Autore: Lame

Il Gomblotto

di George Monbiot – the Guardian – 19 luglio 2017

È il capitolo mancante: la chiave per capire la politica dell’ultimo mezzo secolo. Leggere il nuovo libro di Nancy MacLean, “Democrazia in catene: la storia profonda del piano segreto della Destra Radicale per l’America” è vedere quel che era prima invisibile.

Il lavoro della docente di storia sull’argomento cominciò per caso. Nel 2013 si imbattè per caso in una baracca vuota nel campus della George Mason University in Virginia. Era piena zeppa degli archivi non ordinati di un uomo che era morto quell’anno e il cui nome probabilmente non vi è familiare: James McGill Buchanan. Lei dice che la prima cosa che aveva raccolto era un pacco di lettere confidenziali che riguardavano milioni di dollari trasferiti all’università dal miliardario Charles Koch.

Le sue scoperte in quella casa degli orrori rivelano come Buchanan, in collaborazione con ricchi uomini d’affari e gli istituti che avevano fondato, avevano sviluppato un programma occulto per sopprimere la democrazia a nome dei molto ricchi. Quel programma sta attualmente rimodellando la politica. E non solo negli Stati Uniti.

Buchanan era stato fortemente influenzato sia dal neoliberismo di Friedrich Hayek e Ludwig von Mises, che dal suprematismo proprietario di John C. Calhoun, il quale nella prima metà del 19. secolo sosteneva che la libertà consiste nell’assoluto diritto di usare la tua proprietà (inclusi i tuoi schiavi) in qualunque modo tu desideri; ogni istituzione che interferisce con questo diritto è un agente di oppressione, che sfrutta uomini che hanno proprietà nell’interesse di masse immeritevoli.

James Buchanan mise insieme queste influenze per creare quel che chiamò Teoria della scelta pubblica. Lui sostenne che una società non poteva essere considerata libera a meno che ogni cittadino avesse avuto il diritto di veto sulle decisioni. Quel che intendeva con questo era che nessuno doveva essere tassato contro la sua volontà. Ma i ricchi invece erano sfruttati da gente che usava i loro voti per domandare denaro che altri avevano guadagnato attraverso tasse involontarie per sostenere spesa pubblica e welfare. Permettere ai lavoratori di formare sindacati e imporre tasse sul reddito progressive erano forme di “legislazione differenziale o discriminatoria contro i proprietari del capitale.

Ogni scontro tra la “libertà” (permettere ai ricchi di fare come desiderano) e la democrazia dovrebbero essere risolti in favore della libertà. Nel suo libro “I limiti della libertà” egli notava che “il dispotismo può essere la sola alternativa organizzativa alla struttura politica che osserviamo”. Dispotismo in difesa della libertà.

La sua ricetta era una “rivoluzione costituzionale”: creare restrizioni irrevocabili per limitare la scelta democratica. Sponsorizzato per tutta la vita da facoltose fondazioni, miliardari e corporations, egli sviluppò una descrizione teoretica di quel che questa rivoluzione costituzionale poteva essere e una strategia per realizzarla.

Lui spiegò come si potevano frustrare i tentativi di desegregare le scuole nel sud dell’America mettendo in piedi una rete di scuole private sponsorizzate dallo stato. Fu lui a proporre per primo la privatizzazione delle università e imporre il pieno pagamento delle tasse universitarie agli studenti: la sua proposta originale era di schiacciare l’attivismo studentesco. Considerava urgente privatizzare la sicurezza sociale e molte altre funzioni dello stato. Cercò di rompere i legami tra il popolo e il governo e di demolire la fiducia nelle istituzioni pubbliche. Il suo scopo, in breve, era di salvare il capitalismo dalla democrazia.

Nel 1980 ebbe l’occasione di mettere in pratica il suo programma. Fu invitato in Cile dove aiutò il dittatore Pinochet a scrivere una nuova costituzione che, in parte grazie ai meccanismi astuti che Buchanan propose, si è dimostrata impossibile da rovesciare in toto. Tra torutre e uccisioni lui consigliò il governo di estendere i programmi di privatizzazione, austerità, restrizioni monetarie, deregolamentazioni e la distruzione dei sindacati: un pacchetto che fu in parte la causa scatenante del collasso economico del 1982.

Niente di tutto questo disturbò l’Accademia Svedese che, attraverso il suo seguace all’università di Stoccolma Assar Lindbeck, nel 1986 assegnò a James Buchanan il Nobel alla memoria per l’economia. È una delle numerose decisioni che hanno reso tossico questo premio.

Ma il suo potere cominciò veramente a farsi sentire quando Koch, attualmente il settimo uomo più ricco degli Stati Uniti, decise che Buchanan aveva la chiave per la trasformazione che stava cercando. Koch vedeva perfino ideologi come Milton friedman e Alan Greenspan come “venduti”, perchè cercavano di migliorare l’efficienza del governo invece che distruggerlo del tutto. Ma Buchanan andò fino in fondo.

MacLean dice che Charles Koch riversò milioni nel lavoro di Buchanan alla George Mason, i cui dipartimenti giuridico ed economico assomigliano più a delle think-tanks delle multinazionali che a facoltà accademiche. Utilizò l’economista per selezionare i “quadri” rivoluzionari che avrebbero messo in atto il suo programma (Murray Rothbard, al Cato Institute che Koch aveva fondato, spinse il miliardario a studiare le tecniche di Lenin e applicarle alla causa liberista). Tra di loro cominciarono a sviluppare un programma per cambiare le regole.

I documenti che Nancy MacLean ha scoperto dimostrano che Buchanan vedeva il segreto come cruciale. Disse ai suoi collaboratori che “la segretezza cospiratoria è essenziale in ogni momento”. Invece di rivelare la loro destinazione ultima, sarebbero andati avanti per passi successivi. Per esempio, cercando di distruggere il sistema di sicurezza sociale, loro avrebbero rivendicato che lo stavano salvando, sostenendo che sarebbe fallito senza una serie di “riforme” radicali. (Lo stesso argomento è usato da coloro che attaccano l’NHS). Gradualmente avrebbero costruito una “contro-intelligentsia”, alleata ad una “vasta rete di potere politico” che sarebbe diventata il nuovo establishment.

Attraverso la rete di thinktanks che Koch e altri miliardari hanno sponsorizzato, attraverso la trasformazione che hanno operato nel Partito Repubblicano e le centinaia di milioni che hanno rovesciato nelle campagne per l’elezione di giudici e deputati, attraverso la colonizzazione massiva dell’amministrazione Trump da parte di membri di questo network e attraverso campagne efficacemente letali contro qualunque cosa dalla salute pubblica all’azione sul cambiamento climatico, sarebbe corretto dire che la visione di Buchanan sta maturando negli Stati Uniti.

Ma non solo lì. Leggere questo libro da la sensazione che si diradi la nebbia attraverso la quale io vedo la politica britannica. Il falò dei regolamenti messo a nudo dal disastro della Greenfell Tower, la distruzione dell’architettura dello stato attraverso l’austerità, le regole di bilancio, lo smantellamento dei servizi pubblici, delle tasse scolastiche e il controllo delle scuole: tutte queste misure seguono il programma di Buchanan alla lettera. Mi domando quante persone sono coscienti che il programma di scuole libere di Cameron si inscrive in una tradizione concepita per intralciare la desegregazione razziale nel sud degli Stati Uniti.

Sotto un aspetto Buchanan aveva ragione: c’è un conflitto intrinseco tra quel che lui chiamava “libertà economica” e la libertà politica. La totale libertà per i miliardari significa povertà, insicurezza, inquinamento e servizi pubblici al collasso per tutti gli altri. Siccome non voteremo mai per questo, può essere ottenuta solo attraverso la mistificazione e il controllo autoritario. La scelta che abbiamo davanti è tra capitalismo sfrenato e democrazia. Non possiamo avere entrambi.

Il programma di Buchanan è la ricetta per il capitalismo totalitario. E i suoi discepoli hanno solo cominciato ad attuarlo. Ma almeno, grazie alle scoperte di MacLean, adesso possiamo comprendere il piano. Una delle prime regole della politica è conosci il tuo nemico. Ci stiamo arrivando.

fonti: https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jul/19/despot-disguise-democracy-james-mcgill-buchanan-totalitarian-capitalism

traduzione Lame

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Governo fossile

Le industrie sporche spendono sempre più in politica per mantenerci nell’era fossile.
di George Monbiot – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Facciamo aspettare l’America di nuovo. Questa è la sostanza della politica energetica di Trump. Fermate tutti gli orologi, mettiamo la rivoluzione tecnologica in attesa, assicuriamoci che la transizione dai combustibili fossili all’energia pulita sia ritardata il più a lungo possibile.

