Mine Vaganti

Siberiani segnalano…

La legge che dice la verità su Israele

segnalato da Barbara G

Gerusalemme, maggio 2018. (Adrien Vautier, Barcroft Media/Getty Images)

Gideon Levy – Haaretz, 12/07/2018

fonte: internazionale.it, 19/07/2018

Il parlamento israeliano, la Knesset, ha approvato una delle leggi più importanti della sua storia, oltre che quella più conforme alla realtà. La legge sullo stato-nazione (che definisce Israele come la patria storica del popolo ebraico, incoraggia la creazione di comunità riservate agli ebrei, declassa l’arabo da lingua ufficiale a lingua a statuto speciale) mette fine al generico nazionalismo di Israele e presenta il sionismo per quello che è. La legge mette fine anche alla farsa di uno stato israeliano “ebraico e democratico”, una combinazione che non è mai esistita e non sarebbe mai potuta esistere per l’intrinseca contraddizione tra questi due valori, impossibili da conciliare se non con l’inganno.

Se lo stato è ebraico non può essere democratico, perché non esiste uguaglianza. Se è democratico, non può essere ebraico, poiché una democrazia non garantisce privilegi sulla base dell’origine etnica. Quindi la Knesset ha deciso: Israele è ebraica. Israele dichiara di essere lo stato nazione del popolo ebraico, non uno stato formato dai suoi cittadini, non uno stato di due popoli che convivono al suo interno, e ha quindi smesso di essere una democrazia egualitaria, non soltanto in pratica ma anche in teoria. È per questo che questa legge è così importante. È una legge sincera.
Le proteste contro la proposta di legge erano nate soprattutto come un tentativo di conservare la politica di ambiguità nazionale.

Il presidente della repubblica, Reuven Rivlin, e il procuratore generale di stato, i difensori pubblici della moralità, avevano protestato, ottenendo le lodi del campo progressista. Il presidente aveva gridato che la legge sarebbe stata “un’arma nelle mani dei nemici di Israele”, mentre il procuratore generale aveva messo in guardia contro le sue “conseguenze internazionali”. La prospettiva che la verità su Israele si riveli agli occhi del mondo li ha spinti ad agire. Rivlin, va detto, si è scagliato con grande vigore e coraggio contro la clausola che permette ai comitati di comunità di escludere alcuni residenti e contro le sue implicazioni per il governo, ma la verità è che a scioccare la maggior parte dei progressisti non è stato altro che vedere la realtà codificata in legge.

Era bello dire che l’apartheid riguardava solo il Sudafrica

Anche il giurista Mordechai Kremnitzer ha denunciato invano il fatto che la proposta di legge avrebbe “scatenato una rivoluzione, né più né meno. Sancirà la fine di Israele come stato ebraico e democratico”. Ha poi aggiunto che la legge avrebbe reso Israele un paese guida “per stati nazionalisti come Polonia e Ungheria”, come se non fosse già così da molto tempo. In Polonia e Ungheria non esiste un popolo che esercita la tirannia su un altro popolo privo di diritti, un fatto che è diventato una realtà permanente e un elemento inscindibile del modo in cui agiscono Israele e il suo governo, senza che se ne intraveda la fine.

Tutti questi anni d’ipocrisia sono stati piacevoli. Era bello dire che l’apartheid riguardava solo il Sudafrica, perché lì tutto il sistema si basava su leggi razziali, mentre noi non avevamo alcuna legge simile. Dire che quello che succede a Hebron non è apartheid, che quello che succede in Cisgiordania non è apartheid e che l’occupazione in realtà non faceva parte del regime. Dire che eravamo l’unica democrazia della regione, nonostante i territori occupati. Era piacevole sostenere che, poiché gli arabi israeliani possono votare, la nostra è una democrazia egualitaria. O fare notare che esiste un partito arabo, anche se non ha alcuna influenza. O dire che gli arabi possono essere ammessi negli ospedali ebraici, che possono studiare nelle università ebraiche e vivere dove meglio credono (sì, come no).

Ma quanto siamo illuminati. La nostra corte suprema ha stabilito, nel caso dei Kaadan, che una famiglia araba poteva comprare una casa a Katzir, una comunità ebraica, solo dopo anni di dispute. Quanto siamo tolleranti nel consentire agli arabi di parlare arabo, una delle lingue ufficiali. Quest’ultima è chiaramente una menzogna. L’arabo non è mai stato neanche remotamente trattato come una lingua ufficiale, come succede invece per lo svedese in Finlandia, la cui minoranza è nettamente più piccola di quella araba in Israele.

Era comodo ignorare che i terreni di proprietà del Fondo nazionale ebraico, che includono buona parte delle terre dello stato, erano riservati ai soli ebrei, una posizione sostenuta dalla corte suprema, e affermare che fossimo una democrazia. Era molto più piacevole considerarci egualitari.

Adesso ci sarà uno stato che dice la verità. Israele è solo per gli ebrei, anche sulla carta. Lo stato nazione del popolo ebraico, non dei suoi abitanti. I suoi arabi sono cittadini di seconda classe e i suoi abitanti palestinesi non hanno statuto, non esistono. Il loro destino è determinato da Gerusalemme, ma non sono parte dello stato. È più facile per tutti così.

Rimane un piccolo problema con il resto del mondo, e con l’immagine d’Israele che questa legge in parte macchia. Ma non è un grave problema. I nuovi amici d’Israele saranno fieri di questa legge. Per loro sarà una luce che illumina le nazioni. Tanto le persone dotate di coscienza di tutto il mondo conoscono già la verità, e da tempo devono farci i conti. Sarà un’arma nelle mani del movimento Bds (boicottaggio, disinvestimento e sanzioni contro Israele)? Sicuramente. Israele se l’è guadagnata, e ora ne ha fatto una legge.

(Traduzione di Federico Ferrone)

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Lo spopolamento dei Balcani

segnalato da Antonella

Fonte: LeMonde Diplomatique, giugno 2018

Olga, Petar, Marko, Goran, Svetlana… In qualche ora un muro del pianto improvvisato, eretto il 17 ottobre del 2017 in pieno centro a Banja Luka, la città principale della Republika Srpska, l’entità serba di una Bosnia-Erzegovina ancora divisa, si è eicoperto di centinaia di nomi, formando un monumento effimero dedicato a yna comunità che sta scomparendo. L’organizzazione ReStart Srpska aveva chiesto ai cittadini di scrivere i nomi dei loro cari “andati all’estero nella speranza di una vita migliore”, come spiega il suo animatore, Stefan Blagič. Quest’uomo di 27 anni non la finisce più di contare gli amici che hanno preso la via dell’esilio. “Anche i laureati più qualificati sono pronti ad accettare qualsiasi impiego. È meglio lavorare per 1000 euro al mese in un supermercato in Occidente che per 400 euro qui”. Tra le destinazioni più richieste: la Germania, l’Austria, ma anche la Slovenia.

Questo esodo colpisce tutta la Bosnia-Erzegovina. Pasa Baragovič , 25 anni, abita a Tuzla, nella federazione di Bosnia Eraegovina, l’altra entità del paese. Questa grande città operaia abbandonata è stata sempre un baluardo della sinistra antinazionalista. Qui, i bosniaci musulmani, i croati e i serbi hanno convissuto anche negli anni più bui del conflitto (1992-1995). Nato nel dopoguerra, Barakovič è cresciuto in un paese devastato da un’interminabile transizione che hz prodotto un saccheggio sistematico delle risorse pubbliche attraverso le privatizzazioni. Con, al posto della democrazia, una minopolizzazione del potere da parte delle formazioni nazionaliste di ciascuna comunità: il partito d’azione democratica (Sda, musulmano), l’Alleanza dei socialdemocratici indipendenti (Snsd, serbo), e la comunità democratica croata (Hdz).

Baraković si è già recato a più riprese in Francia, a Besançon, per lavorare in nero nell’edilizia. A casa, a volte venuva chiamaro da alcune stazioni di servizio per 300 euro al mese. “Bisogna pagarsi la benzina per andare al lavoro. Con il pranzo e le sigarette si spende più di quanto si guadagna.” Alla fine ha deciso d’iscriversi in una scuola privata di medicina, un passaggio molto utile per ottenere un contratto di lavoro in Germania, le cui case di riposo assumono in massa dai Balcani. “La mia formazione è costata 2600 marchi (1300 euro) e ho seguito dei corsi di tedesco che ho pagato 465 marchi, più 265 marchi per l’iscrizione all’esame del livello b2”. Ormai attende il visto e il permesso di lavoro promessi da una clinica di Dusseldorf. Gli hanno garantito un salario mensile di 1900 euro, che diventeranno 2500 dopo i primi sei mesi. In questo modo, potrà farsi raggiungere dalla moglie e dalla figlia di pochi mesi. La Bosnia-Erzegovina? Baraković ci tornerà finché i genitori continueranno a lavorare – sua madre è una maestra elementare e sio padre un poliziotto-, ma quandi arriverà il momento della pensione, spera di poter accogliete anche loro in Germania.

