Autore: barbarasiberiana

Come TV e giornali stanno normalizzando il fascismo

segnalato da Barbara G.

di Matteo Lenardon – threvision.com, 11/12/2017

Si potrebbero usare tante parole per descrivere le persone entrate nella sede di “Como senza frontiere” per leggere un proclama anti-immigrati o i militanti di Forza Nuova che hanno manifestato sotto la redazione de la Repubblica, ma perché usarle quando basta il termine “idioti”?

I nazisti e fascisti che abbiamo visto – probabilmente le invasioni italiane più patetiche dalla sconfitta nel 1896 del nostro esercito per mano di etiopi scalzi armati di lance, spade e cavalli — hanno dominato l’attenzione politica e mediatica dell’ultima settimana. Renzi ha chiesto una netta condanna da parte di tutti i partiti e Salvini – no, non è necessario finire la frase. Dopo Ostia, questi fatti sono stati visti come l’ennesimo segnale del ritorno dell’estremismo di destra nella società italiana.

Tralasciando il disperato tentativo di acquisizione di elettori da parte della Lega Nord – e la corretta condanna del leader del partito di governo –, davvero sono loro, i tizi tipo quelli entrati nella sede di “Como senza frontiere”, in cima alla lista dei soggetti da arginare per fermare la diffusione del fascismo in Italia ?

Abbiamo visto tutti lo stesso video?

L’imbarazzo della gente seduta, la diffusa goffaggine esistenziale di chi parla, il tentativo di tutti i presenti di non guardarsi mai negli occhi, il controllo ossessivo dei propri orologi sperando che tutto finisse il più in fretta possibile – più che un’aggressione fascista mi ha fatto venire in mente quello che accade quando qualcuno si masturba su un autobus o una presentazione di Minimum Fax.

Io il video ho fatto fatica perfino a vederlo per intero. Così carico dello stesso fastidio e imbarazzo che provi quando guardi qualcun altro subire uno scherzo.

Solo il Paese convinto che Gomorra sia uno spot per la criminalità organizzata o che giocare a GTA5 possa diventare un trampolino per diventare serial killer poteva pensare che qualcuno, guardando un video del genere, sarebbe arrivato a pensare: “sai cosa? Credo che abbandonerò le mie decennali convinzioni che ripongo nella democrazia occidentale ed entrerò nel distaccamento veneto della crew del Patata dei Simpson”.

Lo stesso vale per quanto avvenuto sotto la redazione di Repubblica.

Sono una decina i militanti di Forza Nuova che arrivano, ripresi dal cellulari di un giornalista del quotidiano. Sono armati di fumogeni e indossano le maschere che usano le coppie scambiste nei porno amatoriali in dialetto pugliese. Non mi viene in mente nulla che puzzi di sfiga più di tutto questo. Ma le più alte cariche dello Stato hanno chiamato il direttore Mario Calabresi per testimoniare vicinanza e solidarietà.

Certo, è grave se c’è chi minaccia la libera informazione, ma è anche importante razionalizzare chi lo sta facendo e perché.

Alcune delle più importanti associazioni internazionali di psicologi hanno rilasciato dei vademecum per spiegare ai giornalisti il modo corretto di raccontare gli attacchi terroristi e le stragi nelle scuole o in altri luoghi pubblici. Raccomandano sempre di non sensazionalizzare la paura procurata, di non rendere i responsabili delle star. Di non usare i loro nomi. Di non mostrare le loro foto. Chiedono di non far girare in modo ossessivo i video che documentano le violenze. E soprattutto di non diffondere un eventuale manifesto.

Insomma, di non fare tutto quello che la stampa italiana continua a fare.

È stato dimostrato un collegamento diretto fra il modo in cui si raccontano simili avvenimenti e la frequenza con cui si ripetono. Non è un caso che la manifestazione di Forza Nuova sia avvenuta dopo così pochi giorni dai fatti di Como. E i fatti di Como dalla testata di Roberto Spada. Nei casi italiani non parliamo di stragisti, ma i profili umani sono identici: uomini emarginati incazzati con la società.

L’unica cosa che desiderano queste persone è farsi vedere e ascoltare. Il loro unico modo di farlo è tramite azioni di questo tipo. E i media stanno facendo di tutto per aiutarli.

Sempre più spesso non devono neppure indossare maschere o fare “irruzione” all’interno di associazioni per la difesa dei migranti.

I militanti neo-fascisti sono ormai ospiti fissi e dialoganti in tutti i maggiori talk show italiani. Servono a raccontare la “rabbia crescente” della popolazione italiana. Vengono presi per commentare i servizi su Rom e negri cattivi in quelle trasmissioni dove le persone urlano dentro split screen. Loro, gli italiani veri, stufi e arrabbiati per i soprusi degli stranieri, contro vari fantocci mosci che dovrebbero rappresentare la sinistra di questo Paese.

Formigli, il conduttore di Piazza Pulita, ha spiegato il perché di questi continui inviti nei talk show. “Ospitiamo Casapound,” dice in diretta su La 7, “perché siamo giornalisti. Sapere cosa pensa Casapound di queste violenze e aggressioni è una notizia”.

Ma Formigli era stato ospite di Casapound diverse settimane prima di queste aggressioni e violenze, in uno dei tanti “dibattiti” organizzati per mettere a confronto  Di Stefano con i principali giornalisti televisivi italiani. Dopo di lui sono andati Nicola Porro, Davide Parenzo e perfino Enrico Mentana. È un’operazione che fa comodo a tutti. CasaPound rimane on brand come partito fascista con il pollice opponibile e i giornalisti possono invece scrivere sui social di quanto siano “pluralisti” e “democratici” e altre stronzate tipo “le idee sbagliate si combattono con le idee giuste” — una di quelle cose in cui credono solo gli uomini convinti che le donne lesbiche esistono solo perché non hanno ancora accettato la loro richiesta di amicizia su Facebook.

Mentana sostiene di non stare “legittimando” Casapound: è la democrazia stessa a farlo. Ha ragione: lui, Formigli e tutti gli altri stanno solo normalizzando Casapound e il fascismo. I dibattiti a cui tanto tengono nessuno li ha mai visti. A meno che non si vogliano contare le poche decine di presenti e le 17.000 views su YouTube. Sono stati usati da CasaPound come propaganda.

