vedere lo stesso Grillo riportare cose prive di fondamento su questi due temi — è anche vero che la paura dei vaccini esiste in diversi altri partiti: invito chiunque a fare un controllo sugli interventi dei Parlamentari di Camera e Senato dove si possono leggere diverse interrogazioni contro le scie chimiche; ne emerge un quadro sconsolante che proviene da destra da centro e da sinistra.

Se oggi il pregiudizio nei confronti dei vaccini e della scienza in generale è in aumento a chi dare la responsabilità? Agli scienziati che per troppo tempo sono rimasti chiusi nei loro laboratori, al poco investimento culturale nel giornalismo scientifico, all’analfabetismo funzionale che ci contraddistingue?

Responsabilità ne abbiamo tutti. L’Italia non ne ha più di altri. Gli attori che tratto nel libro sono almeno quattro: i comunicatori scientifici che fino a poco tempo fa erano influenzati da una moda, quella del cosiddetto “relativismo post moderno” (una prospettiva che non crede nel principio di oggettività scientifico e che ritiene qualsiasi dato o prova come un costrutto culturale inaffidabile che varia nel tempo ) che li spingeva a guardare con diffidenza la scienza. Gli scienziati che troppo spesso hanno ignorato il loro ruolo sociale, sarebbero dovuti uscire dai laboratori e andare a parlare con la società, per spiegare l’importanza dell’impresa scientifica e i valori del metodo scientifico per implementare le regole democratiche. Quei pochi che lo hanno fatto, tranne poche eccezioni, non sempre sono stati in grado di veicolare i messaggi giusti, ovvero usando una comunicazione calda, coinvolgente e divulgativa. Indubbiamente, anche la politica ha una grande responsabilità. All’estero ci sono i cosiddetti scientific advisor che sono delle figure terze, indipendenti, senza conflitto di interesse che avvicinano la politica alla scienza in modo corretto, evitando frodi e consigliando la politica su quelle che sono le scelte su cui puntare per avere ricadute utili per la cittadinanza. L’ultimo punto riguarda noi come cittadini, le nostre responsabilità. Oggi molti si formano su internet e pensano di poter rispondere a questioni legate per esempio alla sperimentazione animale, agli Ogm, staminali embrionali o vaccini leggendo due pagine su wikipedia, e poi desiderano entrare nel dibattito pubblico dicendo la loro opinione raffazzonata. Se vogliamo che la democrazia sia partecipativa, come molti richiedono a gran voce, bisogna avere competenza e conoscenza basata sui dati e sui fatti.

Lei ha parlato di democrazia. Sempre sul sito autismovaccini.org si legge “sapevate che è possibile vaccinare soltanto dopo consultazione e autorizzazione del vaccinato poiché la vaccinazione costituisce per Legge reato di lesione personale?”. In democrazia dunque ognuno fa ciò che gli pare ed è libero dunque di non vaccinarsi? 

Vorrei riportare dati ed esperienze storiche utili a questo problema. I libertari sostengono appunto che lo Stato non deve entrare nella vita privata delle persone e stabilire delle scelte obbligatorie. Bisogna vedere quello che succede nel mondo: in Europa ci sono 15 Stati che non obbligano e 14 che obbligano alla vaccinazione, tra quest’ultimi c’è l’Italia e la Francia. Negli Usa la situazione è composita, alcuni Stati lasciano liberi, altri lasciano liberi solo dopo aver firmato una serie di protocolli burocratici che spiegano le responsabilità dei genitori antivaccinisti, fino ad arrivare al caso della California che ha avuto diverse epidemie di morbillo e che quindi è ricorsa all’obbligatorietà. La nostra Costituzione apre all’obbligatorietà , basta leggere l’art 32 : “La Repubblica tutela la salute come fondamentale diritto dell’individuo e interesse della collettività, e garantisce cure gratuite agli indigenti. Nessuno può essere obbligato a un determinato trattamento sanitario se non per disposizione di legge”. Cioè , il diritto alla salute può diventare obbligo alla salute quando un problema di salute riguarda tutti e non il singolo cittadino. Il caso classico è quello del TSO – trattamento sanitario obbligatorio – che evita che un malato di mente faccia del male a se stesso e agli altri: è un caso in cui lo Stato obbliga. La scelta di non vaccinare un bambino non è infatti una scelta soggettiva come dicono gli antivaccinisti, bensì una scelta collettiva perché la scelta del singolo ricade sugli altri , e anche in modo molto pericoloso al punto da mettere a rischio la vita degli altri. E’ la stessa differenza che c’è tra guidare senza cintura di sicurezza, una situazione sulla quale posso esigere libertà perché essa comporta un rischio solo per noi stessi, e guidare senza freni , ovvero una situazione in cui si mette in pericoloso non solo se stessi ma soprattutto gli altri. Esigere la libertà sulla vaccinazione è come esigere la libertà di guidare in città senza freni. È ovvio che la libertà degli individui si arresta dove comincia l’incolumità degli altri individui.

La partecipazione di Red Ronnie al programma Virus, in cui erano ospiti nel cosiddetto spazio del corpo a corpo anche il virologo Burioni e Maria Antonietta Farina Coscioni, presidente dell’Istituto Luca Coscioni, ha suscitato molte polemiche. Si è discusso appunto della par condicio quando si trattano argomenti scientifici e medici. È giusto, al fine di una informazione corretta su argomenti che riguardano la salute dei cittadini, invitare in trasmissioni televisive persone e personaggi che non hanno le competenze e che diffondono messaggi contrari a quanto stabilito dalla comunità scientifica internazionale? 

Per la scienza non vale la cosiddetta par condicio. Non si va in televisione a discutere se la Terra è piatta o è sferica o se essa sia o meno al centro del sistema solare. Ci sono delle evidenze scientifiche che ci dicono che un dato è un dato e quindi non è mancanza di democrazia il fatto che non si possa discutere di quel dato con chi lo mette in discussione. Per dire che la Terra è piatta occorre una dimostrazione, lo stesso per chi sostiene che i vaccini fanno venire malattie o sono poco efficaci. Purtroppo alcuni giornalisti trattano i dati scientifici come se fossero opinabili, è un tic, un riflesso che gli viene dal trattare con argomenti quali la politica o alcuni fatti di cronaca, dove avere un quadro di opinioni può talvolta (non sempre, anche in questo coso) essere utile. Purtroppo in televisione tra un virologo e una madre con un bambino malato che crede che suo figlio si sia ammalato a causa dei vaccini, vince il genitore perché vincono i sentimenti. Questo gli autori televisivi e i conduttori lo sanno benissimo, è per questo che si parla nei loro confronti di etica professionale. La BBC un anno e mezzo fa ha risolto il problema approvando un protocollo: solo le persone competenti possono parlare di problemi sensibili quali quelli, ad esempio, della salute pubblica. Forse è il caso che la Rai butti un occhio su quel documento. Altrimenti i casi si moltiplicano. Infatti a Ballarò qualche giorno dopo vi erano genitori che giuravano sull’efficacia dell’omeopatia, che come è noto non ha alcuna efficacia terapeutica oltre a quella dell’autosuggestione tramite effetto placebo. Quale sarà la prossima bufala sulla televisione di Stato? E , soprattutto, con quali effetti negativi sullo stato di salute pubblica dei cittadini?

Bambini, al lavoro

segnalato da Antonella

PERU’ E BOLIVIA DEROGANO ALLE CONVENZIONI INTERNAZIONALI

di Robin CavagnoudLe monde diplomatique, maggio 2016

Nel dicembre 2013 si sono verificati violenti scontri fra le forze di polizia boliviane e gruppi di minori scesi in strada per rivendicare il diritto al lavoro. Per “ascoltarli” il presidente Evo Morales, riconosciuto come uno dei leader politici più prograssisti del continente, ha deciso di abbassare l’età minima lavorativa da 14 a 10 anni. Una scelta che ha suscitato viva sorpresa…

Daniel, 16 anni, vive a El Alto, città satellite di La Paz, in Bolivia. Dieci anni fa sua madre è emigrata a Buenos Aires, la capitale argentina, vista l’instabilità del mercato del lavoro boliviano. Abbandonato dal padre prima della nascita, Daniel vive con i nonni e gli zii materni. Dall’età di undici anni lavora due giorni la settimana insieme alla zia, che vende prodotti per la cura del corpo alla Feria de la 16 de Julio, il mercato all’aperto più importante dell’America del sud. Spacchetta la mercanzia e la sistema sul banco, mette in ordine lo stand e tratta con i clienti.

“Il giovedì, molto presto, a partire dalle 6, spiega Daniel, comincio a togliere la merce dai cartoni. Poi vado a scuola per tutta la mattinata; torno ad aiutare mia zia all’inizio del pomeriggio e rimango con lei fino a sera, a vendere e mettere a posto. La domenica è più semplice, lavoro con lei ininterrottamente per tutta la giornata”. Spiega che questa occupazione regolare non gli impedisce di andare a scuola e gli lascia il tempo per fare i compiti. Guadagna settimanalmente una ventina di bolivianos (circa 2.50 euro) per le sue spese personali e considera questa attività come un aiuto “giusto” alla zia, che ha accettato di farsi carico dei suoi studi quando sua madre è partita. I 50 dollari che arrivano dall’Argentina ogni due mesi (circa 43 euro) non bastano a pagare il cibo e le spese scolastiche del ragazzo. In Bolivia non ci sono contributi specifici per minori abbandonati o con genitori emigrati all’estero.

Elizabeth, 16 anni, vive sulle colline del quartiere 12 de Noviembre di Pamplona Alta, un sobborgo di Lima, la capitale peruviana (1). Il padre è muratore, la madre cuoca in una mensa popolare. Qui, malgrado le performance economiche del paese con una crescita media del 6.6% nell’ultimo decennio, la povertà non è affatto diminuita. Per questa famiglia con tre figli originaria della regione andina di Puquio, l’arrivo alla periferia di Lima ha significato un miglioramento del livello di vita: hanno un accesso più facile ai servizi sanitari (che comunque rimangono costosi) e a un sistema scolastico migliore rispetto alle campagne.

Lavoratori domestici e venditori di caramelle

Tuttavia, proprio come il 25% dei lavoratori peruviani delle aree urbane senza lavoro formale (2), i genitori di Elizabeth non guadagnano abbastanza per vivere degnamente. In queste situazioni il primogenito, maschio o femmina, ha il compito di provvedere a una parte delle spese scolastiche (materiale, trasporti) di fratelli e sorelle, a scapito della propria istruzione. Elizabeth, dunque, lavora ogni giorno come badante per una persona disabile di 94 anni nel vicino quartiere benestante di Las Casuarinas. Da due anni cucina, si occupa dell’igiene, lava la biancheria; nove ore al giorno, dal lunedì al sabato, per un salario settimanale di 120 sol (35 euro). Divide il ricavato con sua madre, per far si che la sorella minore possa studiare senza dover lavorare.

Elizabeth ha lasciato la scuola formale e frequenta una specie di centro educativo economico che costa 40 sol (11 euro) al mese. Le lezioni sono concentrate in una sola giornata, la domenica. “Ho dovuto mettermi a lavorare di più per contribuire al reddito della mia famiglia, ci spiega. I problemi economici si sono accentuati e abbiamo bisogno di più denaro, da quando mio padre non ha più un contratto fisso”.

La Bolivia e il Perù sono i due paesi dell’America del Sud con i più elevati tassi di attività lavorativa per minori fra i 6 e i 17 anni: rispettivamente il 26% e il 29,8%; e nelle aree rurali, rispettivamente il 64,9% e il 47% (3). Le statistiche mettono insieme situazioni assai diversificate, dalla bambina che aiuta la nonna a vendere la frutta e ortaggi il pomeriggio per guadagnare qualcosa, all’adolescente che pulisce i parabrezza a un semaforo quindici ore al giorno o si prostituisce la notte per provvedere alle necessità di base di fratelli e sorelle. L’attività di bambini e adolescenti, che non implica necessariamente una remunerazione monetaria, si concentra in agricoltura, allevamento, artigianato, commercio e lavoro domestico.