A Tuzla le scuole private di lingua si stanno moltiplicando. In una di queste, la Deutsch als Fremdsprache, una ventina di studenti è alle prese con degli esercizi di grammatica. “Tre anni fa il gruppo Glossa di Banja Luka, conta già una dozzina di scuole in tutta la Bosnia, ha voluto aprire un centro anche a Tuzla, e io mi sono detta che dovevo lanciarmi. I nostri iscritti aumentano ogni giorno di più” si rallegra Alisa Kadić, la direttrice che lavora anche come insegnante di tedesco nella scuola secondaria. Grazie a un accordo sottoscritto tra l’agenzia di cooperazione internazionale tedesca e il governo della federazione di Bosnia ed Erzegovina, alcuni datori di lavoro occidentali finanziano dei corsi intensivi di quattro mesi e mezzo ai loro futuri dipendenti, “Ci guadagnano tutti, a cominciare dalle imprese tedesche, che spenderebbero molto di più formando i loro dipendenti dul posto, osserva la Kadić. Degli ispettori del Goethe Institut e dell’Österreich institut di Sarajevo vengono a esaminare gli studenti ogni mese”.
Chi intende partire a volte deve accettare fin dall’inizio di rivedere al ribasso le sue pretese in funzione delle esigenze del mercato. “Dei fisioterapisti sono andati a lavorare come inservienti, perchè in Germania la loro specializzazione non è richiesta”.

Nessuno redige delle statistiche relative all’emigrazione, né le autorità cantonali né quelle statali. In tutti i paesi della regione, le partenze sono difficilmente quantificabili, perché non danno luogo a dichiarazioni ufficiali. Admir Hrustanović, che dirige l’ufficio di collocamento del cantone di Tuzla e scuote la testa desolato, tiene un proprio conto basato sul tasso di disoccupazione, che indirettamente rivela l’ampiezza degli spostamenti. Nel 2017, nel cantone, 98.600 persone avevano un posto di lavoro e 84.500 ne erano sprovviste, ma il numero dei disoccupati sta diminuendo: nel 2016 erano 91.000. ” il nostro ufficio offre impieghi in Austria e in Slovenia, perchè abbiamo degli accordi con questi paesi. Ma l’anno scorso solo 1.500 persone sono state assunte con la mediazione dei nostri servizi. Le altre sono scomparse dalle statistiche, il che significa che sono andate all’estero senza segnalarcelo. É così che si fa credere che la situazione economica sia migliorata.” Questo esodo non sembra disturbare affatto i dirigenti politici del paese. Anzi, fa abbassare i numeri della disoccupazione e serve da valvola di sfogo per le tensioni sociali. Quelli che partono sono tutti cittadini che avrebbero potuto esprimere la loro collera in occasione delle elezioni, alle quali, dall’estero, è molto probabile che non partecipino.

I candidati alla partenza sono per lo più giovani, laureati o persone con qualifiche tecniche che avrebbero potuto essere utili al proprio paese. “Ci sono tre gruppi, spiega il demografo Aleksandar Čavić, che è anche vice-presidente del partito progressista (conservatore): quelli che non hanno un lavoro, quelli che ne hanno uno ma mal pagato e quelli che hanno un buon lavoro, remunerato in modo corretto, ma temono l’insicurezza politica e trovano impossibile crescere adeguatamente i propri figli in un paese come la Bosnia- Erzegovina”. Analista politica presso la Fonfazione Friedrich Ebert di Banja Luka, Tania Topić mette in evidenza il decadimento del sistema educativo del paese, la diffusione di università private che vendono le loro lauree e la necessità di un “aggancio” e di raccomandazioni politiche per ottenere qualsiasi lavoro. La situazione è la stessa in entrambe le entità del paese. “In passato, afferma caustico Jasmin Imamović, sindaco di Tuzla e figura emblematica della sinistra bosniaca, avevamo il partito unico, ma per assegnare un posto di lavoro si guardavano i titoli e le competenze. Oggi abbiamo tre partiti etnici che tendono a comportarsi come partiti unici all’interno delle loro rispettive comunità e se si vuole ottenere un impiego bisogna passare per loro”.’

“Le persone se ne vanno perchè hanno perso ogni speranza. Ormai anche il più piccoli cambiamento appare impossibile.” Spiega Jasna Jasarević, della Fondazione comunitaria di Tuzla. Nel febbraio del 2014, la città è stata il centro nevralgico del movimento dei plenum, una potente rivolta sociale contro la corruzione della classe politica e la cattiva gestione delle privatizzazioni. La mobilitazione era iniziata in alcune fabbriche messe all’asta, i cui operai non venivano pagati da mesi, e aveva poi raggiunto l’intera società. Il movimento ha ottenuto rapidamente le dimissioni delle autorità cantonali, ma non ha tardato a lacerarsi in guerre intestine. “Il 2014 è stato un anno di alti e bassi, afferma la Jasarević, il fallimento dei plenum ha spento le nostre speranze. Poi, nel mese di maggio, la regione è stata colpita da inondazioni devastanti senza che le autorità facessero nulla. La gente sa che tali disastri si ripeteranno e che le nostre istituzioni saranno altrettanto innefficaci. Come si può immaginare il proprio futuro in un paese del genere?”

“Vogliamo restare qui, non vogliamo emigrare!” Scandivano i sostenitori dei plenum, proprio come i manifestanti che sono scesi in piazza in Serbia nell’aprile del 2017 per protestare contro la contestata elezione di Aleksandar Vučić alla presidenza della repubblica, la mobilitazione, durata alcune settimane, si è ben presto estesa all’insieme delle sfide che la Serbia ha di fronte in questa fase di transizione liberale. Rivendicazioni simili si sono sentite anche in Macedonia durante la “rivoluzione dei colori” del 2016. Dopo il fallimento registrato in tutti i paesi, i giovani animatori di questi movimenti sono stati spesso i primi ad andarsene e la loro partenza ha contribuito a ridurre ulteriormente le speranze di cambiamento.

Nei Balcani, l’emigrazione è una tradizione antica. Già ai tempi della Jugoslavia socialista, molti uomini andavano a lavorare in Germania o in Austria come gastarbeiter – lavoratori ospiti – questo termine, diventato gastarbajter in serbo-croato, ha assunto il significato di emigrato in tutta la ex Jugoslavia. Poi le guerre degli anni ’90 hanno provocato grandi esodi. Ancora oggi, intere famiglie lasciano la Bosnia-Erzegovina e la vicina Croazia, nonostante quest’ultima faccia parte dell’UE dal 2013. In Croazia, solo la capitale Zagabria, le città costiere e le zone più turistiche riescono in qualche modo a cavarsela. Basta allontanarsi pochi chilometri dalla costa per incontrare delle regioni in cui lo spopolamento sta avanzando rapidamente e lo stesso vale per il centro e la parte orientale del paese.

Al liceo di Nova Gradiska, una piccola città della Slavonia addossata all’autostrada per la Serbia, i conti sono presto fatti: all’inizio dell’anno scolastico 2017-2018 la scuola contava 343 studenti contro i 465 del 2012, vale a dire una diminuzione del 27%. “Nel comune abbiamo un cinema, un teatro, un ospedale e due asili, ma non c’è lavoro”, afferma Ljiljana Patčnik, la direttrice della scuola. Alcune aziende sono venute a stabilirsi nel nuovo parco industriale della città, ma i salari rimangono bassi. “Quando abbiamo aderito all’UE, pensavamo che la situazione sarebbe migliorata, ma i giovani non hanno più la pazienza di aspettare un ipotetico futuro migliore” Anche gli insegnanti del liceo se ne stanno andando: l’anno scorso la professoressa di arti visive ha seguito il suo compagno in Austria, “e abbiamo enormi difficoltà a sostituirla” precisa la direttrice. Nel censimento del 1991, Nova Gradiska contava 17.071 abitanti. In quello del 2011 erano 14.229 e negli ultimi cinque anni, l’emigrazione ancora più marcata, ha ridotti sempre più le forze vive della città e si é portata via le giovani generazioni, che avrebbero potuto assicurare il rinnovamento della popolazione. “Con l’ingresso nell’Unione, in molti temevano che gli occidentali sarebbero arrivati e avrebbero acquistato tutte le terre. Ma sono i croati che stanno partendo in massa”, lamenta la Ptačnik.

Eppure gli investitori conoscono bene la tradizione industriale e la manodopera qualificata della Slavonia. Piccole imprese austriache, ungheresi, italiane, si stanno trasferendocnella regione, dove si assiste anche a un’esplosione del lavoro da casa, offerto soprattutto dai call center internazionali, che richiedono molti lavoratori con una buona padronanza delle lungue straniere. Lo stesso accade dall’altro lato del confine, nella Posavina bosniaca. Derventa nelka Republika Srpska, registra da diversi anni un tasso record di creazione di imprese: si tratta di piccole unità produttive esternalizzate da aziende austriache, ungheresi o italiane, principalmente nel settore tessile e in quello dell’indotto automobilistico. La regione è facilmente raggiungibile dall’autostrada che porta a Zagabria; il diritto del lavoro, un concetto puramente teorico. Gli stipendi fanno fatica a superare l’equivalente di 200 euro e la flessibilità assoluta rimane la regola. Tutti i governi della regione sono pronti a fare ponti d’oro agli investitori stranieri, anche se questo significa praticare un vero dumping fiscale e sociale. Queste delicalizzazioni non sono accompagnate da alcun trasferimento di tecnologia e sono spesso di breve durata. E i lavoratori che rifiutano lz nuove forme di salario precario non hanno altra soluzione che l’esilio.

