Autore: nammgiuseppe

Il dibattito sul reddito base: aspetti politici, filosofici ed economici

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe

BasicIncome

di Daniel Raventós e Julie Wark – znetitaly.altervista.com, 21 agosto 2015

Barcellona

Il sostegno a un reddito base universale (definito qui [in inglese – n.d.t.]) sta crescendo. In Europa, ad esempio, la città di Utrecht sta per introdurre un esperimento che mira “a contestare l’idea che chi riceve soldi pubblici deve essere tenuto sotto controllo e punito”, per dirla con un responsabile di progetto del consiglio comunale di Utrecht. Nijmegen, Wageningen, Tilburg e Groningen sono in attesa del permesso dell’Aia per condurre programmi simili. In Svizzera sono state ottenute le centomila firme necessarie per indire un referendum su se i cittadini svizzeri debbano ricevere un reddito base incondizionato di 2.500 euro il mese, indipendentemente dal fatto che lavorino o no. Il 16 giugno il governo di centrodestra della Finlandia, in cui il 79% della popolazione è a favore di un reddito base universale, ha mantenuto la sua promessa elettorale e ratificato l’attuazione di un “reddito base sperimentale”. Un recente sondaggio in Catalogna (dal 13 al 17 luglio) mostra che il 72,3% della popolazione (fondamentalmente con l’eccezione della destra e dei settori più ricchi) appoggerebbe un reddito base di 650 euro il mese e, contrariamente a un’affermazione fastidiosamente abusata, l’86,2% afferma che continuerebbe a lavorare se fosse introdotta la misura. Cosa più rimarchevole, l’84,4% dei disoccupati afferma che continuerebbe a voler lavorare.

Si tratta di misure temporanee o incomplete ma sono anche significative perché significano dare potere alle persone, economicamente – e anche politicamente – in una situazione in cui il potere globale è largamente nelle mani di istituzioni non elette e di altri organismi oscuri, come ha reso più che chiaro il recente strazio della Grecia. Tuttavia il crescente interesse per il reddito base non significa un’agevole avvio all’implementazione. Argomenti da lungo tempo smentiti continuano a essere sollevati contro di esso e sono brandite dubbie proposte “alternative” quali il “lavoro garantito”, la “piena occupazione” e il reddito minimo garantito condizionato. Con un reddito base le persone non accetteranno il lavoro salariato, le donne saranno confinate in casa, gli immigrati “sciameranno” (come direbbe David Cameron), ci vorrebbe una rivoluzione per introdurlo e ammazzerebbe lo stato sociale. Indipendentemente dal fatto che queste affermazioni sono stato solidamente rigettate in numerose diverse lingue, esse continuano a rialzare la loro stupida testa. Ci sono ancora altri malintesi (o vere e proprie menzogne) che vanno affrontati poiché le disuguaglianze economiche e sociali si stanno amplificando così rapidamente e il reddito base è una misura ideale per combatterle.

Innanzitutto c’è la questione del finanziamento. Non c’è ancora molto materiale dettagliato su questo aspetto chiave ma uno studio recente condotto in Spagna, basato su due milioni di dichiarazioni dei redditi presentate nel 2010 (nel mezzo della crisi economica) è eloquente. Lo studio è stato basato su tre criteri: 1) il reddito base di 623 euro dovrebbe autofinanziarsi e non influire sulla spesa pubblica in sanità, istruzione, ecc.; 2) l’impatto distributivo dovrebbe essere fortemente progressivo in modo che ne benefici più dell’80 per cento della popolazione; e 3) le aliquote fiscali effettive dopo la riforma non dovrebbero essere molto elevate. Il reddito base deve essere al livello della linea della povertà (623 euro in Spagna) o superiore. Non sarebbe soggetto all’imposta personale sul reddito e sostituirebbe tutte le provvidenze assistenziali inferiori a 623 euro, mentre si riceverebbero interamente le provvidenze superiori a tale somma.

Finanziare questo reddito base per tutti gli adulti in Spagna – 43,7 milioni di persone – è possibile con un’aliquota fiscale unica del 49% che, combinata con un reddito base esente da imposte, sarebbe fortemente progressiva. Per il decile più povero tale 49% diventerebbe in realtà un – 209% (negativo poiché, in questo caso, sarebbe un trasferimento netto). Ne guadagnerebbe circa l’80% della popolazione e l’importo totale trasferito dai ricchi ai poveri sarebbe di circa 35 miliardi di euro. Ciò senza prendere in considerazione il problema dell’evasione fiscale (calcolata in circa 80 miliardi di dollari) in Spagna.

“Ah sì” – dicono – “Ma questo modello di finanziamento ‘inciderebbe negativamente sulle classi medie’”. Classi medie? In Spagna chi guadagna solo 3.500 euro il mese si situa nei due decili più elevati, mentre quelli che guadagnano 4.500 euro appartengono al 5% al vertice. Questi dati provengono da dichiarazioni ufficiali dei redditi! O per ignoranza o per malafede molti non riconosceranno che ciò segnala un enorme problema di frode fiscale che richiede attenzione urgente se deve essere intrapresa una qualsiasi riforma fiscale a favore della popolazione non ricca. Dati pubblicati dalla società di servizi finanziari globali UBS AG rivelano che solo 22 miliardari spagnoli hanno un patrimonio totale pari al 5% del PIL spagnolo  (cioè, ad esempio, circa il 60% del bilancio nazionale dell’assistenza sanitaria). Se i veri membri più ricchi della popolazione fossero individuati attraverso la loro dichiarazione personale dei redditi, il finanziamento del reddito base sarebbe più facile, l’aliquota fiscale inferiore e settori che potrebbero perdere nel modello attuale potrebbero finire col guadagnare. Questa ostinata idea che il reddito base sarebbe un’aggressione alle classi medie incoraggia alcuni atteggiamenti di farsesco attendismo. Così il PSOE (Partito Socialista) afferma di appoggiare il “reddito base” (ma intende il reddito minimo garantito) mentre altri della sinistra più o meno postmoderna sono entrati nella serie A del contorsionismo intellettuale affermando che il reddito base e il reddito minimo garantito sono “più o meno la stessa cosa”. Questi luoghi comuni sono politicamente dannosi, perché hanno indotto i progressisti a sostenere proposte “più moderate”.

Sfortunatamente il nuovo partito di sinistra Podemos sta cercando di eludere la questione del reddito base. Anche se la sua base preme molto forte per un reddito base, Podemos ha proposto un Piano di Reddito Minimo Garantito, apparentemente senza fare i conti. I nostri calcoli mostrano che il 50% della popolazione sarebbe colpito negativamente a causa del cambiamento dell’attuale struttura fiscale senza compensazione con un reddito base. Ciò è molto diverso da una politica che colpisce il 20% più ricco. Sembra che alcuni leader di Podemos, mostrandosi sordi alle idee di membri della loro base, stiano affermando che il reddito base è “troppo radicale”. Ma davvero? Garantire l’esistenza materiale dell’intera popolazione è troppo spaventoso quando il divario di ricchezza in Spagna è il maggiore d’Europa e, in termini globali, entro il 2016 l’un per cento al vertice avrà un patrimonio superiore a quello del 99%?

Quella che è davvero spaventosa è la generale accettazione di uno status quo in cui la maggior parte delle persone diventa sempre più povera, persino quando recenti studi dimostrano che la cosiddetta economia della “ricaduta dall’alto” si traduce in un flusso di reddito verso l’altro fino a quando vi ristagna come ricchezza tesaurizzata. Ciò ostacola la creazione di ricchezza nell’economia, come ha concluso l’Institute for Policy Studies dopo aver utilizzato modelli moltiplicatori economici standard per dimostrare per ogni dollaro extra pagato a un lavoratore a basso salario aggiunge circa 1,21 dollari all’economia statunitense. Se tale dollaro andasse a un lavoratore a salario elevato aggiungerebbe solo 39 centesimi al PIL. In altri termini, se i 26,7 miliardi di dollari pagati in premi ai giocatori d’azzardo di Wall Street nel 2013 fossero andati a lavoratori poveri, il PIL sarebbe salito di circa 32,3 miliardi di dollari.

Il denaro in basso è più di tre volte più efficace nel muovere la crescita economica del denaro al vertice. E’ buon senso, anche se la teoria ha il titolo sofisticato di “propensione marginale al consumo”: chi ha un reddito minore spende più rapidamente i suoi soldi mentre i ricchi li tesaurizzano. Con il mostruoso divario di ricchezza odierno la velocità del dollaro nell’offerta monetaria totale è più bassa di quanto sia stata mai. E’ anche logico. In effetti un nuovo modello prodotto da Ricardo Reis e Alistair McKay mostra che “i programmi di tassazione e trasferimento che incidono sulla disuguaglianza e l’assicurazione sociale possono avere un effetto più vasto sulla volatilità aggregata”. Persino dati del FMI suggeriscono che aumentare la quota del venti per cento al vertice di solo l’1% della ricchezza totale riduce la crescita economica di 0,08 punti. Ma se il venti per cento più in basso ricevesse la stessa quota dell’1% , la crescita economica aumenterebbe di 0,38 punti. Dunque non sarebbe una buona idea introdurre un reddito base universale? Scott Santens calcola che, negli Stati Uniti, la redistribuzione sotto forma di reddito base di 1.000 dollari il mese per ogni cittadino adulto e di 300 dollari per i minori di diciotto anni costerebbe circa 1,5 trilioni di dollari – circa l’8,5% del PIL – tenendo conto dell’eliminazione delle agevolazioni non più richieste una volta che sia operativo il reddito base. Il costo totale della sola povertà infantile è circa il 5,7% del PIL.