Accade che alcuni non vadano più a scuola (il 6,4% in media in Perù fra il 2005 e il 2014 (4)) o abbandonino durante l’anno (il 5,7% nel 2014 (5)), quando il peso economico della famiglia grava – quantomeno in gran parte – su di loro. “Vivo con mia madre e tre fratelli più piccoli, ci spiega Christian, 13 anni, Mia madre non può lavorare, rimane a casa a occuparsi di loro. Io vendo caramelle nelle strade di Lima dalla mattina alla sera. Consegno a mia madre tutto quello che guadagno, serve per sfamarci tutti e cinque. Mio padre mi ha abbandonato alla nascita, e lei non può contare sul padre dei miei fratelli”.

In genere, comunque, l’attività del bambino o della bambina non impedisce la frequenza scolastica – in Bolivia come in Perù la scuola è obbligatoria fra i 6 e i 16 anni e si concentra in due fasce orarie, la mattina dalle 8 alle 13 o il pomeriggio dalle 13 alle 18. Anzi, il reddito da lavoro viene spesso legittimato con il fatto che “rende possibile” economicamente l’attività scolastica, sempre considerata la via maestra per uscire dalla miseria. E’ il punto di vista sostenuto da Raquel, 15 anni, che custodisce alcuni bambini piccoli ogni mattina, dal lunedì al sabato, nel quartiere periferico di Pamplona Baja a Lima. “Per me non è troppo difficile lavorare e studiare allo tempo stesso. Vado a scuola il pomeriggio e la sera, ceno e poi faccio i compiti. Preparo le mie cose e il giorno dopo posso cucinare e guardare i bambini la mattina. Studiare è la cosa più importante, se voglio avere una condizione migliore di quella dei miei genitori, che non hanno finito le scuole medie. Voglio andare avanti, avere un buon lavoro e poter così in seguito aiutare la mia famiglia”.

In contrasto con le convenzioni internazionali, che vietano lo svolgimento di qualunque attività lavorativa al di sotto dei 14 anni, il Parlamento boliviano ha approvato il 2 luglio 2014 un nuovo codice dell’infanzia e dell’adolescenza che autorizza a lavorare a partire dai 10 anni. Il limite di età dei 14 anni è ufficialmente mantenuto, ma il lavoro dei bambini è consentito in casi presentati come “eccezioni”, che in realtà sono la maggioranza. E’ dunque autorizzato a partire dai 10 anni il lavoro “indipendente” (come quello del venditore ambulante o del lustrascarpe per strada) e a partire dai 12 anni il lavoro “dipendente” (con un datore di lavoro nel settore commerciale). La famiglia e il difensore dei bambini (defensoria de la ninez y adolescencia) devono acconsentire e l’attività economica non deve pregiudicare la frequenza scolastica e il “diritto all’educazione”. Quest’ultimo consiste nella garanzia di un insegnamento “di qualità, intraculturale, interculturale e plurilingue tale da permettere uno sviluppo integrale, che prepari all’esercizio dei diritti e della cittadinanza e che qualifichi per il lavoro” (articolo 115).

Questa decisione rispecchia il dibattito che la questione del lavoro infantile solleva nei paesi andini. Da un lato, i sindacati dei bambini e adolescenti lavoratori, emanazione del movimento operaio di ispirazione cristiana nato in America latina nel corso degli anni 1970, difendono il proprio di diritto di organizzarsi per proteggersi, partecipare ad essere rappresentati nella società, secondo una visione dell’infanzia che non esclude il lavoro in questo periodo della vita. Essi tentano di esercitare un ruolo nei confronti delle istituzioni in diversi paesi (Perù, Bolivia, Colombia, Paraguay, etc.) per ottenere una formazione professionale e il miglioramento delle condizioni di lavoro. Associando la critica della propria oppressione economica al riconoscimento del proprio diritto al lavoro, sono a favore dell’esercizio di un’attività in condizioni dignitose, che completi la loro scolarizzazione e l’acquisizione di competenze che consentano poi di superare lo sfruttamento. Una sorta di formazione alternativa, dunque.

Nata dalla teologia della liberazione e dal’educazione popolare (6), questa corrente di pensiero è incarnata in Perù dal Movimento degli adolescenti e dei bambini lavoratori figli di operai cristiani (Manthoc), il primo sindacato di bambini lavoratori al mondo, fondato nel 1976, e in Bolivia dall’Unione dei bambini e degli adolescenti lavoratori di Bolivia (Unatsbo). Queste organizzazioni, che contano diverse decine di migliaia di membri, prendono la forma di movimenti sociali e rivendicano il diritto dei bambini a lavorare in nome della loro “implicazione politica” nella vita sociale (7). Si giustifica, dal loro punto di vista, per la specificità socioculturale dei paesi andini.

Al tempo stesso causa e risultato della povertà

La Convenzione internazionale sui diritti dell’infanzia, adottata nel 1989, riflette un’altra visione delle cose. L’articolo 32 stabilisce; “Gli Stati parti riconoscono il diritto dei minori a essere protetti contro lo sfruttamento economico e a non essere costretti ad alcun lavoro che comporti rischi o sia suscettibile di porre a repentaglio la loro educazione o di nuocere alla loro salute o al loro sviluppo fisico, mentale, spirituale, morale o sociale.” Il divieto del lavoro al di sotto dei 14 anni è stabilito dalla maggior parte delle legislazioni nazionali sulla base della convenzione 138 dell’Organizzazione internazionale del lavoro (Oil).

Le agenzie delle Nazioni unite, la maggior parte delle organizzazioni non governative e le istanze pubbliche nazionali (ministeri del lavoro, dello sviluppo, dell’educazione) sottolineano la necessità di applicare le norme della Convenzione e gli effetti negativi del lavoro infantile, che perpetua il circolo vizioso della povertà e rende difficile la scolarizzazione. “Il lavoro dei bambini è un aspetto della povertà, sottolinea l’Oil. Ogni giorno a causa della povertà estrema muoiono nel mondo 30000 bambini. (…) Il lavoro infantile è al tempo stesso un risultato della povertà e un fenomeno che la perpetua. Nelle sue forme peggiori disumanizza i bambini, riducendoli a bene economico, il che alimenta la crescita demografica nei paesi meno in grado di affrontarla. (…) I bambini costretti a lavorare non possono esercitare i diritti che sono di tutti i loro coetanei: l’accesso all’istruzione e il diritto ad essere al riparo da violenza, abusi e sfruttamento (8).”

Ma il presidente boliviano Evo Morales, partendo dalla propria storia personale, valorizza gli aspetti positivi del lavoro dei più giovani come vettore di formazione e solidarietà all’interno della famiglia. Secondo il presidente, il lavoro permette ai bambini di sviluppare una “coscienza sociale”. Un modo per invitarli a cavarsela con il lavoro e l’iniziativa personale, un modo insomma per imporre una logica individualista alle prospettive di emancipazione. Da un governo che rivendica la propria missione “rivoluzionaria” non ci si sarebbe aspettati piuttosto un incoraggiamento ai giovani ad aderire a formazioni politiche che combattono la povertà fin dalle radici, anziché lasciar loro pensare che potranno sbaragliarla rinunciando all’infanzia?

  1. Si legga Elizabeth Rush, “Speculazione immobiliare a Lima sulla pelle dei poveri” Le Monde diplomatique/il manifesto, agosto 2013.
  2. “Informe Anual del Empleo en el Perù”, ministero peruviano del lavoro e della promozione dell’impiego (Mtpe), Lima, 2012.
  3. “Encuesta Nacional de Trabajo Infantil en Bolivia”, Institut national de statistiques (Ine), La Paz, 2008, e “Encuesta Nacional de Hogares”, Institut national de statistiques et d’informatique (Inei), Lima, 2008.
  4. “Ecuesta Nacional de Hogares”, op. cit. Tasso di abbandono scolastico fra i 12 e i 16 anni.
  5. Sistema di informazione e sostegno alla gestione dell’istituzione educativa, ministero peruviano dell’educazione, Lima 2014.
  6. Alejandro Cussianovich, “Aprender la condicion humana. Ensayo sobre pedagogia de la ternura”, Ifejant, Lima, 2010.
  7. Domic Jorge, “Ninos trabajadores: paradigmas de socializacion”, Revista Ciencia y Cultura, n. 8, La Paz, 2000.
  8. “La fin du travail des enfants: un objectif à notre portée”, Ufficio internazionale del lavoro, Ginevra, 2006.

(Traduzione di Marinella Correggia)

I movimenti sociali sono formati sempre da minoranze

segnalato e tradotto da Antonella

di Antoine Sabot, Le monde 2 giugno 2016

Irène Pereira, sociologa della militanza e copresidente del’Istituto di ricerca, studi e formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO).

 

IrenePereira

 

Come qualificare le strategie dei sindacati a proposito della loi travail? Qual è la rappresentatività dei differenti attori? Quali sono i tratti caratteristici della contestazione? Mentre il Senato ha iniziato l’esame del progetto di legge di riforma del codice del lavoro e la mobilitazione contro il testo prosegue, la sociologa Irène Pereira, copresidente dell’Istituto di ricerca, studi e di formazione sul sindacalismo e i movimenti sociali (IRESMO) e autrice di Travailler e lutter (L’Harmattan, 2016), ha risposto alle domande degli internauti di LeMonde.fr.

In un paese dove solo il 10% degli attivi sono sindacalizzati, si può ancora parlare di rappresentatività delle organizzazioni sindacali per negoziare e discutere di un progetto di legge?

Si distinguono in genere tre aspetti: il tasso di sindacalizzazione, la partecipazione all’elezioni sindacali e la fiducia che la popolazione accorda ai sindacati per difendere i suoi interessi. Dunque il tasso di sindacalizzazione non riflette l’adesione dei salariati ai sindacati.

Bisogna inoltre tener conto di altre variabili: in certi paesi europei, il tasso di sindacalizzazione può essere più importante, ma i sindacati non hanno la stessa funzione che in Francia (essi possono generare dei servizi come le mutue dei servizi sociali…); e ci sono dei settori dove è molto difficile aderire al sindacato, come le piccole imprese, per esempio. La precarietà e il timore, in certi settori, della repressione sindacale, possono ugualmente limitare la sindacalizzazione.

Quasi un giovane su tre non ha un lavoro in Francia. Perché i sindacati, e in particolare la CGT, non riconoscono il diritto dei disoccupati e dei giovani al lavoro e non l’includono mai nelle loro rivendicazioni?

Il sindacalismo così com’è andato a costituirsi in Francia è fondato sull’attività lavorativa. Essere disoccupato non è un’attività lavorativa: un disoccupato è ricollegato al sindacato della professione ch’egli esercitava in precedenza. Perché? Perché altrimenti si dovrebbe riconoscere che essere disoccupato, è uno stato sociale legittimo. Per i giovani è lo stesso: non ci si sindacalizza per categorie d’età, i giovani da una parte, gli anziani dall’altra e gli attivi nel mezzo. Da lì, lo scopo del sindacato è quello di difendere il diritto al lavoro e di creare solidarietà tra i lavoratori, sulla base della loro attività, del loro settore professionale, delle loro condizioni di lavoratori.

Ci sono più aderenti nella CGT che in qualunque partito politico. Perché non lo dite mai?

I partiti politici francesi non sono dei partiti di massa. Meno dell’1% della popolazione è aderente ad un partito, che è più basso del tasso di sindacalizzazione. Al contrario, un organizzazione sindacale ha vocazione a essere un’organizzazione di massa, riunendo l’insieme dei lavoratori. L’idea di un sindacato è che l’uniona fa la forza, dunque il numero di aderenti e il suo potere di mobilitazione sono una dimensione più importante che per un partito politico. Un partito affilia avvalendosi delle sfide elettorali (senza essere aderenti si vota per il partito al momento delle elezioni). Non è la stessa logica: un partito aspetta che si voti per lui, mentre un sindacato può anche avere come obbiettivo di mobilitare durante uno sciopero e le manifestazioni, al di là delle elezioni sindacali.

Come spiegare il fatto che la mobilitazione sembra amplificarsi tra i lavoratori mentre il numero dei manifestanti tende a ridursi?

E’ una contraddizione che ha una temporalità abbastanza stupefacente. Abbiamo, in un primo tempo, un forte coinvolgimento dei liceali e degli studenti; poi un governo che rivede il testo; in seguito i sindacati si dividono su questa seconda proposizione (sostenuta dalla CFDT); in parallelo c’è l’emergenza del movimento Nuit debout e delle tensioni nelle manifestazioni; infine una legge che è votata con il 49.3. Tutti questi elementi non sono abituali, con un conflitto che si radicalizza dopo l’approvazione della legge. Fu differente nel 2003 e nel 2010 contro le riforme delle pensioni; quando le leggi furono votate, le mobilitazioni cessarono.

