Mine Vaganti

Siberiani segnalano…

Il tempo cambia le cose..

…oddio, non proprio tutte…

I marò e altre creature leggendarie

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Dalla Siberia al Cern

segnalato da Barbara G.

Non vorrei che a qualcuno fosse sfuggita la notizia… anzi, LA Notizia…

Mi scuso per il ritardo con cui posto, ma mi pare doveroso rendere omaggio al cervellone che, di tanto in tanto, sale su questo treno scalcagnato, e che, in numerose occasioni, ci ha pure fornito ottimo combustibile per le nostre meningi (tipo il pezzo sul Bosone di Higgs o quello sulla Leadership, che val la pena di rileggere, per poi guardare il desolante panorama politico con occhio “scientifico”). 

Congratulazioni, grande Rob!!! Sperando che i tuoi nuovi impegni ti consentano di affacciarti qui, di tanto in tanto…

CERN, Roberto Carlin eletto Coordinatore di CMS: tripletta di italiani alla guida dei grandi esperimenti di LHC

home.infn.it, 12/02/2018

L’italiano Roberto Carlin, ricercatore all’Istituto Nazionale di Fisica Nucleare (INFN) e professore all’Università di Padova, è stato eletto nuovo spokesperson di CMS, e guiderà quindi l’esperimento che, assieme ad ATLAS, ha consentito la scoperta del famoso bosone di Higgs per due anni, da settembre 2018 quando raccoglierà il testimone dall’americano Joel Butler, ad agosto del 2020.

“È un onore essere scelto a coordinare una collaborazione così grande e importante, con tremila scienziati provenienti da ogni parte del mondo, – commenta Roberto Carlin – e ritengo che la mia elezione sia una conferma dell’eccellenza della fisica italiana, che nella collaborazione ha un ruolo determinante”. “Il nostro esperimento si trova ora di fronte a notevoli sfide, – prosegue Carlin – dovendo contemporaneamente acquisire l’enorme mole di dati fornita dalle eccellenti prestazioni dell’acceleratore LHC del CERN, analizzarli a fondo, e iniziare un progetto molto ambizioso di upgrade che è nelle fasi conclusive di approvazione”. “Dopo più di dieci anni di lavoro a CMS, posso dire che conosco bene le straordinarie capacità della nostra collaborazione, e non ho dubbi che il coinvolgimento di tutte le persone da ogni istituto e paese ci consentirà di portare a termine con successo i nostri progetti”, conclude Roberto Carlin.

Con l’elezione di Carlin sale a tre su quattro il numero degli italiani a capo dei grandi esperimenti al Large Hadron Collider del CERN: oltre a Carlin a capo di CMS attualmente ci sono, infatti, Federico Antinori alla guida di ALICE e Giovanni Passaleva di LHCb, oltre a Simone Giani che coordina la collaborazione TOTEM, uno degli esperimenti più piccoli, rispetto ai quattro giganti, ma altrettanto determinanti per i risultati che il CERN sta ottenendo nella comprensione dell’universo dell’infinitamente piccolo. Ma non solo: oltre alla tripletta nazionale c’è anche particolare motivo di orgoglio per la sezione INFN di Padova, di cui sono ricercatori sia Roberto Carlin sia Federico Antinori.

Roberto Carlin è ricercatore INFN e professore ordinario di fisica presso il Dipartimento di Fisica e Astronomia dell’Università di Padova. Ha iniziato l’attività scientifica nei primi anni ’80 al CERN con l’esperimento PS170, e ai Laboratori INFN di Frascati con Fenice. A queste attività di ricerca, è quindi seguito un lungo periodo all’esperimento ZEUS, a DESY, ad Amburgo, dove ha lavorato alla progettazione, costruzione e messa in servizio del rilevatore di muoni, del suo trigger e dell’acquisizione dati. In seguito, Carlin ha ricoperto i ruoli di coordinatore del trigger dell’esperimento, project manager per la costruzione di un nuovo rivelatore di vertice e infine vice-spokesperson della collaborazione. Membro di CMS dal 2005, Roberto Carlin ha contribuito all’installazione e la messa in funzione del rivelatore di muoni, e alla gestione delle prime fasi di presa dati. Dal 2012 al 2015 è stato coordinatore del trigger di CMS, e da settembre 2016 è vice-spokesperson della collaborazione.

Il vecchio che avanza

Elezioni, dimenticatevi i programmi e guardate alle persone. Guida al voto consapevole per evitare gli impresentabili

di Peter Gomez – ilfattoquotidiano.it, 12 febbraio 2018

Pubblichiamo qui di seguito l’introduzione, rivista dall’autore, de Il vecchio che avanza – I fatti, le storie, i protagonisti. Guida informata per un voto consapevole (edizione chiarelettere), il nuovo libro del direttore de ilfattoquotidiano.it Peter Gomez, da oggi in tutte le librerie italiane.

Il vecchio che avanza non vuole convincervi a votare per questo o quel partito. Su chi mettere la croce lo deve decidere solo il cittadino. Il libro vuole invece aiutare i lettori a maturare una scelta consapevole in vista del 4 marzo. Partendo dai fatti e non dalle promesse. Chi come me è andato a votare per la prima volta a inizio anni Ottanta ha ampiamente sperimentato quanto poco conti ciò che viene detto in campagna elettorale. L’Italia, secondo le ricerche internazionali, è il paese d’Europa con il più basso tasso di attuazione di programmi elettorali. Negli ultimi 20 anni in media solo il 45% dei provvedimenti che erano stati garantiti prima delle elezioni sono poi stati realizzati. Nel Regno Unito la percentuale sale invece al 90 per cento ed è alta persino in Portogallo (78%) e in Spagna (72%). Nessuno studio ha invece analizzato la particolarità italiana dei programmi realizzati al contrario. Cioè lo strano caso delle norme approvate dopo che si era affermato che non lo si sarebbe mai fatto. Come, per esempio, è accaduto con l’abrogazione dell’articolo 18 dello statuto dei lavoratori, con la sistematica occupazione della tv pubblica, decisa dopo che era stato più volte ripetuto “Fuori i partiti della Rai”, o la sanatoria di 700mila immigrati irregolari da parte del secondo governo Berlusconi. Intendiamoci, sull’utilità e la bontà di questi provvedimenti, ciascuno è libero di pensarla come gli pare. Quello che invece nessuno può contestare è che queste decisioni siano state prese dopo che ai propri elettori si era detto l’esatto contrario.

Anche per questo, col tempo, ho capito che in politica le idee sono certamente importanti, ma che camminano sempre e solo sulle gambe degli uomini e delle donne. Scegliere le persone giuste è fondamentale. Del resto già nell’Ottocento il barone Otto Von Bismark diceva “Non si mente mai così tanto come prima delle elezioni, durante la guerra e dopo la caccia”. E l’ammissione non gli ha impedito di essere l’artefice dell’impero tedesco e l’ideatore di un sistema previdenziale che poi tutti nel mondo avrebbero copiato.

Di cancellieri di ferro in giro però non se ne vedono. Come ogni cinque anni c’è invece tanta gente che pretende non il voto, ma un atto di fede. Ricordare cosa ha combinato quando in passato è stata al governo o all’opposizione conta dunque più delle parole. Se, per esempio, si è affascinati dall’idea di potere un giorno pagare un’aliquota unica sul reddito del 23 per cento come propone Silvio Berlusconi, è giusto sapere che il leader di Forza Italia promesse analoghe le ha già fatte. Senza mantenerle. È accaduto nel 1994 quando promise una flat tax al 30 per cento e nel 2001, quando nel contratto con gli Italiani firmato in diretta tv, si era impegnato ad arrivare nel giro di cinque anni a introdurre un’aliquota “al 23% per i redditi fino a 200 milioni di lire annui (circa 100mila euro nda)” e del 33% per quelli superiori.

Se poi, come chi scrive, siete convinti che il riscatto anche economico di questo Paese non può che passare attraverso una seria lotta alla corruzione, alle mafie e all’inefficienza sarà per voi utile capire chi presenta liste pulite e chi no. Gli elenchi dei candidati sono stati presentati solo poche ore prima della stampa del libro: ma una rapida ricognizione è stata sufficiente per scovare decine e decine di indagatiimputaticondannati in primo grado, voltagabbana, furbetti e parenti o figli di.

