Articoli Siberiani

Nessun paese è un’isola

di Barbara G.

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La Politica, quella con la “P” maiuscola, dovrebbe preoccuparsi di risolvere i problemi alla radice, muovendosi fra i paletti rappresentati dai principi della Costituzione e dai principi di base nei quali ogni formazione politica si riconosce. Nel caso in cui non fosse possibile intervenire in modo definitivo deve proporre interventi atti a contenere gli effetti dei problemi, magari anche solo in via provvisoria mentre gli interventi di lungo termine entrano a regime.

Per far questo però bisogna conoscere. Einaudi diceva “conoscere per deliberare”, ma questo sacrosanto principio pare ormai una cosa da gufi, perché si confonde la politica con il parlare alla pancia delle persone. Trovare la soluzione rapida da dare in pasto alla “plebe”, appiattendosi spesso su un linguaggio populista… atteggiamento che ora è trasversale, e che ha ormai invaso anche il sedicente centrosinistra, che, invece di inseguire la destra sul suo terreno per paura di perdere i voti, dovrebbe ricordarsi basi culturali, statuti e principi fondativi, e proporre una soluzione che sia ragionata e il più possibile congruente con i principi di base.

Il “Problema” (anche qui “P” maiuscola) è ad oggi la questione migranti, un po’ perché la questione è effettivamente seria e un po’ perché è facile terreno di propaganda per una politica alla continua ricerca di un capro espiatorio su cui scaricare la qualunque, per nascondere altri problemi e per perpetuare uno stato di emergenza perenne che fa comodo a troppi. Una “P” che fa da fondale teatrale, facendo sparire altre questioni dietro le quinte.

Se invece si vogliono affrontare seriamente i problemi bisogna addentrarsi nelle questioni, ricercando le cause del fenomeno (ammettendo anche le responsabilità di noi occidentali), analizzando numeri reali, i flussi delle persone, verificando cosa funziona e cosa no nel sistema di accoglienza italiano e come ci rapportiamo con gli altri Stati, con l’UE, tenendo ben presente che ci si deve muovere all’interno dei principi fissati nella Costituzione e nei trattati internazionali, mentre le “regole del gioco” le stabilisce la normativa vigente. Solo dopo questa analisi si può pensare ad un miglioramento di carattere organizzativo e/o procedurale, valutando eventuali modifiche alla normativa.

Stefano Catone, trentenne, è consigliere comunale di Solbiate Olona, oltre che collaboratore di Civati. Lui questo lavoro lo ha fatto, curando la stesura di “Nessun paese è un’isola“, edito da Imprimatur.

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Contenuti del libro

Nel testo, grazie al contributo di operatori, attivisti, giornalisti, viene sviscerato nella sua interezza il tema dell’accoglienza dei migranti: le basi normative e il dritto di asilo nel contesto europeo, le tipologie di protezione che possono essere richieste, l’iter seguito e la distribuzione totalmente squilibrata dei richiedenti asilo fra SPRAR (ovvero il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo), che prevede centri gestiti direttamente dagli enti locali e con spese rendicontate, e CAS (i Centri di Accoglienza Straordinaria), che sono quelli nei quali si verificano i più grossi problemi di sovraffollamento, di scarsa qualità dell’accoglienza, con l’ingresso di associazioni e cooperative non in grado di affrontare la situazione ma estremamente interessate ai famosi 35€/gg per migrante ospitato. Vengono anche raccontate le storie virtuose di alcuni esperimenti di accoglienza, prima di tutti quelli della Locride, dove un sistema già rodato (qui anni fa avevano già ospitato i profughi curdi) ha consentito un’accoglienza diffusa, che ha portato al ripopolamento dei centri storici, alla nascita di nuove attività economiche, a nuovi posti di lavoro (è stato calcolato che ogni 10 migranti ospitati si crea lavoro per una persona).

Viene trattato anche il tema delle rotte dei migranti, della differenza (spesso pretestuosa) fra profughi e migranti economici e delle pesantissime responsabilità delle nazioni europee, che stanno proseguendo imperterrite con il loro atteggiamento colonialista e con l’appoggio a dittature più o meno mascherate. Vengono evidenziati i numeri reali degli arrivi sul territorio europeo in rapporto sia alla popolazione residente nel paese di destinazione sia a quella che, fuggendo dal paese di origine, si ferma nei paesi limitrofi. Si tenga presente che circa l’86% dei profughi sotto mandato UNHCR si fermano nei paesi vicini e che il numero di migranti entrati in Europa è di poco superiore al milione di unità, cioè più o meno il numero delle persone ospitate…in Libano. Ma l’Europa conta circa 500 milioni di abitanti, il Libano solo 4!!!

distrib-rich-asiloI numeri effettivamente in ingresso in Europa sono assolutamente gestibili, basta la volontà di farlo, a cominciare dalla redistribuzione dei migranti sul suolo europeo, in attuazione degli accordi in essere ma non applicati. Sarebbe utile inoltre non vincolare il richiedente asilo allo Stato in cui presenta la richiesta: ad oggi infatti un migrante che chiede asilo politico in Italia non può muoversi finché la richiesta non è accolta, nemmeno se ha familiari in un altro Stato che potrebbero aiutarlo ad integrarsi, a trovare un lavoro.

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Altro aspetto su cui sarebbe opportuno intervenire è l’ampliamento della rete SPRAR, a cui i Comuni aderiscono su base volontaria: possibili incentivi potrebbero essere la garanzia di non vedere installati sul territorio comunale CAS e/o la possibilità di procedere ad assunzioni in deroga per implementare il sistema di accoglienza. A tale scopo è stato predisposto un modello di mozione consiliare per richiedere al Comune l’adesione al sistema SPRAR. Il documento è disponibile sul sito di Possibile, insieme alle slides di presentazione del libro, da cui sono stati tratti i grafici sopra riportati.

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Gli extrcomunitari ci costano? no…

Il lavoro di Catone sul tema migranti continua. Questa estate si era recato in un campo profughi in Grecia, recentemente è stato a Belgrado, il suo racconto potete trovarlo qui. I suoi contributi potete trovarli cliccando qui, inoltre potete iscrivervi alla sua newsletter.

Per informazioni: nessunpaeseeunisola@gmail.com.

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Intervista a Stefano Catone pubblicata su “Lombardia Oggi”, allegato a “La Prealpina” del 03/02/2017

Sarà Possibile (?)

(venite possibilmente già mangiati)

di Barbara G.

Sabato scorso sono andata a Parma, agli Stati Generali di Possibile.

So che molti cominceranno immediatamente a sghignazzare e a fare battute (i famosi tre-gattini-tre), ma volevo brevemente raccontare le mie impressioni, visto che per me era la prima “volta”, la mia prima partecipazione ad una assemblea del partito.

Erano invitati a partecipare tutti i gruppi di Possibile, e quindi erano presenti rappresentanti di tutta Italia, da Trieste a Presicce e Sciacca, probabilmente pure qualcuno dai gruppi esteri. Volti noti e “semplici militanti”. E anche qualcosa di più di semplici militanti, perché allo sviluppo delle tematiche che vengono trattate sui canali informativi contribuiscono giovani il cui volto non è famoso come quello dei “frontman” del partito, ma magari il nome uno se lo ricorda. E molti di questi “nomi” hanno preso parola sul palco.

L’Assemblea aveva carattere prevalentemente organizzativo, nel senso che aveva per oggetto la comunicazione delle ipotesi di lavoro relativamente a finanziamento, a come dare maggior impulso al radicamento sul territorio, il funzionamento della piattaforma informatica, l’esposizione della relazione di Civati, che era stata inviata il giorno precedente e che doveva essere messa ai voti dopo la discussione. Chi aveva qualcosa da dire relativamente ai temi all’ordine del giorno infatti aveva la possibilità di iscriversi a parlare.

La “convenscion” si è tenuta al Workout Pasubio di Parma, un’ex officina meccanica a un tiro di schioppo dalla stazione: un salone spartanissimo con annesso bar e uno spazio destinato al book crossing, oltre ad altri locali dell’ex officina.

Alla fin della fiera, i gattini non erano tre ma circa 500 (la questura direbbe 80). Età dei partecipanti: la fascia più rappresentata ad occhio era quella 50-60, seguita da 40-50. C’era pure qualche settantenne. I giovanissimi non erano molti, però in parecchi sono intervenuti. C’era anche una supergiovanissima: la bimba di tre mesi di una coppia di miei amici, compagni di comitato. Riescono a portarsi la ranocchietta praticamente ovunque, complimenti. Io avrei avuto serie difficoltà a fare altrettanto, un po’ perché a fare figli da “vecchi” si diventa meno intraprendenti, un po’ perché il mio non dormiva nemmeno se lo passavi sopra al gas aperto.

La cosa positiva è che ci sono gruppi, soprattutto al sud, costituiti quasi totalmente da U25. Buon segno, direi: vuol dire che in questa fascia di età non è solo M5*. Ben diverso l’andazzo al nord, dove la situazione è un po’ più complessa (e l’età media un po’ più alta).