Globalmente, la radicalizzazione del conflitto dovrebbe essere intesa in un contesto più ampio del disconoscimento del governo e della sua politica, che non corrisponde alle aspettative del suo elettorato. Dunque la mobilitazione sindacale attuale cristallizza questo malcontento. Essa permette ai sindacati più contestatori, come la CGT o Solidaire, di rafforzare la loro legittimità nella difesa dei lavoratori. Di fatto, la mobilitazione dei lavoratori e lo sciopero dei settori strategici (nucleare, trasporti, etc.) possono trovare un sostegno più ampio nella popolazione.

Non bisogna leggere questo conflitto unicamente in termini di azione sindacale, di posizionamento della CGT rispetto alla CFDT in vista delle elezioni sindacali. Bisogna considerare un contesto sociale più generale.

La CGT, irrigidendo la sua linea, si serve, tuttavia, della loi travail come alibi per recuperare legittimità, mentre rischia di ritrovarsi dietro la CFDT alle prossime elezioni sindacali?

A mio avviso, non è pertinente ridurre un movimento sociale come questo ad un solo fattore, relativamente superficiale, rispetto a quello che ci insegnano la storia e la sociologia nell’analisi delle questioni sociali. Da un secolo i ricercatori ricollocano i movimenti sociali in un contesto sociale più profondo. Oggi il lavoro resta una questione cruciale che mobilita un’intera società, che ci dice alcune cose su questa società. Così i movimenti sociali sono dei rivelatori di rapporti sociali.

Quali sono, secondo lei, le ragioni della flessione dei voti espressi in favore della CGT nelle recenti elezioni sindacali? Pensa che l’impegno della CGT nel movimento contro il progetto di loi travail gli permetterà di guadagnare nuovi sostegni al momento delle prossime elezioni?

In generale, la conflittualità può portare benefici ad un sindacato al momento delle elezioni. Ma per me resta una dimensione piuttosto superficiale dei movimenti sociali.

Durante il suo ultimo congresso la CGT ha adottato una posizione che va verso una maggiore radicalizzazione. Tuttavia, non se ne deve dare un’interpretazione unicamente in termini di strategia sindacale. Questa affermazione di radicalità può essere anche letta come l’espressione di un disconoscimento della classe politica. I sindacati si sentiranno tanto più legittimati a supportare le rivendicazioni del mondo del lavoro, dato  il cedimento della sinistra radicale politica. Attraverso i sindacati i lavoratori ritrovano un mezzo d’espressione, sulle questioni sociali, che essi non trovano più nei partiti politici, Con il conflitto attuale i sindacati monopolizzano la questione sociale, che era stata captata dall’estrema destra negli ultimi tempi.

Lo sciopero si manifesta sempre attraverso un blocco delle imprese e delle istituzioni? Perché la contestazione non comporta una gratuità dei servzi? Sarebbe una leva più forte che non penalizerebbe la Francia intera, mobiliterebbe altrettanto i manifestanti e darebbe un’immagine molto più positiva e costruttiva della protesta…

Il vantaggio dei blocchi è che paralizzano i nodi strategici. Quello che possiamo constatare almeno dal dicembre 1995, all’epoca della mobilitazione contro la legge Juppé sulla riforma della Sécurité sociale, è l’importanza di paralizzare le vie di comunicazione, le vie di trasmissione dell’approvvigionamento energetico… Tutto questo corrisponde all’organizzazione della nostra società industriale, che è molto vulnerabile quando si colpiscono questi punti strategici di comunicazione e approvvigionamento.

In uno sciopero bisogna distinguere gli scioperanti e quelli che li sostengono. Il blocco è minoritario, ma può beneficiare di un più ampio sostegno della popolazione. Nello stesso modo quando c’è uno sciopero, questo non è mai votato da una percentuale di salariati, ma da un numero di presenti all’assemblea generale. La visione della democrazia nella storia del sindacalismo, è una democrazia diretta di minoranze attive. I movimenti sociali sono sempre costituiti, nella storia, da minoranze. Allora, la questione è sapere se queste minoranze hanno il sostegno della popolazione. Oggi, per esempio, i sindacati si sentono legittimati poiché la maggioranza della popolazione era contraria al passaggio della legge tramite il ricorso all’articolo 49.3.

La gratuità può essere praticata, è, per esempio, una pratica corrente nel settore dei musei; si organizza spesso con casse di sostegno da parte dei visitatori. Ma si deve considerare nei conflitti la questione dell’efficacia: la gratuità può avere una virtù positiva simbolica, ma il blocco impatta più profondamente l’economia. Introduce un rapporto di forza più importante, più ampio. C’è nei conflitti sociali il timore delle organizzazioni sindacali che i gruppi di scioperanti si dissolvano se la mobilitazione non si dimostri efficace e debba prolungarsi.

La militanza sindacale è influenzata dalle nuove pratiche sociali: individualizzazione, reti sociali, etc?

Si pone talvolta un’enfasi sulle nuove forme di militanza e d’azione (petizioni, blocchi di siti istituzionali, etc.) che tenderebbero a far sparire le forme più antiche. Per i sociologi è una lettura superficiale. I mezzi tecnologici sono degli strumenti, ma non modificano in profondità, per il momento, il repertorio d’azione. Si vede che l’essenza della mobilitazione continua a giocarsi negli scioperi e nelle manifestazioni. Le reti sociali hanno un ruolo nella comunicazione, ma internet non costituisce lo spazio dove si manifestano i rapporti di forza.

Dirigente

segnalato da Barbara G.

di Giovanni De Mauro, direttore internazionale

Per chi si fosse perso il video, è un discorso interessante:

Per cambiare un’organizzazione ci vuole un gruppo sufficiente di persone convinte di questo cambiamento, non è necessario sia la maggioranza, basta un manipolo di cambiatori. Poi vanno individuati i gangli di controllo dell’organizzazione che si vuole cambiare e bisogna distruggere fisicamente questi centri di potere. Per farlo, ci vogliono i cambiatori che vanno infilati lì dentro, dando a essi una visibilità sproporzionata rispetto al loro status aziendale, creando quindi malessere all’interno dell’organizzazione dei gangli che si vuole distruggere. Appena questo malessere diventa sufficientemente manifesto, si colpiscono le persone opposte al cambiamento, e la cosa va fatta nella maniera più plateale e manifesta possibile, sicché da ispirare paura o esempi positivi nel resto dell’organizzazione. Questa cosa va fatta in fretta, con decisione e senza nessuna requie, e dopo pochi mesi l’organizzazione capisce, perché alla gente non piace soffrire. Quando capiscono che la strada è un’altra, tutto sommato si convincono miracolosamente e vanno tutti lì. È facile.

Chi parla è Francesco Starace, amministratore delegato dell’Enel, che risponde a una domanda di uno studente su quale sia “la ricetta di successo del cambiamento in un’organizzazione come l’Enel”. Il contesto è un incontro alla Luiss Business School di Roma, il 14 aprile, per un ciclo di conferenze dal titolo “Ad esempio, i giovani incontrano la classe dirigente del paese”, in cui manager e amministratori delegati raccontano le loro esperienze personali.

L’Enel è una delle più grandi aziende italiane per fatturato e ha quasi settantamila dipendenti. Il principale azionista è lo stato, che attraverso il ministero dell’economia controlla il 23,5 per cento del capitale sociale.

È naturale che il suo amministratore delegato sia un esempio per tutti, non solo dentro l’azienda. In questo senso la risposta di Starace è illuminante, perché senza nessuna ipocrisia dà un’idea chiara di cosa il dirigente di un’importante società pensi sia giusto fare per cambiare un’organizzazione, di come interpreti le relazioni aziendali, il clima in un luogo di lavoro, i rapporti tra dipendenti: colpire, distruggere fisicamente, creare malessere, ispirare paura, far soffrire.

Sembra quasi di sentire le parole di Jason Gould, costruttore di ferrovie statunitense vissuto alla fine dell’ottocento: “Posso sempre assumere una metà dei lavoratori perché uccida l’altra metà”.

 

 

Una rivoluzione virale

segnalato da Antonella

di Silvia Bencivelli – Le Scienze n.571, marzo 2016

Dieci anni fa, Ilaria Capua rese pubblici e disponibili a tutti i dati sul virus H5N1, responsabile dell’influenza aviaria, senza chiedere nulla in cambio. Fu un gesto senza precedenti, che ha ripercussioni ancora oggi, inaugurando la stagione della scienza open source come racconta la virologa in questa intervista a “Le Scienze”

Siamo nel 2006. Da tre anni l’epidemia di H5N1 si è diffusa dall’estremo oriente a quasi tutta l’Asia ed è arrivata in Europa. È un’influenza aviaria, cioè colpisce e uccide soprattutto i polli. Ma ne uccide parecchi e quelli morti o abbattuti sono più di 150 milioni. Non solo: colpisce e uccide anche gli esseri umani, ed è allarme globale. Il 9 febbraio l’Organizzazione mondiale della sanità animale (OIE) annuncia il primo caso africano: è stato caratterizzato all’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie in un campione proveniente dalla Nigeria. Il laboratorio padovano ne ha decodificato il genoma e il merito è del gruppo di Ilaria Capua, la quale però non si ferma, e fa la sua rivoluzione: rende pubblici i dati.

Che cosa successe, in quel 2006?
Successe che mi telefonò un funzionario dell’Organizzazione mondiale della Sanità (OMS) e mi chiese di depositare la sequenza in una banca dati ad accesso limitato, in cambio dell’accesso alla banca dati stessa. E successe che io dissi di no.

Avevo sofferto non poco per non poter entrare in quella banca dati e per non aver avuto da alcuni colleghi le sequenze virali che loro avevano sequenziato. Semplicemente, pensai di non voler contribuire a perpetuare questo sistema. Caricai la sequenza su GenBank, che è una banca dati aperta, e dissi all’OMS: «Se lo volete, potete andare a prenderlo lì». Ero la prima scienziata a fare una cosa del genere, ma mi sembrava necessario.

Poi ho invitato anche i colleghi a fare altrettanto e ho spiegato loro che noi siamo pagati con i soldi pubblici e, soprattutto se c’è un’emergenza, dobbiamo scambiarci le informazioni perché si possano trovare soluzioni rapide. Le sequenze genetiche virali sono fondamentali per studiare un’epidemia

e per capire come evolve. Per collegare la conoscenza via via che le cose accadono, insomma. Per questo era assurdo limitarne la circolazione.

E dopo il suo «no» che cosa è successo?
Quello che non mi aspettavo. Ho avuto un’improvvisa, e inaspettata, popolarità sulla stampa di tutto il mondo. E anche molti attacchi e molte critiche, perché stavo toccando un equilibrio consolidato. Poi, con il tempo, le cose sono cambiate.

IlariaCapua


In che modo?

Sono nate diverse banche dati ad accesso aperto. Quando è emerso il virus dell’influenza suina nel 2009 c’erano già diverse piattaforme attive che hanno permesso di accelerare le ricerche e la realizzazione dei vaccini. Ma il significato della mia protesta era quello: il 70 per cento delle malattie che minacciano l’uomo arriva dal mondo animale. E non ha senso che la comunità veterinaria non comunichi con la comunità medica. Poi penso che uno debba anche passarsi una mano sulla coscienza: di fronte a un’emergenza sanitaria si può anche rinunciare al nome su uno studio pubblicato su riviste scientifiche.

Perché, c’erano resistenze legate alla difesa della paternità delle proprie scoperte?
Sì, certo. Ed è anche comprensibile. Ne ebbi personalmente dimostrazione: la nostra sequenza del 2006 finì pubblicata su «Nature» da ricercatori olandesi. Però le cose sono cambiate anche in questo. Oggi le riviste, a partire da «Nature», permettono di dare l’annuncio senza pregiudicare la possibilità di pubblicare lo studio. Quindi non c’è più bisogno di tenere le sequenze per sé in modo da evitare che altri se ne approprino. Anche se proprio quel gruppo di olandesi nel 2013 ne ha combinata un’altra.

