Autore: Lame

Post per cambiare pagina (ma siamo sempre nella stessa m…)

by @RealLame

Faccio solo le pulizie settimanali.
Bisogna ogni tanto cambiare pagina, così ci leggiamo meglio.
Ma ne approfitto per fare del terrorismo epidemico.
In Sudafrica attualmente è piena estate. Epperò hanno un’onda di contagi che sale come uno tsunami.
Quindi la fola che il virus in estate (quasi) si spegne potrebbe essere quello che è: una pia speranza.
Quindi la nostra estate felice del 2020 potrebbe essere stata solo la conseguenza del fatto che ci siamo messi in freezer per due mesi a primavera scorsa.
Quindi andremo a votare (?) in piena ondata epidemica.
swish, swish, swish (rumore del forcone che sto lucidando per andare a prendere Renzi).

Chi non muore si rivede

by @RealLame

Buongiorno amichetti di penna,
sono stata via un sacco di tempo (per intricate e impegnative vicende familiari).
Ma adesso sono qui.
E la prima cosa che devo assolutamente dirvi è che i quattro ultimi post, nonostante ci sia la mia firma, non sono miei. E nemmeno delle altre che hanno le chiavi del blog.
L’ho scoperto per puro caso e adesso mi torturerò – inutilmente, vista la mia competenza in materia – per capire chi e come si è impadronito delle password.
Però a questo hacker forse dovrei dire grazie perchè mi ha fatto molto piacere “rivedervi” qui e sapere che state bene.
Barbara, che non sentivo da molto tempo, mi ha cercato in questi giorni e mi ha posto un problema esistenziale: cosa facciamo del blog? Ha ancora un senso?
Per parte mia non posso promettere niente (sono ancora in fase districamento dai guai, anche se ormai ad un livello avanzato), ma prima di prendere qualunque decisione volevo sentire il vostro parere.
Per adesso mi limito a tanti, tantissimi auguri a tutti quelli che ci sono (e anche all’hacker).
Ci leggiamo presto, fosse anche solo per dirci che il mondo è cambiato e non ci vedremo più qui dentro.

7 gennaio 2021

Forma, sostanza, sinistra…

L’ultima discussione mi ha fatto ricordare questo messaggio sulla sinistra USA (mi dispiace ma è solo in inglese). Il discorso è ampio e interessante, poi avevo voglia di cambiare articolo. C’è un punto, verso la fine, in cui dice che anche chi non è proprio d’accordo con la “visione” a sinistra di molti nuovi eletti democratici, finge di esserlo perché questo è, oggi, un argomento vincente e che ben venga anche chi finge se questo serve a spostare a sinistra l’asse del partito. Forma e sostanza. https://transiberiani.wordpress.com/wp-login.php

Il Gomblotto

di George Monbiot – the Guardian – 19 luglio 2017

È il capitolo mancante: la chiave per capire la politica dell’ultimo mezzo secolo. Leggere il nuovo libro di Nancy MacLean, “Democrazia in catene: la storia profonda del piano segreto della Destra Radicale per l’America” è vedere quel che era prima invisibile.

Il lavoro della docente di storia sull’argomento cominciò per caso. Nel 2013 si imbattè per caso in una baracca vuota nel campus della George Mason University in Virginia. Era piena zeppa degli archivi non ordinati di un uomo che era morto quell’anno e il cui nome probabilmente non vi è familiare: James McGill Buchanan. Lei dice che la prima cosa che aveva raccolto era un pacco di lettere confidenziali che riguardavano milioni di dollari trasferiti all’università dal miliardario Charles Koch.

Le sue scoperte in quella casa degli orrori rivelano come Buchanan, in collaborazione con ricchi uomini d’affari e gli istituti che avevano fondato, avevano sviluppato un programma occulto per sopprimere la democrazia a nome dei molto ricchi. Quel programma sta attualmente rimodellando la politica. E non solo negli Stati Uniti.