Ho avuto modo di capire, mettendo insieme la mia esperienza, gli scambi di opinione con referenti dei gruppi vicini e gli interventi di alcuni attivisti, che c’è difficoltà ovunque a mobilitare le persone. Alcuni gruppi sono nati all’inizio sull’onda dell’entusiasmo ma sono poi esplosi, altri resistono, qualcuno si sta costituendo in questi giorni. I gruppi sono generalmente poco numerosi e, come spesso accade in tutti i settori dove si richiede un po’ di impegno, a sbattersi sono sempre i soliti quattro gatti. Inoltre i possibili interlocutori sono spesso già attivi nell’associazionismo… oppure attivisti delusi e “scoglionati” e convincerli ad imbarcarsi in una nuova avventura non è cosa da poco.

La cosa positiva, stando a quanto è stato detto, è che in questo inizio 2017 il tesseramento sta andando meglio rispetto allo scorso anno, e ci sono parecchie nuove adesioni. E da parte del Comitato Organizzativo c’è la volontà di fare un lavoro specifico per stimolare la partecipazione e l’azione sul territorio… contando su aumento di tesserati e nascita di gruppi nelle aree scoperte. Intanto in Lombardia i comitati stanno facendo rete.

Si è parlato dell’implementazione della piattaforma web (che serve anche da supporto all’elaborazione di proposte, alla discussione, alle votazioni sui temi di interesse), delle fonti di finanziamento (ora non ci si basa più solo su tessere e contributi dei parlamentari, ma c’è la possibilità di usufruire del 2% IRPEF e di ricevere donazioni detraibili), delle azioni promosse dal partito, delle esperienze di alcuni comitati. Ci sono stati alcuni interventi pregevoli, come quello di Annalisa Corrado sul concetto esteso di “ecologia” e dei suoi rapporti con il lavoro e con i flussi migratori, spunti di riflessione su ciò che va migliorato a livello organizzativo e di comunicazione.

Ed è stata fissata a marzo, a Roma, una tre giorni dedicata all’elaborazione dei punti programmatici in vista di elezioni che, prima o poi, ci saranno. Perché è sulla base del programma che si cercano alleati e candidati, non il contrario.

Per inciso, è stata messa ai voti la relazione del segretario (presentata in mattinata da Civati); se siete interessati (Mario, forse…) la potete trovare qui. Da aggiungere a quanto scritto c’è da dire che, prendendo spunto dalla discussione, si è deciso di costituire due gruppi di lavoro, uno sulle tematiche lgbt e uno sui progetti solidali.

Complessivamente l’impressione è stata buona. C’è la consapevolezza di dover dare un impulso consistente per lo sviluppo del “progetto”, quantomeno ora dovrebbe girare qualche soldino in più, e ciò non guasta. Si capisce che nel marasma generale c’erano già reti di persone, e altre si stavano attivando. Volti sorridenti. Forse ci vorrebbe un po’ più di entusiasmo da parte di qualche coordinatore locale, e un po’ più di spirito di iniziativa per allargarsi al di fuori della cerchia più stretta.

L’unica cosa non totalmente positiva è stata…il buffet. Intendiamoci, la roba era buona, non abbondantissima, forse. Ma c’è stata un po’ di disorganizzazione da parte dei ragazzi del catering (e più o meno si sapeva in quanti avrebbero partecipato), chi non è riuscito a fiondarsi subito sui vassoi è rimasto per un po’ a secco… in attesa del secondo round.

La prossima volta magari mi porto la schiscetta 😀 .

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A grande richiesta, il “bonus track”

Per Trump la dittatura è una via obbligata (?)

Il dado è tratto: perché Trump non può far altro che tentare la dittatura

di Jim Sleeper (23 gennaio 2017) – traduzione di Nammgiuseppe

Mentre Donald Trump infuriava nelle primarie Repubblicane lo scorso marzo, ho sostenuto qui e nel programma di Brian Lehrer sulla New York National Public Radio che i Democratici neoliberisti e i Repubblicani del libero mercato stavano lasciando a Trump ciò che il suo Discorso d’Insediamento non gli ha lasciato altra scelta di fare: diventare il dittatore del regime nazionalista, plutocratico che sta installando sotto la bandiera di quello che ha definito “un movimento storico di cui il mondo non ha mai visto l’uguale”.

Ha promesso di difendere gli statunitensi dimenticati e, attraverso loro, la grandezza degli Stati Uniti: “Il 20 gennaio 2017 sarà ricordato come il giorno in cui il popolo è tornato a essere il sovrano di questa nazione. Gli uomini e le donne dimenticati del nostro paese non saranno più dimenticati … Non vi deluderò mai. Gli Stati Uniti ricominceranno a vincere, a vincere come non hanno mai fatto prima”.

Mai? Come mai prima? Mentre Trump mette al lavoro i suoi statunitensi dimenticati cancellando il pagamento degli straordinari, le indennità e i diritti di organizzarsi in sindacato e mentre protegge quelli che si sono già arricchiti e canalizza il risentimento contro solo certe élite neoliberiste che sono state complici del furto, il termine “dittatore” non è più un eufemismo. Fatemi spiegare perché, nei giorni che abbiamo davanti, saremo lasciati senza fiato dai passi (o sbandamenti) rapidi e aggressivi verso un presidenzialismo autoritario distorsore della Costituzione.

Le denunce di Trump, in occasione dell’insediamento, di “politici che hanno prosperato mentre sparivano i posti di lavoro e le fabbriche chiudevano” – assieme alla sua promessa che “il massacro statunitense” causato dall’assunzione e dall’acquisto di persone e prodotti non statunitensi e dall’aggravamento del crimine, delle bande e delle droghe “finisce qui, finisce ora” – non gli lascia altra scelta che umiliare o distruggere tutti i “politici” che gli si oppongono.

Non importerà se si tratta di conservatori onorevoli che difendono la Costituzione o di Democratici neoliberisti che molto tempo addietro hanno tradito il New Deal che hanno abbigliato di un sottile drappo di “diversità” un elitarismo egoistico e, sì, a volte compiaciuto.

Violenza

Abbiamo già visto Trump minacciare violenza e l’incarcerazione dei suoi avversari politici e dei suoi critici feroci. E abbiamo visto alcuni di loro, da Chris Christie e Mitt Romney, strisciare ai suoi piedi sulle mani e le ginocchia ed essere umiliati pubblicamente. Abbiamo osservato Trump afferrare il capo della maggioranza al Senato, Mitch McConnell, per qualche altra parte della sua anatomia facendo di sua moglie Elaine Chao un membro del gabinetto che può licenziare in un batter d’occhio.

Abbiamo sentito Trump affermare che potrebbe mettersi in mezzo alla Quinta Avenue e sparare a qualcuno senza perdere i suoi sostenitori. Lo abbiamo osservato chiamare il “Popolo del Secondo Emendamento” [il diritto di possedere armi – n.d.t.] a fare i conti con Hillary Clinton, che ha anche promesso di incriminare e “rinchiudere”, solo per dichiarare, ancor più spaventosamente, dopo averla sconfitta, che “non voglio vederla toccata”, come se fosse una sua prerogativa sovrana, e non materia di una magistratura indipendente.

Ciò che possiamo non aver notato è che questo corso spaventoso è divenuto dipendente dalla rotta e storicamente molto familiare. Innanzitutto egli è meno un contestatore e più un aspirante salvatore del “regime” statunitense (e globale) della finanza d’azzardo, dei prestiti predatori e di un marketing degradante e intrusivo dei consumatori che ha fatto di questo finanziere di casinò e predace venditore di sé stesso il suo presidente.

Regimi del passato

Parte della sinistra e dei liberali, tra cui il giornalista di sinistra Corey Robin e il docente di diritto costituzionale Jack Balkin, hanno indagato la possibilità che Trump si possa adattare in qualche misura normalmente all’illuminante paradigma del politologo Stephen Skowronek, in The Politics Presidents Make, di presidenti statunitensi di cambiamento di regime o di sostegno al regime. Robin pare a volte quasi ottimista che Trump sia mettendo il bastone tra le ruote al consenso neoliberista/mercatista. Balkin arriva più vicino a riconoscere la possibilità di una dittatura.

Molti presidenti si sono dati da fare per contrapporre alle mobilitazioni pubbliche modalità di governo efficaci e pragmatiche, il tutto facendo contemporaneamente i conti con i particolari gruppi d’interessi del loro momento storico (“regimi”, come li chiama Skowronek), quali il New Deal o la Reaganomics. Alcuni salgono alla carica, come Franklin Delano Roosevelt e Reagan, da campioni di “regimi” in ascesa. Altri devono puntellare i vacillanti regimi da loro ereditati perché nessuna chiara alternativa pare percorribile.