Sarebbe a dire?
Era in corso l’epidemia di sindrome respiratoria mediorientale da coronavirus (MERS), iniziata in Arabia Saudita in maniera inattesa: aveva causato morti e non si sapeva da dove fosse arrivata. Gli olandesi ricevettero i campioni biologici sauditi, per lavorarci su. Sequenziarono il virus, però poi lo brevettarono. A nome loro! Causando, tra l’altro, un bell’incidente diplomatico. Ma al di là dei sofismi che usarono per difendersi, per me c’è anche una grossa perplessità etica: come fai a brevettare un virus, una cosa che esiste in natura?

A parte casi come questi, la comunità scientifica come si sta comportando?
Bene, dove può. Per esempio nel caso di Ebola c’è stata da subito un’ampia condivisione delle sequenze, anche grazie agli statunitensi National Institutes of Health, che hanno messo a disposizione la banca dati, e grazie all’avanzamento delle tecnologie nei paesi più colpiti dalla malattia, che ha permesso una maggiore possibilità di sequenziamento del virus. Al contrario, nel caso di Zika, per esempio, c’è un problema legato alle leggi brasiliane, che non permettono di condividere materiale genetico e biologico. Ma a febbraio scorso «Nature» ha pubblicamente dichiarato che renderà gratuito l’accesso a tutti i dati riguardanti Zika e ha incoraggiato i ricercatori a depositare le sequenze in archivi pubblici.

E l’OMS oggi come si comporta?
Non ha potere sui singoli Stati. Ma negli ultimi anni ha emesso risoluzioni con cui promuove la trasparenza e la condivisione dei dati. Anzi, dopo la mia storia ha anche emesso dichiarazioni importanti sulla necessità di avere la massima trasparenza possibile soprattutto durante le emergenze sanitarie. Ecco un’altra cosa importante che è evoluta in questi dieci anni. Come sono evolute le società scientifiche, che hanno preso decisioni nella stessa direzione.

Insomma, il panorama è cambiato.
Decisamente, dieci anni fa era il momento giusto per fare quello che ho fatto. La tecnologia c’era, e ci permetteva il salto verso la condivisione dei risultati. Gli scienziati hanno prima tirato il freno a mano, ma poi hanno capitolato. Adesso, fatti salvi casi di particolare reticenze o di particolari ostacoli legali, la condivisione delle sequenze virali è la norma. La politica della scienza ci ha messo qualche anno, ma già nel 2009 con l’influenza suina le cose erano molto cambiate. Chi era maturo, e chiede sempre di più, è l’opinione pubblica, che ha sempre sostenuto la mia idea.

Certo, c’è ancora molto da fare. Soprattutto bisogna uniformare procedure e normative. Ma per questo ci vorrà un senso di responsabilità diffusa: non è il tipo di cose che si può calare dall’alto. Il messaggio della mia storia vorrei che fosse questo: le tematiche di salute non possono essere gestite solo da chi fa scienza o si occupa di scienza. Ci vuole un approccio integrato alla salute: esseri umani, animali, ambiente sono tre vasi comunicanti. E la scienza che si occupa di loro deve discutere con altre discipline, come quella etica, quella economica, quella legale. Bisogna essere di mentalità ancora più «open», permeabili e in continua evoluzione)

Ilaria Capua è medico veterinario e virologa. È stata direttore del Dipartimento di scienze biomediche comparate dell’Istituto zooprofilattico sperimentale delle Venezie, del laboratorio di referenza nazionale, Organizzazione mondiale della sanità animale (OIE) e FAO per l’influenza aviaria e la malattia di Newcastle, del centro di collaborazione nazionale e OIE per le malattie infettive all’interfaccia uomo-animale.
Nel 2000 ha sviluppato «DIVA», la prima strategia che ha permesso di eliminare un’epidemia di influenza aviaria, oggi raccomandata da Unione Europea, OIE e FAO. Nel 2007 ha ricevuto il premio «Scientific American 50» e nel 2008 è stata inclusa fra le Revolutionary Minds dalla rivista statunitense «Seed». Nel 2011 è stata la prima donna a vincere il Penn Vet World

Sotta ‘o muro

di Antonio “Boka”

Del vivere sull’orlo del vuoto come unica alternativa all’essere  “nu popolo ca cammina sotta ‘o muro”

Una lunga serie di ragionamenti non sintetizzabili in 140 caratteri su ciò di cui si deve tacere perché non se ne può parlare (semi-cit.) con annessa pervicace ostinazione basata su “se una domanda può esser posta deve esserci la risposta” (seconda parte della semi-cit.).

Essere “senza” lavoro o se preferite, con un termine tecnico che suona ormai afono, essere disoccupati sembra essere diventato ormai una sorta di stato “naturale” delle cose su cui nulla può essere fatto e, in una versione tragicamente adattata della “sindrome di Stoccolma, l’unica azione possibile diviene la condivisione delle difficoltà, anch’esse “naturali”, di coloro i quali coprono il ruolo di creatori di lavoro: gli imprenditori. Agenti sociali con vocazione naturale alla sofferenza che agiscono, nonostante prezzi elevati da pagare in termini personali, solo ed esclusivamente nell’interesse della comunità. Il profitto è un risultato non perseguito direttamente, cade lì per caso come quando, persi nell’osservare il volo di un uccello, la sua merda ci colpisce in viso e ci ricorda che volare alto sarà anche necessario e nobile purché non ci si curi (e non si faccia parte) di coloro i quali calpestano la terra alla quale ritorneranno.

Prima Intercessione

Ma Aristotele quando spiegava la caduta dei gravi con “il simile attira il simile” come avrebbe spiegato la caduta della merda degli uccelli? Da qui la superiorità della fisica Newtoniana che ci permette di calcolare la traiettoria balistica utile ad esprimere il nostro disappunto al pennuto di cui sopra.

Fine Prima Intercessione.

Torniamo allo “stato naturale”. Senza entrare nel merito o tantomeno senza nostalgie (per di più impossibili nel mio caso per avversione, questa sì “naturale”, profonda per i paesi del “socialismo reale”) fuori luogo, fuori tempo ed oramai fuori dalla storia (ma non dalla “Storia”) vale la pena ricordare che fino a poco tempo fa c’erano società (ebbene sì, parlo dell’Unione Sovietica) caratterizzate da carenze di manodopera in maniera strutturale tanto che ponderosi ed estesi tomi sono stati scritti per cercare di capire come e perché la carenza di manodopera sia stata in realtà l’elemento caratterizzante di quel tipo di economie (analizzare quelle economie con gli strumenti critici delle teorie sulle economie pianificate sarebbe come spiegare il virus del raffreddore con la perdita di fluidi dai canali nasali e la “moccoleconomics non mi entusiasma”). (Per chi fosse interessato ad approfondire cercare Janos Kornai). A questo punto, appurato con stupore e riattivazione della memoria (storica) che la disoccupazione non è uno stato naturale delle cose non possiamo attribuirne la causa al funzionamento implicito dell’economia capitalistica (vedi “moccoleconomics”) poiché ritorneremmo allo stato “naturale” delle cose.

Ora, mantenendoci sul semplice possiamo ragionevolmente affermare che due sono le cause possibili della disoccupazione: scarsità di capitale necessario per fronteggiare l’offerta di lavoro o domanda insufficiente che comporta la non necessità di piena utilizzazione della risorsa lavoro. In quest’ultimo caso si è in presenza ovviamente di capitale sotto-utilizzato.

Nel caso di scarsità di capitale dobbiamo distinguere due casi: carenza di capitale fisso o carenza di capitale variabile e cioè di beni-salario necessari per impiegare la forza-lavoro al livello minimo di sussistenza (o, se preferite gli eufemismi, al prezzo di equilibrio sul mercato del lavoro). Vale la pena sottolineare che la prima ragione e cioè la scarsità di capitali non è mai stata decisiva e anche se possono esserci casi (come nel caso del picco di un ciclo economico  – cosiddetto “boom” -) in cui, per un breve periodo di tempo , ci si trovi di fronte a scarsità di capitali di sicuro essa non spiega la presenza costante di disoccupazione. Di fatto la condizione tipica di una economia capitalistica è data dalla costante sotto utilizzazione delle risorse dell’economia (vedi Kalecki). In sostanza, come ho cercato di spiegare altre volte, la realtà economica è ben diversa da quella immaginata nella favola dell’equilibrio economico generale (fatte salve le ridicole condizioni in cui esso si verifica, se ricordate una serie di commenti scritti qualche tempo fa) siamo, infatti, di fronte a monopoli o semi-monopoli in cui i prezzi (e conseguentemente l’utilizzazione delle risorse) sono determinati dalle imprese dominanti  che si basano su costi medi e prezzi medi e determinati sulla base della massimizzazione del profitto.

L’esistenza della disoccupazione (e, contemporaneamente, di capitale inutilizzato) va quindi ricercata nella insufficienza della domanda aggregata, domanda aggregata che ha generalmente quattro componenti: consumi, investimenti, spesa pubblica ed esportazioni nette.

Ora, se la domanda per consumi ha bisogno di essere aumentata, ciò significa che la distribuzione del reddito ha bisogno di essere alterata favorendo l’occupazione (tralasciando la discussione sui livelli salariali, per comodità e per evitare accuse di ideologismo sinistro faccio sempre riferimento al livello minimo di sussistenza). I detentori di capitale, ovviamente, oppongono resistenza a questa redistribuzione del reddito essendo mossi solo dalla motivazione della massimizzazione del profitto. Ricordo brevemente a questo punto la diminuzione della quota salari sul Reddito Nazionale Lordo verificatasi i tutte le economie occidentali negli ultimi vent’anni in contro tendenza con quanto verificatosi negli anni successivi alla seconda guerra mondiale ed in particolare con riferimento alla “golden age” del capitalismo (grosso modo prima della crisi petrolifera di inizio anni’70)

Esaminiamo ora un altro componente della domanda aggregata, gli investimenti che dipendono dalla crescita attesa del mercato. Un solo punto va sottolineato con chiarezza: gli investimenti sono grosso modo insensibili al tasso di interesse (la teoria vorrebbe che un abbassamento del tasso di interesse comporti un aumento degli investimenti) come dimostrato dai fatti degli ultimi anni.

La spesa pubblica rappresenta, ovviamente, un elemento fondamentale (una prece per Keynes) per sostenere la domanda, incrementare l’occupazione (per decenza evito di parlare di “piena occupazione”) ed evitare il crollo del sistema. Di fatto con l’introduzione della religione della “responsabilità fiscale”, apologia indiretta e strumento ottimale ai fini del neoliberismo, la spesa pubblica ha cessato di essere uno strumento autonomo, i deficit vanno contenuti nei termini e nella misura che fanno comodo alla finanza globalizzata

Per quanto riguarda le esportazioni esse dipendono dall’economia globale. In presenza di grandi economie in espansione e crescita alcuni paesi riusciranno a trarne vantaggio ma in presenza di una generale stagnazione è solo possibile prevedere un aumento della disoccupazione (o di sicuro nessuna tendenza alla piena occupazione).

Una prima conclusione, sebbene insufficiente, abbastanza ovvia è che se potessimo staccare la nostra economia dall’economia globale (imponendo controlli sui flussi di capitale in entrata ed uscita – immagino l’orrore di molti su questo punto considerate le litanie ipnotiche sulla libertà di movimento dei capitali e tutto il “bene” che ne è derivato) e contemporaneamente liberando la politica fiscale dalle necessità e dal “comando” del capitale finanziario globalizzato si potrebbe potenziare la domanda aggregata e di conseguenza incrementare l’occupazione.

Una brevissima nota prima di concludere in particolare per Heiner che più volte ha lamentato la mancanza di proposte in presenza di analisi giuste, approfondite e persino condivisibili. Le proposte ci sono. Sono scomode, rompono equilibri di potere e sono in controtendenza rispetto ai mantra quotidiani. Voglio solo ricordare, ancora una volta, che il pluricitato Adam Smith quando parla della “mano invisibile” lo fa in termini di controllo del mercato ma non voglio tediarvi oltre.

(Continua à la Dickens)

Oggi è emergenza cultura

segnalato da Antonella

di Tomaso Montanari, vice presidente di Libertà e Giustizia

Il discorso è stato pronunciato in occasione della manifestazione Emergenza Cultura, che si è tenuta il 7 maggio a Roma.

Giuseppe Dossetti avrebbe voluto in Costituzione un articolo che dicesse che:

«La resistenza individuale e collettiva agli atti dei poteri pubblici che violino le libertà fondamentali e i diritti garantiti dalla presente Costituzione è diritto e dovere di ogni cittadino».