Se la disuguaglianza sta uccidendo la crescita economica, allora l’economia neoliberista ha sicuramente fallito. L’OCSE rileva che “l’aumento della disuguaglianza è stimato aver abbattuto di più di 10 punti percentuali la crescita in Messico e in Nuova Zelanda negli ultimi due decenni fino alla Grande Recessione. In Italia, Regno Unito e Stati Uniti il tasso cumulativo di crescita sarebbe stato da sei a nove punti percentuali più elevato se le disparità di reddito non si fossero accentuate …” Il punto chiave qui è che i programmi contro la povertà non possono mai essere sufficienti perché “l’impatto della disuguaglianza sulla crescita deriva dal divario tra il 40 per cento più in basso e il resto della popolazione, non solo del 10 per cento più povero”. Se il programma di trasferimento di denaro deve essere efficace, deve beneficiarne circa la metà della popolazione. Ciò suona molto simile alla proposta di reddito base universale presentata in Spagna. Ridurre la concentrazione di reddito al vertice dove il denaro produce altro denaro da accumulare è più di una questione morale o di una questione di giustizia; è competenza economica, come sta ora riconoscendo un numero crescente di economisti rispettabili, ad esempio (il barone) Robert Skidelsky.

Per quanto solidi possano essere gli argomenti economici e per quanto a lungo posso aver circolato in Spagna, soluzioni parziale continuano a essere promosse come “alternative” al reddito base. Il lavoro garantito è una di queste, promosso, tra gli altri, dal partito di sinistra Izquerda Unida (IU) anche se è molto più costoso (circa 10 euro lordi l’ora costerebbero allo stato 233,422 miliardi di dollari) nel lungo termine e meno efficace di un reddito base, che entrerebbe immediatamente in vigore per alleviare le dure condizioni di lavoro (o di non lavoro) e di vita del settore più povero. Peggio, il “lavoro garantito” (che non tiene conto del lavoro domestico o volontario) ha la patetica idea di libertà. Suppone che le persone debbano lavorare per un salario, l’implicazione essendo che se le persone avessero un reddito base se ne andrebbero in giro tutto il giorno a girarsi i pollici. La Spagna ha i dati di disoccupazione peggiori dei paesi OCSE (più del 15% in 25 degli ultimi 37 anni, mentre la seconda posizione peggiore, quella dell’Irlanda, ha toccato queste cifre solo in nove di tali 37 anni) e inoltre le proposte di lavoro garantito sono state ideate per economie con numeri relativamente ridotti di disoccupati. In breve l’idea è una pura sciocchezza, specialmente quando è dimostrato che un reddito base rafforzerebbe le posizioni negoziali dei lavoratori e stimolerebbe un maggior numero di piccole imprese.

Un’altra critica stramba (ma non per questo meno diffusa) è che il reddito base non combatterebbe la “divisione sessuale del lavoro”. Nemmeno il sistema di assistenza sanitaria pubblica porrebbe fine alla divisione sessuale del lavoro! Il reddito base affronterebbe parecchi problemi sociali, ma non questo. Quello che può fare è dare alle donne molta più autonomia in molti aspetti delle loro vite, il che non è poca cosa. Il reddito base non è una politica economica completa. Sarebbe parte di una politica economica che favorisce la popolazione non ricca. Altri problemi sociali come la divisione sessuale del lavoro, la generalizzata indifferenza al sapere scientifico, poteri privati che impongono la loro Weltanschauung a tutti gli altri, corruzione, traffico di esseri umani, brutalità nei confronti dei profughi e degli immigrati … vanno anch’essi affrontati, ma con strumenti appropriati specifici. Si potrebbe sostenere che una società con minor disuguaglianza e maggior interesse per gli esseri umani avrebbe maggiori probabilità di produrre tali strumenti.

Arriviamo poi a qualche dibattito più economico. Brandendo argomenti della Scuola Austriaca, alcuni a destra declamano i vantaggi di basse aliquote fiscali su una base vasta. Un aumento delle aliquote fiscali a favore del reddito base, affermano, ridurrebbe la base fiscale, le imposte incassate e l’elasticità della base fiscale, aggiungendo che non tener conto di questa elasticità annullerebbe qualsiasi conclusione. In realtà dati empirici da studi in Spagna mostrano che imposte aumentate non causerebbe minor elasticità con un effetto negativo sull’attività economica ma produrrebbero maggiore elasticità: maggiori imposte, maggiore PIL e accresciute entrate fiscali. Maggiori imposte ai ricchi consentono una spesa pubblica maggiore, con un effetto positivo sull’attività economica, generando maggior reddito e compensando possibili disincentivi. Era oltre la portata dello studio spagnolo sul reddito base calcolare in dettaglio gli effetti positivi che il reddito base potrebbe avere sull’attività economica e, di qui, sulle entrate fiscali ma, chiaramente, l’80% più povero della popolazione che ne guadagna consumerebbe più del 20% più ricco, dunque uno stato sociale più forte, finanziato da imposte e con un sistema di provvidenze sociali, compreso un reddito base, realizzerebbe una maggior partecipazione della forza lavoro e maggiori tassi di occupazione e, ne segue, maggior uguaglianza e benessere generale oltre a un’economia più resiliente in un sistema globale instabile.

Il reddito base non è solo una misura contro la povertà ma sarebbe una parte integrante di una politica economica complessiva che stimolerebbe la crescita economica e darebbe a tutti i membri della società un’esistenza materiale garantita e con essa una libertà effettiva. La libertà effettiva dei non ricchi reca il seme di un potere politico sovversivo ed è per questo motivo che la destra presenta pannicelli caldi quali il reddito minimo garantito che gli entusiasti di Hayek, che ritengono che le tasse siano una rapina, appoggiano come una forma di carità. Ma la carità è l’antitesi della giustizia. Dipende da umori liberamente decisi dei più abbienti donare ai poveri non liberi cui è negata la dignità umana precisamente perché sono costretti a essere destinatari della carità. Il reddito base non beneficia tutti ma si interessa di alleviare il fardello della parte non ricca della popolazione. Le sue fondamenta anti-neoliberiste sono da ricercare nel pensiero repubblicano classico e nella sua insistenza che una persona non può essere libera se non le sono garantiti i mezzi dell’esistenza materiale. Uno dei molti vantaggi del reddito base universale è che libererebbe le persone dalla tirannia del mercato dell’occupazione in cui sono semplici merci, garantendo il diritto umano più fondamentale di tutti, quello dell’esistenza materiale. Un reddito base sostiene non solo il diritto a una vita dignitosa ma, in termini pratici, consentirebbe anche alle persone di ampliare le loro vite e di difendersi dalle aggressioni alla loro libertà e dignità.

Infine, poiché questi diritti umani fondamentali sono dichiarati universali, c’è un ulteriore mito sul reddito base che andrebbe abbattuto, cioè che si tratta di una politica che può essere contemplata solo dai paesi ricchi. Esperimenti in Brasile, Namibia e Sudafrica, Messico, India, Kenya e Malawi mostrano che progetti modesti e parziali di reddito base hanno risultati economici e sociali impressionanti. In Namibia, ad esempio, un progetto pilota biennale (2007-2009) in Otjivero-Omitara, un’area rurale a basso reddito, in cui 930 abitanti hanno ricevuto un versamento mensile di 100 dollari namibiani ciascuno (12,4 dollari) ha ridotto la povertà dal 76% al 16%; la malnutrizione è scesa dal 42% al 10%; gli abbandoni scolastici sono precipitati dal 40% a quasi zero; i debiti medi delle famiglie sono scesi del36% e la polizia locale ha segnalato che i dati sulla delinquenza era del 42% inferiori; e il numero di piccole imprese è aumentato, così come è aumentato il potere d’acquisto degli abitanti, creando così un mercato per nuovi prodotti.

L’ostacolo principale al reddito base oggi è politico (e psicologico se l’avidità è da intendersi come patologica) perché no, non favorisce i ricchi ma, piuttosto, in termini morali e solidamente economici, chiede loro di contribuire con solo un pizzico della loro ricchezza a salvaguardare il diritto a un’esistenza dignitosa per tutti. Ma non si tratta solo di far sborsare i ricchi. Il vero problema è che chi sta più in basso, invece di stendere la mano per afferrare l’inesistente ricaduta, possa cominciare a trasformare la società e l’economia coerentemente con le proprie visioni e a difesa della propria dignità. E’ improbabile che l’un per cento costituito da persone disgustosamente ricche se ne stia con le mani in mano ad assistere alla propria estinzione.

Daniel Raventós è docente di economia all’Università di Barcellona e autore, tra gli altri, di ‘Basic Income: The Material Conditions of Freedom’ (Pluto Press, 2007) [Reddito base: le condizioni materiali della libertà]. Fa parte del comitato editoriale della rivista di politica internazionale Sin Permiso. Julie Wark è membro del comitato consultivo della rivista di politica internazionale Sin Permiso. Il suo ultimo libro è ‘The Human Rights Manifesto’ (Zero Books, 2013) [Il manifesto dei diritti umani].