Oggi né il regime reaganiano né quello del New Deal sembrano realizzabili in un mondo in rapido cambiamento, globalmente interdipendente e democraticamente in frammentazione. Obama è stato preso in mezzo tra, da un lato, il gruppo di reaganiani e neoliberisti il cui vacillante, ma ancora potente, regime del market uber alles ha contribuito a salvare e stabilizzare e, dall’altro, la sua base di ricercatore di un nuovo New Deal il cui tempo non era ancora arrivato.

Trump ha fatto irruzione in quella paralisi dell’immaginazione e del discorso pubblico con una mobilitazione puramente elettorale, vendendo odio, inganno e illusioni: un trionfo del marketing, non dell’arte di governo. Va benissimo attribuire la colpa (come ho spesso fatto) a neoliberisti spavaldi che hanno tradito il New Deal drappeggiando di una sottile vena di “diversità” un elitarismo egoista e farisaico che ha separato i neri delle “azioni positive”  [affirmative action – v. qui) dalla maggior parte dei neri e le donne “impegnate”, manageriali, dalla maggior parte delle altre donne, il tutto dimenticando contemporaneamente e persino ignorando apertamente i “dimenticati” (e “deplorevoli”) statunitensi di Trump.

Attizzare quei legittimi risentimenti degli statunitensi non può produrre un regime migliore e Balkin riconosce che Trump può abbandonarsi a misure sempre più dittatoriali per canalizzare la delusione popolare. Trump abbraccia gli elementi della fallimentare ortodossia Repubblicana del mercato che lo hanno avvantaggiato personalmente, ma quando affronta gli statunitensi che sono stati torchiati da quegli stessi elementi, fa marcia indietro ai vecchi risarcimenti nazionalisti, protezionisti e statalisti simulati, ma fiaccati, dal reaganismo.

Grandezza nazionale

L’enfasi di Trump sulla grandezza nazionale (come quella di David Brooks e William Kristol che pubblicizzarono il “Conservatorismo della grandezza nazionale” un decennio fa) era plausibile per gli Stati Uniti quando la seconda guerra mondiale aveva raso al suolo la maggior parte delle altre economie nazionali. Prospera oggi solo nel negazionismo populista delle nuove realtà.

E getta un’ombra molto tenebrosa sull’osservazione di Skowronek che “i leader politici più forti della presidenza statunitense, quelli che hanno avuto l’impatto politico più duraturo, sono stati quelli, come Lincoln, che sono arrivati più prossimi a cambiare le cose alle proprie condizioni … Il solo modo per un presidente statunitense di mantenere il controllo sul significato delle sue azioni in carica e di stampare tale significato sulla nazione consiste nel ricostruire il governo e la politica dalle fondamenta, in effetti emarginando quelli che hanno una visione alternativa e forzando la loro deferenza.”

Ho citato alcuni esempi di tale deferenza forzata, ma molta della deferenza nei confronti di Trump è più pateticamente bavosa di quanto non sia forzata. Dobbiamo capire perché e forse la guida migliore a ciò che ci aspetta è nel Capitolo III del Volume I del “Declino e caduta dell’impero romano”, di Edward Gibbon. Le analogie storiche possono essere superficiali e a volte pericolose, e Gibbons coltivava pregiudizi, aveva nemici e programmi specifici della sua Inghilterra del diciottesimo secolo. Ma quando i suoi volumi uscirono dalle stampe negli anni 70 del 1700, i fondatori della repubblica statunitense leggevano con attenzione il suo racconto di come Augusto aveva sventrato ciò che restava dei fondamenti e delle libertà della Repubblica Romana persino mentre persuadeva i romani che stava ripristinando tali libertà, usando sia scaltrezza sia brutalità per schiavizzarli sotto una “monarchia assoluta mascherata dalle forme di un benessere comune”.

Lo scetticismo profetico di James Madison, Alexander Hamilton e John Adams a proposito della loro nuova repubblica era notevolmente influenzato dalla sorprendente preveggenza di Gibbon in passaggi come il seguente:

“Augusto era consapevole che l’umanità è governata dalle parole; né fu tradito nella sua aspettativa che il senato e il popolo si sarebbero sottomessi alla schiavitù a condizione che fosse loro assicurato che continuavano a godere della loro antica libertà. Un senato debole e un popolo fiaccato accettarono gioiosamente tale piacevole illusione…”

Gibbon abbozza i diversi motivi dei romani per cedere una cittadinanza robusta in cambio del servilismo. Potete essere in grado di identificare alcuni statunitensi sostenitori di Trump, e persino voi stessi, in quanto segue:

“Le province, a lungo oppresse dai ministri della repubblica, agognavano al governo di una singola persona che sarebbe stata il padrone, non il complice, di quei piccoli tiranni. Il popolo di Roma osservando, con segreto piacere, l’umiliazione dell’aristocrazia [da parte di Augusto] chiedeva solo pane e spettacoli pubblici, offerti entrambi dalla mano generosa di Augusto. Gli italiani ricchi e beneducati [i lettori odierni del New Yorker?] che avevano quasi universalmente abbracciato la filosofia di Epicuro, godevano delle benedizioni presenti dell’agio e della tranquillità e non sopportavano che il piacevole sogno fosse interrotto dal ricordo della loro antica libertà tumultuosa”.

Particolarmente raggelante è il racconto di Gibbon di come Augusto “riformò” il Senato. Nonostante tutte le differenze tra il Senato dell’antica Roma e il nostro, e tra la loro Costituzione e la nostra, vi si rizzeranno i capelli in testa nel leggere il racconto di Gibbon di come Augusto ricattò e brutalizzò determinati senatori, terrorizzando gli altri in misura tale che approvarono leggi che trasferirono prerogativa dopo prerogativa dal popolo e dal Senato a lui:

“La riforma del senato fu uno dei primi passi in cui Augusto mise da parte il tiranno e si professò il padre del suo paese. Egli … espulse alcuni membri, i cui vizi o la cui ostinazione richiedevano un pubblico esempio, persuase [altri] a prevenire la vergona di un’espulsione ritirandosi volontariamente… Ma mentre ripristinava in tal modo la dignità, egli distrusse l’indipendenza del senato. I principi di una libera costituzione vanno irrevocabilmente persi quando il potere legislativo è nominato dall’esecutivo.

Davanti a un’assemblea così modellata e preparata, Augusto pronunciò un’orazione studiata, che esibì il suo patriottismo e mascherò la sua ambizione … [Disse che] l’umanità per sua stessa natura aveva a volte ceduto il passo alle severe leggi della necessità … Egli era a quel punto libero di adempiere il suo dovere e la sua inclinazione. Egli ripristinava solennemente il senato e il popolo in tutti i suoi antichi diritti; e desiderava solo mischiarsi tra la folla dei suoi concittadini e condividere le benedizioni che aveva ottenuto per il suo paese.

Era pericoloso fidarsi della sincerità di Augusto; era ancor più pericoloso apparire diffidenti. I vantaggi rispettivi di monarchia e repubblica hanno spesso diviso ricercatori speculativi; la … grandezza dello stato romano, la corruzione dei modi, e la licenza dei soldati, fornivano nuovi argomenti ai sostenitori della monarchia; e queste visioni generali del governo erano a loro volta distorte dalle speranze e dalle paure di ciascun individuo”.

Potete aver notato notizie di stampa che Trump stava valutando la creazione di una propria forza di sicurezza, indipendente dai servizi segreti, una mossa che The American Prospect ha giustamente definito “una decisione che viola i precedenti” e che “fa sorgere inquietanti domande sulla trasparenza e la rispondenza”.

Quando la squadra della transizione di Trump ha scoperto che il presidente ha anche il comando completo dell’unità della Guardia Nazionale del Distretto di Columbia, ha informato il comandante di tale unità, Errol Schwartz, che il suo congedo sarebbe stato effettivo precisamente a mezzogiorno del giorno dell’insediamento, nel mezzo della cerimonia, cosicché non sarebbe stato in grado di accogliere al ritorno i soldati che aveva fatto uscire quella mattina. (Due giorni prima dell’insediamento tale decisione è stata riconsiderata e a Schwartz è stato concesso tempo sufficiente per completare la cerimonia e impacchettare le sue cose).

Questo è sinistramente simile al racconto di Gibbon della creazione della guardia pretoriana di Augusto dopo che il Senato gli aveva concesso “un importante privilegio: … con una pericolosa eccezione alle antiche massime, egli era autorizzato a mantenere il suo comando militare, appoggiato da una numerosa guardia del corpo, anche in tempo di pace, e nel cuore della capitale”.

