Autore: transiberiana9

La Sinistra che smarrisce sé stessa

Il j’accuse di Saviano: “La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa”

Quello su immigrati e Ong è un dibattito assurdo che ignora dati, analisi e non vuole vedere la realtà per come è veramente. Un medico di MsF racconta: «In quegli occhi ho visto il terrore. Tutti dovremmo ascoltare le loro storie».

di Roberto Saviano – espresso.repubblica.it, 14 agosto 2017

Il j'accuse di Saviano: La Sinistra che non difende i più deboli smarrisce se stessa

Roberto Saviano

La disoccupazione devasta il sud Italia: chi sono i responsabili? Gli immigrati. La corruzione infiltra ogni appalto: di chi è la colpa? Immigrati. L’insicurezza in strada, la sporcizia cronica delle vie: certo, ci sono gli immigrati. Lo spaccio d’erba, di coca, di crack chi lo realizza? Gli immigrati. Stupri e furti in casa: sono sempre loro, gli immigrati. Nessuna di queste affermazioni è vera. E non esiste numero, statistica, analisi che la confermi. Solo un esempio: 27mila sono gli spacciatori italiani, poco più di duemila gli stranieri.

Eppure queste falsità sono diventate verità accettate. Come è possibile che d’improvviso i responsabili del disastro diventino i migranti, il male assoluto, il problema numero uno, su cui sfogare qualsiasi disagio, qualsiasi frustrazione, ogni tipo di abuso linguistico, balla informativa, aggressione verbale? Come è possibile che la campagna elettorale di partiti e movimenti diventi solo il tentativo di accaparrarsi il palio del contrasto ai migranti? Il linguaggio diventa la prova capitale di come si stia cercando di banalizzare il problema. Che nella declinazione più barbara di Salvini è “l’invasione”, in quella, più crudele di Di Maio “taxi del mare”, e nel gergo più tecnico del governo “ridurre gli sbarchi”. Ma soprattutto, come è possibile che dinanzi a migliaia di persone che scappano dalla guerra o dalla miseria i colpevoli diventino chi li salva in mare?

Tutto questo si è realizzato quando chi per cultura e tradizione storica (la sinistra) dovrebbe stare dalla parte dei più deboli, ha abdicato ai suoi valori. E rinunciato a mostrare le reali dinamiche, analizzare i numeri, raccontare cosa davvero accade in Africa e nel Mediterraneo preferendo focalizzarsi sul piccolo, microscopico segmento dei nostri confini.

Ma noi siamo italiani, si dice, è dell’Italia che deve interessarci no? Proprio perché siamo italiani e proprio perché dovremmo interessarci dell’Italia le forze politiche dovrebbero guardare negli occhi la realtà e spiegare come stanno le cose ai loro elettori, a quel complesso congegno che è l’opinione pubblica.

La sinistra, in qualunque sua declinazione (con rarissime eccezioni) non ha battuto ciglio dinanzi al codice Minniti. Dove l’unica priorità è quella di impedire gli sbarchi: nessuna attenzione alla vita dei migranti, disinteresse per cosa farà di loro la guardia costiera libica (da sempre, ci sono le prove, in rapporti con la milizia Anas Dabbashi che monopolizza il traffico di esseri umani). Ma forse questo codice che impone la presenza di ufficiali di polizia armati sulle navi e rende impossibile il trasbordo ha una contropartita in un altro contesto? C’è un impegno italiano a non vendere armi nei territori di guerra? Ad aumentare la percentuale di Pil da dedicare ai paesi in via di sviluppo? Si vuole negoziare con la Libia sulla sorte dei migranti fermati? Si chiedono garanzie perché possano avere assistenza dignitosa e non essere arrestati e abbandonati in prigioni nel deserto? No, nulla di tutto questo.

Invece di accettarlo in silenzio dovremmo trovarci davanti alle ambasciate di ogni stato europeo a scandire: «Non ci costringerete a farli annegare». Dovremmo solidarizzare con chi salva le vite in mare. Al contrario, ci troviamo a mettere tutte le Ong sul banco degli imputati, strumentalizzando qualche errore o disinvoltura di troppo, che magari si sono anche commessi.

Non esistono risposte semplici ai flussi migratori, non c’è una soluzione immediata, forse è solo possibile di volta in volta di far fronte all’ emergenza. Proprio questo è quello che fa una Ong come Medici senza frontiere. Lavora su entrambi i fronti: nei luoghi da dove i migranti scappano, e in mare dove muoiono.

L’Europa crede di essere di fronte a un’invasione ma non conosce nulla di quello che sta accadendo in Africa, le grandi migrazioni avvengono lì, al suo interno, e sono cento volte più grandi delle centomila persone all’anno che sbarcano in Italia. Due milioni e settecentomila persone sono scappate dalla Nigeria per sfuggire a Boko Haram. In Uganda (34 milioni di abitanti) troviamo quasi un milione di rifugiati.