Le loro foto, i volti di personaggi pubblici stimati e riconoscibili, sono state affisse per Roma e postate su tutti i social, come fossero manifesti elettorali. Il messaggio che vogliono veicolare è implicito: se il conduttore del Tg delle 20:00, quello che entra nelle case di tutti gli italiani, quello che modera i dibattiti per le politiche, che intervista Renzi e Di Maio, parla amabilmente con dei fascisti, che male fanno questi fascisti? E che differenza c’è veramente fra loro e gli altri partiti politici? Discutere con CasaPound di stronzate pop, tipo Che Guevara, in questi dibattiti o ospitare i suoi esponenti in TV significa far entrare nel dibattito nazionale anche tutto il resto della loro retorica fascista.

Anche negli Stati Uniti, dopo Trump e soprattutto dopo Charlottesville, i fascisti e i nazisti sono diventati “notiziabili” e sì, anche il giornalismo americano ha commesso l’errore, in alcuni casi, di normalizzare i fascisti, ma almeno nessuno ha lasciato Richard Spencer, il neo-nazista che ha coniato il termine alt-right, monologare per 40 minuti sulla CNN o su Fox News.

È stato invece preso a pugni in faccia. E la stampa ha poi discusso sulla necessità di prendere a pugni in faccia in pubblico i nazisti.

l giornalismo non può rimanere equidistante.

CasaPound deve rimanere un problema locale romano, come la metropolitana che si blocca con la pioggia e i gruppi indie che rovinano il rap. I giornalisti televisivi non possono Santorizzare i movimenti neo-fascisti come hanno fatto col M5S nel 2007-2008.

Il compito del giornalismo dovrebbe essere quello di annichilire i fascisti, riscrivendo il profilo LinkedIn con cui oggi si presentano: come movimento sociale e populista che viene dal basso, come ha fatto in modo esemplare fino a oggi solo l’inchiesta de L’Espresso. Non di renderli persone con cui relazionarsi. La satira dovrebbe quindi usare le inchieste giornalistiche e ridicolizzare i fascisti, sbriciolando la posa omoerotica da pseudo maschi alfa che fa sentire così “duri” e “pericolosi” i militanti di questi movimenti.

Negli Stati Uniti la riposta migliore alla marcia neo-nazista a Charlottesville è infatti venuta proprio dai comici del Late Night e delle tramissioni satiriche come quelle di Stephen Colbert o di John Oliver. Non hanno invitato i leader neo-nazisti a parlare nelle loro trasmissioni, non hanno romanzato il loro vissuto, non si sono raccolti in posizione fetale aspettando la morte, ma hanno messo in moto le loro redazioni giornalistiche per ridimensionare gli uomini che hanno terrorizzato gli Stati Uniti in figure patetiche. Non si tratta di ridicolizzare un pericolo reale, ma di riconoscere quando un pericolo proviene da personaggi ridicoli.

In Italia noi abbiamo Maurizio Crozza.

E le nostre trasmissioni “giornalistiche” sono Matrix di Nicola Porro, Mattino 5, il contenitore quotidiano di Canale 5 accusato di pagare i Rom per dichiarare che rubano migliaia di euro al giorno, Dalla Vostra Parte di Belpietro e Quinta Colonna di Del Debbio su Rete 4, La Gabbia di Paragone chiusa di recente su La 7 e ora Non è L’Arena di Giletti, che continuano a terrorizzare i loro spettatori creando un’emergenza che non esiste. Nel 2014 i reati sono diminuiti del 7% rispetto l’anno precedente. Nel 2015 dell’8%. Nel 2016 addirittura del 15%. Ma guardando i talk show e leggendo i giornali italiani sembrerebbe di vivere nella più grossa emergenza di criminalità della nostra storia. E sta funzionando: il 46% si sente in pericolo, il dato più alto negli ultimi dieci anni. L’approvazione nei confronti dello Ius soli fra gli italiani in 6 anni è crollata dal 71% al 44.

Volete veramente fermare il ritorno del fascismo nel nostro Paese? Cominciate dal giornalismo italiano.

Annunci

Non lasciate ai social il fischietto

segnalato da Barbara G.

Fake news: non lasciate ai social network il fischietto

di Guido Scorza – scorza.blogautore.espresso.repubblica.it, 27/11/2017

Sarà l’allarme autorevolmente lanciato dalle colonne del New York Times nei giorni scorsi, sarà la campagna elettorale che avanza, sarà una somma di questi e di altri fattori ma, negli ultimi giorni, le fake news sembrano essersi trasformate, anche in Italia, da problema del secolo a emergenza nazionale.

E come accade all’indomani dell’identificazione di ogni emergenza – vera o presunta che sia – in un Paese nel quale, a dispetto della storia, si continua a pensare che le leggi siano la panacea di ogni genere di patologia sociale, tecnologica, democratica, culturale o economica, c’è qualcuno che ha preso carta e penna e, notte tempo, ha buttato giù un disegno di legge anti-fake news.

E lo ha fatto nella piena consapevolezza che il Parlamento – questo Parlamento – non lo discuterà mai perché il triplo fischio di fine legislatura è, ormai, imminente e non c’è più tempo per discutere neppure delle proposte di legge pendenti da anni, figurarsi dalle nuove.

Il disegno di legge targato PD, a quanto si apprende dalle pagine de La Repubblica, ruota attorno a un paio di principi che, da soli, giustificano qualche bit di inchiostro digitale per mettere nero su bianco che si tratta della soluzione sbagliata oltre che nel metodo anche nel merito.

Il primo è la definizione di fake news: un’espressione con la quale, nel disegno di legge, sembrerebbe definirsi tutta la spazzatura digitale che miliardi di utenti, ogni minuto, riversano sul web, contenuti illeciti, diffamatori, pubblicati in violazione della privacy, post razzisti, anti-semiti, violenti e, magari, anche notizie false.

Tutto insieme, in uno straordinario zibaldone di immondizia che, nella realtà, nel mondo degli atomi come in quello di bit, forma oggetto – ed è giusto che sia così – di regole diverse, in buona parte, peraltro, già esistenti.

Se proprio serve – ed è davvero difficile esserne così convinti – una nuova legge anti-fake news, certamente non serve una nuova legge contro la diffamazione online, contro le violazioni della privacy, contro la pubblicazione di contenuti pedopornografici e chi più ne ha più ne metta.