Trump è il presidente che i luddisti delle multinazionali sognavano; l’uomo che consentirà loro di spremere ogni cent rimasto dalle loro riserve di petrolio e carbone prima che diventino senza valore. Loro hanno bisogno di lui perchè la scienza, la tecnologia e le domande della gente per un mondo sicuro e stabile li hanno lasciati a terra. Non c’è nessuna battaglia giusta che possano vincere, quindi la loro ultima speranza sta in un governo che truccherà la competizione.

A questo scopo Trump ha nominato nel suo gabinetto alcuni di questi responsabili di un crimine universale: inflitto non a particolari nazioni o gruppi, ma a tutti quanti.

Ricerche recenti suggeriscono che – se non vengono prese misure drastiche del tipo previsto dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico – la perdita di ghiaccio nell’Antartico potrebbe far salire i livelli dei mari di un metro in questo secolo e di quindici metri nei secoli seguenti. Combinate questo con lo scioglimento in Groenlandia e l’espansione termica delle acque marina e scoprirete che molte delle grandi città del mondo sono a rischio esistenziale.

Lo sconvolgimento climatico di zone agricole cruciali – in Nord e Centro America, Medio Oriente, Africa e buona parte dell’Asia – presenta una minaccia alla sicurezza che potrebbe sovrastare tutte le altre. La guerra civile in Siria, se non vengono adottate politiche risolute, ci fa intravedere il possibile futuro globale.

Questi non sono, se i rischi si materializzano, cambiamenti a cui possiamo adattarci. Queste crisi saranno più grandi della nostra capacità di rispondere ad esse. Potrebbero portare alla rapida e radicale semplificazione della società, il che significa, per dirla brutalmente, la fine della civilizzazione e di molte delle persone che sostiene. Se questo accade sarà il pi grande crimine mai commesso. E vari membri del gabinetto proposto da Trump sono tra i principali responsabili.

Nelle loro carriere, finora, hanno difeso l’industria fossile allo stesso tempo contestando le misure intese a prevenire la degradazione del clima. Hanno considerato i bisogni di pochi eccessivamente ricchi di proteggere i loro folli investimenti per alcuni anni ancora, soppesandoli contro le condizioni climatiche benigne che hanno permesso all’umanità di fiorire e hanno deciso che gli investimenti folli sono più importanti.

Nominando Rex Tillerson, amministratore delegato della società petrolifera ExxonMobil come segretario di stato, Trump non solo assicura all’economia fossile che siederà vicino al suo cuore; offre conforto ad un altro supporter: Vladimir Putin. È stato Tillerson che ha concluso l’affare da 500 miliardi di dollari tra la Exxon e la società statale russa Rosneft per sfruttare le riserve petrolifere dell’Artico. Come risultato gli è stato concesso da Putin l’Ordine Russo dell’Amicizia.
L’affare è stato stoppato dalle sanzioni che gli USA hanno imposto quando la Russia ha invaso l’Ucraina. La probabilità che queste sanzioni sopravvivano nella loro forma corrente al governo Trump è, fino all’ultimo decimale, la stessa di una palla di neve all’inferno. Se la Russia ha interferito nelle elezioni USA sarà lautamente ricompensata quando l’affare andrà avanti.

Le nomine di Trump a segretario per l’energia e agli interni sono entrambi negazionisti del cambiamento climatico, i quali – curiosa coincidenza – hanno una lunga storia di sponsorizzazioni da parte delle industrie fossili. La sua proposta per procuratore generale, il senatore Jeff Session, sembra abbia dimenticato di dichiarare nella sua lista di interessi personali che affitta terra ad una società petrolifera.

L’uomo nominato a guidare l’EPA (Environmental Protection Agency, Agenzia di Protezione dell’Ambiente, n.d.t.), Scott Pruit ha speso gran parte della sua vita lavorativa a fare campagna contro…l’Agenzia di Protezione dell’Ambiente. Come procuratore generale in Oklahoma ha aperto 14 indagini contro l’EPA, cercando tra le altre cose, di stroncare il Piano Energia Pulita, i suoi limiti al mercurio e altri metalli pesanti rilasciati dalle centrali a carbone e la sua protezione delle forniture di acqua da bere e della fauna. In tredici di queste indagini sarebbero coinvolte come parti in causa delle società che hanno finanziato la sua campagna politica o comitati affiliati a lui.

Le nomine di Trump riflettono quel che io chiamo il Paradosso dell’Inquinamento. Più una società è inquinante e più denaro deve spendere in politica per accertarsi che non vengano stabilite regole che la costringono a chiudere. I finanziamenti delle campagne quindi finiscono per essere dominati da società sporche, che si assicurano di esercitare la più grande influenza, con l’esclusione conseguente dei loro rivali più puliti. Il gabinetto di Trump è imbottito di gente che deve la propria carriera politica alla sporcizia.

Si poteva una volta sostenere, giusto o no, che i benefici umani dati dallo sviluppo delle attività estrattive di combustibili fossili potevano superare i danni. Ma la combinazione di una scienza climatica più sofisticata, che ora presenta i rischi in termini crudi e il costo in caduta delle tecnologie pulite rende questo argomento altrettanto obsoleto di una centrale a carbone.

Mentre gli USA si rintanano nel passato, la Cina sta investendo massicciamente in energie rinnovabili, auto elettriche e nuove tecnologie per le batterie. Il governo cinese sostiene che questa nuova rivoluzione industriale genererà 13 milioni di posti di lavoro. Questo, in contrasto con la promessa di Trump di creare milioni di posti di lavoro attraverso la rianimazione del carbone, ha almeno una chance di materializzarsi. Non si tratta solo del fatto che tornare ad una vecchia tecnologia quando ne sono disponibili di migliori è difficile; è anche che l’estrazione del carbone è stata automatizzata fino al punto che ora offre pochi posti di lavoro. Il tentativo di Trump di far rivivere l’era fossile non servirà a nessun altro che ai baroni del carbone.

Comprensibilmente i commentatori hanno cercato lampi di luce nella posizione di Trump. Ma non ce ne sono. Non potrebbe averlo detto più chiaramente, attraverso le sue dichiarazioni pubbliche, la piattaforma Repubblicana e le sue nomine, che intende chiudere i fondi nella maggior misura possibile sia per la scienza climatica che per l’energia pulita, stracciare l’accordo di Parigi, mantenere i sussidi ai combustibili fossili e annullare le leggi che proteggono le persone e il resto del mondo vivente dall’impatto dell’energia sporca.

La sua candidatura è stata rappresentata come una ribellione che sfida il potere costituito. Ma la sua posizione sul cambiamento climatico rivela quel che avrebbe dovuto essere ovvio fin dall’inizio: lui e il suo team rappresentano il potere in carica e combattono le tecnologie ribelli e le sfide politiche a un modello di business moribondo. Essi tratterranno la marea di cambiamento per quanto a lungo potranno. E poi la diga esploderà.

fonte: http://www.monbiot.com/2017/01/20/the-pollution-paradox/

(trad. Lame)

Il nuovo che avanza (speriamo che non sia un’Alba Dorata)

di Yanis Varoufakis- 11 novembre 2016 – The Conversation

L’elezione di Donald Trump simbolizza la fine di una straordinaria era. È stato un tempo in cui abbiamo visto il curioso spettacolo di una superpotenza, gli USA, che diventavano più forti grazie a – piuttosto che nonostante – il suo proliferante deficit. È stato straordinario anche a causa dell’improvviso afflusso di due miliardi di lavoratori – da Cina ed Europa Orientale – nella catena di distribuzione internazionale del capitalismo. Questa combinazione ha dato al capitalismo globale uno storico slancio, mentre al contempo sopprimeva le quote di reddito e prospettive del lavoro in Occidente.

Il successo di Trump arriva nel momento in cui questa dinamica si esaurisce. La sua presidenza rappresenta una sconfitta per i democratici liberal dappertutto, ma contiene importanti lezioni – e altrettanza speranza – per i progressisti.

Dalla metà degli anni ’70 fino al 2008, l’economia USA ha mantenuto il capitalismo globale in un equilibrio instabile, ma finemente bilanciato. Ha risucchiato nel suo territorio le esportazioni nette di economie come quelle di Germania, Giappone e più tardi Cina, fornendo alle fabbriche più efficienti del mondo la domanda necessaria. Come è stato pagato questo crescente deficit commerciale? Con il ritorno a Wall Street di circa il 70 per cento dei profitti fatti dalle multinazionali straniere, che venivano investiti nei mercati finanziari americani.