Medici senza frontiere si trova ad essere accusata per non aver firmato il codice Minniti. L’argomento è: «da che parte stai, con lo Stato o con i trafficanti?». È una falsificazione in cui si vuole incastrare Msf. Gabriele Eminente, che di Medici Senza Frontiere è il presidente, spiega: «Ong significa Organizzazione non governativa. Per definizione non può appartenere a nessuno, tantomeno a uno Stato. Non è corretto nemmeno attribuirle un’origine “geografica”. È una furbizia mediatica dire Ong spagnola, tedesca. È un modo per suggerire l’esistenza di una “cospirazione” straniera ai danni dell’Italia. Ci vogliono collegare – dice Eminente – a mondi che non ci appartengono. Ci descrivono come complici dei trafficanti, oppure pretendono che diventiamo collaboratori di indagini che non possiamo essere. Il nostro compito è invece essere laddove ci sono persone che muoiono e abbisognano di aiuto». Msf collabora rispettando le leggi internazionali e le leggi del mare, e poliziotti disarmati possono salire sulle navi in qualunque momento, perché non c’è niente da nascondere.

Il ragionamento di Eminente fa emergere chiaramente il tema. Fin quando in Italia non sarà possibile entrare in modo legale, non ci saranno visti per chi vuol venire a lavorare, non saranno gestiti i flussi, allora barconi e trafficanti resteranno l’unico canale di approdo. È la logica della chiusura, sono l’Italia e l’Europa, ad aver incentivato gli sbarchi.

Una proposta concreta per affrontare il problema esiste. Il 12 aprile è stata lanciata una campagna, “Ero Straniero” da Emma Bonino e i Radicali Italiani, e invito tutti i lettori a firmare. Chiamata diretta degli sponsor, permessi di lavoro, integrazione, regolarizzazione dei clandestini. E creazione di corridoi umanitari. Queste sono le proposte. Anche in questo caso la sinistra (con rare eccezioni) non ha colto la crucialità di questa campagna. Invoca il “principio di realtà” contro il “principio di umanità”. Chiaramente, la campagna elettorale permanente avvelena qualsiasi tipo di analisi e riflessione seria sulla questione.

Si ricorre all’argomento “principe”: se la maggioranza lo vuole, la maggioranza decide. Non è così. Alessandro Galante Garrone (quanto ci mancano oggi intellettuali come lui) citava Roger Williams, teologo padre della laicità dello Stato: il volere della maggioranza poteva valere only in civil things , solamente nelle cose civili. La regola democratica della maggioranza non poteva convertirsi in una sopraffazione dei diritti individuali e universali di libertà. Ignorare quello che accade in Africa, o semplicemente rispondere con i respingimenti, se è un volere della maggioranza, è un volere orrido e incivile. Bisogna avere il coraggio di opporsi, di restare minoranza, di apparire marginali per poter salvare se stessi e la giustizia.

Quello che sta accadendo in Africa e nel Mediterraneo è sconosciuto a gran parte dell’opinione pubblica italiana, e ci limitiamo a dire: non possiamo da soli risolvere problemi secolari.

Allora, la voce di chi ha visto in faccia quello di cui parliamo nelle sedi politiche, al bar o sui social, forse ci può aiutare a prestare attenzione almeno a un’eco della parola Umanità. Roberto Scaini, di Misano Adriatico, è uno dei molti medici che hanno lavorato da volontari sulle navi nel Mediterraneo, o nei luoghi di origine delle migrazioni.

«Quello che ho visto sulle navi va al di là di quanto immaginavo», racconta, «vedevo il terrore nei loro occhi, gli davo una pacca e dicevo “welcome on board”. Molti, anche solo sentendosi sfiorati si difendevano, altri non credevano fosse possibile avere un gesto amico. Venivano dall’inferno. Il barcone è solo l’ultimo dei rischi di una lunghissima catena. Paura di morire in mare? Certo che ce l’hanno; come ne hanno del deserto, degli stupri, di essere frustati, picchiati a sangue, lasciati senza acqua. Quella di morire in mare è quasi la morte meno violenta che si aspettano». Ecco una cosa che dovrebbe fare la sinistra: farli raccontare, ascoltare».

Non è quello che uno si aspetta. Nemmeno un medico come Scaini, che pure è stato in Siria, in Iraq, in Liberia e Sierra Leone colpite dall’epidemia di Ebola. «Per un medico che possano esserci morti per un’epidemia o guerre è terribile, ma razionalmente spiegabile. Quando vedi morti per malattie curabili, per denutrizione, per ingiustizia questo no. Non riesci a razionalizzarlo». «Bisogna sfatare un’altra bugia», prosegue Scaini, «pensare che la maggior parte viene in Europa perché si sta meglio è falso. Vengono in Europa perché dove sono non c’e la possibilità di vivere».