Oggi tutti noi siamo in questa piazza romana perché sentiamo questo dovere. E perché vogliamo esercitare questo diritto.

Lo vogliamo fare con tutta la nostra voce: e siamo felici che alle nostre voci si aggiunga quella potente della tromba marina del Tritone di Gian Lorenzo Bernini, che oggi è un nostro speciale compagno di lotta.

In questi mesi una serie di decisioni scellerate di questo governo – un governo sostenuto da una maggioranza parlamentare resa possibile da una legge formalmente dichiarata incostituzionale – sta di fatto sradicando dalla Costituzione l’articolo 9.

Denuciamo che oggi la Repubblica non promuove lo sviluppo della cultura.

Non promuove la ricerca.

Non tutela il paesaggio, cioè l’ambiente.

Non tutela il patrimonio storico e artistico della Nazione.

Oggi è emergenza cultura!

Nei primi colloqui che ho avuto con lui, il ministro Dario Franceschini (allora appena nominato) mi disse che il presidente del Consiglio aveva il progetto di abbattere la tutela pubblica del paesaggio e del patrimonio («far fuori le soprintendenze», mi disse). E che lui, il ministro, si sarebbe opposto.

Ebbene, i fatti – i fatti che ci hanno portato in questa piazza – certificano che quel confronto, se mai c’è stato davvero, l’ha vinto il presidente del Consiglio, e l’ha perso il ministro per i Beni culturali.

Anzi l’hanno perso il paesaggio e il patrimonio artistico: cioè tutti noi, e i nostri figli.

Noi chiediamo l’abrogazione dello Sblocca Italia: una legge criminogena che consegna l’Italia ai signori del cemento e del petrolio. Una legge scritta sotto la dettatura telefonica dellelobbies.

Vogliamo, invece, una legge che porti a zero il consumo suolo: una legge vera, non come quella, ipocrita e dannosa, che giace in Parlamento.

Chiediamo al governo di ritirare l’odioso provvedimento del silenzio assenso. Prima si sono svuotate le soprintendenze di mezzi e di personale. E, ora che non ce la fanno più a rispondere in tempi brevi, si vuol far pagare il conto ai cittadini: perché il famoso silenzio assenso servirà solo a costruire Grandi Opere Inutili. Utili, anzi, solo a chi le costruisce, e fatali per l’ambiente: e non di rado per la vita stessa dei cittadini, falciati da alluvioni e da frane provocate dal cemento.

Chiediamo al governo di rinunciare alla bestemmia del Ponte sullo Stretto.

Vogliamo l’Unica Grande Opera utile, e cioè il risanamento e la messa in sicurezza del territorio.

Chiediamo al governo di ritirare l’articolo della Legge Madia che mette le soprintendenze sotto i prefetti: che mette, cioè, la tutela tecnico-scientifica del territorio sotto il potere del governo stesso.

Nemmeno un governo eletto plebiscitariamente (e questo, notoriamente, non lo è) ha il potere di distruggere ciò che dobbiamo lasciare alle future generazioni. Siamo custodi, non padroni.

E la nostra voce è umile: ma contiene quella dei nostri figli, e dei figli dei nostri figli: finché non si spenga la luna. È il futuro che ci supplica di non distruggere la bella Italia.

Vogliamo che la soprintendenza sia una vera magistratura del territorio e del patrimonio storico e artistico. Indipendente dal potere politico.

Chiediamo, dunque, che ad essere finanziato sia il bilancio ordinario della tutela: e che il governo rinunci alle misure propagandistiche e clientelari del miliardo a pioggia su siti già ricchi, mentre il patrimonio diffuso (cioè il 90% del patrimonio), e le biblioteche e gli archivi muoiono, inesorabilmente, di fame e di sete.

Chiediamo che cessino l’umiliazione, il disprezzo e il mobbing di Renzi e Franceschini contro i lavoratori del Ministero per i Beni culturali. Un’arroganza intollerabile sta colpendo chi ha dedicato la vita a questi insostituibili beni comuni.

Quei funzionari che hanno provato a parlare con noi in questi giorni sono stati colpiti da provvedimenti disciplinari: imbarazzanti, umilianti anticostituzionali.

Ma queste misure fasciste non ci intimidiscono: la nostra voce è la loro voce.

Vogliamo che la cultura diventi davvero un servizio pubblico essenziale: ma non per comprimere i diritti sindacali dei lavoratori che la fanno vivere, ma perché tutti possano accedervi, gratuitamente.

E chiediamo che i ministri della Repubblica che non garantiscono questo servizio, si dimettano.

Chiediamo lavoro per i nostri laureati, specializzati, dottorati. Chiediamo lavoro Vero: non Nero.

Non stages. Non tirocinii. Non contratti di formazione. Non volontariato. Non assunzioni una tantum a numeri tondi: che servono solo alla propaganda del ministro.

Vogliamo un lavoro vero, dignitoso, sicuro. Con assunzioni regolari, ogni anno.

Diciamo no ai musei-supermercato, con direttori, consigli d’amministrazione e perfino consigli scientifici nominati dalla politica, nazionale e locale.

Vogliamo invece che i musei siano vissuti da comunità di ricercatori residenti: che ne facciano spazi di cittadinanza inclusivi, luoghi liberi dal mercato e dal marketing. Luoghi di cultura vera: cioè libera.

Vogliamo una scuola buona: non la #buonascuola.

Non vogliamo una scuola che sia l’avviamento alla vendita del brand Italia.

Vogliamo, invece, che a scuola gli italiani imparino fin da bambini la storia dell’arte come una lingua viva.

Per saper leggere, per saper amare, per saper godere di questo paese ancora, nonostante tutto, straordinariamente bello.

Oggi siamo in questa piazza per la cultura. Ma cos’è la cultura?

La cultura è la costruzione della nostra umanità.

La cultura è lo strumento per esercitare la nostra sovranità.

È la misura della nostra capacità di partecipare alla democrazia.

La cultura è un antidoto al potere totalitario del mercato.

La cultura è la condizione fondamentale per il pieno sviluppo della persona umana, per un’inclusione vera, per la realizzazione dell’eguaglianza sostanziale.

La cultura – ha detto Claudio Abbado – serve a distinguere il bene dal male. A giudicare chi ci governa. La cultura salva.

«La Repubblica promuove lo sviluppo della cultura, e la ricerca scientifica e tecnica.

Tutela il paesaggio e il patrimonio storico e artistico della nazione»

Siamo qua per chiedere con tutta la nostra voce che il nono articolo della Costituzione italiana non venga tradito, estirpato, distrutto.

Siamo qua per chiedere che venga finalmente attuato

Non smetteremo di combattere finché questo non accadrà.

Grazie per aver condiviso il cammino di emergenza cultura. Questo è solo l’inizio.

W l’articolo 9, W la Costituzione, W la Repubblica!

 

 

Economia circolare

segnalato da Antonella

traduzione di Nammgiuseppe

di Walter R. Stahel – 24 marzo 2016 –  nature.com

CircularEconomy

Quando la mia malconcia Toyota del 1969 stava per compiere i 30 anni ho deciso che andava ricostruita. Dopo due mesi e cento ore di lavoro è tornata a casa nella sua bellezza originale. “Sono felicissimo che tu abbia comprato una macchina nuova”, ha commentato il mio vicino. La qualità è tuttora associata al fatto che una cosa sia nuova, non con la cura; l’utilizzo a lungo termine è considerato indesiderabile, non intraprendente.

I cicli, come quello dell’acqua e dei nutrienti, abbondano in natura: gli scarti diventano risorse per altri. Tuttavia gli esseri umani continuano a ‘produrre, utilizzare e eliminare’. Un terzo dei rifiuti plastici globali non è recuperato o gestito [1].

Esiste un’alternativa. Una ‘economia circolare’ trasformerebbe i beni che sono al termine della loro vita utile in risorse per altri, chiudendo i cerchi in ecosistemi industriali e minimizzando gli sprechi. [Vedere ‘Chiusura dei cerchi’).  Cambierebbe la logica economica perché sostituisce la produzione con l’autosufficienza; si riutilizzi quel che si può, si ripari quello che è guasto, si ricostruisca ciò che non può essere riparato. Uno studio di sette nazioni europee ha rilevato che una svolta a un’economia circolare ridurrebbe del 70% le emissioni di gas serra di ciascuna nazione e farebbe crescere l’occupazione di circa il 4%, la definitiva economia a basso carbonio (vedasi www.go.nature.com/biecsc).

La concezione si è evoluta dall’idea di sostituire la manodopera all’energia, descritta per la prima volta da me e da Geneviéve Reday-Mulvey quarant’anni fa in un rapporto [2] alla Commissione Europea quando lavoravamo al Centro Ricerche Battelle di Ginevra, Svizzera. I primi anni ’70 avevano visto l’aumento della disoccupazione e dei prezzi dell’energia. Da architetto, sapevo che ci volevano più manodopera e meno risorse per ristrutturare un edificio di quante ce ne volessero per erigerne uno nuovo. Il principio vale per qualsiasi bene o capitale, dai telefoni cellulari alla terra coltivabile e all’eredità culturale.

Il modello produttivo dell’economia circolare rientra in due gruppi: quelli che promuovono il riutilizzo e allungano la vita utile mediante riparazioni, ricostruzioni, aggiornamenti e ammodernamenti e quelli che trasformano beni vecchi in risorse come nuove riciclando i materiali. Le persone – di ogni età e competenza – sono centrali per il modello. La proprietà cede il passo alla gestione; i consumatori divengono utilizzatori e creatori [3]. La ricostruzione e riparazione di vecchi beni, edifici e infrastrutture crea posti di lavoro specializzati in fabbriche locali. Le esperienze dei lavoratori dal passato sono determinanti.

Tuttavia la mancanza di familiarità e la paura dell’ignoto fanno sì che l’idea dell’economia circolare sia stata lenta a guadagnarsi seguito. In quanto concetto olistico si scontra con le strutture a compartimenti stagni dell’accademia, delle imprese e delle amministrazioni. Per gli economisti che utilizzano il prodotto interno lordo (PIL), creare ricchezza producendo cose che durano è il contrario di quanto hanno appreso a scuola. Il PIL misura il flusso finanziario in un dato arco di tempo; l’economia circolare conserva le scorte fisiche. Ma preoccupazioni riguardanti la garanzia delle risorse, l’etica e la sicurezza, nonché per la riduzione dei gas serra, stanno spostando il nostro approccio al considerare i materiali come cespiti da preservare, piuttosto che da consumare in continuazione.

Nel decennio scorso la Corea del Sud, la Cina e gli Stati Uniti hanno avviato programmi di ricerca per promuovere l’economia circolare incoraggiando la ricostruzione e il riutilizzo. L’Europa sta muovendo piccoli passi. La Fondazione Svedese per la Ricerca Ambientale (Mistra) e il programma Orizzonte 2020 della UE hanno pubblicato la loro prima richiesta di proposte di economia circolare nel 2014. La Commissione Europea ha sottoposto un Pacchetto di Economia Circolare al Parlamento Europeo lo scorso dicembre. Dal 2010 la Fondazione Ellen MacArthur, fondata dalla velista da giro del mondo, ha promosso l’idea presso produttori e decisori politici. E concetti di economia circolare sono stati applicati con successo su piccola scala sin dagli anni ’90 in parchi eco-industriali quali il Kalundborg Symbiosis in Danimarca e in società che includono la Xerox (con la vendita di merci modulari sotto forma di servizi) e la Caterpillar (con la ricostruzione di motori diesel usati) e la USM Modular Furniture. Vendere servizi in luogo di merci è cosa familiare negli alberghi e nei trasporti pubblici; deve diventare una tendenza dominante nel campo dei consumatori.

Pochi ricercatori stanno prestando attenzione. L’eccellenza nelle scienze metallurgiche e chimiche è una precondizione perché un’economia circolare abbia successo. Tuttavia c’è troppo poca ricerca sull’individuazione di modi per insiemi di materiali a livello atomico. La struttura di un’auto moderna incorpora più di una dozzina di leghe di acciaio e di alluminio, ciascuna delle quali va recuperata.

