Biblioteca Siberiana

Matilde e l’architetto

(Il mondo all’incosì)

di Barbara G.

Matilde è sindaco di un piccolo comune piemontese: Lauriano (TO), 1500 abitanti o giù di lì.

Matilde è agronomo, si occupa di agricoltura, conosce il valore della terra, e con valore non intendo il prezzo al mq di suolo agricolo, quello del suolo edificabile, o quanto si può ricavare da un ettaro seminato a mais. Sto parlando di Valore con la V maiuscola: il ruolo del suolo all’interno di un ecosistema, la sua importanza per la vita. Non solo quella degli uomini, intendiamoci, anche per quella degli altri esseri viventi, lombrichi compresi (che poi, ad essere sinceri, un ruolo nella catena alimentare dell’uomo ce l’hanno). E il Comune che amministra ha parte del suo territorio a rischio di dissesto idrogeologico. Lo dicono le mappe della regione, mica qualche ambientalista rompicoglioni.

Da persona sensibile alle tematiche connesse con il consumo di suolo, con la sua giunta tutta al femminile decide di riconvertire ad uso agricolo parte delle aree indicate come edificabili dal PGT, ed comincia da una zona inserita fra le aree a rischio.

E qui per lei (e non solo per lei) iniziano i problemi.

Il proprietario delle aree, che da tempo voleva utilizzarle per realizzare una quarantina di villette, la denuncia, insieme al segretario comunale e al tecnico comunale. Cosa piuttosto insolita, a dire il vero, anche perché queste figure non hanno responsabilità diretta nell’atto amministrativo con il quale si procede allo stralcio dell’area in oggetto. Con l’evolversi della vicenda diventa chiaro che lo scopo è dimostrare che il personale dell’Amministrazione Comunale è asservito al volere di una sindaca-despota.

Matilde viene rinviata a processo. Conosce l’ostilità dei media, che la ritengono colpevole di aver impedito ad un privato e stimato cittadino di fare business applicando il suo diritto a costruire “40 belle villette”. Scopre la falsità delle persone e si ritrova, paradossalmente, a dover invertire l’onere della prova; è lei a dover dimostrare di non aver mai rilasciato alcun permesso di costruire, o autorizzazione di qualsiasi tipo, all’uomo che l’ha denunciata, mentre lui dichiara di essere in possesso di tali autorizzazioni senza mai presentarle. Incassa la solidarietà silenziosa di altri amministratori, che sono con lei ma non osano esporsi pubblicamente (essere solidali con una indagata non è accettato dall’opinione pubblica).

Poi le cose cominciano a cambiare, perché i media, anche di livello nazionale, cominciano ad interessarsi al caso.

Dovendo nominare una consulente di parte, sceglie un tecnico estraneo alla sua amministrazione ma che, avendo collaborato in precedenza con la parte politica avversa, conosce bene il territorio del Comune: questa scelta si rivela fondamentale ai fini del processo perché l’urbanista riesce a tradurre gli aspetti tecnici anche ad uso e consumo dei profani, e, soprattutto, dei giudici. Ma la Sindaca scopre anche che, in certi casi, non è opportuno dire “faccio questo perché ci credo, rivendico la mia scelta politica”, ma è molto meglio tenere per se certe considerazioni e basarsi solo sull’aspetto puramente tecnico, in questo caso le mappe del rischio.

Potrebbe sembrare la trama per una fiction al femminile (i protagonisti sono in larga maggioranza donne), ma così non è.

Matilde Casa sotto processo ci è finita sul serio, ma alla fine è stata assolta. La domanda però nasce spontanea: se fosse stata approvata la nuova normativa sul consumo di suolo, bloccata da anni in parlamento e oggetto di critiche ferocissime da parte di ambientalisti, accademici e tecnici che si occupano di queste tematiche, sarebbe finita bene? Forse no, perché, districandosi fra articoli e commi, sembra che le previsioni di consumo di suolo introdotte nei PGT non possano essere cancellate nel caso si rivelassero inutili, ma solo spostate.

La storia di Matilde è raccontata in un libro scritto a quattro mani con Paolo Pileri, professore al Politecnico di Milano e uno dei massimi studiosi del fenomeno del consumo di suolo. Si intitola “Il suolo sopra tutto”, edizioni Altreconomia, ed ha la prefazione scritta da Luca Mercalli.

Nel libro non ci si limita a raccontare la storia di Matilde, viene analizzata normativa sul consumo di suolo “giacente” in parlamento, unitamente alle fantasiose declinazioni a livello locale della vigente normativa urbanistica, evidenziando come il linguaggio tecnico sia stato via via modificato e plasmato per tentare di giustificare ambiti di trasformazione che invece avrebbero poca ragion d’essere. Va invece recuperato il senso delle parole, e non usare le definizioni da normativa per forzare la natura: un prato rimane un prato indipendentemente che questo sia stato inserito in precedenza fra le aree edificabili, non cessa di essere suolo agricolo perché forse qualcuno in futuro potrà costruirci una villetta o un centro commerciale. Si pone anche attenzione sulla necessità che chi deve gestire la “cosa pubblica” possa ricevere una formazione adeguata (sarebbe forse il caso di ripristinare le scuole di politica), instaurando anche una collaborazione fra politici/amministratori e mondo della ricerca, affinché gli amministratori non vengano lasciati soli, e senza adeguati trasferimenti dallo Stato, davanti ai portatori di interesse.

Bisogna però fare in modo che la pianificazione territoriale non sia in capo al singolo Comune, ma che essa venga gestita su aree di estensione maggiore, perché mai come ora si devono coordinare gli interventi per evitare di realizzare costruzioni inutili quando a pochi chilometri, o addirittura nello stesso comune, sono disponibili aree già sottratte fisicamente alla destinazione agricola.

Nessun paese è un’isola

di Barbara G.

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La Politica, quella con la “P” maiuscola, dovrebbe preoccuparsi di risolvere i problemi alla radice, muovendosi fra i paletti rappresentati dai principi della Costituzione e dai principi di base nei quali ogni formazione politica si riconosce. Nel caso in cui non fosse possibile intervenire in modo definitivo deve proporre interventi atti a contenere gli effetti dei problemi, magari anche solo in via provvisoria mentre gli interventi di lungo termine entrano a regime.

Per far questo però bisogna conoscere. Einaudi diceva “conoscere per deliberare”, ma questo sacrosanto principio pare ormai una cosa da gufi, perché si confonde la politica con il parlare alla pancia delle persone. Trovare la soluzione rapida da dare in pasto alla “plebe”, appiattendosi spesso su un linguaggio populista… atteggiamento che ora è trasversale, e che ha ormai invaso anche il sedicente centrosinistra, che, invece di inseguire la destra sul suo terreno per paura di perdere i voti, dovrebbe ricordarsi basi culturali, statuti e principi fondativi, e proporre una soluzione che sia ragionata e il più possibile congruente con i principi di base.

Il “Problema” (anche qui “P” maiuscola) è ad oggi la questione migranti, un po’ perché la questione è effettivamente seria e un po’ perché è facile terreno di propaganda per una politica alla continua ricerca di un capro espiatorio su cui scaricare la qualunque, per nascondere altri problemi e per perpetuare uno stato di emergenza perenne che fa comodo a troppi. Una “P” che fa da fondale teatrale, facendo sparire altre questioni dietro le quinte.