E inseguire una possibilità di vivere significa spesso morire. Gettati come una cosa, un rifiuto. «Un bambino, guardandomi negli occhi, mi ha raccontato di come sui camion per la Libia, quando un ragazzino o una ragazzina stavano male con febbre o dissenteria, li buttavano nel deserto lasciandoli alla morte». Il medico di Misano Adriatico racconta con la voce rotta, quasi imbarazzato: «un medico non dovrebbe commuoversi… ma forse è importante, invece».

Roberto Scaini è uno dei moltissimi medici e operatori italiani – oltre 400 – che operano per Msf. Una comunità importante che sopperisce alle mancanze degli Stati, che dà lavoro. Pochi numeri, per dirlo: Medici senza frontiere conta oltre 34 mila operatori umanitari, dei quali 3 mila internazionali. Gli altri sono personale locale, tanto che in alcuni Paesi la Ong è il principale datore di lavoro. Nel 2016 le equipe di Msf sono state impegnate nei soccorsi in 67 Paesi, con il coinvolgimento di 402 operatori italiani.

E proprio in Italia Msf sta crescendo: lo scorso anno ha raccolto quasi 57 milioni di euro, con un aumento dell’8,5% rispetto all’anno precedente. La maggior parte dei fondi (94%) viene da privati, mentre il rimanente 6% da aziende e fondazioni.

Si è favoleggiato sui soldi alle Ong. Perché dovrebbero essere senza soldi? Perché si preferisce che i soldi siano nel calcio, nell’intrattenimento, nella moda, tutti mondi che riciclano sistematicamente o evadono,piuttosto che nell’impegno umanitario?

E i medici privilegiati? Un’altra grande menzogna. Il primo stipendio di un medico Msf è di 1.500 euro (a volte anche meno). Poi aumenta, ma rimanendo sempre inferiore allo stipendio di un ospedaliero. Mentire, mentire, mentire: è stato questo l’ordine sui social, nel dibattito politico.

«Ovvio che non si può pensare di salvare l’Africa trasferendola in europa», conclude Scaini, «sarebbe stato come dire svuotare di persone il West Africa per guarire l’ebola. Ma si possono gradualmente portare avanti politiche di soccorso e politiche di riforma».

Nel 1893 ad Aigues Mortes, in Provenza, Francia meridionale, ci fu un massacro di italiani compiuto da un gruppo di disoccupati francesi, caricati dall’odio verso quegli immigrati che rubavano il lavoro perché si accontentavano di salari da fame. A fermare la rabbia degli italiani contro francesi assassini di innocenti e dei francesi che consideravano gli italiani saccheggiatori di lavoro e che varcavano il confine per sporcare le loro strade e insidiare le loro donne, fu un socialista italiano, che mai come in questi anni risulta attuale più che mai: Filippo Turati. Intervenne e mostrò che la soluzione cominciava con lo specchiarsi nelle miserie condivise. Invitò tutti i disperati in cerca di una nuova vita a provare ad avere «una sola testa e un solo cuore, una testa che conosca le cause della propria miseria e delle proprie divisioni e un cuore che lo spinga contro di esse. Allora finirà la baldoria dei patriottardi e le stragi fraterne fra lavoratori diverranno impossibili».

Tutto ciò che siamo, le nostre fragili democrazie, il diritto al voto, la libertà d’espressione, la libertà religiosa, la possibilità di leggere, ascoltare, manifestare, amare, tutto questo esiste perché i nostri diritti si fondando sulla libertà, sul rifiuto della guerra, sulle leggi. La storia della sinistra democratica nasce con il sogno concreto di liberare l’umanità dalla miseria e dall’ignoranza. Non può, in nome di una “concretezza”, tradire tutto ciò che è stata. Il silenzio della sinistra italiana è il suo requiem.

Leggi anche:

Filantropi e capitale

Filantropi di ventura

Come le grandi imprese del capitalismo globalizzato sfruttano a loro modo la tragedia dei rifugiati. I loro portavoce scrivono: «l’umanitarismo può far fare buoni affari».

Progetto casa per i Rifugiati -Ikea BetterShelter.org (foto da comune-info.net)

di Paola Somma – eddyburg.it, 12 agosto 2017

1. La feroce determinazione con cui si colpisce chi cerca di salvare vite umane mentre si lascia carta bianca alle multinazionali che si stanno spartendo la “risorsa rifugiato” sono due aspetti non disgiunti, ma complementari, dello stesso disegno di appropriazione del pianeta e di riduzione in schiavitù della maggioranza dei suoi abitanti perseguito dalle istituzioni finanziarie e dai governi che ai loro dettami ubbidiscono. Un disegno nel quale la crescente collaborazione tra il settore pubblico e le grandi imprese coinvolte nelle così dette “partnership per i rifugiati” ha un ruolo non irrilevante.