Buchanan era stato fortemente influenzato sia dal neoliberismo di Friedrich Hayek e Ludwig von Mises, che dal suprematismo proprietario di John C. Calhoun, il quale nella prima metà del 19. secolo sosteneva che la libertà consiste nell’assoluto diritto di usare la tua proprietà (inclusi i tuoi schiavi) in qualunque modo tu desideri; ogni istituzione che interferisce con questo diritto è un agente di oppressione, che sfrutta uomini che hanno proprietà nell’interesse di masse immeritevoli.

James Buchanan mise insieme queste influenze per creare quel che chiamò Teoria della scelta pubblica. Lui sostenne che una società non poteva essere considerata libera a meno che ogni cittadino avesse avuto il diritto di veto sulle decisioni. Quel che intendeva con questo era che nessuno doveva essere tassato contro la sua volontà. Ma i ricchi invece erano sfruttati da gente che usava i loro voti per domandare denaro che altri avevano guadagnato attraverso tasse involontarie per sostenere spesa pubblica e welfare. Permettere ai lavoratori di formare sindacati e imporre tasse sul reddito progressive erano forme di “legislazione differenziale o discriminatoria contro i proprietari del capitale.

Ogni scontro tra la “libertà” (permettere ai ricchi di fare come desiderano) e la democrazia dovrebbero essere risolti in favore della libertà. Nel suo libro “I limiti della libertà” egli notava che “il dispotismo può essere la sola alternativa organizzativa alla struttura politica che osserviamo”. Dispotismo in difesa della libertà.

La sua ricetta era una “rivoluzione costituzionale”: creare restrizioni irrevocabili per limitare la scelta democratica. Sponsorizzato per tutta la vita da facoltose fondazioni, miliardari e corporations, egli sviluppò una descrizione teoretica di quel che questa rivoluzione costituzionale poteva essere e una strategia per realizzarla.

Lui spiegò come si potevano frustrare i tentativi di desegregare le scuole nel sud dell’America mettendo in piedi una rete di scuole private sponsorizzate dallo stato. Fu lui a proporre per primo la privatizzazione delle università e imporre il pieno pagamento delle tasse universitarie agli studenti: la sua proposta originale era di schiacciare l’attivismo studentesco. Considerava urgente privatizzare la sicurezza sociale e molte altre funzioni dello stato. Cercò di rompere i legami tra il popolo e il governo e di demolire la fiducia nelle istituzioni pubbliche. Il suo scopo, in breve, era di salvare il capitalismo dalla democrazia.

Nel 1980 ebbe l’occasione di mettere in pratica il suo programma. Fu invitato in Cile dove aiutò il dittatore Pinochet a scrivere una nuova costituzione che, in parte grazie ai meccanismi astuti che Buchanan propose, si è dimostrata impossibile da rovesciare in toto. Tra torutre e uccisioni lui consigliò il governo di estendere i programmi di privatizzazione, austerità, restrizioni monetarie, deregolamentazioni e la distruzione dei sindacati: un pacchetto che fu in parte la causa scatenante del collasso economico del 1982.

Niente di tutto questo disturbò l’Accademia Svedese che, attraverso il suo seguace all’università di Stoccolma Assar Lindbeck, nel 1986 assegnò a James Buchanan il Nobel alla memoria per l’economia. È una delle numerose decisioni che hanno reso tossico questo premio.

Ma il suo potere cominciò veramente a farsi sentire quando Koch, attualmente il settimo uomo più ricco degli Stati Uniti, decise che Buchanan aveva la chiave per la trasformazione che stava cercando. Koch vedeva perfino ideologi come Milton friedman e Alan Greenspan come “venduti”, perchè cercavano di migliorare l’efficienza del governo invece che distruggerlo del tutto. Ma Buchanan andò fino in fondo.

MacLean dice che Charles Koch riversò milioni nel lavoro di Buchanan alla George Mason, i cui dipartimenti giuridico ed economico assomigliano più a delle think-tanks delle multinazionali che a facoltà accademiche. Utilizò l’economista per selezionare i “quadri” rivoluzionari che avrebbero messo in atto il suo programma (Murray Rothbard, al Cato Institute che Koch aveva fondato, spinse il miliardario a studiare le tecniche di Lenin e applicarle alla causa liberista). Tra di loro cominciarono a sviluppare un programma per cambiare le regole.