Dimostratemi che sbaglio

Non vedo nulla nei precedenti, nel carattere, nelle situazioni di “regime” di Trump che scoraggi o che limiti tali tendenze. Cosa più importante, molti statunitensi, dopo decenni di intrappolamento come mosche nella ragnatela di macchine di sorveglianza appiccicose, svuotatasche e di numeri verdi, mi ricordano che i romani di Gibbon furono lenti nello scoprire “le cause più recenti della decadenza e della corruzione”, la subdola introduzione di “un veleno lento e segreto negli organi vitali dell’impero” fino a quando i cittadini di Roma “non ebbero più quel coraggio civile che è alimentato dall’amore per l’indipendenza, dal senso dell’onore nazionale, dalla presenza del pericolo e dall’abitudine del controllo. Ricevettero leggi e governanti dalla volontà del loro sovrano e si affidarono per la loro difesa a un esercito mercenario …”

Quanto più sottilmente impoveriti e imprigionati noi statunitensi diveniamo nel regime che ci ha dato Donald Trump, tanto più ricorriamo anche a palliativi in pillole, fiale, siringhe e spettacoli vuoti che ci lasciano, come disse Cicerone dei suoi concittadini romani “troppo malati per sopportare le nostre malattie o le loro cure”, capaci solo di occasionali esplosioni da folla e di richieste di un uomo forte che vanti che, avendo già comprato i politici i cui eccessi deregolatori e i cui versamenti di assistenza all’industria hanno stupefatto e imprigionato gli Stati Uniti, egli è in grado di “licenziarli”.

Io spero che noi statunitensi troveremo modi per fare il possibile per dimostrare che ho torto. Ai principianti raccomando Six Principles for Resisting the Presidency of Resist Trump.

Jim Sleeper, lettore di scienze politiche alla Yale, è autore di “Liberal Racism” (1997) e di “The Closest of Strangers: Liberalism and the Politics of Race in New York” (1990).

Fonte: http://znetitaly.altervista.org/art/21624

Il nuovo che avanza (speriamo che non sia un’Alba Dorata)

di Yanis Varoufakis- 11 novembre 2016 – The Conversation

L’elezione di Donald Trump simbolizza la fine di una straordinaria era. È stato un tempo in cui abbiamo visto il curioso spettacolo di una superpotenza, gli USA, che diventavano più forti grazie a – piuttosto che nonostante – il suo proliferante deficit. È stato straordinario anche a causa dell’improvviso afflusso di due miliardi di lavoratori – da Cina ed Europa Orientale – nella catena di distribuzione internazionale del capitalismo. Questa combinazione ha dato al capitalismo globale uno storico slancio, mentre al contempo sopprimeva le quote di reddito e prospettive del lavoro in Occidente.

Il successo di Trump arriva nel momento in cui questa dinamica si esaurisce. La sua presidenza rappresenta una sconfitta per i democratici liberal dappertutto, ma contiene importanti lezioni – e altrettanza speranza – per i progressisti.

Dalla metà degli anni ’70 fino al 2008, l’economia USA ha mantenuto il capitalismo globale in un equilibrio instabile, ma finemente bilanciato. Ha risucchiato nel suo territorio le esportazioni nette di economie come quelle di Germania, Giappone e più tardi Cina, fornendo alle fabbriche più efficienti del mondo la domanda necessaria. Come è stato pagato questo crescente deficit commerciale? Con il ritorno a Wall Street di circa il 70 per cento dei profitti fatti dalle multinazionali straniere, che venivano investiti nei mercati finanziari americani.

Per far funzionare questo meccanismo di riciclaggio, Wall Street doveva essere liberate da tutti i vincoli; rimasugli del New Deal del presidente Roosevelt e l’accordo post guerra di Bretton Woods che cercava di regolare i mercati finanziari. Questo è il motivo per cui i funzionari di Washington erano così desiderosi di deregolare la finanza: Wall Street procurava il canale attraverso cui crescenti influssi di capitale dal resto del mondo equilibravano i deficit USA i quali, a loro volta, fornivano al resto del mondo la domanda aggregata che stabilizzava il processo di globalizzazione. E così via.

Il risultato

Tragicamente, ma anche molto prevedibilmente, Wall Street ha proceduto a costruire impenetrabili piramidi di denaro privato (altrimenti note come derivati strutturati) sopra ai flussi di capitale in entrata. Quel che è accaduto nel 2008 è qualcosa che i bambini piccoli che hanno cercato di costruire un castello di sabbia infinitamente alto sanno bene: le piramidi di Wall Street sono collassate sotto il loro stesso peso.

È stato il “momento 1929” della nostra generazione. Le banche centrali, guidate dal capo della Fed Ben Bernanke, uno studioso della Grande Depressione degli anni ’30, si sono precipitate per prevenire una ripetizione degli anni ’30 rimpiazzando il denaro privato evaporato con credito pubblico facile. La loro mossa ha evitato una seconda Grande Depressione (eccetto per i punti più deboli come la Grecia e il Portogallo) ma non non hanno avuto la capacità di risolvere la crisi. Le banche sono state rimesse a galla e il deficit commerciale USA è ritornato ai suoi livello pre-2008. Ma la capacità dell’economia americana di equilibrare il capitalismo mondiale era scomparsa.

Il risultato è la Grande Deflazione Occidentale, segnata da tassi di interesse ultra bassi o negativi, prezzi in caduta e lavoro svalutato dappertutto. Come percentuale del reddito globale, i risparmi totali del pianeta sono ad un livello record mentre gli investimenti aggregati sono al livello più basso.

Mentre si accumulano così tanti risparmi inutilizzati, il prezzo del denaro (cioè il tasso di interesse) e in effetti di ogni cosa, tendono a cadere. Questo sopprime gli investimenti e il mondo finisce in un equilibrio di di bassi investimenti, bassa domanda, bassi ritorni. Proprio come nei primi anni ’30, questo ambiente produce xenofobia, populismi razzisti e forze centrifughe che stanno facendo a pezzi istituzioni che erano la gioia e l’orgoglio dell’Establishment Globale. Date un’occhiata all’Unione Europea o al TTIP.

Pessimo affare

Prima del 2008 i lavoratori negli USA, in Gran Bretagna e nella periferia d’Europa erano placati con la promessa dei “guadagni da capitale” e del credito facile. Le loro case, gli era stato detto, potevano solo incrementare il loro valore, sostituendo la crescita della retribuzione. Contemporaneamente il loro consumismo poteva essere finanziato attraverso secondi mutui, carte di credito e il resto. Il prezzo era il loro consenso ad un graduale arretramento del processo democratico e la sua sostituzione con una “tecnocrazia” intenta a servire fedelmente, e senza scrupoli, l’interesse dell’1%. Ora, otto anni dopo il 2008, queste persone sono arrabbiate e lo sono sempre più.

Il trionfo di Trump completa la ferita mortale che questa era ha sofferto nel 2008. Ma la nuova era che la presidenza Trump inaugura, prefigurata dalla Brexit, non è per niente nuova. È, in effetti, una variante post-moderna degli anni ’30, completa di deflazione, xenofobia e politiche di divide et impera. La vittoria di trump non è isolata. Rafforzerà indubbiamente le politiche tossiche scatenate dalla Brexit, l’evidente fanatismo di Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen in Francia, la crescita di Alternative für Deutschland, le “democrazie illiberali” emergenti nell’Europa dell’Est, Alba Dorata in Grecia.

Fortunatamente Trump non è Hitler e la storia non ripete mai se stessa fedelmente. Grazie al cielo il grande business non sta finanziando Trump e i suoi amichetti europei allo stesso modo in cui aveva finanziato Hitler e Mussolini. Ma Trump e le sue controparti europee sono riflessi di una emergente Internazionale Nazionalista che il mondo non ha visto più dagli anni ’30.

Esattamente come negli anni ’30, così anche ora un periodo di “crescita Ponzi” alimentata dal debito, progetti monetari difettosi e la finanziarizzazione hanno portato a crisi bancarie che hanno generato forze deflazionarie le quali hanno creato un mix di nazionalismo razzista e di populismo. Esattamente come nei primi anni ’30, così anche ora un establishment incompetente punta i fucili contro i progressisti come Bernie Sanders e il nostro primo governo Syriza del 2015, ma finisce messo sottosopra da bellicosi razzisti nazionalisti.

Risposta globale

Lo spettro di questa Internazionale Nazionalista può essere assorbito o sconfitto dall’Establishment Globale? Ci vuole un bel po’ di fede per pensare che possa farlo, visto lo stato di profonda negazione e persistente mancanza di coordinazione dell’Establishment. C’è un’alternativa? Io penso di sì: una Internazionale Progressista che resista alla narrativa dell’isolazionismo e promuova un internazionalismo umanista inclusivo al posto della difesa fatta dall’Establishment neoliberista dei diritti del capitale di globalizzare.

In Europa questo movimento esiste già. Fondato a Berlino lo scorso febbraio, il Movimento per la Democrazia in Europa (DiEM25) sta tentando di ottenere ciò che una precedente generazione di europei non è riuscita a fare negli anni ’30. Vogliamo rivolgerci ai democratici attraverso i confini e le linee di partito chiedendo loro di unirci per mantenere i confini e i cuori aperti mentre pianifichiamo politiche economiche sensate che consentano all’Occidente di imbracciare di nuovo la nozione di prosperità condivisa, senza la “crescita” distruttiva del passato.