Per far funzionare questo meccanismo di riciclaggio, Wall Street doveva essere liberate da tutti i vincoli; rimasugli del New Deal del presidente Roosevelt e l’accordo post guerra di Bretton Woods che cercava di regolare i mercati finanziari. Questo è il motivo per cui i funzionari di Washington erano così desiderosi di deregolare la finanza: Wall Street procurava il canale attraverso cui crescenti influssi di capitale dal resto del mondo equilibravano i deficit USA i quali, a loro volta, fornivano al resto del mondo la domanda aggregata che stabilizzava il processo di globalizzazione. E così via.

Il risultato

Tragicamente, ma anche molto prevedibilmente, Wall Street ha proceduto a costruire impenetrabili piramidi di denaro privato (altrimenti note come derivati strutturati) sopra ai flussi di capitale in entrata. Quel che è accaduto nel 2008 è qualcosa che i bambini piccoli che hanno cercato di costruire un castello di sabbia infinitamente alto sanno bene: le piramidi di Wall Street sono collassate sotto il loro stesso peso.

È stato il “momento 1929” della nostra generazione. Le banche centrali, guidate dal capo della Fed Ben Bernanke, uno studioso della Grande Depressione degli anni ’30, si sono precipitate per prevenire una ripetizione degli anni ’30 rimpiazzando il denaro privato evaporato con credito pubblico facile. La loro mossa ha evitato una seconda Grande Depressione (eccetto per i punti più deboli come la Grecia e il Portogallo) ma non non hanno avuto la capacità di risolvere la crisi. Le banche sono state rimesse a galla e il deficit commerciale USA è ritornato ai suoi livello pre-2008. Ma la capacità dell’economia americana di equilibrare il capitalismo mondiale era scomparsa.

Il risultato è la Grande Deflazione Occidentale, segnata da tassi di interesse ultra bassi o negativi, prezzi in caduta e lavoro svalutato dappertutto. Come percentuale del reddito globale, i risparmi totali del pianeta sono ad un livello record mentre gli investimenti aggregati sono al livello più basso.

Mentre si accumulano così tanti risparmi inutilizzati, il prezzo del denaro (cioè il tasso di interesse) e in effetti di ogni cosa, tendono a cadere. Questo sopprime gli investimenti e il mondo finisce in un equilibrio di di bassi investimenti, bassa domanda, bassi ritorni. Proprio come nei primi anni ’30, questo ambiente produce xenofobia, populismi razzisti e forze centrifughe che stanno facendo a pezzi istituzioni che erano la gioia e l’orgoglio dell’Establishment Globale. Date un’occhiata all’Unione Europea o al TTIP.

Pessimo affare

Prima del 2008 i lavoratori negli USA, in Gran Bretagna e nella periferia d’Europa erano placati con la promessa dei “guadagni da capitale” e del credito facile. Le loro case, gli era stato detto, potevano solo incrementare il loro valore, sostituendo la crescita della retribuzione. Contemporaneamente il loro consumismo poteva essere finanziato attraverso secondi mutui, carte di credito e il resto. Il prezzo era il loro consenso ad un graduale arretramento del processo democratico e la sua sostituzione con una “tecnocrazia” intenta a servire fedelmente, e senza scrupoli, l’interesse dell’1%. Ora, otto anni dopo il 2008, queste persone sono arrabbiate e lo sono sempre più.

Il trionfo di Trump completa la ferita mortale che questa era ha sofferto nel 2008. Ma la nuova era che la presidenza Trump inaugura, prefigurata dalla Brexit, non è per niente nuova. È, in effetti, una variante post-moderna degli anni ’30, completa di deflazione, xenofobia e politiche di divide et impera. La vittoria di trump non è isolata. Rafforzerà indubbiamente le politiche tossiche scatenate dalla Brexit, l’evidente fanatismo di Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen in Francia, la crescita di Alternative für Deutschland, le “democrazie illiberali” emergenti nell’Europa dell’Est, Alba Dorata in Grecia.

Fortunatamente Trump non è Hitler e la storia non ripete mai se stessa fedelmente. Grazie al cielo il grande business non sta finanziando Trump e i suoi amichetti europei allo stesso modo in cui aveva finanziato Hitler e Mussolini. Ma Trump e le sue controparti europee sono riflessi di una emergente Internazionale Nazionalista che il mondo non ha visto più dagli anni ’30.

Esattamente come negli anni ’30, così anche ora un periodo di “crescita Ponzi” alimentata dal debito, progetti monetari difettosi e la finanziarizzazione hanno portato a crisi bancarie che hanno generato forze deflazionarie le quali hanno creato un mix di nazionalismo razzista e di populismo. Esattamente come nei primi anni ’30, così anche ora un establishment incompetente punta i fucili contro i progressisti come Bernie Sanders e il nostro primo governo Syriza del 2015, ma finisce messo sottosopra da bellicosi razzisti nazionalisti.

Risposta globale

Lo spettro di questa Internazionale Nazionalista può essere assorbito o sconfitto dall’Establishment Globale? Ci vuole un bel po’ di fede per pensare che possa farlo, visto lo stato di profonda negazione e persistente mancanza di coordinazione dell’Establishment. C’è un’alternativa? Io penso di sì: una Internazionale Progressista che resista alla narrativa dell’isolazionismo e promuova un internazionalismo umanista inclusivo al posto della difesa fatta dall’Establishment neoliberista dei diritti del capitale di globalizzare.

In Europa questo movimento esiste già. Fondato a Berlino lo scorso febbraio, il Movimento per la Democrazia in Europa (DiEM25) sta tentando di ottenere ciò che una precedente generazione di europei non è riuscita a fare negli anni ’30. Vogliamo rivolgerci ai democratici attraverso i confini e le linee di partito chiedendo loro di unirci per mantenere i confini e i cuori aperti mentre pianifichiamo politiche economiche sensate che consentano all’Occidente di imbracciare di nuovo la nozione di prosperità condivisa, senza la “crescita” distruttiva del passato.

Ma l’Europa chiaramente non è abbastanza. DiEM25 incoraggia i progressisti negli USA, che hanno sostenuto Bernie Sanders e Jill Stein, in Canada e in America Latina ad unire le forze in un Movimento per la Democrazia nelle Americhe. Stiamo anche cercando progressisti nel Medio Oriente, specialmente coloro che stanno spargendo il loro sangue contro l’ISIS, contro la tirannia e contro i regimi fantoccio dell’Occidente, per costruire un Movimento per la Democrazia nel Medio Oriente.

Il trionfo di Trump arriva con dei risvolti positivi. Dimostra che siamo ad un bivio in cui il cambiamento è inevitabile, non solo possibile. Ma per assicurare che non sia il tipo di cambiamento che l’umanità ha sofferto negli anni ’30, abbiamo bisogno di movimenti che saltino fuori e forgino una Internazionale Progressista per spingere passione e ragione di nuovo al servizio dell’umanismo.

fonte: https://theconversation.com/trump-victory-comes-with-a-silver-lining-for-the-worlds-progressives-68523

traduttore Lame

Tempeste, inondazioni, uragani…siccità

Una ricerca di Munich Re, la più grande assicurazione al mondo, rivela un drastico incremento di piene improvvise e afferma che l’aumento è in linea col cambiamento climatico.
di Arthur Neslen da Bruxelles – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Cars swept into a pile by torrential rain in Genoa, Italy Saturday.

Conseguenze di una pioggia torrenziale a Genova. Foto Antonio Calanni/AP

Il numero di alluvioni devastanti che scatenano i rimborsi assicurativi è più che raddoppiato in Europe dal 1980, secondo una nuova ricerca della Munich Re, la più grande società mondiale di riassicurazione.

I dati più recenti della società mostrano che ci sono state trenta alluvioni che hanno richiesto rimborsi assicurativi in Europa lo scorso anno – contro i dodici del 1980 – e il trend è in accelerazione in quanto l’aumento delle temperature fanno aumentare i livelli di umidità dell’atmosfera.

Globalmente il 2016 ha visto 384 alluvioni devastanti, comparate con 58 nel 1980, benché il maggiore incremento proporzionale probabilmente rifletta protezioni contro le alluvioni di scadente qualità e standard costruttivi più bassi nel mondo in via di sviluppo.

Ernst Rauch, il capo del centro climatico societario di Munich Re, afferma: “Alluvioni assieme a tempeste di vento sono i due tipi di rischio dove noi abbiamo il maggior incremento di frequenza a livello mondiale. In Europa abbiamo visto un aumento drastico di alluvioni collegate a forti tempeste con tuoni e lampi. La frequenza delle onde di piena improvvise è aumentata molto più delle piene dei fiumi dal 1980”.

Anche l’intensità delle tempeste è aumentata in Europa e fuori, aggiunge.

Solo nell’ultimo mese, diciotto persone sono state uccise da precipitazioni di pioggia inusualmente intense in Thailandia, mentre i consulenti del governo britannico hanno avvertito che alluvioni del tipo che hanno devastato ampie parti del Regno Unito lo scorso inverno stanno diventando la norma.