Originale:

http://www.counterpunch.org/2015/08/21/the-basic-income-debate-political-philosophical-and-economic-issues/

Traduzione © 2015 znetitaly.org Licenza Creative Commons CC BY-NC-SA 3.0

Milano EXPOne, WTO dispone

segnalato da Nammgiuseppe

WTOCommandments

Sarebbe auspicabile, e forse sarà fatto, che nell’ambito della mega-sagra di EXPO siano comprese conferenze e dibattiti sulla sicurezza alimentare e sul diritto al cibo. Se ci saranno, e saranno degne del tema “Nutrire il pianeta. Energia per la vita” e produrranno conclusioni apprezzabili, queste ultime potranno (?) trovare accoglienza utile nella sola sede che attualmente decide concretamente delle politiche alimentari della maggior parte pianeta.

Chi non è al corrente di come vadano queste cose sarà forse indotto a pensare che la sede più congrua dovrebbe essere, con tutti i suoi limiti, l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’Alimentazione e l’Agricoltura (FAO).  Chi, più realisticamente, consideri dove e attraverso quali rapporti di forza  il “modello occidentale” eserciti il vero potere in questo e altri campi prenderà atto senza stupore che le decisioni sono prese presso l’Organizzazione Mondiale del Commercio (WTO).

Ovviamente c’è anche libertà di ritenere che il “libero scambio” sia l’unica soluzione realistica a problemi troppo complessi perché la politica sia in grado di affrontarli. Il problema, tuttavia, è che nei negoziati attualmente in corso presso la WTO riguardo alla sicurezza alimentare la volontà appare tutt’altra che quella di “nutrire il pianeta” o, meglio, pare essere quella di affidare a oligopoli privati (e ai relativi profitti) tale responsabilità, preoccupandosi di escludere che iniziative governative locali mirate a garantire il diritto al cibo possano “distorcere il mercato”.

In questo breve estratto da un’intervista a Deborah James, “direttrice dei programmi internazionali presso il Centro di Ricerche Politiche ed Economiche, un gruppo di esperti di Washington, DC fondato nel 1999 come parte del movimento per l’alter-globalizzazione”,  si fa il punto sull’attuale stato dei negoziati presso la WTO:

http://znetitaly.altervista.org/art/17515

Non ne emergono motivi per essere granché ottimisti sul futuro che attende il diritto al cibo.

Piccole cooperative crescono. Se arriveranno alla maggiore età è altra faccenda

segnalato e tradotto da Nammgiuseppe

Kazova

di Joris Leverink*www.znetitaly.org, 4 maggio 2015

“No, non ho ricevuto nessuna paga, ma ho ottenuto una fabbrica” è stata la risposta di Aynur Aydemir a uno degli ex colleghi della fabbrica tessile Kazova, quando le è stato chiesto se avesse mai ricevuto una qualche parte del denaro che ancora le dovevano i suoi ex padroni. “Che abbia successo o no, che sia vecchia o nuova, ho una fabbrica. Potremmo non avere il capitale necessario per gestire questa azienda e potremmo fallire in futuro, ma almeno abbiamo ottenuto qualcosa”.

Aynur è socia della piccola cooperativa Libera Kazova, che dopo due anni di lotta è riuscita finalmente a dichiarare vittoria a febbraio di quest’anno, quando è stata in grado di rivendicare la proprietà legale di un pugno di vecchie e usurate macchine tessili che in precedenza appartenevano agli ex padroni.

Nel corso di questi due anni Aynur e i suoi colleghi hanno occupato la loro vecchia fabbrica, sono stati malmenati dalla polizia e minacciati da violenti assoldati, hanno condotto marce di protesta e lottato sia nei tribunali sia nelle strade. Affrontando una battaglia ardua in cui hanno dovuto attaccare non solo i loro ex datori di lavoro ma anche il sistema stesso che consentiva lo sfruttamento dei lavoratori e consentiva ai padroni di uscire indenni da ogni confronto, i lavoratori della fabbrica Kazova si sono rifiutati di arrendersi. Hanno invece occupato. Hanno resistito. E oggi producono.

Occupare o non occupare?

Il calvario dei lavoratori della Kazova è iniziato nel gennaio del 2013 quando, non ricevendo la paga da quattro mesi, erano stati messi collettivamente in ferie per una settimana dai proprietari della fabbrica, i fratelli Umit e Umut Somuncu. Ai 94 lavoratori era stato promesso che al ritorno avrebbero trovato gli assegni paga, ma invece erano stati ricevuti dal legale della società che aveva annunciato loro che erano stati tutti licenziati per la loro “assenza immotivata” per tre giorni consecutivi.

Col senno di poi Aynur ritiene che se si fossero rifiutati di lasciare la fabbrica sin dal primo giorno, la loro resistenza sarebbe stata molto più forte. “Avremmo potuto non essere in grado di produrre ora, ma probabilmente avremmo ricevuto i nostri arretrati”, argomenta su una terrazza assolata del distretto centrale di Istanbul, Eyup, appena fuori dall’edificio in cui al terzo piano i suoi colleghi sono affaccendati a lavorare alla produzione di un nuovo lotto di maglioni colorati. “Per la situazione attuale è stato probabilmente un bene che ce ne siamo andati, ma alla fine 94 lavoratori hanno perso il posto senza ricevere alcun salario”.

Nei primi pochi caotici giorni dopo il loro licenziamento collettivo i lavoratori erano indecisi su quali passi intraprendere. Aynur suggerì di occupare la fabbrica, ma non ricevette molto sostegno. La maggior parte dei lavoratori era o troppo spaventata per resistere o costretta da difficoltà finanziarie a non perder tempo nel contestare l’ingiustizia. Quando alla fine un gruppo di trenta lavoratori decise di resistere era già troppo tardi per bloccare il saccheggio: i fratelli Somuncu avevano spogliato la fabbrica di tutto ciò che aveva qualche valore, comprese quaranta tonnellate di filati e molte delle macchine più piccole, sabotando quelle che erano troppo grosse da trasferire, per impedire ai lavoratori di continuare la produzione da soli.

Quando si resero conto di che cosa stava succedendo i lavoratori montarono una tenda di fronte alla fabbrica per impedire altri furti e sabotaggi. Condussero marce settimanali di protesta dalla piazza centrale del loro quartiere alla fabbrica per chiedere attenzione alla loro causa. Nei mesi successivi furono picchiati e intimiditi da teppisti assoldati e citati in giudizio dai loro vecchi padroni per aver rubato in fabbrica. Quando inscenarono una protesta il Primo Maggio, furono attaccati dalla polizia con gas lacrimogeni. Il punto di svolta si verificò il 30 giugno quando, resi incoraggiati dalle proteste nazionali per Gezi, i lavoratori restanti decisero di occupare la fabbrica.

Nascita di una cooperativa

I lavoratori hanno ricevuto una solidarietà incredibile nel corso della loro lotta di resistenza. Per Aynur questa è stata una delle esperienze più importanti: “Non mi aspettavo così tanta solidarietà dalla gente; non avevo mai visto una cosa simile prima. Pensavo che alcuni ci avrebbero aiutato per un po’ e poi sarebbero spariti, ma invece c’è stato un flusso costante di sostegno”.

Una delle migliaia di persone che avevano visitato la fabbrica per curiosità e per dimostrare sostegno è stato Ulus Atayurt, un giornalista indipendente e ricercatore sui movimenti autonomi dei lavoratori. Per lui la cooperativa Libera Kazova è un’eredità della rivolta di Gezi, uno dei pochi risultati tangibili della maggior rivolta popolare mai vista in Turchia. “Penso che i lavoratori siano stati ispirati dai movimenti di sinistra a montare la tenda di fronte alla fabbrica, ma sono stati ispirati da Gezi a fare il passo successivo e a occupare la fabbrica. Le migliaia di visitatori e di reti di solidarietà attraverso centinaia di forum popolari [fioriti in tutta Istanbul durante la rivolta] hanno fatto loro capire il potere e il significato di un’economia solidale”.

Dalla fruttuosa miscela prodotta dallo spirito di Gezi, dalle molte visite di solidarietà alla fabbrica, dai caratteri dei lavoratori e da persone come Ulus – attivisti e ricercatori con conoscenza di altri esempi di movimenti autonomi dei lavoratori – è nata l’idea di una cooperativa solidale. Presto i lavoratori rimasti – a quel punto sono un pugno di lavoratori della ex Kazova se n’era andato – hanno deciso di organizzarsi in cooperativa e hanno cominciato a fare piani su come gestire la loro futura fabbrica senza padroni.

Quella che è seguita è stata una lunga e defatigante battaglia legale in cui i lavoratori non si sono concentrati sul recupero dei salari ancora dovuti dai loro padroni bensì piuttosto sul recuperare le macchine tessili che avrebbero consentito loro di ripartire da zero, di costruire la loro propria fabbrica. A febbraio di quest’anno le macchine sono state messe all’asta. Un tribunale ha deciso che il ricavato dalla vendita doveva essere utilizzato per rimborsare i lavoratori ingannati. Se non si fosse presentato alcun acquirente potenziale le macchine sarebbero state utilizzate come risarcimento. Naturalmente i lavoratori preferivano la proprietà delle macchine alle paghe arretrate e così, quando è arrivato il giorno dell’asta e si è concluso senza alcuna offerta, i lavoratori hanno festeggiato l’esito come una vittoria.