Il secondo principio che proprio non va è l’idea che gli spazzini del web, i moralizzatori dei contenuti online, gli arbitri della buona e della cattiva informazione digitale, i novelli giudici dell’etica e delle pubbliche virtù e, magari, anche i caschi blu, sorveglianti speciali, delle prossime elezioni debbano essere i social network, i loro eserciti di moderatori tutti i privati, i loro algoritmi sviluppati con i soldi e secondo le indicazioni dei loro azionisti.

E’ una pessima idea.

Una cura anti-democratica a una minaccia – ma solo una minaccia – alla democrazia.

La classica medicina peggiore del male che si vorrebbe curare.

L’ultima cosa di cui c’è bisogno e che la circolazione dei contenuti, delle informazioni, delle idee nell’agorà telematica – specie in tempo di elezioni – sia affidata a soggetti di mercato, a soggetti che legittimamente agiscono per profitto e che altrettanto legittimamente rispondono ai propri azionisti e giudicano dell’opportunità che un contenuto circoli o non circoli online prima che sulla base delle nostre leggi, sulla base delle proprie policy, uscite dalla penna dei propri avvocati e scritte non per difendere l’interesse pubblico ma quello privato del valore dei titoli azionari dei padroni delle piattaforme.

E’ la strada sbagliata. Il modo peggiore per chiudere una legislatura, una soluzione della quale non si avverte l’esigenza, presa in prestito, in fretta e furia, dal Governo di Berlino che, nei mesi scorsi, ha velleitariamente pensato di risolvere il problema globale delle fake news in maniera analoga: responsabilizzando i social network e minacciando loro, naturalmente per legge, sanzioni multimilionarie.

Tutto questo proprio mentre nell’Unione europea si è lanciata una consultazione pubblica, si sta costituendo un gruppo di esperti e si è avviato un ragionamento comune a caccia di soluzioni non necessariamente normative a un problema che, evidentemente, non è né tedesco, né italiano, né nazionale ma europeo e anzi globale e che, pertanto, necessita di una soluzione sovrannazionale.

Questa legge, pardon, questo bruco normativo nato nella pina consapevolezza che non diventerà mai farfalla, davvero non serve, è brutto ed è pericoloso perché fissa principi che contraddicono le premesse: premessa l’importanza della democrazia e della libera circolazione delle informazioni per farla crescere sana e robusta, la si cura con una soluzione antidemocratica per definizione come posare una toga da giudici sulle spalle dei giganti del web.

Se davvero esiste il rischio urgente e imminente che le prossime elezioni siano non semplicemente contaminate – perché questo avviene da sempre – ma condizionate al di là di quanto democraticamente sostenibile dal fenomeno delle fake news, corriamo pure ai ripari ma, per carità, facciamolo senza tradire i principi sui quali si fonda la nostra democrazia e la nostra civiltà giuridica: il lecito e l’illecito, ciò che si può dire e ciò che non si può dire, il vero e il falso lo accertano solo Giudici e Autorità terze e imparziali, mai i privati.

Si costituisca – probabilmente non serve neppure una legge ma basterebbe un protocollo di intesa – una taskforce che metta insieme le competenze delle Autorità amministrative indipendenti che più hanno a che fare con il fenomeno delle fake news e della comunicazione politica, le si autorizzi ad arruolare, a tempo, esperti anti-fake e si chieda a Facebook e compagni di mettere a disposizione tecnologie e risorse – se servono anche finanziarie – da utilizzare esclusivamente sotto il diretto controllo delle Authority.

Dichiariamola così guerra alle fake news. Tracciamo la via italiana e chissà che il nostro Paese non possa trasformarsi in un laboratorio europeo nel quale sperimentare con successo quello che poi Bruxelles potrebbe trasformare in un farmaco comunitario.

Leggi anche

https://www.possibile.com/la-gigantesca-fake-news-della-normativa-le-fake-news/

La storia non siamo più noi

segnalato da Barbara G.

La Storia non siamo più noi: il grande disincanto dell’elettore di sinistra

Tra i protagonisti della prossima campagna elettorale ci sarà l’Astenuto di sinistra. Frustrato, arrabbiato, deluso, non pensa più al futuro dell’Italia. Ma nonostante abbia deciso di non votare più, non ha perso la voglia di identificarsi con le sue bandiere

Di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 21/11/2017

Una volta cantava che «ti dicono tutti sono uguali/ tutti rubano alla stessa maniera /ma è solo un modo per convincerti/ a restare in casa quando viene la sera». Era la stagione dell’impegno, della bella politica, della storia-siamo-noi, di lettere da scrivere, onde del mare, prati di aghi sotto il cielo, piatti di grano. Oggi l’umore generazionale è cambiato, per Francesco De Gregori e per tanti altri. «Posso indicare un’abbondante decina di colleghi che sono dispostissimi a parlare di tutto e su tutto. Io no, grazie. Ma non per reticenza: davvero non saprei cosa dire», ha risposto il Principe dei cantautori in tour negli Stati Uniti a Repubblica (10 novembre) che gli chiedeva di parlare di politica. «Sul mio futuro personale e professionale sono molto ottimista. Per il resto, non passo la mia vita a pensare al futuro del mondo». E all’obiezione che un tempo lo faceva, e molto, De Gregori ha risposto: «Eh, una volta leggevo anche la favola di Cappuccetto Rosso».

Cappuccetto Rosso non c’è più, come tutto quello che è dello stesso colore. Le bandiere rosse, i palchi rossi, i leader rossi. La sinistra, da cui passava la Storia, quella che «dà torto e dà ragione», rispetto alla quale non potevi rifiutarti di scegliere da che parte stare. La forza inesorabile, come nel Quarto Stato di Pellizza da Volpedo, nonostante reazioni e cadute nessuno avrebbe potuto fermare la marcia silenziosa del progresso. Oggi Cappuccetto Rosso è stato divorato dal lupo cattivo. E nel disincanto dichiarato, ai limiti del cinismo, De Gregori sembra ancora una volta essere più rappresentativo di molti altri intellettuali.

La sinistra è parola caduta in disuso, in tutto l’Occidente, in gran parte dell’Europa che ne è stata la culla, in Italia. Nel 2017 la gauche è sparita in Francia, è sprofondata in Germania, assiste irrilevante allo scontro tra nazionalismi tra Madrid e Barcellona in Spagna. In Italia, alla vigilia del voto 2018, c’è lo spettacolo non inedito di divisioni, scissioni, tentativi di riappacificazione subito frustrati. E poi vanità personali mascherate da ideologismi insopportabili, leadership vecchie e nuove che si combattono per occupare il palcoscenico, negli ultimi giorni è spuntata perfino la Mossa del cavallo, neo-formazione messa in piedi, si apprende, da Antonio Ingroia e Giulietto Chiesa, desiderosi di saltellare in una scacchiera già fin troppo affollata.