Il bisogno di manodopera della Germania sembra inesauribile. Imprese, Länder e persino singoli comuni organizzano direttamente campagna fi assunzioni nei balcani. I media della Bosnia-Erzegovina, della Croazia e della Serbia annunciano regolarmente incontri per ottenere un’offerta e un visto di lavoro. All’inizio di marzo, ad esempio, il gruppo Sozialwerk Heuser di Bad Aibling (Baviera), che gestisce delle case di riposo, ha annunciato che stava assumendo infermieri e tecnici medici in Serbia. La società paga le spese di trasferimento e garantisce salari compresi tra 1900 e 2500 euro al mese. Il 16 aprile del 2018, la Küchen Aktuell, un’azienda presente in tutta la Germania è arrivata ad assumere trenta installatori di cucine a Tuzla.

Spesso le agenzie locali fungono da intermediari. La RIAdra Works, con sede a Fiume, in Croazia, sta cercando muratori per la Danimarca. Nella stessa città industriale – disastrata e molto poco turistica – situata a nord sulla costa adriatica, un’altra agenzia assume in Serbia delle addette alle pulizie per alcuni alberghi della zona. Le migrazioni sono in forte aumento, soprattutto per chi lavora nel campo delle professioni mediche, nell’edilizia, nel settore alberghiero e nei servizi: bosniaci, macedoni e serbi si spostano in Croazia e in Slovenia, mentre Croati e Sloveni partono per la Germania. “Ai tedeschi non resta che andare a lavorare in Svizzera” dice scherzosamente Blagić a Banja Luka.

L’emorragia di lavoratori qualificati é tale da mettere a rischio le imprese locali. La camera di commercio della federazione di Bosnia ed Erzegovina ha recentemente lanciato l’allarme, facendo presente che al paese mancano dei quadri preparati. Il suo presidente, Mirsad Jasarspahić, punta il dito contro il sistema educativo, che non formerebbe professionisti adatti alle esigenze di mercato. Ma questa tesi non sembra essere affatto condivisa in Germania. Nel mese di marzo del 2018, gli studenti della scuola superiore di costruzione navale di Fiume, che stavano frequentando uno stage a Francoforte sul Meno, si sono visti offrire degli impieghi come elettricisti, installatori di impianti di riscaldamento o carpentieri. È però anche vero che il cantiere navale “3 maggio” in passato fiore all’occhiello di Fiume, è da tempo in attesa di un acquirente, dal momento che la privatizzazione di tutto il settore è stata posta come condizione per l’ingresso della Croazia nella UE.

Nessuno stato della regione è risparmiato da questo fenomeno. In alcuni casi le partenze assumono l’aspeto di veri e propri esodi dettati dal panico. Nell’inverno 2014-2015, piú di centomila persone, quasi il 7% della popolazione, hanno lasciato il Losovo nell’arco di poche settimane. La conclusione di un accordo tra Belgrado e Pristina aveva permesso ai cittadini kosovari di entrare in Servia solo con la carta d’identità. Poco dop, sono stati predisposti dei pullman diretti in Voivodina e essendo il Kosovo l’unico paese nei Balcani ancora non esentato dal visto per l’area Schengen, decine di migliaia di persone hanno attraversato illegalmente il confine ungherese per proseguire il viaggio verso la Germania. In assenza di un permesso di lavoro o di studio, moltissimi kosovari hanno chiesto asilo politico nell’Europa occidentale, ma sono stati espulsi nei mesi successivi. Le espulsioni hanno colpito in particolare i piú poveri, che avevano venduto tutti i loro averi per finanziare il proprio viaggio. Il 7 settembre del 2017, migliaia di persone si sono riversate nuovamente in Serbia, al punto che le autorità kosovare hanno dovuto chiudere la stazione dei pullman di Pristina per diverse ore. Tre giorni prima, i partiti nati dalla guerriglia dell’Esercito di luberazione del Kosovo (Uck) avevano formato un governo di coalizione, ponendo fine alle speranze di cambiamento suscitate dallo sfondamento del movimento di sinistra Vetëvndosje (Autodeterminazione), nelle elezioni legislative dell’11 giugno.

Ondate migratorie simili hanno interessato il nord del Montenegro nella primavera del 2015. Gli abitanti di suesta regione svantaggiata hanno creduto di poter trovare condizioni di vita migliori nella Bassa Sassonia, un’area della Germania nord-occidentale colpita da un forte calo demografico. Alcuni consiglieri tedeschi locali avevano chiesto alle autorità federali di inviare richiedenti asilo quanto più possibile. “Se vogliamo che la nostra comunità soravviva, abbiamo bisogno di nuovi arrivi”, aveva spiegato il sindaco di Goslar, le cui proposte erano arrivate fino in Montenegro.

Nella Bulgaria occidentale o nella Serbia sud-orientale, intere regioni si stanno spopolando a causa di un tasso di natalità molto basso e di un alto livello di emigrazione. Secondo l’Istituto nazionale di statistica, 160.000 persone hanno lasciato la Serbia tra censumenti del 2002 e del 2011. In questo paese, che nel 2030 potrebbe avere meno di 6 milioni di abitanti contro i 7.7 mioni di oggi, l’età media è già passata dai 38.8 anni del 1995 ai 42.7 del 2015.

Nel suo piccolo ufficio presso la facoltà di geografia di Zagabria, il demografo Stjepan Sterc osserva preoccupato le sue tabelle statistiche. “Il calo della popolazione croata è l’unico problema che la nostra classe dirigente dovrebbe affrontare, perchè condiziona tutte le politiche pubbliche”, sottolinea, prima di recitare un lunga litania di cifre. Secondo le sue stime, nel 2017 in Croazia i decessi sono stati 18000 in piú rispetto al numero delle nascite, mentre il tasso di fertilità rimane bloccato a 1,4 figli per donna. Dal 1991, anno della sua indipendenza, il paese avrebbe perso 627.000 abitanti su una popolazione fi 4,1 milioni, ovvero il 13% della popolazione di allora L’emigrazione a sua volta influisce sul tasso di natalità, dal momento che le prime fasce di età a partire sono quelle che hanno maggiori probabilità di procreare.

Il paese, inoltre, soffre ancora per le conseguenze della guerra e in particolare per l’esodo forzato di circa 200000 serbi nell’estate del 1995. “Se questa tendenza dovesse confermarsi, in un decennio un quarto della popolazione croata potrebbe scomparire”, aggiunge Sterc, che, vicino ad ambienti conservatori, si batte per politiche piú incisive di incentivi alla natalità. “È essenziale adottare misure per proteggere le donne lavoratrici che vogliono avere figli. Bisogna proibire i licenziamenti a seguito di gravidanze, organizzare la flessibilità del lavoro, prevedere sussidi per le famiglie numerose e abbassars le tasse nelle regioni che si stanno spopolando. La Germania continuerà senza dubbio ad assorbire le forze vive dell’Europa dell’ Est; è quindi necessario rinnovarle.”

Come soluzione al problema demografico e alla catastrofe sociale alle porte, i governi dei Balcani si limitano tuttavia a offrire garanzie ai conservatori e a rendere difficile l’aborto. Il 16 marzo, il presidente serbo Vučić non ha esitato a implorare le “madri e le donne di capire le esigenze della Serbia”, chiedendo ai medici di mostrare l’ecografia del feto e di far sentire il battito del suo cuore a quelle che desiderano interrompere la gravidanza. Il ministro sella difesa Aleksandar Vulin, da parte sua, si è impegnato a “impiegare l’esercito nella lotta contro lo spopolamento della Serbia”, mentre il ministero della cultura ha lanciato una gara di slogan miranti a stimolare la natalità.

Nella vicina Croazia, sotto la pressione di movimenti conservatori molto strutturati, una nuova legge sull’aborto potrebbe presto sostituire quella del 1978, rendendo obbligatori degli in ontri di consulenza per le donne che chiedono un’interruzione di gravidanza e introducendo un periodo di attesa prima dell’intervento. Questa mobilitazione in favore della natalità, di cui i media hanno parlato molto, permette di eludere ogni discussione sulle cause reali dell’esodo delle popolazioni balcaniche: il fallimento generale di una classe politica corrotta e le cure neoliberiste somministrate alle ecnmie esangui di tutti i paesi della regione.

È molto improbabile che queste iniziative riescano a contenere il declino demografico, mentre le delocalizzazioni industriali continuano a incentivare le partenze. “Ho vissuto in Germania per cinque anni e so che laggiù non è il paradiso, dice la Kadić nella sua scuola di lingue a Tuzla. Ma fermare l’esodo è impossibile. Se ne vogliono andare tutti. Siccome io sarò forse l’ultima a partire, quando lascerò i Balcani spegnerò la luce”.

 

La solidarietà si tinge di rosso

segnalato da Barbara G.