Rottura del ciclo

Sono ora trascorsi alcuni mesi da quando la cooperativa Libera Kazova si è imbarcata nella sua avventura come una delle pochissime fabbriche a gestione operaia della Turchia. Anche se Aynur sarebbe la prima ad ammettere che non è stato facile, è intensamente felice di aver deciso di essersi messa su questa strada. “Sono molto più felice perché nessuno mi insulta più. Siamo realisti riguardo agli immensi problemi che abbiamo e che ancora ci aspettano in futuro, ma almeno non siamo più maltrattati”.

Ulus, che non ha aderito alla cooperativa ma sta aiutando i lavoratori a creare i loro canali di distribuzione, vive le difficoltà che i lavoratori hanno nell’adeguarsi quotidianamente a questi nuovi rapporti di lavoro. “Sulla carta l’auto-organizzazione, l’autogestione e il processo decisionale democratico suonano bene, ma se li si vuole applicare in fabbrica ci si rende conto che implicano un intero insieme di rapporti cui né i lavoratori né noi – quelli che li aiutano – siamo abituati”.

Aynur è d’accordo che “un’organizzazione senza capi è di per sé un peso” a causa delle responsabilità collettiva che significa che tutte le decisioni devono essere prese come gruppo. “Dobbiamo imparare un tipo di vita che non abbiamo mai conosciuto prima”, aggiunge con un sorriso che tradisce la sfida, una sfida che lei è felice di accettare.

Oggi la cooperativa produce 500 pullover al mese e li vende in rete e attraverso una rete di piccole boutique. Ma al fine di coprire tutti i costi tale numero dovrà essere aumentato a 800 pezzi al mese. I lavoratori ricavano grande soddisfazione dal fatto che oggi hanno il controllo dei loro mezzi di sussistenza e realizzare un profitto non è più ai primi posti nel loro programma. Il loro obiettivo finale è di diventare un modello per altri: autonomi e indipendenti e un esempio per quelli che attualmente sono intrappolati in un ciclo interminabile di sfruttamento, insulti e maltrattamenti.

Aynur, che percepisce il sistema attuale in Turchia come a favore del grande capitale a spese dei diritti e del benessere generale dei lavoratori, condivide il suo sogno: “Vogliamo che quando si tratterà dei nostri figli, della loro generazione, almeno abbiano il genere di sistema che oggi noi stiamo tentando di costruire”.

*Joris Leverink è un giornalista indipendente di Istanbul, redattore di ROAR Magazine ed editorialista di TeleSUR English. Questo articolo è stato pubblicato in origine su Contributoria.

Un tòcco di classe

di Nammgiuseppe

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Il Partito Democratico conserva nel suo DNA tracce di geni plebei e straccioni di cui si vergogna molto e che vorrebbe cancellare a ogni costo. I suoi sforzi di dissimulare e rinnegare le sue umili origini non stanno conseguendo purtroppo i risultati sperati, poiché il Partito, pur essendo ormai regolarmente ammesso nei “salotti buoni” e avendo appreso a balbettarne modi e linguaggio, continua a essere guardato con diffidenza e a essere trattato dall’aristocrazia economica e nobiliare nostrana con la sufficienza che si riserva ai parvenu.

Diffidenza e sufficienza, peraltro, non sono del tutto ingiustificate, se si considera che il Partito continua a godere di un favore presso il basso volgo troppo vasto per non far sospettare che certe radici innominabili non siano state definitivamente tagliate. Ha recentemente fatto scalpore, ad esempio, la partecipazione di un arrotino itinerante di Casalbischero, ospite dello show di Maria de Filippi “C’è pasta per te”, in cui sono distribuiti pacchi di alimentari della Caritas ai proletari che meglio si distinguono nel guaire di piacere alle frustrate vigorosamente abbattute sulle loro nude natiche dalla maschia conduttrice. Il concorrente, tra un guaito e l’altro, avrebbe infatti avuto modo, in diretta nazionale, di urlare: “Non son qui come arrotino, ma son qui come Piddìno.” Il laido personaggio si era anche fatto tatuare sulle guanciotte posteriori il simbolo del PD con la scritta: “Non è me che voi frustate, è all’Idea che gliele date”. Accompagnato fuori dallo studio dalla vigilanza, si divincolava urlando: “Viva Matteo! Di votarlo ognor mi bèo!”

Intervistato, il destinatario di sittàli amorose manifestazioni ha dichiarato che l’ennesimo attentato alla sua immagine operato dal provocatore era stato organizzato da una setta segreta, chiamata “Gufi & Rosiconi”, creata da conservatori all’interno del Partito gelosi e invidiosi della sua irresistibile ascesa. “Non mi fermeranno”, ha dichiarato il Presidente del Consiglio e Segretario del Partito. “Sono quattro scalzacani che remano contro il bastimento che sta rimorchiando la loro gondoletta scrafazzata fuor dal mare in tempesta. Il fatto che io ancora non gli tagli il cavo e non li lasci affondare è solo perché coltivo altissimi valori di umanità. Ma ogni Pazienza ha un limite e non posso permettere che simile zavorra rallenti la procellosa e trepida gioia d’un gran disdegno, l’ansia del cor mio indocile, servo d’un nuovo regno di liber liberismo di far quel che mi par!”

Si potrebbero citare innumerevoli altri episodi in cui il PdC è costretto ai salti mortali per sottrarsi alle accuse di essere “di sinistra”, ma al lettore, che certamente già ne conosce la maggior parte, interesserà forse più la micidiale arma finale che il Nostro ha deciso di adottare.

Egli intende riscattare il nostro bel paese dall’onta del referendum che lo consegnò all’infausta forma repubblicana e indire un referendum che lo riconsacri alla monarchia di cui egli in uno spirito di servizio alla causa assumerà temporaneamente la titolarità. Temporaneamente perché l’obiettivo finale è di assurgere a Re e Imperatore e Capo della Chiesa.

Il progetto,  che tra i contattati ha incontrato sonorissimo plauso e stratosferici entusiasmi (“Gli faremo vedere i sorci Verdini!” avrebbe proclamato uno dei primi aderenti, tenuto in gran conto nei circoli aristocratici pur se ex macellaio) e si sta preparando, senza badare a spese, la relativa campagna, di cui siamo in grado di proporvi qui in anteprima (vd. immagine di apertura) un campione del coinvolgimento di personaggi di indiscutibile statura antiplebea.

Le solite fughe di notizie hanno fatto arrivare il progetto all’orecchio del noto sedicente filosofo Cacciari, il quale, abbandonando per un momento il suo consueto aplomb (segno evidente di nervosismo per il probabile successo della temeraria iniziativa) avrebbe commentato: “Quello lì, più che un monarca a mi me par un mona!”. Quando si dice gli irriducibili!

Il caso che ha fatto saltare il coperchio sui tribunali segreti della Banca Mondiale

segnalato da nammgiuseppe

CochabambaWaterRevolt

di Jim Shultz – 26 aprile 2015

E’ in atto un risveglio internazionale riguardo a un’estensione radicale del potere delle imprese, un risveglio che sta al centro di due storici accordi commerciali globali prossimi a essere sottoscritti.

Uno concentra gli Stati Uniti sull’Europa – è il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) – e l’altro sull’Asia, nel Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Entrambi creerebbero vasti nuovi diritti delle imprese straniere di citare in giudizio governi per vasti importi ogniqualvolta le nazioni modificano le loro politiche pubbliche in modi che potrebbero avere un potenziale impatto sui utili d’impresa.

Questi casi non sarebbero trattati da tribunali nazionali, con la loro relativa trasparenza, bensì da speciali tribunali segreti internazionali.

E’ uno strumento meravigliosamente potente e una doppia vittoria per le imprese: è una macchina per far soldi che saccheggia i tesori pubblici e un potente strumento per soffocare discipline sgradite, il tutto in un’unica confezione. Come ha scritto recentemente la senatrice Elizabeth Warren sul Washington Post: “Dare alle imprese straniere speciali diritti di contestare le nostre leggi fuori dal nostro sistema legale sarebbe un cattivo affare”. Ma è un affare che i legislatori statunitensi si stanno rapidamente preparando a concludere mentre dibattono l’estensione al presidente Obama di usare la “corsia preferenziale” per la promozione del commercio.

Il sistema dei tribunali commerciali a porte chiuse è in circolazione ormai da decenni, annidato come una bomba a orologeria in centinaia di minori accordi commerciali bilaterali tra nazioni. Ma non molto tempo fa il sistema dei tribunali commerciali non era materia di editoriali d’apertura d’alto profilo di senatori statunitensi. Era virtualmente sconosciuto, salvo che presso una piccola squadra di avvocati internazionali e specialisti del commercio.

Il caso che ha portato il sistema a una vasta conoscenza pubblica è nato quindici anni fa, in questo mese, nelle strade di una città in alto nelle Ande. Come quella causa è stata vinta costituisce una potente lezione oggi per le battaglie sul TTIP, il TPP e il tentativo di passare alle imprese globali nuovi poteri legali.