La Munich Re mette in guardia che il trend è non lineare e segue un modello che sarà significativamente determinato dalle emissioni di gas serra provocate dall’uomo. “Sfortunatamente questo è in linea con il cambiamento climatico” dice Rauch. “È sorprendente quanto strettamente questi sviluppi si accordino con i risultati dei modelli climatici”.

I dati della Munich Re dicono che otto su dieci delle catastrofi naturali più letali in Europa dal 1980 hanno avuto luogo nei passati 13 anni. E uno dei due rimanenti non era di tipo climatico.

Fenomeni come i terremoti sono inclusi nei dati della società, ma più del 90 per cento delle catastrofi naturali registrate dal 1980 sono legate al clima.

Ancor più preoccupante è che il tasso di eventi atmosferici estremi sembra essere in aumento nel mondo, con 750 catstrofi naturali lo scorso anno, comparato con una media annua di 590 nell’ultimo decennio. Il dato medio dei 30 anni era di 470 disastri per anno.

Dagli anni ’50, le precipitazioni annuali sono aumentate nell’Europa del nord e sono diminuite nel Mediterraneo, un trend che gli scienziati climatici dell’Onu si aspettano che aumenti.

Il quinto rapporto della Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico prevede inoltre con “alta probabilità che l’Europa settentrionale vedrà una crescita di pioggie estreme nei decenni a venire.

“Abbiamo chiare prove che le piogge estreme stanno aumentando da qualunque parte le si guardi” dice Peter Stott, capo del monitoraggio climatico del Servizio Metereologico britannico. “Questo è semplicemente il risultato di come lavora la fisica dell’atmosfera”

Per ogni grado di riscaldamento globale l’atmosfera può trattenere circa il 6 per cento in più di umidità, incrementando l’energia che si rende disponibile per nutrire le tempeste, dice Stott.

Anche la circolazione del sistema atmosferico ne risente, con aria più calda che è cresciuta nei tropici e poi scende a latitudini più a nord. Per l’Europa settentrionale il risultato è inverni più bagnati. Nel sud, il Mediterraneo affronta potenzialmente condizioni aride, simili a quelle del Nord Africa.

“L’aumento delle precipitazioni che superano ogni record può essere spiegato solo da temperature in aumento causate dal cambiamento climatico” dice Fred Hattermann, ingegnere idrogeologico ed esperto sugli impatti regionali del clima al Potsdam Institute for Climate Impact Research.

Peter Höppe, il capo dell’unità di ricerca sui geo-rischi di Munich Re, dice che c’erano “molte indicazioni” che l’incidenza di tempeste e sistemi atmosferici persistenti stava aumentando a causa del cambiamento climatico.

Malgrado questo, la ricerca di Hattermann ha trovato che l’umidità del suolo in Germania – una zona di confine climatica – è diminuita fino a 25 litri per metro quadro nei passati 50 anni, a causa di un’altra conseguenza del riscaldamento globale: estati più secche. “Nell’Europa centrale la vegetazione sta cambiando” dice. “Le piante cominciano a crescere e fiorire molto prima nell’anno. Cominciano a succhiare acqua e a traspirarla”.

Scienziati della UE ritengono che almeno mezzo milione di europei subiranno le conseguenze delle alluvioni ogni anno nel 2050, in uno scenario massimo del riscaldamento globale che è spaventosamente vicino ai trend correnti. Nel 2080 quasi un milione di europei potrebbero subire le conseguenze delle alluvioni ogni anno se questa proiezione si realizza.

Lo scorso anno la Munich Re aveva stimato una perdita di 175 miliardi di dollari come risultato di disastri naturali, tra questi 50 miliardi erano coperti da polizze assicurative.

https://www.theguardian.com/environment/2017/jan/19/flood-disasters-more-than-double-across-europe-in-35-years

(trad. Lame)

Tierra y libertad

 
Viviamo un tempo in cui la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, che è meglio chiamare tecnoscienza, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni nascono e servono ad aumentare i profitti delle grandi imprese, a devastare la natura, ad accrescere lo sfruttamento di quelli che stanno sotto e a controllarci tutti con metodi sempre più sofisticati e con forme sempre nuove di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto passivamente e in nome del “progresso”. Il predominio delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi è radicato in una concezione frammentaria e gerarchica di una scienza che disprezza la complessità, la precauzione e tutti i saperi che non siano quelli dominanti. Così, si alimenta l’illusione che la crisi climatica e quella alimentare, le malattie e i problemi di “sicurezza” si possano risolvere solo nei laboratori e con più tecnologia. Il grande incontro promosso in questi giorni dagli zapatisti in Chiapas ricorda invece che l’origine della parola coscienza significa conoscenza condivisa. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza messa in comune che deriva dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva

di Silvia Ribeiro

A San Cristóbal de Las Casas, Chiapas si sta svolgendo l’incontro intitolato “Le/gli Zapatiste/i e le CoScienze per l’Umanità”, una nuova sfida alle leggi di gravità, una di quelle che caratterizzano le comunità zapatiste. Sebbene conoscano molto bene la gravità, nell’appello per la convocazione dell’ incontro, dove ci chiamano a costruire “Una casa, altri mondi”, i promotori ci ricordano che “il mostro ci spia da tutti gli angoli, dai campi e dalle strade” e, malgrado ciò – o meglio, proprio per questo -, ci invitano a questa costruzione-decostruzione, un altro modo ancora per condividere le resistenze.

E’ una sfida terribilmente opportuna, che avviene mentre la “tecno-scienza”, la scienza sottomessa agli interessi dei potenti, avanza con passi da gigante. Tutte le sue invenzioni riguardano i mezzi per aumentare i profitti delle grandi imprese, per rendere ancora più profonda la devastazione della natura e lo sfruttamento dei/delle los/las de abajo e, naturalmente, per controllarci tutti. Per controllarci con metodi sempre più sofisticati di sorveglianza, di controllo e repressione, e perfino con nuove forme di pseudo-comunicazione capaci di farci accettare tutto questo passivamente e addirittura di pensare che questo sia “progresso”.

Nella sua origine, la parola coscienza significa appunto “conoscenza condivisa”. Non un particolare tipo o una forma di conoscenza che prevale sulle altre, bensì una conoscenza condivisa, derivante dall’osservazione, dalla sperimentazione e dalla comprensione collettiva.

In quanto forma di approccio aperto che deriva dalla curiosità, dalla necessità, dalla riflessione, dalla sperimentazione e dall’accumulazione collettiva (e dal libero flusso di conoscenza che serve al bene comune, che cerca la revisione critica della società), la scienza è minacciata dal sistema dominante quanto le diverse forme di conoscenza e i saperi dei popoli che non si adattano alla definizione di “scienza” che serve al capitale.

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Zapatisti nei campi. Foto tratta da http://www.tierraylibertad.org

Per questo, molti di coloro che vengono chiamati scienziati critici, scienziati impegnati con la società, scienziati cittadini, affermano che no, che quella non è scienza bensì tecno-scienza: processi chiusi per creare tecnologie che servano alle imprese o alle istituzioni che li finanziano. Si tratta di processi che accettano e promuovono la brevettazione e altre forme di proprietà intellettuale della conoscenza e dell’informazione – comprese quella genetica e quella digitale -, che sono sempre forme di privatizzazione della conoscenza collettiva, sebbene qualcuno rivendichi che si tratta del “suo” lavoro o della “sua” ricerca. Qualsiasi invenzione, infatti, non è altro che un piccolo pezzo di una lunga accumulazione collettiva di conoscenza ed esperienza, per questo privatizzarla in un qualche modo è sempre un furto.

Nel suo atto costitutivo, la Unión de Científicos Comprometidos con la Sociedad y la Naturaleza en América Latina (UCCSNAL) [Unione degli Scienziati Impegnati per la Società e per la Natura], dichiara: “In tutti gli ambiti delle attività umane, viviamo una crisi di civiltà globale senza precedenti alla quale ci hanno condotto il capitalismo e i modelli simili ad esso che dividono l’uomo dalla natura. Le loro principali manifestazioni sono un’iniquità socio-economica che non smette di approfondirsi, il crescente esercizio del potere mediante la violenza, l’asservimento della diversità biologica e culturale e un’infinità di squilibri ambientali. In América Latina, l’espansione dell’estrattivismo e dell’agrobusiness hanno nutrito questa crisi sottomettendo i nostri territori e i loro abitanti a un’ incessante spoliazione ed estinzione.

Alle soluzioni scientifico-tecnologiche il discorso dominante assegna un ruolo sempre più preponderante nella risoluzione della crisi, allontanando così la discussione etico-politica di fondo.