Più che dalla abusata motivazione che gli stati nazionali non hanno denaro e quindi devono collaborare con i privati ricchi di risorse ed esperienza manageriale, la diffusione di tali iniziative è frutto di una scelta strategica delle imprese. Molte, infatti, hanno capito che firmare un assegno o farsi un selfie con un rifugiato per migliorare l’immagine della ditta sono gesti che rendono poco rispetto ai profitti che si possono ricavare diversificando gli investimenti e destinando una quota di capitale alla filiera filantropica e hanno deciso di adottare linguaggio e metodi del capitale di ventura per conquistare il mercato dei beni e servizi per rifugiati.

Tale approccio è apertamente condiviso ai più alti livelli delle pubbliche istituzioni, come dimostrano, ad esempio, le dichiarazioni rilasciate durante il Summit per il rifugiato del settembre 2016 e la contemporanea iniziativa dell’allora presidente degli Stati Uniti Obama, che ha lanciato un call for action per spronare il settore privato a impegnarsi per “risolvere la crisi” dei rifugiati. All’appello hanno rispoasto con entusiasmo oltre 50 corporations, da Google a Airbnb, da Western Union a Linkedin, oltre che Goldman Sachs e JPMorgan.

(foto da comune-info.net)

Anche l’UNHCR, l’alto commissariato delle nazioni unite per i rifugiati, ha avviato una serie di compartecipazioni con grandi imprese mondiali. Uno dei primi accordi è stato siglato con IKEA, le cui iniziative, abilmente propagandate da campagne pubblicitarie, hanno suscitato il plauso unanime dei commentatori. In particolare Better shelter, un ricovero prefabbricato di semplice montaggio, ha avuto numerosi riconoscimenti. Nel 2016 è stato premiato come miglior oggetto di design dal museo di design di Londra e un suo esemplare è esposto al Moma di New York. UNHCR ne ha installati 5000 in varie parti del mondo: Iraq, Gibuti, Niger, Serbia, Grecia. Pressoché sotto silenzio, invece, è passata la notizia che IKEA ha dovuto ritirare dal mercato 10000 scatole di Better Shelter, già acquistate da UNHCR, dopo che la città di Zurigo si è rifiutata di usare le casette perché non soddisfano le norme antincendio svizzere.

Per Heggenes, amministratore delegato della IKEA foundation, ha ammesso che sapevano che il prodotto “non è adatto a tutti i climi” e che ora lo stanno ridisegnando. Comunque, sono soddisfatti perché è stata una esperienza istruttiva dalla quale hanno imparato molto. Quando il business incontra le Nazioni unite, ha aggiunto, ci sono sempre dei problemi… abbiamo bisogno di tempo di capirci… «noi non siamo organizzazioni umanitarie, noi investiamo. Ma cerchiamo un ritorno sociale e non solo finanziario».

Campagna “Il potere della Luce ” promossa da UNHCR e Ikea (foto da comune-info.net)

E la ricerca del ritorno sociale è l’obiettivo dichiarato del più recente progetto che IKEA sta mettendo a punto per far lavorare i rifugiati in Giordania, uno dei paesi confinanti con la Siria dove Banca mondiale, Stati Uniti, Unione Europea e Gran Bretagna sono a caccia di occasioni di investimento.

2. Il piano di Ikea è di creare una linea di tappeti ed altri manufatti tessili da far produrre dai siriani dei campi. Le prime 200 postazioni dovrebbero essere pronte entro pochi mesi, ma l’ambizione è di creare, entro 10 anni, 200 mila posti di lavoro in varie località.

(foto da comune-info.net)

Rispetto a better shelter, si tratta indubbiamente di un programma diverso, nel quale il valore aggiunto non deriva tanto dalla merce prodotta ma dal lavoratore, secondo la logica sintetizzata dallo slogan “rifugiato come opportunità” ed ampiamente illustrata in un rapporto di un consulente della Unione Europea dal titolo inequivocabile: il lavoro del rifugiato, un investimento umanitario che genera dividendi (Philippe Legrain, The refugee work, an humanitarian investment that yelds economic dividends, 2016).

Anche la scelta di cominciare dal campo profughi di Zaatari non è irrilevante. Creato nel 2012, il campo è ormai, per dimensione, la quarta città della Giordania e secondo gli esperti internazionali non solo è destinato a permanere nel tempo, ma rappresenta il modello di città del futuro. Ed in effetti, se si tiene conto che la Banca mondiale ha concesso fondi alla Giordania perché riformi il mercato del lavoro, che l’Unione Europea ha negoziato la qualifica di “mercato preferenziale” per le merci prodotte in 18 zone industriali dove almeno il 15% degli occupati sono immigrati e che gli Stati Uniti hanno firmato un trattato di libero scambio commerciale con la Giordania, il futuro della città/deposito di esseri umani a disposizione degli investitori sembra garantito. Come ha spiegato il sottosegretario al commercio degli Stati Uniti, accompagnando una decina di rappresentanti di grandi imprese, tra le quali Microsoft, Master card, Coca cola e Pepsi cola a visitare il campo, «non vi portiamo in gita a Zaatari per farvi parlare con dei disgraziati, ma perché cogliate l’opportunità commerciale connessa all’impegno per una causa umanitaria».

