Articoli Siberiani

Il nuovo che avanza (speriamo che non sia un’Alba Dorata)

di Yanis Varoufakis- 11 novembre 2016 – The Conversation

L’elezione di Donald Trump simbolizza la fine di una straordinaria era. È stato un tempo in cui abbiamo visto il curioso spettacolo di una superpotenza, gli USA, che diventavano più forti grazie a – piuttosto che nonostante – il suo proliferante deficit. È stato straordinario anche a causa dell’improvviso afflusso di due miliardi di lavoratori – da Cina ed Europa Orientale – nella catena di distribuzione internazionale del capitalismo. Questa combinazione ha dato al capitalismo globale uno storico slancio, mentre al contempo sopprimeva le quote di reddito e prospettive del lavoro in Occidente.

Il successo di Trump arriva nel momento in cui questa dinamica si esaurisce. La sua presidenza rappresenta una sconfitta per i democratici liberal dappertutto, ma contiene importanti lezioni – e altrettanza speranza – per i progressisti.

Dalla metà degli anni ’70 fino al 2008, l’economia USA ha mantenuto il capitalismo globale in un equilibrio instabile, ma finemente bilanciato. Ha risucchiato nel suo territorio le esportazioni nette di economie come quelle di Germania, Giappone e più tardi Cina, fornendo alle fabbriche più efficienti del mondo la domanda necessaria. Come è stato pagato questo crescente deficit commerciale? Con il ritorno a Wall Street di circa il 70 per cento dei profitti fatti dalle multinazionali straniere, che venivano investiti nei mercati finanziari americani.

Per far funzionare questo meccanismo di riciclaggio, Wall Street doveva essere liberate da tutti i vincoli; rimasugli del New Deal del presidente Roosevelt e l’accordo post guerra di Bretton Woods che cercava di regolare i mercati finanziari. Questo è il motivo per cui i funzionari di Washington erano così desiderosi di deregolare la finanza: Wall Street procurava il canale attraverso cui crescenti influssi di capitale dal resto del mondo equilibravano i deficit USA i quali, a loro volta, fornivano al resto del mondo la domanda aggregata che stabilizzava il processo di globalizzazione. E così via.

Il risultato

Tragicamente, ma anche molto prevedibilmente, Wall Street ha proceduto a costruire impenetrabili piramidi di denaro privato (altrimenti note come derivati strutturati) sopra ai flussi di capitale in entrata. Quel che è accaduto nel 2008 è qualcosa che i bambini piccoli che hanno cercato di costruire un castello di sabbia infinitamente alto sanno bene: le piramidi di Wall Street sono collassate sotto il loro stesso peso.

È stato il “momento 1929” della nostra generazione. Le banche centrali, guidate dal capo della Fed Ben Bernanke, uno studioso della Grande Depressione degli anni ’30, si sono precipitate per prevenire una ripetizione degli anni ’30 rimpiazzando il denaro privato evaporato con credito pubblico facile. La loro mossa ha evitato una seconda Grande Depressione (eccetto per i punti più deboli come la Grecia e il Portogallo) ma non non hanno avuto la capacità di risolvere la crisi. Le banche sono state rimesse a galla e il deficit commerciale USA è ritornato ai suoi livello pre-2008. Ma la capacità dell’economia americana di equilibrare il capitalismo mondiale era scomparsa.

Il risultato è la Grande Deflazione Occidentale, segnata da tassi di interesse ultra bassi o negativi, prezzi in caduta e lavoro svalutato dappertutto. Come percentuale del reddito globale, i risparmi totali del pianeta sono ad un livello record mentre gli investimenti aggregati sono al livello più basso.

Mentre si accumulano così tanti risparmi inutilizzati, il prezzo del denaro (cioè il tasso di interesse) e in effetti di ogni cosa, tendono a cadere. Questo sopprime gli investimenti e il mondo finisce in un equilibrio di di bassi investimenti, bassa domanda, bassi ritorni. Proprio come nei primi anni ’30, questo ambiente produce xenofobia, populismi razzisti e forze centrifughe che stanno facendo a pezzi istituzioni che erano la gioia e l’orgoglio dell’Establishment Globale. Date un’occhiata all’Unione Europea o al TTIP.

Pessimo affare

Prima del 2008 i lavoratori negli USA, in Gran Bretagna e nella periferia d’Europa erano placati con la promessa dei “guadagni da capitale” e del credito facile. Le loro case, gli era stato detto, potevano solo incrementare il loro valore, sostituendo la crescita della retribuzione. Contemporaneamente il loro consumismo poteva essere finanziato attraverso secondi mutui, carte di credito e il resto. Il prezzo era il loro consenso ad un graduale arretramento del processo democratico e la sua sostituzione con una “tecnocrazia” intenta a servire fedelmente, e senza scrupoli, l’interesse dell’1%. Ora, otto anni dopo il 2008, queste persone sono arrabbiate e lo sono sempre più.

Il trionfo di Trump completa la ferita mortale che questa era ha sofferto nel 2008. Ma la nuova era che la presidenza Trump inaugura, prefigurata dalla Brexit, non è per niente nuova. È, in effetti, una variante post-moderna degli anni ’30, completa di deflazione, xenofobia e politiche di divide et impera. La vittoria di trump non è isolata. Rafforzerà indubbiamente le politiche tossiche scatenate dalla Brexit, l’evidente fanatismo di Nicolas Sarkozy e Marine Le Pen in Francia, la crescita di Alternative für Deutschland, le “democrazie illiberali” emergenti nell’Europa dell’Est, Alba Dorata in Grecia.

Fortunatamente Trump non è Hitler e la storia non ripete mai se stessa fedelmente. Grazie al cielo il grande business non sta finanziando Trump e i suoi amichetti europei allo stesso modo in cui aveva finanziato Hitler e Mussolini. Ma Trump e le sue controparti europee sono riflessi di una emergente Internazionale Nazionalista che il mondo non ha visto più dagli anni ’30.

Esattamente come negli anni ’30, così anche ora un periodo di “crescita Ponzi” alimentata dal debito, progetti monetari difettosi e la finanziarizzazione hanno portato a crisi bancarie che hanno generato forze deflazionarie le quali hanno creato un mix di nazionalismo razzista e di populismo. Esattamente come nei primi anni ’30, così anche ora un establishment incompetente punta i fucili contro i progressisti come Bernie Sanders e il nostro primo governo Syriza del 2015, ma finisce messo sottosopra da bellicosi razzisti nazionalisti.

Risposta globale

Lo spettro di questa Internazionale Nazionalista può essere assorbito o sconfitto dall’Establishment Globale? Ci vuole un bel po’ di fede per pensare che possa farlo, visto lo stato di profonda negazione e persistente mancanza di coordinazione dell’Establishment. C’è un’alternativa? Io penso di sì: una Internazionale Progressista che resista alla narrativa dell’isolazionismo e promuova un internazionalismo umanista inclusivo al posto della difesa fatta dall’Establishment neoliberista dei diritti del capitale di globalizzare.

In Europa questo movimento esiste già. Fondato a Berlino lo scorso febbraio, il Movimento per la Democrazia in Europa (DiEM25) sta tentando di ottenere ciò che una precedente generazione di europei non è riuscita a fare negli anni ’30. Vogliamo rivolgerci ai democratici attraverso i confini e le linee di partito chiedendo loro di unirci per mantenere i confini e i cuori aperti mentre pianifichiamo politiche economiche sensate che consentano all’Occidente di imbracciare di nuovo la nozione di prosperità condivisa, senza la “crescita” distruttiva del passato.

Ma l’Europa chiaramente non è abbastanza. DiEM25 incoraggia i progressisti negli USA, che hanno sostenuto Bernie Sanders e Jill Stein, in Canada e in America Latina ad unire le forze in un Movimento per la Democrazia nelle Americhe. Stiamo anche cercando progressisti nel Medio Oriente, specialmente coloro che stanno spargendo il loro sangue contro l’ISIS, contro la tirannia e contro i regimi fantoccio dell’Occidente, per costruire un Movimento per la Democrazia nel Medio Oriente.