Ma l’Europa chiaramente non è abbastanza. DiEM25 incoraggia i progressisti negli USA, che hanno sostenuto Bernie Sanders e Jill Stein, in Canada e in America Latina ad unire le forze in un Movimento per la Democrazia nelle Americhe. Stiamo anche cercando progressisti nel Medio Oriente, specialmente coloro che stanno spargendo il loro sangue contro l’ISIS, contro la tirannia e contro i regimi fantoccio dell’Occidente, per costruire un Movimento per la Democrazia nel Medio Oriente.

Il trionfo di Trump arriva con dei risvolti positivi. Dimostra che siamo ad un bivio in cui il cambiamento è inevitabile, non solo possibile. Ma per assicurare che non sia il tipo di cambiamento che l’umanità ha sofferto negli anni ’30, abbiamo bisogno di movimenti che saltino fuori e forgino una Internazionale Progressista per spingere passione e ragione di nuovo al servizio dell’umanismo.

fonte: https://theconversation.com/trump-victory-comes-with-a-silver-lining-for-the-worlds-progressives-68523

traduttore Lame

Uno vale uno (che sia quercia o che sia pruno)

di Nammgiuseppe – 19 gennaio 2017

Il principio “uno vale uno” è di qualche attualità quasi prevalentemente per denunciare l’incoerenza, supposta o reale, del M5S al riguardo.

Tuttavia il principio meriterebbe di essere dibattuto quanto

a) alla sua validità

b) alla sua attuazione (nel caso sia ritenuto valido).

In effetti il principio è largamente affermato, almeno in teoria, nella nostra e in altre società “avanzate”:

1) nella delega dei cittadini ai propri rappresentanti politici

2) nelle decisioni politiche dei rappresentanti

3) nel voto referendario

4) nelle deleghe e ratifiche dei lavoratori ai propri rappresentanti sindacali

5) nelle assemblee dei soci di cooperative e di altre associazioni

6) (più o meno) nei gruppi di pressione della “società civile”

7) forse da qualche altra parte che dimentico.

E tuttavia l’esperienza ci dice che nella pratica il principio si traduce in deleghe e decisioni discutibili, quando non aberranti (almeno dal mio punto di vista: si veda, ad esempio, l’avanzata delle destre in larga parte dell’Europa).

È sbagliato il principio o la sua attuazione?

Ci sarebbe molto da dire, e molto è stato detto, sul fatto che è inaccettabile che l’opinione di un Leonardo da Vinci dei giorni nostri abbia lo stesso valore di quella di un odierno Cacasenno.

In realtà, io credo, in questa discussione si confondono due piani: quello della competenza tecnica (anche giuridico-legislativa) con quello delle aspettative riguardanti le regole del vivere sociale e la qualità della vita che l’applicazione di tali regole dovrebbero garantire.

Il desiderio di uguaglianza (o, quanto a questo, di sudditanza) di un cittadino può avere lo stesso valore di quello di un altro. Per l’applicazione pratica della volontà della maggioranza, e per fornire alla cittadinanza elementi per farsi opinioni ragionate, ci sono, appunto, i tecnici, quelli che la sanno più lunga, presupponendo un grado medio di istruzione uguale negli elettori e mezzi d’informazione capaci e desiderosi di contribuire alla formazione delle opinioni.

Quanto affermo è discutibile. Per tagliare la testa al toro, mi appello alla famosa affermazione “la democrazia è piena di difetti, ma è il meno peggio che sinora ci è dato”. Le altre forme di organizzazione della società hanno dato prova di essere peggiori della democrazia rappresentativa parlamentare. Per superare, eventualmente, quest’ultima occorrerà immaginare un sistema diverso, ma ancora non mi pare ci siano proposte credibili e praticabili.

Perché, allora, il principio “uno vale uno” funziona così male?

Le risposte sono grosso modo due (con variazioni):

a) la maggioranza dei cittadini è ignorante e/o menefreghista e/o opportunista e/o emotiva

b) si è andata storicamente formando una classe politica, sindacale, manageriale autoreferenziale che si è appropriata del sistema specializzandosi nell’arte della propaganda e mettendosi al servizio del sistema economico dominante.

Non sono a favore dell’autoflagellazione del “ogni popolo ha il governo che si merita”. Ma qualcosa di vero nell’affermazione a) esiste. Il problema è se sia causa o effetto di b) e perché b) si sia andato affermando.

E, naturalmente, una volta essendo giunti a una conclusione su quanto precede, l’altro, e più grosso problema, è come rimediare ai difetti dell’ ”uno vale uno”, ammesso che dei rimedi siano possibili.

Avrei alcune mie ipotesi, ma preferirei discuterne sul blog, se il tema interessa. Non ho speciali remore a far brutta figura dicendo, eventualmente, delle stupidaggini, ma preferisco dirle in un dialogo.

So, ad esempio, che la spiegazione di tutto, per alcuni, sta nell’economia capitalista. Tuttavia, per quel che mi riguarda, l’economia capitalista è tutt’altro che “la fine della storia”. Anzi, mi pare che stia arrivando a grandi passi alla fine di sé stessa. E se ciò dovesse accadere, si riproporrà il problema di come far sì che “l’uno vale uno” non ripeta gli errori commessi sin qui, in Italia e nel mondo “democratico”.

 

Tempeste, inondazioni, uragani…siccità

Una ricerca di Munich Re, la più grande assicurazione al mondo, rivela un drastico incremento di piene improvvise e afferma che l’aumento è in linea col cambiamento climatico.
di Arthur Neslen da Bruxelles – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Cars swept into a pile by torrential rain in Genoa, Italy Saturday.

Conseguenze di una pioggia torrenziale a Genova. Foto Antonio Calanni/AP

Il numero di alluvioni devastanti che scatenano i rimborsi assicurativi è più che raddoppiato in Europe dal 1980, secondo una nuova ricerca della Munich Re, la più grande società mondiale di riassicurazione.

I dati più recenti della società mostrano che ci sono state trenta alluvioni che hanno richiesto rimborsi assicurativi in Europa lo scorso anno – contro i dodici del 1980 – e il trend è in accelerazione in quanto l’aumento delle temperature fanno aumentare i livelli di umidità dell’atmosfera.

Globalmente il 2016 ha visto 384 alluvioni devastanti, comparate con 58 nel 1980, benché il maggiore incremento proporzionale probabilmente rifletta protezioni contro le alluvioni di scadente qualità e standard costruttivi più bassi nel mondo in via di sviluppo.

Ernst Rauch, il capo del centro climatico societario di Munich Re, afferma: “Alluvioni assieme a tempeste di vento sono i due tipi di rischio dove noi abbiamo il maggior incremento di frequenza a livello mondiale. In Europa abbiamo visto un aumento drastico di alluvioni collegate a forti tempeste con tuoni e lampi. La frequenza delle onde di piena improvvise è aumentata molto più delle piene dei fiumi dal 1980”.

Anche l’intensità delle tempeste è aumentata in Europa e fuori, aggiunge.

Solo nell’ultimo mese, diciotto persone sono state uccise da precipitazioni di pioggia inusualmente intense in Thailandia, mentre i consulenti del governo britannico hanno avvertito che alluvioni del tipo che hanno devastato ampie parti del Regno Unito lo scorso inverno stanno diventando la norma.

La Munich Re mette in guardia che il trend è non lineare e segue un modello che sarà significativamente determinato dalle emissioni di gas serra provocate dall’uomo. “Sfortunatamente questo è in linea con il cambiamento climatico” dice Rauch. “È sorprendente quanto strettamente questi sviluppi si accordino con i risultati dei modelli climatici”.

I dati della Munich Re dicono che otto su dieci delle catastrofi naturali più letali in Europa dal 1980 hanno avuto luogo nei passati 13 anni. E uno dei due rimanenti non era di tipo climatico.

Fenomeni come i terremoti sono inclusi nei dati della società, ma più del 90 per cento delle catastrofi naturali registrate dal 1980 sono legate al clima.

Ancor più preoccupante è che il tasso di eventi atmosferici estremi sembra essere in aumento nel mondo, con 750 catstrofi naturali lo scorso anno, comparato con una media annua di 590 nell’ultimo decennio. Il dato medio dei 30 anni era di 470 disastri per anno.

Dagli anni ’50, le precipitazioni annuali sono aumentate nell’Europa del nord e sono diminuite nel Mediterraneo, un trend che gli scienziati climatici dell’Onu si aspettano che aumenti.

Il quinto rapporto della Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico prevede inoltre con “alta probabilità che l’Europa settentrionale vedrà una crescita di pioggie estreme nei decenni a venire.

“Abbiamo chiare prove che le piogge estreme stanno aumentando da qualunque parte le si guardi” dice Peter Stott, capo del monitoraggio climatico del Servizio Metereologico britannico. “Questo è semplicemente il risultato di come lavora la fisica dell’atmosfera”

Per ogni grado di riscaldamento globale l’atmosfera può trattenere circa il 6 per cento in più di umidità, incrementando l’energia che si rende disponibile per nutrire le tempeste, dice Stott.