I documenti che Nancy MacLean ha scoperto dimostrano che Buchanan vedeva il segreto come cruciale. Disse ai suoi collaboratori che “la segretezza cospiratoria è essenziale in ogni momento”. Invece di rivelare la loro destinazione ultima, sarebbero andati avanti per passi successivi. Per esempio, cercando di distruggere il sistema di sicurezza sociale, loro avrebbero rivendicato che lo stavano salvando, sostenendo che sarebbe fallito senza una serie di “riforme” radicali. (Lo stesso argomento è usato da coloro che attaccano l’NHS). Gradualmente avrebbero costruito una “contro-intelligentsia”, alleata ad una “vasta rete di potere politico” che sarebbe diventata il nuovo establishment.

Attraverso la rete di thinktanks che Koch e altri miliardari hanno sponsorizzato, attraverso la trasformazione che hanno operato nel Partito Repubblicano e le centinaia di milioni che hanno rovesciato nelle campagne per l’elezione di giudici e deputati, attraverso la colonizzazione massiva dell’amministrazione Trump da parte di membri di questo network e attraverso campagne efficacemente letali contro qualunque cosa dalla salute pubblica all’azione sul cambiamento climatico, sarebbe corretto dire che la visione di Buchanan sta maturando negli Stati Uniti.

Ma non solo lì. Leggere questo libro da la sensazione che si diradi la nebbia attraverso la quale io vedo la politica britannica. Il falò dei regolamenti messo a nudo dal disastro della Greenfell Tower, la distruzione dell’architettura dello stato attraverso l’austerità, le regole di bilancio, lo smantellamento dei servizi pubblici, delle tasse scolastiche e il controllo delle scuole: tutte queste misure seguono il programma di Buchanan alla lettera. Mi domando quante persone sono coscienti che il programma di scuole libere di Cameron si inscrive in una tradizione concepita per intralciare la desegregazione razziale nel sud degli Stati Uniti.

Sotto un aspetto Buchanan aveva ragione: c’è un conflitto intrinseco tra quel che lui chiamava “libertà economica” e la libertà politica. La totale libertà per i miliardari significa povertà, insicurezza, inquinamento e servizi pubblici al collasso per tutti gli altri. Siccome non voteremo mai per questo, può essere ottenuta solo attraverso la mistificazione e il controllo autoritario. La scelta che abbiamo davanti è tra capitalismo sfrenato e democrazia. Non possiamo avere entrambi.

Il programma di Buchanan è la ricetta per il capitalismo totalitario. E i suoi discepoli hanno solo cominciato ad attuarlo. Ma almeno, grazie alle scoperte di MacLean, adesso possiamo comprendere il piano. Una delle prime regole della politica è conosci il tuo nemico. Ci stiamo arrivando.

fonti: https://www.theguardian.com/commentisfree/2017/jul/19/despot-disguise-democracy-james-mcgill-buchanan-totalitarian-capitalism

traduzione Lame

Governo fossile

Le industrie sporche spendono sempre più in politica per mantenerci nell’era fossile.
di George Monbiot – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Facciamo aspettare l’America di nuovo. Questa è la sostanza della politica energetica di Trump. Fermate tutti gli orologi, mettiamo la rivoluzione tecnologica in attesa, assicuriamoci che la transizione dai combustibili fossili all’energia pulita sia ritardata il più a lungo possibile.

Trump è il presidente che i luddisti delle multinazionali sognavano; l’uomo che consentirà loro di spremere ogni cent rimasto dalle loro riserve di petrolio e carbone prima che diventino senza valore. Loro hanno bisogno di lui perchè la scienza, la tecnologia e le domande della gente per un mondo sicuro e stabile li hanno lasciati a terra. Non c’è nessuna battaglia giusta che possano vincere, quindi la loro ultima speranza sta in un governo che truccherà la competizione.

A questo scopo Trump ha nominato nel suo gabinetto alcuni di questi responsabili di un crimine universale: inflitto non a particolari nazioni o gruppi, ma a tutti quanti.