Se invece si vogliono affrontare seriamente i problemi bisogna addentrarsi nelle questioni, ricercando le cause del fenomeno (ammettendo anche le responsabilità di noi occidentali), analizzando numeri reali, i flussi delle persone, verificando cosa funziona e cosa no nel sistema di accoglienza italiano e come ci rapportiamo con gli altri Stati, con l’UE, tenendo ben presente che ci si deve muovere all’interno dei principi fissati nella Costituzione e nei trattati internazionali, mentre le “regole del gioco” le stabilisce la normativa vigente. Solo dopo questa analisi si può pensare ad un miglioramento di carattere organizzativo e/o procedurale, valutando eventuali modifiche alla normativa.

Stefano Catone, trentenne, è consigliere comunale di Solbiate Olona, oltre che collaboratore di Civati. Lui questo lavoro lo ha fatto, curando la stesura di “Nessun paese è un’isola“, edito da Imprimatur.

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Contenuti del libro

Nel testo, grazie al contributo di operatori, attivisti, giornalisti, viene sviscerato nella sua interezza il tema dell’accoglienza dei migranti: le basi normative e il dritto di asilo nel contesto europeo, le tipologie di protezione che possono essere richieste, l’iter seguito e la distribuzione totalmente squilibrata dei richiedenti asilo fra SPRAR (ovvero il Sistema di Protezione per Richiedenti Asilo), che prevede centri gestiti direttamente dagli enti locali e con spese rendicontate, e CAS (i Centri di Accoglienza Straordinaria), che sono quelli nei quali si verificano i più grossi problemi di sovraffollamento, di scarsa qualità dell’accoglienza, con l’ingresso di associazioni e cooperative non in grado di affrontare la situazione ma estremamente interessate ai famosi 35€/gg per migrante ospitato. Vengono anche raccontate le storie virtuose di alcuni esperimenti di accoglienza, prima di tutti quelli della Locride, dove un sistema già rodato (qui anni fa avevano già ospitato i profughi curdi) ha consentito un’accoglienza diffusa, che ha portato al ripopolamento dei centri storici, alla nascita di nuove attività economiche, a nuovi posti di lavoro (è stato calcolato che ogni 10 migranti ospitati si crea lavoro per una persona).

Viene trattato anche il tema delle rotte dei migranti, della differenza (spesso pretestuosa) fra profughi e migranti economici e delle pesantissime responsabilità delle nazioni europee, che stanno proseguendo imperterrite con il loro atteggiamento colonialista e con l’appoggio a dittature più o meno mascherate. Vengono evidenziati i numeri reali degli arrivi sul territorio europeo in rapporto sia alla popolazione residente nel paese di destinazione sia a quella che, fuggendo dal paese di origine, si ferma nei paesi limitrofi. Si tenga presente che circa l’86% dei profughi sotto mandato UNHCR si fermano nei paesi vicini e che il numero di migranti entrati in Europa è di poco superiore al milione di unità, cioè più o meno il numero delle persone ospitate…in Libano. Ma l’Europa conta circa 500 milioni di abitanti, il Libano solo 4!!!

distrib-rich-asiloI numeri effettivamente in ingresso in Europa sono assolutamente gestibili, basta la volontà di farlo, a cominciare dalla redistribuzione dei migranti sul suolo europeo, in attuazione degli accordi in essere ma non applicati. Sarebbe utile inoltre non vincolare il richiedente asilo allo Stato in cui presenta la richiesta: ad oggi infatti un migrante che chiede asilo politico in Italia non può muoversi finché la richiesta non è accolta, nemmeno se ha familiari in un altro Stato che potrebbero aiutarlo ad integrarsi, a trovare un lavoro.

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Altro aspetto su cui sarebbe opportuno intervenire è l’ampliamento della rete SPRAR, a cui i Comuni aderiscono su base volontaria: possibili incentivi potrebbero essere la garanzia di non vedere installati sul territorio comunale CAS e/o la possibilità di procedere ad assunzioni in deroga per implementare il sistema di accoglienza. A tale scopo è stato predisposto un modello di mozione consiliare per richiedere al Comune l’adesione al sistema SPRAR. Il documento è disponibile sul sito di Possibile, insieme alle slides di presentazione del libro, da cui sono stati tratti i grafici sopra riportati.

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Gli extrcomunitari ci costano? no…

Il lavoro di Catone sul tema migranti continua. Questa estate si era recato in un campo profughi in Grecia, recentemente è stato a Belgrado, il suo racconto potete trovarlo qui. I suoi contributi potete trovarli cliccando qui, inoltre potete iscrivervi alla sua newsletter.

Per informazioni: nessunpaeseeunisola@gmail.com.

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Intervista a Stefano Catone pubblicata su “Lombardia Oggi”, allegato a “La Prealpina” del 03/02/2017

Paura, merce politica

La civiltà nasce dalle paure che oggi il potere trasforma in merce politica

Questo brano è tratto dal libro di Bauman «Moral Blindness. The Loss of Sensitivity in Liquid Modernity», dialogo con Leonidas Donskis in traduzione presso l’editore Laterza.

di ZYGMUNT BAUMAN

La paura è parte integrante della condizione umana. Potremo anche riuscire a eliminare una a una la maggior parte delle minacce che ingenerano paura (proprio a questo serviva secondo Freud la civiltà come organizzazione delle cose umane: a limitare o a eliminare del tutto le minacce dovute alla casualità della Natura, alla debolezza fisica e all’inimicizia del prossimo): ma almeno finora le nostre capacità sono ben lontane dal cancellare la «madre di tutte le paure», la «paura delle paure», quella paura ancestrale che deriva dalla consapevolezza della nostra mortalità e dall’impossibilità di sfuggire alla morte. Anche se oggi viviamo immersi in una «cultura della paura», la nostra consapevolezza che la morte sia inevitabile è il principale motivo per cui esiste la cultura, prima fonte e motore di ogni e qualsiasi cultura. Si può anzi concepire la cultura come sforzo costante, perennemente incompleto e in linea di principio interminabile per rendere vivibile una vita mortale. Oppure si può fare un ulteriore passo avanti: è la nostra consapevolezza di essere mortali, e dunque la nostra perenne paura di morire, a renderci umani e a rendere umano il nostro modo di essere-nel-mondo.

La cultura è il sedimento del tentativo incessante di rendere possibile vivere con la consapevolezza della mortalità. E se per puro caso dovessimo diventare immortali, come qualche volta (stoltamente) sogniamo, la cultura si fermerebbe di colpo, come hanno compreso sia Joseph Cartaphilus di Smirne, l’infaticabile cercatore della Città degli Immortali ideato da Jorge Luis Borges, sia Daniel, l’eroe de La possibilità di un’isola di Michel Houellebecq destinato a essere clonato e riclonato all’infinito. Joseph Cartaphilus accerta di persona che Omero, essendosi reso conto della propria immortalità, e sapendo «che in un tempo infinito a ogni uomo accadono tutte le cose» e che dunque per questa stessa ragione sarebbe «impossibile […] non comporre, almeno una volta, l’Odissea», è destinato a ritornare troglodita. E Daniel25 comprende che una volta cancellata la prospettiva della fine del tempo e assicurato il carattere infinito dell’esistenza, «il solo fatto di esistere è già una sciagura» e la tentazione di rinunciare alla prerogativa della ulteriore clonazione andando verso «un nulla semplice, una pura assenza di contenuto», diventa irresistibile.