Anche la circolazione del sistema atmosferico ne risente, con aria più calda che è cresciuta nei tropici e poi scende a latitudini più a nord. Per l’Europa settentrionale il risultato è inverni più bagnati. Nel sud, il Mediterraneo affronta potenzialmente condizioni aride, simili a quelle del Nord Africa.

“L’aumento delle precipitazioni che superano ogni record può essere spiegato solo da temperature in aumento causate dal cambiamento climatico” dice Fred Hattermann, ingegnere idrogeologico ed esperto sugli impatti regionali del clima al Potsdam Institute for Climate Impact Research.

Peter Höppe, il capo dell’unità di ricerca sui geo-rischi di Munich Re, dice che c’erano “molte indicazioni” che l’incidenza di tempeste e sistemi atmosferici persistenti stava aumentando a causa del cambiamento climatico.

Malgrado questo, la ricerca di Hattermann ha trovato che l’umidità del suolo in Germania – una zona di confine climatica – è diminuita fino a 25 litri per metro quadro nei passati 50 anni, a causa di un’altra conseguenza del riscaldamento globale: estati più secche. “Nell’Europa centrale la vegetazione sta cambiando” dice. “Le piante cominciano a crescere e fiorire molto prima nell’anno. Cominciano a succhiare acqua e a traspirarla”.

Scienziati della UE ritengono che almeno mezzo milione di europei subiranno le conseguenze delle alluvioni ogni anno nel 2050, in uno scenario massimo del riscaldamento globale che è spaventosamente vicino ai trend correnti. Nel 2080 quasi un milione di europei potrebbero subire le conseguenze delle alluvioni ogni anno se questa proiezione si realizza.

Lo scorso anno la Munich Re aveva stimato una perdita di 175 miliardi di dollari come risultato di disastri naturali, tra questi 50 miliardi erano coperti da polizze assicurative.

https://www.theguardian.com/environment/2017/jan/19/flood-disasters-more-than-double-across-europe-in-35-years

(trad. Lame)

Primo quarto (parte 2)

di Boka

“Dimmi, come capirò che abbiamo raggiunto la nostra meta?” (Un cieco)

“Quando sarai tu a tenermi per mano!”

La Germania è stata in grado, nel contesto di questa costruzione europea, di affermare la propria egemonia. La sovranità tedesca (borghese/capitalistica) è stata eretta come sostituto di una sovranità europea inesistente. I partner europei sono stati invitati/costretti  ad allinearsi con le esigenze di questa sovranità superiore a quella degli altri. L’Europa è diventata un’Europa tedesca, in particolare nella zona euro dove Berlino gestisce le finanze in accordo con le esigenze dei Konzerns tedeschi e politici importanti come il ministro delle finanze Schäuble fanno leva sul ricatto permanente minacciando (in maniera esplicita e non) i partner europei con un “exit tedesco” (Gexit) nel caso in cui l’egemonia di Berlino venga messa in discussione.

La conclusione che possiamo trarre dai fatti è evidente: il modello tedesco avvelena l’Europa, Germania compresa. L’ordo-liberismo è la fonte della persistente stagnazione del continente in congiunzione alle politiche di austerità in corso. L’ordo-liberismo è un sistema irrazionale visto dal punto di vista della tutela degli interessi delle maggioranze popolari in tutti i paesi dell’Unione europea, tra cui la Germania. Esso conduce ad un ulteriore peggioramento delle  disuguaglianze tra i partner; è l’origine delle eccedenze commerciali della Germania e dei deficit simmetrici degli altri paesi. Ma l’ordo-liberismo è una scelta perfettamente razionale dal punto di vista dei monopoli finanziari a cui assicura la continua crescita delle loro rendite di monopolio. Questa è la vera contraddizione interna di questo sistema economico: la crescita della rendita dei monopoli impone la stagnazione e l’incessante deterioramento di partner fragili (come la Grecia ed altri).

L’azione e l’analisi politica sembrano essersi ridotte solo alla questione: “Restare nell’Unione Europea (e come?) o uscire (per andare dove?). I critici (tralasciamo gli esegeti del sistema con i loro chierici le cui ragioni per continuare lungo la stessa strada sono evidenti) del sistema europeo sono dibattuti tra due opzioni: la prima, continuare lungo la strada della costruzione europea ma in nuove direzioni che tengano conto degli interessi (e delle necessità) dei popoli europei nonostante storia passata e recente dimostrino le continue sconfitte di questa posizione; la seconda, lasciare l’Europa, ma per cosa? Un intero sistema di disinformazione manovrato (o almeno indirizzato ad arte) dal sistema ordo-liberista contribuisce a rendere la questione perlomeno confusa. Tutte le possibili forme di “ritorno” alla “sovranità nazionale” si sovrappongono e tutte sono presentate come demagogiche, populiste, scioviniste o non adeguate ai tempi e condizioni mutati della società europea. L’opinione pubblica viene accentrata sulla questione della sicurezza interna e dell’immigrazione mentre le responsabilità ordo-liberali per il peggioramento delle condizioni dei lavoratori sono lasciate in silenzio. Purtroppo, buona parte della sinistra europea è entrata in questo gioco in cui non ci sono vincitori ad esclusione del “banco”.

Credo che non ci sia più nulla da aspettarsi dal progetto europeo, che non può essere trasformato dal di dentro; dobbiamo decostruire per ricostruire eventualmente in un secondo momento su basi diverse. Molti si rifiutano di arrivare a questa conclusione nonostante siano in conflitto (per gli interessi rappresentati e per per progettualità politiche), purtroppo i dubbi riguardano gli obiettivi strategici: lasciare l’Europa o rimanere in essa (ed ancora con o senza euro?). In queste circostanze gli argomenti sollevati da entrambe le parti sono estremi, spesso su questioni banali, a volte su reali e drammatici problemi orchestrati dai media (sicurezza, immigrati), con conseguenti scelte demagogiche. Resta  il fatto che la marea montante che si esprime nel rifiuto dell’Europa (come in Brexit) riflette la distruzione delle illusioni sulla possibilità di una riforma.

Questa confusione, assenza di proposte chiare e quando chiare basate su pulsioni primitive (paura del diverso, paura di perdere completamente l’innegabile benessere  conquistato – comparato a situazioni sociali al di fuori del ristretto mondo occidentale. Tuttavia, la confusione spaventa le persone. La Gran Bretagna non ha certo intenzione di esercitare la propria sovranità per intraprendere un percorso che si discosti dall’ordo-liberismo. Piuttosto, Londra vuole maggiore apertura ed integrazione con gli Stati Uniti (infatti la la Gran Bretagna non condivide la diffidenza verso il TTIP di altri paesi europei). Questo è l’obiettivo di Brexit e certamente non un migliore (o almeno diverso) programma sociale.

Le destre europee (ed in molti casi, direi semplicemente, i fascisti europei) proclamano la loro ostilità verso l’Europa e l’euro, ma, il loro concetto di sovranità è quella della borghesia capitalistica, il loro progetto è la ricerca della competitività nazionale nel sistema ordo-liberale. Di certo non sono sostenitori o difensori  della democrazia elettorale (se non per opportunismo), per non parlare di una democrazia più avanzata. Di fronte a questa sfida delle destre, la classe dirigente (il famoso 1%) non esiterà: sarà dalla parte dell’ uscita dalla crisi di tipo fascista. Abbiamo già degli esempi: l’Ucraina.

Le destre, i fascisti sono diventati lo strumento per tenere a bada qualsiasi forma di rivolta o anche solo, timidamente, di rifiuto dell’ordo-liberismo. L’argomento spesso invocato è: come possiamo fare una causa comune contro l’Europa con i fascisti? Ora, in una sorta di circolo vizioso, il successo dei fascisti è proprio il prodotto della timidezza della sinistra radicale. Se quest’ultima avesse coraggiosamente difeso un progetto di sovranità, popolare e democratica, accompagnata dalla denuncia del progetto fasullo e demagogico dei fascisti, forse avrebbe guadagnato i voti che oggi vanno ai fascisti. La difesa della illusione di una possibile riforma dell’Europa non impedisce la sua implosione. Il progetto europeo sembra dipanarsi intorno ad una trama che, in maniera sinistra, sembra ricordare l’Europa degli anni 1930 e 1940: un’Europa tedesca – la Gran Bretagna e la Russia al di fuori di essa, una Francia esitante tra Vichy e De Gaulle, la Spagna e l’Italia sulla scia di Londra o Berlino, etc.

(continua…)

Luna nuova (parte 1)

di Boka

”Dimmi, cos’è un’ombra?” (Un cieco)

”E’ quello che sono io per te se mi tieni per mano”.

(Brevissima prefazione: questo post non è originale, è il risultato delle discussioni tra Marco ed Heiner degli ultimi sei mesi. Ho solo riassunto ciò che hanno detto).