Il sapere riguardante l’economia circolare è concentrato in grandi industrie e disseminato in piccole e medie imprese (PMI). Deve essere introdotto nel mondo accademico e in quello dell’addestramento professionale. Un vasto movimento “dal basso” emergerà soltanto se le PMI potranno assumere diplomati che abbiano la competenza economica e tecnica per cambiare i modelli aziendali. I governi e i regolatori dovrebbero adattare le leve politiche, compresa la tassazione, alla promozione di un’economia circolare nell’industria. E gli scienziati dovrebbero scrutare l’orizzonte in cerca di innovazioni che possano essere brevettate e concesse in licenza per aprire la via a maggiori balzi in avanti nella scissione delle molecole per il riciclo degli atomi.

Pensiero sistemico

Ci sono tre grandi generi di economia industriale: lineare, circolare e prestazionale.

Un’economia lineare scorre come un fiume, trasformando risorse naturali in materiali di base e prodotti per la vendita mediante una serie di passi che aggiungono valore. Nel punto vendita la proprietà e la responsabilità dei rischi e dei rifiuti sono trasferite all’acquirente (che a quel punto è proprietario e utilizzatore). Il proprietario decide se i vecchi pneumatici saranno riutilizzati o riciclati – sotto forma di sandali, corde o paraurti – oppure mandati in discarica. L’economia lineare è mossa dalla sindrome “più grande-migliore-più veloce-più sicuro”; in altri termini dalla moda, dalle emozioni e dal progresso. È efficiente nel superare la scarsità, ma sregolata nell’uso di risorse in mercati spesso saturati. Le imprese fanno soldi vendendo elevati volumi di merci attraenti e convenienti.

Un’economia circolare è come un lago. Il ritrattamento di merci e materiali genera posti di lavoro e risparmia energia riducendo nel contempo il consumo di risorse e i rifiuti. Pulire una bottiglia di vetro e riutilizzarla è più veloce e conveniente che riciclare il vetro o produrre una bottiglia nuova dalla materia prima. I proprietari di veicoli possono decidere se far riparare o riscolpire i loro pneumatici usati o se acquistare ricambi nuovi o ritrattati, se tali servizi esistono. Anziché essere scartati gli pneumatici usati sono raccolti da gestori dei rifiuti e venduti al miglior offerente.

Un’economia prestazionale si spinge un passo più in là vendendo merci (o molecole) sotto forma di servizi mediante modelli aziendali di affitto, noleggio e condivisione [4-5]. Il produttore conserva la proprietà del prodotto e delle risorse in esso incorporate e così assume la responsabilità dei costi dei rischi e dei rifiuti. Oltre che sulla progettazione e sul riutilizzo, l’economia prestazionale si concentra su soluzioni invece che su prodotti e realizza i suoi profitti mediante l’autosufficienza, ad esempio prevenendo gli scarti.

La Michelin, ad esempio, già dal 2007 vende l’utilizzo di pneumatici “al chilometro” a gestori di flotte di veicoli. La società ha sviluppato officine mobili per riparare e riscolpire gli pneumatici presso la sede dei clienti e mira a sviluppare prodotti con vite utili più lunghe. Gli pneumatici usurati sono inviati agli impianti regionali della Michelin per la ricostruzione e il riutilizzo. La società svizzera Elite utilizza la stessa strategia per i materassi e società tessili di noleggio offrono uniformi, tessuti per hotel e ospedali e salviette industriali come servizio.

La gestione convenzionale dei rifiuti è mossa dalla minimizzazione dei costi della raccolta e dell’eliminazione; discariche contro riciclaggio o incenerimento. In un’economia circolare l’obiettivo consiste nel massimizzare il valore in ciascun punto della vita di un prodotto. Saranno creati nuovi posti di lavoro e sono necessari sistemi in ciascuna fase.

Sono necessari mercati commerciali e punti di raccolta perché utilizzatori e produttori riprendano, riconsegnino o riacquistino indumenti, bottiglie, mobili, parti di computer e componenti edili scartati. I beni che possono essere riutilizzati saranno ripuliti e rivenduti; le parti riciclabili saranno smontate e saranno classificate in base al loro valore residuo. Le parti usurate sono vendute per la ricostruzione, quelle rotte per il riciclaggio. Tali mercati erano un tempo comuni: le bottiglie di latte e di birra e il ferro vecchio erano un tempo raccolti regolarmente presso le case. Alcuni sono riemersi come spazi globali digitali di mercato, come ad esempio eBay.

Devono essere creati anche mercati professionali (forse in rete) per lo scambio di parti usate, quali motori elettrici, cuscinetti e microchip. Anche componenti dei rifiuti liquidi, quali lubrificanti e oli da cucina e fosforo dalle acque nere, possono essere raffinati e rivenduti. Gli scienziati dovrebbero rimettere sul mercato, piuttosto che mandare in discarica, i loro strumenti usati.

Per i beni usati sono necessarie norme di gestione. L’Austria è un leader mondiale in quest’area. La raccolta e il riutilizzo di “rifiuti” sono costosi e ad alta intensità di manodopera, ma sono stati promossi nella nazione mediante modifiche alla tassazione e recuperando i costi grazie alla ri-commercializzazione piuttosto che attraverso la rottamazione delle parti.

L’obiettivo finale consiste nel riciclare gli atomi. Ciò si fa già con alcuni metalli. La società Umicore, con sede a Bruxelles, estrae oro e rame da rifiuti elettronici. La società svizzera Batrec rimuove zinco e ferro-manganese da batterie. Questi processi fanno un uso intenso di energia e recuperano i metalli solo in parte. Per chiudere il cerchio del recupero avremo bisogno di nuove tecnologie per depolimerizzare, scindere le leghe, de-laminare, de-vulcanizzare e de-rivestire i materiali.

Sono necessari metodi e attrezzature per smantellare infrastrutture ed edifici elevati. Ad esempio l’hotel ANA InterContinental di Tokyo è stato demolito nel 2014 sotto un “turbante” che è stato abbassato idraulicamente piano per piano  per ridurre al minimo il rumore e le emissioni di polveri. Un albero verticale con un montacarichi in mezzo all’edificio ha consentito ai demolitori di recuperare parti e suddividere i materiali usando l’ascensore come generatore.

I servizi liberano gli utenti dagli oneri della proprietà e della manutenzione e offrono loro flessibilità. Esempi includono: “energia all’ora” per turbine dei jet e del gas; noleggi di biciclette e automobili; lavanderie a gettone e noleggi di macchinari. I gestori di flotte beneficiano della sicurezza delle risorse: i beni di oggi divengono risorse di domani ai prezzi di ieri. Coprire i costi dei rischi e dei rifiuti nel prezzo di utilizzo o di noleggio offre incentivi economici per prevenire perdite e rifiuti nel ciclo di vita di sistemi e prodotti.

Tendenze sociali

L’economia circolare fa parte di una tendenza al decentramento intelligente: testimoni la stampa in 3D, la personalizzazione di massa della produzione, ‘microlaboratori su chip’ nella chimica e servizi funzionali. Il servizio francese di condivisione di autovetture Autolib offre mobilità urbana flessibile, senza problemi utilizzando piccole auto elettriche che hanno bassi costi di manutenzione e possono essere ricaricate in spazi riservati di parcheggio in tutta Parigi. Tali modelli aziendali mettono a rischio i fondamentali dell’economia lineare – proprietà, moda ed emozioni – e fanno sorgere timori nelle società concorrenti. Ad esempio la forza di produzione di massa dei fabbricanti di automobili, le tecnologie brevettate dei veicoli a combustione e delle trasmissioni, grandi investimenti in fabbriche robotizzate e catene globali di offerta e commercializzazione sono di scarsa utilità quando si compete con servizi Autolib locali.

Gli appalti pubblici possono sfruttare il potenziale dell’economia prestazionale. Tuttavia, nonostante alcuni successi, i governi restano esitanti. La NASA ha deciso un decennio fa di acquistare servizi di trasporti spaziali, determinando la nascita di imprese come la SpaceX in concorrenza per contratti utilizzando attrezzature innovative, convenienti e riutilizzabili. L’assegnazione dei costi di manutenzione al costruttore privato del Viadotto Millau nel sud della Francia ha consentito all’offerente Eiffage Construction di sviluppare una struttura che poteva essere eretta rapidamente e avrebbe avuto costi minimi di manutenzione e responsabilità nei suoi 75 anni di vita utile.

Punti critici

Realizzare un’economia circolare richiederà azioni concertate su diversi fronti.

Sono necessarie ricerca e innovazione a tutti i livelli: sociali, tecnologici e commerciali. Economisti e scienziati dell’ambiente e dei materiali devono valutare gli impatti ecologici e i costi e benefici dei prodotti. Progettare prodotti per il riutilizzo deve diventare la regola, facendo uso, ad esempio, di sistemi modulari e di componenti standardizzati [6]. Altra ricerca è necessaria per convincere le imprese e i governi che l’economia circolare è realizzabile.

Sono necessarie strategie di comunicazione e informazione per suscitare la consapevolezza dei produttori e del pubblico riguardo alla loro responsabilità dei prodotti in tutta la loro vita utile. Ad esempio dovrebbero essere le riviste di moda, non quelle scientifiche, a far rullare i tamburi sulla condivisione della gioielleria, i jeans a noleggio e l’affitto di borsette firmate.

I decisori delle politiche dovrebbero utilizzare indicatori “semplificati” [?, nell’originale “resource-miser” – n.d.t.] quali il rapporto valore/peso e quello apporto di lavoro/peso piuttosto che il PIL. Le politiche dovrebbero concentrarsi sulla prestazione, non sull’hardware; l’internalizzazione di costi esterni, quali le emissioni e l’inquinamento, andrebbe premiata; la responsabilità dovrebbe prevalere sulla proprietà e sul suo diritto di distruggere. L’Internet delle Cose (in qui oggetti della vita quotidiana sono collegati digitalmente) e l’Industria 4.0 (sistemi tecnici intelligenti per la produzione di massa) incoraggeranno tale svolta, ma richiedono anche una revisione della politica che prenda in considerazione questioni di proprietà e responsabilità di dati e beni [7-8].

Le politiche [9] dovrebbero promuovere attività desiderate dalla società e punire quelle che non lo sono. Dovrebbero essere aumentate le imposte sul consumo di risorse non rinnovabili, non su quello di risorse rinnovabili, compreso il lavoro umano. L’imposta sul valore aggiunto (IVA) dovrebbe essere incassata sulle attività a valore aggiunto, quali le attività minerarie, l’edilizia e l’industria manifatturiera, ma non sulla gestione di beni che preservano valore quali il  riutilizzo, le riparazioni e le ri-fabbricazioni. I crediti di carbonio dovrebbero essere assegnati alla prevenzione delle emissioni nella stessa misura in cui sono concessi alla loro riduzione.

La ricchezza e il benessere sociali dovrebbero essere misurati in beni anziché in flussi, in capitale anziché in vendite. La crescita, allora, corrisponde a un aumento della qualità e quantità di tutti i beni: naturali, culturali, umani e fabbricati. Ad esempio la gestione forestale sostenibile aumenta il capitale naturale, la deforestazione lo distrugge; recuperare fosforo o metalli da flussi fognari conserva il capitale naturale, ma scaricarli aumenta l’inquinamento; ammodernare edifici riduce il consumo di energia e aumenta la qualità del patrimonio edificato [10].

Sposare i tre tipi di economia è una sfida formidabile. Una svolta della concentrazione della politica dalla protezione dell’ambiente alla promozione di modelli imprenditoriali basati sulla piena proprietà e responsabilità, e che siano limitati nel tempo, anziché imporre una garanzia di due anni della qualità del prodotto potrebbe trasformare la competitività di una nazione.

Walter R. Stahel è fondatore e amministratore del Product-Life Institute di Ginevra, Svizzera. È anche membro del Club di Roma e docente ospite presso la facoltà di ingegneria e scienze fisiche dell’Università del Surrey, Regno Unito. E-mail wrstahel2014@gmail.com.