Il campo profughi di Zaatari (foto da comune-info.net)

3. In questo fervore di iniziative benefiche poco si dice a proposito delle condizioni di lavoro, ed anche immani disastri, come l’incendio di un capannone o il crollo di un edificio, vengono rapidamente archiviati e le ditte continuano a profittare dei nuovi schiavi. Quando nel 2015 l’organizzazione britannica Business and Human Rights Resource Centre ha distribuito un questionario alle grandi firme del tessile operanti in Turchia, solo H&M e Next hanno ammesso di aver scoperto che nelle fabbriche dei loro fornitori erano impiegati bambini siriani. Le altre hanno risposto in termini evasivi o non hanno nemmeno risposto.

In un momento in cui le organizzazioni senza scopo di lucro vengono trattate come criminali, non dovrebbe essere difficile pretendere trasparenza su questo punto da Ikea, che legalmente, cioè fiscalmente, è una onlus. Ikea foundation, infatti, non è una società per azioni ma una charity, con sede in Olanda, controllata dall’azienda olandese Ingka holding a sua volta posseduta da una fondazione non profit e paga le tasse con aliquota del 3,5%. La fondazione è una delle più grandi non profit al mondo ed ha un patrimonio che supera i 35 miliardi di dollari. Come recita un famoso aforisma di Henry David Thoreau «la bontà è l’unico investimento che non fallisce mai».

Sicilia, il ritorno di province e indennità

Sicilia, tornano le Province (ma le chiamano «liberi consorzi»). Ripristinate anche le indennità

Alla vigilia di Ferragosto, con un colpo a sorpresa voluto da Forza Italia, passa la reintroduzione dell’elezione diretta dei presidenti. Viene ripristinata anche l’indennità.

di Cesare Zapperi – corriere.it, 11 agosto 2017 
Il presidente della Regione Sicilia Rosario CrocettaIl presidente della Regione Sicilia Rosario Crocetta
Ritorno al passato

La legge regionale segna un ritorno al passato. La Sicilia, infatti, aveva deciso di anticipare la riforma Delrio cancellando per prima le Province, ma da allora le elezioni indirette (cioè affidate agli amministratori locali) sono sempre state rinviate. Esulta il centrodestra: «Abbiamo messo fine alla riforma più strampalata di Rosario Crocetta. Le ex province sono state massacrate da scelte scellerate del Pd per cinque anni. Ora si vede un po’ di luce. Torna anche la democrazia con il voto a suffragio universale. Sono orgoglioso di essere stato il primo firmatario del disegno di legge che oggi con il voto d’Aula ha reintrodotto il voto diretto», afferma Vincenzo Figuccia, deputato di Forza Italia.

Il blitz

La reintroduzione «mascherata» delle province è stato un vero e proprio blitz. Il voto è arrivato dopo che l’aula aveva approvato le norme della cosiddetta finanziaria bis. A sorpresa i deputati hanno chiesto alla presidenza dell’Ars di mettere ai voti il disegno di legge, iscritto all’ordine del giorno da tempo, che reintroduce il voto diretto nelle ex Province. Marco Falcone, capogruppo di Forza Italia, osserva: «Oggi restituiamo la parola ai cittadini. Con questa legge certifichiamo al tempo stesso la politica fallimentare del Pd, che sulla riforma ottenne l’improvvido sostegno dei 5 Stelle, anche nel settore degli enti locali». Ribatte l’assessore regionale all’Agricoltura Antonello Cracolici: «La decisione del parlamento siciliano di approvare gli articoli della legge che ripristina l’elezione diretta a suffragio universale del sindaco metropolitano è una palese violazione della norma nazionale. È evidente che questa legge sarà inevitabilmente impugnata dal governo nazionale, determinando un ulteriore condizione di caos sulle ex province».

***

Da sud a nord, rivolta anche in casa Alfano

Alleanze. Dopo l’abbraccio in Sicilia tra Pd-Ap, il partito del ministro degli esteri è in fermento. Ma anche Renzi ha un problema con Orlando, dopo che l’Assemblea regionale ha approvato una legge che ripristina il voto diretto per le province.