È stata proprio la consapevolezza di dover morire, della inevitabile brevità del tempo, della possibilità o probabilità che le visioni rimangano ir-realizzate, i progetti in-compiuti e le cose non fatte, a spronare gli uomini ad agire e l’immaginazione umana a spiccare il volo. È stata questa consapevolezza a rendere necessaria la creazione culturale e a trasformare gli esseri umani in creature culturali. Fin dai suoi albori, e per tutta la sua lunga storia, il motore della cultura è stato la necessità di colmare l’abisso che separa il transitorio dall’eterno, il finito dall’infinito, la vita mortale da quella immortale; l’impulso a costruire un ponte per passare da una parte all’altra del precipizio; l’istinto di consentire a noi mortali di incidere durevolmente sull’eternità, lasciandovi un segno immortale del nostro pur fugace passaggio.

Tutto ciò naturalmente non significa che le sorgenti della paura, il luogo che essa occupa nell’esistenza e il punto focale delle reazioni che evoca siano immutabili. Al contrario, ogni tipo di società e ogni epoca storica hanno le proprie paure, specifiche di quel tempo e di quella società. Se è incauto baloccarsi con la possibilità di un mondo alternativo «senza paura», descrivere invece con precisione i tratti distintivi della paura nella nostra epoca e nella nostra società è condizione indispensabile alla chiarezza dei fini e al realismo delle proposte.

I nostri progenitori quando avevano sete tracannavano la loro dose quotidiana di acqua dai torrenti, dai fiumi, dai pozzi, persino dalle pozzanghere… Noi acquistiamo in un negozio una bottiglia di plastica sigillata piena d’acqua, la portiamo tutto il giorno con noi, ovunque andiamo, e ogni tanto ne beviamo un sorso. È questo oggi a «fare la differenza», la stessa differenza che intercorre tra le paure contemporanee e quelle dei nostri antenati. In entrambi i casi, la differenza è la commercializzazione. Come l’acqua, la paura è diventata un prodotto di consumo ed è stata assoggettata alla logica e alle regole del mercato. È stata poi trasformata in merce politica, in valuta utile a condurre il gioco del potere. La quantità e l’intensità della paura nelle società umane non rispecchiano più la gravità oggettiva o l’imminenza del pericolo, ma l’abbondanza di offerte sul mercato e l’intensità della promozione (o propaganda) commerciale.

(traduzione di Fabio Galimberti)

Yanis Varoufakis ti spiega perché l’Europa ha fatto flop

L’ex ministro greco torna sulle scene e nel suo ultimo libro spiega il perché del fallimento della valuta unica. Partendo da Bretton Woods e facendo nomi e cognomi dei responsabili

di Alessandro Gilioli – espresso.repubblica.it, 27/10/2016

Da quando non è più ministro dell’Economia, Yanis Varoufakis si è preso diverse amare soddisfazioni. La prima è quella di aver visto confermare le sue previsioni sulla Grecia: la sottomissione 
di Tsipras alla Troika, avvenuta un anno e mezzo fa, non ha fatto che peggiorare le condizioni di vita dei cittadini, fino al nuovo taglio delle pensioni e al rischio di una crisi immobiliare nei prossimi mesi, con migliaia di senzatetto.

Ma più in generale Varoufakis aveva messo in guardia dal possibile processo di dissoluzione della Ue, denunciando gli effetti delle regole 
di Bruxelles e dell’architettura della sua moneta. Lasciato il governo, Varoufakis 
si è impegnato nella creazione di un movimento di sinistra europeo (Diem25 ) 
e nella stesura di un robusto saggio 
di geopolitica monetaria in uscita il 27 ottobre con il titolo “I deboli sono destinati a soffrire?” (La nave di Teseo, 338 pagine, 20 euro).

La tesi del libro è che gli squilibri sociali (e tra Paesi) che oggi dilaniano l’Europa hanno radici che risalgono almeno al 1971: l’anno in cui Nixon pose fine agli accordi di Bretton Woods, che 
dal 1944 regolavano l’ordine valutario mondiale imperniandolo sul dollaro e sulla sua convertibilità in oro.

La fine di quel sistema, scrive Varoufakis, portò i paesi europei a successivi tentativi di concatenazione tra le loro valute 
(il serpente monetario, lo Sme e 
infine l’euro) in cui finirono tuttavia 
per intrecciarsi errori tecnici, rigidità ideologiche e conflitti nazionali (in particolare, la competizione tra Francia 
e Germania).

Il risultato è il paradosso attuale: la moneta che doveva unire l’Europa l’ha invece divisa ancora di più, sia per ceti sociali all’interno di ogni Paese sia tra Stati, i cui interessi divergono e nei quali la valuta unica 
ha creato effetti diversi, compresa 
la svalutazione del lavoro come unico modo per salvare l’export non potendo 
più svalutare la moneta. Il saggio 
di Varoufakis non va alla ricerca di “poteri forti” nascosti dietro le tende, anzi fa nomi e cognomi dei politici (vivi o defunti) che secondo lui hanno causato il tracollo.

Non mancano pagine sull’Italia, in particolare sulla crisi del 2011, sulla caduta del governo Berlusconi, sul ruolo 
di Mario Monti e su quello successivo di Mario Draghi. Nell’appendice del saggio, le proposte politiche ed economiche dell’ex ministro, nonostante tutto 
un europeista convinto.

“Ho seminato morte”

segnalato da Barbara G.

Il pentito

«Coi rifiuti per anni ho seminato morte»

di Antonio Maria Mira – avvenire.it, 27/01/2016

«Io credo di aver seminato veramente morte nella mia terra. Me ne vergogno. Ho fatto un macello…». Così parla Gaetano Vassallo, imprenditore dei rifiuti legato alla camorra, “colletto bianco” delle ecomafie, uno dei maggiori responsabili del disastro della “Terra dei fuochi”. Per quasi trenta anni ha gestito discariche e sversato illegalmente rifiuti di tutti i tipi, è stato arrestato una prima volta nel 1992 ma poi assolto fino in Cassazione e ha continuato a inquinare. Nel 2008 ha deciso di collaborare con la giustizia «per paura di essere ucciso – ammette – ma anche per provare a riparare qualcosa di quello che avevo combinato ». Ora a 57 anni vive con la famiglia in una località protetta e lancia un’inquietante denuncia. «Io ho pagato e sto pagando, ma altri imprenditori che lavoravano con me gestiscono ancora grossi settori ». E si scaglia anche contro gli industriali del Nord che usavano le sue discariche. «Sapevano benissimo che noi smaltivamo in quel modo». Lo raggiungiamo al telefono al termine di una notte di lavoro. Proprio nei giorni in cui esce il suo libro Così vi ho avvelenato scritto con la giornalista del Mattino Daniela De Crescenzo. E ci racconta la sua vita di “ecomafioso”, il prima e il dopo. L’uomo e il criminale. Parliamo di vergogna, di perdono, di speranza (nella seconda parte dell’intervista sul giornale di domani). Ma anche di un sistema che va ancora avanti, delle mire dei clan sulle bonifiche, delle responsabilità dei politici campani ma anche degli imprenditori del Nord.