La solidarietà si tinge di rosso: una maglietta contro l’indifferenza e il cinismo dilagante

Mettersi nei panni degli altri, soprattutto dei bambini. Il 7 luglio Anpi, Arci, Libera e Legambiente lanciano l’appello per manifestare la propria vicinanza a chi fugge dalle guerra e dalla miseria

espresso.repubblica.it, 03/07/2018

Una maglietta rossa per fermare l’emorragia di umanità, sabato 7 Luglio indossiamo una maglietta rossa per un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà”. È l’appello dei presidenti di Anpi, Arci, Libera e Legambiente.

Il rosso, si legge nel comunicato, è il colore che ci invita a sostare, ma anche il rosso delle magliette dei bambini che muoiono in mare e che a volte il Mediterraneo riversa sulle nostre spiagge.

Mentre l’Europa si accorda sulla accoglienza su base volontaria i numeri dei morti e dispersi, nel Mediterraneo, cresce. Secondo l’Organizzazione internazionale per le migrazioni le persone che hanno perso la vita nel weekend trascorso sono 218 in totale.

“Di rosso erano vestiti i tre bambini annegati l’altro giorno davanti le coste libiche. Di rosso ne verranno vestiti altri dalle madri, nella speranza che, in caso di naufragio – prosegue l’appello – quel colore richiami l’attenzione dei soccorritori”, rosse sono le coperte delle protezione civile che avvolgono i migranti a terra dopo il viaggio in mare.

“Muoiono, questi bambini, mentre l’Europa gioca allo scaricabarile con il problema dell’immigrazione – cioè con la vita di migliaia di persone – e per non affrontarlo in modo politicamente degno arriva a colpevolizzare chi presta soccorsi o chi auspica un’accoglienza capace di coniugare sicurezza e solidarietà. Bisogna contrastare questa emorragia di umanità, questo cinismo dilagante alimentato dagli imprenditori della paura.

L’Europa moderna non è questa.

L’Europa moderna è libertà, uguaglianza, fraternità. Fermiamoci allora un giorno, sabato 7 luglio, e indossiamo tutti una maglietta, un indumento rosso, come quei bambini. Perché mettersi nei panni degli altri – cominciando da quelli dei bambini, che sono patrimonio dell’umanità – è il primo passo per costruire un mondo più giusto, dove riconoscersi diversi come persone e uguali come cittadini”.

L’odio

segnalato da Barbara G.

Pierpaolo Capovilla: «Ho perso un amico»

Il frontman di One Dimensional Man ha vissuto la questione Rom – Salvini in prima persona e ce la racconta

di Pierpaolo Capovilla – rollingstone.it, 28/06/2018

Ho perso un amico.
Ma sto perdendo qualcosa di più importante.
Sto perdendo la fiducia nella gente che mi circonda.
La gente per la strada, negli uffici, nelle fabbriche, la gente tutta insomma.

Ciò che sto per dire è interamente vero, con l’unica eccezione del nome del mio amico, l’amico che fu, e che per pietà cambierò con uno di fantasia. Lo chiamerò Alvise, un nome adespota, senza il santo in calendario, ma fra i più diffusi nella mia città, Venezia, la cui storia è piena zeppa di patrizi e dogi che portarono questo nome. Cambierò anche il nome della sua ragazza, che comunque non ricordo.

Venerdì sera, a Venezia, appunto.
Sto preparando una cenetta che mi auguro deliziosa, per Elisa, la mia compagna, e per me, che adoro cucinare. Ceneremo molto tardi, come sempre. Vorrei servirla in terrazzino, al fresco della brezza serale, che già soffia decisa.
Vado al supermercato più vicino, quello in Salizada San Lio, giusto prima che chiuda, sono ormai le 21 e 30, a fare un’ultima spesa. Mi mancano il parmigiano, un po’ di mentuccia, e una bottiglia di Salice Salentino, il mio rosso preferito. Ritorno verso casa in tutta fretta, ma mi fermo un attimo in un pub irlandese, in Calle del Mondo Novo, giusto per un aperitivo, solitario y final, ma sopratutto per vedere chi sta vincendo fra Svizzera e Serbia.
La Serbia mi affascina, da sempre. Il prossimo viaggio che faremo, io ed Elisa, sarà a Belgrado. Se proprio devo fare il tifo, questa sera, tifo Serbia.
Nel pub incontro Alvise, un vecchio amico che non vedo da anni.

È strano, ma lo avevo pensato qualche giorno fa, il buon Alvise. Sarà la solita sincronicità.
Sotto lo sguardo un po’ torvo e un po’ stupito dei tanti svizzeri che gridano nel pub, Alvise, che è lì con Nadia, la sua ragazza, la stessa di sempre, si mette a gridare anche lui: Yu-go-sla-via! Yu-go-sla-via!.
Scoppio a ridere. Il vecchio compagno non è cambiato!
Mi vengono in mente le interminabili discussioni alla Letizia, l’osteria che frequentavamo, dalle parti di Rialto, sull’Unione Sovietica, l’internazionalismo, Berlinguer e l’eurocomunismo. Tutto perduto, nella notte dei tempi, come un mito lontano.
Lo inseguo immediatamente. Yu-go-sla-via! Yu-go-sla-via! Scenetta divertente.
A quel punto un bel signore, di una certa età, si avvicina e si aggiunge sorridente al nostro coretto provocatorio. È serbo, questo signore così magro, il volto affilato, gli occhi azzurrissimi. Un bel tipo. Come Alvise anche lui è ubriaco. Ci faccio due chiacchiere. È proprio di Belgrado, ed è qui a Venezia per lavoro.

Da quanto non ci vediamo?
Alvise ci pensa qualche secondo.
Saranno tre, quattro anni!
Ma sei stato via?
No, affatto. Sempre qui in città.
È strano. Malgrado Venezia sia così piccolina, a volte ci si perde di vista. Entrambi abbiamo cambiato casa e sestiere negli ultimi anni; qui a Venezia funziona così, ognuno si vive il suo pezzetto di città, si rintana nel proprio angolino, il più lontano possibile dai turisti, anche se ormai sono dappertutto, anche nei luoghi più nascosti, un tempo ignorati dai “foresti”. Google Maps e Airbnb hanno trasformato Venezia in un percorso guidato e in un immenso albergo; i croceristi scendono dalle navi, dalla porta del vicino sbucano fuori messicani, una mattina alle sei e mezza due corpulente americane ti chiedono se tu sia certo che la casa in cui vivi non sia quella che hanno prenotato. Ho dovuto mettere un avviso sulla porta di casa: “This is not a B&B”.

Alvise, che fa il gondoliere, s’è comprato un bell’appartamento, spazioso e confortevole, in un palazzo antico, dalle parti di Campo Santo Stefano. Io invece sto in un modesto appartamentino, un bilocale al piano terra, esente acqua alta, come si dice da noi, vicino a San Lorenzo.
Chiacchieriamo un po’ del più e del meno, e io inevitabilmente gli chiedo se tifi ancora per il Livorno. L’ho conosciuto così, Alvise, parlando di calcio, e quella volta se ne uscì con questa passione ‘amaranto’. Mai mi sarei aspettato che un gondoliere veneziano potesse essere un tifoso, un tifoso accanito, del Livorno. Singolare.

Ti fai ancora le trasferte?
Alvise mi dice che… No, ormai il Livorno non gli interessa più. È retrocesso in C, mi spiega. S’è pure stufato del calcio in genere. Ora preferisce il rugby.

Io non sono un tifoso, ma il calcio mi piace. Lo sport più bello del mondo, altroché. Mi piace perché conservo in me il ricordo di quel grand’uomo di Bearzot e della sua nazionale, campionessa del mondo. Di Zoff, Scirea, di quell’opportunista di Paolo Rossi, e poi Conti, Cabrini, Tardelli. E poi Pertini. Quanto era bello, Pertini. Avevo quattordici anni, e a quel tempo il calcio mi piaceva eccome. Mi entusiasmava. I ragazzini amano il calcio.
Ad un certo punto Alvise mi chiede: ti piace il biliardo?
Resto sorpreso. Un’altra sincronicità.
Io adoro il biliardo. Non sono bravo, non sono mai stato bravo in alcuno sport né in alcun gioco che preveda specifiche abilità motorie, lo ammetto. Ma mi piace davvero, e proprio in questi giorni stavo pensando di andare a passare una serata in quella sala che c’è a Mogliano, proprio dirimpetto alla stanza prove dove suono con One Dimensional Man. Ci andrei anche da solo, giusto per allenarmi un po’, e per vedere se ancora riesco a mettere qualche biglia in buca.

Alvise mi dice di avere un tavolo a casa.
Hai un tavolo a casa?
Si! Vieni a fare un paio di partite!
Ci penso su.
Ci vengo eccome!

In un battibaleno decido di lasciar perdere la cenetta in terrazzino.
Chiamo Elisa per dirle che farò un po’ tardi, ma sta ancora lavorando, e non mi risponde.
In dieci minuti sono a casa di Alvise e Nadia.
Nadia prepara delle bruschette, Alvise una canna d’erba, di quella super buona. A me affidano il compito di scegliere ed aprire una bottiglia di vino bianco. Trovo un Malvasia del Carso, eccezionale.
Tutto è eccezionale questa sera!
E fra poco… Lo sarà ancor di più.
Ci fiondiamo al tavolo. È di tipo americano, con le buche molto più larghe di quelle a cui ero abituato, e penso: meglio così, la mia figuraccia sarà meno penosa.