NOTE

  1. Ellen MacArthur Foundation, World Economic Forum e McKinsey & Co, The New Plastics Economy: Rethinking the Future of Plastics (Ellen MacArthur Foundation, 2016).
  2. Stahel W.R. & Reday-Mulvey G. Jobs for Tomorrow: The Potential for Substituting Manpower for Energy (Vantage Press, 1981).
  3. Stahel W.R. in The Circular Economy – A Wealth of Flows (a cura di Webster K.) 86-103 (Ellen MacArthur Foundation, 2015)
  4. Stahel W.R. The Performance Economy (Palgrave, 2006)
  5. Stahel W.R. in Handbook of Performability Engineering (a cura di Misra K.B.) cap. 10, pagg.127-138 (Springer 2008)
  6. Stahel W.R. in Our Fragile World: Challenges and Opportunities for Sustainable Development Vol. II (a cura di Tolba M.K.) cap. 30, pagg. 1153-1568 (UNESCO/EOLSS, 2001)
  7. Giarini O. e Stahel W.R. The Limits to Certainty: Facing Risks in the New Service Economy (Kluwer, 1989)
  8. Stahel W.R. in The Industrial Green Game: Implications for Enviromental Design and Management (a cura di Richards D.J.) cap. 4, pagg. 91-100 (National Academy Press, 1997)
  9. Stahel W.R. Phil. Trans. R. Soc. A371, 20110567 (2013)
  10. Stahel W.R. e Cliff R. in Taking Stock of Industrial Ecology (a cura di Ciff R. e Druckman A. ) Cap. 7, pagg. 137-158 (Springer 2016)

Dote scuola, Consiglio Stato boccia Lombardia: “Illogico più soldi a private”

Scuola

Secondo i giudici amministrativi “non è corretto né giustificato” prevedere contributi di importo diverso nel caso di situazioni del tutto analoghe. La Regione per l’anno scolastico 2013-14 ha concesso un sostegno tra 60 e 290 euro agli studenti degli istituti statali e un’integrazione tra 400 e 950 agli alunni delle private

di Stefano De Agostini, ilfattoquotidiano.it,  2 giugno 2015

Una disparità di trattamento, illogica e ingiustificata. IlConsiglio di Stato ha rilevato che Regione Lombardia, durante l’anno scolastico 2013/14, ha utilizzato due pesi e due misure nell’assegnare i contributi per gli studenti meno abbienti: più soldi per i ragazzi delle scuole private, meno per quelli degli istituti pubblici. La sentenza, relativa ai casi di due giovani liceali, ora potrebbe costituire un precedente per altri 400 ricorsi che altrettanti studenti lombardi stanno portando avanti nei confronti della Regione.

Sul banco degli imputati c’è la Dote scuola, il sistema di contributi messi a disposizione dal Pirellone per i giovani in difficoltà economiche. Nell’anno scolastico 2013/14, questo meccanismo prevedeva diverse componenti. Una di queste era il cosiddetto “sostegno al reddito”, un beneficio riservato agli studenti delle scuole che non applicavano una retta, in poche parole gli istituti pubblici: la somma oscillava tra 60 e 290 euro. Dall’altra parte, c’era anche la “integrazione al reddito“, destinata agli alunni delle scuole che chiedevano una quota di iscrizione, in sostanza gli istituti privati: in questo caso, la cifra si attestava tra i 400 e i 950 euro. La differenza è evidente.

Nella primavera del 2013 i genitori di due ragazze, che frequentavano due istituti superiori statali a Milano, hanno tentato inutilmente di accedere al contributo dell’integrazione al reddito. E una volta constatata l’impossibilità di ottenere il beneficio, hanno portato in tribunale la Regione. Il Tar della Lombardia ha dato loro ragione, annullando la delibera regionale nei punti incriminati. Ma il Pirellone ha fatto ricorso al Consiglio di Stato, che però, il 28 aprile 2015, ha confermato la sentenza di primo grado “in relazione alla disparità di trattamento tra la componente ‘integrazione al reddito’ (…) e il beneficio definito come ‘sostegno al reddito’”. Secondo i giudici amministrativi, “non è corretto né logico” prevedere due importi diversi nel caso di situazioni del tutto analoghe: “Non si giustifica la differenziazione se le misure hanno le stesse funzioni, e cioè l’acquisto dei libri e di altri strumenti scolastici”. E così, il Consiglio ha dato ragione al Tar sancendo l’annullamento della delibera regionale nella parte dove si prevede “a parità di fascia Isee di appartenenza, l’erogazione a titolo di ‘sostegno al reddito’ di buoni di valore inferiore a quelli erogabili a titolo di ‘integrazione al reddito’”. In poche parole, la Regione dovrà restituire alle due ragazze la differenza rispetto al contributo previsto per gli studenti delle scuole private.

La sentenza apre così la strada per altre centinaia di ricorsi presentati contro il Pirellone. “E’ un buon auspicio per la class action che stiamo portando avanti – spiega Giansandro Barzaghi, presidente dell’associazione Non uno di meno – Circa 400 famiglie hanno fatto ricorso presso i tribunali di Milano e Brescia per chiedere il pagamento della differenza rispetto agli istituti privati. Se le cause andranno a buon fine, Regione Lombardia dovrà versare circa 200mila euro”. Il prossimo 2 giugno, l’associazione spiegherà alla cittadinanza queste iniziative durante la “Festa della scuola della Costituzione“, organizzata in piazza Cordusio a Milano, dove saranno messi a confronto gli articoli della Carta con quelli della riforma della scuola voluta dal governo Renzi.

Tutti pazzi per il gender

Segnalato da barbarasiberiana

di Chiara Lalli – internazionale.it, 18/03/2015

TuttiPazziGender

Il performer Blanco, del gruppo Eyes Wild Drag, a Roma il 7 marzo 2012. È il primo gruppo di dragking a Roma che fa spettacoli teatrali e workshop di travestimento. Simona Pampallona.

“La teoria del gender è un’ideologia a sfondo utopistico basata sull’idea, già propria delle ideologie socio-comuniste e fallita miseramente, che l’eguaglianza costituisca la via maestra verso la realizzazione della felicità. Negare che l’umanità è divisa tra maschi e femmine è sembrato un modo per garantire la più totale e assoluta eguaglianza – e quindi possibilità di felicità – a tutti gli esseri umani. Nel caso della teoria del gender, all’aspetto negativo costituito dalla negazione della differenza sessuale, si accompagnava un aspetto positivo: la totale libertà di scelta individuale, mito fondante della società moderna, che può arrivare anche a cancellare quello che veniva considerato, fino a poco tempo fa, come un dato di costrizione naturale ineludibile”. A scriverlo è la storica Lucetta Scaraffia (”La teoria del ‘gender’ nega che l’umanità sia divisa tra maschi e femmine”, L’Osservatore Romano, 10 febbraio 2011).

Chi è che vuole negare l’esistenza e la differenza tra maschi e femmine? E quando sarebbe successo? Rispondere è facile: nessuno e mai. Tuttavia da qualche tempo è emersa questa strana e inesistente creatura, metà fantasia, metà film dell’orrore: è l’“ideologia del gender”. Non è facile individuarne la data di nascita, ma quello che è certo è che nelle ultime settimane la sua ombra minacciosa è molto invadente.

È buffo vedere quanta paura faccia il riflesso di quest’essere mostruoso (ma allucinatorio come Nessie), nato in ambienti angustamente cattolici, conservatori e ossessionati dalla perdita del controllo. Il controllo sulla morale, sul comportamento, sull’educazione e sul rigore feroce con cui si elencano le categorie del reale con la pretesa che siano immutabili e incontestabili in base a un argomento d’autorità: “È così perché lo diciamo noi”.

Questa perfida chimera che vorrebbe annientare le differenze sessuali si nutre della continua e intenzionale confusione tra il piano biologico (“per fare un figlio servono un uomo e una donna”) e quello sociale e culturale (“per allevare un figlio o per essere buoni genitori bisogna essere un uomo e una donna”). Come vedremo, perfino il piano biologico è meno rigido e, no, non significa che “non ci sono differenze biologiche tra uomo e donna” – nessuno lo ha mai detto.

Ma le Cassandre della “ideologia del gender” combattono contro un nemico che hanno immaginato, o che hanno costruito, stravolgendo il reale, per renderlo irriconoscibile e poterlo così additare come un mostro temibile (si chiama straw man ed è una fallacia molto comune: si prende un docile cane di piccola taglia e lo si trasforma in un leone famelico; poi si litiga con il padrone del cane e lo si accusa di irresponsabilità: “Girare con una bestia feroce in luoghi affollati e con tanti bambini!”). Perché essere tanto spaventati da esseri che non esistono e da ombre sulle pareti? Perché non girarsi per rendersi conto, finalmente, che va tutto bene?

Se state poco sui social network e scegliete bene le vostre letture forse non ne avete mai sentito parlare. Ma è sempre più improbabile che non ne sappiate nulla visto che lo scorso 21 marzo Jorge Maria Bergoglio ha detto che la “teoria del gender” fa confusione, è uno sbaglio della mente umana e minaccia la famiglia. “Come si può fare con queste colonizzazioni ideologiche?”, ha domandato.

Un paio di giorni dopo Angelo Bagnasco, presidente della Cei, ha aggiunto che “l’ideologia del gender” si “nasconde dietro a valori veri come parità, equità, autonomia, lotta al bullismo e alla violenza, promozione, non discriminazione… ma in realtà pone la scure alla radice stessa dell’umano per edificare un transumano in cui l’uomo appare come un nomade privo di meta e a corto di identità”. È addirittura una “manipolazione da laboratorio”. E poi si è rivolto accorato ai genitori: “Volete voi questo per i vostri figli?”. E qualche giorno più tardi ci è tornato il cardinale Carlo Caffarra, ricorrendo a una metafora oftalmica: “Esiste oggi una cataratta che può impedire all’occhio che vuole vedere la realtà dell’amore di vederlo in realtà. È la cataratta dell’ideologia del ‘gender’ che vi impedisce di vedere lo splendore della differenza sessuale: la preziosità e lo splendore della vostra femminilità e della vostra mascolinità”.

Minacce individuali e familiari, errori mentali, colonizzazioni ideologiche, furti di identità e di umanità, manipolazioni, cataratte: mai tanti e tali disastri erano stati attribuiti a qualcosa che non esiste.

“Maschio e femmina li creò” (Genesi)
Chi se la prende con la presunta “ideologia del gender”, come dicevo, confonde intenzionalmente i termini e i concetti per deriderli, banalizza le differenze per farne una caricatura, si ostina a non capire le questioni e invece di domandare spiegazioni si nasconde dietro una presuntuosa e rivendicativa ignoranza.

Ci sono molti esempi e vengono dalla cronaca (tra gli ultimi il gioco “porno” all’asilo di Trieste) o da documenti più o meno ufficiali (sempre di area ultraconservatrice e fortemente miope).

Eccone un altro esempio, forse più grave ancora perché Roberto Marchesini è psicologo e psicoterapeuta (”Il ragazzo curato a ormoni per diventare ragazza”, La Bussola Quotidiana, 9 marzo 2015): “Non importa se ci sono due cromosomi Y, o un cromosoma Y e due X: se c’è il cromosoma Y siamo maschi, punto. E non è questione di organi genitali: siamo maschi o femmine in tutto il nostro corpo, perché ogni cellula del nostro corpo ha quel benedetto cromosoma. Possiamo mutilarci, possiamo aggiungerci appendici siliconiche in ogni parte del corpo, depilarci, limarci la mascella e sottoporci a qualsiasi altra tortura, ma resteremo maschi. Senza genitali, magari, con protesi sul petto, ma sempre maschi. Quindi non è possibile che questo ragazzo diventi una ragazza. Qualcuno ha mentito ai genitori e a lui. […] È l’ideologia di genere che ci fa credere una cosa assurda, cioè che sia possibile “cambiare sesso”. Si chiama ideologia proprio per questo”. In questo caso la confusione è aumentata da possibili interventi (ormonali e chirurgici). Su questo torneremo.

Sempre a marzo, Paola Binetti era molto allarmata: “Presentata all’Onu richiesta di inserire movimento femminista e alle associazioni Lgbtq, nel quadro teorico e pratico del ‘sistema gender’” (5 marzo 2015, Twitter).

C’è anche il filosofo Diego Fusaro che, in occasione della polemica scatenata da Dolce & Gabbana, aggiunge un po’ di Asimov che ci sta sempre bene. Fusaro: “Dolce e Gabbana? Li attaccano perché ora c’è la prova. Gender, siamo all’ingegneria sociale”, 16 marzo 2015. Alla domanda, “Dopo tutte le polemiche gli asili nido di Trieste hanno fatto bene a fare retromarcia sui ‘giochi gender?’”, Fusaro risponde: “Ormai per manipolare bisogna partire anzitutto dai bambini. Siamo al cospetto di una vera e propria ingegneria sociale, è evidente, una mutazione antropologica direbbe Pasolini, si cerca di inculcare fin dalla giovane età che non esistono uomini e donne ma ognuno si sceglie il sesso che vuole. Tutto ciò per me è una sciocchezza, i sessi sono due, poi ci sono tutti gli orientamenti sessuali possibili, ma un omosessuale resta sempre un uomo così come una lesbica rimane sempre una donna”.