Il trionfo di Trump arriva con dei risvolti positivi. Dimostra che siamo ad un bivio in cui il cambiamento è inevitabile, non solo possibile. Ma per assicurare che non sia il tipo di cambiamento che l’umanità ha sofferto negli anni ’30, abbiamo bisogno di movimenti che saltino fuori e forgino una Internazionale Progressista per spingere passione e ragione di nuovo al servizio dell’umanismo.

fonte: https://theconversation.com/trump-victory-comes-with-a-silver-lining-for-the-worlds-progressives-68523

traduttore Lame

Uno vale uno (che sia quercia o che sia pruno)

di Nammgiuseppe – 19 gennaio 2017

Il principio “uno vale uno” è di qualche attualità quasi prevalentemente per denunciare l’incoerenza, supposta o reale, del M5S al riguardo.

Tuttavia il principio meriterebbe di essere dibattuto quanto

a) alla sua validità

b) alla sua attuazione (nel caso sia ritenuto valido).

In effetti il principio è largamente affermato, almeno in teoria, nella nostra e in altre società “avanzate”:

1) nella delega dei cittadini ai propri rappresentanti politici

2) nelle decisioni politiche dei rappresentanti

3) nel voto referendario

4) nelle deleghe e ratifiche dei lavoratori ai propri rappresentanti sindacali

5) nelle assemblee dei soci di cooperative e di altre associazioni

6) (più o meno) nei gruppi di pressione della “società civile”

7) forse da qualche altra parte che dimentico.

E tuttavia l’esperienza ci dice che nella pratica il principio si traduce in deleghe e decisioni discutibili, quando non aberranti (almeno dal mio punto di vista: si veda, ad esempio, l’avanzata delle destre in larga parte dell’Europa).

È sbagliato il principio o la sua attuazione?

Ci sarebbe molto da dire, e molto è stato detto, sul fatto che è inaccettabile che l’opinione di un Leonardo da Vinci dei giorni nostri abbia lo stesso valore di quella di un odierno Cacasenno.

In realtà, io credo, in questa discussione si confondono due piani: quello della competenza tecnica (anche giuridico-legislativa) con quello delle aspettative riguardanti le regole del vivere sociale e la qualità della vita che l’applicazione di tali regole dovrebbero garantire.

Il desiderio di uguaglianza (o, quanto a questo, di sudditanza) di un cittadino può avere lo stesso valore di quello di un altro. Per l’applicazione pratica della volontà della maggioranza, e per fornire alla cittadinanza elementi per farsi opinioni ragionate, ci sono, appunto, i tecnici, quelli che la sanno più lunga, presupponendo un grado medio di istruzione uguale negli elettori e mezzi d’informazione capaci e desiderosi di contribuire alla formazione delle opinioni.

Quanto affermo è discutibile. Per tagliare la testa al toro, mi appello alla famosa affermazione “la democrazia è piena di difetti, ma è il meno peggio che sinora ci è dato”. Le altre forme di organizzazione della società hanno dato prova di essere peggiori della democrazia rappresentativa parlamentare. Per superare, eventualmente, quest’ultima occorrerà immaginare un sistema diverso, ma ancora non mi pare ci siano proposte credibili e praticabili.

Perché, allora, il principio “uno vale uno” funziona così male?

Le risposte sono grosso modo due (con variazioni):

a) la maggioranza dei cittadini è ignorante e/o menefreghista e/o opportunista e/o emotiva

b) si è andata storicamente formando una classe politica, sindacale, manageriale autoreferenziale che si è appropriata del sistema specializzandosi nell’arte della propaganda e mettendosi al servizio del sistema economico dominante.

Non sono a favore dell’autoflagellazione del “ogni popolo ha il governo che si merita”. Ma qualcosa di vero nell’affermazione a) esiste. Il problema è se sia causa o effetto di b) e perché b) si sia andato affermando.

E, naturalmente, una volta essendo giunti a una conclusione su quanto precede, l’altro, e più grosso problema, è come rimediare ai difetti dell’ ”uno vale uno”, ammesso che dei rimedi siano possibili.

Avrei alcune mie ipotesi, ma preferirei discuterne sul blog, se il tema interessa. Non ho speciali remore a far brutta figura dicendo, eventualmente, delle stupidaggini, ma preferisco dirle in un dialogo.

So, ad esempio, che la spiegazione di tutto, per alcuni, sta nell’economia capitalista. Tuttavia, per quel che mi riguarda, l’economia capitalista è tutt’altro che “la fine della storia”. Anzi, mi pare che stia arrivando a grandi passi alla fine di sé stessa. E se ciò dovesse accadere, si riproporrà il problema di come far sì che “l’uno vale uno” non ripeta gli errori commessi sin qui, in Italia e nel mondo “democratico”.

 

Tempeste, inondazioni, uragani…siccità

Una ricerca di Munich Re, la più grande assicurazione al mondo, rivela un drastico incremento di piene improvvise e afferma che l’aumento è in linea col cambiamento climatico.
di Arthur Neslen da Bruxelles – 19 gennaio 2017 – the Guardian

Cars swept into a pile by torrential rain in Genoa, Italy Saturday.

Conseguenze di una pioggia torrenziale a Genova. Foto Antonio Calanni/AP

Il numero di alluvioni devastanti che scatenano i rimborsi assicurativi è più che raddoppiato in Europe dal 1980, secondo una nuova ricerca della Munich Re, la più grande società mondiale di riassicurazione.

I dati più recenti della società mostrano che ci sono state trenta alluvioni che hanno richiesto rimborsi assicurativi in Europa lo scorso anno – contro i dodici del 1980 – e il trend è in accelerazione in quanto l’aumento delle temperature fanno aumentare i livelli di umidità dell’atmosfera.

Globalmente il 2016 ha visto 384 alluvioni devastanti, comparate con 58 nel 1980, benché il maggiore incremento proporzionale probabilmente rifletta protezioni contro le alluvioni di scadente qualità e standard costruttivi più bassi nel mondo in via di sviluppo.

Ernst Rauch, il capo del centro climatico societario di Munich Re, afferma: “Alluvioni assieme a tempeste di vento sono i due tipi di rischio dove noi abbiamo il maggior incremento di frequenza a livello mondiale. In Europa abbiamo visto un aumento drastico di alluvioni collegate a forti tempeste con tuoni e lampi. La frequenza delle onde di piena improvvise è aumentata molto più delle piene dei fiumi dal 1980”.

Anche l’intensità delle tempeste è aumentata in Europa e fuori, aggiunge.

Solo nell’ultimo mese, diciotto persone sono state uccise da precipitazioni di pioggia inusualmente intense in Thailandia, mentre i consulenti del governo britannico hanno avvertito che alluvioni del tipo che hanno devastato ampie parti del Regno Unito lo scorso inverno stanno diventando la norma.

La Munich Re mette in guardia che il trend è non lineare e segue un modello che sarà significativamente determinato dalle emissioni di gas serra provocate dall’uomo. “Sfortunatamente questo è in linea con il cambiamento climatico” dice Rauch. “È sorprendente quanto strettamente questi sviluppi si accordino con i risultati dei modelli climatici”.

I dati della Munich Re dicono che otto su dieci delle catastrofi naturali più letali in Europa dal 1980 hanno avuto luogo nei passati 13 anni. E uno dei due rimanenti non era di tipo climatico.

Fenomeni come i terremoti sono inclusi nei dati della società, ma più del 90 per cento delle catastrofi naturali registrate dal 1980 sono legate al clima.

Ancor più preoccupante è che il tasso di eventi atmosferici estremi sembra essere in aumento nel mondo, con 750 catstrofi naturali lo scorso anno, comparato con una media annua di 590 nell’ultimo decennio. Il dato medio dei 30 anni era di 470 disastri per anno.

Dagli anni ’50, le precipitazioni annuali sono aumentate nell’Europa del nord e sono diminuite nel Mediterraneo, un trend che gli scienziati climatici dell’Onu si aspettano che aumenti.

Il quinto rapporto della Commissione intergovernativa sul cambiamento climatico prevede inoltre con “alta probabilità che l’Europa settentrionale vedrà una crescita di pioggie estreme nei decenni a venire.

“Abbiamo chiare prove che le piogge estreme stanno aumentando da qualunque parte le si guardi” dice Peter Stott, capo del monitoraggio climatico del Servizio Metereologico britannico. “Questo è semplicemente il risultato di come lavora la fisica dell’atmosfera”

Per ogni grado di riscaldamento globale l’atmosfera può trattenere circa il 6 per cento in più di umidità, incrementando l’energia che si rende disponibile per nutrire le tempeste, dice Stott.