Alvise mi confida d’averlo comprato non soltanto per la passione per il biliardo, ma per invitare gli amici a casa, che quando capiscono di poter giocare a gratis, non ci pensano su due volte. Esattamente quel che ho appena fatto io.
È soddisfatto, felice di compiacermi. E sono felice anch’io.

La prima partita, giochiamo a palla otto, la stravince Alvise. E ci credo. Però io non sono così male. Alvise osserva la mia postura, e mi dice: ma allora sai giocare!
Sono inorgoglito.
Nella seconda partita do il meglio di me, e con un po’ di fortuna passo in vantaggio. Complice una spaccata favorevole le biglie si distribuiscono propizie, scelgo le piene, e ne metto in buca tre di fila.
Poi Nadia ci chiama in cucina per le bruschette.
Nadia è una donna buona e gentile. Sembra un po’ svampita, come se vivesse in un mondo tutto suo, e mi sembra di riconoscere in lei quei classici aspetti di chi fa uso di psicofarmaci. Niente di strano, penso. Le benzodiazepine sono fra i farmaci più venduti al mondo. Quel che non mi piace di lei, è la sua arrendevolezza. Alvise la tratta in modo un po’ rude, un po’ padronale, patriarcale. Incomincia a non piacermi neanche lui.
A tavola beviamo e fumiamo ancora. Ormai sono alticcio pure io, mentre Alvise è decisamente su di giri. La cosa non mi preoccupa neanche un po’ perché è sempre stato così, il buon Alvise. Un vero alcolista, uno di quelli che ci danno dentro tutto il giorno.

Gli chiedo cosa ne pensa del nuovo governo.
“Na manega de stronsi”, mi dice in perfetto veneziano, non veneto o mestrino, ma veneziano DOC. “No cambia mai na sboraa”. Questa è una di quelle locuzioni vergognose che si usano a Venezia, la parola “sboraa” significa “sborrata”, e molti qui la usano in continuazione, intercalandola in ogni dove.
“Però Salvini no xe mae!”…
Perché, ti piace quel fascista?
“No xe fascista! È un p-r-a-g-m-a-t-i-c-o”.
Incomincia una discussione che avrei preferito non dover fare mai.

Ma insomma. Un ministro dell’Interno appena insediato che si scaglia come un cane rabbioso contro gli immigrati, contro gli oppositori politici, contro i Rom, ma fammi il piacere Alvise! Ma non hai capito di che pasta è fatto quell’individuo? Non lo vedi come parla, ogni santo giorno, come se fosse ancora in piena campagna elettorale. Io lo trovo indecente, altro che pragmatico. E poi scusa, che vuol dire pragmatico? Uno che vorrebbe che la gente si armasse per sparare ai ladri, come in America, santiddio, lo chiami pragmatico.

Siamo ubriachi, tutt’e due. In Vino Veritas.
Ma a questo punto scopro qualcosa che non avrei voluto scoprire.
Alvise odia gli zingari.
Li odia con rancore, con livore, con astio. Un risentimento profondo, come se avesse subito un torto grave.
Non lavorano, mi dice.
Trovami uno zingaro che abbia mai lavorato!
Non lavorano e rubano, rubano i bambini, ‘sti porsei!
Alvise… Ma che diavolo dici.

Non sono certo tutti uguali. Ce n’è che lavorano. Gli zingari sono degli amanuensi straordinari, e sono dei musicisti straordinari. Se non lavorano è perché la gente ha paura di loro, una paura ancestrale. Se vivi in un campo Rom, e non hai neanche l’acqua per lavarti, chi vuoi che ti dia un lavoro. È un cortocircuito, è evidente. Più ti spingono verso i margini, e più verrai emarginato. E poi, diciamocelo, che problema potranno mai rappresentare duecentomila zingari in un paese di sessanta milioni d’abitanti. Sai cos’è che ti fa incazzare? Il fatto che siano poveri, ma che ce la facciano ugualmente. In barba a tutti. Sono i più poveri di tutti. E proprio per questo stanno insieme, in piccole o grandi comunità, perché quando sei povero, anzi misero, se sei da solo crepi, se stai in una comunità sopravvivi. Che male c’è?

Ma ne hai mai conosciuto uno? Gli hai mai stretto la mano? Prova a stringere la mano ad uno zingaro. Prova a fargli un sorriso, a fargli capire che non gli sei nemico. Prova ad abbracciarlo! A me è successo, più di una volta. E ho visto negli occhi di quel mio fratello, come dire, … Amore. Un amore improvviso, repentino, e sorpreso. Sorpreso, si, anzi stupefatto.

Nessuno li avvicina, tutti gli stanno lontano almeno due metri, manco fossero bestie fuggite dallo zoo: se gli dai un sorriso, una moneta magari, ma non guardando dall’altra parte, guardandolo negli occhi, con un briciolo di cristiana compassione, scatta in loro subito un moto d’amore, una sorta di complicità umana, umanissima. Li trovo bellissimi.

Aò, gli faccio in romanesco, a Roma n’ho incontrati de spaventevoli, e ‘mo me so allontanato pur’io!
Te ne potrei raccontare un paio di interessanti. Una volta, a Roma, ero con Federico, che c’aveva un rolex esagerato e …

Ucciderli tutti, bisognerebbe, dice Alvise.
Ucciderli?
Tutti e duecentomila?
Si. Tutti.

A questo punto incomincio a incazzarmi. Mi prendo una pausa di riflessione.
Penso che Alvise non poteva sapere della mia passione per questa gente e per la loro cultura. L’avversione per gli zingari è ormai cosa comune, dev’esserci cascato anche lui. E poi è sbronzo. A volte da sbronzi si dicono stupidaggini gigantesche.

Lo guardo, Alvise, negli occhi.
Anche lui mi guarda, con aria di sfida.
Ma non eri un compagno, Alvise? Che ti succede?
Compagno? E che vuol dire compagno?
Vuol dire comunista, Alvise. E cos’altro, altrimenti?

I comunisti, Paolo, possono esistere solo in un paese comunista. Che senso ha oggi, in Italia, essere comunisti. È un controsenso.
Ma che diavolo dici! Essere comunista vuol dire stare dalla parte degli ultimi, o no? Tanto mi basta. Vuol dire credere nella grandezza del cuore umano, come direbbe Majakovskij, ma vuol dire anche combattere i nostri egoismi, quelli che ci portiamo appresso ogni giorno, per paura e per aridità, come diceva Pasolini. Insomma, io posso essere comunista anche qui in Italia, in questo momento storico. E infatti, lo sono. E lo eri anche tu.
Alvise è stordito ormai. Troppe birre a doppio malto al pub, troppo vino a casa, quella canna troppo forte, e per di più Capovilla e i suoi poeti e le sue interminabili citazioni. Io, di colpo, mi sento più sobrio che mai.

Alvise, amico mio. Sei cambiato, vedo.
Ma che t’hanno fatto gli zingari, per odiarli tanto.
“A mi? Gnente, diocan! Che i ghe prova!”

Ma se non t’hanno fatto niente, da dove ti viene tutto questo odio nei loro confronti? Perché ne parli come se… T’avessero ammazzato un parente. Non lavorano? E ci credo, nessuno offre loro un lavoro. Ma in realtà non è vero. Anche loro lavorano, fanno quel che possono. Io ne conosco uno, si chiama Vasco, è un mio caro amico, ed è un pittore straordinario.
Pittore! Un artista… Quello non è un lavoro, mi dice Alvise.

Vedi Alvise, gli zingari, come tu li chiami, non godono di “riconoscimento sociale”. È una definizione che si usa in sociologia. Un extracomunitario, socialmente, lo riconosciamo, è un immigrato. Lo zingaro invece, non è nessuno. Ma non è sempre stato così. Trent’anni fa non avevamo un rapporto così ostile con loro. Persino nella musica! Pensaci. Te le ricordi le canzoni? “Zingara”, era Bobby Solo. Bobby Solo! Vinse a San Remo! E va beh… Era il sessantanove, noi eravamo appena nati, ma la canzone ce la ricordiamo! E poi, negli anni ottanta, Umberto Tozzi! Si! Tozzi. Non te la ricordi quella canzone? Io la so quasi a memoria… “Zingaro, voglio vivere come te, andare dove mi pare, non come me…”. Umberto Tozzi! Non so perché, ma mi è sempre piaciuto. Che resti fra me e te. E che dire di quel capolavoro di Lolli, “Ho visto anche degli zingari felici”, te la ricordi? È bellissima, è commovente, è vera, è una canzone stupenda, dai…

Alvise mi guarda stupito, ma continua a subirmi. La canna mi ha reso loquace.
Io non ho cambiato idea. Non cambio le mie idee. Ho preso una decisione, tanti anni fa, ed è una decisione “politica”, che più “politica” non si può. Io sto dalla parte degli ultimi. E sto dalla parte dei Romanì. Si chiamano così, Alvise. Romanì, non zingari. Li abbiamo disumanizzati, per ridurli nella più cupa emarginazione. Dovremmo fare un bell’esame di coscienza, tutti quanti. Una democrazia la si riconosce quando rispetta le minoranze. E ci vuole rispetto per il popolo Romanì. Altroché! L’unico popolo al mondo a non aver mai mosso guerra a un altro popolo. Sempre scacciati via. Sempre esclusi e perseguitati, ecco perché sono diventati nomadi. Gli unici ad aver tentato una rivolta in un campo di sterminio, proprio ad Auschwitz, dove tennero sotto scacco le SS per mesi, e ne uccisero pure un po’. Poi furono tutti massacrati e bruciati, a migliaia. Ci vuole rispetto per questa gente, per Dio!