La generazione e l’uso della conoscenza scientifico-tecnologica sono sempre più impegnate nel dar risposta alle richieste delle multinazionali che danno impulso al modello che ci ha portati a questa crisi e sempre meno al servizio dei popoli. La crescente tendenza verso la privatizzazione della conoscenza, a discapito del suo utilizzo pubblico, va di pari passo con una scienza sempre più funzionale agli interessi del corporativismo capitalista (o del grande capitale). Una tendenza che si riflette nello stimolo alla brevettazione della conoscenza a livello accademico e nella crescente tendenza alla privatizzazione di enti pubblici di ricerca e di istruzione superiore”.

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Il primo giorno dell’incontro L@s Zapatistas y las ConCiencias por la Humanidad foto: Koman Ilel

Non si tratta, però, solamente del pubblico e del privato. Il predominio e l’avanzamento delle “soluzioni” tecnologiche alla crisi che viviamo, è radicato in una concezione frammentaria, gerarchica e verticale della scienza (automaticamente tradotta come progresso) che disprezza la complessità, la precauzione, lo sguardo olistico e inclusivo e qualsiasi altra forma di conoscenze e saperi che non siano quelli dominanti.

Questa tecno-scienza che riduce la realtà, elimina dal suo campo di analisi le conseguenze negative che produce – impatti ambientali, conseguenze sulla salute, disoccupazione, delocalizzazione, distruzione culturale – se non sono immediatamente visibili. E anche quando lo sono, si cerca di occultarle attraverso un dispositivo della propaganda che stabilisce che i benefici sono sempre certi mentre gli impatti sono sempre discutibili.
Queste proposte tecno-scientifiche sono una parte centrale del sistema capitalista, e non solamente per quelli che se ne sono appropriati, ma anche per la loro stessa forma e per le caratteristiche. Servono ai padroni del potere perché così non si devono verificare le cause della crisi, così non è necessario cambiare nulla, presumibilmente ci sarà sempre in futuro una soluzione tecnologica per uscire dal problema, che rappresenta per di più una nuova fonte di affari.
Con questa mentalità, la crisi climatica si risolve con più tecnologia, compresa la geo-ingegneria (la manipolazione tecnologica del clima globale per raffreddarlo o per rimuovere l’eccesso di CO2), la crisi alimentare si risolve con gli Ogm, le malattie con l’alta tecnologia, la scarsità di risorse con la nanotecnologia, la “sicurezza” con sistemi di sorveglianza sempre più sofisticati che vengono sviluppati in ambiti militari, ma il cui utilizzo più diffuso è contro la popolazione in generale.
Per tutte queste ragioni non è necessario cambiare nulla delle strutture attuali. Si alimenta la falsa illusione secondo la quale il sistema industriale di produzione e consumo è percorribile adesso e in futuro, anche se ne trae beneficio solamente una minima percentuale della popolazione mondiale, mentre distrugge la natura e le basi di sussistenza della maggioranza.
Malgrado ciò, questa matrice tecno-scientifica è quanto i governi, compresi quelli progressisti, considerano progresso.
[Una matrice] Che nega anche l’enorme e complessa diversità degli altri saperi e delle conoscenze contadine, indigene, e delle comunità urbane e rurali, le vere soluzioni alla crisi che viviamo.
Per tutto questo è imprescindibile mettere profondamente in discussione, non solamente la proprietà o le singole caratteristiche delle tecnologie, bensì la matrice tecno-scientifica dominante in quanto tale, oltre ai suoi impatti su tutte e su tutti, sulla natura e sulle generazioni presenti e future.

fonte: http://comune-info.net/2016/12/coscienze-critiche/

originale: https://desinformemonos.org/la-culpa-es-de-la-flor-ezln-ante-cientificos-del-mundo/

Traduzione per Comune-info di Daniela Cavallo

Che il 2017 vi sia dolce e buono. Lame

Immagina. Cammina. Puoi.

Una risposta a Ciarli.

di Lame

Il virtuale è da sempre motore fondamentale della realtà, pensa alle idee, ai valori, alla memoria, agli affetti, alle arti, ai diritti, al linguaggio stesso…

C’è uno scarto linguistico che ci affligge quando parliamo di virtuale. Uno scarto che produce un grande inganno. In tutti i discorsi correnti quando si dice virtuale si intende in realtà un’altra cosa. Si dice virtuale, ma si intende digitale. Semplicemente viaggiante su supporti materiali diversi da quelli tradizionali. Quindi la posta virtuale, ad esempio, è semplicemente una forma di comunicazione che ha cambiato i propri supporti materiali, ma è materialissima nella sua pesantezza: per scrivere una email ho bisogno di un apparecchio senz’altro molto più pesante della carta e anche di una rete di server che possiamo facilmente comparare – in termini di pesantezza – alla rete di persone, mezzi e strutture della posta fatta dai postini. E la comunicazione cosiddetta virtuale è solo una forma di comunicazione che avviene senza avere bisogno di carta su cui scrivere o di suoni che siano trasmessi, ma che ha bisogno della stessa rete di server e di persone che li gestiscono di cui dicevo.
È in questo spostamento di senso che sta tutta la nostra diatriba (mia e di Ciarli), ma anche e soprattutto la grande illusione ottica di cui siamo tutti – chi più chi meno – vittime.
Ci hanno detto che si chiama virtuale e noi ci abbiamo creduto. La parola “virtuale” inconsciamente richiama alla nostra mente il suo significato originario: virtuale è qualcosa che (ancora) non esiste, che è solo in potenza, è solo nella nostra mente. Per questo istintivamente attribuiamo al cosiddetto virtuale capacità immaginative.
Ma facciamo un esperimento: sostituiamo nelle frasi la parola “virtuale” con la parola “digitale”. Immediatamente nelle nostre associazioni mentali inconsce tutto lo scintillio suscitato sempre dalla potenza delle idee, dalla capacità creativa sparisce. E rimane una vaga impressione di freddo, di inanimato.
La diatriba con Ciarli per me potrebbe finire qui.
Ma sospetto ci sia un altro effetto, perverso, del virtuale/digitale.
Chiamarlo semplicemente virtuale produce l’inconscia sensazione di un potere immaginifico. Quella capacità di “creazione” della realtà, delle idee, dei valori e via dicendo che è caratteristica (e secondo me scopo, dal punto di vista evolutivo) dell’immaginazione.
Immaginare è un’attività estremamente gratificante per il cervello. Dal punto di vista biochimico. Il cervello letteralmente gode quando immagina.
Qui il trucco si fa pesante.
Se scrivere un’email o postare su FB (estremizzo, c.v.s.d.) ci suscita la sensazione anche fisica di aver “immaginato”, “creato” qualcosa, il nostro cervello avrà ricevuto la sua dose quotidiana. Avrà avuto quello schizzo del cocktail divino della creazione che lo soddisfa. Quindi sarà meno avido e impiegherà meno energia nel produrre idee, “immaginazione”.
Lentamente, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, qualunque cosa scritta su FB sarà sufficiente a placarci. Indipendentemente da quello che abbiamo prodotto.
Lentamente, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, la nostra capacità di immaginare viene degradata in un simulacro di immaginazione dove non importa se ci sia un’idea nuova o la semplice ripetizione di quel che abbiamo sentito in giro. Basta che sia andata per via “virtuale” e noi siamo contenti.
So che mi accuserete di crociata anti-qualunque-cosa, ma fate una prova.
Passate una giornata intera su un social qualsiasi. Poi passate il giorno seguente a guardare il mare (o le montagne, non fa differenza). E infine provate ad osservare quali immagini passano per il vostro cervello alla fine di ognuna delle due giornate.
Il mio esperimento mi dice che quando passo non dico una giornata, ma appena alcune ore su un qualunque schermo mi sento svuotata. Cervello spento. Al contrario mi basta camminare all’aperto un paio d’ore per sentire le scintille che si accendono in testa.
L’idea che mi sono fatta è che l’immaginazione (quella che produce idee, valori etc) abbia bisogno di incorporazione. Sensazioni fisiche provocate da aria, luce, vento, ma anche e soprattutto da altri corpi. E che si accenda al meglio nell’incontro/scontro tra i corpi. Non importa se quei corpi discutono di essenza dell’io o dell’ultima partita della Juve: sono corpi che si connettono e si accendono. L’immaginazione ha bisogno di connessione umana e sociale. E di conseguenza tutto il tempo che passiamo sul digitale è tempo rubato alla possibilità di immaginare.
La domanda che mi resta è: questo trucco del virtuale che è digitale è solo una strana casualità? O qualcuno l’ha pensato per bene?

#oraesiemprecomplottista

P.s. Credete forse che questo blog sarebbe sopravvissuto così a lungo, incredibilmente, se non ci fossimo annusati di persona? Se quasi ognuno di noi non sapesse che facce ci sono dietro i nick?