Conoscere i loro nomi e le loro storie serve per poter valutare i criteri con cui i partiti hanno selezionato le loro future classi dirigenti. Non per moralismo. Ma perché le quote marroni della politica condizionano il vivere civile. Il garantismo deve sempre valere nelle aule di tribunale dove un imputato deve essere considerato colpevole solo al di là di ogni ragionevole dubbio. Nelle istituzioni di uno dei paesi più corrotti d’Europa è invece bene applicare criteri di normale buon senso. Perché se è vero che un avviso di garanzia non trasforma nessuno in un criminale, non si possono nemmeno considerare gli avvisi (e i processi e le condanne) dei titoli di merito.

Fare politica, rappresentare gli italiani, implica onori e oneri maggiori rispetto a quelli dei normali cittadini. Se finisci sotto indagine, se sei sotto processo, magari non ti impongo di dimetterti, ma di certo non ti faccio fare carriera. Scelgo invece qualcuno che sotto inchiesta non è. Non perché penso che tu sia colpevole, ma perché voglio preservare la reputazione e la credibilità del mio partito e delle istituzioni. Sempre che una reputazione la mia forza politica l’abbia ancora.

Invece, qualunque sarà il risultato, nel prossimo parlamento assisteremo come in un horror di serie B al ritorno dei morti viventi. Basta poco per rendersene conto. È sufficiente guardare le liste. Quegli elenchi di nomi che raccontano come l’Italia tra poco passerà dal sogno della rottamazione all’incubo della restaurazione. Dire che il Pd, accanto a pochi buoni candidati, ha presentato alcuni personaggi ignobili, molti discutibili e molti impresentabili, non significa essere antirenziani. Vuol dire fare cronaca. Riportare i fatti. Poi, una volta informato, ogni elettore deciderà cosa fare. Se scegliere un altro simbolo o votare per chi in Sardegna e nel Lazio candida sei imputati per peculato, in Sicilia ha imbarcato nel centrosinistra l’ex capogruppo del Movimento per l’autonomie di Raffaele Lombardo più una mezza dozzina di ex esponenti del centrodestra, e in Lombardia Paolo Alli, lo storico braccio destro di Roberto Formigoni da poco sotto processo per tentato abuso d’ufficio.

Affermare che Forza Italia, specie nel sud Italia, candida persone che per la loro storia, le loro frequentazioni e in qualche caso le indagini in corso piacciono ai clan, è dire solo la verità. Cosa ritenete che penseranno i boss e i loro scagnozzi quando leggeranno sulla scheda i nomi del senatore campano, Luigi Cesaro, detto Gigino purpetta, indagato per voto di scambio e con i due fratelli, Aniello e Raffaele, sotto processo per concorso esterno in associazione mafiosa? Quale sarà il segnale colto da Cosa Nostra quando vedrà in lista Antonio Mineo, figlio di Franco, un ex consigliere regionale condannato a otto anni e due mesi in primo grado per intestazione fittizia di beni con l’aggravante mafiosa e peculato? Davvero credete che gli uomini del disonore non si sentano rassicurati dal saper che Mineo Junior (mai indagato) diceva intercettato a Pietro Scotto, un trafficante di droga processato e assolto per la strage di via D’Amelio, “minchia, che figli di puttana sono questi pentiti”.

Tanti anni fa, nel 1989, Paolo Borsellino, un giudice di destra che Giorgia Meloni e Fratelli d’Italia rivendicano come parte del loro pantheon, spiegava: «Vi è stata una delega totale e inammissibile nei confronti della magistratura e delle forze dell’ordine a occuparsi esse sole del problema della mafia […]. E c’è un equivoco di fondo: si dice che quel politico era vicino alla mafia, che quel politico era stato accusato di avere interessi convergenti con la mafia, però la magistratura, non potendone accertare le prove, non l’ha condannato, ergo quell’uomo è onesto… e no! […] Questo discorso non va, perché la magistratura può fare solo un accertamento giudiziale. Può dire, be’ ci sono sospetti, sospetti anche gravi, ma io non ho le prove e la certezza giuridica per dire che quest’uomo è un mafioso. Però i consigli comunali, regionali e provinciali avrebbero dovuto trarre le dovute conseguenze da certe vicinanze sospette tra politici e mafiosi, considerando il politico tal dei tali inaffidabile nella gestione della cosa pubblica. Ci si è nascosti dietro lo schema della sentenza, cioè quest’uomo non è mai stato condannato, quindi non è un mafioso, quindi è un uomo onesto!».

Certo, per decidere il proprio voto, per molti cittadini la memoria di Borsellino non basta. Gli anni passano e tutto perde colore. Ci sono i problemi del lavoro. Quelli dell‘immigrazione. La ripresa è partita, ma va ancora troppo piano. Secondo le previsioni della commissione Ue nel 2018 il Pil registrerà un 1,5 per cento in più. Meglio che in passato, ma non ancora abbastanza per schiodarci dall’ultimo posto tra i paesi dell’Unione. Ci sono dieci milioni di poveri, il numero più grande d’Europa. Alle urne ciascun italiano ha il diritto di andare con in testa i suoi problemi e le sue convinzioni.

La legge elettorale oltretutto è pessima. È stata pensata per non far vincere nessuno, per spingere destra e sinistra a mettersi insieme in modo di governare il Paese con le larghe intese. Il progetto dei suoi ideatori era quello di riportare, grazie a un sistema di fatto proporzionale, l’Italia alla prima repubblica e andare oltre. Fino a un nuovo compromesso storico: quello tra Renzi e Berlusconi. Arrivati a questo punto però solo le urne e numeri ci diranno se sarà davvero così.

In ogni caso i giornali raccontano che il pregiudicato leader di Forza Italia ha rassicurato due volte agli amici del Partito Popolare europeo: “La Lega? Comunque vada non sarà nell’esecutivo con noi”. Di alleanze post voto con lui si parla invece esplicitamente nel Partito Democratico. Lo hanno fatto nel tempo il capogruppo al senato Luigi Zanda, il ministro dell’economia Piercarlo Padoan e Emma Bonino, la pasionaria dei diritti civili alleata dell’ex Dc Bruno Tabacci e in corsa con il centrosinistra: “Larghe intese? Vedremo dopo il 4 marzo. Io con Berlusconi nel ’94 ci ho già governato”

Non è vietato votare questi partiti che paiono decisi ad azzerare ogni residua differenza tra destra e sinistra. Basta però essere consapevoli delle loro intenzioni e condividerle. Altri tipi di voto sono però possibili.

Si può scegliere chi, secondo i sondaggi e la legge elettorale, pare destinato a stare all’opposizione (per esempio Liberi e Uguali o il Movimento cinque stelle). E lo si può fare partendo da una constatazione. Qualunque sarà la maggioranza dopo il 4 marzo, è necessario che in parlamento ci sia una forte opposizione non consociativa. Perché in ogni democrazia la prima e più importante funzione di controllo sull’operato di governo, non spetta alla stampa o alla magistratura, ma alla minoranza. Conoscere la storia e le opere dall’opposizione, i suoi candidati buoni o cattivi, gli errori che ha commesso e i suoi eventuali pregi, serve dunque per fare una scelta ponderata.

Come può benissimo essere ponderato pure il voto contro. Quello che in ciascun collegio guarda i nomi messi sulla scheda dalle varie formazioni politiche e decide semplicemente di mandare un sonoro no ai peggiori. Ovvio, lo sappiano. Il Rosatellum è un terno al lotto. Ci sono alleanze elettorali con partiti che non raggiungeranno la soglia del 3 per cento necessaria per entrare, ma i cui voti verranno sommati agli altri nei collegi uninominali se raggiungono l’1 per cento a livello nazionale. Sono consentite le candidature multiple. Nel proporzionale i listini sono pure bloccati, e un elettore rischia di riuscire a bocciare qualcuno nel suo collegio per vederselo poi ricomparire da un’altra parte. Oppure lo vota, ma finisce per eleggere un candidato diverso perché il suo ha optato per un’altra zona. La sottosegretaria Maria Elena Boschi, per esempio, è stata presentata all’uninominale a Bolzano e come capolista nel proporzionale in sei diverse zone della Lombardia, del Lazio e della Sicilia. Giusto per essere sicuri che rientri in parlamento.