 Il sindaco di Palermo Leoluca Orlando

di Alfredo Marsala – ilmanifesto.info, 11 agosto 2017

Un’immagine plastica di cos’è la politica in Sicilia, abbarbicata nei giochetti pre-elettorali col pallottoliere e i sondaggi tra le mani, arriva direttamente dal parlamento più antico d’Europa. Ieri ultimo giorno di lavoro per i deputati regionali, da oggi in vacanza (rientro a settembre). A sorpresa, Ap e un pezzo di Pd , per la felicità del centrodestra, impongono, riuscendoci, di mettere ai voti un disegno di legge che poltriva da mesi nel polveroso ordine del giorno dell’Assemblea siciliana. Giovanni Ardizzone, presidente dell’Assemblea e sodale di Casini-D’Alia, lascia in fretta lo scranno, cedendolo al suo vice, Giuseppe Lupo (Pd). Sfilandosi apparentemente così dal pasticcio: come dire, io non c’ero e se c’ero ero in altre faccende affaccendato. Messo ai voti il ddl passa: d’un colpo ritorna l’elezione diretta nelle ex province – ora «Liberi consorzi» – e nelle tre città metropolitane di Palermo, Catania e Messina dove i sindaci si sono insediati da qualche mese.
Un blitz vero e proprio, in barba alla (fallimentare) legge Delrio che ha cancellato il voto diretto. In Sicilia, invece se il governo non impugnerà la legge, si tornerà a votare in primavera nella tornata per le amministrative, unica regione in Italia, per la scelta di presidenti, sindaci e consiglieri. L’obiettivo centrato dalla fronda bipartisan – col voto contrario del governatore Rosario Crocetta e del M5s – era quello di rimettere in sesto poltrone da assegnare per rassicurare le truppe assetate di potere. Così è stato. Un blitz che non è piaciuto a Leoluca Orlando, che s’era battuto nei mesi scorsi proprio per fare passare all’Ars l’adeguamento alla Delrio e c’era riuscito tra i maldipancia di molti.

Un problema politico in più per il Pd che ora dovrà dare spiegazioni al sindaco di Palermo con il quale ha congelato il confronto nell’attesa di chiudere l’accordo con Alfano per le regionali di novembre. Già irrigidito da questo flirt, Orlando rischia di ritrovarsi col cerino in mano. La trattativa sul nome del candidato «centrista» a governatore non piace a Mdp e Sinistra italiana, partner di Orlando nella partita. La sinistra rimane ferma sul «modello Palermo»: candidato non legato ai partiti e liste civiche senza simboli.
In realtà un progetto mascherato dietro al quale ci sono le solite facce, persino della prima Repubblica tipo Carlo Vizzini e Totò Cardinale. «Non possiamo in questo contesto non vedere come l’accordo politico tra il Pd e Alfano sostituisca al modello Palermo una alchimia politica siciliana che ripropone ancora una volta il sistema di potere che ha caratterizzato l’esperienza del governo Crocetta» ragionano i leader di Mdp e Si. Schermaglie, per ora. Che non bloccano il dialogo in corso sulla coalizione in Sicilia (anche perché il Pd lavora proprio a un candidato civico), ma minacciano di ripetersi nelle importanti Regioni prossime al voto.

Non è passata inosservata l’offensiva avviata da sinistra anche sulla Lombardia, dov’è in campo per il Pd la candidatura di Giorgio Gori. Sul sindaco di Bergamo, che si è detto pronto alle primarie, Mdp non nasconde le sue perplessità. E dopo l’elogio di Gori all’ex governatore Formigoni, il capogruppo alla camera Francesco Laforgia dichiara che con un «moderatismo senz’anima» che punta ai voti del centrodestra, la sinistra perde. Anche in Lombardia – afferma – la strada del centrosinistra è tutta da costruire». Difficile, per il momento, che a Renzi riesca in Sicilia il progetto del campo largo: una grande ammucchiata con dentro Pd, Ap, centristi per l’Europa, Mdp, Si e liste civiche. I veti incrociati non mancano, mentre il tempo scorre e il M5s corre. Dentro Ap, i malumori sono parecchi. Soprattutto al nord, dove i big, a cominciare da Formigoni, spingono per un’intesa con Forza Italia. Ma anche al Sud le fibrillazioni non mancano.

In Sicilia, il grande bis sponsor della rimpatriata con il centrodestra è Ciccio Cascio, che alle comunali di Palermo, disobbedendo agli ordini di Alfano, ha appoggiato Fabrizio Ferrandelli allineandosi alla scelta di Forza Italia. Cascio è tra i più attivi sostenitori dell’accordo con Fi, dove monta il malessere nei confronti del commissario Gianfranco Miccichè.Tra i dissidenti c’è l’emergente Vincenzo Figuccia, cui è toccato il compito di bacchettare il «capo» per il rinvio del vertice azzurro che era stato fissato per oggi. «Avevamo chiesto a Miccichè un incontro col gruppo parlamentare di Forza Italia all’Assemblea siciliana, evidentemente non è in grado di reggere il confronto e preferisce parlare nei salotti con Alfano», attacca. «La verità – ammette – è che c’è una lotta interna tra chi vuole far rinascere il centrodestra in Sicilia e chi vuole rimanere morbosamente attaccato al potere». E avverte i suoi: «Non è più tempo di burattini da gestire a proprio piacimento. Noi non seguiremo Miccichè in questo percorso». Un endorsement per Nello Musumeci, gradito a un pezzo di Fi che lo ritiene il candidato ideale per sconfiggere il Movimento 5 Stelle.

strisciarossa

Al via a settembre un nuovo sito di informazione rigorosamente «di sinistra».