Utili idioti

Airbnb, il sito di affitti tra privati che vale oggi 30 miliardi di dollari si prepara ad un anno critico in cui le autorità municipali danno una stretta.

Sostenitori di Airbnb a New York durante una manifestazione lo scorso anno contro le modifiche ai regolamenti comunali. Foto: Shannon Stapleton/Reuters

di Shane Hickey e Franki Cookney – 29 ottobre 2016 – the Guardian

traduzione Lame

Nella stanza sul retro di un pub a Kentish Town, un gruppo di londinesi della classe media sono appollaiati su sgabelli ricoperti di velluto, mangiando hummus e parlando delle loro proprietà. Sul muro, sopra una pila di fusti vuoti della birra, è in corso una presentazione di slide. Un video del recente annuncio pubblicitario di Airbnb mostra padroni di casa sorridenti che aprono le porte d’entrata di casa e dichiarano il proprio sostegno alla campagna post Brexit di Sadiq Khan “Londra è aperta”

Il pubblico di anfitrioni di Airbnb è lì dopo aver ricevuto inviti individuali dalla società per una riunione di “condivisori di casa” – un concetto poco familiare al gruppo che è leggermente perplesso. Jonathan, un entusiastico dipendente californiano di Airbnb, che è stato recentemente distaccato a Londra per creare i club, è felice di spiegare: “I club di condivisori di casa sono semplicemente un modo di organizzare il tutto in qualcosa…che ha una voce unica…che poi effettivamente agisce come un collettivo” dice, con una fumosa risposta.

Più semplicemente, i club di condivisori di casa sono gruppi di propaganda composti da anfitrioni di Airbnb – gruppi di lobbying informali e flessibili che sostengono la strategia della società presso i politici. I club sono parte di quel che sta rapidamente diventando una controffensiva concertata da parte di Airbnb, il sito fondato nel 2008 quando tre amici di scuola avevano cominciato ad affittare materassi ad aria nel loro appartamento di San Francisco per fare soldi e sono diventati uno dei più grandi marchi di viaggi online nel mondo.

Ma la sua fenomenale crescita si sta dimostrando il suo più grande ostacolo. Le autorità nelle città intorno per il mondo hanno paura dell’impatto che sta avendo sulle loro comunità e stanno ora cercando di arrestare questa sfrenata espansione.

L’ultimo di una serie di tentativi nel mondo per arginare la sua crescita è venuto all’inizio di questo mese quando il governatore di New York Andrew Cuomo ha firmato una legge che multa gli inquilini o i padroni di casa che affittano appartamenti vuoti per meno di 30 giorni.

Contemporaneamente a Dublino, ai proprietari di un appartamento è stato recentemente proibito di usarlo per affitti Airbnb senza permesso delle autorità comunali, sollevando la prospettiva di azioni simili da altre parti.

A Berlino chi affitta più di metà del proprio apaprtamento per affitti abreve termine senza avere il permesso del comune ora rischia una multa di 100mila euro. E a Londra l’anno scorso è stata introdotta una regola dei 90 giorni secondo cui nessuna proprietà può essere affitata su Airbnb, o servizi simili, per più di tre mesi all’anno senza il permesso comunale.

Quinci come sta rispondendo Airbnb? A New York la società ha depositato un ricorso alla corte federale. Ma ad un livello più ampio la società sta sostenendo sforzi per prevenire all’origine questi tipi di azioni. E il miglior modo per frlo, pensa Airbnb, è di far insorgere i suoi milioni di anfitrioni al suo posto.

Lo scorso anno la società ha annunciato piani per il 2016 per creare club di condivisori di casa in 100 città nel mondo. Lo scopo, ha detto, era formare “un potente blocco di sostegno politico fatto direttamente dalle persone”

Il grosso dei club sono in Nord America, con un paio di Australia, sudAmerica e Asia, e un numro crescente in Europa. In Gran Bretagna, comunque, il numero dei club è irrisorio, nonostante ci siano più di 40mila case su Airbnb. La società sta concentrando i suoi sforzi per costruire questa base nel Regno Unito. Gli incontri, come quello della Abbey Tavern in Kentish Town, stanno avvenendo in tutta Londra mentre Airbnb cerca di costruire una campagna dal basso per combattere la minaccia di una maggiore regolazione e pratiche più restrittive.

Agli anfitrioni dell’incontro di Kentish Town viene detto che, all’inizio di quest’anno a Berlino, Airbnb ha fallito, dopo la decisione del consiglio comunale sugli affitti a breve termine – suggerendo così che la società non vuole che questo accada di nuovo da qualche altra parte. Come conseguenza di quella rgolamentazione è stato creato il Club di Condivisori di Casa di Berlino che hanno cominciato a fare lobbying per cercare di cambiare quel che vedevano come una decisione ingiusta. A Londra la regola dei 90 giorni potrebbe non essere pesante se comparata con alt5re città, ma ci sono crescenti richieste per ulteriore regolamentazione.

Jonathan, il dipendente di Airbnb, si tiene alla larga dal dire al gruppo che dovrebbero premere per dei cambiamenti. “Da un lato vorrebbe Airbnb vedere gruppi di Condivisori di casa dappertutto in Europa? Assolutamente” dice. “Condividerebbe i loro interessi?” Assolutamente. Ma che i club decidano che il loro unico interesse è condividere l’elettricista o l’idraulico oppure di fare pressioni politiche è totalmente a loro discrezione” afferma.

La successiva slide è centrata su Barcellona, una città dove, nel 2014, Airbnb è stata multata per 30mila euro per aver violato le leggi sul turismo. Poi un’altra slide che dice “scrivi al tuo deputato” come una delle attività suggerite. “Scrivere lettere ai giornali locali e a funzionari selezionati è ovviamente qualcosa che vorremmo che gli anfitrioni facessero, ma solo se loro sono d’accordo e se sono motivati a farlo” dice Jonathan.

Chris Lehane, capo della comunicazione e delle politiche mondiali di Airbnb, ha detto che i club agiscono “come una voce contro i potenti”.

“Questa gente dovrebbe assolutamente avere la capacità di alzarsi in piedi e rappresentare se stessi e noi abbiamo messo in chiaro che vogliamo fornire supporto e parte delle infrastrutture” ha affermato. “Questo può essere un sistema di pressione incredibilmente efficace. Credo che siamo stati piuttosto trasparenti e aperti a questo proposito”.

La rete dei gruppi di anfitrioni, che nei fatti fanno lobbying per conto della società, sono una dimostrazione di quanto Airbnb è cresciuta dai suoi inizi nel 2007. Allora i fondatori Brian Chesky e Joe Gebbia non potevano permettersi l’affitto del loro appartamento di San Francisco e così misero tre materassi ad aria sul pavimento e li fecero pagare 80 dollari l’uno ai loro primi ospiti.

Perfino per gli standard di crescita rapidi del settore tecnologico, la società si è espansa molto velocemente. Oggi è valutata 30 miliardi di dollari e afferma di avere due milioni di case iscritte in 191 paesi. Questa valutazione posiziona il valore della ditta californiana sopra quello degli hotel Hilton.

Wouter Geerts, un analista ad Euromonitor Internazional, dice che questa crescita rqapida ha portato alla “corporatizzazione” di Airbnb con molti iscritti che sono imprese di ospitalità e persone con proprietà multiple. “Questi potrebbero essere hotel o agenti immobiliari, fornitori di servizi per appartamenti. Tutti guardano ad Airbnb e pensano “in effetti cosa ci impedisce di mettere queste proprietà anche su Airbnb e aumentare un po’ i guadagni? E naturalmente ci sono sempre più storie su padroni di casa che buttano fuori inquilini a lungo termine perchè possono guadagnare di più con Airbnb” dice.
Una delle critiche più frequenti ad Airbnb è venuta dal settore dell’ospitalità che si è lamentato delle differenze in termini di regolamenti a cui devono attenersi gli hotel se comparate con Airbnb. Ma l’organizzazione che agisce da portavoce del settore in Gran Bretagna afferma che non riguarda solo loro. “Molti consigli di quarteiere a Londra hanno espresso la loro preoccupazione recentemente” dice Ufi Ibrahim, direttore della British Hospitality Association. “In gran parte perchè l’economia della condivisione – e stiamo parlando in particolare degli anfitrioni professionali illegali i pseudo-anfitrioni che operano illegalmente – ha messo sotto pressione i prezzi di affitto”.