Vassallo, si sente parte di un sistema più grande?
Quando venivano a controllarci e non guardavano le bolle di accompagnamento, quelli erano responsabili come me. Il politico che veniva e mi metteva delle persone a lavorare non si é mai interessato di quello che stavamo facendo, perché lo sapeva. Quando si pigliavano i soldi nostri lo sapevano. Sono responsabili come noi ma non pagano, ma non fa niente…

Ora nessuno la conosce più…
Ma quando venivano a portare le gente a fatica’ mi conoscevano bene… Erano tutti amici nostri. In realtà sono io ora che non li voglio riconoscere, non li voglio sentire. Ora ho solo mia moglie e i miei figli. Vado a lavorare di notte dalle 18 alle 6 di mattina. Ma finalmente sono orgoglioso di quello che sto facendo.

Allora lei faceva molto comodo a tanti.
Non ci potevamo tirare indietro. Oggi mi auguro che si possa fare qualcosa, sperando che sia politicamente che imprenditorialmente non ragionino nello stesso modo. Mi auguro che non succeda anche con le bonifiche…

Ha qualche sospetto?
Speriamo che chi va a fare le bonifiche non lo faccia con la stessa logica, la stessa mentalità che avevamo noi. Il sospetto ce l’ho, lo dico e lo confermo perché dove ci sono i soldi la camorra non sparisce mai. Ci vorrebbe una classe politica più attenta perché questo polverone che si sta creando attorno a queste bonifiche non mi è chiaro. Può essere che ci sia qualcosa dietro.

C’è ancora una parte del mondo imprenditoriale che lavorava con lei che ancora opera?
I grossi imprenditori che hanno lavorato con me, che erano a braccetto con me, sono ancora liberi e gestiscono ancora grossi settori. Io l’ho riferito ai magistrati e non ho paura di dirlo anche a lei. Mi conoscevano bene, hanno lavorato con me. Andavano fuori regione a prendere i rifiuti per me. Sono io che gli ho fatto acquistare i primi autotreni per fare il trasporto di rifiuti. Oggi dicono che non mi conoscono. Quante persone oggi dicono che non mi conoscono…

Non hanno pagato neanche gli imprenditori del Nord che le affidavano i loro rifiuti.
Secondo me non ha pagato nessuno. L’unico che ha pagato sono io, che ho fatto una scelta di collaborazione, che sono stato arrestato, che sono stato in carcere e non so se ci tornerò. Sono l’unico ad aver lasciato un intero patrimonio. Ma di questo non mi rammarico. Sono orgogliosissimo di averlo fatto e continuerò a farlo anche se mi aspettavo un’attenzione diversa. Io comunque mi sono rimboccato le maniche, sto cercando di inserirmi e di lavorare, questo è l’unica cosa che mi interessa. Ma oltre a me chi ha pagato? Solo Gaetano Vassallo ha pagato. Ma se io non avessi deciso di collaborare?

Gli imprenditori che venivano da lei sapevano?
Eccome se sapevano! Sapevano benissimo che noi smaltivamo in quel modo. In Campania eravamo 9 discariche, una sola non ha smaltito rifiuti provenienti da fuori regione ed era la Sari di Terzigno. Tutte le altre ricevevano quei rifiuti, tutti scaricavano nello stesso modo, perché c’era l’intervento della camorra, erano tutti affiliati. Nel Salernitano, nel Napoletano, nel Casertano ci sono quei rifiuti.

E ora questi imprenditori del Nord non dovrebbero chiedere scusa anche loro?
I primi responsabili sono i produttori di rifiuti perché avrebbero dovuto interessarsi della destinazione finale dei loro rifiuti. Le loro aziende avevano interesse a venire da noi, pagavano di meno, ma poi non se ne interessavano perché non c’erano controlli. Io dovrei preoccuparmi di colui al quale mi affido. L’Acna di Cengio quando è venuta a scaricare da noi non sapeva chi eravamo, come scaricavamo? Si affidavano a noi ma solo qualche imprenditore del Nord veniva, mentre quelli con la roba più pericolosa non si sono mai fatti vedere. C’era sempre qualche intermediario che si preoccupava di portarceli.

E adesso i rifiuti del Nord, lei che conosce bene il sistema, come vengono smaltiti? Tutto a norma?
Non credo. Io ora sono fuori gioco ma anche dove adesso mi trovo si vedono i traffici di rifiuti. Li faranno un po’ diversamente ma li fanno. In modo un po’ più camuffato.

E ora cosa le succederà?
Il processo per disastro ambientale non è stato ancora fatto. In un altro, in abbreviato, sono stato condannato in primo grado a 6 anni e sto facendo l’appello. Tutti gli altri imputati sono a piede libero, non sono stati mai arrestati, andranno in prescrizione. Io sono andato a collaborare da libero. Non è che ero stato arrestato e ho deciso di collaborare per questo motivo. Chi ha avuto l’ergastolo è facile che collabori perché è l’unica soluzione per uscire. Io era libero e la mia scelta è stata fatta con la mia famiglia. Mi ero reso conto che avevo fatto un casino e volevo dare un contributo. Non ho collaborato per avere benefici ma per cercare di dare una mano. Mi auguro che qualcosa si possa ancora fare.

Lei evidentemente é stato purtroppo molto bravo a fare quegli affari coi rifiuti…
Bravo? Altri sono stati più bravi e sono ancora a casa loro. Ma non sono invidioso, per carità… È giusto che paghi e se devo pagare anche per gli altri va bene. Ma non sono stato l’unico a rovinare la Campania. Sono stato invece l’unico ad trovare il coraggio di dirlo. Forse perché mi volevano uccidere, ma almeno ho avuto questo coraggio. Gli altri se lo tengono tra di loro.

C’è sempre chi aspetta che passi l’onda.
Ma il tempo è galantuomo. Chi non ha ancora pagato dovrà pagare. Io ho pagato in questo modo, forse era questo il mio destino.

Gli investigatori e i magistrati non si sono certo fermati. Non credo, ma forse dovrebbero aprire un po’ di più occhi e orecchi…
(…)

*****

Dalla lettera di Don Praticello a Vassallo

(…) Lo «schifoso male» è il cancro che non abbiamo più nemmeno il coraggio di chiamare per nome. Io sono diventato prete. Franco, mio vicino di banco alle elementari, è morto a 35 anni di cancro. Sossio, invece divenne ingegnere, ma la leucemia se l’è portato via. Anche Maurizio, l’amico della mia infanzia, quello dei carruoccioli, è morto di cancro, mentre Giovanni, mio fratello, di leucemia. La scena, però, che più di tutte mi fa male sono le bare bianche in chiesa. Non ti nascondo che tanti funerali li celebro con gli occhi chiusi. E mentre le mamme piangono, i figli soffrono, i cimiteri si allargano, ancora c’è chi tenta di negare o di ridimensionare il dramma. Odio la camorra con tutte le mie forze. Ma provo per i camorristi gli stessi sentimenti di Cristo Gesù. (…)