Il logo del nuovo sito

lastampa.it, 4 agosto 2017
*
Dalle ceneri dell’Unità nasce «strisciarossa». Nulla a che vedere col Pd, men che meno con Renzi, o con gli ultimi editori che nelle scorse settimane hanno portato alla chiusura del quotidiano fondato da Antonio Gramsci, ma un progetto che affonda le radici nella storia dell’ex organo di partito promosso da un drappello di giornalisti.

L’annuncio di questa nuova iniziativa, di questi tempi, non può che arrivare via social network. «Cari amici di Facebook – scrive infatti l’ex vicedirettore Pietro Spataro – insieme con un nutrito gruppo di giornalisti abbiamo deciso di far nascere un nuovo sito. Arriverà a settembre e si chiamerà strisciarossa.it».

Il giornale che nasce on line «e poi si vedrà», come già qualcuno ha scritto nei commenti, si annuncia come «nuovo in tutto». Nuovo «nella grafica, nel modo di raccontare le cose, negli argomenti che affronterà. Soprattutto sarà nuovo perché non somiglierà a nessun altro sito e cercherà di mettere accuratezza, approfondimento e affidabilità al centro della propria informazione. Faremo di tutto per evitare quelle che Antonio Gramsci definiva le tendenze che minano il giornalismo: “l’improvvisazione, il talentismo, la pigrizia fatalistica, il dilettantismo scervellato…».

Il nome «strisciarossa» è stato scelto «perché può avere un doppio significato: per chi ha letto o diffuso l’Unità richiama la striscia rossa che sottolineava la testata. Per gli altri quel segno sarà il simbolo di un punto di vista preciso, di una informazione schierata ma aperta e di ricerca. La nostra striscia rossa è infatti volutamente non finita, come se fosse lo spunto per un viaggio da costruire insieme».

Il punto di vista di «strisciarossa» sarà ovviamente di sinistra. E questo, spiega Spataro, «vuole essere il suo elemento di forza», «una sinistra che deve diventare più larga possibile, unitaria, inclusiva, non settaria, articolata nei suoi pensieri e nelle sue sensibilità ma ferma nei suoi convincimenti e nella sua radicalità. Vogliamo aprire uno spazio pubblico e offrire spunti nuovi a quelli che fanno parte del vasto popolo di sinistra che oggi è diviso e spaesato. «Il nostro obiettivo – argomenta l’ex vicedirettore dellUnità – è diventare, attraverso il lavoro giornalistico, un luogo di informazione, di conoscenza e di confronto sui temi che sono il cuore della ricostruzione di un pensiero di sinistra: la disuguaglianza, il lavoro, l’immigrazione, il conflitto sociale, le pari opportunità, la formazione, l’innovazione condivisa, una nuova idea di Europa, gli squilibri mondiali, la questione ambientale, i diritti e le libertà, le culture che animano i pensieri e la ricerca scientifica che apre nuove frontiere. Vogliamo fare di strisciarossa il sito dove si costruiscono i ponti e si abbattono i muri. E lo faremo nella chiarezza delle nostre idee e nella fermezza dei nostri giudizi».

A questa nuova impresa «collaboreranno molti giornalisti che hanno lavorato all’Unità, altri che vengono da esperienze diverse, studiosi e intellettuali che sono attenti osservatori del nostro tempo. Ma l’’auspicio è che la contaminazione diventi sempre più profonda e proficua e possano entrare nella nostra redazione sensibilità e idee nuove per un nuovo viaggio». La squadra iniziale, infatti, oltre che a Spataro che tiene le redimi del progetto, è composta da Silvia Garambois, Paolo Soldini, Marcella Ciarnelli, Bruno Ugolini, Ella Baffoni, Paolo Branca, Maristella Iervasi, Stefano Bocconetti, Toni De Marchi, Andrea Aloi, Maria Serena Palieri, Ninni Andriolo, Cristiana Pulcinelli, Romano Bonifacci, Pasquale Cascella, Maria Luisa Righi, Massimo Cavallini, Maddalena Tulanti, Gianni Cerasuolo, Giuliano Cesaratto, Enzo Ciconte, Antonio Cipriani, Alberto Crespi, Domenico Commisso, Pier Virgilio Dastoli, Roberto Del Balzo, Rocco Di Blasi, Paolo Di Paolo, Nicola Fano, Rinaldo Gianola, Francesco Giasi, Bruno Gravagnuolo, Pietro Greco, Luca Landò, Oreste Pivetta, Michele Prospero, Giuseppe Provenzano, Daniele Pugliese, Vittorio Ragone, Roberto Roscani, Lorenzo Rossi Doria, Marco Sappino e Claudio Treves.