Niente di nuovo, in questa triste storia. La novità è che di fronte a tutto questo l’elettorato che ancora ama definirsi di sinistra, il «pubblico pagante» per citare ancora De Gregori, si prepara a restare a casa. Tra le molte offerte disponibili sul mercato elettorale si prepara a non indicarne neppure una. E non sembra allarmato più di tanto dai fantasmi e dalle paure che vengono agitate per convincerlo ad andare a votare in primavera: il ritorno di Silvio Berlusconi, il populismo della Lega di Matteo Salvini, l’ascesa del Movimento 5 Stelle, l’ingovernabilità. Il potenziale Astenuto di sinistra, il nuovo personaggio che avanza in vista della campagna elettorale, non passa più il tempo a pensare al futuro del mondo e dell’Italia. Ha deciso che basta così. Si prepara a disertare le urne. Disgustato, indignato, o semplicemente indifferente.

È la fase dell’impolitica, l’ha definita l’ex presidente della Corte costituzionale Gustavo Zagrebelsky sulla Stampa, «la fase suprema dell’antipolitica, quando non si crede più neppure al populismo»: «L’antipolitica è un’energia che può essere mobilitata “contro”: i partiti, i politici di professione, la democrazia parlamentare, è un atteggiamento in un certo senso attivo. L’impolitica è l’esatto contrario: è un atteggiamento passivo, di ritrazione, di stanchezza. Un modo di dire: lasciatemi in pace». Un intellettuale lontano da Zagrebelsky come Ernesto Galli della Loggia è arrivato alle stesse conclusioni: «Certo, dietro l’astensione ci sarà in molti casi il torpore, l’eco tuttora viva di un antico qualunquismo. Ma sempre più spesso sembra di percepire in essa un sentimento ben diverso: qualcosa che assomiglia a una rassegnata disperazione. O forse meglio una disperata rassegnazione. La rassegnazione al vuoto politico», ha scritto sul Corriere della Sera (11 novembre).

Un senso di stanchezza e di rabbia, o mancanza di fiducia nella politica e nella sua utilità, rilevato in tutte le ultime consultazioni elettorali: in Sicilia alle elezioni regionali del 5 novembre ha votato il 46 per cento degli aventi diritto; nel decimo municipio di Roma, a Ostia, addirittura il 36 per cento. Certo, si votava per il presidente e per il parlamentino di quelle che fino a qualche anno fa si chiamavano circoscrizioni. Ma tre anni fa, quando andò al voto la regione rossa per eccellenza, l’Emilia Romagna, il risultato non fu molto diverso: appena il 37 per cento dei votanti, nella terra dove la partecipazione politica è considerata un pezzo dell’identità individuale, non solo collettiva. Eppure in pochi, a sinistra, colsero il segnale di allarme. Anche perché i politici di ogni colore preferiscono contare i voti di chi va alle urne, non si interessano a chi resta a casa. Sbagliando, quasi sempre, ancora di più se a commettere l’errore sono gli strateghi delle varie formazioni di sinistra o di centro-sinistra. Perché è sempre più evidente che è lì, nel cuore dell’elettorato impegnato o post-impegnato, che si muove la tentazione del non-voto o comunque del disimpegno.

Il Neo-disimpegnato di sinistra, oggi potenziale astenuto, nei decenni passati si è mobilitato per tutte le cause possibili: è stato via via operaista, ambientalista, femminista, pacifista, girotondino. Ha sfilato con la Cgil di Sergio Cofferati e con il movimento di Nanni Moretti, è stato anti-berlusconiano, prima ancora anti-craxiano e nella notte dei tempi, ormai, anti-democristiano, e ovviamente è stato comunista. Ha portato la lotta come una moda, ma in realtà è sempre stato moderato. Per una certa generazione il tempo si è fermato, forse, il giorno dei funerali di Enrico Berlinguer, nel 1984, come è successo al personaggio del romanzo di Walter Veltroni “Quando”, che entra in coma durante le esequie di massa, l’ultima manifestazione autenticamente popolare del Pci, e si risveglierà trentatré anni dopo in un mondo mutato e irriconoscibile. «Era finito il partito, non quella voglia di cambiare il mondo, vero?», domanda inquieto nel romanzo Giovanni (in una precedente opera narrativa veltroniana di undici anni fa, “La scoperta dell’alba”, il protagonista si chiamava profeticamente Giovanni Astengo). In un’altra pagina Giovanni incontra il food, «ristoranti cinesi, indiani, giapponesi, thailandesi. Cibi prodotti nel rispetto dell’ambiente e degli animali. Per il suo sistema di valori, almeno nel mangiare, il socialismo, in questi trentatré anni, sembrava davvero essersi realizzato». Almeno a tavola, dove, si sa, finiscono le rivoluzioni.

Il Neo-disimpegnato ha celebrato con riluttanza i quarant’anni del Settantasette e altrettanto si prepara a fare con i cinquant’anni del Sessantotto. Appagato di sé e del suo presente e futuro personale e professionale, come De Gregori, non ha più tempo e voglia di occuparsi del mondo che nel frattempo è sempre grande e terribile, ancor più di prima. Di fronte a questa impossibilità di capire e di provare coinvolgimento per quello che un tempo era la sfera delle passioni più forti, la politica, il Neo-disimpegnato preferisce ritirarsi nel suo lavoro, nella coltivazione di soddisfazioni minori e strettamente personali. E rifiuta di continuare a essere quello che è stato per molti anni: un punto di riferimento, una bussola di orientamento, qualcuno che aveva qualcosa da dire. Quel qualcosa oggi non c’è, non c’è più, e quel che c’è forse imbarazza dirlo: ecco perché molti intellettuali negli ultimi anni hanno scelto la strada del silenzio, dell’afasia che nasconde in alcuni casi una difficoltà di capire e il pudore di intervenire su questioni che non si comprendono più, in altri un adagiamento definitivo sulle comodità del tempo presente, le loro, sia chiaro, e sull’impossibilità di cambiarlo.