Anche la circolazione del sistema atmosferico ne risente, con aria più calda che è cresciuta nei tropici e poi scende a latitudini più a nord. Per l’Europa settentrionale il risultato è inverni più bagnati. Nel sud, il Mediterraneo affronta potenzialmente condizioni aride, simili a quelle del Nord Africa.

“L’aumento delle precipitazioni che superano ogni record può essere spiegato solo da temperature in aumento causate dal cambiamento climatico” dice Fred Hattermann, ingegnere idrogeologico ed esperto sugli impatti regionali del clima al Potsdam Institute for Climate Impact Research.

Peter Höppe, il capo dell’unità di ricerca sui geo-rischi di Munich Re, dice che c’erano “molte indicazioni” che l’incidenza di tempeste e sistemi atmosferici persistenti stava aumentando a causa del cambiamento climatico.

Malgrado questo, la ricerca di Hattermann ha trovato che l’umidità del suolo in Germania – una zona di confine climatica – è diminuita fino a 25 litri per metro quadro nei passati 50 anni, a causa di un’altra conseguenza del riscaldamento globale: estati più secche. “Nell’Europa centrale la vegetazione sta cambiando” dice. “Le piante cominciano a crescere e fiorire molto prima nell’anno. Cominciano a succhiare acqua e a traspirarla”.

Scienziati della UE ritengono che almeno mezzo milione di europei subiranno le conseguenze delle alluvioni ogni anno nel 2050, in uno scenario massimo del riscaldamento globale che è spaventosamente vicino ai trend correnti. Nel 2080 quasi un milione di europei potrebbero subire le conseguenze delle alluvioni ogni anno se questa proiezione si realizza.

Lo scorso anno la Munich Re aveva stimato una perdita di 175 miliardi di dollari come risultato di disastri naturali, tra questi 50 miliardi erano coperti da polizze assicurative.

https://www.theguardian.com/environment/2017/jan/19/flood-disasters-more-than-double-across-europe-in-35-years

(trad. Lame)

Primo quarto (parte 2)

di Boka

“Dimmi, come capirò che abbiamo raggiunto la nostra meta?” (Un cieco)

“Quando sarai tu a tenermi per mano!”

La Germania è stata in grado, nel contesto di questa costruzione europea, di affermare la propria egemonia. La sovranità tedesca (borghese/capitalistica) è stata eretta come sostituto di una sovranità europea inesistente. I partner europei sono stati invitati/costretti  ad allinearsi con le esigenze di questa sovranità superiore a quella degli altri. L’Europa è diventata un’Europa tedesca, in particolare nella zona euro dove Berlino gestisce le finanze in accordo con le esigenze dei Konzerns tedeschi e politici importanti come il ministro delle finanze Schäuble fanno leva sul ricatto permanente minacciando (in maniera esplicita e non) i partner europei con un “exit tedesco” (Gexit) nel caso in cui l’egemonia di Berlino venga messa in discussione.

La conclusione che possiamo trarre dai fatti è evidente: il modello tedesco avvelena l’Europa, Germania compresa. L’ordo-liberismo è la fonte della persistente stagnazione del continente in congiunzione alle politiche di austerità in corso. L’ordo-liberismo è un sistema irrazionale visto dal punto di vista della tutela degli interessi delle maggioranze popolari in tutti i paesi dell’Unione europea, tra cui la Germania. Esso conduce ad un ulteriore peggioramento delle  disuguaglianze tra i partner; è l’origine delle eccedenze commerciali della Germania e dei deficit simmetrici degli altri paesi. Ma l’ordo-liberismo è una scelta perfettamente razionale dal punto di vista dei monopoli finanziari a cui assicura la continua crescita delle loro rendite di monopolio. Questa è la vera contraddizione interna di questo sistema economico: la crescita della rendita dei monopoli impone la stagnazione e l’incessante deterioramento di partner fragili (come la Grecia ed altri).

L’azione e l’analisi politica sembrano essersi ridotte solo alla questione: “Restare nell’Unione Europea (e come?) o uscire (per andare dove?). I critici (tralasciamo gli esegeti del sistema con i loro chierici le cui ragioni per continuare lungo la stessa strada sono evidenti) del sistema europeo sono dibattuti tra due opzioni: la prima, continuare lungo la strada della costruzione europea ma in nuove direzioni che tengano conto degli interessi (e delle necessità) dei popoli europei nonostante storia passata e recente dimostrino le continue sconfitte di questa posizione; la seconda, lasciare l’Europa, ma per cosa? Un intero sistema di disinformazione manovrato (o almeno indirizzato ad arte) dal sistema ordo-liberista contribuisce a rendere la questione perlomeno confusa. Tutte le possibili forme di “ritorno” alla “sovranità nazionale” si sovrappongono e tutte sono presentate come demagogiche, populiste, scioviniste o non adeguate ai tempi e condizioni mutati della società europea. L’opinione pubblica viene accentrata sulla questione della sicurezza interna e dell’immigrazione mentre le responsabilità ordo-liberali per il peggioramento delle condizioni dei lavoratori sono lasciate in silenzio. Purtroppo, buona parte della sinistra europea è entrata in questo gioco in cui non ci sono vincitori ad esclusione del “banco”.

Credo che non ci sia più nulla da aspettarsi dal progetto europeo, che non può essere trasformato dal di dentro; dobbiamo decostruire per ricostruire eventualmente in un secondo momento su basi diverse. Molti si rifiutano di arrivare a questa conclusione nonostante siano in conflitto (per gli interessi rappresentati e per per progettualità politiche), purtroppo i dubbi riguardano gli obiettivi strategici: lasciare l’Europa o rimanere in essa (ed ancora con o senza euro?). In queste circostanze gli argomenti sollevati da entrambe le parti sono estremi, spesso su questioni banali, a volte su reali e drammatici problemi orchestrati dai media (sicurezza, immigrati), con conseguenti scelte demagogiche. Resta  il fatto che la marea montante che si esprime nel rifiuto dell’Europa (come in Brexit) riflette la distruzione delle illusioni sulla possibilità di una riforma.

Questa confusione, assenza di proposte chiare e quando chiare basate su pulsioni primitive (paura del diverso, paura di perdere completamente l’innegabile benessere  conquistato – comparato a situazioni sociali al di fuori del ristretto mondo occidentale. Tuttavia, la confusione spaventa le persone. La Gran Bretagna non ha certo intenzione di esercitare la propria sovranità per intraprendere un percorso che si discosti dall’ordo-liberismo. Piuttosto, Londra vuole maggiore apertura ed integrazione con gli Stati Uniti (infatti la la Gran Bretagna non condivide la diffidenza verso il TTIP di altri paesi europei). Questo è l’obiettivo di Brexit e certamente non un migliore (o almeno diverso) programma sociale.

Le destre europee (ed in molti casi, direi semplicemente, i fascisti europei) proclamano la loro ostilità verso l’Europa e l’euro, ma, il loro concetto di sovranità è quella della borghesia capitalistica, il loro progetto è la ricerca della competitività nazionale nel sistema ordo-liberale. Di certo non sono sostenitori o difensori  della democrazia elettorale (se non per opportunismo), per non parlare di una democrazia più avanzata. Di fronte a questa sfida delle destre, la classe dirigente (il famoso 1%) non esiterà: sarà dalla parte dell’ uscita dalla crisi di tipo fascista. Abbiamo già degli esempi: l’Ucraina.

Le destre, i fascisti sono diventati lo strumento per tenere a bada qualsiasi forma di rivolta o anche solo, timidamente, di rifiuto dell’ordo-liberismo. L’argomento spesso invocato è: come possiamo fare una causa comune contro l’Europa con i fascisti? Ora, in una sorta di circolo vizioso, il successo dei fascisti è proprio il prodotto della timidezza della sinistra radicale. Se quest’ultima avesse coraggiosamente difeso un progetto di sovranità, popolare e democratica, accompagnata dalla denuncia del progetto fasullo e demagogico dei fascisti, forse avrebbe guadagnato i voti che oggi vanno ai fascisti. La difesa della illusione di una possibile riforma dell’Europa non impedisce la sua implosione. Il progetto europeo sembra dipanarsi intorno ad una trama che, in maniera sinistra, sembra ricordare l’Europa degli anni 1930 e 1940: un’Europa tedesca – la Gran Bretagna e la Russia al di fuori di essa, una Francia esitante tra Vichy e De Gaulle, la Spagna e l’Italia sulla scia di Londra o Berlino, etc.