Ho già detto che nessuno vuole eliminare la differenza tra uomini e donne? È davvero un peccato che Fusaro abbia rinunciato al ruolo principale della filosofia: cercare di chiarire i termini e i concetti. Offrirsi cioè come uno strumento per capire meglio e non per mescolare le parole come si farebbe in un caleidoscopio, perché il risultato non è più colorato ma più annebbiato. Spesso completamente fuori fuoco.

“Non esistono uomini e donne”
Per capire come l’“ideologia del gender” rimescoli parole a caso – aspirando a sembrare qualcosa di sensato – dobbiamo fare una premessa.Le definizioni sono arbitrarie, ci servono per semplificarci la vita. Dovremmo sempre ricordarci però che la realtà è un insieme in cui i confini netti non esistono – ma esistono contiguità, sovrapposizioni, intrecci sui quali tracciamo linee e diamo definizioni – e che, più conosciamo più possiamo (o dobbiamo) specificare, come quando ci avviciniamo a qualcosa (sedia, tavolo, gioco: provate a dare una definizione necessaria e sufficiente e vi accorgerete che è meno facile di quanto possiate immaginare).

Ciò non significa che non esistono differenze o che sia tutto nella nostra testa (nella nostra percezione), almeno nella prospettiva realista. Significa che quello che osserviamo è più fluido di un interruttore che spegne e accende una luce.

Lo si dimentica a volte. Lo si rimuove sempre quando si parla di (ideologia del) gender.

La biologia, per cominciare, fa distinzioni meno nette rispetto ai termini maschio/femmina. In biologia ci sono i due estremi (M e F), ma ci sono anche molte possibilità intermedie. Esistono molti stadi di intersessualità, come l’ermafroditismo, la sindrome di Morris e quella di Swyer, e ci sono casi in cui è controversa la definizione di intersessualità, come la sindrome di Turner o di Klinefelter (si veda il film XXY). Anche alcune di queste condizioni sono definite patologiche (disordini di differenziazione sessuale o di sviluppo sessuale), ma pure definire una “patologia” non è così agevole come potrebbe sembrare.

Questo soltanto se parliamo di sesso, ovvero dell’appartenenza a un genere sessuale indicato come XX e XY (sono i cromosomi sessuali a distinguere, a un certo punto dello sviluppo embrionale, gli individui che saranno maschi da quelli che saranno femmine).

Sesso, identità di genere e ruoli, orientamenti e preferenze sessuali
Se però cominciamo a parlare di identità di genere, di ruoli e di orientamenti sessuali le cose si complicano ulteriormente. Si può essere di sesso M e avere una identità sessuale maschile oppure femminile (oppure ambigua, oscillante, cangiante). Nulla di tutto questo è intrinsecamente patologico o sbagliato e soprattutto ciò che è femminile e maschile è profondamente determinato culturalmente, tant’è che i ruoli maschili e femminili cambiano nel tempo e nello spazio.

Il rosa non è intrinsecamente un colore da femmine (F), almeno lo è in modo diverso rispetto all’avere o no l’utero, anche se si può essere donne – in un senso meno claustrofobico della riduzione del ruolo femminile a un patrimonio cromosomico o al possesso di alcuni organi sessuali – senza averlo: perché sei nata senza, perché te l’hanno tolto, perché eri nata come M ma la tua identità di genere è femminile.

I ruoli sono il risultato di stratificazioni lunghe e tortuose e non rappresentano qualcosa di immobile e determinato per sempre, né tanto meno quello che è giusto e buono (trasformare tutto questo in “mica pretenderete che due uomini si riproducano?” è un problema di chi equivoca così malamente e non del gender).

Poi ci sono le preferenze o gli orientamenti sessuali: eterosessuale, omosessuale, bisessuale, queer, eccetera. Ci sono anche gli asessuali (in Giappone le percentuali di individui non interessati alle relazioni affettive e sessuali sono altissime) e ovviamente ci sono i casti, non per mancanza di interesse sessuale ma per un fioretto come Sophia Loren in Ieri, oggi e domani, oppure per un voto di castità meno temporaneo.

Gender studies
“Ideologia del gender” (cioè del genere sessuale) non vuol dire nulla. È come dire ideologia del sapone o del cielo. Tra l’altro è ancora più insensato se si pensa che è attribuita a chi vuole alleggerire la pressione del dover essere – perciò in caso dovrebbe essere “anarchia del gender”, o “relativismo del gender” visto che per alcuni è un insulto essere relativista (anche questo rasenta l’insensatezza, soprattutto se ci ricordiamo che l’alternativa è l’imposizione e il dogmatismo).La sfumatura di imposizione che si vuole attribuire, dal sapore complottista, suona davvero strana perché imporre un giogo meno stretto è un po’ bizzarro. Sono quelli che strepitano contro la temibile “ideologia del gender” che vogliono imporre decaloghi e regole rigide e stabilite da loro – mentre i gender studies si muovono in un dominio di libertà, in una fluidità dei modelli (individuali e familiari); sono per la loro desacralizzazione e per i diritti per tutti. Basta cercare su Google. Basterebbe anche solo leggere il recente documento approvato dall’Associazione italiana di psicologia che ha l’intento di “rasserenare il dibattito nazionale sui temi della diffusione degli studi di genere e orientamento sessuale nelle scuole italiane” e di “chiarire l’inconsistenza scientifica del concetto di ‘ideologia del gender’”.

Non ha molto senso nemmeno il termine “omosessualismo”, se non in un senso di scherno e di intenzionale disprezzo. Peggio di “frocio”, perché almeno frocio è limpidamente aggressivo (poi ovviamente l’offesa dipende dal contesto, dalle intenzioni dei mittenti e dallo spirito dei destinatari) mentre “omosessualista” ammicca a una correttezza formale e superficiale che nasconde la convinzione che tu faccia schifo e sia inferiore in quanto non eterosessuale – è l’“in-quanto” a essere sbagliato, sia in senso dispregiativo sia in senso adulatorio. Non c’è nessun merito a essere donna o lesbica. E non c’è nemmeno nell’essere omosessuale, casto o indeciso. Ma, è chiaro, non c’è nemmeno un demerito o un peccato.

C’è un altro termine che suscita reazioni scomposte: cisgender. È un termine usato per indicare la coincidenza tra il genere sessuale (M o F) e l’identità sessuale (maschile e femminile). Gli ottusi abituati a distinguere solo M e F come XX e XY (e a pensare come giusto solo l’orientamento eterosessuale, immaginato fisso e immobile come Aristotele pensava la sua cosmologia) ne sono spiazzati e reagiscono come si reagisce alle scuole medie davanti all’ignoto: ridono imbarazzati, giudicano quello che non sanno e non vogliono sapere come un capriccio di menti disturbate.

Rivendicano identità che nessuno vuole mettere in discussione – “io sono femmina!” – un po’ come succede quando si parla di matrimoni e di famiglie: “Volete distruggere la famiglia!”.Stanno cercando di fare il contrario di quanto è avvenuto con il termine queer: originariamente un insulto, è stato trasformato nel tempo fino a diventare una parola dal significato ampio ma essenzialmente non dispregiativo (ci sono i dipartimenti universitari queer e queer studies nelle università più prestigiose – si veda Yale, per esempio).

Ci sono poi ovviamente le patologie sessuali, le perversioni o le ossessioni, che sono indipendenti dall’essere M, F, eterosessuale o indeciso.

“On ne naît pas femme, on le devient”
Per fare un esempio cattolico ufficiale della miopia che caratterizza l’“ideologia del gender”, basta leggere il discorso del santo padre Benedetto XVI del 21 dicembre 2012, perché nonostante alcuni ci tengano a sottolineare che la loro avversione non c’entra con la religione, si parte sempre dalla dicotomia M e F (e spesso lì si rimane, come in un’inutile corsa sul posto):

“Egli [il gran rabbino di Francia, Gilles Bernheim] cita l’affermazione, diventata famosa, di Simone de Beauvoir: ‘Donna non si nasce, lo si diventa’ (On ne naît pas femme, on le devient). In queste parole è dato il fondamento di ciò che oggi, sotto il lemma ‘gender’, viene presentato come nuova filosofia della sessualità. Il sesso, secondo tale filosofia, non è più un dato originario della natura che l’uomo deve accettare e riempire personalmente di senso, bensì un ruolo sociale del quale si decide autonomamente, mentre finora era la società a decidervi. La profonda erroneità di questa teoria e della rivoluzione antropologica in essa soggiacente è evidente. L’uomo contesta di avere una natura precostituita dalla sua corporeità, che caratterizza l’essere umano. Nega la propria natura e decide che essa non gli è data come fatto precostituito, ma che è lui stesso a crearsela. Secondo il racconto biblico della creazione, appartiene all’essenza della creatura umana di essere stata creata da Dio come maschio e come femmina. Questa dualità è essenziale per l’essere umano, così come Dio l’ha dato. Proprio questa dualità come dato di partenza viene contestata. Non è più valido ciò che si legge nel racconto della creazione: ‘Maschio e femmina Egli li creò’ (Gen 1,27). No, adesso vale che non è stato Lui a crearli maschio e femmina, ma finora è stata la società a determinarlo e adesso siamo noi stessi a decidere su questo. Maschio e femmina come realtà della creazione, come natura della persona umana non esistono più”.

Se non si riesce a sottrarci a questa visione semplicista e ingessata quando si parla di sesso (biologico), è inevitabile che quando è necessario introdurre la differenza tra gender, identità e ruolo di genere e preferenze sessuali l’effetto è quasi comico. È ovvio che de Beauvoir intendesse qualcosa di molto diverso da quanto Bernheim lascia intendere, proprio come chi oggi è tanto spaventato dal gender.

“Il gender è più pericoloso dell’Isis!”
Il comico muta in grottesco quando si azzardano metafore al rialzo: “L’ideologia del #gender è più pericolosa dell’Isis”, avverte durante la messa don Angelo Perego, parroco di Arosio (Como). E non è certo il primo né il più originle. Tony Anatrella, prete e psicoanalista, nella prefazione del volume Gender, la controversedenuncia la cultura di genere come un’ideologia totalitaria, più oppressiva e perniciosa dell’ideologia marxista.

L’elenco è molto lungo e poco fantasioso. Un capriccioso puntare i piedi contro la frammentazione di una realtà che non è mai stata monolitica (ma solo presentata come tale) e, inevitabilmente, contro la (ri)attribuzione dei diritti.

Sarebbe già abbastanza ingiustificabile usare fantasmi e spauracchi per limitare i diritti, soprattutto perché garantire diritti a tutti non li toglie a nessuno. Ma tutto questo rischia di diventare inutilmente crudele quando è diretto ai bambini e agli adolescenti – scenario non inverosimile se si pensa che uno dei luoghi di scontro è proprio la scuola.

Non solo: ritrovarsi con dei genitori che ti mandano a farti aggiustare se sei frocio o ridicolizzano la tua identità di genere (che non è come la vorrebbero loro o come dice il prete) “perché sei piccolo” è davvero penoso. Si sopravvive (non sempre), ma c’è un carico pesantissimo di dolore evitabile.“Chi difende i diritti del bambino diverso?”, domandava Paul B. Preciado in un articolo di due anni fa. “I diritti del bambino che vuole vestirsi di rosa. I diritti della bambina che sogna di sposarsi con la sua migliore amica. I diritti del bambino e della bambina queer, omosessuale, lesbica, transessuale o transgender. Chi difende i diritti del bambino di cambiare genere se lo desidera? Il diritto alla libera autodeterminazione del genere e della sessualità. Chi difende i diritti del bambino a crescere in mondo senza violenza di genere e senza violenza sessuale?”.

Dovremmo rispondere a tutte queste domande (dovrebbero provare a rispondere gli agitatori della “ideologia”), ricordando che “mio padre e mia madre durante la mia infanzia non proteggevano i miei diritti. Proteggevano le norme sessuali e di genere che loro avevano assorbito dolorosamente, attraverso un sistema educativo e sociale che puniva ogni forma di dissidenza usando la minaccia, l’intimidazione, la punizione, la morte”.