C’è poi l’astenuto di sinistra per così dire militante. Il contrario del disimpegnato o del qualunquista. Quello che non va a votare per scelta, per segnalare la sua presenza, per partecipazione viscerale, la reazione ai tormenti esistenziali cui lo stanno sottoponendo da anni i massimi leader e i piccoli capetti della sinistra italiana. E che trova nelle cronache di questi giorni e di queste settimane nuovi motivi per stare lontano dalle urne. Il balletto delle alleanze, tra il Pd e quel pezzo di partito che a febbraio è uscito guidato dall’ex segretario Pier Luigi Bersani. L’incarico di esplorare le possibilità di un’intesa assegnato a un politico serio e tenace come Piero Fassino, che però rischia di finire nella classica giungla dei veti incrociati. I due presidenti delle Camere, due figure rispettabili e stimate come Pietro Grasso e Laura Boldrini, che nel vuoto di leadership sono spinti da una dinamica inesorabile a schierarsi, e finiscono contrapposti sul piano mediatico, nella babele senza regista di assemblee e contro-assemblee. Il contrordine compagni del duo Tomaso Montanari e Anna Falcone, che disdicono l’invito per la loro manifestazione e tuonano contro i politici che hanno tradito i civici. Su tutto, l’ombra di Massimo D’Alema, così presente nell’immaginario da spingere Oliviero Toscani a proporre chissà quanto inconsciamente di mettere la parola Max nel simbolo del futuro partito. I tentennamenti di Giuliano Pisapia che reprime a fatica la voglia a sua volta di mandare tutti al diavolo. E le manovre di Matteo Renzi, che dopo una legislatura tutta giocata su una strategia di raccolta di voti centristi, moderati, post-berlusconiani, a poche settimane dal voto si riconverte alle alleanze a sinistra. Intanto, il potenziale astenuto, per rabbia o per disperazione, accumula nuove motivazioni.

C’è poi l’astenuto che rappresenta il corpo centrale della società italiana. «Un tempo si diceva che le elezioni si vincevano al centro: ora è cambiato, gli estremismi fanno il pieno di voti e il centro è diventato più piccolo, è spaventato, non va più a votare», analizza il prodiano ex ministro Giulio Santagata. Il centro della società, ovvero i lavoratori dipendenti, gli insegnanti, il pubblico impiego, i pensionati, rappresentano il blocco sociale residuo del centro-sinistra e del Pd. È lì che si combatterà la battaglia elettorale. Questo elettorato era stato inizialmente gratificato da Renzi con gli 80 euro, una misura che doveva servire a rafforzare il blocco antico e a porre le premesse per uno nuovo. Una coalizione renziana da costruire nella società prima che nella politica, su modello di quelle americane (la coalizione rooseveltiana), destinata nelle intenzioni a durare anni. Invece la magia è svanita subito, lasciando posto alla delusione. Che si è manifestata fragorosamente nelle urne un anno fa, nel voto per il referendum costituzionale del 4 dicembre. Un anno fa l’affluenza fu del 65, 4 per cento, elevatissima se paragonata a elezioni amministrative, regionali e ai referendum abrogativi. Segno che la maggioranza silenziosa degli elettori, invocata da Renzi nel 2016 alla vigilia del voto, non si è consegnata all’area del non-voto in modo definitivo, una volta per tutte. Decide semmai caso per caso. È il dato che più interessa in vista dello scontro elettorale del 2018, anche se non è scontato che l’appello a non astenersi porterà al risultato sperato.

C’è infine l’astenuto suo malgrado. Quello che vorrebbe votare, ma non può. Come succede domenica 19 novembre a Ostia, dove si è verificato quello che per poco è stato evitato un anno e mezzo fa alle elezioni comunali di Roma: un ballottaggio tra una candidata del Movimento 5 Stelle e una di Fratelli d’Italia, con il Pd che non si schiera al secondo turno e gli elettori di sinistra che restano a guardare. Non solo il giorno del voto: alla manifestazione antimafia della settimana scorsa iscritti e militanti del Pd, tra loro molti giovani, hanno deciso di sfilare contro il clan degli Spada nonostante l’indicazione contraria del partito. Hanno deciso che non si poteva restare a casa.

Perché la storia (non) siamo (più) noi, non passa più dalla sinistra. Ma che non finisce la voglia di identificarsi con le sue bandiere: «Sono rimasto “di sinistra” perché mi risulta tuttora impossibile credere che l’umanità non rassomigli alle sue parole migliori, non si adegui alla loro esemplare eloquenza, alla loro disciplina e al loro stile, che tutti gli esseri umani non diventino “libertà, fraternità, uguaglianza” al semplice suono di quelle tre parole», scrive Michele Serra in “La Sinistra e altre parole”, in uscita per Feltrinelli. Da ripetere, oggi che De Gregori non crede più a Cappuccetto Rosso. E che, di sinistra o no, siamo stati privati perfino della possibilità di cantare “Viva l’Italia”.

Venire al dunque

segnalato da Barbara G.

da possibile.com, 07/11/2017

Ci impegniamo a partecipare insieme alle prossime elezioni politiche, con una proposta che punti a cambiare la vita delle persone e restituire speranza a milioni di cittadine e cittadini che oggi non si sentono più rappresentati.

Intendiamo costruire un progetto credibile solido e autonomo, che punti a riconnettere sinistra e società, per ribaltare rapporti di forza sempre più favorevoli alla destra in tutte le sue articolazioni.

Ci rivolgiamo a tutte le esperienze del civismo, a chi lavora quotidianamente nell’associazionismo, alle forze organizzate del mondo del lavoro, ma soprattutto a tutte le donne e gli uomini trascinati in basso dalla crisi, che hanno bisogno di una politica diversa per risollevarsi; ai tanti portatori di competenze che non trovano occasione per metterla in pratica, a coloro che ce l’hanno fatta ma non si rassegnano a una condizione diversa di tanti.

La nostra sfida ha un’ambizione alta: partire da un contesto sociale disgregato e diviso e proporci, attraverso le linee del nostro programma, un chiaro indirizzo di governo, coerente, trasparente e credibile. Sta qui il senso dell’utilità per il Paese del voto che chiediamo contro ogni trasformismo e ogni alleanza innaturale.

L’avanzata di forze regressive e xenofobe in molti Paesi europei può essere arrestata non da piccole o grandi coalizioni a difesa dell’establishment e di un ordine sociale ormai insostenibile, ma solo da una grande alleanza civica e di sinistra, che ristabilisca la centralità del valore universale dell’eguaglianza.

La crescita delle diseguaglianze è oggi principale fattore di crisi dei sistemi democratici.