(continua…)

Luna nuova (parte 1)

di Boka

”Dimmi, cos’è un’ombra?” (Un cieco)

”E’ quello che sono io per te se mi tieni per mano”.

(Brevissima prefazione: questo post non è originale, è il risultato delle discussioni tra Marco ed Heiner degli ultimi sei mesi. Ho solo riassunto ciò che hanno detto).

Oggi, nel sistema neoliberista globalizzato (molto più efficacemente descritto con il termine ordo-liberale – vedi Bruno Odent) le autorità politiche responsabili della gestione del sistema concepiscono, elaborano ed attuano politiche a beneficio esclusivo dei monopoli economici dominanti e vedono la sovranità nazionale come uno strumento che consenta loro di migliorare le loro posizioni “competitive” nel sistema globale. La spesa “sociale” (intesa come spesa statale o intervento pubblico) è funzionale solo alle esigenze delle imprese, gestione della disoccupazione e della precarietà del lavoro (ed insisto le varie proposte di reddito di cittadinanza sono l’esempio più chiaro di questo orientamento) mentre gli interventi più propriamente “politici” sono associati e combinati nel perseguimento di un unico obiettivo: massimizzare il volume di profitto dei loro monopoli “nazionali”.

Il discorso ideologico ordo-liberale pretende di stabilire un ordine basato esclusivamente sul mercato generalizzato, in cui i meccanismi automatici di autoregolamentazione consentono di raggiungere “l’ottimo sociale” (che è ovviamente falso), a condizione che la concorrenza sia libera e trasparente (che non è e non può essere mai vero nell’epoca dei monopoli). Condizione fondamentale perché questo avvenga è che lo stato non abbia alcun ruolo da svolgere ad esclusione che la concorrenza (solo dal lato della domanda – il che è una contraddizione in termini ma poco importa) funzioni liberamente (ancora, che è in contrasto con i fatti: essa richiede un intervento attivo dello stato a suo favore; ordo- il liberalismo è una politica di stato). Questa favola/incubo – espressione dell’ideologia del “virus liberale” – impedisce ogni comprensione del reale funzionamento del sistema, in particolare delle funzioni svolte dallo Stato e dal concetto/pratica di sovranità nazionale.

Gli Stati Uniti costituiscono un esempio chiaro di questa attuazione pratica della sovranità intesa in questo senso “borghese”, vale a dire oggi al servizio del capitale dei monopoli finanziarizzati. Il concetto di sovranità nazionale permette agli Stati Uniti di godere della sua supremazia affermata e riconfermata sopra il “diritto internazionale” così come fu per i paesi imperialisti europei del XIX e XX secolo.

Questa risorgenza dello “spirito nazionalista” (in ambo i campi – perdonate la polvere ideologica – dello scontro di classe borghesia/proletariato – con tutti i limiti delle definizioni che richiederebbero un lungo discorso) ha investito anche il progetto di lungo termine di costruzione dell’unione europea. La “sovranità (sovra)nazionale dell’unione europea espressa attraverso le decisioni di Bruxelles e della Banca centrale europea, in virtù dei trattati di Maastricht e di Lisbona stenta a radicarsi nelle coscienze degli elettori. Ci sono delle ragioni ben chiare al fondo di questa sorta di ribellione e di ritorno delle identità nazionali.

La libertà di scelta degli elettori è di per sé limitata dalle chiare esigenze sovranazionali di ordo-liberismo. Come la Merkel ha detto: “Questa scelta deve essere compatibile con le esigenze del mercato”; al di fuori di esse perde la sua legittimità. Tuttavia, in contrasto con questo discorso, la Germania in pratica afferma, nelle politiche che vengono attuate, il perseguimento degli interessi che non sono altro che la rappresentazione dell’esercizio della sua sovranità nazionale presentate in maniera tale da indurre i partner europei a rispettare le sue esigenze. La Germania ha utilizzato l’ordo-liberalismo europeo per stabilire la propria egemonia, in particolare nella zona euro. La Gran Bretagna – con Brexit – ha a sua volta affermato la propria decisione di perseguire i vantaggi di esercitare la sua sovranità nazionale.

Siamo in grado di capire allora che “il discorso nazionalista” (e il suo panegirico senza fine delle virtù insite in essa e cioè quella che tempo fa avremmo chiamato senza riserve sovranità borghese-capitalista) senza menzionare il contenuto di classe degli interessi che essa serve non è altro che la ragione per cui quella che chiamammo “sinistra” ha sempre combattuto in favore di quello che chiamavamo “internazionalismo” della classe operaia.

Tuttavia, bisogna essere attenti a ridurre la difesa della sovranità nazionale ai termini di “nazionalismo borghese” da solo. Questa difesa è necessario per difendere interessi sociali diversi e non riducibili ai soli espressi dal blocco capitalista.

Il sistema globale (e il sottosistema europea) non è mai stato trasformato attraverso decisioni collettive delle comunità.Gli sviluppi di questi sistemi non sono mai stati altro che il prodotto di cambiamenti imposti all’interno degli stati che li compongono e risultati da quelle modifiche riguardanti l’evoluzione dei rapporti di potere tra di loro. Il quadro definito dallo Stato (“nazione”) rimane quello in cui le lotte decisive che trasformano il mondo si svolgono.

I popoli delle periferie del sistema globale, polarizzati per natura, hanno una lunga esperienza di questo nazionalismo positivo, vale a dire anti-imperialista (che esprime il rifiuto dell’ordine mondiale imposto) e potenzialmente anticapitalista. Dico solo potenzialmente, perché questo nazionalismo può anche rappresentare l’illusione di poter costruire un capitalismo nazionale non soggetto alle necessità della globalizzazione. Il nazionalismo dei popoli delle periferie è progressivo solo a condizione che sia anti-imperialista, rompendo con l’ordo-liberismo globale. Un “nazionalismo” (solo apparente) che si adatta all’ordine ordo-liberista globale e che non mette in discussione le posizioni subordinate della nazione in questione nel sistema, diventa lo strumento delle classi dominanti locali e rappresenta solo la posizione di partner periferici deboli verso il quale agisce come un “sub-imperialismo”.

Ci troviamo di fronte ad una alternativa: “Uscire dalla crisi del capitalismo o uscire dal capitalismo in crisi”. Uscire dalla crisi non è un problema delle classi subalterne ma è quello dei governanti capitalisti. Che ci riescano o meno (ho seri dubbi in proposito) non è il nostro problema. Che cosa abbiamo da guadagnare collaborando con quelli che (tempo fa chiamavamo ed a ragion veduta) sono i nostri avversari solo allo scopo di rilanciare, potenziare ed affermare il sistema ordo-liberista? Questa crisi ha creato e può creare opportunità per il cambiamento dell’ordine sociale a patto che si adottino strategie opportune e volte a difendere gli interessi delle classi subalterne. L’affermazione della sovranità nazionale diventa quindi, in qualche maniera, obbligatoria per consentire lo sviluppo di questi cambiamenti con risultati che potranno essere differenti da paese a paese ma sempre in contrasto con la logica dell’ordo-liberismo.Il concetto di sovranità nazionale di cui parlo non è quello della sovranità borghese-capitalistico; si differenzia da esso e per questo motivo deve essere qualificato come sovranità popolare.

Il rifiuto di ogni tipo di “nazionalismo” distrugge ogni possibilità di uscire dall’ordo-liberismo globale e purtroppo questo errore ha contraddistinti le politiche di quella che si può chiamare “sinistra storica” in Occidente.

Difendere la sovranità nazionale non significa semplicemente volere un altro tipo di globalizzazione (comunque non ci si può opporre a quelli che sono i cambiamenti di fatto delle relazioni sociali ed economiche reali), la globalizzazione multipolare” (in contrapposizione all’attuale modello di globalizzazione), basata sull’idea che l’ordine internazionale deve essere negoziato tra i partner nazionali sovrani, uguali nei diritti, e non unilateralmente imposto dal potere del capitale finanziario, massimamente rappresentato dagli Stati Uniti.

La crisi dell’ Unione Europea e Brexit rappresentano dei momenti chiave della crisi dell’ordo-liberismo a cui un rinnovato concetto di “nazionalismo” può fornire una via d’uscita da quello che sembra essere ormai l’unico sistema politico-economico possibile.