La rivolta dell’acqua

E’ iniziato a Cochabamba, Bolivia, nell’aprile del 2000, quando i cittadini si sono ribellati contro l’acquisizione del sistema idrico pubblico da parte di un’impresa straniera.

In quella che divenne nota come la Rivolta dell’Acqua di Cochabamba migliaia di boliviani affrontarono pallottole e manganelli per riprendersi l’acqua dalla Bechtel, il gigante ingegneristico californiano. Nel giro di settimane dall’acquisizione del sistema idrico pubblico la società boliviana della Bechtel aveva colpito gli utenti dell’acqua con aumenti di prezzo in media superiori al cinquanta per cento, e spesso maggiori. Le famiglie erano poste di fronte alla scelta estrema tra continuare a far correre l’acqua dal rubinetto e apparecchiare la tavola.

Così si ribellarono.

I dimostranti fermarono tre volte questa città di mezzo milione di abitanti con blocchi e scioperi generali. Il governo di destra inviò i soldati e la polizia a difendere il contratto della Bechtel, uccidendo un adolescente e lasciando feriti migliaia di altri. Ma le proteste non fecero che aumentare e alla fine la Bechtel fu costretta a lasciare la Bolivia, restituendo l’acqua a mani pubbliche.

Un anno dopo, tuttavia, la Bechtel contrattaccò, questa volta in un tribunale della Banca Mondiale. La società pretese non solo il milione di dollari investito nel paese, ma anche 50 milioni di dollari in totale, il resto essendo i “profitti” futuri che l’impresa affermava di aver perso andandosene.

La causa della Bechtel contro la Bolivia innescò una seconda ribellione. Questa fu globale e solto altrettanto potente, una campagna d’azione di cittadini che si estese a livello mondiale. Alla fine la Bechtel se ne andò non con i cinquanta milioni di dollari che aveva preteso dai boliviani, ma con solo trenta centesimi e un’immagine pubblica malamente danneggiata. Il caso tolse anche la maschera a un sistema di tribunali commerciali segreti che oggi è al centro del dibattito sugli scambi.

Un sistema ideato a vantaggio delle imprese

Qui in Bolivia una squadra di calcio di qualsiasi altra parte del mondo sarebbe folle a giocare una partita contro una squadra boliviana a La Paz, la capitale della nazione. A quasi 4.000 metri di altezza sul livello del mare la maggior parte degli stranieri incontra grosse difficoltà semplicemente a salire una scala, figuriamoci correre dietro a un pallone per 90 minuti.

La sede legale scelta dalla Bechtel – il Centro Internazionale per la Risoluzione delle Dispute sugli Investimenti della Banca Mondiale (ICSID) – ha una qualità simile. E’ un campo di gioco che piegato pesantemente a vantaggio delle imprese.

Non c’è poca ironia nel fatto che la Bechtel si sia rivolta alla Banca Mondiale, poiché, tanto per cominciare, era stata la Banca Mondiale a mettere in moto la Rivolta dell’Acqua di Cochabamba.

Nel 1997 funzionari della Banca Mondiale fecero della privatizzazione del sistema idrico pubblico di Cochabamba una condizione dei prestiti che la banca stava concedendo per ampliare i servizi idrici nel paese. Così il governo boliviano fu costretto a offrire una concessione quarantennale alla Bechtel, completa di una garanzia di profitti annui del 16 per cento, un contratto da rapina, coperto dalla disponibilità del governo a sparare sul suo stesso popolo, se necessario.

L’ICSID della Banca Mondiale e altri sistemi giudiziari internazionali sono il sogno delle imprese. I tribunali che decidono queste cause sono costituiti da avvocati che passano dall’essere difensori lautamente pagati delle imprese in un caso a giudici presunti imparziali nel successivo, uno sfacciato conflitto d’interessi. E’ un sistema in cui le testimonianze sono normalmente segretate e in cui i casi sono trattati a migliaia di miglia di distanza dalle comunità interessate.

Non sorprendentemente le imprese conseguono una vittoria totale o parziale più di una volta su due.

Il tribunale dell’opinione pubblica

La campagna dei cittadini che attaccò la Bechtel si rifiutò di condurre la sua battaglia entro i confini della confortevole area giudiziaria attentamente scelta dalla Bechtel.

L’organizzazione che dirigo, il Democracy Center, e i nostri alleati boliviani e globali presero invece di mira la Bechtel nel campo di battaglia in cui i movimenti dei cittadini hanno la meglio: il tribunale dell’opinione pubblica. Tale campagna divenne un potente prototipo iniziale di come organizzarsi nell’era di Internet, guidata non tanto da un piano orchestrato grandioso, quanto da pura e semplice ispirazione virale.

Attraverso i nostri articoli e la nostra collaborazione con giornalisti del New Yorker, della PBS e altri, il Democracy Center insistette a raccontare, in continuazione, la potente narrazione di una vittoria di Davide contro Golia sulle strade di Cochabamba. Anche leader della Rivolta dell’Acqua della Bolivia girarono per il mondo a condividere direttamente la loro storia.

Usammo quella storia non solo come un cappio al collo societario della Bechtel ma anche al collo del suo amministratore delegato e omonimo, Riley Bechtel. Diffondemmo persino i suoi indirizzi email privati a migliaia di persone. Quando le persone si rivolgevano a noi per impegnarsi, le armavamo di solide prove e di qualche consiglio sulla strategia, incoraggiandole a intraprendere qualsiasi iniziativa fossero mossi a intraprendere che potesse costruire pressioni sulla società.

Il risultato fu magnifico, uno spettacolo globale di potere dei cittadini.

A San Francisco attivisti bloccarono la direzione generale della Bechtel incatenandosi insieme nell’atrio. Una coalizione locale ottenne anche che la Commissione di Vigilanza di San Francisco approvasse una risoluzione della città che sollecitava la Bechtel a lasciare cadere la sua causa boliviana, proprio mentre la società stava negoziando un grosso contratto con la città.

Ad Amsterdam fu montata una scala all’esterno dell’ufficio locale della Bechtel e la via fu reintitolata all’adolescente uccido dai soldati durante la Rivolta di Cochabamba. A Washington dimostranti picchettarono la casa del presidente della sussidiaria idrica boliviana della Bechtel. Al Vertice della Terra in Sudafrica, l’attiva boliviana Marcela Olivera reclutò organizzazioni per aderire alla “Petizione dei Cittadini alla Banca Mondiale” che chiedeva che la Bechtel abbandonasse la causa. EarthJustice presentò una petizione legale richiedendo la partecipazione del pubblico e l’Institute for Policy Studies mobilitò ONG di Washington.

Da un angolo all’altro del mondo la Bechtel fu sequestrata da lillipuziani arrabbiati che legarono a terra un potente Gulliver imprenditoriale.

Il potere della narrazione

A gennaio 2006 dirigenti assediati della Bechtel volarono in Bolivia e firmarono un accordo con il governo boliviano in base al quale abbandonarono la causa presso la Banca Mondiale in cambio di due lucenti monetine da 1 boliviano, il costo di un biglietto locale d’autobus. Nessun’altra grande impresa, prima o da allora, è mai stata costretta a rinunciare a una grossa causa commerciale dalla pressione di una campagna di cittadini mossale contro.

Alla fine la Bechtel è stata sconfitta da qualcosa di molto semplice: una storia. E’ stata una storia di persone che hanno combattuto per la loro acqua e di una società contenta di vederle uccidere al fine di strizzare i poveri per incassare utili che non si era mai guadagnata. La potente impresa non poté mai sottrarsi al potere morale di tale storia. Abbiamo colpito la Bechtel con essa usando non una sola tattica, ma ogni tattica che abbiamo potuto immaginare, da lettere di avvocati all’azione diretta. Non abbiamo sprecato tempo a discutere quale approccio fosse il migliore.

Le battaglie commerciali che abbiamo oggi di fronte, compresi TPP e TTIP, devono essere anch’esse combattute con storie che traggano il problema fuori dal gergo tecnico e lo rendano popolarmente comprensibile.

E non c’è carenza di storie da raccontare. Il gigante del tabacco Phillip Morris pretende due milioni di dollari dall’Uruguay per il peccato di aver rafforzato gli avvertimenti sulla salute sui pacchetti di sigarette. Il popolo di El Salvador affronta una causa da 300 milioni di dollari da parte di una compagnia mineraria canadese-australiana perché i salvadoregni sono stati capaci di bloccare operazioni minerarie tossiche. La Germania affronta una richiesta di 700 milioni di euro da parte di una compagnia dell’energia nucleare perché, dopo il disastro di Fukushima, movimenti popolari hanno ottenuto una moratoria delle nuove centrali nucleari nel paese.

Raccontare le storie di casi come questi è essenziale per costruire una più vasta consapevolezza pubblica di ciò che è in gioco in questi negoziati arcani: un gioco di potere delle imprese contro la democrazia fondamentale.

“E’ impossibile sopravvalutare l’impatto della vittoria popolare di Cochabamba contro la Bechtel”, ha osservato recentemente Naomi Klein. “In un periodo in cui conseguire vittorie reali sembrava un sogno lontano, abbiamo improvvisamente che era possibile vincere, anche contro una gigantesca multinazionale statunitense”. Nella battaglia del popolo boliviano contro la Bechtel, Davide ha battuto Golia non solo una volta, ma due. Nel mezzo delle attuali battaglie sul commercio, lo spirito di entrambe queste vittorie e le loro lezioni concrete meritano bene il nostro ricordo.