Alvise sembra non credere a ciò che sta ascoltando.
Sbarra gli occhi imputriditi di rabbia.
Mi fissa.
Attende qualche secondo, concentrato.
In un perfetto italiano questa volta, con calma, una calma terrificante, alzando la voce e scandendole bene, mi dice queste parole. E che dio mi perdoni.
“Se anche fosse una ragazzina quindicenne incinta. Se la trovassi a scassinare la mia porta. Le infilerei un coltello in pancia. E ucciderei il bambino, per primo”.

Sono pietrificato.

Nadia gli dice… Beh… Non ti sembra di esagerare un po’.
Cerco le forze. Dove sono, le mie forze?
Non so se sprofondare o se alzarmi di scatto e tirargli un cazzotto in faccia.
Cerco di rimanere calmo.
Mi metto una mano sul petto, e tiro un respiro profondo.
Mi sento desolato. Mortificato. Un soffio di morte, lo sento, nei polmoni.

Prova a ripetere ciò che hai detto, se ne hai il coraggio.
Alvise si alza, mi si avvicina flemmatico e porta il suo viso vicino al mio.
E le ripete.
Lentamente.
Uguali a prima.
Se anche fosse una ragazzina incinta…
Poi si allontana, con un ghigno ebbro e avvinto. Si avvia verso il salotto, e si siede. Si accende una sigaretta.

Guardo Nadia. La guardo negli occhi.
È dispiaciuta. È imbarazzata.
Non ci diciamo niente.
Restiamo in silenzio per un paio di minuti.
Decido di andarmene.
Il corridoio è buio.
Non ricordo dov’è l’uscita di casa.
Osservo Alvise per un ultimo istante, seduto su quel bel divano di pelle nera.
Ha l’aria smarrita.
Credo si senta colpevole di qualcosa.
Me ne vado Alvise. Giocheremo un’altra volta.
Alvise si alza, e mi accompagna alla porta.
È affranto, si vede.
“Ho soltanto espresso francamente il mio pensiero”.
Poi aggiunge, “mi dispiace”.
Lo guardo negli occhi, l’antico amico.
Il compagno.
Di bisbocce e sbronze, di sovietiche discussioni.

E mi viene in mente quella sera di tanti anni or sono, alla Letizia, quando due fasci di Forza Nuova, durante un dibattito di bestemmie, impaurirono allo sguardo furioso di Alvise, e se ne andarono alla chetichella, senza proferire una sillaba.
Ora Alvise non fa paura più a nessuno.
Il suo sguardo è rassegnato, si è chiuso in se stesso, in quell’odio primigenio, quella cosa abominevole che chiamiamo razzismo.
Con un po’ d’assurdo amore, gli rispondo.
Dispiace anche a me.
Non sai quanto.

Venerdì sera ho perso un amico.
Ma sto perdendo qualcosa di più importante.
Sto perdendo la fiducia nella gente.
La gente per la strada, negli uffici, nelle fabbriche, la gente.
Il popolo del Paese in cui vivo sta diventando un mostro.

Save lives, change Dublin

Solidarietà europea: il 28 giugno tutti i Governi facciano la propria parte per l’accoglienza!

Il 28 giugno il Consiglio europeo discute di immigrazione: i Governi hanno la responsabilità storica di dare sostanza al principio di solidarietà su cui si è fondata l’Unione europea.Chiedere asilo in Europa è un diritto, ma regole e politiche ingiuste continuano a far pagare a chi cerca rifugio l’incapacità dei Governi di affrontare sfide comuni con risposte comuni, come successo alle 629 persone bloccate in mare sull’Aquarius. La battaglia per la solidarietà europea non si fa sulla pelle delle persone in mare ma cambiando le regole sbagliate come il Regolamento di Dublino, che lasciano le maggiori responsabilità sui Paesi di Confine. Il Parlamento europeo ha già votato a larga maggioranza per superare l’ingiusto criterio del “primo Paese di accesso” e sostituirlo con un sistema di ricollocamento automatico che valorizza i legami significativi dei richiedenti e impone a tutti i Paesi di fare la propria parte, come già chiedono i Trattati europei.

Un’altra Europa c’è già, un’Europa che accoglie, aperta e solidale: facciamola vedere!
Il 27 giugno riempiamo le piazze d’Europa con barchette di carta per chiedere a tutti i Governi europei di fare la propria parte, di cambiare il Regolamento di Dublino nella direzione già indicata dal Parlamento europeo e di aprire vie legali e sicure per l’accesso in tutti i Paesi UE.

Aderite alla mobilitazione e il 27 giugno diamo vita alla prima grande mobilitazione europea per la solidarietà!

Tre azioni per chiedere #solidarietàeuropea:
– Aderisci alla mobilitazione e segna sulla mappa la piazza europea dove porterai le barchette il 27 giugno.
– Scrivi al tuo Capo di Governo per chiedere che il Consiglio europeo del 28 cambi il Regolamento di Dublino per assicurare equa condivisione delle responsabilità sull’accoglienza
– Condividi sui social con l’hashtag #changeDublin #EuropeanSolidarityPer le associazioni e organizzazioni che vogliono aderire, scrivere a : info@europeansolidarity.eu

Per  adesioni:

Clicca qui europeansolidariety.eu/it

Promotori

Organizzazioni:

Save the children – Oxfam – Amnesty International Italia – Emergency Onlus – CGIL Nazionale – ARCI nazionale – Tavolo Nazionale Asilo – ASGI – Forum per cambiare l’Ordine delle Cose – Zalab – Train of hope (Wien) – Mediterranean Hope (Programma Rifugiati e Migranti della FCEI) – Comunità di Sant’Egidio – Baobab Experience – ProActiva Open Arms – Caritas Italiana – ACLI nazionale – A buon diritto – EP Progressive Caucus – CIAC ONLUS – Intersos – CIR – MEDU (Medici per i diritti umani) – Fondazione Migrantes – Diaconia Valdese – Rete nazionale Europasilo – I.C.S.(Consorzio Italiano di Solidarietà) – Possibile – Coalizione civica Bologna – GVC – Fondazione Finanza etica – Comitato Giustizia e verità per i nuovi Desaparecidos – Casa dei diritti sociali – ARCS – AOI – Centro sociale “Ex Canapificio” e Movimento Migranti e Rifugiati di Caserta – Osservatorio Solidarietà – ADIF Associazione Diritti e Frontiere – Associazione Laudato Si’ – Casa della carità – Ospiti in arrivo – Progetto Melting Pot Europa – Coalizione Civica Padova – Campagna LasciateCIEntrare – Associazione Soomaaliya Onlus – Gruppo Educhiamoci alla Pace di Bari – Giuristi Democratici – Centro Astalli – GLR Bari (Gruppo lavoro rifugiati) – Camelot – Green Italia – Asilo in Europa – Associazione OPTI’ POBA’ – Fondazione Benvenuti in Italia – Hayat Onlus – Passwork impresa sociale scs Onlus – Januaforum APS – Unica Terra, Ass. di Volontariato Onlus – EquaMente – Ass. Culturale e di Solidarietà – Ass. culturale “Le Seppie” – Ass. culturale Lottodognimese Padova – Concord Italia – Oxfam Italia – Medici Senza Frontiere Italia – GiulioSiamoNoi – Ass. Culturale eralavò – Agedo Puglia sez. Bari – Refugees Welcome Italia Onlus – Associazione per la Pace (nazionale) –  Ass. di promozione sociale Pace e Convivenza di Sesto Calende – Collectif Ganges Hospitalité – Ass. Cenci casa-laboratorio – Missionari Comboniani Palermo – Coordinamento “Non solo asilo” – Ass. Rosa Bianca – Solidaritat Ubaye – Federazione Italiana Comunità Terapeutiche FICT  – Legambiente – Sinistra Italiana – Partito della Rifondazione Comunista (S.E) – Ass. di volontariato Ohana – International Support Human Rights – Ass. Orizzonti Il Futuro Insieme – C.N.G.E.I. Sezione di Velletri – Lunaria – Ass.interculturale GRAMMELOT – MoVI Movimento di Volontariato Italiano – Rete Radié Resch – Libertà e Giustizia Rimini – IFE Italia – Diem25 DSC Genova

Persone:

Elly Schlein (MEP Italy), Andrea Segre (director), Alessandra Ballerini (lawyer), Valerio Mastandrea (actor), Florent Marcellesi (MEP Spain), Guillaume Balas (MEP France), Martin Schirdewan (MEP Germany), Curzio Maltese (MEP Italy), Dimitrios Papadimoulis (MEP Greece), Ernest Urtasun (MEP Spain), Georgi Pirinski (MEP Bulgaria), Eva Joly (MEP France), Sergio Cofferati (MEP Italy), Terry Reintke (MEP Germany), Barbara Spinelli (MEP Italy), Ska Keller (MEP Germany), Udo Bullmann (MEP Germany),  Eleonora Forenza (MEP Italy), Monica Frassoni (politician), Emiliano Rubbi (producer), Malin Bjoerk (MEP Sweden), Cécile Kyenge (MEP, Italy), Cornelia Ernst (MEP Germany)

Ur-Fascismo: il fascismo perenne secondo Umberto Eco

segnalato da Barbara G.