È la vendetta della Casta. Quella che, come recita un proverbio basco, ti piscia addosso e ti dice che piove. Ecco, questo libro è come un ombrello. Serve per non uscire completamente fradici dalla pioggia del prossimo marzo. È una guida, certamente incompleta, a chi la pensa ancora come un grande liberale del passato, Luigi Einaudi: “Bisogna conoscere per deliberare”. Senza mai dimenticare che se anche si è disgustati, se si è convinti che nessun partito, movimento o candidato ci possa rappresentare, un fatto è certo: da sempre gli amministratori peggiori vengono eletti da quei bravi cittadini che non vanno a votare.

Comunque la pensiate, buon voto a tutti.

Destra in piazza, sinistra a casa

segnalato da Barbara G.

di Norma Rangeri – ilmanifesto.it, 08/02/2018

Ad essere sinceri, la campagna elettorale non è entusiasmante né coinvolgente. Semmai, il contrario. Tuttavia qualcosa viene a galla in questi giorni, e risalta più che nel recente passato: è quella parte di Italia razzista, fascista e abusivista. Che viene sostenuta, esaltata, alimentata dal peggiore centrodestra degli ultimi anni. I suoi leader cercano di strappare voti, ma non agli avversari quanto agli alleati di coalizione, per guidare le danze dopo il 4 marzo.

L’appello all’abusivismo del pregiudicato (perché condannato fino in Cassazione per frode fiscale), Silvio Berlusconi, dà il tocco da maestro allo schieramento di un centrodestra che combatte la sua battaglia elettorale purtroppo dettando l’agenda. Questi campioni di un Italia nefasta, violenta, corrotta sono i portabandiera dei peggiori umori e «sentimenti» del belpaese.

I fascisti, o fascistelli, hanno ben rialzato la testa. Da qualche tempo a Ostia e in altri territori dove criminalità, violenza e degrado sociale sono dominanti. Ma i fatti di Macerata dimostrano che anche in situazioni meno marginalizzate, gli xenofobi di Salvini hanno tolto i freni e grufolano dentro la caccia all’immigrato.

Questa destra è la stessa che nei social, nella pancia della società incivile, ispira la persecuzione di una donna di sinistra – Laura Boldrini – diventata il bersaglio di uno stupro mediatico ormai quotidiano. La violenza è totalmente sdoganata sul piano del linguaggio, oltreché, purtroppo su quello della cronaca.

In questa deriva fascistotide è netta l’impressione che manchi una risposta di forte contrasto. Perché se di Macerata il leader a 5 Stelle preferisce «non strumentalizzare», sugli immigrati il governo – e quindi il Pd – non è stato capace di una risposta alta, non difensiva. Certo è che se Renzi dice «aiutiamoli a casa loro » e con il ministro Minniti che mette in pratica la linea del Nazareno, il leader del Pd non sa come distinguersi da Di Maio, Salvini e Berlusconi. E non lo fa nemmeno sulle vicende di Macerata, dove il «fronte democratico» si sfila dalla manifestazione in programma e, a cominciare dal sindaco piddino, obbedisce a Renzi che invita a starsene a casa. (Del resto nulla di nuovo. Ricordiamo quel che accadde con Veltroni ancora sindaco nel 207 prima della campagna elettorale che approderà nel 2008 con l’elezione della destra di Alemanno. Una donna fu uccisa da un rumeno e il governò varò un decreto ad hoc, incostituzionale, contro gli immigrati rumeni).

In questa situazione i 5Stelle stanno alla finestra, convinti di essere i vincitori morali della campagna elettorale se si confermeranno il primo partito. E se riusciranno a prendere una parte dei voti in libera uscita che, stando ai sondaggi, potrebbero essere proprio quelli del Pd. Sono diventati europeisti (una giravolta sorprendente), sull’immigrazione dicono le stesse cose di Minniti, e martellano sul reddito garantito.

Come risulta evidente, lo spazio per una campagna elettorale di sinistra, capace di battere un colpo e farsi sentire su temi che non siano la sicurezza, è ridotto. Se non era per i braccialetti di Amazon, il tema del lavoro non avrebbe bucato lo schermo negli ultimi giorni. Noi non siano la Germania, ma non sempre questo significa che sappiamo fare meglio. Il contratto dei metalmeccanici potrebbe essere un ottimo spunto per parlare di salario e orario di lavoro, della condizione sociale drammatica della disoccupazione, delle nuove povertà che hanno la brutta faccia della diseguaglianza.

Ma intanto l’Italia canta. Mancano nemmeno quattro settimane al voto e va in onda Sanremo che raccoglie il 52% dell’audience. In buona parte merito del ciclonico Fiorello che ha messo in scena il giochino del voto. Per chi votate?, ha chiesto alla platea il recordman di ascolti. Poi ha nominato il Pd, il centrodestra, i 5Stelle e «liberi e belli», ha detto scherzando con il pubblico. Una battuta per dire che nella cabina elettorale c’è un po’ di tutto. Grasso, il cui faccione di bell’uomo tranquillo spicca sui manifesti per strada, questa volta ha azzeccato la risposta: «Grazie Fiorello, vuol dire che oltre che liberi e uguali siamo anche belli». E speriamo che, prima e dopo il 4 marzo, siano anche forti.

‘Il Bomba’ alla resa dei conti

Perché Matteo Renzi è il più odiato d’Italia

Aveva promesso la rivoluzione. E invece hanno prevalso i vecchi metodi: raccomandazioni, conflitti d’interesse, rapporti con i poteri forti. Così l’ex golden boy affonda nei sondaggi. Insieme al Pd. Diagnosi di una parabola.

di Emiliano Fittipaldi – espresso.repubblica.it, 30 gennaio 2018

Perché Matteo Renzi è il più odiato d'Italia

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Quando Matteo Renzi ha mostrato alle telecamere di Matrix l’estratto conto da 15.859 euro per dimostrare che non si è arricchito durante il premierato, alcuni suoi collaboratori si sono messi le mani davanti agli occhi. «Non sono un traffichino», ha aggiunto il segretario del Pd sventolando i fogli. «Se vuoi fare soldi vai nelle banche d’affari, non fai politica».

L’excusatio non petita ha mostrato con chiarezza, a poco più di un mese dalle elezioni del 4 marzo, qual è il timore maggiore di Renzi: quello di essere ormai percepito da una fetta crescente dell’opinione pubblica come un “traffichino” appunto, il capo di una banda intenta, più che a governare il Paese, a curare i propri interessi e quelli degli amici degli amici. E così, nonostante le precisazioni e i distinguo, se negli ultimi rilevamenti il partito è precipitato intorno a un terrificante 22 per cento (ben sotto la quota della non-vittoria che nel 2013 costò a Pier Luigi Bersani la poltrona al Nazareno), anche il consenso personale di Renzi è sceso a un misero 23 per cento. E il sondaggista Nicola Piepoli sostiene che oltre due terzi degli italiani non lo vogliono vedere neanche dipinto.

Matteo è diventato in pochi mesi il leader politico meno amato d’Italia, dietro pure a Salvini e a Di Maio, più odiato persino del pregiudicato e redivivo Silvio Berlusconi. Dato ancor più significativo se confrontato con quello del premier Paolo Gentiloni che, pur a capo di un governo identico a quello di Renzi, oggi gode dall’alto di un gradimento del 100 per cento più alto rispetto a quello del suo segretario.

Risalire la china non sarà facile. Perché le promesse e gli elenchi delle cose fatte (che pure non sono poche) non sembrano scalfire il convincimento negativo dell’elettorato. Nell’ultimo mese la “questione renziana” è sbucata fuori un giorno sì e un giorno anche. Prima con l’audizione dell’ex amministratore delegato di Unicredit Federico Ghizzoni dello scorso 20 dicembre su Banca Etruria. Poi per colpa di un’imbarazzante mail al banchiere da parte dell’amico fraterno di Matteo Marco Carrai. Infine con la pubblicazione di un’intercettazione di Carlo De Benedetti (presidente onorario del Gruppo Gedi, di cui L’Espresso fa parte), in cui Renzi sembrava agevolare gli investimenti – la procura di Roma ha già chiesto l’archiviazione – di un editore di primissimo piano.