Ricerche recenti suggeriscono che – se non vengono prese misure drastiche del tipo previsto dall’accordo di Parigi sul cambiamento climatico – la perdita di ghiaccio nell’Antartico potrebbe far salire i livelli dei mari di un metro in questo secolo e di quindici metri nei secoli seguenti. Combinate questo con lo scioglimento in Groenlandia e l’espansione termica delle acque marina e scoprirete che molte delle grandi città del mondo sono a rischio esistenziale.

Lo sconvolgimento climatico di zone agricole cruciali – in Nord e Centro America, Medio Oriente, Africa e buona parte dell’Asia – presenta una minaccia alla sicurezza che potrebbe sovrastare tutte le altre. La guerra civile in Siria, se non vengono adottate politiche risolute, ci fa intravedere il possibile futuro globale.

Questi non sono, se i rischi si materializzano, cambiamenti a cui possiamo adattarci. Queste crisi saranno più grandi della nostra capacità di rispondere ad esse. Potrebbero portare alla rapida e radicale semplificazione della società, il che significa, per dirla brutalmente, la fine della civilizzazione e di molte delle persone che sostiene. Se questo accade sarà il pi grande crimine mai commesso. E vari membri del gabinetto proposto da Trump sono tra i principali responsabili.

Nelle loro carriere, finora, hanno difeso l’industria fossile allo stesso tempo contestando le misure intese a prevenire la degradazione del clima. Hanno considerato i bisogni di pochi eccessivamente ricchi di proteggere i loro folli investimenti per alcuni anni ancora, soppesandoli contro le condizioni climatiche benigne che hanno permesso all’umanità di fiorire e hanno deciso che gli investimenti folli sono più importanti.

Nominando Rex Tillerson, amministratore delegato della società petrolifera ExxonMobil come segretario di stato, Trump non solo assicura all’economia fossile che siederà vicino al suo cuore; offre conforto ad un altro supporter: Vladimir Putin. È stato Tillerson che ha concluso l’affare da 500 miliardi di dollari tra la Exxon e la società statale russa Rosneft per sfruttare le riserve petrolifere dell’Artico. Come risultato gli è stato concesso da Putin l’Ordine Russo dell’Amicizia.
L’affare è stato stoppato dalle sanzioni che gli USA hanno imposto quando la Russia ha invaso l’Ucraina. La probabilità che queste sanzioni sopravvivano nella loro forma corrente al governo Trump è, fino all’ultimo decimale, la stessa di una palla di neve all’inferno. Se la Russia ha interferito nelle elezioni USA sarà lautamente ricompensata quando l’affare andrà avanti.

Le nomine di Trump a segretario per l’energia e agli interni sono entrambi negazionisti del cambiamento climatico, i quali – curiosa coincidenza – hanno una lunga storia di sponsorizzazioni da parte delle industrie fossili. La sua proposta per procuratore generale, il senatore Jeff Session, sembra abbia dimenticato di dichiarare nella sua lista di interessi personali che affitta terra ad una società petrolifera.

L’uomo nominato a guidare l’EPA (Environmental Protection Agency, Agenzia di Protezione dell’Ambiente, n.d.t.), Scott Pruit ha speso gran parte della sua vita lavorativa a fare campagna contro…l’Agenzia di Protezione dell’Ambiente. Come procuratore generale in Oklahoma ha aperto 14 indagini contro l’EPA, cercando tra le altre cose, di stroncare il Piano Energia Pulita, i suoi limiti al mercurio e altri metalli pesanti rilasciati dalle centrali a carbone e la sua protezione delle forniture di acqua da bere e della fauna. In tredici di queste indagini sarebbero coinvolte come parti in causa delle società che hanno finanziato la sua campagna politica o comitati affiliati a lui.

Le nomine di Trump riflettono quel che io chiamo il Paradosso dell’Inquinamento. Più una società è inquinante e più denaro deve spendere in politica per accertarsi che non vengano stabilite regole che la costringono a chiudere. I finanziamenti delle campagne quindi finiscono per essere dominati da società sporche, che si assicurano di esercitare la più grande influenza, con l’esclusione conseguente dei loro rivali più puliti. Il gabinetto di Trump è imbottito di gente che deve la propria carriera politica alla sporcizia.