Il progetto europeo è stato concepito fin dall’inizio nel 1957 come uno strumento a disposizione dei monopoli capitalistici dei partner – Francia e Germania in particolare – sostenuto dagli Stati Uniti per disinnescare il rischio di deviazioni socialiste radicali o moderate. Il trattato di Roma, ha sancito la santità della proprietà privata, messo fuori legge ogni aspirazione al socialismo, come ebbe a dire a suo tempo Giscard d’Estaing.

Successivamente e gradualmente questo progetto è stato rafforzato dai trattati di Maastricht e di Lisbona. L’argomento orchestrato dalla propaganda per l’accettazione del progetto era quello che finalmente abolite le sovranità nazionali degli Stati dell’Unione non era più possibile il ripetersi dei massacri senza precedenti delle due grandi le guerre del ventesimo secolo. Questo progetto ha ricevuto una risposta favorevole da parte delle giovani generazioni con la promessa di una sovranità europea democratica e pacifista che avrebbe sostituito le sovranità nazionali bellicose del passato.

Di fatto le sovranità degli stati non sono mai state abolite, ma semplicemente mobilitate per far accettare l’ordo-liberismo attuando le  trasformazioni necessarie per garantire il pieno controllo dei monopoli finanziari. Il progetto europeo si basa su una negazione assoluta della democrazia (intesa come esercizio di scelta tra progetti sociali alternativi) che va ben al di là del “deficit democratico” invocato contro la burocrazia di Bruxelles. La prova di esso è stata più volte data, e ha di fatto annientato la credibilità delle elezioni i cui risultati sono legittimi solo in quanto siano conformi con gli imperativi dell’ordo-liberismo.

Tutti i fiumi finiscono in mare e tutti i tonti finiscono utenti

di nammgiuseppe

Il calembour utente/u-tonto l’ho mutuato da Ciarli e così come l’idea, implicita, che i fiumi finiscano in mare perché quest’ultimo, essendo quantitativamente superiore, li attirerebbe è una giocosa parodia della sua insistenza sulla quantità, riguardo alle dinamiche della “realtà virtuale”; insistenza che tuttora non mi convince.

Come ho già accennato, già una definizione condivisa di “realtà virtuale” suscita qualche problema. Pur con i grossi limiti che la scelta determina, preferisco far finta che l’espressione sia definita e condivisa. Per complicarmi la vita, ma non tanto da indurmi a documentarmi, considero provvisoriamente “realtà virtuale” il prodotto di rappresentazioni smaterializzate di cose, persone, idee suscettibili di fruizione/interazione pubblica potenzialmente sincrona.

Credo che il termine chiave sia “interazione”, mentre l’aggettivo debole è “smaterializzate”. In mancanza di meglio proseguo su questa base, con riserva di aggiornamento nel caso di contraddizioni irresolubili.

La domanda che mi interessano sono: chi e perché produce tali rappresentazioni e che cosa le rende “virali”?

Rimando la prima domanda e, seguendo un’intuizione, provo a considerare la viralità in termini di moda, nell’accezione più generale del termine: oltre a quella dell’abbigliamento e dell’immagine fisica personale, ci sono, infatti, le mode intellettuali e artistiche. In sintesi si tratta di imitazioni passive o di adozione creativa di un modello.

Per quanto riguarda l’imitazione passiva credo che il movente sia l’affermazione di un’appartenenza e, in quanto tale, di “identità”, reale o aspirata. Il caso più chiaro è quello dell’abbigliamento e del galateo/etichetta “di corte”. Adottando quei modelli uno dichiara la propria condizione di appartenenza (vera o millantata) alla “nobiltà” o, oggi, alla classe ricca, e si distingue in tal modo dalla “gente comune”.

Il fenomeno, tuttavia, è tutt’altro che d’élite. I capelli lunghi furono la moda dei “contestatori” del ’68. Le teste rasate vanno di moda in ambienti più o meno nazi. Eccetera. Ogni “classe”, o gruppo di appartenenza, ha/può esibire una propria moda.

Le mode “creative”, invece, hanno più a che vedere con il riconoscimento della validità, ai fini della propria ricerca personale in un campo o nell’altro, di un modello e nell’introduzione di variazioni o perfezionamenti individuali a esso. Si preferisce, in genere, chiamare “correnti” o “scuole” queste tendenze di un gruppo.

Sto tentando, alla buona, di definire il successo della realtà virtuale come una moda in cui si esprimono aspirazioni di appartenenza, distinzione, affermazione individuale, il tutto attraverso la condivisione di un modello comportamentale/creativo.

Data questa ipotesi, resta da considerare chi proponga/imponga il modello, con quali vantaggi privati e quali siano in condizionamenti che ne derivano agli utenti/u-tonti.

Ma qui il campo pare più agevole e non credo di avere nulla di particolarmente originale o intelligente da dire (consapevole, anche, che probabilmente non è nemmeno originale o intelligente quanto ho proposto). Sono curioso di vedere quanto ho da imparare dai commenti. Se ce ne saranno.

Immagina. Cammina. Puoi.

Una risposta a Ciarli.

di Lame

Il virtuale è da sempre motore fondamentale della realtà, pensa alle idee, ai valori, alla memoria, agli affetti, alle arti, ai diritti, al linguaggio stesso…

C’è uno scarto linguistico che ci affligge quando parliamo di virtuale. Uno scarto che produce un grande inganno. In tutti i discorsi correnti quando si dice virtuale si intende in realtà un’altra cosa. Si dice virtuale, ma si intende digitale. Semplicemente viaggiante su supporti materiali diversi da quelli tradizionali. Quindi la posta virtuale, ad esempio, è semplicemente una forma di comunicazione che ha cambiato i propri supporti materiali, ma è materialissima nella sua pesantezza: per scrivere una email ho bisogno di un apparecchio senz’altro molto più pesante della carta e anche di una rete di server che possiamo facilmente comparare – in termini di pesantezza – alla rete di persone, mezzi e strutture della posta fatta dai postini. E la comunicazione cosiddetta virtuale è solo una forma di comunicazione che avviene senza avere bisogno di carta su cui scrivere o di suoni che siano trasmessi, ma che ha bisogno della stessa rete di server e di persone che li gestiscono di cui dicevo.
È in questo spostamento di senso che sta tutta la nostra diatriba (mia e di Ciarli), ma anche e soprattutto la grande illusione ottica di cui siamo tutti – chi più chi meno – vittime.
Ci hanno detto che si chiama virtuale e noi ci abbiamo creduto. La parola “virtuale” inconsciamente richiama alla nostra mente il suo significato originario: virtuale è qualcosa che (ancora) non esiste, che è solo in potenza, è solo nella nostra mente. Per questo istintivamente attribuiamo al cosiddetto virtuale capacità immaginative.
Ma facciamo un esperimento: sostituiamo nelle frasi la parola “virtuale” con la parola “digitale”. Immediatamente nelle nostre associazioni mentali inconsce tutto lo scintillio suscitato sempre dalla potenza delle idee, dalla capacità creativa sparisce. E rimane una vaga impressione di freddo, di inanimato.
La diatriba con Ciarli per me potrebbe finire qui.
Ma sospetto ci sia un altro effetto, perverso, del virtuale/digitale.
Chiamarlo semplicemente virtuale produce l’inconscia sensazione di un potere immaginifico. Quella capacità di “creazione” della realtà, delle idee, dei valori e via dicendo che è caratteristica (e secondo me scopo, dal punto di vista evolutivo) dell’immaginazione.
Immaginare è un’attività estremamente gratificante per il cervello. Dal punto di vista biochimico. Il cervello letteralmente gode quando immagina.
Qui il trucco si fa pesante.
Se scrivere un’email o postare su FB (estremizzo, c.v.s.d.) ci suscita la sensazione anche fisica di aver “immaginato”, “creato” qualcosa, il nostro cervello avrà ricevuto la sua dose quotidiana. Avrà avuto quello schizzo del cocktail divino della creazione che lo soddisfa. Quindi sarà meno avido e impiegherà meno energia nel produrre idee, “immaginazione”.
Lentamente, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, qualunque cosa scritta su FB sarà sufficiente a placarci. Indipendentemente da quello che abbiamo prodotto.
Lentamente, senza che ce ne rendiamo pienamente conto, la nostra capacità di immaginare viene degradata in un simulacro di immaginazione dove non importa se ci sia un’idea nuova o la semplice ripetizione di quel che abbiamo sentito in giro. Basta che sia andata per via “virtuale” e noi siamo contenti.
So che mi accuserete di crociata anti-qualunque-cosa, ma fate una prova.
Passate una giornata intera su un social qualsiasi. Poi passate il giorno seguente a guardare il mare (o le montagne, non fa differenza). E infine provate ad osservare quali immagini passano per il vostro cervello alla fine di ognuna delle due giornate.
Il mio esperimento mi dice che quando passo non dico una giornata, ma appena alcune ore su un qualunque schermo mi sento svuotata. Cervello spento. Al contrario mi basta camminare all’aperto un paio d’ore per sentire le scintille che si accendono in testa.
L’idea che mi sono fatta è che l’immaginazione (quella che produce idee, valori etc) abbia bisogno di incorporazione. Sensazioni fisiche provocate da aria, luce, vento, ma anche e soprattutto da altri corpi. E che si accenda al meglio nell’incontro/scontro tra i corpi. Non importa se quei corpi discutono di essenza dell’io o dell’ultima partita della Juve: sono corpi che si connettono e si accendono. L’immaginazione ha bisogno di connessione umana e sociale. E di conseguenza tutto il tempo che passiamo sul digitale è tempo rubato alla possibilità di immaginare.
La domanda che mi resta è: questo trucco del virtuale che è digitale è solo una strana casualità? O qualcuno l’ha pensato per bene?