«I renziani sono supini alle lobby e all’establishment», cantano in coro le opposizioni e gli antipatizzanti sui social. L’ansia, al Nazareno, è aumentata a dismisura dopo l’analisi approfondita degli ultimi trend sui collegi uninominali: il Pd rischia di venire massacrato al Nord dalla destra e al Sud dai grillini.

Solo Toscana ed Emilia (e il listino proporzionale bloccato) garantiranno un posto al sole nel prossimo Parlamento. Nella guerra civile per le candidature tra correnti nel Pd, per il segretario piazzare i suoi non è stato affatto un’operazione semplice: fino all’ultimo Luca Lotti e altri fedelissimi (come Giuliano Da Empoli, l’economista Tommaso Nannicini, il tesoriere Francesco Bonifazi, i parlamentari Ernesto Carbone e Gennaro Migliore) hanno ballato tra un collegio sicuro e i listini bloccati. E soprattutto il destino di una big come Maria Elena Boschi, la preferita di Matteo, è stato a lungo incerto. La vicenda Etruria l’ha costretta a girovagare tra la Toscana, Ercolano (che è un collegio amico) e l’Alto Adige. «Il problema», sospirano dal Pd, «è che non la vuole nessuno. Con lei in lista si perdono un sacco di voti».

Cos’è dunque successo al giovin rottamatore che meno di quattro anni fa portava il Pd a superare il 40 per cento alle europee e da meno di un anno trionfatore delle primarie? Come mai i successi indiscutibili sui diritti civili e la ripresa economica certificata dall’Istat e dall’Ocse non hanno fatto breccia nell’opinione pubblica, nemmeno tra chi ha sempre votato centrosinistra? Com’è possibile che persino il decreto sui sacchetti biodegradabili a pagamento abbia generato tonnellate di indignazione popolare contro il segretario dem, costretto a difendersi per giorni dalla fake news secondo cui la decisione sarebbe stata presa «per favorire una produttrice di bioplastiche cugina di Renzi»?

L’origine dello scontento anti-Matteo ha radici profonde. E poggia sulla sfilza di errori imputabili alla sua leadership. Che ha deluso non solo Sergio Marchionne, ma anche tanti altri supporter stanchi dello spread crescente tra le parole e i fatti.

L’ex sindaco fiorentino aveva conquistato prima il Pd e poi i palazzi romani con la promessa di una rivoluzione radicale, di una rottamazione non solo degli anziani leader del partito ma anche dei vecchi metodi della politica italiana. «Metteremo sulle poltrone di comando i più bravi in modo da far ripartire il paese. L’Italia con me sarà un posto dove trovi lavoro se conosci qualcosa, non se conosci qualcuno!», s’impegnò Renzi nel 2012. E poi: «La meritocrazia è l’unica medicina per la politica, per l’impresa, per la ricerca, per la pubblica amministrazione. Gli amici degli amici se ne faranno una ragione», proclamò nel 2014, appena scippata la poltrona ad Enrico Letta.

Ma, evidenze alla mano, il toscano il rinnovamento non l’ha mai davvero realizzato. Al contrario. Invece di basarsi sul merito ha selezionato la nuova classe dirigente del partito e della sua amministrazione con i soliti metodi. Fondati sulla cooptazione, sulle relazioni personali e amicali, sulle spartizioni partitocratiche e la mediazione – ça va sans dire – con gli immarcescibili potentati.

Appena arrivato al vertice, Renzi ha in primis occupato molte poltrone con leopoldini, fiorentini e vecchi sodali. La lista è lunghissima, possiamo solo riassumerla: l’amico tributarista Ernesto Ruffini è diventato prima ad di Equitalia e poi, qualche mese fa, numero uno dell’Agenzia delle Entrate. Marco Seracini, commercialista di Matteo, già revisore del comune di Rignano e presidente del collegio sindacale della Leopolda, è stato preso nel collegio sindacale dell’Eni. Lapo Pistelli è stato mandato alla vicepresidenza del colosso energetico mentre era viceministro degli Esteri. Il coordinatore della campagna delle primarie del 2012, l’ingegnere elettrotecnico Roberto Reggi, piazzato inizialmente come sottosegretario all’Istruzione, è stato poi deviato all’agenzia del Demanio, dove non si occupa né di scuola né di elettronica, ma di patrimonio immobiliare. Ma il suo stipendio è lievitato a 240 mila euro l’anno.

Anche nei palazzi romani la strategia è stata identica: invece del merito, Renzi ha prediletto il rapporto personale. Giovanni Palumbo, ad esempio, è stato assunto nella segreteria tecnica. Seguiva Renzi dai tempi della Provincia di Firenze, quando era stato chiamato dal suo capo senza avere i titoli necessari (cioè una laurea). Anche Antonella Manzione è stata prelevata, a 207 mila euro l’anno, dal gruppo dei compagni toscani: ex capo dei vigili urbani di Firenze, autrice del romanzo “Martina va alla guerra” e seminarista sul tema “Disturbo della quiete pubblica”, Matteo ha voluto lei, e solo lei, nel delicatissimo ruolo di capo del dipartimento per gli Affari giuridici e legislativi della presidenza del Consiglio. Non c’era nessun altro in grado di affrontare decreti e provvedimenti di legge? Pare di no. Prima di andar via da Palazzo Chigi nel dicembre 2016, Renzi le ha fatto l’ultimo regalo, nominandola consigliere di Stato.

Un paracadute che Maria Elena Boschi ha offerto anche al suo collaboratore (indubbiamente preparato, ma sconfitto con lei nella battaglia referendaria), il segretario generale di Palazzo Chigi Paolo Aquilanti. Una nomina prestigiosa e remunerativa che, secondo accuse recenti del M5S, potrebbe ora ottenere anche un’altra strettissima collaboratrice di Boschi, il dirigente del dipartimento per le Riforme Carla Ciuffetti.
Delle polemiche politiche il capo del Pd se n’è sempre infischiato. Spiegando che “così fan tutti”, e che lui sceglieva «sempre tra i più bravi». Il leader però ha sottovalutato l’impatto mediatico di promozioni discutibili, come quella del suo spin doctor personale Guelfo Guelfi a membro del cda Rai. O come quella di Gabriele Beni, produttore di scarpe e soprattutto finanziatore della fondazione renziana Open con 45 mila euro, diventato vicepresidente di Ismea, l’Istituto di servizi per il mercato agricolo alimentare controllato dal ministro piddino Maurizio Martina.