Per una traduzione con commenti dell’articolo Ur-Fascism (comparso sulla New York review of books) si veda questa pagina

- Radical Ging -

In un momento storico in cui si inneggia alla conservazione della razza bianca e in cui la nomina a senatrice a vita di Liliana Segre, sopravvissuta alla Shoah, scandalizza perché, a quanto pare, sono solo soldi buttati (basta leggere i commenti all’articolo qui citato), è fondamentale ricordare che il fascismo vive ancora oggi e subdolamente si nasconde dietro volti e nomi all’apparenza innocui e rassicuranti. Per questo, vi vogliamo proporre un estratto da Il fascismo eterno, di Umberto Eco, recentemente riproposto da La Nave di Teseo. Un libricino che ogni persona dovrebbe leggere, a prescindere dal proprio colore politico e dai propri valori.


Ci fu un solo nazismo, e non possiamo chiamare “nazismo” il falangismo ipercattolico di Franco, dal momento che il nazismo è fondamentalmente pagano, politeistico e anticristiano, o non è nazismo. Al contrario, si può giocare al fascismo in molti modi, e il nome del…

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Bramini vs Mercanti

segnalato da Barbara G.

Piketty: i Bramini che si sono presi la sinistra

Il nuovo saggio dell’economista francese studia i comportamenti elettorali in Francia, Usa e Regno Unito dal 1948 al 2017 e ne conclude che i sistemi politici non si possono più interpretare in base alla lotta di classe. A confrontarsi sono due diverse élite, quella degli intellettuali (i “Bramini”) nei partiti di sinistra tradizionale, e quella degli affari (i “Mercanti”) in quelli di destra. Per i più svantaggiati restano i “populismi” e ancor più il non voto.

di Carlo Clericetti – temi.repubblica.it/micromega-online, 08/05/2018

Il periodo in cui sono prevalse le politiche di riduzione delle disuguaglianze è quasi un accidente della storia, perché si è verificato solo in seguito ad eventi particolari: la Grande depressione, la seconda guerra mondiale, l’ascesa del comunismo. Lo dice Thomas Piketty, quello diventato famoso con il suo “Il capitale nel XXI secolo”, nel suo nuovo saggio “Brahmin Left vs Merchant Right: Rising Inequality & the Changing Structure of Political Conflict”, ossia Bramini di sinistra contro Mercanti di destra:  crescita della disuguaglianza e cambiamento nella struttura del conflitto politico.

Piketty ha studiato tutte le ricerche post-elettorali in Francia, Usa e Regno Unito dal 1948 al 2017 ed ha esaminato i risultati non in base alla sola variabile dell’occupazione, che è di norma quella usata in queste ricerche, ma a molte variabili (reddito, patrimonio, istruzione, sesso, religione, età, ecc.). Tra queste risulta no particolarmente rilevanti il livello di istruzione e il patrimonio, mentre il solo livello di reddito non dà luogo a correlazioni significative. Ne è risultato che, mentre nel dopoguerra gli elettori si dividevano prevalentemente secondo i canoni tradizionali, quelli della lotta di classe, ossia chi aveva basso reddito e bassa istruzione votava prevalentemente a sinistra mentre gli alti redditi e alta istruzione prevalentemente a destra, oggi la situazione è completamente cambiata: gli elettori di sinistra sono caratterizzati da un alto livello di istruzione, quelli di destra da un più elevato patrimonio.

Insomma i sistemi politici sono diventati a “élite multipla” (multiple-élite) e quelle che si alternano al potere sono l’élite intellettuale e l’élite degli affari. E chi non ne fa parte? Il massiccio aumento dell’astensione fra le decadi 50-60 e 2000-2010 è dovuto per la maggior parte ai gruppi a bassa istruzione e basso reddito; e quelli che non si astengono si rivolgono ai “populismi”.

Questo fenomeno Piketty lo riscontra in tutti e tre i paesi esaminati. “Questo tipo di sistema di partiti – dice – ha poco a che fare con quello “sinistra contro destra” degli anni ’50 e ’60. Forse può essere descritto meglio come un’opposizione tra “globalisti” (alto reddito – alta istruzione) e “nativisti” (basso reddito – bassa istruzione). Questo è più o meno il modo in cui i nuovi attori politici stessi – per esempio Macron e Le Pen – tendono a descrivere ciò che percepiscono”.

“La difficile domanda – aggiunge poi – alla quale non sono in grado di dare una risposta esaustiva in questo studio, è capire da dove venga questa evoluzione”. Per riuscirci basterebbe forse che Piketty leggesse l’infinito numero di interventi (tra i più recenti questo dell’economista di Harvard Dani Rodrik, che parla anche di questo lavoro) che hanno raccontato come i partiti di sinistra, a partire dagli ultimi anni ’70 del secolo scorso, abbiano abbandonato le tradizionali idee socialdemocratiche basate sul compromesso keynesiano per convertirsi al neoliberismo, processo che si è poi accentuato quando la disgregazione dell’Unione sovietica ha fatto venire meno il modello alternativo a quello capitalistico. Da allora, nelle democrazie, l’offerta politica è stata relativamente omogenea da parte dei partiti di destra e sinistra tradizionali (ricordate “La fine della storia” di Francis Fukuyama?), almeno dal punto di vista delle ricette economiche, e le differenziazioni si sono giocate sulla maggiore o minore radicalità delle politiche neoliberiste, sui diritti civili, in qualche caso sui problemi ambientali.

Una parte di elettori si è riallineata a queste offerte, altri si sono allontanati dal voto non trovandole convincenti, altri ancora si sono rivolti a chi in modo più persuasivo è riuscito a proporsi come “anti-sistema” (i cosiddetti “populismi”). Così, l’oceano di numeri di Piketty ci dice un sacco di cose, per esempio che in Francia il voto femminile si è man mano spostato a sinistra, che i mussulmani votano prevalentemente a sinistra, che dopo il 2012 la percentuale di votanti che ritengono che ci siano troppi immigrati è stata superata da quelle di chi ritiene che non sia così. Ma nella sinistra lui ci mette tutti, quella che – con un ossimoro – potremmo chiamare la “sinistra liberista” ma anche gli altri partiti come La France Insoumise. Più interessante sarebbe capire come mai le proposte della sinistra più vicina a quella tradizionale (Mélenchon, appunto, in Francia, la Linke in Germania) non attirino più del 10% circa dell’elettorato. Sfiducia verso proposte considerate ormai fuori tempo? O mancanza di un leader carismatico, come il primo Tsipras in Grecia, Bernie Sanders negli Usa e Jeremy Corbyn nel Regno Unito?

Certo, bisogna anche considerare che la cultura individualista ha lasciato il segno. Nel 2002 ancora il 63% dei francesi riteneva giusto che si dovessero ridurre le disuguaglianze, nel 2017 la percentuale è scesa al 52 e, come mostra il grafico, la tendenza si è accentuata nel periodo della crisi. Una successiva tabella ci dice qualcosa di più: gli “egualitari” sono più di tutti nei partiti di sinistra, come ci si poteva aspettare, ma la seconda concentrazione più alta sta nel partito della Le Pen, mentre la destra di Macron fa il pieno di “internazionalisti” e i gollisti di Fillon di anti-egalitari.

Questo studio di Piketty, insomma, è un’ulteriore conferma di un’analisi politica condivisa da molti, ma che proprio i politici sembrano avere difficoltà ad accettare: la sinistra tradizionale è diventata una “sinistra dei Bramini”, cioè partiti di élite che hanno perso il seguito popolare, perché da tempo hanno scelto di non rappresentare più quella parte di società. Salvo poi lamentarsi che una fetta di costoro, che insieme agli astensionisti sono ormai quasi dappertutto la maggioranza degli elettori, si rivolgano ai “populisti”. Un tempo si è teorizzato che tra capitalismo e sistemi democratici ci fosse un legame intrinseco. A vedere quello che sta accadendo, sembra invece che questo capitalismo si stia mangiando la democrazia.

 

Le ragazze del ’43 e la bicicletta

segnalato da Barbara G.

uisp.it, 13/05/2015

Le ragazze del ’43 e la bicicletta” è il documentario realizzato da Uisp e Udi in occasione del 70° della Liberazione. Il video racconta il contributo decisivo delle donne alla Resistenza e in modo particolare quello dei Gruppi di difesa della donna e delle staffette partigiane. L’Uisp sceglie la bicicletta come simbolo della Liberazione per celebrare il ruolo fondamentale giocato dalle Staffette partigiane durante la Resistenza. La bici è, inoltre, un esempio di Liberazione da un modello di mobilità urbana insostenibile.