Si poteva una volta sostenere, giusto o no, che i benefici umani dati dallo sviluppo delle attività estrattive di combustibili fossili potevano superare i danni. Ma la combinazione di una scienza climatica più sofisticata, che ora presenta i rischi in termini crudi e il costo in caduta delle tecnologie pulite rende questo argomento altrettanto obsoleto di una centrale a carbone.

Mentre gli USA si rintanano nel passato, la Cina sta investendo massicciamente in energie rinnovabili, auto elettriche e nuove tecnologie per le batterie. Il governo cinese sostiene che questa nuova rivoluzione industriale genererà 13 milioni di posti di lavoro. Questo, in contrasto con la promessa di Trump di creare milioni di posti di lavoro attraverso la rianimazione del carbone, ha almeno una chance di materializzarsi. Non si tratta solo del fatto che tornare ad una vecchia tecnologia quando ne sono disponibili di migliori è difficile; è anche che l’estrazione del carbone è stata automatizzata fino al punto che ora offre pochi posti di lavoro. Il tentativo di Trump di far rivivere l’era fossile non servirà a nessun altro che ai baroni del carbone.

Comprensibilmente i commentatori hanno cercato lampi di luce nella posizione di Trump. Ma non ce ne sono. Non potrebbe averlo detto più chiaramente, attraverso le sue dichiarazioni pubbliche, la piattaforma Repubblicana e le sue nomine, che intende chiudere i fondi nella maggior misura possibile sia per la scienza climatica che per l’energia pulita, stracciare l’accordo di Parigi, mantenere i sussidi ai combustibili fossili e annullare le leggi che proteggono le persone e il resto del mondo vivente dall’impatto dell’energia sporca.

La sua candidatura è stata rappresentata come una ribellione che sfida il potere costituito. Ma la sua posizione sul cambiamento climatico rivela quel che avrebbe dovuto essere ovvio fin dall’inizio: lui e il suo team rappresentano il potere in carica e combattono le tecnologie ribelli e le sfide politiche a un modello di business moribondo. Essi tratterranno la marea di cambiamento per quanto a lungo potranno. E poi la diga esploderà.

fonte: http://www.monbiot.com/2017/01/20/the-pollution-paradox/

(trad. Lame)

Il nuovo che avanza (speriamo che non sia un’Alba Dorata)

di Yanis Varoufakis- 11 novembre 2016 – The Conversation

L’elezione di Donald Trump simbolizza la fine di una straordinaria era. È stato un tempo in cui abbiamo visto il curioso spettacolo di una superpotenza, gli USA, che diventavano più forti grazie a – piuttosto che nonostante – il suo proliferante deficit. È stato straordinario anche a causa dell’improvviso afflusso di due miliardi di lavoratori – da Cina ed Europa Orientale – nella catena di distribuzione internazionale del capitalismo. Questa combinazione ha dato al capitalismo globale uno storico slancio, mentre al contempo sopprimeva le quote di reddito e prospettive del lavoro in Occidente.

Il successo di Trump arriva nel momento in cui questa dinamica si esaurisce. La sua presidenza rappresenta una sconfitta per i democratici liberal dappertutto, ma contiene importanti lezioni – e altrettanza speranza – per i progressisti.

Dalla metà degli anni ’70 fino al 2008, l’economia USA ha mantenuto il capitalismo globale in un equilibrio instabile, ma finemente bilanciato. Ha risucchiato nel suo territorio le esportazioni nette di economie come quelle di Germania, Giappone e più tardi Cina, fornendo alle fabbriche più efficienti del mondo la domanda necessaria. Come è stato pagato questo crescente deficit commerciale? Con il ritorno a Wall Street di circa il 70 per cento dei profitti fatti dalle multinazionali straniere, che venivano investiti nei mercati finanziari americani.

Per far funzionare questo meccanismo di riciclaggio, Wall Street doveva essere liberate da tutti i vincoli; rimasugli del New Deal del presidente Roosevelt e l’accordo post guerra di Bretton Woods che cercava di regolare i mercati finanziari. Questo è il motivo per cui i funzionari di Washington erano così desiderosi di deregolare la finanza: Wall Street procurava il canale attraverso cui crescenti influssi di capitale dal resto del mondo equilibravano i deficit USA i quali, a loro volta, fornivano al resto del mondo la domanda aggregata che stabilizzava il processo di globalizzazione. E così via.