*****

COSÌ VI HO AVVELENATO

DANIELA DE CRESCENZO, GAETANO VASSALLO

Gaetano Vassallo è il manager dei rifiuti che per primo ha collaborato con la giustizia dando il via, con le sue confessioni, a tredici processi, alcuni dei quali ancora in corso. Cresciuto nella discarica del padre, nella campagna tra Caserta e Napoli, inizia nel 1982, poco più che ventenne, a gestire con la famiglia uno sversatoio e a organizzare traffici destinati ad arricchire in pochi anni tutti e dieci i fratelli. All’inizio si tratta di mettere a disposizione dei comuni della zona le cave dove scaricare l’immondizia. Poi arrivano, sempre più numerose, le richieste delle grandi aziende di tutta Italia, che cercano il modo per smaltire gli scarti industriali risparmiando sui costi. È allora che la camorra entra in campo e che Vassallo diventa il «ministro dei rifiuti» di Francesco Bidognetti, boss dei casalesi. Nelle discariche si accumulano i veleni: residui di concerie, oli di veicoli rottamati, scorie di lavorazioni industriali, ceneri e fanghi che sterminano perfino i topi. Le voragini si moltiplicano, i sacchi vengono incendiati per far posto a nuovi carichi. La spazzatura è nascosta sotto le strade in costruzione e nelle fondamenta dei palazzi, i liquami si usano per irrigare i campi. Boss e imprenditori lavorano indisturbati, perché chi dovrebbe controllare è a libro paga dei clan, e l’affare diventa sempre più sporco e redditizio, fino alla beffa dell’intervento del governo che, per risolvere l’emergenza rifiuti in Campania, sovvenziona gli stessi camorristi.
Vassallo ricostruisce un quadro criminale sconvolgente, dove compaiono amministratori che truccano gli appalti, funzionari pubblici stipendiati dai boss, avvocati che si fanno strumenti di corruzione. Un racconto spudorato e preciso, raccolto da una giornalista esperta del tema, che mostra dall’interno il funzionamento dell’industria dei veleni e la criminale devastazione che ha condannato a morte le terre e le acque della regione.

Il bambino possibile

“Il bambino possibile”: se la fecondazione assistita diventa un ‘miracolo di volontà’

Una guida alla Pma che unisce la raccolta di informazioni tecniche alle risposte scritta dalla giornalista scientifica Adele Lapertosa. Per sapere come orientarsi tra le sigle, i dubbi medici, i prezzi e le possibilità e imparare a non vergognarsi mai del proprio percorso.

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Per capire cosa significhi sottoporsi a un tentativo di procreazione medicalmente assistita bisogna passarci, guardare il proprio compagno o compagna sperare, illudersi, frustrarsi. E alle volte vincere. Solo se uno c’è passato sviluppa gli anticorpi che gli permettono di filtrare le informazioni rilevanti da quelle irrilevanti, gli appigli illusori dell’anima dalle ancore materiali della tecnica. Solo se ci si è passati si può capire quanto crudele sia stata la legge 40 nei confronti delle migliaia di coppie che hanno sofferto, mese dopo mese per anni, l’impossibilità di realizzare una famiglia.

Per questo il libro di Adele Lapertosa, Il bambino possibile (Il Pensiero scientifico Editore, euro 15) riempie uno spazio difficile da spiegare altrimenti. Perché Adele non è solo una giornalista ma una mamma. Ed è mamma grazie alla fecondazione assistita. Le due cose unite fanno la volontà di raccontare un percorso, di raccontarlo con la passione di chi ha superato le proprie dodici fatiche e il rigore di giornalista scientifica. È la stessa autrice a spiegare che il libro nasce dalla volontà di regalare una guida a chi guarda al proprio percorso dal buco della serratura dell’imbarazzo, della vergogna. O semplicemente dell’ignoranza legittima di chi non ha mai considerato il proprio corpo un oggetto di intervento.

Tecnico ed emotivo insieme, Il bambino possibile racchiude in un solo volume le informazioni fondamentali per non perdersi nel dedalo di nomi, sigle, tecniche, prezzi e sofferenze che si vivono in un percorso di fecondazione. Informazioni spesso note, ma disseminate in Rete in modo confondente. Oppure meno note ma non verificate né supportate dalla scienza. Dalla scelta del centro cui affidarsi alla diagnosi pre-impianto fino ai riferimenti normativi, il libro affronta il percorso in modo volutamente didascalico. Rispondendo alle ossessioni più semplici eppure più difficili da liberare. A cominciare dalla domanda tabù, in grado di sovvertire la vita e schiacciare una coppia: “Perché è toccato a me?”.

Qui entra in gioco la consapevolezza di madre e di “sopravvissuta”. Sapersi destinati a non avere figli in modo naturale è una prova difficile, per non dire brutale, nei confronti di una coppia. Sovverte gli equilibri, tradisce la vostra privacy, è uno sguardo che viene a rovistare impudicamente sotto le lenzuola. Adele lo sa e per questo accompagna il lettore, prevenendo i riflessi psicologici, anticipando il bisogno di un supporto, anche clinico, fornendo un sentiero già tracciato e quindi più facile da seguire. Riflessioni non banali che investono l’intera sfera dei sentimenti – cosa ci succederà adesso? devo parlare con qualcuno? cosa dico in giro? – che servono a sollevare il lettore dal senso di inadeguatezza e di colpa. Oppure da quel fastidio insopprimibile verso la vostra migliore amica che, senza rendersi conto del vuoto che covate dentro, vi racconta ogni singola mossa di suo figlio e vi guarda come uno scherzo di natura.

Passata questa fase, ci sarà poi lo stordimento da acronimi: FivetIcsi, Imsi, Gift, Zift, TetTefna… C’è di che ubriacarsi e rinunciare. Soprattutto perché arrivare impreparati a un colloquio in un centro significa subire ancora di più il proprio “destino” invece che sceglierlo. E poi quale centro? Dove? Nel pubblico? Nel privato? E quanto si può continuare prima di considerarsi “dipendenti” da Pma? Vale la pena di espatriare per l’eterologa o aspettare in Italia? Tutte domande a cui il libro di Adele Lapertosa risponde con garbo e senza insolenza, sapendo lei stessa che alla fine del percorso, comunque sia andata, l’importante è non sentirsi “sbagliati”. Sentimento che una legge vessatoria si è permessa di inculcare a sufficienza in un Paese che continua a parlare di famiglia, ma a ostacolarla con ogni mezzo e ogni pregiudizio.

Adele Lapertosa vive tra Italia e Cile. Il 30 novembre sarà a Milano – ore 18, Casa della cultura –  e il 2 dicembre a Roma – associazione Luca Coscioni – per presentare il suo libro.

Il velo alzato sul mondo dei morlock

segnalato da Andrea

di Benedetto Vecchi – ilmanifesto.info, 10/10/2015

Tempi presenti. «Il regime del salario», le analisi di un gruppo di ricercatori e attivisti raccolte in un volume. Dal jobs act al job sharing, la discesa negli inferi della condizione lavorativa. Dai quali uscire senza sperare in facili scorciatoie.

L’inferno degli atelier della produzione non è necessariamente un luogo dove ci sono forni accesi, rumori assordanti, caldo insopportabile e dove gli umani sono ridotti a bestie. Il lavoro può essere infatti svolto in ambienti lindi dove viene diffusa musica rilassante e piacevole; oppure in case dove la sovrapposizione tra vita e lavoro è la regola e non l’eccezione. L’immagine più forte del lavoro non è data certo da «Tempi moderni» di Charlie Chaplin. L’omino con baffetti, cappello e bastone risucchiato negli ingranaggi delle macchine rappresenta con lievità l’orrore della catena di montaggio. Strappa un sorriso di fronte la disumanità dell’organizzazione scientifica del lavoro. Ma la rappresentazione del lavoro non è viene più neppure dalla folla rabbiosa di Metropolis di Fritz Lang. Sono due film dove è presente l’imprevisto dell’insubordinazione, della rivolta. Ma in tempi di precarietà diffusa, occorre leggere le pagine o far scorrere i fotogrammi del film tratto dal libro di Herbert George Wells La macchina del tempo per avere la misura di come è cambiato il lavoro.