Oggi, nel sistema neoliberista globalizzato (molto più efficacemente descritto con il termine ordo-liberale – vedi Bruno Odent) le autorità politiche responsabili della gestione del sistema concepiscono, elaborano ed attuano politiche a beneficio esclusivo dei monopoli economici dominanti e vedono la sovranità nazionale come uno strumento che consenta loro di migliorare le loro posizioni “competitive” nel sistema globale. La spesa “sociale” (intesa come spesa statale o intervento pubblico) è funzionale solo alle esigenze delle imprese, gestione della disoccupazione e della precarietà del lavoro (ed insisto le varie proposte di reddito di cittadinanza sono l’esempio più chiaro di questo orientamento) mentre gli interventi più propriamente “politici” sono associati e combinati nel perseguimento di un unico obiettivo: massimizzare il volume di profitto dei loro monopoli “nazionali”.

Il discorso ideologico ordo-liberale pretende di stabilire un ordine basato esclusivamente sul mercato generalizzato, in cui i meccanismi automatici di autoregolamentazione consentono di raggiungere “l’ottimo sociale” (che è ovviamente falso), a condizione che la concorrenza sia libera e trasparente (che non è e non può essere mai vero nell’epoca dei monopoli). Condizione fondamentale perché questo avvenga è che lo stato non abbia alcun ruolo da svolgere ad esclusione che la concorrenza (solo dal lato della domanda – il che è una contraddizione in termini ma poco importa) funzioni liberamente (ancora, che è in contrasto con i fatti: essa richiede un intervento attivo dello stato a suo favore; ordo- il liberalismo è una politica di stato). Questa favola/incubo – espressione dell’ideologia del “virus liberale” – impedisce ogni comprensione del reale funzionamento del sistema, in particolare delle funzioni svolte dallo Stato e dal concetto/pratica di sovranità nazionale.

Gli Stati Uniti costituiscono un esempio chiaro di questa attuazione pratica della sovranità intesa in questo senso “borghese”, vale a dire oggi al servizio del capitale dei monopoli finanziarizzati. Il concetto di sovranità nazionale permette agli Stati Uniti di godere della sua supremazia affermata e riconfermata sopra il “diritto internazionale” così come fu per i paesi imperialisti europei del XIX e XX secolo.

Questa risorgenza dello “spirito nazionalista” (in ambo i campi – perdonate la polvere ideologica – dello scontro di classe borghesia/proletariato – con tutti i limiti delle definizioni che richiederebbero un lungo discorso) ha investito anche il progetto di lungo termine di costruzione dell’unione europea. La “sovranità (sovra)nazionale dell’unione europea espressa attraverso le decisioni di Bruxelles e della Banca centrale europea, in virtù dei trattati di Maastricht e di Lisbona stenta a radicarsi nelle coscienze degli elettori. Ci sono delle ragioni ben chiare al fondo di questa sorta di ribellione e di ritorno delle identità nazionali.

La libertà di scelta degli elettori è di per sé limitata dalle chiare esigenze sovranazionali di ordo-liberismo. Come la Merkel ha detto: “Questa scelta deve essere compatibile con le esigenze del mercato”; al di fuori di esse perde la sua legittimità. Tuttavia, in contrasto con questo discorso, la Germania in pratica afferma, nelle politiche che vengono attuate, il perseguimento degli interessi che non sono altro che la rappresentazione dell’esercizio della sua sovranità nazionale presentate in maniera tale da indurre i partner europei a rispettare le sue esigenze. La Germania ha utilizzato l’ordo-liberalismo europeo per stabilire la propria egemonia, in particolare nella zona euro. La Gran Bretagna – con Brexit – ha a sua volta affermato la propria decisione di perseguire i vantaggi di esercitare la sua sovranità nazionale.

Siamo in grado di capire allora che “il discorso nazionalista” (e il suo panegirico senza fine delle virtù insite in essa e cioè quella che tempo fa avremmo chiamato senza riserve sovranità borghese-capitalista) senza menzionare il contenuto di classe degli interessi che essa serve non è altro che la ragione per cui quella che chiamammo “sinistra” ha sempre combattuto in favore di quello che chiamavamo “internazionalismo” della classe operaia.

Tuttavia, bisogna essere attenti a ridurre la difesa della sovranità nazionale ai termini di “nazionalismo borghese” da solo. Questa difesa è necessario per difendere interessi sociali diversi e non riducibili ai soli espressi dal blocco capitalista.

Il sistema globale (e il sottosistema europea) non è mai stato trasformato attraverso decisioni collettive delle comunità.Gli sviluppi di questi sistemi non sono mai stati altro che il prodotto di cambiamenti imposti all’interno degli stati che li compongono e risultati da quelle modifiche riguardanti l’evoluzione dei rapporti di potere tra di loro. Il quadro definito dallo Stato (“nazione”) rimane quello in cui le lotte decisive che trasformano il mondo si svolgono.

I popoli delle periferie del sistema globale, polarizzati per natura, hanno una lunga esperienza di questo nazionalismo positivo, vale a dire anti-imperialista (che esprime il rifiuto dell’ordine mondiale imposto) e potenzialmente anticapitalista. Dico solo potenzialmente, perché questo nazionalismo può anche rappresentare l’illusione di poter costruire un capitalismo nazionale non soggetto alle necessità della globalizzazione. Il nazionalismo dei popoli delle periferie è progressivo solo a condizione che sia anti-imperialista, rompendo con l’ordo-liberismo globale. Un “nazionalismo” (solo apparente) che si adatta all’ordine ordo-liberista globale e che non mette in discussione le posizioni subordinate della nazione in questione nel sistema, diventa lo strumento delle classi dominanti locali e rappresenta solo la posizione di partner periferici deboli verso il quale agisce come un “sub-imperialismo”.

Ci troviamo di fronte ad una alternativa: “Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi”. Uscire dalla crisi non è un problema delle classi subalterne ma è quello dei governanti capitalisti. Che ci riescano o meno (ho seri dubbi in proposito) non è il nostro problema. Che cosa abbiamo da guadagnare collaborando con quelli che (tempo fa chiamavamo ed a ragion veduta) sono i nostri avversari solo allo scopo di rilanciare, potenziare ed affermare il sistema ordo-liberista? Questa crisi ha creato e può creare opportunità per il cambiamento dell’ordine sociale a patto che si adottino strategie opportune e volte a difendere gli interessi delle classi subalterne. L’affermazione della sovranità nazionale diventa quindi, in qualche maniera, obbligatoria per consentire lo sviluppo di questi cambiamenti con risultati che potranno essere differenti da paese a paese ma sempre in contrasto con la logica dell’ordo-liberismo.Il concetto di sovranità nazionale di cui parlo non è quello della sovranità borghese-capitalistico; si differenzia da esso e per questo motivo deve essere qualificato come sovranità popolare.

Il rifiuto di ogni tipo di “nazionalismo” distrugge ogni possibilità di uscire dall’ordo-liberismo globale e purtroppo questo errore ha contraddistinti le politiche di quella che si può chiamare “sinistra storica” in Occidente.

Difendere la sovranità nazionale non significa semplicemente volere un altro tipo di globalizzazione (comunque non ci si può opporre a quelli che sono i cambiamenti di fatto delle relazioni sociali ed economiche reali), la globalizzazione multipolare” (in contrapposizione all’attuale modello di globalizzazione), basata sull’idea che l’ordine internazionale deve essere negoziato tra i partner nazionali sovrani, uguali nei diritti, e non unilateralmente imposto dal potere del capitale finanziario, massimamente rappresentato dagli Stati Uniti.

La crisi dell’ Unione Europea e Brexit rappresentano dei momenti chiave della crisi dell’ordo-liberismo a cui un rinnovato concetto di “nazionalismo” può fornire una via d’uscita da quello che sembra essere ormai l’unico sistema politico-economico possibile.

Il progetto europeo è stato concepito fin dall’inizio nel 1957 come uno strumento a disposizione dei monopoli capitalistici dei partner – Francia e Germania in particolare – sostenuto dagli Stati Uniti per disinnescare il rischio di deviazioni socialiste radicali o moderate. Il trattato di Roma, ha sancito la santità della proprietà privata, messo fuori legge ogni aspirazione al socialismo, come ebbe a dire a suo tempo Giscard d’Estaing.

Successivamente e gradualmente questo progetto è stato rafforzato dai trattati di Maastricht e di Lisbona. L’argomento orchestrato dalla propaganda per l’accettazione del progetto era quello che finalmente abolite le sovranità nazionali degli Stati dell’Unione non era più possibile il ripetersi dei massacri senza precedenti delle due grandi le guerre del ventesimo secolo. Questo progetto ha ricevuto una risposta favorevole da parte delle giovani generazioni con la promessa di una sovranità europea democratica e pacifista che avrebbe sostituito le sovranità nazionali bellicose del passato.