Ma ad aver causato i danni politici e d’immagine più gravi sono state proprio le mosse dei membri di Open, cuore del potere renziano. Dove siedono Boschi, Lotti e Carrai. Oltre al presidente, Alberto Bianchi,  avvocato personale e consigliere di Renzi. Tutti originari della Toscana: tra Laterina, Empoli, Pistoia e Rignano sull’Arno. Tutti coinvolti in scandali politici e giudiziari. Tutti, nonostante tutto, ancora oggi tenacemente difesi da Matteo.
Boschi, anche se non è mai stata indagata, è colei che ha creato maggior imbarazzo al partito e contribuito in modo determinante al buco nero nel consenso. Per gli osservatori le sue responsabilità sono due. Da un lato la disastrosa sconfitta al referendum del 4 dicembre 2016 (il ministro per le Riforme, architetta del riordino costituzionale bocciato dagli italiani, invece di uscire di scena come aveva giurato è stata addirittura promossa nel nuovo governo Gentiloni). Dall’altro, Boschi e Renzi pagano il comportamento della ministra durante la crisi di Banca Etruria.E le ultime settimane, a causa delle clamorose audizioni alla commissione parlamentare d’inchiesta sulle banche voluta dallo stesso Pd, sono state fatali. Gli italiani già sapevano che il padre della Boschi era indagato e che quando era vicepresidente dell’istituto usava frequentare massoni e faccendieri come Flavio Carboni per chiedere consigli e pareri. Ma – come accennato sopra – lo scorso 20 dicembre hanno avuto anche conferma definitiva dall’ex amministratore di Unicredit Federico Ghizzoni che Maria Elena le aveva davvero chiesto di «valutare, nel 2014, l’acquisizione o un intervento su Banca Etruria». Esattamente come aveva scritto Ferruccio De Bortoli lo scorso maggio, notizia smentita da Maria Elena con forza e sprezzo. «La richiesta avvenne durante un colloquio cordiale», ha aggiunto Ghizzoni, «non avvertii pressioni da parte della Boschi». De Bortoli, però mai aveva parlato di «pressioni», ma solo dell’evidente conflitto di interessi di un ministro potente ma non competente (le banche sono questioni riguardanti il dicastero dell’Economia) di chiedere «una possibile acquisizione» dell’istituto tanto caro alla famiglia dell’allora ministra. Oltre al fatto in sé, è stata la gestione mediatica della vicenda a lasciare sbigottiti pezzi del partito e del popolo della sinistra: la Boschi, evidenze alla mano, sembra infatti aver pubblicamente mentito. O, quanto meno, sembra essere stata reticente. La volontà di Renzi di proteggerla ad ogni costo, prima impuntandosi per la sua promozione nel governo Gentiloni poi ricandidandola alle politiche, non sembra aiutare il recupero del consenso smarrito. E neppure candidare nel centrosinistra il capo della commissione banche, l’ex alleato di Berlusconi Pier Ferdinando Casini, è sembrata un’idea geniale.Anche il rapporto personale con Marco Carrai ha creato più di un problema al segretario. Sponsorizzato a fine nel 2015 dall’ex premier per un incarico a Palazzo Chigi come responsabile della cyber sicurezza, s’è presto scoperto che “Marchino” qualche mese prima aveva fondato la Cys4. Una spa che avrebbe potuto mirare ai futuri appalti banditi dal governo dopo la creazione del nucleo per la sicurezza cibernetica.
Il trasferimento di Carrai a Roma è stato così stoppato dalle polemiche sui conflitti di interessi. Ma l’amico ventennale è tornato sulle prime pagine dei giornali un mese fa, quando Ghizzoni ha rivelato che anche lui, attraverso una email, aveva chiesto delucidazioni su Etruria. «Ciao Federico», aveva scritto l’imprenditore nel gennaio 2015, «solo per dirti che su Etruria mi è stato chiesto di sollecitarti, se possibile e nel rispetto dei ruoli, per una risposta». A che titolo il renziano “sollecitava” l’ad di Unicredit? «Ero solo consulente di un cliente privato interessato a Banca Del Vecchio, controllata da Etruria», s’è giustificato Carrai, «Renzi non sapeva niente, e se in quella banca c’era il padre della Boschi a me non interessava nulla. Non sono un politico e non appartengo a nessun partito. Non mi cibo di questi banchetti mediatici».Sarà. Ma se Carrai sembra spesso dimenticare di essere seduto nel board dell’ente che raccoglie denaro per Renzi e la Leopolda, qualcuno ha pure notato, forse con malizia, che le aziende dell’imprenditore di Greve in Chianti abbiano preso il volo proprio durante l’ascesa politica di Renzi. In primis la Cmc Labs, società che tra il 2013 e il 2015 ha in effetti quadruplicato il fatturato e aumentato l’utile di 30 volte.
Tra i business del 2015, come risulta a L’Espresso, spunta anche un affare tra un’altra azienda di Carrai e di suo fratello Stefano, la Cgnal spa, e l’Unicredit di Ghizzoni. A febbraio di quell’anno, qualche settimana dopo aver mandato la mail su Etruria, la banca milanese firmò con la spa di Marchino una ricca commessa per “profilare” al meglio i big data dei clienti dell’istituto. La collaborazione tra Ghizzoni e l’amico dell’allora premier è durata solo otto mesi, e non fu rinnovata. Anche perché Unicredit è proprietaria al 100 per cento di Ubis, una delle più grandi realtà europee di information management: non si capisce come mai Ghizzoni abbia affidato un contratto alla piccola società di Carrai, nata appena due mesi prima.La sensazione di parte dell’elettorato è che Renzi e parte del Giglio magico abbiano dunque creato a Palazzo Chigi, come ai tempi di D’Alema e dei capitani coraggiosi di Roberto Colaninno, una specie di merchant bank: che forse parla anche un po’ d’inglese, ma con un forte accento fiorentino. Una percezione forse eccessiva, ma che di certo si è diffusa anche per colpa delle scelte di Matteo. Se ogni politico ha il diritto di chiamare al suo fianco uomini fidati, Renzi ha scelto troppo spesso non tra i più capaci d’Italia, come ha sottolineato Ezio Mauro su Repubblica, ma «tra i più bravi di Rignano». La speranza di proteggere la sua leadership attraverso una rete di fedelissimi s’è così trasformata in un groviglio di relazioni, in cui ora la sua leadership rischia di rimanere impiccata.Il caso Consip ha cementato questa impressione diffusa: al netto delle gravissime accuse che la procura rivolge ai carabinieri del Noe sui falsi fabbricati ad hoc per incastrare il babbo di Matteo, il manager – anche lui toscano – Luigi Marroni (chiamato dal governo Renzi a guidare la stazione appaltante dello Stato) ha parlato ai pm di «pressioni e ricatti» da parte di Tiziano Renzi e del suo sodale Carlo Russo. Obiettivo: condizionare l’assegnazione di alcune ricchissime commesse pubbliche. I pm romani hanno iscritto l’illustre parente per traffico di influenze illecite. E anche Lotti, l’altro “fratello gemello” di Matteo, è indagato nella stessa inchiesta: l’accusa dei magistrati è quella di aver rivelato l’esistenza dell’inchiesta allo stesso Marroni, complicando il lavoro degli inquirenti.La Consip non ha portato fortuna nemmeno al presidente di Open, l’avvocato Alberto Bianchi (piazzato anche nel cda dell’Enel): L’Espresso ha scoperto che ha ottenuto dalla società pubblica consulenze per quasi 350 mila euro.

«Addosso a me pm e giornalisti possono indagare all’infinito, non mi troveranno attaccato nemmeno un centesimo», ribadisce Renzi, che si sente ingiustamente accerchiato. Eppure, ai più sembra che le congreghe amicali e familistiche interessate al potere, agli appalti e al denaro e non al bene del Paese abbiano davvero azzoppato una carriera politica che aveva il vento in poppa. Alle critiche il segretario resta allergico. E nemmeno di fronte al rischio imminente di un disastro elettorale sembra voler cambiare passo.

Decalogo contro lo spreco alimentare

www.ansa.it, 2 febbraio 2017

Contro lo spreco alimentare, che in Italia si quantifica in 145 kg a famiglia di cibo gettato ogni anno nella pattumiera, l’Enea ha stilato un decalogo di consigli e buone pratiche, dal carrello del supermercato al frigorifero. Il primo passo è cercare di valutare il quantitativo di cibo che può essere realmente consumato in un pasto medio, aiutandosi con la lista della spesa e controllando la data di scadenza degli alimenti. Importante è l’etichetta, se riporta informazioni su tecnologie o ingredienti che aiutano a limitare lo spreco alimentare. Il latte ad esempio può essere sottoposto a processi, come la microfiltrazione, che ne mantengono inalterate le proprietà estendendone notevolmente la ‘vita sullo scaffale’, e alcuni prodotti come biscotti, grissini, fette biscottate vengono arricchiti con aromi di origine vegetale estratti con processi sostenibili che prevengono l’irrancidimento in modo naturale.

Nello scegliere gli alimenti, prosegue il decalogo, è buona norma privilegiare i prodotti che riportano come smaltire la confezione, in modo da ridurre la quantità di indifferenziata nell’immondizia. Gli esperti suggeriscono poi di preferire il biologico, in quanto l’agricoltura bio riduce i consumi energetici di agricoltura e industria alimentare di almeno il 25%, consente di ridurre le emissioni di CO2 e non inquina le falde acquifere perché non impiega fertilizzanti e fitosanitari di sintesi.