Le donne nella Resistenza erano in gran parte giovani e giovanissime e per il loro impegno hanno usato i mezzi semplici e poveri che avevano a disposizione, come la bicicletta. Questa, proibita come pericolosa dai nazisti, rimane il simbolo dell’impegno di una nuova generazione di uomini e di donne per la libertà del nostro paese e aiuta a comprendere il coraggio e la generosità di quella storia.

Il documentario, della durata di 30′, racconta, attraverso immagini e le testimonianze di Marisa Rodano, Lidia Menapace, Luciana Romoli e Tina Costa, quelle straordinarie pagine della Resistenza italiana, scritte anche con l’uso della bicicletta. Il video è stato ideato da Vittoria Tola e Raffaella Chiodo, che hanno curato e realizzato le interviste, mentre la regia e il montaggio sono firmati da Francesca Spanò.

Ecco alcuni stralci delle interviste alle quattro partigiane: “La bicicletta in quegli anni serviva per scappare, per questo i nazisti la vietarono a Roma durante l’occupazione, con un editto del 1943. La stessa cosa avvenne in altre città italiane, ha detto Marisa Rodano, classe 1921, parlamentare italiana ed europea che ebbe un ruolo attivo nella lotta partigiana a Roma.

“La maestra un giorno ci disse che saremmo dovuti andare tutti vestiti da figli della lupa e piccole italiane e a me l’idea piaceva molto. Mia madre quel giorno mi disse: ‘qui c’è poco da mangiare, vai a cercare la lupa e fatti dare da mangiare, perché anche per lei non ne abbiamo’. Credo di aver fatto la mia scelta quel momento, anche guidata da una famiglia di antifascisti”. Queste le parole di Tina Costa.

Luciana Romoli, ci ha raccontato il suo primo atto di ribellione, nel 1938: “Appartenevo ad una famiglia di antifascisti, mia madre addormentava le mie sorelle con canzoni sovversive. Nel 1938 quando facevo la terza elementare sono stata espulsa da tutte le scuole del regno perché ho difeso la mia compagna di banco ebrea”.

“Dopo l’8 settembre mio padre viene preso e portato in un campo di concentramento, noi siamo sfollati ma mia sorella e io in bicicletta tutte le mattine scendiamo a Torino per andare a scuola. Una volta mentre scendiamo due ragazzi in borghese ma col moschetto ci fermano e ci chiedono ‘Da che parte state?’ Io rispondo che sto contro quelli che hanno portato via mio padre, allora ci propongono di aiutarli a portare messaggi a Novara. Così sono diventata staffetta, usando la bici che era il mezzo di comunicazione più popolare”, così Lidia Menapace racconta il suo ingresso tra le staffette partigiane.

Libertà di ribellarsi

segnalato da Sundance

Proteste studentesche in Francia: se ribellarsi è giusto

L’occupazione dei centri universitari francesi continua da tre settimane per le proteste contro la legge che riforma l’università

it.blastingnews.com, 11/04/2018

Dopo gli eventi della facoltà di diritto di Montpellier, lo scorso 22 marzo, la #protesta degli studenti contro la legge Vidal, più nota come legge ORE, (Orientation et Réussite des étudiants) si è estesa in tutta #FranciaParigi, uno dei principali campus dell’università Sorbonne è occupato da ormai tre settimane. La legge ORE, promulgata l’8 marzo dal presidente Emmanuel Macron[VIDEO]prevede nuovi criteri di selezione all’università e di fatto chiuderà ermeticamente l’accesso secondo criteri arbitrari alle università pubbliche più rinomate. Inoltre, il numero di posti di ogni facoltà verrà scelto in base alle possibilità di sbocchi lavorativi in seguito al diploma.

E la legge prevede infine un re-orientamento automatico nel caso in cui uno studente faccia richiesta per un’università non considerata alla sua portata.

Il ‘maggio francese’, 50 anni dopo

Gli occupanti del centro Pierre Mendes France, o centro PMF, sono circa duecento studenti, professori e impiegati amministrativi. Dallo scorso 26 marzo abitano il centro, impedendo il regolare svolgimento delle lezioni e di tutte le funzioni amministrative che il centro ricopre normalmente ed organizzano conferenze e manifestazioni. Sono circa diecimila gli studenti che non possono più seguire i corsi. Gli occupanti chiedono l’abrogazione della legge, le dimissioni di Macron e un voto comune di 10/20 agli esami finali che si dovrebbero tenere a maggio. Hanno votato in assemblea generale l’occupazione ad oltranza, dichiarato il campus “università aperta’’, e si augurano che il maggio 2018 possa prendere ispirazione da quello del ’68.

L’occupazione

L’occupazione del centro ha diviso gli studenti. Da una parte, chi sta lottando contro la legge si sente l’erede della tradizione rivoluzionaria che da sempre incita i giovani a scendere in piazza per difendere i loro diritti. La manifestazione è fondamentale per chi si sente coinvolto a livello politico, sopratutto in uno stato come la Francia. Dall’altro lato, gli studenti che vorrebbero seguire le lezioni e che non possono si sentono ingiustamente messi in difficoltà dai loro stessi compagni. Questo ha fatto sì che altre assemblee studentesche – in particolare, quella degli studenti della facoltà di filosofia – si siano riunite per cercare una linea d’azione comune. Inoltre, hanno intenzione di presentare una controproposta di legge.

Il presidente dell’università non ha preso posizione fino a stamattina, quando in uncomunicato ufficiale ha deciso di ricorrere all’intervento delle forze dell’ordine per sgomberare il centro PMF dopo tre settimane di occupazione.

Ribellione e repressione

In un articolo pubblicato recentemente sul quotidiano Libération, il filosofo spagnolo Paul Breciado analizza la diffusione della democrazia in occidente e sostiene che “attorno a noi ci sono le condizioni istituzionali che permettono l’affermazione di quella che potremmo chiamare democrazia repressiva”. Con“democrazia repressiva”, Breciado intende quel neoliberismo spietato che sta letteralmente soffocando l’Europa. Stermini, espulsioni [VIDEO], umiliazioni, saccheggi e repressioni. Sopratutto per quanto riguarda l’espressione del dissenso, si può parlare di una democrazia sovrana che giustifica la restrizione dei diritti di ogni opposizione.

Pierre Rosanvallon, storico e sociologo francese, sottolinea che questo tipo di democrazia non fa che portare a compimento la visione di un governo che unisce un’estremizzazione della legittimazione tramite l’elezione ad un’esaltazione della responsabilità politica. Ma se il voto maggioritario è il principio incontestabile per la scelta dei governanti, non è assolutamente un principio di giustificazione permanente delle loro azioni una volta eletti.

Breciado Inoltre nell’articolo denuncia la condanna del rapper spangolo Valtònyca due anni e sei mesi di prigione per vilipendio della corona spagnola e incitamento al terrorismo. Questo a causa delle seguenti parole : “Ho il diritto alla ribellione, non importa se non è legale. Questa costituzione non lo prevede. Che il tribunale mi processi e mi chiuda in carcere, come farebbe l’inquisizione, come se fossi un eretico. Resistere significa vincere“. L’idea della resistenza è quella che ha animato gli studenti occupanti fino ad adesso. Sebbene si possano contestare la legittimità e la giustizia dell’occupazione e più in generale del fatto di impedire di seguire le lezioni e di dare esami ad altri studenti non necessariamente schierati, allo stesso tempo è difficile criticare gli studenti che hanno preso una posizione chiara opponendosi fattualmente alla legge. Resistere fa parte delle loro libertà, e nella contestazione della resistenza bisogna fare le giuste differenze: non è un diritto, la ribellione, ma è una libertà. Già il filosofo Thomas Hobbes, conosciuto per le teorie di stampo assolutista descritte nell’opera il Leviatano, ammetteva che i cittadini avessero la libertà – e non il diritto – di disobbedire ed eventualmente ribellarsi.

L’uomo e le circostanze

La storia è stata distrutta e il terrore è tornato in superficie, scrive ancora Breciado. Potrebbe essere la risposta al perché molti studenti francesi hanno sentito il bisogno di schierarsi nettamente da un lato o dall’altro: al posto di lasciar cadere come tutto il resto l’eredità storica che sentono, hanno deciso di raccoglierla. Non passa inosservato il fatto che siano passati cinquant’anni dal maggio del 1968. Ma non si tratta della ricerca di una forma di legittimazione,quanto piuttosto una forma di ispirazione nostalgica che permette agli studenti e professori schierati un senso di appartenenza e, appunto, di libertà. Appartenenza, per esempio, ad una categoria che si sente minacciata dalle azioni del governo – legittime, ma non sempre giustificabili – e che è giusto che difenda le circostanze che la caratterizzano come tale. Perché circostanze? Con circostanza si intende una situazione che si accompagna ad un fatto, determinandone la natura e dandogli un particolare significato o importanza. Senza questa, l’importanza della cosa si perde. La libertà nell’accesso all’università pubblica può essere un esempio di circostanza. Un altro filosofo spagnolo, José Ortega y Gasset, scriveva “Io sono io e la mia circostanza e se non salvo questa non salvo neppure me” nelle “Meditaciones del Quijote.” E salvare le circostanze, ogni tanto, può significare doverle difendere.

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Francia: studenti (e non solo) protestano contro la riforma universitaria

it.euronews.com, 10/04/2018

Video delle proteste