Il risultato

Tragicamente, ma anche molto prevedibilmente, Wall Street ha proceduto a costruire impenetrabili piramidi di denaro privato (altrimenti note come derivati strutturati) sopra ai flussi di capitale in entrata. Quel che è accaduto nel 2008 è qualcosa che i bambini piccoli che hanno cercato di costruire un castello di sabbia infinitamente alto sanno bene: le piramidi di Wall Street sono collassate sotto il loro stesso peso.

È stato il “momento 1929” della nostra generazione. Le banche centrali, guidate dal capo della Fed Ben Bernanke, uno studioso della Grande Depressione degli anni ’30, si sono precipitate per prevenire una ripetizione degli anni ’30 rimpiazzando il denaro privato evaporato con credito pubblico facile. La loro mossa ha evitato una seconda Grande Depressione (eccetto per i punti più deboli come la Grecia e il Portogallo) ma non non hanno avuto la capacità di risolvere la crisi. Le banche sono state rimesse a galla e il deficit commerciale USA è ritornato ai suoi livello pre-2008. Ma la capacità dell’economia americana di equilibrare il capitalismo mondiale era scomparsa.

Il risultato è la Grande Deflazione Occidentale, segnata da tassi di interesse ultra bassi o negativi, prezzi in caduta e lavoro svalutato dappertutto. Come percentuale del reddito globale, i risparmi totali del pianeta sono ad un livello record mentre gli investimenti aggregati sono al livello più basso.

Mentre si accumulano così tanti risparmi inutilizzati, il prezzo del denaro (cioè il tasso di interesse) e in effetti di ogni cosa, tendono a cadere. Questo sopprime gli investimenti e il mondo finisce in un equilibrio di di bassi investimenti, bassa domanda, bassi ritorni. Proprio come nei primi anni ’30, questo ambiente produce xenofobia, populismi razzisti e forze centrifughe che stanno facendo a pezzi istituzioni che erano la gioia e l’orgoglio dell’Establishment Globale. Date un’occhiata all’Unione Europea o al TTIP.

Pessimo affare

Prima del 2008 i lavoratori negli USA, in Gran Bretagna e nella periferia d’Europa erano placati con la promessa dei “guadagni da capitale” e del credito facile. Le loro case, gli era stato detto, potevano solo incrementare il loro valore, sostituendo la crescita della retribuzione. Contemporaneamente il loro consumismo poteva essere finanziato attraverso secondi mutui, carte di credito e il resto. Il prezzo era il loro consenso ad un graduale arretramento del processo democratico e la sua sostituzione con una “tecnocrazia” intenta a servire fedelmente, e senza scrupoli, l’interesse dell’1%. Ora, otto anni dopo il 2008, queste persone sono arrabbiate e lo sono sempre più.

Il trionfo di Trump completa la ferita mortale che questa era ha sofferto nel 2008. Ma la nuova era che la presidenza Trump inaugura, prefigurata dalla Brexit, non è per niente nuova. È, in effetti, una variante post-moderna degli anni ’30, completa di deflazione, xenofobia e politiche di divide et impera. La vittoria di trump non è isolata. Rafforzerà indubbiamente le politiche tossiche scatenate dalla Brexit, l’evidente fanatismo di Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen in Francia, la crescita di Alternative für Deutschland, le “democrazie illiberali” emergenti nell’Europa dell’Est, Alba Dorata in Grecia.

Fortunatamente Trump non è Hitler e la storia non ripete mai se stessa fedelmente. Grazie al cielo il grande business non sta finanziando Trump e i suoi amichetti europei allo stesso modo in cui aveva finanziato Hitler e Mussolini. Ma Trump e le sue controparti europee sono riflessi di una emergente Internazionale Nazionalista che il mondo non ha visto più dagli anni ’30.

Esattamente come negli anni ’30, così anche ora un periodo di “crescita Ponzi” alimentata dal debito, progetti monetari difettosi e la finanziarizzazione hanno portato a crisi bancarie che hanno generato forze deflazionarie le quali hanno creato un mix di nazionalismo razzista e di populismo. Esattamente come nei primi anni ’30, così anche ora un establishment incompetente punta i fucili contro i progressisti come Bernie Sanders e il nostro primo governo Syriza del 2015, ma finisce messo sottosopra da bellicosi razzisti nazionalisti.