#oraesiemprecomplottista

P.s. Credete forse che questo blog sarebbe sopravvissuto così a lungo, incredibilmente, se non ci fossimo annusati di persona? Se quasi ognuno di noi non sapesse che facce ci sono dietro i nick?

La supremazia statale e le autonomie meno autonome

Chiamiamolo pure “la schiforma e l’ambiente, atto 1”. Spero di riuscire a scrivere l’atto 2 nei prossimi giorni

di Barbara G.

La riforma costituzionale, prevedendo una diversa ripartizione delle competenze fra Stato e Regioni rispetto alla Costituzione vigente e introducendo la clausola di supremazia, ha impatti potenziali non certo trascurabili sull’ambiente, sulla nostra vita, sul ruolo di istituzioni ed enti locali nelle scelte a tutela della popolazione.

Fra le materie di competenza esclusiva dello stato ci sono produzione, trasporto e distribuzione nazionali dell’energia, infrastrutture e grandi reti di trasporto di interesse nazionale. In realtà questa ripartizione potrebbe essere ulteriormente modificata, più o meno “localmente”. All’art.117 c4 post riforma si afferma:

Su proposta del Governo, la legge dello Stato può intervenire in materie non riservate alla legislazione esclusiva quando lo richieda la tutela dell’unità giuridica o economica della Repubblica, ovvero la tutela dell’interesse nazionale.

Nei paesi in cui tale clausola è prevista vengono indicate le materie per le quali è possibile farvi ricorso, e in quali condizioni. La riforma Renzi-Boschi non dice nulla. Ogni decisione è rimessa al Governo, con un’indicazione molto vaga relativamente ai casi in cui la clausola di supremazia può essere fatta valere, senza alcun vincolo relativamente alle materie. Qualora la Corte Costituzionale venisse chiamata ad esprimersi circa la sua applicazione, i giudici potrebbero trovarsi in seria difficoltà, vista la vaghezza delle indicazioni contenute nella proposta di modifica costituzionale.

In un certo senso, la clausola di supremazia è un déjà vu. E non è una bella sensazione…

Facciamo un po’ di storia – Lo sblocca Italia

L’11/11/2014 viene approvato, con voto di fiducia, il Decreto Sblocca Italia. Dovrebbe raccogliere misure urgenti per il rilancio del paese, si dice. Nel concreto, contiene provvedimenti che vanno a definire, tra le altre cose, alcuni aspetti legati alla politica ambientale ed energetica sul lungo periodo. Lo strumento del decreto, che dovrebbe avere carattere di urgenza e contenuto omogeneo, non è lo strumento adatto per definire aspetti della politica economica e ambientale di un paese. Le scelte di lungo periodo vanno ponderate e discusse; dovrebbero ovviamente essere coerenti con gli impegni presi a livello internazionale ed elaborate avendo bene in mente un’idea di futuro, quello che si vuole per il paese.

Beh, questo non è successo. Inoltre vengono previsti meccanismi per scavalcare la volontà e gli interventi di pianificazione delle regioni imponendo il volere del Governo su scelte strategiche. Alcune di queste disposizioni sono state oggetto di ricorsi alla Corte Costituzionale, che in certi casi si sono risolti in favore dei ricorrenti (si veda ad esempio il ricorso della Regione Puglia, estromessa dai processi autorizzativi per alcuni interventi sulle infrastrutture).

Mi soffermerò su due esempi che sono, a mio avviso, rappresentativi dell’impostazione del documento.

Problema rifiuti

Il titolo dell’art 35 è “Misure urgenti per la realizzazione su scala nazionale di un sistema adeguato e integrato di gestione dei rifiuti urbani e per conseguire gli obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio (…)”.

Mentre a livello internazionale si prendono impegni su riduzione produzione rifiuti, mentre si parla della necessità di ridurre la produzione pro capite di rifiuti, di tariffa puntuale come metodo per spingere la raccolta differenziata e contribuire ad innescare un’economia di tipo circolare, la strada scelta dal Governo per risolvere l’emergenza rifiuti è quella dell’incenerimento.

Si afferma infatti (primo comma) che il Presidente del Consiglio dei ministri, su proposta del Ministro dell’ambiente e sentita la Conferenza Stato Regioni, deve emanare un decreto nel quale viene valutata la capacità degli impianti di incenerimento (in esercizio o autorizzati), a livello nazionale e per ciascun impianto, e da realizzare per coprire il fabbisogno residuo. Gli impianti così individuati costituiscono infrastrutture e insediamenti strategici di preminente interesse nazionale. Si fa riferimento, contemporaneamente, a:

  • riequilibrio socio-economico fra le aree del territorio nazionale;
  • obiettivi di raccolta differenziata e di riciclaggio, tenendo conto della pianificazione regionale;
  • autosufficienza nella gestione dei rifiuti;
  • superare e prevenire ulteriori procedure di infrazione per mancata attuazione delle norme europee di settore e limitano il conferimento di rifiuti in discarica.

Ovvero: siamo sotto procedura di infrazione e il problema lo risolviamo aprendo nuovi inceneritori, facendo funzionare a pieno regime gli altri, eventualmente spostando rifiuti da una regione all’altra. Se si parla di “fabbisogno residuo” e si danno pochi mesi per fare la valutazione è evidente che il discorso “differenziata” passa in secondo piano. Nuovi inceneritori al sud, dove la raccolta differenziata è ridotta, utilizzo degli inceneritori del nord, da riclassificare come “produttori di energia”, secondo la loro capacità massima per sopperire alle carenze delle zone non attrezzate. Con gli inceneritori si “attua un sistema integrato e moderno di gestione di rifiuti urbani e assimilati”, tutto questo in barba ai Piani Regionali di Gestione Rifiuti, che in certi casi avevano già individuato impianti da dismettere perché obsoleti, in un contesto in cui l’aumento della frazione di rifiuti recuperata toglieva di fatto “cibo” agli inceneritori. E l’Europa non ha certo chiesto di incenerire i rifiuti per uscire dal procedimento di infrazione.

Conseguenza: le comunità virtuose, dove si fa la differenziata, si trovano a dover bruciare rifiuti mal differenziati (e quindi potenzialmente più inquinanti). Inoltre: se proprio si deve risolvere un’emergenza, ci vuole molto meno tempo per avviare una raccolta differenziata piuttosto che costruire inceneritori, che poi richiedono lunghi tempi per ammortizzare costi…

Fonti fossili

Con lo Sblocca Italia di fatto sono state estromesse le Regioni dal processo di pianificazione sullo sfruttamento delle risorse fossili. E’ stato dato un gran potere alle imprese del settore, che con un unico titolo possono fare ricerca ed estrazione. E’ stato dato carattere di strategicità, indifferibilità e urgenza delle attività di prospezione, ricerca e coltivazione degli idrocarburi; le infrastrutture per il trasporto degli idrocarburi sono diventate strategiche. In base alla legge vigente in precedenza le Regioni dovevano essere coinvolte nel processo. Ciò ha causato la richiesta, da parte di alcune regioni, di 6 quesiti referendari.