Il romanzo dello scrittore inglese è utile non tanto perché ci sono gli eloi, umani ridotti a ebeti che possono consumare di tutto in attesa di essere divorati dai morlock umani-talpa che vivono nel sottosuolo per produrre chissà cosa. La macchina del tempo è un testo significativo perché rappresenta una società che ha occultato gli atelier della produzione, li ha sottratti allo sguardo pubblico. Sono come le community gated delle metropoli: zone dove lo stato di eccezione – limitazione dei diritti e della libertà personale — è la normalità. Per gli attivisti e ricercatori del gruppo «Lavoro insubordinato» sono espressione di un regime che non conosce faglie distruttive e dove la crisi è la chance che il capitale ha usato per affinare e rendere più sofisticate, e dunque più potenti, le forme di assoggettamento e di compressione del salario del lavoro vivo. Lo scrivono in un ebook dal titolo programmatico Il regime del salario che può essere scaricato dal sito internet www.connessioniprecarie.org. Ha una introduzione di Ferruccio Gambino e saggi di Lucia Giordano, Isabella Consolati, Roberta Ferrari, Piergiorgio Angelucci, Eleonora Cappuccilli, Floriano Milesi e Francesco Agostini. Sono testi sulle nuove normative che regolano il rapporto di lavoro, dal Jobs Act, all’introduzione dei voucher, al job sharing. E se per il Jobs Act il lavoro critico è facilitato dalla mole di materiali usciti sulla legge varata in pompa magna dal governo di Matteo Renzi come panacea per la precarietà diffusa e la disoccupazione di massa, meno facile è invece restituire il valore performativo che le disposizioni sui voucher e il job sharing hanno per l’intero «regime del salario».

L’impianto analitico proposto è efficace e condivisibile. Più problematiche sono le proposte politiche avanzate nel volume. Non perché impossibili, ma perché problematica è la prospettiva indicata come necessaria: organizzare l’inorganizzabile, cioè quelle nuove figure del lavoro, disperse, frammentate, sempre più individualizzate. È con questa prospettiva che occorre fare i conti. Il limite che emerge dalle proposte avanzate è infatti il limite che si incontra quando si cerca di lacerare il velo che occulta il lavoro contemporaneo. Fanno dunque bene gli autori a nominarlo. Non ci sono infatti facili scorciatoie da imboccare.

Il mimetismo che paga

Il Jobs Act è ritenuta la forma giuridica che istituzionalizza la precarietà. Matteo Renzi e la sua squadra di governo hanno aggirato lo statuto dei lavoratori vigente, modificandone l’articolo 18 (quello sul licenziamento senza giusta causa), ma non si sono mai scagliati contro la «filosofia» garantista dello Statuto. Hanno mimetizzato l’obiettivo — rendere normale la precarietà — con la retorica di sviluppare forme di tutela per i giovani precari. Così facendo sono però riusciti a produrre consenso alla istituzionalizzazione della precarietà, visto che il Jobs Act permette il licenziamento e prevede forme di significativi sgravi contributivi per le imprese, motivando le misure come incentivi all’assunzione dei lavoratori a tempo determinato e dunque alla crescita occupazionale, cresciuta sopra il 10 per cento dopo il 2008 a causa della crisi economica globale. Che questo non sia accaduto è oggetto delle polemica politica quotidiana, con errori e omissioni da parte del Ministero del lavoro, come ha testimoniato e denunciato la ricercatrice Marta Fana sulle pagine di questo giornale. Nel volume di «Lavoro Insubordinato» viene però messo in evidenza un altro aspetto, meno presente nella discussione pubblica. Il Jobs Act ratifica anche la compressione salariale in auge da decenni in Italia. Precarietà e salari stagnanti sono inoltre le fondamenta della progressiva e tendenziale trasformazione del lavoro vivo in un esercito di working poor.

Ma queste, direbbero i soliti buon informati, sono cose note. Meno evidente è la diffusione dei voucher e del job sharing.

Sull’uso dei voucher poco si sa. Le recenti statistiche parlano di una crescita esponenziale del loro uso da parte delle imprese. Si tratta della possibilità da parte delle imprese di «assoldare» lavoratori e lavoratrici per brevi periodi, ma anche per poche ore in cambio di un voucher che può essere ritirato dal singolo in alcuni luoghi preposti. Si tratta di un’attivazione al lavoro – l’espressione tecnica parla di lavoro occasionale — che non prevede nessuna forma di regolamentazione della prestazione lavorativa. Il singolo, infatti, non ha un contratto o una forma di collaborazione codificati dal diritto del lavoro. È solo fissato un tetto economico – i voucher non possono superare la cifra dei 7mila euro l’anno per il singolo lavoratore – ma nulla più. È una delle forme più radicali di precarietà che sono state imposte al lavoro vivo. E contempla anche una colonizzazione del tempo di vita: il singolo deve essere pronto a lavorare in ogni momento. A ragione, i voucher sono considerati la forma assunta da una logica di «usa e getta», che scarica inoltre sui singoli l’attivazione di tutele individuali riguardo la pensione, la formazione, la salute. Devono cioè intraprendere la discesa negli inferi della privatizzazione del welfare state. Lo stesso si può dire del job sharing, cioè la condivisione tra due persone della stessa mansione.

Immaginata come una forma di tutela per le donne entrate nel mercato del lavoro ma che non vogliono rinunciare alla cura dei figli, il job sharing rivela anche in questo caso il progressivo abbandono dello Stato nei servizi sociali. L’assenza di asili nido, scuole materne ricade sulle donne: cosa anche questa nota. Ma questo si traduce in una condizione di assoggettamento delle donne che condividono lo stesso lavoro. È infatti prerogative loro trovare la compagna di «avventura»; e ricade su di loro la perdita di salario e una scansione della giornata che solo i «creativi» della pubblicità possono rappresentare come espressione di una onnipotenza femminile che passa dal lavoro sotto padrone a quello di cura come se niente fosse, sempre senza mai scomporsi e mantenendo un seducente sorriso sulle labbra.

Neppure i cosiddetti ammortizzatori sociali sono omessi in questo volume: ogni acronimo e sigla usata nasconde la riduzione delle tutele a elemosine per i «senza lavoro». La disoccupazione è ridotta a fatto domestico, privato, del quale lo Stato non si cura, se non nelle forme compassionevoli dell’assistenza ai poveri.

Organizzare l’inorganizzabile 

È da qualche lustro che minoranze intellettuale e gruppi di attivisti segnalano che uno degli effetti delle politiche neoliberiste è la trasformazione dell’insieme del lavoro vivo nella marxiana «fanteria leggera del capitale». Possono essere molte le forme giuridiche usate, ma rimane il fatto, incontestabile, che l’universo dei diritti sociali di cittadinanza è stato sostituito da dispositivi dove la cittadinanza è vincolata all’accettazione del «regime del salario». Quello che veniva definito come tendenza, è quindi divenuto realtà.

Quale prospettiva politica attivare per un lavoro vivo frammentato, disperso, che spesso non ha luoghi dove incontrarsi? «Organizzare l’inorganizzabile» non è solo una suggestione, bensì un programma di lavoro politico per rendere maggioranza ciò che è patrimonio di minoranze teoriche e politiche. Il primo passo è il reddito di cittadinanza, va da sé, ma c’è un suggerimento del libro del quale fare tesoro.