Risposta globale

Lo spettro di questa Internazionale Nazionalista può essere assorbito o sconfitto dall’Establishment Globale? Ci vuole un bel po’ di fede per pensare che possa farlo, visto lo stato di profonda negazione e persistente mancanza di coordinazione dell’Establishment. C’è un’alternativa? Io penso di sì: una Internazionale Progressista che resista alla narrativa dell’isolazionismo e promuova un internazionalismo umanista inclusivo al posto della difesa fatta dall’Establishment neoliberista dei diritti del capitale di globalizzare.

In Europa questo movimento esiste già. Fondato a Berlino lo scorso febbraio, il Movimento per la Democrazia in Europa (DiEM25) sta tentando di ottenere ciò che una precedente generazione di europei non è riuscita a fare negli anni ’30. Vogliamo rivolgerci ai democratici attraverso i confini e le linee di partito chiedendo loro di unirci per mantenere i confini e i cuori aperti mentre pianifichiamo politiche economiche sensate che consentano all’Occidente di imbracciare di nuovo la nozione di prosperità condivisa, senza la “crescita” distruttiva del passato.

Ma l’Europa chiaramente non è abbastanza. DiEM25 incoraggia i progressisti negli USA, che hanno sostenuto Bernie Sanders e Jill Stein, in Canada e in America Latina ad unire le forze in un Movimento per la Democrazia nelle Americhe. Stiamo anche cercando progressisti nel Medio Oriente, specialmente coloro che stanno spargendo il loro sangue contro l’ISIS, contro la tirannia e contro i regimi fantoccio dell’Occidente, per costruire un Movimento per la Democrazia nel Medio Oriente.

Il trionfo di Trump arriva con dei risvolti positivi. Dimostra che siamo ad un bivio in cui il cambiamento è inevitabile, non solo possibile. Ma per assicurare che non sia il tipo di cambiamento che l’umanità ha sofferto negli anni ’30, abbiamo bisogno di movimenti che saltino fuori e forgino una Internazionale Progressista per spingere passione e ragione di nuovo al servizio dell’umanismo.

fonte: https://theconversation.com/trump-victory-comes-with-a-silver-lining-for-the-worlds-progressives-68523

traduttore Lame

Tempeste, inondazioni, uragani…siccità

Una ricerca di Munich Re, la più grande assicurazione al mondo, rivela un drastico incremento di piene improvvise e afferma che l’aumento è in linea col cambiamento climatico.
di Arthur Neslen da Bruxelles – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Cars swept into a pile by torrential rain in Genoa, Italy Saturday.

Conseguenze di una pioggia torrenziale a Genova. Foto Antonio Calanni/AP

Il numero di alluvioni devastanti che scatenano i rimborsi assicurativi è più che raddoppiato in Europe dal 1980, secondo una nuova ricerca della Munich Re, la più grande società mondiale di riassicurazione.

I dati più recenti della società mostrano che ci sono state trenta alluvioni che hanno richiesto rimborsi assicurativi in Europa lo scorso anno – contro i dodici del 1980 – e il trend è in accelerazione in quanto l’aumento delle temperature fanno aumentare i livelli di umidità dell’atmosfera.

Globalmente il 2016 ha visto 384 alluvioni devastanti, comparate con 58 nel 1980, benché il maggiore incremento proporzionale probabilmente rifletta protezioni contro le alluvioni di scadente qualità e standard costruttivi più bassi nel mondo in via di sviluppo.

Ernst Rauch, il capo del centro climatico societario di Munich Re, afferma: “Alluvioni assieme a tempeste di vento sono i due tipi di rischio dove noi abbiamo il maggior incremento di frequenza a livello mondiale. In Europa abbiamo visto un aumento drastico di alluvioni collegate a forti tempeste con tuoni e lampi. La frequenza delle onde di piena improvvise è aumentata molto più delle piene dei fiumi dal 1980”.

Anche l’intensità delle tempeste è aumentata in Europa e fuori, aggiunge.