La lunga crisi, prodotta dai guasti del capitalismo finanziario e acuita in Europa da un processo di integrazione egemonizzato dal neoliberismo, ha enormemente accresciuto le diseguaglianze, ha svalutato il lavoro e compresso i suoi diritti, ha costretto alla chiusura di tante aziende e tante piccole e medie attività, ha condannato i giovani a una disoccupazione di massa e una precarietà endemica, ha piegato e svuotato l’istruzione, la sanità e la previdenza pubbliche, ha colpito il ceto medio e ha allargato l’area di povertà e insicurezza sociale.

Il progetto politico a cui vogliamo dar vita nasce per contrastare queste tendenze, riaffermando l’attualità e la modernità del modello sociale ed economico disegnato dalla nostra Carta Costituzionale.

Non regge più il modello di sviluppo basato su alti livelli di inquinamento, su uno spreco insostenibile di materie prime e di consumo del territorio. Vogliamo con la nostra lista essere parte integrante di quel movimento ambientalista che in tutto il mondo si batte per avviare un’ambiziosa transizione verso una ”economia circolare”, per fermare i cambiamenti climatici riconvertire ecologicamente l’economia, liberarsi dalla dipendenza dei combustibili fossili, affermare nuovi modelli di consumo, raggiungere l’obiettivo di rifiuti zero, garantire la sicurezza alimentare e gli approvvigionamenti idrici.

Vogliamo riportare il lavoro e la sua dignità al centro della società.

Il lungo ciclo della precarizzazione, contrariamente alle promesse liberiste, ha bloccato la crescita della produttività, ha compresso i salari, ha accresciuto la disoccupazione, ha dequalificato una parte importante del nostro apparato produttivo. Oggi siamo il Paese con il lavoro più precario d’Europa, e con il più alto tasso di disoccupazione giovanile.

Per questo crediamo si debba cominciare restituendo ai lavoratori i diritti sottratti, con la legge sul Jobs Act, che va cancellata, e un’età di accesso al pensionamento in linea con quella dei paesi europei. E diversa secondo il grado di gravosità dei lavori.

La più grande ingiustizia che vogliamo debellare è la condizione di precarietà e di infelicità nella quale sono costretti a vivere milioni di nostri giovani. Non c’è un grande futuro per l’Italia se non si garantisce a loro una prospettiva radicalmente diversa di vita.

Non sono più tollerabili discriminazioni salariali che violano gravemente leggi e principi costituzionali. Ci batteremo per riaffermare un fondamentale principio di giustizia sociale negato in tante parti d’Italia: allo stesso lavoro deve corrispondere la stessa contribuzione tra uomini e donne.

L’attacco all’autonomia e alla qualità della scuola e dell’università pubblica è parte dello stesso disegno di disgregazione delle condizioni di uguaglianza.

L’indebolimento dell’istruzione quale presidio dello spirito critico e fattore di mobilità sociale è stato infatti il corollario indispensabile delle ‘riforme’ volte a rendere il lavoro più precario, ricattabile e sottopagato, minandone la funzione costituzionale di fondamento della cittadinanza democratica.

Vogliamo mettere in campo una diversa idea di scuola, cominciando da un piano di rifinanziamento dell’istruzione pubblica che la porti finalmente ad avere risorse pari a quelle previste nei paesi più avanzati.

Lo stesso deve essere fatto per Universitá e ricerca, umiliate da anni di tagli insostenibili.

Bisogna ricostruire il sistema di tutela del patrimonio culturale smantellato dalle ultime riforme, puntando sulla produzione e la redistribuzione della conoscenza. Vogliamo una cultura che formi cittadini sovrani e non consumatori o clienti.

Ci battiamo per il rilancio del welfare pubblico universalistico, a partire dalla sanità, che deve essere garantita contro processi striscianti di privatizzazione e messa in condizione di rispondere alle sfide aperte dai nuovi farmaci e dalle biotecnologie, da rendere accessibili per tutti.

Vogliamo lanciare un grande piano di lavoro e investimenti pubblici, da cui far passare il rilancio del welfare e la messa in sicurezza del territorio, delle scuole, delle case. Bisogna superare la logica delle Grandi Opere, del consumo di suolo e dello Sblocca Italia: l’unica grande opera utile è la messa in sicurezza del territorio.

Senza gli investimenti pubblici l’Italia non è in grado di crescere più rapidamente e di creare occupazione stabile e di qualità.

E’ nel Sud che bisogna concentrare una quota nettamente più rilevante di investimenti pubblici e privati per fare ripartire l’Italia, conducendo una lotta senza quartiere a mafia e camorra.

L’obiettivo imprescindibile della piena occupazione dipende infatti anche dalla riattivazione di forme di intervento pubblico nell’economia, che mettano finalmente l’ambiente e il clima al centro della politica e del modello di sviluppo del Paese.

Tutto questo sarà possibile se sapremo ripristinare un sistema di reale equità e progressività fiscale (come previsto dall’articolo 53 della Costituzione), capace di spostare il prelievo dal lavoro alle rendite e ai grandi patrimoni, nonché avviare una lotta senza quartiere all’evasione di chi ha di più, a partire dalle grandi multinazionali ai paradisi fiscali: la custodia dell’ambiente diventa infatti il vero tratto distintivo di una rinnovata visione progressista.

La riaffermazione di diritti sociali primari va di pari passo con una nuova stagione di avanzamenti sul terreno dei diritti civili e di libertà che partano dallo jus soli, il testamento biologico e poi si estendano agli altri diritti .

Sentiamo il dovere imprescindibile di garantire un’accoglienza degna a chi cerca in Europa una vita migliore, sfuggendo a regimi sanguinari o alla disperazione della fame.

Il ripudio della guerra, il rilancio del multilateralismo e della cooperazione internazionale sono l’altro lato della medaglia e la bussola di un nuovo ruolo dell’Europa nel mondo globale, in un quadro ancora drammaticamente segnato da conflitti, terrorismo e grandi fenomeni migratori. Senza l’Europa i singoli stati nazionali sarebbero condannati ad una crescente irrilevanza nel nuovo scenario mondiale. L’Europa può svolgere un ruolo importante nel mondo e tornare ad essere fattore di sviluppo e benessere, solo se cambia radicalmente mettendo in soffitta odiose politiche di austerità, sorrette da una miope governance intergovernativa. Serve un’Europa pienamente in sintonia con i principi fondamentali della nostra Costituzione, più democratica, più sociale e meno condizionata dagli egoismi nazionali.