Di fatto le sovranità degli stati non sono mai state abolite, ma semplicemente mobilitate per far accettare l’ordo-liberismo attuando le  trasformazioni necessarie per garantire il pieno controllo dei monopoli finanziari. Il progetto europeo si basa su una negazione assoluta della democrazia (intesa come esercizio di scelta tra progetti sociali alternativi) che va ben al di là del “deficit democratico” invocato contro la burocrazia di Bruxelles. La prova di esso è stata più volte data, e ha di fatto annientato la credibilità delle elezioni i cui risultati sono legittimi solo in quanto siano conformi con gli imperativi dell’ordo-liberismo.

Tutti i fiumi finiscono in mare e tutti i tonti finiscono utenti

di nammgiuseppe

Il calembour utente/u-tonto l’ho mutuato da Ciarli e così come l’idea, implicita, che i fiumi finiscano in mare perché quest’ultimo, essendo quantitativamente superiore, li attirerebbe è una giocosa parodia della sua insistenza sulla quantità, riguardo alle dinamiche della “realtà virtuale”; insistenza che tuttora non mi convince.

Come ho già accennato, già una definizione condivisa di “realtà virtuale” suscita qualche problema. Pur con i grossi limiti che la scelta determina, preferisco far finta che l’espressione sia definita e condivisa. Per complicarmi la vita, ma non tanto da indurmi a documentarmi, considero provvisoriamente “realtà virtuale” il prodotto di rappresentazioni smaterializzate di cose, persone, idee suscettibili di fruizione/interazione pubblica potenzialmente sincrona.

Credo che il termine chiave sia “interazione”, mentre l’aggettivo debole è “smaterializzate”. In mancanza di meglio proseguo su questa base, con riserva di aggiornamento nel caso di contraddizioni irresolubili.

La domanda che mi interessano sono: chi e perché produce tali rappresentazioni e che cosa le rende “virali”?

Rimando la prima domanda e, seguendo un’intuizione, provo a considerare la viralità in termini di moda, nell’accezione più generale del termine: oltre a quella dell’abbigliamento e dell’immagine fisica personale, ci sono, infatti, le mode intellettuali e artistiche. In sintesi si tratta di imitazioni passive o di adozione creativa di un modello.

Per quanto riguarda l’imitazione passiva credo che il movente sia l’affermazione di un’appartenenza e, in quanto tale, di “identità”, reale o aspirata. Il caso più chiaro è quello dell’abbigliamento e del galateo/etichetta “di corte”. Adottando quei modelli uno dichiara la propria condizione di appartenenza (vera o millantata) alla “nobiltà” o, oggi, alla classe ricca, e si distingue in tal modo dalla “gente comune”.

Il fenomeno, tuttavia, è tutt’altro che d’élite. I capelli lunghi furono la moda dei “contestatori” del ’68. Le teste rasate vanno di moda in ambienti più o meno nazi. Eccetera. Ogni “classe”, o gruppo di appartenenza, ha/può esibire una propria moda.

Le mode “creative”, invece, hanno più a che vedere con il riconoscimento della validità, ai fini della propria ricerca personale in un campo o nell’altro, di un modello e nell’introduzione di variazioni o perfezionamenti individuali a esso. Si preferisce, in genere, chiamare “correnti” o “scuole” queste tendenze di un gruppo.

Sto tentando, alla buona, di definire il successo della realtà virtuale come una moda in cui si esprimono aspirazioni di appartenenza, distinzione, affermazione individuale, il tutto attraverso la condivisione di un modello comportamentale/creativo.

Data questa ipotesi, resta da considerare chi proponga/imponga il modello, con quali vantaggi privati e quali siano in condizionamenti che ne derivano agli utenti/u-tonti.

Ma qui il campo pare più agevole e non credo di avere nulla di particolarmente originale o intelligente da dire (consapevole, anche, che probabilmente non è nemmeno originale o intelligente quanto ho proposto). Sono curioso di vedere quanto ho da imparare dai commenti. Se ce ne saranno.

Immagina. Cammina. Puoi.

Una risposta a Ciarli.

di Lame

Il virtuale è da sempre motore fondamentale della realtà, pensa alle idee, ai valori, alla memoria, agli affetti, alle arti, ai diritti, al linguaggio stesso…

C’è uno scarto linguistico che ci affligge quando parliamo di virtuale. Uno scarto che produce un grande inganno. In tutti i discorsi correnti quando si dice virtuale si intende in realtà un’altra cosa. Si dice virtuale, ma si intende digitale. Semplicemente viaggiante su supporti materiali diversi da quelli tradizionali. Quindi la posta virtuale, ad esempio, è semplicemente una forma di comunicazione che ha cambiato i propri supporti materiali, ma è materialissima nella sua pesantezza: per scrivere una email ho bisogno di un apparecchio senz’altro molto più pesante della carta e anche di una rete di server che possiamo facilmente comparare – in termini di pesantezza – alla rete di persone, mezzi e strutture della posta fatta dai postini. E la comunicazione cosiddetta virtuale è solo una forma di comunicazione che avviene senza avere bisogno di carta su cui scrivere o di suoni che siano trasmessi, ma che ha bisogno della stessa rete di server e di persone che li gestiscono di cui dicevo.
È in questo spostamento di senso che sta tutta la nostra diatriba (mia e di Ciarli), ma anche e soprattutto la grande illusione ottica di cui siamo tutti – chi più chi meno – vittime.
Ci hanno detto che si chiama virtuale e noi ci abbiamo creduto. La parola “virtuale” inconsciamente richiama alla nostra mente il suo significato originario: virtuale è qualcosa che (ancora) non esiste, che è solo in potenza, è solo nella nostra mente. Per questo istintivamente attribuiamo al cosiddetto virtuale capacità immaginative.
Ma facciamo un esperimento: sostituiamo nelle frasi la parola “virtuale” con la parola “digitale”. Immediatamente nelle nostre associazioni mentali inconsce tutto lo scintillio suscitato sempre dalla potenza delle idee, dalla capacità creativa sparisce. E rimane una vaga impressione di freddo, di inanimato.
La diatriba con Ciarli per me potrebbe finire qui.
Ma sospetto ci sia un altro effetto, perverso, del virtuale/digitale.
Chiamarlo semplicemente virtuale produce l’inconscia sensazione di un potere immaginifico. Quella capacità di “creazione” della realtà, delle idee, dei valori e via dicendo che è caratteristica (e secondo me scopo, dal punto di vista evolutivo) dell’immaginazione.
Immaginare è un’attività estremamente gratificante per il cervello. Dal punto di vista biochimico. Il cervello letteralmente gode quando immagina.
Qui il trucco si fa pesante.
Se scrivere un’email o postare su FB (estremizzo, c.v.s.d.) ci suscita la sensazione anche fisica di aver “immaginato”, “creato” qualcosa, il nostro cervello avrà ricevuto la sua dose quotidiana. Avrà avuto quello schizzo del cocktail divino della creazione che lo soddisfa. Quindi sarà meno avido e impiegherà meno energia nel produrre idee, “immaginazione”.
Lentamente, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, qualunque cosa scritta su FB sarà sufficiente a placarci. Indipendentemente da quello che abbiamo prodotto.
Lentamente, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, la nostra capacità di immaginare viene degradata in un simulacro di immaginazione dove non importa se ci sia un’idea nuova o la semplice ripetizione di quel che abbiamo sentito in giro. Basta che sia andata per via “virtuale” e noi siamo contenti.
So che mi accuserete di crociata anti-qualunque-cosa, ma fate una prova.
Passate una giornata intera su un social qualsiasi. Poi passate il giorno seguente a guardare il mare (o le montagne, non fa differenza). E infine provate ad osservare quali immagini passano per il vostro cervello alla fine di ognuna delle due giornate.
Il mio esperimento mi dice che quando passo non dico una giornata, ma appena alcune ore su un qualunque schermo mi sento svuotata. Cervello spento. Al contrario mi basta camminare all’aperto un paio d’ore per sentire le scintille che si accendono in testa.
L’idea che mi sono fatta è che l’immaginazione (quella che produce idee, valori etc) abbia bisogno di incorporazione. Sensazioni fisiche provocate da aria, luce, vento, ma anche e soprattutto da altri corpi. E che si accenda al meglio nell’incontro/scontro tra i corpi. Non importa se quei corpi discutono di essenza dell’io o dell’ultima partita della Juve: sono corpi che si connettono e si accendono. L’immaginazione ha bisogno di connessione umana e sociale. E di conseguenza tutto il tempo che passiamo sul digitale è tempo rubato alla possibilità di immaginare.
La domanda che mi resta è: questo trucco del virtuale che è digitale è solo una strana casualità? O qualcuno l’ha pensato per bene?

#oraesiemprecomplottista

P.s. Credete forse che questo blog sarebbe sopravvissuto così a lungo, incredibilmente, se non ci fossimo annusati di persona? Se quasi ognuno di noi non sapesse che facce ci sono dietro i nick?