Fin qui il supermercato. Una volta a casa, è bene fare attenzione alla preparazione delle vivande con alcuni accorgimenti per migliorare la conservazione dei cibi, come ad esempio condire l’insalata e le altre verdure solo al momento di servirle. In occasione delle feste, il consiglio è quello di usare le ‘doggy bag’: si può valutare se gli avanzi possono essere consumati a breve, e invitare gli ospiti a portare con loro parte di cibo che è rimasto. Gli esperti sfidano inoltre i titolari dei fornelli a creare nuove pietanze utilizzando gli avanzi con fantasia.

Se ciò che sta nella dispensa non può essere consumato, può comunque essere donato alle onlus che raccolgono gli avanzi di cibo ‘buono’ e lo redistribuiscono a chi ne ha bisogno. Infine, per il cibo che è avanzato, l’ultima destinazione deve essere la raccolta dell’umido, così almeno si trasformerà in ottimo compost.

 

Per l’aggiornamento dei dati, presentati in occasione della Giornata di prevenzione dello spreco alimentare, leggi qui.

 

 

A loro insaputa

segnalato da Barbara G.

Il governo del Niger non sapeva della missione italiana. Ed è contrario

“Non siamo stati né consultati né informati”, fanno sapere fonti dell’esecutivo di Niamey

agi.it, 31/01/2018

Il Niger non è stato informato ufficialmente dall’Italia riguardo la prossima missione militare nel paese africano, il cui governo ha appreso del dispiegamento del contingente italiano da un lancio dell’agenzia di stampa Afp. Secondo quanto riferisce l’emittente Radio France Internationale, che cita le dichiarazioni di diverse fonti anonime interne al governo di Niamey, le autorità del paese africano hanno già informato il governo italiano di non essere d’accordo con tale missione. “Non siamo stati consultati né informati”, ha detto una fonte del governo nigerino a Radio France Internationale, “siamo rimasti sorpresi”. “Abbiamo detto agli italiani attraverso il nostro ministro degli esteri che non siamo d’accordo”, ha aggiunto un’altra fonte dell’amministrazione di Niamey. Angelino Alfano, il ministro degli Esteri italiano, ha visitato il Niger dal 3 al 5 gennaio di quest’anno, incontrando il suo omologo nigerino, Ibrahim Yacouba, e il presidente del paese, Mahamadou Issoufou, in occasione dell’inaugurazione della prima ambasciata d’Italia nel paese africano e nell’intera regione del Sahel. Secondo il governo, l’invio di soldati in Niger serve a “rafforzare le misure di sicurezza sul territorio, i confini del paese africano e a sostenere le forze di polizia locale”.

“Ci bastano già gli addestratori francesi e Usa”

Fonti di Rfi sostengono però che la formazione dei militari e delle forze di sicurezza del Niger sia già affidata ad altre nazioni e che il governo di Niamey ne sia soddisfatto. “Riceviamo già quello che ci serve dagli americani e ci siamo anche coordinati con i francesi”, ha detto una fonte del governo nigerino all’emittente francese. Queste fonti hanno comunque confermato a Radio France Internationale l’esistenza di un dialogo in materia di sicurezza e coordinamento tecnico con l’Italia, ma tutto ciò “non implica in alcun modo che il Niger possa ospitare tale missione”. Il 17 gennaio, il parlamento italiano ha approvato il dispiegamento della missione “di supporto nella Repubblica del Niger”, una missione che secondo il ministero della Difesa è “non combat ma di addestramento”. Questo intervento prevede lo schieramento di un contingente di 120 uomini nel primo semestre di quest’anno per poi raggiungere il numero massimo di 470 militari entro fine anno, non impiegati però contemporaneamente ma a rotazione. La media annuale dovrebbe essere infatti di “circa 250 soldati”. Oltre al personale militare, verranno poi inviati in Niger anche 130 mezzi terrestri e due aerei, per una spesa complessiva totale di 49,5 milioni di euro per tutto il 2018.

L’Italia alla ricerca di un ruolo in Africa

La missione italiana in Niger, così come l’aumento del numero di militari impegnati nella missione in Libia, nella missione Nato di supporto in Tunisia, nella missione Onu per il Sahara occidentale e in quella dell’Unione europea di addestramento delle forze armate locali nella Repubblica Centrafricana, mostra come l’Italia stia cercando una propria dimensione in Africa. All’inizio dell’anno, durante il suo tour africano, il ministro degli Esteri italiano ha affermato che i paesi a sud del Sahara sono considerati una priorità dell’agenda del governo italiano per il 2018. Il 5 gennaio, proprio durante la sua visita a Niamey, Alfano ha quindi annunciato che l’Italia destinerà al Niger il 40 per cento dei fondi governativi di assistenza per l’Africa. Il Niger è uno dei cinque paesi della regione del Sahel, insieme a Mali, Ciad, Burkina Faso e Mauritania, ad aver costituito una forza congiunta anti-terrorismo per affrontare la minaccia jihadista che affligge questi paesi da anni. L’anno scorso, l’Unione europea ha stanziato piu’ di 50 milioni di euro per finanziare questo corpo militare, che ha ricevuto finanziamenti anche da Francia, Stati Uniti, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti.

 

Studiare gratis

Tasse universitarie, l’Italia terza più cara d’Europa. Poche borse di studio e nessun aiuto per affitto e bollette

Il leader di LeU Grasso ha proposto di abolirle. Un’idea giudicata “trumpiana” da Calenda e criticata dal Pd e dall’ex ministro Vincenzo Visco. Per capire però se e quale sia il sistema di sostegno per gli studenti, bisogna considerare anche altre esenzioni e agevolazioni. E guardando all’estero la situazione è molto diversa dalla nostra: in Nuova Zelanda, ad esempio, ci sono contributi per le spese di alloggio e in Germania, dove gli studi sono gratis, l’iscrizione all’Università è legata solo al pagamento di un abbonamento ai mezzi pubblici.

di Luisiana Gaita – ilfattoquotidiano, 15 gennaio 2018

In Italia non solo le tasse universitarie sono tra le più alte d’Europa, ma il nostro Paese non è neppure fra quelli che sostengono maggiormente l’istruzione dei giovani. Tra gli Stati dove l’università è economicamente più accessibile ci sono sicuramente Germania, Danimarca, Finlandia, Svezia, Scozia e Norvegia. Le rette più alte sono quelle della Gran Bretagna, anche se nel Regno Unito gli studenti possono iniziare a pagare dopo la laurea. La recente proposta del presidente del Senato e leader di Liberi e Uguali Pietro Grasso di abolire le tasse è stata criticata in primis dal Pd, ma anche dall’ex ministro Vincenzo Visco, secondo il quale in Italia “sono così basse che non è che abolendole succeda molto” e dal ministro dello Sviluppo economico Carlo Calenda che l’ha definita una misura “trumpiana” che sarebbe un “supporto fondamentale alla parte più ricca del Paese”, perché “oggi sono già esentati gli studenti con reddito basso”. Ma è davvero così? “La misura – ha spiegato intanto Grasso – costa 1,6 miliardi: avere un’Università gratuita, come avviene già in Germania e tanti altri Paesi europei significa credere davvero sui giovani, non a parole ma con fatti concreti”. Da LeU, a difendere la proposta di Grasso, sono stati Nicola Fratoianni e Roberto Speranza. Ma rispetto agli altri Paesi europei, in Italia si paga davvero di più per frequentare l’Università? Cosa succede altrove? Per avere un’idea del sostegno che si dà (o non si dà) agli studenti italiani e ai loro genitori, anche in confronto ad altre realtà, bisogna tenere presenti diversi fattori. Non solo i costi di iscrizione all’Università, ma anche il sistema di esenzioni e le borse di studio.

Le tasse universitarie in Italia – Secondo l’Ocse negli ultimi dieci anni le tasse universitarie sono aumentate in Italia del 60%, facendo piazzare il Paese al terzo posto della classifica dei più cari d’Europa, dopo Olanda e Regno Unito. D’altro canto, a fine anno, l’Unione degli Universitari ha denunciato nel dossier Dieci anni sulle nostre spalle che mentre in Italia le borse di studio sono poche e insufficienti a sostenere i costi da affrontare, la tassazione media che pesa sugli studenti universitari è aumentata di 473,58 euro negli ultimi due lustri. Una prima grande differenza con diversi Paesi è che in Italia le rette le pagano sia gli studenti europei sia quelli extracomunitari. Nell’Università pubblica le rette partono dai circa 500 euro per arrivare a superare i duemila euro, a seconda del reddito Isee della famiglia e dell’ateneo. Si segue quindi un sistema progressivo con il quale, già oggi, chi ha un reddito basso non paga, mentre la retta aumenta in modo proporzionale al reddito.