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione: znetitaly.org

 

La bamboletta spiona

Barbie

di Nammgiuseppe

Quando ho letto il titolo dell’articolo, ‘Barbie la spia’, mi è venuto spontaneo chiedermi cosa fosse emerso di nuovo a proposito di Klaus Barbie, il “boia di Lione”. Poi, non senza notevole sorpresa, mi sono reso conto che il testo parlava della famosissima bamboletta, oggi un po’ meno protagonista sul mercato.

E per riportarla agli antichi allori, la Mattel si è inventata una riedizione, ‘Hello Barbie’, che non solo parla, ma conversa con le felici proprietarie; e non solo conversa, ma trasferisce via rete il contenuto delle conversazioni a un database della società, al fine di sviluppare ulteriormente il prodotto per una sempre più efficace interazione personalizzata con le bimbe (e le famiglie delle bimbe, e le ospiti delle bimbe).

Cosa c’è mai di male? Proprio nulla per chi crede che l’industria abbia come suo unico fine la soddisfazione del cliente nella più assoluta tutela della riservatezza. Moltissimo, invece, per i soliti diffidenti che temono (non senza qualche solido motivo) che quanto le anime innocenti di pargoli e pargole ingenuamente raccontano finisca nella disponibilità di chi quelle anime innocenti ha tutto l’interesse a sfruttare a scopo di (ulteriore) lucro, ma anche, e peggio, che finisca nelle mani del governo, perché ne ricavi quei dati di pervasiva sorveglianza che tanto gli stanno a cuore. In fondo, quale fonte migliore di una bimbetta che, illusoriamente in grandissimo segreto, confida con grande orgoglio alla sua Barbie: “Sai, mio papà è comunista!”

La traduzione dell’articolo originale è qui:

http://znetitaly.altervista.org/art/17251

Le rivalità inter-capitaliste

di Jack Rasmus – 10 marzo 2015

Stralci estratti da nammgiuseppe

Traduzione integrale http://znetitaly.altervista.org/art/17078

Il capitalismo, per sua natura, è basato su una competizione intensa e spesso distruttiva. Non solo tra capitale e lavoro, ma tra gli stessi capitalisti.

I governi hanno sempre svolto un ruolo chiave nella partita della competizione inter-capitalista. Ma le forme di assistenza che il governo attua a sostegno della partita competitiva cambiano anch’esse con il tempo. Con la transizione dai tempi ‘buoni’ a tempi ‘cattivi’ nei decenni recenti, e specialmente dal 2008, le regole della partita competitiva sono andate cambiando, non solo riguardo al ‘prelevamento’ del reddito dai lavoratori e dai consumatori, ma anche al conseguire reddito a spese di concorrenti capitalisti stranieri.

Quando le regole della partita competitiva tra capitalisti finiscono interamente infrante, la conseguenza è la guerra, cioè la forma finale della competizione inter-capitalista.

Ovviamente la competizione inter-capitalista mediante conflitti militari tra le economie avanzate (USA, Europa, Giappone) non è oggi all’ordine del giorno globale. Non vi è nemmeno prossima. E’ riservata ai quei paesi e a quelle economie esterne all’orbita delle economie avanzate. Ma le regole del gioco competitivo all’interno del capitalismo e tra capitalisti nelle economie avanzate, regole in vigore in anni precedenti, appaiono anch’esse in evanescenza.

Stanno emergendo regole nuove. Più accuratamente, si stanno disintegrando le vecchie regole a proposito di ciò che è “interdetto” in termini di forme accettabili di competizione inter-capitalista all’interno delle, e tra le, economie avanzate. Le economie capitaliste avanzate stanno così entrando in una fase nuova – una specie di ‘terra di nessuno’ competitiva – in cui stanno emergendo forme nuove e più aggressive di competizione tra loro.

Dalle elezioni nazionali statunitensi del 2012 il governo Obama ha guidato la carica per conto degli interessi delle maggiori banche commerciali statunitensi contro, in particolare, le banche dell’eurozona. Multe per aver violato norme statunitensi sono state imposte pesantemente a controparti bancarie europee, specialmente Svizzera, Francia e persino banche del Regno Unito, più notevolmente e recentemente contro la gigantesca holding bancaria britannica HSBC.

In tale sforzo gli USA hanno anche mobilitato la propria banca centrale, la Federal Reserve. La Fed sta per impiegare tattiche sinora senza precedenti di assoggettamento delle banche euro a ‘verifiche di tenuta’ [stress tests] statunitensi, per costringere le banche europee ad accantonare più capitale. Questo è formalmente per garantire da future crisi finanziarie. Ma si tratta solo della copertura. Costringere le banche euro ad accantonare più capitale significa prestiti meno competitivi a banche USA. Ci si aspetta che due delle maggiori banche euro – Deutsche Bank e Banco Santander, la maggiore banca euro in termini di attivi – non superino le imminenti verifiche di tenuta della Fed. In precedenza gli Stati Uniti avevano consentito all’Europa di condurre le proprie verifiche di tenuta, che essi accettavano. E sia la Deutsche Bank sia il Santander hanno superato le verifiche europee di tenuta l’anno scorso. Ma probabilmente non supereranno quelle della Fed.

Per non essere surclassati gli europei hanno lanciato una propria offensiva contro imprese tecnologiche statunitensi. Il principale bersaglio è Google. L’Europa considera Google non solo un ostacolo alla costruzione della propria industria tecnologica, ma una minaccia a varie industrie europee nel futuro, visto che Google progetta di espandersi in nuovi mercati. Google minaccia anche le industrie pubblicitarie ed editoriali europee. Anche il fatto che la società manipoli le norme fiscali europee per eludere miliardi di pagamenti di imposte irrita l’Europa, per non citare il suo ruolo centrale nella sorveglianza diretta statunitense della popolazione europea e persino dei suoi governi. A novembre 2014 il Parlamento Europeo ha espresso il voto senza precedenti di scorporare la società in Europa.

Altre società tecnologiche statunitensi, come Apple, Facebook, Amazon e Uber sono anch’esse nel mirino, considerati i loro ben noti schemi di elusione fiscale. Il Regno Unito ha persino annunciato che stava per introdurre la propria “imposta google”. Non solo le imprese tecnologiche statunitensi, ma anche giganti industriali statunitensi come GE e Exxon, e molte imprese farmaceutiche statunitensi, manipolano regolarmente le norme fiscali per evitare di pagare sia ai governi statunitensi sia a quelli europei centinaia di miliardi di dollari ogni anno.

Ancora un altro evento considerevole che rappresenta un disprezzo delle ‘regole competitive del gioco’ precedenti è l’eruzione dell’intenso conflitto economico dell’anno scorso ma i maggiori stati produttori di petrolio dell’OPEC, specialmente l’Arabia Saudita e i suoi emirati vicini, da un lato, e i nuovi interessi, in rapida crescita, del gas e del petrolio da scisto negli Stati Uniti. In passato i sauditi e altri protagonisti dell’OPEC non avrebbero rischiato un crollo del mercato globale del petrolio, che è potenziale, al fine di contrastare la minaccia competitiva strategica posta dalla rivoluzione dello scisto, che è centrata in larga misura nell’America del nord. I sauditi stanno consapevolmente abbassando il prezzo del petrolio nel breve termine nella speranza di costringere le imprese dello scisto alla bancarotta. La reazione estrema dei sauditi e dell’OPEC alla competizione dello scisto non minaccia soltanto i prezzi globali del petrolio e di altre materie prime, ma anche i mercati finanziari globali dei titoli industriali spazzatura.

Il ricorso a forme estreme di alleggerimento quantitativo da parte delle banche centrali di Giappone e dell’eurozona segna un’altra forma di competizione. Dato che sia il Giappone sia l’eurozona sono fortemente dipendenti dalla produzione per l’esportazione per rigenerare le loro economie interne e il mercato azionario e obbligazionario, hanno introdotto entrambi massicce iniezioni di liquidità della banca centrale sotto forma di programmi di QE del valore di molti trilioni di dollari. Gli obiettivi sono numerosi. Ma l’obiettivo principale è far scendere il valore delle loro monete, euro e yen, al fine di ‘svalutare di fatto’ mediante la politica monetaria. Si spera che la svalutazione determini esportazioni più a buon prezzo, crescita delle esportazioni e una ripresa economica generata dalle esportazioni.

Ma ciò che significano fondamentalmente le loro disperate iniziative di QE è che Giappone ed Europa si sono impegnati in programmi assistiti dal governo, mirati a ‘rubare’ quote del mercato globale delle esportazioni ad altre economie capitaliste, sia nel settore economico avanzato, sia dalla Cina, dai BRIC e dai mercati emergenti in generale. I loro programmi di QE costituiscono una mossa competitiva disperata, dopo che i cinque anni delle politiche precedenti si sono dimostrati dei fallimenti penosi, visto che le loro economie precipitano ulteriormente nella stagnazione o peggio. Se non fosse per la disperazione economica che oggi ingolfa queste due ali importanti della regione delle economie avanzate dell’economia globale, non avrebbe luogo la loro svolta alla ‘competizione mediante svalutazione competitiva’, uno sviluppo che non si vedeva dagli anni ’30.