Attraverso il sito http://www.strisciarossa.it, la pagina Facebook “Strisciarossa”, e l’account twitter (@striscia_rossa) il gruppo di lavoro informerà via via sui lavori in corso dando vita ad un vero e proprio count down. «Vi aspettiamo con le vostre idee e con le vostre passioni» è l’invito che rivolgono a tutti in attesa del debutto.

[P.BAR.]

Stupri, Libero fa la morale alle ragazze

Stupri, Libero fa la morale alle ragazze. Ma se sei uno stronzo è solo colpa tua

Stupri, Libero fa la morale alle ragazze. Ma se sei uno stronzo è solo colpa tua

Solo lavoro povero per le donne

Francesca Re David (Fiom): «Solo lavoro povero per le donne in Italia»

Occupazione. Intervista alla segretaria Fiom Francesca Re David sui dati Istat, sbandierati da Boschi e Renzi.

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 2 agosto 2017

L’occupazione femminile cresce in Italia: spiega l’Istat che la percentuale di donne che lavorano ha raggiunto lo scorso giugno il 48,8%. Il risultato più alto da quando sono cominciate le serie storiche, nel 1977. La sottosegretaria alla presidenza del Consiglio, Maria Elena Boschi, ha esultato: «Qualcuno può ancora negare il successo del Jobs act?». Il segretario del Pd, Matteo Renzi, ha scritto nella sua enews del 31 luglio: «Il Jobs act funziona. E finalmente non lo mette in dubbio più nessuno».

Eppure il dato non dovrebbe suscitare troppo entusiasmo visto che la media europea è del 65,3%: si va dal 70% della Germania al 55% della Spagna. Il segmento che ha avuto la crescita maggiore di posti di lavoro è quello tra i 55 e i 64 anni (in tre anni è aumentato del 23%). Infine, oltre due terzi dell’aumento riguarda contratti a tempo determinato, mentre i contratti a tempo indeterminato risultano stabili. Chiara Saraceno su Repubblica ha attribuito il dato all’effetto della riforma delle pensioni targata Elsa Fornero e non al Jobs Act, visto anche l’assenza di crescita del tempo indeterminato. Francesca Re David, segretaria generale della Fiom, sottolinea un altro aspetto: «Si tratta di un tipo di lavoro così precario e sfruttato che, in questo senso, è un effetto del Jobs act».

Re David, come vanno letti i dati sull’occupazione femminile?
Dal Jobs act in poi la crescita degli assunti riguarda quasi sempre gli ultra cinquantenni. La disoccupazione giovanile è la più alta in Europa dopo la Grecia. La riforma del lavoro voluta da Renzi ha reso i licenziamenti più facili, una tendenza cominciata con l’articolo 18 della riforma Fornero: chi ha perso il posto o vive in una famiglia a rischio povertà, visto anche quanto poco viene pagato il lavoro operaio, ha scelto di accettare qualsiasi offerta, anche con paghe bassissime. E poi l’Istat inserisce nel calcolo anche chi ha lavorato solo un’ora nella settimana della rilevazione. Possiamo considerarla occupazione?

La crescita riguarda soprattutto i contratti a termine
Il dato riguarda le forme di lavoro che hanno un termine, cioè anche tipi di occupazione meno strutturati rispetto ai contratti a termine in senso stretto, che includono condizioni di lavoro migliori e maggiori diritti sindacali. Si tratta, in molti casi, di lavoro poverissimo. La crescita sbandierata a giugno arriva dopo un mese di maggio in negativo. La prova del nove ce la dà l’inflazione che non cresce, questo vuol dire che le famiglie non spendono perché ancora inchiodate dalla crisi, preoccupate della sussistenza. Le donne, poi, tradizionalmente occupano posti nel terziario e nei servizi alla persona, un segmento fortemente svalutato dal punto di vista dei compensi.

Nel terzo trimestre del 2016 il tasso di occupazione femminile al Nord era del 57,8%, in linea con l’Europa, mentre al Sud era fermo al 32,3%. Una tendenza che sembra proseguire.

I dati nel Mezzogiorno sono drammatici. Per cominciare, la disoccupazione giovanile è più alta di quella greca. In Italia le donne guadagnano comunque meno degli uomini ma al Sud si attestano su redditi bassi anche in virtù di una minore scolarizzazione, con un tasso di laureate più basso rispetto al settentrione. Al Nord reggono i grandi gruppi ma l’economia è comunque ferma perché manca una politica industriale. I finanziamenti a pioggia, voluti dal governo Renzi, non servono a invertire la rotta: i soldi vanno dove ci sono i soldi. Così il Mezzogiorno, e le donne, restano bloccati.