Il reddito di cittadinanza non può essere immaginato come una ingegneria istituzionale, delegando alla Stato sia le forme che le modalità di erogazione. Se così accadesse tutte le forme di ricatto e di nuovo assoggettamento dalle quali il reddito di cittadinanza favorirebbe l’emancipazione, ritornerebbero sulla scena dei rapporti di lavoro. Per questo va messo in relazione proprio con il regime del salario.

La presa di parola proprio del lavoro vivo nella sua eterogeneità è certo un fattore primario, ma non risolutivo del problema. Serve immaginare forme di sciopero sociale efficaci. E attivare coalizioni sociali, sottraendole però alle alchimie autoconservative che assegnano alle organizzazioni sindacali date e della cosiddetta società civile il ruolo di gate keeper delle stesse coalizioni sociali.

SBOOM

segnalato da crvenazvezda76

Sboom foto

In libreria per Giovanni Fioriti Editore il nuovo saggio di Roberto Sommella Sboom, siamo ancora capaci di sostenere il cambiamento? Presentazione di Francesco Boccia. Un’analisi dell’impatto della terza rivoluzione digitale della rete su economia, media e società europee. Informazioni e e-book su www.fioriti.it e  www.sboom.eu.

**Roberto Sommella è Direttore delle Relazioni Esterne dell’Antitrust.  I suoi articoli sono pubblicati sul Corriere della Sera, Messaggero, Milano Finanza e Huffington Post.

*Francesco Boccia è presidente della Commissione Bilancio della Camera.

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EDITORIA: ECCO LE CIFRE DELLO ‘SBOOM’, PIÙ CAPITALE MENO LAVORO

Ad un euro di crescita del Pil reale in Europa ne corrispondono quasi due dell’economia digitale; gli occupati di Apple negli Usa sono un decimo di quelli della General Motors negli anni Sessanta, ma la ‘’mela’’ macina profitti dieci volte superiori; il settore editoriale tradizionale in Italia ha perso 2 miliardi di fatturato ma i dati personali di ciascun utente di Google valgono oltre 400 dollari; mentre in Europa i disoccupati sono 27 milioni e in media il 24% dei suoi cittadini è a rischio povertà, i Paperoni in Grecia e in Italia sono aumentati negli anni della crisi più che nel resto del mondo (e solo ad Atene i patrimoni dei nuovi ricchi sono pari a 70 miliardi di euro, quasi il valore del nuovo prestito concesso dall’Unione Europea). Sono solo alcuni esempi di come, il combinarsi degli effetti della rivoluzione digitale con quelli della crisi dell’euro, abbiano prodotto un aumento delle differenze sociali nelle società occidentali: servono sempre meno occupati per creare più ricchezza, più debito e meno investimenti per migliorare le condizioni di tutti i cittadini, meno giornalisti per pubblicare in rete sempre più notizie.  

Che società stiamo costruendo dopo gli anni della grande crisi? È la domanda a cui prova a dare una risposta il nuovo saggio di Roberto Sommella, Sboom, che illustra come la terza rivoluzione industriale, quella della rete, abbia completamente stravolto i meccanismi economici, sociali e informativi. Complice la dematerializzazione di molti processi produttivi, serve sempre meno lavoro per produrre molto più capitale, i ricchi aumentano e i nuovi poveri dilagano, le notizie proliferano anche se i lettori sono sempre meno. L’economia digitale, oltre a mutare i rapporti di forza tra i fattori della produzione,ha infatti trasformato anche lo stesso principio di ricchezza, divenuto intangibile e meno controllabile, consistendo in larga parte in flussi informativi cui si collegano quelli finanziari. E’ in corso una dematerializzazione non solo dei beni, quali i derivati finanziari, i servizi a famiglie e imprese o i dati di chi naviga su Internet, ma degli stessi proventi che giungono dall’utilizzo del web.

Durante l’eurocrisi, a fronte di un’economia reale che a livello mondiale è cresciuta nel 2012 del 3,2% rispetto all’anno precedente, quella internettiana ha presentato un incremento del 5,2%, giungendo a coprire quasi il 6% del Pil mondiale. In Europa il tasso medio di crescita del Pil è stato dello 0,6% ma il peso dell’economia digitale è giunto al 6,8% della ricchezza comunitaria. E in Italia non è andata diversamente: sempre nello stesso arco di tempo, nel nostro paese l’economia reale è calata del 2,4%, mentre il web market ha coperto il 4,9% del Pil nazionale con un valore di quasi 69 miliardi di euro. L’opera analizza anche il pensiero di alcuni guri del momento che cercano di spiegare cosa stia accadendo: da Krugman a Piketty, passando per Roubini e Rifkin, alcuni sembrano totalmente infatuati dalla nuova geografia del potere, altri la temono come la catastrofe finale. La realtà è che la crisi sembra provenire da un’implosione dei valori cardine dell’uomo occidentale. E due considerazioni dimostrano la distonia che esiste in questa fase tra Europa (la grande malata) e Stati Uniti (la patria dell’innovazione distruttiva). Nell’Ue si registra un aumento consistente delle persone a rischio povertà o di esclusione sociale: il dato medio di questo esercito sulla popolazione complessiva comunitaria è salito dal 24,3 del 2011 al 24,5% del 2013 nell’Ue, con picchi in Portogallo (27,5% contro il 24,9% del 2011), Spagna (27,3% contro 24,7%), Italia (28,4% contro 24,7%), Irlanda (29,5% contro 25,7%), Grecia (35,7% contro 27,6%). Persino nel Regno Unito, che cresce meglio di tanti altri paesi, le persone che stanno cadendo nel baratro dell’inconsistenza reddituale sono passate dal 22% del totale al 24,8%. L’indice S&P 500 della borsa di New York, invece, è aumentato in un anno del 20% mentre i salari sono cresciuti solo del 2%. Le divergenze tra economia digitale ed economia reale non si fermano qui. Apple quest’anno potrebbe raggiungere quota 88 miliardi di euro di profitti occupando solo 92.600 persone, mentre negli anni sessanta General Motors raggiungeva i 7 miliardi di dollari di utili dando però un salario a oltre 600.000 dipendenti. E non è finita. Nel libro, che affronta anche alcuni capitoli ancora oscuri della costruzione europea, come la caduta del governo Berlusconi e gli effetti paradossali del Quantitative Easing della Bce, vengono ricordati alcuni dati inediti che spiegano bene la rivoluzione che stiamo vivendo. Se si considera la capitalizzazione di borsa e il numero di clienti, i dati personali valgono 405 dollari ciascuno per Google e 194 dollari per Facebook. Forse anche per questo si spiegano l’acquisizione di WhatsApp e i piani telefonici di Facebook, i progetti bancari di Apple, la scelta di Google di diventare operatore tlc. E’ in atto una generale ritirata dei vecchi processi, che colpisce tutto, anche la società. Ci si accorge del cambiamento solo quando è troppo tardi.

Nella presentazione del volume, Francesco Boccia, esperto dell’economia digitale, scrive che per governare il cambiamento è necessario guardare la trasformazione del nostro mondo e della società europea con occhi diversi. Attualmente quella europea è l’unica importante economia del pianeta a non crescere, configurandosi come un’area che perde progressivamente peso rispetto a tutte le altre, in particolare quella americana, cinese e quelle di altri paesi emergenti. Ma è anche l’area che, a fronte di circa il 25% del prodotto lordo mondiale e del 7% della popolazione, sostiene il 50% delle spese mondiali per il welfare: spese che la bassa dinamica demografica tende a far crescere. Alla fine del 2007, l’area euro si presentava con un debito pubblico mediamente del 66,4% sul Pil nei 17 paesi della zona euro ed una spesa pubblica al 45% del Pil. Sembra, quindi, opportuna una riflessione sulle regole europee.