Un’area finale delle nuove regole emergenti della competizione inter-capitalista è l’emergere di un maggiore ricorso all’introduzione di sanzioni economiche come misure competitive. Il caso migliore è oggi la Russia e le sanzioni guidate dagli Stati Uniti. Non dovremmo fraintendere: le sanzioni contro la Russia sono in ultima analisi una misura economica competitiva, non un’iniziativa motivata politicamente. Dietro le sanzioni c’è l’obiettivo statunitense di far uscire la Russia dall’economia europea. Strategicamente, il colpo di stato fatto precipitare dagli USA in Ucraina può essere visto, pertanto, come un mezzo per provocare l’intervento militare russo, cioè un evento necessario per aggravare ed ampliare le sanzioni economiche che, alla fine, tagliano i crescenti legami economici a lungo termine tra Europa e Russia. Tale troncamento a sua volta avrebbe garantito non solo che gli interessi economici statunitensi restassero dominanti in Europa, ma avrebbe anche aperto nuove opportunità di profitto per gli interessi statunitensi in Europa e anche in Ucraina.

In sintesi le offensive economiche degli USA e dell’Europa che hanno un impatto su intere industrie, non solo singole imprese, rappresentano una nuova fase della competizione globale inter-capitalista all’interno delle economie avanzate e tra di esse. Questo occhio per occhio tra industrie è qualcosa di nuovo in termini di competizione inter-capitalista all’interno delle economie avanzate. La lotta per la quota globale del mercato energetico tra i partner OPEC un tempo affidabili delle economie avanzate segnala un altro importante cambiamento qualitativo nel comportamento concorrenziale capitalista globale. Rappresenta non solo un nuovo tipo di scontro qualitativo nei mercati energetici, ma anche uno scontro che fa sorgere il rischio di molteplici minacce ai mercati finanziari globali in generale. La valutazione delle divise mossa dalla politica monetaria e la competizione all’esportazione mediante la manipolare dei tassi di cambio riflettono anch’esse un ricorso disperato a nuove strategie competitive all’interno delle economie avanzate che non si vedeva dalla depressione degli anni ’30, una strategia fallita nel primo periodo e che probabilmente ha esteso la durata della depressione e una strategia che probabilmente avrà oggi effetti simili sull’economia globale.

I capitalisti hanno cominciato a combattersi per una torta economica all’esportazione più piccola. Tale lotta ha messo in moto guerre globali delle monete e anche un crollo dei tassi d’interesse a livello negativo, le cui conseguenze possono dimostrarsi molto rischiose e ancora ignote. Infine il ricorso a sanzioni economiche come misura competitiva inter-capitalista, anche se assumono l’aspetto di un evento politico, di fatto rappresentano anche una svolta a una forma più rischiosa a lungo termine di competizione inter-capitalista tra intere macro-regioni dell’economia capitalista globale.

Schivi e modesti

di nammgiuseppe

Al cittadin non far sapere

che brucior gli prepara il tuo clistere.

Se questa fotografia ritragga un momento innocente della vita parlamentare o no, non è dato sapere. E’ anche possibile che il PdC stia consegnando al buon Speranza un bigliettino amoroso da consegnare alla Boschi, che indica col ditino, e che il latore della missiva si stia crucciando 1) perché alla Boschi ne ha appena consegnato uno lui e teme il rivale e 2) perché, per interesse privato, non vuole rendersi complice delle scappatelle del leader e della conseguente crisi familiare del bravo boy scout.

Tuttavia, da quando le telecamere hanno cominciato a cogliere il labiale dei nostri reggitori è diventato loro comportamento costante sottrarsi a tale intrusione con gli accorgimenti più vari.

Ora, poiché sappiamo per vasta esperienza che i medesimi non si trattengono dal  formulare pubblicamente, anche vantandosene, le tesi più invereconde, l’unica è immaginare che in questi casi vogliano celare, per comprensibile pudore, i momenti in cui stanno cedendo alla debolezza di dire qualcosa di condivisibile, o almeno di ininfluente.

Boh?

Un genere diverso di stato

Adattamento a cura di nammgiuseppe dall’articolo di Leo Panitch del 25 febbraio 2015 su Jacobin Magazine. Per l’intervista integrale vedere il link

LeoPanitchLa posizione di Syriza è tutt’altro che invidiabile. Ha assunto il potere in un paese nella morsa della depressione economica, spaccato da reti oligarchiche e, per ora, ancora alla mercé delle istituzioni internazionali. Ciò nonostante è il primo governo europeo di sinistra radicale a memoria d’uomo e un governo le cui azioni possono non solo trasformare la Grecia, ma serviranno da punto di riferimento per la sinistra internazionale.

Syriza ha fatto ciò contro cui alcuni appena recentemente hanno ammonito la sinistra: ha assunto il potere statale. Leo Panitch ha sempre sostenuto, al contrario, che la sinistra non dovrebbe temere di assumere il potere; nel corso degli anni ha scritto estesamente a proposito dello stato, del suo ruolo nelle trasformazioni contemporanee del capitalismo e della strategia socialista.

Qui Panitch parla delle difficoltà di operare entro limiti politici tentando contemporaneamente di trascenderli, del ruolo della solidarietà internazionale e dell’importanza dell’organizzazione politica.

Il testo è tratto da un’intervista concessa al giornalista canadese  Michal Rozworski giovedì scorso, solo un giorno prima che la Grecia firmasse un accordo con l’Eurogruppo per prorogare, con modifiche, per quattro mesi il suo attuale programma di salvataggio.

***

I greci hanno pochissimo spazio di manovra e, come se non bastasse, sono impegnati a rimanere in Europa. I leader di Syriza sono molto europeisti e non hanno intenzione di lasciare l’Europa. Da anni  è mia opinione che se Syriza entra nel governo arriverà solo sin dove gli europei la lasceranno arrivare per quanto riguarda la crisi delle finanze greche nell’arena internazionale. E’ una crisi molto grave perché anche se cercheranno di accrescere la loro capacità fiscale, e sperabilmente introdurranno un’imposta patrimoniale, il pericolo è che ciò provocherà una grande fuga di capitali. E se introdurranno controlli sui capitali, quale prezzo dovrebbero pagare per questo agli europei? Sarebbero espulsi?

Ma, anche, dove troveranno i fondi per cercare di affrontare una disoccupazione giovanile tra il cinquanta e il sessanta per cento? Dove troveranno i fondi per il genere di investimenti pubblici necessari per affrontare i livelli di disoccupazione da era della Depressione che esistono in Grecia? Ciò che dovette essere fatto in Canada e negli Stati Uniti negli anni trenta fu un’enorme spesa pubblica per affrontare la cosa. Queste sono domande enormemente importanti e gli europei stanno davvero giocando duro.

La tragedia, ovviamente, è che, a parte la dimostrazione a Londra a sostegno di Syriza di cui ho letto la settimana scorsa, dove sta la sinistra europea? Non mi riferisco solo alla sinistra più vasta o più radicale, ma anche ai socialdemocratici. I socialdemocratici e i sindacati di sinistra dovrebbero ignorare i loro leader. Dopotutto i socialdemocratici tedeschi sono nel governo tedesco per grazia di Dio!

Non c’è moltissimo che la sinistra vasta possa fare, sfortunatamente, perché dispone di così scarsi veicoli politici. Non penso che le dimostrazioni farebbero male, specialmente se potessero essere in numeri considerevoli. Dovremmo anche cercare di far arrivare il più possibile nella stampa tradizionale.

Dovremmo contestare le democrazie occidentali per la loro ipocrisia; contestarle nella misura in cui dicono che fintanto che uno si attiene alle regole è eletto. “I socialisti possono essere eletti” è la linea che ci indicano, e noi dovremmo davvero insistere su questo.

A parte ciò, io penso che davvero non dobbiamo trattare la Grecia come troppo spesso la sinistra tratta i governi sui quali ripone speranze.  Negli anni ’30 Sidney e Beatrice Webb, Fabiani inglesi che non erano poi tanto di sinistra, si recarono in Unione Sovietica e dissero “Ho visto il futuro, e funziona”, perché c’era piena occupazione.

E si era al culmine dei processi farsa a Mosca. Troppi dall’occidente si sono recati in Bolivia o in Venezuela o ai Social Forum in Brasile, dove, non sapendo nulla dei bilanci partecipativi, sono state dette loro due o tre cose al riguardo e quando sono tornati hanno detto “Ho visto il futuro, e funziona”.

Ciò è ingenuo. E’ quella che chiamo mentalità del culto della nave da carico, in cui qualsiasi imbarcazione uno vede all’orizzonte con la scritta “Socialismo” sulle vele è trattata come l’arrivo del Messia. Non dovremmo comportarci così. Dovremmo guardare alla Grecia con tutti i suoi problemi e tutti i suoi limiti.

Dovremmo cercare di apprendere lezioni da come hanno costruito un partito simile nel corso di due, tre decenni, ma anche dai limiti in cui si stanno imbattendo non che dai compromessi in cui potrebbero incorrere. Ciò include l’abbraccio del parlamentarismo che mina il loro radicalismo; dobbiamo osservare questo.