La piena affermazione a tutti i livelli della pari dignità individuale e sociale delle donne è un pilastro del nostro progetto di attuazione integrale della Costituzione repubblicana e del suo cuore pulsante, l’articolo 3.

Va combattuta senza tregua ogni forma di violenza sulle donne.

Vogliamo, in definitiva, ricostruire lo Stato, avvicinare istituzioni e cittadini, restituire i comuni alla pienezza delle proprie funzioni di primo raccordo tra i bisogni delle comunità e i doveri di chi amministra il bene pubblico. Raccogliamo il grido d’allarme dei sindaci italiani che chiedono una svolta nelle politiche verso le città. Dobbiamo garantire sicurezza a tutti senza erigere muri. Occorre ritrovare una politica più responsabile, più progettuale, più sobria nei comportamenti e onesta anche intellettualmente.

Per fare tutto questo e molto altro crediamo si debba aprire una stagione discussione e di partecipazione dal basso, a cui affidare il progetto, il percorso e la scelta delle persone.

Per questo è il momento di costruire un grande spazio pubblico, aperto, trasparente plurale e inclusivo; un luogo che non sia il terreno di contesa tra progetti ambigui e incompatibili tra loro, ma il laboratorio di una proposta davvero innovativa e coraggiosa.

Il cambiamento e l’alternativa rispetto alle politiche degli ultimi anni sono la cifra fondamentale di questo progetto, il cui obiettivo è dare sostanza ai valori di eguaglianza, inclusione, giustizia sociale.

Con questo spirito ci impegniamo a costruire una lista comune alle prossime elezioni politiche: una lista che appartenga a tutte e tutti quelli che vorranno partecipare, insieme e nessuno escluso, e che si riconoscano nelle proposte e valori del nostro programma.

Mdp, Possibile, Sinistra Italiana e Alleanza per la democrazia e l’uguaglianza

Grasso chi?

segnalato da Barbara G.

di Alessandro Gilioli – Piovono rane, 27/10/2017

Il Pd fischietta, come se non fosse successo niente: forse perché Piero Grasso non è un trascinatore di popolo o forse perché in questi casi si dice che “alla gente comune queste cose di Palazzo non interessano”.

Insomma una sorta di “Grasso chi?”, secondo la formuletta inizialmente dedicata a Fassina ma che si è via via allargata ai vari Bersani, Enrico Rossi ed Errani, e – dopo tanti altri – appunto a Piero Grasso. Senza scordare il primo sassolino della valanga, cioè Civati, già candidato che prese mezzo milione di voti alle penultime primarie del Pd. E senza scordare neppure Prodi, che al decennale del partito di cui è stato fondatore non si è fatto vedere, come un padre che non ha voglia di incontrare per strada il figlio divenuto tossico.

No, non è una questioncina di Palazzo, l’uscita dal proprio gruppo (per la prima volta nella storia repubblicana) della seconda carica dello Stato.

Non lo è né per la rilevanza del ruolo istituzionale né (soprattutto) per la storia personale e per la dirittura morale di chi ha compiuto il gesto.

E questa volta non si può addurre ad alibi la livorosità vendicativa di un D’Alema o il movimentismo eterodosso di un Civati. Questa volta siamo di fronte a un signore a cui il Pd aveva già proposto un seggio sicuro al Senato, un signore di 72 anni che ne aveva davanti altri cinque da trascorrere nelle fiorita pianura dei notabili: e che invece ha scelto la porta stretta, strettissima, di qualcosa che stia fuori da questo Pd, di qualcosa che sia diverso dal renzismo.

E, politicamente, si sta parlando di un signore che non ha mai fatto parte né di alcuna corrente del Pd (o dei partiti che lo hanno composto) né tanto meno della “sinistra radicale”, formula con cui dunque sarà sempre più difficile etichettare la cosa politica a sinistra di Renzi, se Grasso dovesse averne un ruolo significativo.

Già: la cosa a sinistra di Renzi.

In questi mesi da quelle parti si è fatto parecchio per far casino, per interrompersi a vicenda, per porsi veti, per parlare di cose sbagliate (tipo alleanze) anziché di cose giuste (tipo welfare e disuguaglianze). E si è così creato un magma di partititi, partitini, movimenti e iniziative che a volte fanno scuotere la testa di esausta stanchezza.

Ma, per fortuna, c’è Renzi.

Per fortuna ci sono Rosato, Boschi, Lotti, Richetti, Bonifazi, ladylike Moretti ed Ernesto “ciaone” Carbone. Per fortuna insomma c’è tutta la compagnia di giro che con la sua catastrofica raffica di errori e di incomprensione del presente, ogni giorno finisce per regalare personalità, storia, ragioni e motivi d’esistere a chi sta alla loro sinistra – o comunque a sinistra, ma altrove rispetto a loro.

Da “Fassina chi?” a “Grasso chi?” sono passati solo tre anni mezzo.

Eppure, sembra un’era geologica.

Si sapeva che Renzi faceva tutto veloce.

Ma così veloce nel gonfiarsi e nello scoppiare, davvero, non se lo aspettava nessuno.

Dammi il cinque

segnalato da Barbara G.

Governo Rosatellum

Legge elettorale. Senza maggioranza, ma con cinque fiducie. Gentiloni si salva al senato grazie ai dissidenti Pd che non affondano il colpo e ai senatori di Verdini (e alla fine arriva anche il soccorso di Calderoli). Napolitano attacca la riforma e la decisione di Renzi di strappare – “sul presidente del Consiglio pressioni fortissime” – ma invita a salvare l’esecutivo. In aula tanta tattica, proteste, gestacci e una rissa sfiorata

di Andrea Fabozzi – ilmanifesto.it, 26/10/2017

I numeri dicono che il governo Gentiloni non ha la fiducia del senato. Alle sei di ieri sera nell’ultima votazione sulla legge elettorale è sceso fino a 145 voti, ai quali vanno tolti i 13 dei verdiniani che non sono formalmente in maggioranza. Ma che nei nei momenti drammatici, come questo sul Rosatellum, scattano in soccorso. La sostanza è però un’altra: la riforma elettorale, la seconda in questa legislatura, è cosa fatta (oggi il via libera definitivo). «Siamo sicuri che possa reggere a lungo?» è la domanda che ha rivolto all’aula Giorgio Napolitano. La sua risposta evidentemente è no.