Bosnia 1992-1995: la guerra in immagini

segnalato da Barbara G.

internazionale.it, 10/07/2015

Nel settembre 2011 un gruppo di fotografi e giornalisti che avevano seguito la guerra in Bosnia si sono incontrati e hanno deciso di darsi appuntamento a Sarajevo il 6 aprile 2012, per commemorare il ventesimo anniversario dell’inizio del conflitto. Sono nati così un convegno chiamato “Sarajevo 2012” e l’idea di fare un libro fotografico sulla guerra bosniaca.

Jon Jones (photo editor del progetto), Gary Knight (produttore, in collaborazione con il fotografo Ziyah Gafic) e Rémy Ourdan (editor dei testi) hanno raccolto il lavoro di più di cinquanta fotografi e giornalisti bosniaci e stranieri, che hanno concesso gratuitamente testi e immagini. Il libro, Bosnia 1992-1995, ricostruisce il corso della guerra dall’inizio, nell’aprile del 1992, fino agli accordi di pace di Dayton del dicembre 1995.

Questo video presenta le immagini fotografiche del libro.

Multimedia di Midhat Mujkic e musiche di Dmitry Lifshitz e Marius Masalar.

 

La lista della spesa

Segnalato da barbarasiberiana

Un commento a “La lista della spesa”, il libro di Carlo Cottarelli

TAGLIARE (LA SPESA) NON E’ UN’OPERAZIONE CONTABILE

di Alessandro Volpi (Università di Pisa) – altreconomia.it, 03/06/2015

Lo Stato italiano spende poco più di 800 miliardi di euro l’anno. Negli ultimi cinque anni, l’aumento è di appena 4 miliardi di euro, tutti legati alla “previdenza”, e in particolare alle pensioni. Ministeri ed enti locali hanno saputo risparmiare. Come intervenire, quindi? “La strada percorribile appare quella meno legata alla dinamica delle cifre -scrive Alessandro Volpi-, ma fondata sulla revisione profonda della struttura stessa dello Stato”

Negli ultimi cinque anni la spesa pubblica italiana, al netto degli interessi sul debito, è cresciuta di appena 4 miliardi di euro, e tale lievitazione è dipesa unicamente dalla spesa degli enti previdenziali. Infatti, mentre tutte le altre voci della spesa primaria si riducevano di 24 miliardi, la spesa previdenziale aumentava di 28 miliardi. Ciò significa che a fronte di un significativo sacrificio imposto al bilancio pubblico, con pesanti ricadute, in particolare sulle generazioni più giovani, le pensioni hanno ricevuto maggiore protezioni rispetto ad altri interventi, subendo una più limitata contrazione del loro potere d’acquisto. Si tratta di uno dei tanti dati contenuti nel volume di Carlo Cottarelli, “La lista della spesa”, che fornisce una lucida analisi delle uscite pubbliche e contribuisce a sfatare diversi luoghi comuni. La spesa pubblica italiana ammontava nel 2013 -ultimo anno di cui l’Istat ha fornito le cifre definitive-  a 818 miliardi di euro, 78 dei quali erano costituiti dagli interessi sul debito pubblico, difficilmente contraibili a meno di non voler rischiare il default.

Sottratta quest’ultima cifra, la spesa primaria risultava quindi pari a 740 miliardi, la cui principale voce era rappresentata dalla spesa previdenziale, che assommava a 320 miliardi, il 43% del totale, e che era composta da pensioni, trasferimenti alle famiglie, sussidi di disoccupazione e altri interventi analoghi.

La seconda voce era costituita dalla spesa delle amministrazioni centrali dello Stato per un totale di 190 miliardi e al terzo posto si collocavano le spese delle Regioni, intorno ai 138 miliardi, di cui ben 109 indirizzati alla sanità.

Sulla scorta di questi dati emerge pertanto che il sistema di welfare italiano, costruito su pensioni, altre forme previdenziali e sanità, occupa il 60% della spesa pubblica italiana, alla quale andrebbe aggiunta anche una parte della spesa rivolta in tale direzione dagli enti locali.

Comuni e Province pesano assai meno nella lista complessiva della spesa, perché incidono rispettivamente per 61 e 9 miliardi.

Dopo aver snocciolato una simile serie di numeri, è possibile provare a tracciare qualche considerazione di ordine generale. In primo luogo, appare evidente che ridurre ulteriormente la spesa pubblica italiana non è semplice, perché questa ha già conosciuto, negli ultimi anni, tagli importanti, e perché tagliare significa quasi inevitabilmente mettere mano al nostro Stato sociale, vista la sua incidenza sul totale della spesa.

Peraltro, il limitato aumento di 4 miliardi, scaturito dalla crescita della spesa previdenziale, è stato largamente ridimensionato da un riduzione del potere d’acquisto dei pensionati del 10%. In altre parole, persino le fasce meno colpite dai tagli non hanno retto all’urto della crisi. Anche le amministrazioni centrali, che certo più di altre possono essere destinatarie di ulteriori tagli, hanno già conosciuto dal 2009 al 2013 una riduzione del 17% del loro budget.

È altrettanto visibile che, in percentuale, la spesa pubblica italiana non è più alta di quella di altri Paesi europei: solo per citare qualche esempio, è possibile ricordare che la spesa per le funzioni della Difesa è in Italia pari all’1,1% del prodotto interno lordo, contro l’1,3 per cento in media dell’area euro, e la spesa sanitaria italiana è vicina al 7%, mentre quella tedesca e francese sono di un punto più alte.

Solo la spesa previdenziale è, nel caso italiano, molto più elevata rispetto ad altri Paesi, anche perché strutturata in maniera assai differente. Dunque, la spesa pubblica italiana è stata già tagliata, è molto connotata in termini sociali e non è più alta della media europea. Parrebbe tutto a posto, ma non è così.

Il vero problema discende dal fatto che la nostra spesa è più alta, secondo le stime di Cottarelli, di circa 40 miliardi di quanto possiamo permetterci in base alla nostra capacità di produrre ricchezza. In questo senso, rischia di non essere sostenibile qualora si associasse, in assenza di una significativa ripresa, a un improvviso aumento del costo degli interessi o a un brusco calo delle entrate, determinato da una riduzione del gettito fiscale.

Come reagire, allora? In maniera quasi paradossale, la strada percorribile appare quella meno legata alla dinamica delle cifre, ma fondata sulla revisione profonda della struttura stessa dello Stato nelle sue diverse forme, dall’eccessiva frammentazione degli enti, a cominciare dagli 8mila Comuni, fino alle infinite centrali di acquisto di beni e servizi che andrebbero accorpate per determinare benefiche economie di scala.

Servono poi alcune altre condizioni, ancora una volta poco legate ai numeri: dalla capacità della politica di individuare priorità senza la quale è impensabile qualsiasi riduzione di spesa, alla semplificazione e alla chiarezza normativa che dovrebbero coinvolgere subito il settore degli aiuti alle imprese e la giungla delle agevolazioni fiscali.

Tagliare non può essere un’operazione contabile, ma la conseguenza di un’accurata riflessione istituzionale.