Chi ha pagato, chi pagherà – Nel 2016 sono stati quasi un milione e 700mila gli studenti che si sono iscritti a corsi di laurea, dottorati, master e specializzazioni, oltre un milione e mezzo solo ai corsi di laurea. E di questo milione e mezzo quelli esonerati totalmente dal pagamento delle tasse sono stati 176mila, mentre in 134mila hanno ottenuto uno ‘sconto’. Nell’ultima legge di Stabilità, però, il governo Gentiloni ha inserito il cosiddetto Student Act che esonera dal pagamento delle tasse tutti gli studenti le cui famiglie hanno un Isee inferiore a 13mila euro. Diverse Università hanno aumentato il limite stabilito dal governo, non facendo pagare le tasse agli studenti con Isee inferiore a 15mila euro. L’Istat stima che questa novità ridurrà il costo delle tasse del 39,3%. Secondo un’analisi del Sole 24 Ore la decontribuzione per il 2017/2018 porterà a quasi 600mila gli studenti che non pagheranno tasse e a 500mila quelli che beneficiano dell’esenzione parziale. Questo significa che oggi un terzo degli studenti non paga le tasse universitarie e un terzo paga importi agevolati. A chi gioverebbe quindi l’abolizione? In Italia sborsano la retta intera gli studenti con alle spalle famiglie che presentano un reddito Isee superiore a 30mila euro. Quindi se è vero che quelle meno abbienti sono già esonerate, è anche vero che quelli che pagano non sono necessariamente ‘figli dei ricchi’ che, tra l’altro, frequentano sempre più spesso università private, anche straniere. La differenza potrebbero invece sentirla le famiglie che hanno un reddito medio e sul cui budget le rette universitarie influiscono eccome.

Il confronto con i Paesi europei – Ma per fare un confronto con gli altri Paesi è necessario considerare tutta una serie di agevolazioni che fanno sistema altrove e che da noi sono ancora una chimera. Si parte sì dalle tasse, per arrivare a borse di studio, sostegno per gli studenti che vivono da soli e ad altri tipi di agevolazione. Basti pensare che in Italia solo il 9-10% degli universitari percepisce una borsa di studio a fronte del 25% in Germania, 30% in Spagna e del 40% in Francia. Secondo un rapporto Eurydice per la Commissione europea i Paesi europei dove non esistono, o quasi, tasse universitarie sono Danimarca, Finlandia, Svezia, Norvegia, Scozia, Grecia, Malta e Cipro. In Germania e Austria sono state prima introdotte e poi abolite. In Austria, Danimarca, Finlandia e Svezia gli studi sono gratuiti solo per gli europei: in Austria la tassa annuale per gli studenti che non provengono da un Paese dell’Ue va dai 600 ai 1.500 euro, in Danimarca dai 6mila a 16mila euro, mentre in Finlandia è stata di recente introdotta una tassa di 1.500 euro, ma solo per i corsi di laurea in inglese. Decisamente più alte, invece, le tasse in Italia e in Paesi come Spagna, Irlanda, Olanda, Portogallo e Svizzera. In diverse realtà, poi, c’è un legame tra le tasse universitarie e il merito: accade, ad esempio, in Spagna come in Austria, in Polonia come in Slovacchia.

Danimarca, Finlandia, Scozia e Germania tra i più virtuosi – Come ricordato da FQ Millennium Danimarca, Germania, Finlandia e Norvegia sono quattro Paesi accomunati da due fattori: non ci sono tasse universitarie ed esiste un ottimo sistema di erogazione delle borse di studio. Gli studenti a tempo pieno residenti in Danimarca ricevono un aiuto economico a cadenza settimanale o mensile per l’intera durata della loro carriera accademica. Per gli universitari che vivono a casa dei genitori il valore delle borse di studio va dai 124 euro (se il reddito familiare supera i 76.900 euro) ai 346 euro (se il reddito è pari o inferiore ai 45mila euro). Gli studenti che vivono da soli, invece, possono ricevere fino a 804 euro al mese. Il 38% degli studenti danesi utilizza poi i prestiti al 4% d’interesse: possono arrivare a 411 euro al mese e può beneficiarne anche chi già ha ottenuto una borsa di studio. In Finlandia, invece, tra prestito statale (3.600 euro) e borsa di studio ogni studente ha a disposizione ogni anno la somma massima di 11.260 euro. Nel caso in cui abbia un reddito inferiore agli 11.850 euro, lo Stato garantisce allo studente un aiuto per la copertura di parte delle spese di affitto: 201 euro al mese per 9 mesi. E anche in Finlandia funziona molto bene il sistema dei prestiti da parte del governo: 400 euro al mese, che si iniziano a restituire generalmente entro due anni dalla laurea. In Scozia, l’agenzia governativa Student Awards Agency for Scotland paga agli studenti europei l’intera retta universitaria a patto che gli esami vengano superati nei tempi previsti.

In Germania e Norvegia si pagano (scontati) solo i servizi – In Germania il sistema non è neppure paragonabile al nostro. Non esiste alcuna tassa, né per gli studenti europei, né per quelli che arrivano da altri Paesi extra Ue. L’iscrizione all’Università è legata solo al pagamento di un abbonamento ai mezzi pubblici: si tratta di una somma tra i 100 e i 200 euro a semestre che copre i costi di trasporto. Ma c’è di più. Il programma di sostegno BAföG garantisce agli universitari under 30 un sussidio individuale che può arrivare fino a 735 euro al mese per un anno composto per il 50% di una borsa di studio erogata in base al merito (la cui entità va dai 300 ai 1.035 euro, dipende dal reddito e dalla situazione familiare) e per l’altra metà di un prestito garantito dallo Stato, che riguarda i costi non coperti dal BAföG. Si tratta di 300 euro mensili per un massimo di 7.200 euro in 2 anni, che vanno restituiti a partire dal 4° anno dopo la concessione in rate da 120 euro. A questo c’è da aggiungere che lo Stato interviene per assicurare l’alloggio a tutti i cittadini europei residenti in Germania sotto una certa soglia di reddito, che siano studenti o no. Anche in Norvegia gli studenti sono tenuti a pagare solo una somma modesta (fra i 30 e i 60 euro a semestre) che copre i costi di carta, assistenza sanitaria, trasporti gratuiti e garantisce diversi sconti per attività ed eventi culturali.

Gran Bretagna: tasse alte, ma si paga dopo la laurea – In Scozia la triennale è gratuita e per la magistrale si arriva a 5mila euro l’anno. Nel resto del Regno Unito, invece, gli studenti devono sborsare fino agli 11mila euro l’anno per il conseguimento della triennale, ancora di più se si tratta di cittadini non europei. Le tasse sono state aumentate nel 2012, con la revisione del sistema di istruzione. Le tasse, però, possono essere pagate dopo la laurea, a patto che si rispettino i tempi previsti. C’è da dire che già nel 2016 l’organizzazione no profit Sutton Trust aveva segnalato un debito medio record di 44.500 sterline per i laureati inglesi del 2015. Non è un caso se di recente Jo Johnson, ministro dell’Università e della ricerca, ha annunciato che agli studenti saranno offerti corsi universitari di due anni, ad un costo ridotto rispetto a quello triennale. Molto alte le tasse anche in Olanda: gli studenti europei arrivano a pagare anche più di 2mila euro, mentre i non europei sborsano fino a 12mila euro. Relativamente alte anche le tasse spagnole: le triennali costano dai 700 ai 2mila euro all’anno, mentre per la magistrale si può arrivare fino a 4mila euro l’anno.