In una pausa dei lavori d’aula, il senatore Calderoli spiega di condividere la preoccupazione: «Anche di questa legge si occuperà la Corte costituzionale». Autore della prima riforma elettorale bocciata dalla Consulta – il celebre Porcellum – non ha smesso di detestare politicamente l’ex capo dello stato, ma è l’unico leghista seduto al suo posto quando Napolitano interviene. L’aula ha un raro momento di silenzio, il presidente emerito – 92 anni – parla da seduto: per lui una lampada speciale, un bicchiere d’acqua, fazzoletti e una lente d’ingrandimento. Il testo del discorso è scritto in caratteri molto grandi, le parole di critica sono molto forti ma controllate negli effetti. «Gentiloni è stato soggetto a forti pressioni, mi rammarico della decisione di porre la fiducia ma lo sostengo». Per il presidente che accompagnò Renzi durante tutte le forzature su Italicum e riforma costituzionale nessuna autocritica: il problema della «drastica compressione dei diritti e del ruolo dell’istituzione e dei singoli parlamentari» è una questione «delle ultime settimane». L’ex capo dello stato si preoccupa di non mettere in imbarazzo l’attuale, che presto dovrà promulgare la legge. Lo cita, eppure demolisce la persistenza nel Rosatellum della figura del capo della forza politica che «adombra un’elezione diretta del capo del governo». E giustamente corregge tante chiacchiere: «Non è mai stata affrontata di fronte alla Consulta l’obiezione di incostituzionalità sulla fiducia» per le leggi elettorali. Come dire: succederà.

Nel frattempo le fiducie scivolano via una dopo l’altra, grazie all’articolato sistema di protezione messo in piedi da Pd, Lega e Forza Italia. Per ogni votazione abbassano il numero legale una quarantina di senatori in congedo (malati) o in missione: la metà sono forzisti e leghisti che hanno l’alibi dei lavori della neonata commissione sulle banche, l’unica autorizzata a convocarsi anche durante le fiducie. In questo modo aiutano la maggioranza a tenere basso il numero legale che resta fissato a 143 senatori. Aiuta anche la decisione di sette senatori dissidenti Pd (Chiti, Manconi, Micheloni, Mucchetti, Ruta, Tocci e Turano), diventati nove nell’ultima votazione (con l’aggiunta di Longo e Giacobbe), di dissentire senza sabotare: sfilano sotto la presidenza segnalando la loro presenza in aula (e quindi contribuendo al numero legale) ma l’intenzione di non votare. Serve anche il definitivo approdo alla maggioranza di tre senatori ex Si e M5S (Stefano, Uras e Orellana). Ma più di tutti contribuisce la scelta dei verdiniani di votare sempre la fiducia: su 14 senatori di Ala 13 votano sì e uno è in congedo. Senza il gruppo Verdini e la «fazione Chiti» il numero legale sarebbe mancato ad ogni votazione. Salvo che nell’ultima – la quinta fiducia – quando è arrivato anche il soccorso di otto senatori leghisti e sei forzisti (tra i quali l’eterno Scilipoti) comandati in aula a votare no da Calderoli, messo in allarme dalla decisione di M5S, Sinistra italiana e Mdp di uscire dall’aula.

L’appoggio del gruppo di Verdini, politicamente assai rilevante, non si può dire che sia stato numericamente determinante per il numero legale. Le due votazioni più delicate per il governo sono state la terza e l’ultima. Alla terza votazione hanno partecipato 217 senatori, così divisi: 148 sì, 61 no, 8 presenti e non votanti di cui sette con Chiti e uno il presidente Grasso. Se i 13 verdiniani non avessero partecipato, e i 61 contrari, avendolo notato dopo la prima chiama, avessero deciso di non rispondere per tentare lo sgambetto, il numero legale si sarebbe fermato a 143 (135 più 8), cioè esattamente al minimo necessario. Dunque votazione comunque valida. Ma è un calcolo teorico, perché tra i 61 contrari ci sono alcuni senatori (uno di Fratelli d’Italia, una di Gal e uno del Pd) che non avrebbero partecipato alla tattica dell’uscita dall’aula. Al quinto voto di fiducia, invece, hanno partecipato 172 senatori, così divisi: 145 a favore, dieci presenti e non votanti (9 con Chiti e uno il presidente Grasso) e 17 contrari. Con i senatori di Ala fuori dall’aula avremmo avuto 132 voti a favore, ma comunque 159 partecipanti al voto (e dunque il numero legale) perché il gruppo Chiti non sarebbe uscito e tra i 17 contrari stavolta, oltre ai tre già citati, ci sono stati 8 leghisti e 6 di Forza Italia arrivati proprio per garantire il numero legale. In precedenza, sulle altre fiducie, grillini e sinistre hanno aspettato che il numero legale fosse raggiunto prima di scendere nell’emiciclo a votare no (con qualche senatore disattento inseguito e fisicamente bloccati dai colleghi che tenevano la conta).

A questa tattica i grillini hanno aggiunto un bel po’ del consueto colore, compresa una semi aggressione al segretario d’aula del Pd Russo in favore di telecamera (collegata in diretta con la piazza di Grillo). Diversi senatori a 5 Stelle, infatti, hanno votato coprendosi gli occhi con le mani, o addirittura bendati, o stracciando una copia della legge elettorale, o gridando contro Verdini; il senatore Giarrusso ha direttamente fatto il gesto dell’ombrello verso i banchi di Ala – al senatore D’Anna non è parso vero poter replicare con gli interessi. A quel punto Russo ha gridato «siate seri» ai grillini e i senatori Cioffi, Lucidi e Santangelo gli si sono avvicinati minacciosi (in mezzo i commessi). In precedenza gli ultimi due si erano limitati a gesti più composti, come ripetere cinque volte lo stesso discorso (visto che ai senatori non è stato concesso di fare le dichiarazioni di voto per ognuno dei cinque voti di fiducia) o slacciare il nodo della cravatta.
E più volte, nel corso della lunga giornata, i 5 Stelle hanno chiesto a Grasso di fare come Paratore, che nel 1953 si dimise da presidente del senato per la fiducia sulla legge truffa. Grasso ci ha tenuto sempre a replicare. «Ho studiato, Paratore si dimise dopo la fiducia e non per impedirla», ha detto una prima volta. E poi, più esplicito, «a volte è più duro restare per il senso delle istituzioni, e continuare nonostante il malessere». Parole chiare che resteranno a verbale, e solo lì.