Il governo è così corso ai ripari modificando alcune parti della legge con il preciso scopo di evitare i referendum, e il quesito residuo, rimodulato sulla base delle indicazioni della Corte di Cassazione, non è stato compreso nella su portata (sia tecnica che simbolica), e sappiamo tutti come è andata a finire. Per inciso, alcune settimane orsono c’è stata la prima applicazione del concetto di vita utile dell’impianto.

Cosa potrebbe succedere con la “riforma”

Introdurre la clausola di supremazia dopo aver ridotto le competenze delle regioni, sostanzialmente senza limiti al campo di applicazione e senza paletti ben definiti, significa dare facoltà all’Esecutivo di “espropriare” le Regioni delle loro competenze residue, le comunità e gli Enti locali della possibilità di far sentire la propria voce, di far valere le proprie scelte nel campo della pianificazione. Significa far subire alla collettività scelte calate dall’alto in favore di pochi, negli interessi di pochi.

Quello che era stato previsto nello Sblocca Italia e poi tolto con il preciso scopo di far fallire il referendum sulle trivelle in sostanza è introdotto in costituzione.

Presumibilmente si proseguirà con la logica delle grandi opere senza una seria valutazione delle reali necessità della zona, dei flussi di traffico.

L’Italia ha invece bisogno di fare un cambio di passo: riduzione ulteriore del ricorso alle fonti fossili, passare ad un’economia circolare nella logica della riduzione dei rifiuti e nella loro valorizzazione come risorsa, passaggio dalla logica delle grandi opere a quella della manutenzione del territorio, della prevenzione, delle opere puntuali per risolvere le criticità, di opere fatte bene e con logica di rete nelle zone più svantaggiate (perché non è più possibile pensare di impiegare 4 ore per andare in treno da Trapani a Palermo o vedere la Sicilia tagliata in due da frane e cantieri mai terminati). E queste opere non necessitano l’imposizione dall’alto, ma un continuo dialogo con le comunità locali, per intercettare le esigenze da in lato e cambiare la mentalità dall’altro. Viviamo in un Paese con notevoli criticità dal punto di vista ambientale, infrastrutturale; la stragrande maggioranza dei comuni sono a rischio idrogeologico e/o sismico e noi continuiamo ad affrontare le problematiche con la logica dell’emergenza invece che con quelle della prevenzione e della pianificazione.

Se vogliamo sperare in un serio cambio di passo non possiamo che votare no alla riforma, dobbiamo farlo noi come cittadini e dovrebbero farlo gli amministratori per evitare di consegnare un’arma carica al Governo, da usare alla bisogna…di qualche potente o amico degli amici.

Utili idioti

Airbnb, il sito di affitti tra privati che vale oggi 30 miliardi di dollari si prepara ad un anno critico in cui le autorità municipali danno una stretta.

Sostenitori di Airbnb a New York durante una manifestazione lo scorso anno contro le modifiche ai regolamenti comunali. Foto: Shannon Stapleton/Reuters

di Shane Hickey e Franki Cookney – 29 ottobre 2016 – the Guardian

traduzione Lame

Nella stanza sul retro di un pub a Kentish Town, un gruppo di londinesi della classe media sono appollaiati su sgabelli ricoperti di velluto, mangiando hummus e parlando delle loro proprietà. Sul muro, sopra una pila di fusti vuoti della birra, è in corso una presentazione di slide. Un video del recente annuncio pubblicitario di Airbnb mostra padroni di casa sorridenti che aprono le porte d’entrata di casa e dichiarano il proprio sostegno alla campagna post Brexit di Sadiq Khan “Londra è aperta”

Il pubblico di anfitrioni di Airbnb è lì dopo aver ricevuto inviti individuali dalla società per una riunione di “condivisori di casa” – un concetto poco familiare al gruppo che è leggermente perplesso. Jonathan, un entusiastico dipendente californiano di Airbnb, che è stato recentemente distaccato a Londra per creare i club, è felice di spiegare: “I club di condivisori di casa sono semplicemente un modo di organizzare il tutto in qualcosa…che ha una voce unica…che poi effettivamente agisce come un collettivo” dice, con una fumosa risposta.

Più semplicemente, i club di condivisori di casa sono gruppi di propaganda composti da anfitrioni di Airbnb – gruppi di lobbying informali e flessibili che sostengono la strategia della società presso i politici. I club sono parte di quel che sta rapidamente diventando una controffensiva concertata da parte di Airbnb, il sito fondato nel 2008 quando tre amici di scuola avevano cominciato ad affittare materassi ad aria nel loro appartamento di San Francisco per fare soldi e sono diventati uno dei più grandi marchi di viaggi online nel mondo.

Ma la sua fenomenale crescita si sta dimostrando il suo più grande ostacolo. Le autorità nelle città intorno per il mondo hanno paura dell’impatto che sta avendo sulle loro comunità e stanno ora cercando di arrestare questa sfrenata espansione.

L’ultimo di una serie di tentativi nel mondo per arginare la sua crescita è venuto all’inizio di questo mese quando il governatore di New York Andrew Cuomo ha firmato una legge che multa gli inquilini o i padroni di casa che affittano appartamenti vuoti per meno di 30 giorni.

Contemporaneamente a Dublino, ai proprietari di un appartamento è stato recentemente proibito di usarlo per affitti Airbnb senza permesso delle autorità comunali, sollevando la prospettiva di azioni simili da altre parti.

A Berlino chi affitta più di metà del proprio apaprtamento per affitti abreve termine senza avere il permesso del comune ora rischia una multa di 100mila euro. E a Londra l’anno scorso è stata introdotta una regola dei 90 giorni secondo cui nessuna proprietà può essere affitata su Airbnb, o servizi simili, per più di tre mesi all’anno senza il permesso comunale.

Quinci come sta rispondendo Airbnb? A New York la società ha depositato un ricorso alla corte federale. Ma ad un livello più ampio la società sta sostenendo sforzi per prevenire all’origine questi tipi di azioni. E il miglior modo per frlo, pensa Airbnb, è di far insorgere i suoi milioni di anfitrioni al suo posto.

Lo scorso anno la società ha annunciato piani per il 2016 per creare club di condivisori di casa in 100 città nel mondo. Lo scopo, ha detto, era formare “un potente blocco di sostegno politico fatto direttamente dalle persone”

Il grosso dei club sono in Nord America, con un paio di Australia, sudAmerica e Asia, e un numro crescente in Europa. In Gran Bretagna, comunque, il numero dei club è irrisorio, nonostante ci siano più di 40mila case su Airbnb. La società sta concentrando i suoi sforzi per costruire questa base nel Regno Unito. Gli incontri, come quello della Abbey Tavern in Kentish Town, stanno avvenendo in tutta Londra mentre Airbnb cerca di costruire una campagna dal basso per combattere la minaccia di una maggiore regolazione e pratiche più restrittive.

Agli anfitrioni dell’incontro di Kentish Town viene detto che, all’inizio di quest’anno a Berlino, Airbnb ha fallito, dopo la decisione del consiglio comunale sugli affitti a breve termine – suggerendo così che la società non vuole che questo accada di nuovo da qualche altra parte. Come conseguenza di quella rgolamentazione è stato creato il Club di Condivisori di Casa di Berlino che hanno cominciato a fare lobbying per cercare di cambiare quel che vedevano come una decisione ingiusta. A Londra la regola dei 90 giorni potrebbe non essere pesante se comparata con alt5re città, ma ci sono crescenti richieste per ulteriore regolamentazione.

Jonathan, il dipendente di Airbnb, si tiene alla larga dal dire al gruppo che dovrebbero premere per dei cambiamenti. “Da un lato vorrebbe Airbnb vedere gruppi di Condivisori di casa dappertutto in Europa? Assolutamente” dice. “Condividerebbe i loro interessi?” Assolutamente. Ma che i club decidano che il loro unico interesse è condividere l’elettricista o l’idraulico oppure di fare pressioni politiche è totalmente a loro discrezione” afferma.

La successiva slide è centrata su Barcellona, una città dove, nel 2014, Airbnb è stata multata per 30mila euro per aver violato le leggi sul turismo. Poi un’altra slide che dice “scrivi al tuo deputato” come una delle attività suggerite. “Scrivere lettere ai giornali locali e a funzionari selezionati è ovviamente qualcosa che vorremmo che gli anfitrioni facessero, ma solo se loro sono d’accordo e se sono motivati a farlo” dice Jonathan.

Chris Lehane, capo della comunicazione e delle politiche mondiali di Airbnb, ha detto che i club agiscono “come una voce contro i potenti”.