Francia, tasse basse pagate da tutti – In Francia le tasse le pagano tutti, ma rispetto ad altri Paesi dell’Ue sono piuttosto basse. La laurea magistrale costa 181 euro all’anno, un master 250 euro e un dottorato 380 euro. Fanno eccezione le Università di medicina e i politecnici. Nelle prime si può arrivare a pagare 450 euro all’anno, nei prestigiosi politecnici 596 euro. Per i redditi più bassi le tasse di abbassano di circa 30 euro. Anche in Francia, però, lo Stato aiuta gli studenti con l’alloggio: si possono ricevere dai 115 ai 200 euro al mese.

Negli Stati Uniti milioni di famiglie indebitate – Dando uno sguardo al di fuori dei confini europei, è significativo quanto accade negli Stati Uniti. Come in Gran Bretagna, anche negli Usa iscriversi all’Università rischia sempre più di essere un lusso. Sono 44 milioni gli americani titolari di prestiti contratti proprio per accedere agli atenei. Si tratta del 13% della popolazione. Le rette delle università pubbliche per l’anno accademico 2016-2017 ammontavano in media a circa 20mila dollari, il 2,6% in più rispetto all’anno precedente.

Nuova Zelanda, il paradiso – In Nuova Zelanda non solo lo Stato paga le tasse universitarie, ma non chiede neppure il rimborso. A garantire questo tipo di sostegno è lo Student Allowance, il programma del ministero dello Sviluppo sociale che prevede un finanziamento statale di 380 dollari a settimana a fondo perduto. Può farne domanda chi studia full time dai 18 ai 65 anni, ma anche chi ha tra i 16 e i 17 anni con un figlio a carico e un partner. Ma il governo della Nuova Zelanda mette a disposizione fondi anche per i giovani con figli a carico che vivono con i genitori o che non abitano con loro e non ricevono nessun aiuto economico. E per affitto e bollette c’è lo Youth Service: 50 dollari a settimana.

Chiti, La democrazia nel futuro

Chiti: “Gentiloni doveva fare sì che Boschi salutasse. Il Pd? Se si allea con Forza Italia scompare”

Vannino Chiti: “Il 40% alle Europee valeva comunque meno voti di quelli presi da Veltroni nel 2008, ma nessuno ha osato muovere appunti”.

Vannino Chiti

di Luca De Carolis – ilfattoquotidiano.it, 15 gennaio 2018

“Dopo 16 anni in Parlamento era giusto lasciare. Ma la decisione finale l’ho presa dopo quanto avvenuto sulla legge elettorale, piovuta in Senato con un voto di fiducia: per me è stata l’ultima goccia”. In una mattinata romana il senatore Vannino Chiti ragiona di passato prossimo e di futuro. Cresciuto nel Pci, presidente della Regione Toscana, ministro con Romano Prodi e sottosegretario a Palazzo Chigi con Giuliano Amato, non si ricandiderà. Cercherà di aiutare da fuori quel Pd che ancora difende: “L’idea era buona, però non le abbiamo dato le gambe giuste”. Contrario alle riforme renziane, ha comunque sostenuto il Sì nel referendum perché “ci furono correttivi concordati con la minoranza e pacta sunt servanda”, e ha disapprovato la scissione di Mpd. Di questo e molto altro scrive nel libro La democrazia nel futuro (Guerini e associati).

Lei parte dalla crisi della sinistra in tutto l’Occidente. Ma perché questo tracollo?
La sinistra è stata subalterna rispetto alla globalizzazione. Non aveva gli strumenti per governarla, perché non ha saputo affrontarla in ottica internazionale, l’unico modo con cui si poteva gestire. Ogni partito europeo è rimasto chiuso nei confini nazionali.

Perché la globalizzazione ha prevalso così facilmente?
Perché si veniva anche dalla sconfitta dell’Urss e del socialismo reale. Non palpitavo per quel sistema, ma per quel crollo hanno pagato tutte le forze socialiste: l’alternativa al capitalismo aveva fallito.

Negli anni ’90 a sinistra furoreggiava la “terza via”.
Doveva essere un modo di sinistra per orientare la globalizzazione. L’idea era che il pubblico lasciasse spazio anche al privato, per esempio nel welfare, e che fosse necessario attenuare le regole nell’ambito del lavoro. Ma non ha funzionato.

Uno degli apostoli della terza via era Tony Blair.
Veniva in vacanza ogni estate in Toscana, quando governavo la Regione. Una volta mi disse che voleva portare la Gran Bretagna nell’euro.

Blair disse di avere un erede italiano, Matteo Renzi. Lei l’ex premier quando l’ha conosciuto?
Quando ero presidente regionale. Fu a un dibattito pubblico a Pontassieve (Firenze), dove presentavo un libro. Non ricordo cosa disse, quindi non rimasi molto colpito. Poi nel 2001 ci sentimmo molto per le Politiche. Da coordinatore della Margherita, lui appoggiò la mia candidatura nel collegio uninominale di Firenze. A coordinare il mio comitato elettorale era Dario Nardella. E il mio avversario era Denis Verdini.

Quanto è stretto il legame tra Verdini e Renzi?
Hanno relazioni pre-politiche. Il senatore aveva rapporti con il padre e la sua famiglia.

Poi sono arrivati i rapporti politici…
Verdini è stato il ponte tra Renzi e Berlusconi: è un pragmatico.

Fu pragmatico anche quando a Firenze candidò contro Renzi l’ex portiere di calcio Giovanni Galli?
Senza dubbio.

Lei come si trovava con l’ex premier?
Con me è sempre stato corretto. Nel 2009 mi chiese di fare il sindaco di Firenze, perché voleva rimanere presidente della Provincia. Ma ho avuto forti dissensi politici con lui, a cominciare dall’uso del termine rottamazione.

Lei racconta di vari incontri in cui discutevate di legge elettorale e riforme. Renzi le rispondeva sempre che bisognava fare in fretta.
La velocità e lo svecchiamento servono. Ma il come? E la condivisione?

Renzi affonda sulla riforma costituzionale.
L’errore primario è stato non dividerla in più leggi costituzionali. E poi il Senato avrebbe dovuto diventare un vero Bundesrat sul modello tedesco, espressione delle Regioni. Oppure restare elettivo.

Lui non capiva?
Renzi riconosceva i difetti della riforma. Ma l’unica cosa che gli premeva era il taglio dei costi. Lo ripeteva sempre. Voleva inseguire i grillini sul loro terreno: errore grave.

Lei scrive di “accecamento” nel Pd dopo il 40,8 nelle Europee.
Erano meno voti di quelli presi da Walter Veltroni nelle Politiche del 2008, ma nessuno lo notò. E nel Pd per lungo tempo nessuno ha osato muovere appunti al segretario. Io gli riconosco doti, come il coraggio e la capacità di lavoro. Ma gli ho sempre detto ciò che ritenevo giusto.

Lei scrive: “Non ci possono dire che il patto del Nazareno è saltato per l’elezione di Mattarella al Quirinale”.
Le intese vanno fatte in modo trasparente, altrimenti restano dubbi. Non so cosa prevedesse, e perché venne meno,

Lei definisce il giglio magico “inadeguato”.
Renzi si è circondato di persone inesperte e incompetenti.

E Boschi sul caso banche?
Occuparsi del proprio territorio non mi pare un problema, e certi attacchi nei suoi confronti sono stati vergognosi.

Ma?
Io rimprovero a lei e a tutto il Pd errori politici. E il primo è stata la mozione del Pd su Bankitalia (quella contro il governatore Visco, ndr), autogol clamoroso. Boschi conosceva quel testo? Gentiloni non è stato coinvolto. Al posto del premier avrei fatto in modo che lei salutasse.

Il secondo errore?
La commissione sulle banche. Andava fatta nella prossima legislatura, con una chiara conclusione temporale.

Ora come si riparte? Il Pd se la vedrà anche con LeU.
Io ero contrario alla scissione, le fratture non hanno mai giovato alla sinistra. Ma stimo Pietro Grasso, e penso che vada ricostruito un centrosinistra plurale, al più presto.

Il Pd rischia di scomparire in caso di sconfitta?
Potrebbe accadere in caso di alleanza con Forza Italia. In quel caso verrebbe meno la speranza di ricostruirlo.

Chiti, ora cosa farà?
Politica, perché è la mia vita. Lavorerò per la riunificazione della sinistra. Ma devo ancora capire come.