A un certo livello – nella misura in cui Syriza rappresenta la sinistra greca che non è mai stata assorbita nello stato greco – quando ha promesso riforme si può coltivare la speranza che intendesse farle. Il programma del Pasok del 1980 era radicale. Tuttavia il partito si è dato allo stesso schema di clientelismo e paternalismo a proprio vantaggio.

Penso che possiamo coltivare una speranza molto maggiore – che persino i poteri forti d’Europa possano avere più speranza – che quando un governo di Syriza promette riforme, quelle che intende per riforme strutturali, si spera, non sono mercati flessibili del lavoro bensì la creazione di un sistema basato sulla legge con una burocrazia relativamente onesta.

Crisi economiche gravissime non necessariamente producono creatività politica o sostegno popolare a essa. In una crisi le persone si spaventano, anche, e si chiudono in sé stesse, non vogliono mandare tutto all’aria, eccetera.

Penso realmente che l’occasione per questo venga da un mucchio di pazienza da parte della sinistra greca e di costruzione istituzionale da parte di Syriza, questa coalizione della sinistra radicale, che risale in realtà fino agli anni ’80. Questa dovrebbe essere una lezione per noi in termini di superare la protesta, cosa in cui la sinistra è stata prevalentemente abile e impegnata nell’ultimo decennio o negli ultimi quindici anni.

Dovremmo ricominciare a prestare attenzione alla necessità di organizzazione politica, di organizzazione di un partito politico. Anche se non sembra produrre risultati in termini elettorali, implica la costruzione del genere di infrastruttura che potrebbe alla fine metterci nella condizione, in altri paesi, di essere in grado di penetrare lo stato. Penso sia questo che dimostra l’esempio di Syriza.

Abbiamo bisogno di imparare che possiamo protestare fino alle calende greche e non cambieremo mai il mondo. Non si cambia il mondo senza prendere il potere, anche se il contrario è stato uno slogan molto popolare della sinistra alter-globalizzatrice ed è in una certa misura popolare nella sinistra ecologista (che Dio sa se sta facendo un lavoro magnifico con le sue proteste). Comunque, a parte i partiti Verdi che non sono molto radicali, gli ecosocialisti sono più impegnati nelle proteste che nella costruzione di un partito.

Dunque io penso davvero che dobbiamo prendere questo molto, molto sul serio. Per quanto tempo ci voglia, per quanto lento possa essere il processo, dobbiamo sviluppare le nostre capacità politiche. Ne abbiamo bisogno non solo per impegnarci nelle proteste, ma anche per cercare di sviluppare il tipo di organizzazione politica che possa non solo penetrare lo stato, ma possa anche affrontare la politica statale in modo serio.

Non è sufficiente limitarsi a disprezzare i poteri forti come persone malvage, come liberomercatisti nelle mani di seguaci di Hayek. Questo è un tipo di politica che, ovviamente, sin troppo spesso è incoraggiato dagli intellettuali, specialmente dagli economisti radicali, che come i loro colleghi di destra pensano che le idee degli economisti governino il mondo.

Le idee degli economisti non governano il mondo. Sono usate dai politici quando affrontano le difficoltà che incontrano nel gestire il capitalismo. Dobbiamo staccarci da questo e fare davvero sul serio nel pensare a come programmare e anche a organizzare.

Non è soltanto una questione di programma, e non è soltanto una questione di organizzazione; si tratta di imparare come parlare in modo popolare e tuttavia in un modo che sia, ciò nonostante, socialista.

Parlare in un modo che sia non soltanto anticapitalista, ma dia alla gente una convalida di una concezione socialista del gestire lo stato in modo diverso; non soltanto una questione di più stato o meno stato, ma di un genere diverso di stato. Non solo più mercato o meno mercato, ma un genere diverso di economia.

Originale: Jacobin Magazine

Traduzione in italiano dell’intervista integrale: http://znetitaly.altervista.org/art/16965

Andiam, andiam, andiamo a guerreggiar.

di nammgiuseppe

Da quando, dapprima in Iraq e poi in Libia, l’occidente ha scoperchiato il vaso di Pandora dissodando e concimando il terreno che ha consentito il prosperare del verminaio dei tagliagole dell’IS, siamo rimasti a guardare i ‘barbari’ trucidarsi in conflitti settari mentre cercavamo di approfittare di estendere i conflitti, non riuscendoci, all’Iran e, riuscendoci, alla Siria e ora all’Ucraina. Un tempo si imbarcavano i matti sulla nave dei folli abbandonandoli al loro destino. Sarebbe ora di allestire altri analoghi navigli per imbarcarci i nostri reggitori, ma riuscirci, occorre tristemente riconoscerlo, è soltanto una pia illusione.  Le uniche imbarcazioni che affollano i nostri mari e che affondano con il loro carico umano sono quelle dei disperati in fuga dalle stragi nei loro paesi mentre demagoghi della più bassa lega non si fanno scrupolo di usare quelle tragedie come strumenti di propaganda xenofoba.

Sarebbe rimasta deprimente e odiosa ordinaria amministrazione non fosse successo che l’autoproclamatosi Califfo sta avendo eccessivi successi, estendendo spettacolarmente il territorio occupato e colpendo in Europa con i suoi attentatori e nel mondo con l’orrore della sua propaganda mediatica.

E rimarrebbe una situazione grave e difficile se il nostro governo non volesse ora sdrammatizzarla con un po’ di cabaret (c’è da chiedersi che roba spaccino da quelle parti).

Assistiamo infatti a un presidente del consiglio affannato a ricondurre a più miti consigli due suoi ministri (Gentiloni e Pinotti) che, senza averlo previamente informato, manifestano una gran foia di inviare cinquemila potenziali medaglie alla memoria in Libia per ‘fare la nostra parte’ in un intervento militare non più procrastinabile che l’ONU dovrebbe autorizzare sotto direzione italiana.

Ora, va ben che siamo un popolo avvezzo alle sceneggiate, ma almeno questa ce la potevamo risparmiare.

Val la pena di ragionarci un po’?

Proviamo, giusto per accademia.

Forse i nostri dimentichi reggitori hanno scordato che il precedente intervento in Libia, all’origine della situazione poi ingestibile e oggi degenerata ulteriormente in quel paese, fu attuato sulla base di una Risoluzione ONU la cui formulazione fu praticamente estorta per consentire, contro le intenzioni di diversi paesi (tra cui Russia, Cina e Lega Araba) un intervento ben più ampio che l’ufficiale ‘protezione dei civili di Bengasi’. E’ abbastanza probabile che una nuova risoluzione sarà studiata con la lente d’ingrandimento e al minimo dubbio di potenziali eccessi nella ‘legittima difesa’ e/o nella ‘responsabilità di proteggere’, Cina e Russia eserciteranno il loro diritto di veto.

Ma ipotizziamo pure che l’ONU autorizzi l’intervento. E’ pensabile che ne affidi la direzione all’Italia? Non sto affermando che il nostro esercito non sia all’altezza; forse lo è. Ma qui la questione è politica, di immagine internazionale. Per quanta ansia abbia il nostro governo di esibirsi in un ruolo guida a livello internazionale, è altamente improbabile che paesucoli come USA, Gran Bretagna, Francia, Germania (tanto per citare alcuni della NATO) glielo consentiranno. A meno di usarci come capro espiatorio per il probabile fallimento.

C’è anche da osservare che la strategia bellica e guerrafondaia resa prevalente e di moda dagli USA è quella di nessuno scarpone sul terreno; solo bombardamenti dal cielo, preferibilmente mirati e ‘intelligenti’ mediante droni. Il che, dal punto di vista di chi ne dispone, è anche saggio: troppe bare di rientro in patria non sono buona pubblicità per i politicanti guerrieri. Ma per intervento militare di questo tipo, pur non essendo neppur lontanamente esperto di queste cose, il presunto nostro contingente di cinquemila uomini, sommato a quelli di chi aderisse al ‘progetto’, appare, a voler essere buoni, sproporzionato e, a voler essere obiettivi, una sbruffonata di chi non sa di che cosa sta parlando. [Nota a margine: sono consapevole che quando si muove un caccia, o una portaerei o una nave dotata di lanciamissili, il personale coinvolto è un enorme multiplo di chi schiaccia fisicamente il grilletto o il pulsante; ma, se non sbaglio, i nostri ministri hanno parlato di ‘invio’ e, anche se il termine può essere suscettibile di molte interpretazioni, solitamente è inteso come ‘scarponi sul terreno’].

Presumo che ci siano molte altre osservazioni rilevanti, ma ne vale la pena?

Una, e una sola domanda, è a mio parere quella veramente interessante: perché questa pagliacciata mediatica? Cui prodest? Sasso in piccionaia? Delirio di megalomania bullistica?

E’ un fatto che la guerra, o la minaccia di guerra, è il diversivo più efficace dell’attenzione dall’inconcludenza e dalle contraddizioni della politica in patria, oltre a far assurgere, e ri-assurgere (vedasi interventismo berlusconiano) talune macchiette all’empireo degli eroi. Abbiamo imparato: a pensar male si fa peccato, ma spesso ci si azzecca. E poiché siamo peccatori, non sarà uno in più o uno in meno a dannarci l’anima.