“Questa gente dovrebbe assolutamente avere la capacità di alzarsi in piedi e rappresentare se stessi e noi abbiamo messo in chiaro che vogliamo fornire supporto e parte delle infrastrutture” ha affermato. “Questo può essere un sistema di pressione incredibilmente efficace. Credo che siamo stati piuttosto trasparenti e aperti a questo proposito”.

La rete dei gruppi di anfitrioni, che nei fatti fanno lobbying per conto della società, sono una dimostrazione di quanto Airbnb è cresciuta dai suoi inizi nel 2007. Allora i fondatori Brian Chesky e Joe Gebbia non potevano permettersi l’affitto del loro appartamento di San Francisco e così misero tre materassi ad aria sul pavimento e li fecero pagare 80 dollari l’uno ai loro primi ospiti.

Perfino per gli standard di crescita rapidi del settore tecnologico, la società si è espansa molto velocemente. Oggi è valutata 30 miliardi di dollari e afferma di avere due milioni di case iscritte in 191 paesi. Questa valutazione posiziona il valore della ditta californiana sopra quello degli hotel Hilton.

Wouter Geerts, un analista ad Euromonitor Internazional, dice che questa crescita rqapida ha portato alla “corporatizzazione” di Airbnb con molti iscritti che sono imprese di ospitalità e persone con proprietà multiple. “Questi potrebbero essere hotel o agenti immobiliari, fornitori di servizi per appartamenti. Tutti guardano ad Airbnb e pensano “in effetti cosa ci impedisce di mettere queste proprietà anche su Airbnb e aumentare un po’ i guadagni? E naturalmente ci sono sempre più storie su padroni di casa che buttano fuori inquilini a lungo termine perchè possono guadagnare di più con Airbnb” dice.
Una delle critiche più frequenti ad Airbnb è venuta dal settore dell’ospitalità che si è lamentato delle differenze in termini di regolamenti a cui devono attenersi gli hotel se comparate con Airbnb. Ma l’organizzazione che agisce da portavoce del settore in Gran Bretagna afferma che non riguarda solo loro. “Molti consigli di quarteiere a Londra hanno espresso la loro preoccupazione recentemente” dice Ufi Ibrahim, direttore della British Hospitality Association. “In gran parte perchè l’economia della condivisione – e stiamo parlando in particolare degli anfitrioni professionali illegali i pseudo-anfitrioni che operano illegalmente – ha messo sotto pressione i prezzi di affitto”.

Crescenti livelli di ostilità ad Airbnb cominciano a venire dai vicini di coloro che affittano le loro case attraverso il sito. Il mese scorso un tribunale immobiliare a Londra ha deciso che i proprietari di case i cui contratti dicono che le loro case possono essere usate solo come residenza privata non possono affittarle a breve termine. Il caso è arrivato in tribunale dopo che il vicino di una disegnatrice d’interni slovacca, Iveta Nemcova, aveva informato i proprietari del condominio che aveva iscritto il suo appartamento su Airbnb. Come risultato, gli anfitrioni Airbnb sono stati avvertiti che potrebbero operare in violazione delle regole dei loro mutui e delle polizze di assicurazione degli edifici.

Un proprietario con cui abbiamo parlato ha detto che l’appartamento a piano terra nel suo condominio è stato affittato su Airbnb da un inquilino senza che il proprietario lo sapesse. Di conseguenza l’assicurazione dell’intero condominio potenzialmente veniva invalidata.

A Londra il consiglio circoscrizionale di Westminster sta indagando su 1.200 proproetà sospettate di venire affittate oltre il limite dei 90 giorni. Finora sono stati emanati solo due avvisi. “In termini pratici è una vera sfida per noi raccogliere prove che gli individui stanno affittando proprietà oltre i 90 giorni” dichiara un portavoce del consiglio.

Airbnb è stata messa sotto la lente d’ingrandimento sia parte dei fruitori che dei politici in tutto il mondo dopo la sua crescita incontrollata. John O’Neill, direttore del Cetre for Hospitality Real Estate Strategy dell’università statale della Pennsylvania, stima che il numero di anfitrioni sia raddoppiato l’anno scorso con un aumento dei ricavi del 60 per cento. Con una tale crescita si è creato un ecosistema di ditte di supporto, tipicamente aziende di gestione di proprietà che inseriscono l’annuncio per il proprietario sul sito e poi possono gestire gli ospiti all’arrivo e alla partenza, consegnando e ritirando le chiavu, per esempio.

Gli effetti precisi di questa crescita sul settore alberghiero non sono chiari. La British Hospitality Association dice che sarebbe “ingiusto” dice che c’è stato un impatto sulla domanda di servizi da parte dei suoi membri come conseguenza di Airbnb – invece l’associazione focalizza le sue critiche sugli effetti sulla situazione degli alloggi. Airbnb dice che la sua crescita è stata un riflesso di come la gente vive e descrive gli attacchi da parte del settore alberghiero come “deludenti ma non sorprendenti”, rifiutando le accuse di avere un effetto negativo sul mercato degli alloggi.

“La condivisione della casa mette denaro nelle tasche della gente normale e distribuisce ospiti e benefici a molte comunità e aziende” ha affermato la società in un comunicato. “Innumerevoli città in giro per il mondo hanno introdotto chiare regole per la condivisione di case e continueremo ad essere buoni partner dei decisori politici e lavorare insieme a misure progressiste per promuovere una condivisione responnsabile”. La gran parte degli anfitrioni seguono le regole, ha concluso.
Che direzione prenda in dibattito su Airbnb dopo un periodo di crescita così rapida è poco chiaro. Alcune società alberghire, invece che continuare a combatter Airbnb, hanno scelto di associarsi. “Le maggiori catene di hotel si sono spostate dal cercare di combattere airbnb. Inizialmente c’erano reazioni inconsulte tipo “dobbiamo coalizzarci cntro questo, non sappiamo esattamente cosa sta accadendo, non sono ben r4egolati. La gran parte delle società sono andate avanti rispetto a questo e hanno cominciato a realizzare il potenziale che porta” dice Geerts. “C’è questo moto a guardare agli affitti a breve termine non come negativi, ma più come positivi e a vedere le domande che cambiano dei consumatori”

Questo è stato evidente ad aprile quando il gruppo francese Accor, considerato il maggior gruppo alberghiero europeo per numero di camere, ha pagato 118 milioni di sterline per acquistare Onefinestay, che offre affitti a breve termine in case di lusso.

O’Neill stima che ci siano 70 lobbisti che lavorano per Airbnb negli USA, con lo scopo di avere l’approvazione di una legislazione favorevole alla società.”La maggior parte degli albergatori con cui parlo hanno accettato l’esistenza e la crescita di Airbnb. Le loro preoccupazioni hanno più a che fare con il fatto che gli hotel e gli operatori Airbnb abbiano pari condizioni, perchè Airbnb ha così tanti vantaggi competitivi ingiusti in comparazione con gli hotel” afferma.

Altri hanno detto che i regolatori devono essere equi sulle regole che Airbnb e società similari devono rispettare. Robert Vaughan, economista con una società di revisione, afferma che c’è una enorme varietà di situazioni – da chi affitta il proprio divano a proprietari con più case – ed è molto difficile applicare le stesse regole a tutti.

O’Neill dice che mentre Airbnb potrebbe continuare a crescere, non avrà la mano libera che ha avuto finora. “Non penso che ci sarà la crescita sregolata per tutti che c’è stata in passato”.

Tornando alla riunione a Kentish Town, la serata finisce con una risposta positiva all’idea del Club dei condivisori di casa. “Dobbiamo scrivere una lettera” suggerisce uno dei presenti. “Dovremmo vederci ogni tre mesi”, dice un altro. Mentre l’incontro sta finendo, praticamente tutti concordano sulla necessità di un club. Jonathan salta dentro di nuovo: “Voglio sottolineare che ci sono altri aspetti dei club dei condivisori di case” dice, lanciandosi in una descrizione di un’iniziativa per il lavaggio collettivo delle lenzuola. Ma pochi stanno ascoltando. Alla fine della riunione al gruppo viene chiesto se vogliono il loro club locale. Quasi tutte le mani si alzano.

fonte: https://www.theguardian.com/technology/2016/oct/29/airbnb-backlash-customers-fight-back-london#comment-86456653

P.s. del traduttore. Il titolo, ovviamente, è mio.