Solo nell’ultimo mese, diciotto persone sono state uccise da precipitazioni di pioggia inusualmente intense in Thailandia, mentre i consulenti del governo britannico hanno avvertito che alluvioni del tipo che hanno devastato ampie parti del Regno Unito lo scorso inverno stanno diventando la norma.

La Munich Re mette in guardia che il trend è non lineare e segue un modello che sarà significativamente determinato dalle emissioni di gas serra provocate dall’uomo. “Sfortunatamente questo è in linea con il cambiamento climatico” dice Rauch. “È sorprendente quanto strettamente questi sviluppi si accordino con i risultati dei modelli climatici”.

I dati della Munich Re dicono che otto su dieci delle catastrofi naturali più letali in Europa dal 1980 hanno avuto luogo nei passati 13 anni. E uno dei due rimanenti non era di tipo climatico.

Fenomeni come i terremoti sono inclusi nei dati della società, ma più del 90 per cento delle catastrofi naturali registrate dal 1980 sono legate al clima.

Ancor più preoccupante è che il tasso di eventi atmosferici estremi sembra essere in aumento nel mondo, con 750 catstrofi naturali lo scorso anno, comparato con una media annua di 590 nell’ultimo decennio. Il dato medio dei 30 anni era di 470 disastri per anno.

Dagli anni ’50, le precipitazioni annuali sono aumentate nell’Europa del nord e sono diminuite nel Mediterraneo, un trend che gli scienziati climatici dell’Onu si aspettano che aumenti.

Il quinto rapporto della Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico prevede inoltre con “alta probabilità che l’Europa settentrionale vedrà una crescita di pioggie estreme nei decenni a venire.

“Abbiamo chiare prove che le piogge estreme stanno aumentando da qualunque parte le si guardi” dice Peter Stott, capo del monitoraggio climatico del Servizio Metereologico britannico. “Questo è semplicemente il risultato di come lavora la fisica dell’atmosfera”

Per ogni grado di riscaldamento globale l’atmosfera può trattenere circa il 6 per cento in più di umidità, incrementando l’energia che si rende disponibile per nutrire le tempeste, dice Stott.

Anche la circolazione del sistema atmosferico ne risente, con aria più calda che è cresciuta nei tropici e poi scende a latitudini più a nord. Per l’Europa settentrionale il risultato è inverni più bagnati. Nel sud, il Mediterraneo affronta potenzialmente condizioni aride, simili a quelle del Nord Africa.

“L’aumento delle precipitazioni che superano ogni record può essere spiegato solo da temperature in aumento causate dal cambiamento climatico” dice Fred Hattermann, ingegnere idrogeologico ed esperto sugli impatti regionali del clima al Potsdam Institute for Climate Impact Research.

Peter Höppe, il capo dell’unità di ricerca sui geo-rischi di Munich Re, dice che c’erano “molte indicazioni” che l’incidenza di tempeste e sistemi atmosferici persistenti stava aumentando a causa del cambiamento climatico.

Malgrado questo, la ricerca di Hattermann ha trovato che l’umidità del suolo in Germania – una zona di confine climatica – è diminuita fino a 25 litri per metro quadro nei passati 50 anni, a causa di un’altra conseguenza del riscaldamento globale: estati più secche. “Nell’Europa centrale la vegetazione sta cambiando” dice. “Le piante cominciano a crescere e fiorire molto prima nell’anno. Cominciano a succhiare acqua e a traspirarla”.

Scienziati della UE ritengono che almeno mezzo milione di europei subiranno le conseguenze delle alluvioni ogni anno nel 2050, in uno scenario massimo del riscaldamento globale che è spaventosamente vicino ai trend correnti. Nel 2080 quasi un milione di europei potrebbero subire le conseguenze delle alluvioni ogni anno se questa proiezione si realizza.

Lo scorso anno la Munich Re aveva stimato una perdita di 175 miliardi di dollari come risultato di disastri naturali, tra questi 50 miliardi erano coperti da polizze assicurative.

https://www.theguardian.com/environment/2017/jan/19/flood-disasters-more-than-double-across-europe-in-35-years

(trad. Lame)