Crescenti livelli di ostilità ad Airbnb cominciano a venire dai vicini di coloro che affittano le loro case attraverso il sito. Il mese scorso un tribunale immobiliare a Londra ha deciso che i proprietari di case i cui contratti dicono che le loro case possono essere usate solo come residenza privata non possono affittarle a breve termine. Il caso è arrivato in tribunale dopo che il vicino di una disegnatrice d’interni slovacca, Iveta Nemcova, aveva informato i proprietari del condominio che aveva iscritto il suo appartamento su Airbnb. Come risultato, gli anfitrioni Airbnb sono stati avvertiti che potrebbero operare in violazione delle regole dei loro mutui e delle polizze di assicurazione degli edifici.

Un proprietario con cui abbiamo parlato ha detto che l’appartamento a piano terra nel suo condominio è stato affittato su Airbnb da un inquilino senza che il proprietario lo sapesse. Di conseguenza l’assicurazione dell’intero condominio potenzialmente veniva invalidata.

A Londra il consiglio circoscrizionale di Westminster sta indagando su 1.200 proproetà sospettate di venire affittate oltre il limite dei 90 giorni. Finora sono stati emanati solo due avvisi. “In termini pratici è una vera sfida per noi raccogliere prove che gli individui stanno affittando proprietà oltre i 90 giorni” dichiara un portavoce del consiglio.

Airbnb è stata messa sotto la lente d’ingrandimento sia parte dei fruitori che dei politici in tutto il mondo dopo la sua crescita incontrollata. John O’Neill, direttore del Cetre for Hospitality Real Estate Strategy dell’università statale della Pennsylvania, stima che il numero di anfitrioni sia raddoppiato l’anno scorso con un aumento dei ricavi del 60 per cento. Con una tale crescita si è creato un ecosistema di ditte di supporto, tipicamente aziende di gestione di proprietà che inseriscono l’annuncio per il proprietario sul sito e poi possono gestire gli ospiti all’arrivo e alla partenza, consegnando e ritirando le chiavu, per esempio.

Gli effetti precisi di questa crescita sul settore alberghiero non sono chiari. La British Hospitality Association dice che sarebbe “ingiusto” dice che c’è stato un impatto sulla domanda di servizi da parte dei suoi membri come conseguenza di Airbnb – invece l’associazione focalizza le sue critiche sugli effetti sulla situazione degli alloggi. Airbnb dice che la sua crescita è stata un riflesso di come la gente vive e descrive gli attacchi da parte del settore alberghiero come “deludenti ma non sorprendenti”, rifiutando le accuse di avere un effetto negativo sul mercato degli alloggi.

“La condivisione della casa mette denaro nelle tasche della gente normale e distribuisce ospiti e benefici a molte comunità e aziende” ha affermato la società in un comunicato. “Innumerevoli città in giro per il mondo hanno introdotto chiare regole per la condivisione di case e continueremo ad essere buoni partner dei decisori politici e lavorare insieme a misure progressiste per promuovere una condivisione responnsabile”. La gran parte degli anfitrioni seguono le regole, ha concluso.
Che direzione prenda in dibattito su Airbnb dopo un periodo di crescita così rapida è poco chiaro. Alcune società alberghire, invece che continuare a combatter Airbnb, hanno scelto di associarsi. “Le maggiori catene di hotel si sono spostate dal cercare di combattere airbnb. Inizialmente c’erano reazioni inconsulte tipo “dobbiamo coalizzarci cntro questo, non sappiamo esattamente cosa sta accadendo, non sono ben r4egolati. La gran parte delle società sono andate avanti rispetto a questo e hanno cominciato a realizzare il potenziale che porta” dice Geerts. “C’è questo moto a guardare agli affitti a breve termine non come negativi, ma più come positivi e a vedere le domande che cambiano dei consumatori”

Questo è stato evidente ad aprile quando il gruppo francese Accor, considerato il maggior gruppo alberghiero europeo per numero di camere, ha pagato 118 milioni di sterline per acquistare Onefinestay, che offre affitti a breve termine in case di lusso.

O’Neill stima che ci siano 70 lobbisti che lavorano per Airbnb negli USA, con lo scopo di avere l’approvazione di una legislazione favorevole alla società.”La maggior parte degli albergatori con cui parlo hanno accettato l’esistenza e la crescita di Airbnb. Le loro preoccupazioni hanno più a che fare con il fatto che gli hotel e gli operatori Airbnb abbiano pari condizioni, perchè Airbnb ha così tanti vantaggi competitivi ingiusti in comparazione con gli hotel” afferma.

Altri hanno detto che i regolatori devono essere equi sulle regole che Airbnb e società similari devono rispettare. Robert Vaughan, economista con una società di revisione, afferma che c’è una enorme varietà di situazioni – da chi affitta il proprio divano a proprietari con più case – ed è molto difficile applicare le stesse regole a tutti.

O’Neill dice che mentre Airbnb potrebbe continuare a crescere, non avrà la mano libera che ha avuto finora. “Non penso che ci sarà la crescita sregolata per tutti che c’è stata in passato”.

Tornando alla riunione a Kentish Town, la serata finisce con una risposta positiva all’idea del Club dei condivisori di casa. “Dobbiamo scrivere una lettera” suggerisce uno dei presenti. “Dovremmo vederci ogni tre mesi”, dice un altro. Mentre l’incontro sta finendo, praticamente tutti concordano sulla necessità di un club. Jonathan salta dentro di nuovo: “Voglio sottolineare che ci sono altri aspetti dei club dei condivisori di case” dice, lanciandosi in una descrizione di un’iniziativa per il lavaggio collettivo delle lenzuola. Ma pochi stanno ascoltando. Alla fine della riunione al gruppo viene chiesto se vogliono il loro club locale. Quasi tutte le mani si alzano.

fonte: https://www.theguardian.com/technology/2016/oct/29/airbnb-backlash-customers-fight-back-london#comment-86456653

P.s. del traduttore. Il titolo, ovviamente, è mio.

C’è una cosa chiamata società

Perchè dovrebbe sorprenderci l’epidemia di malattia mentale, in un mondo che stanno facendo a pezzi?

di George Monbiot – the Guardian 12 ottobre 2016

(traduzione Lame)

Quale imputazione più grande contro un sistema potrebbe esserci di un’epidemia di malattia mentale? Eppure epidemie di ansia, stress, depressione, fobia sociale, disordini alimentari, autolesionismo e solitudine attualmente stroncano le persone in tutto il mondo. I più recenti, catastrofici, dati sulla salute mentale dei bambini in Inghilterra riflettono una crisi globale.

Ci sono ragionai secondarie in abbondanza per questa sofferenza, ma a me pare che la causa fondamentale è dappertutto la stessa. Gli esseri umani, i mammiferi ultrasocali, i cui cervelli sono cablati per reagire ad altre persone, vengono scorticati. Il cambiamento economico e tecnologico gioca un ruolo fondamentale, ma altrettanto fa l’ideologia. Nonostante il nostro benessere sia inestricabilmente connesso alle vite degli altri, dappertutto ci viene detto che prospereremo per mezzo dell’egoismo e dell’estremo individualismo.

In Gran Bretagna, uomni che hanno passato le loro intere vite in giardini di lusso – a scuola, al college, nell’avvocatura, in parlamento – ci danno istruzioni di camminare con le nostre gambe. Il sistema scolastico diventa sempre più brutalmente competitivo ogni anno che passa. Il lavoro è una lotta all’ultimo sangue con una moltitudine di altre persone disperate, che sono in caccia di ogni lavoro rimasto. I moderni garanti dei poveri ascrivono la colpa individuale alle circostanze economiche. L’infinita comeptizione in televisione alimenta aspirazioni impossibili, mentre le opportunità reali si contraggono.

Il consumismo riempie il vuoto sociale. Ma ben lontano dal curare la malattia dell’isolamento, esso intensifica il raffronto sociale fino al punto in cui, avendo consumato tutto il resto, noi cominciamo a depredare noi stessi. I social ci raggruppano e ci separano, permettendoci di quantificare esattamente il nostro rango sociale e di vedere che altre persone hanno più amici e followers di noi.

Come Rhiannon Lucy Cosslett ha brillantemente documentato, le ragazze e le giovani donne altrano regolarmente le foto che postano, per apparire più disinvolte e più magre. Alcuni telefono, usando le loro impostazioni “bellezza”, lo fanno per te senza chiedere; ora puoi diventare la tua stessa aspirazione all amagrezza. Benvenuti, signori e signore, nella distopia post-hobbesiana: una guerra di ognuno contro se stesso.

C’è di che sorprendersi, in questi solitari mondi interiori, nei quali toccare è stato sostituito da ritoccare, che le giovani donne stiano annegando nella sofferenza mentale? Un recente studio in Inghilterra suggerisce che una donna su quattro tra i 16 e i 24 anni ha fatto del male a se stessa e una su otto attualmente soffre di disordine da stress post-traumatico. Ansia, depressione, fobie o disordini ossessivo compulsivi affliggono il 26 per cento delle donne in questa classe di età. Questa è l’immagine di una crisi di salute pubblica.

Se la frattura sociel non viene curata altrettanto seriamente di un arto rotto è solo perchè non possiamo vederla. Ma i neuroscienziati possono. Una serie di affascinanti studi suggeriscono che il dolore sociale e il dolor fisico sono elaborti dagli stessi circuiti neurali. Questo può spiegare perchè, in molte lingue, è difficile descrivere l’impatto della rottura dei legami sociali senza le parole che usiamo per indicare il dolore fisico e le ferite. Sia negli umani che in altri mammiferi sociali, il contatto sociale riduce il dolore fisico. Questo è il motivo per cui noi abbracciamo i nostri bambini quando si fanno male: l’affetto è un potente analgesico. Gli opioidi danno sollievo sia dal dolore fisico che dalla sofferenza della separazione. Forse questo spiega la connessione tra l’isolamento sociale e la dipendenza da droghe.

Una serie di esperimenti riassunti nel giornale Fisiologia e Comportamento lo scorso mese suggeriscono che, data la scelta tra dolore fisico e isolamento, i mammiferi sociali scelgono il primo. Le scimmie cappuccine deprivate di cibo e contatto per 22 ore raggiungono le loro compagne prima di cercare il cibo. I bambini che sperimentano l’abbandono emotivo, secondo alcune scoperte, soffrono conseguenze sulla salute mentale peggiori di bambini sottoposti sia ad abbandono emotivo che a abusi fisici: per quanto ripugnante sia, la violenza comporta attenzione e contatto. L’autolesionismo è spesso usato come un tentativo di alleviare la sofferenza mentale: un’altro indizio che il dolore fisico non è pesante come quello emotivo. Come il sistema carcerario sa fin troppo bene, una delle più efficaci forme di tortura è l’isolamento.

Non è difficile vederequali possano essere le ragioni evoluzionistiche per il dolore sociale. La sopravvivenza tra i mammiferi sociali è grandemente rafforzata quando essi sono fortmente legati con il resto del gruppo. Gli animali isolati e marginalizzati hanno maggiori probabilità di essere uccisi dai pr4edatori o dalla fame. Così come il dolore fisico ci protegge dalle ferite fisiche, il dolore emotivo ci protegge dalle lesioni sociali. Ci spinge a riconnetterci. Ma per molte persone ciò è quasi impossibile.

Non è sorprendente che l’isolamnto sociale sia fortemente associato con depressione, suicidio, ansia, insonnia, paura e percezione di minacce. È più stupefacente scoprire la serie di malattie fisiche che esso causa o acuisce. Demenza, pressione alta, malattie cardiache, infarti, ridotta resistenza ai virus, perfino incidenti sono più frequenti tra le persone cronicamente solitarie. La solitudine ha un impatto sulla salute fisica comparabile al fumo di 15 sigarette al giorno: sembra che aumenti il rischio di morte prematura del 26 per cento. Ciò avviene perchè aumenta la produzione dell’ormone dello stress, il cortisolo, che deprime il sistema immunitario.

Studi, sia su animali che sugli uomini, offrono una ragione per il cifo consolatorio: l’isolamento riduce il controllo degli umpulsi, portando all’obesità. Poichè coloro che sono alla base della scala sociale sono quelli che più probabilmente soffrono di solitudine, potrebbe ciò fornire una delle spiegazioni per il forte legame tra bassa condizione economica e obesità?

Tutti possiamo vedere che qualcosa di molto più importante della maggior parte delle questioni sulle quali ci crucciamo è andato storto. Quindi perchè siamo impegnati in questa frenetica corsa autoconsumante di distruzione ambientale e sconvolgimento sociale, se tutto quel che produce è una pena insopportabile? Non dovrebb, questa domanda, bruciare sulle labbra di tutti nella vita pubblica?

Ci sono alcune meravigliose organizzazioni caritatevoli che fanno quel che possono per combattere questa ondata e con alcune di queste lavorerò durante il tour per “Breaking the Spell of Loneliness”, l’album che ho scritto con il musicista Ewan McLenna. Ma per ogni persona che essi raggiungono, molte altre passeranno inosservate.

Tutto questo non richiede una politica in risposta; richiede qualcosa di molto più grande: la rivalutazione di un’intera visione del mondo. Di tutte le fantasie che gli essere umani hanno, l’idea che noi possiamo andare da soli è la più assurda e forse la più pericolosa. O restiamo uniti o cadremo a pezzi.

fonte:http://www.monbiot.com/2016/10/12/there-is-such-a-thing-as-society/

Nota del traduttore: il titolo si riferisce ad una delle (due) famose frasi della NON compianta Margareth Thatcher quando disse “There is no such thing as society” (“Non c’è una cosa chiamata società”). L’altra era TINA (There is no alternative). Ribadisco NON compianta.

I quattro giorni puliti del Portogallo

segnalato da Lame

La pietra miliare delle emissioni zero è stata raggiunta quando il paese è stato fatto funzionare solo con il vento, il sole e l’energia idroelettrica per 107 ore.

Arthur Neslen – 18 maggio 2016 – the guardian

Portugal’s clean energy surge has been spurred by the EU’s renewable targets for 2020.

Il Portogallo ha tenuto accese le proprie luci solo con le energie rinnovabili per quattro giorni consecutivi la scorsa settimana in un passaggio epocale per l’energia pulita rivelato dall’analisi dei dati della rete energetica nazionale.

Secondo questa analisi il consumo di elettricità nel paese è stato completamente coperto da energia solare, eolica e idroelettrica in uno straordinario periodo di 107 ore che è andato dalle 6 e 45 di sabato 7 maggio fino alle 5 e 45 del mercoledì seguente.

La notizia di questa svolta cruciale arriva a pochi giorni dall’annuncio della Germania che domenica 15 maggio il paese ha coperto quasi completamente il suo fabbisogno elettrico con energia pulita e i prezzi sono diventati negativi varie volte durante il giorno – con i consumatori che di fatto venivano pagati per usare energia.
L’energia eolica genera il 140 per cento della domanda di elettricità della Danimarca.

Oliver Joy, portavoce dell’associazione commerciale Wind Europe ha detto: “Stiamo vedendo trend come questi diffondersi attraverso l’Europa – l’anno scorso in Danimarca e adesso in Portogallo. La penisola iberica è una grande risorsa per le rinnovabili e per l’eolico, non solo per la regione ma per l’intera Europa”

James Watson, amministratore delegato di Solar Power Europe afferma: “Questo è un risultato significativo per un paese europeo, ma quel che sembra straordinario oggi sarà all’ordine del giorno in Europa in appena pochi anni. Il processo di transizione energetica sta prendendo slancio e record come questi continueranno ad essere raggiunti e superati attraverso l’Europa”.

Soltanto nel 2013 il Portogallo generava metà della sua elettricità dai combustibili fossili, con il 27 per cento che veniva dal nucleare, il 13 dall’idroelettrico, il 7,5 per cento dall’eolico e il 3 per cento dal solare, secondo i dati Eurostat.

Dall’anno scorso il dato si è capovolto, con l’eolico che forniva il 22 per cento dell’elettricità e tutte le rinnovabili insieme che fornivano il 48 per cento secondo l’associazione portoghese delle energie rinnovabili.

Mentre il picco di energia pulita del Portogallo è stato stimolato dal target UE 2020 per le rinnovabili, i programmi di supporto per nuova capacità eolica sono stati ridotti nel 2012.

Ciononostante il Portogallo ha aggiunto 550 Megawatt di capacità eolica tra il 2013 e il 2016 e i gruppi industriali hanno messo fermamente gli occhi sul potenziale di export dell’energia verde, sia all’interno dell’Europa che all’esterno.

“Un aumentato accumulo di interconnettori, un mercato dell’elettricità riformato e la volontà politica sono tutti essenziali” ha detto Joy. “Ma con le giuste politiche in atto, l’eolico potrebbe coprire un quarto del fabbisogno energetico dell’Europa nei prossimi 15 anni”.

Nel 2015 l’eolico da solo ha coperto il 42 per cento della domanda di elettricità in Danimarca, il 20 per cento in Spagna, il 13 in Germania e l’11 per cento in Gran Bretagna.

In un passaggio salutato come “punto di svolta storico” dai sostenitori dell’energia pulita, i cittadini inglesi, la scorsa settimana, ha nno goduto la loro prima settimana di generazione elettrica senza carbone.

Watson ha dichiarato: L’era delle tecnologie rigide e inquinanti sta giungendo al termine e l’energia sarà sempre più fornita da fonti pulite e rinnovabili”.

fonte: http://www.theguardian.com/environment/2016/may/18/portugal-runs-for-four-days-straight-on-renewable-energy-alone