Comune ‘defascistizzato’

segnalato da Barbara G.

2 giugno. Cavarzere, Comune ‘defascistizzato’. La sfida di Elisa: “Basta morbidezza, alziamo la guardia”.

Dimensione Mendez

“Qui siamo in Italia. E in Italia esiste una Costituzione repubblicana che vieta ‘la riorganizzazione sotto qualsiasi forma del disciolto partito fascista’. Esistono principi e leggi di difesa della democrazia, di argine contro le discriminazioni razziali, etniche, religiose o sessuali. Attorno a questi argini però si assiste ad un costante cedimento. Ormai il livello di guardia è sempre più basso: c’è una indifferenza, una assuefazione, un tacere quotidiano, anche di fronte alle manifestazioni più becere, fasciste e xenofobe. Questo ‘essere morbidi’, in nome di una calma piatta che è finta perché favorisce un rabbioso degrado della democrazia, non può appartenere alle istituzioni. Ed è per questo che ho voluto alzare nuovamente questa guardia, almeno nel pezzo d’Italia in cui vivo”.

Cavarzere, Italia. Parafrasando, da qualche giorno questo è diventato uno dei Comuni più ‘defascistizzati’ d’Italia. Sicuramente “in controtendenza rispetto al volemose bene” che tende ad archiviare tutto, dai saluti romani…

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La ‘valorizzazione’ di Franceschini

segnalato da Barbara G.

di Tomaso Montanari – articolo9.blogautore.repubblica.it, 11/05/2017

Ricevo questa incredibile fotografia, scatta domenica scorsa nella reggia di Caserta da una guida turistica. Ecco il suo commento:

Questa è la reggia di Caserta stamattina. Questa foto è stata scattata da un collega guida turistica che stamattina era lì col suo gruppo.
Questa non è cultura che vince. Questi numeri non sono una vittoria. Domattina ci saranno i soliti titoli sensazionalistici di chi conta, conta, fa numeri, grida al successo. Nessuno, o quasi, oggi da me a Capodimonte, così come negli altri siti statali italiani, ha imparato qualcosa. Ogni prima domenica del mese vedo le persone accalcarsi nelle sale, scorrendo come un fiume, cercando bagni e uscite, urlando a telefono per cercare il parente smarrito, spesso senza minimamente guardare le cose belle di cui sono circondati. E nel frattempo a terra cadono tutte le loro cartacce, perché le loro mani libere servono a toccare qualsiasi cosa, a toccare dipinti (!), a toccare statue, a toccare affreschi.
Se questa fame d’arte è autentica, bisogna cercare un’alternativa realmente efficace, perché questo è il fallimento della cultura. E io provo profonda vergogna.

Le retorica dominante dice che in questo modo il patrimonio si apre, democraticamente, ai cittadini. Ma cosa c’è di democratico nello spingere i cittadini in un simile carnaio, senza nessun valore aggiunto di conoscenza? La vera democrazia non consiterebbe nel dare a tutti strumenti culturali di vera partecipazione?

L’idea portante è, al contrario, che tanto il popolo bue non capirebbe nulla, dunque tanto vale che si accalchi. E l’altra faccia di questa medaglia falsa della valorizzazione corrente è offrire questi stessi monumenti in splendida solitudine ai ricchi che possono permettersi di pagare gli eventi esclusivi.

Siamo tornati all’antico regime, col principe che benevolmente apre ogni tanto le porte del palazzo alla plebe. Salvo che oggi quel patrimonio lo mantiene quella ‘plebe’, con le sue tasse.

Fermo e foglio di via per Lorenzo Baldino giornalista e candidato a Como

A quanto pare, non è più possibile manifestare.

Una brutta storia, una vergogna per le istituzioni, la conferma dell’involuzione autoritaria dovuta  a norme liberticide e la sensazione che invece di occuparsi della sicurezza di ciascuno di noi le forze dell’ordine debbano occuparsi di perseguire proprio le persone sulle quali la convivenza civile, la democrazia, le libertà costituzionalmente garantite si fondano. Il fermo per 5 ore di Lorenzo Baldino, studente, giornalista de Il turpiloquio, tra i fondatori e candidato della lista di cittadinanza attiva La prossima Como, ed il  foglio di via che gli è stato consegnato per espellerlo da Villa San Giovanni sono un pessimo segnale.  C’è assoluta necessità di ristabilire la legalità attaccata da norme ingiuste e da interpretazioni da stato di polizia. Nel seguito il testo integrale del racconto di Lorenzo Baldino della vicenda di cui è stato vittima.  Leggi il foglio di via. [Foto di copertina in bianco e nero Gin Angri]

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Civati c’è

Pippo Civati all’HuffPost risponde all’appello di Massimo D’Alema per un’unica lista di sinistra: “Io ci sono”

“Nelle aree dem vicine a Orlando ed Emiliano c’è disagio per il nuovo Nazareno”

di Claudio Paudice – huffingtonpost.it, 28 maggio 2017

Lentamente, il progetto politico a sinistra del Pd prende forma. All’appello, lanciato con un’intervista al Corriere della Sera, di Massimo D’Alema per un’unica lista alternativa al Partito Democratico risponde Pippo Civati, leader di Possibile e in Parlamento “alleato” di Sinistra Italiana. “Noi ci siamo e siamo promotori di una sinistra alternativa al Pd da quando abbiamo lasciato il principale partito di maggioranza”, dice Civati all’HuffPost. Primo tra i fuoriusciti, poi seguito da tanti altri in rotta con la metamorfosi renziana del partito, Civati guarda favorevolmente non solo ai partiti di sinistra ma anche a chi è ancora all’interno del Pd. In particolare, soprattutto dopo la rottura tra i dem sui voucher, a diversi esponenti delle aree di Andrea Orlando e Michele Emiliano, usciti sconfitti dalle primarie del Pd: “Molti non nascondono il loro disagio per questo riavvicinamento di Renzi a Berlusconi”.

D’Alema ha lanciato un appello per una sinistra unita ma alternativa al Partito Democratico. Come risponde?

Era la mia idea fin dall’inizio. Renzi ha scelto Berlusconi, ed è evidente che la scelta non lascia indifferenti diversi esponenti del Pd, tanto dell’area Orlando quanto dell’area Emiliano. Lo ha detto anche il ministro nella sua intervista di venerdì al Foglio. E anche informalmente sappiamo che, in alcune aree dem, c’è del disagio per la deriva centrista del Pd. La mia proposta in un certo senso supera quella di D’Alema: non solo una lista unica, ma un progetto intorno al quale raccogliere persone che non necessariamente facciano politica, anche perché è inutile far distinzioni tra chi fa parte di un partito e chi di un altro come a Gargonza. Chi vuole cambiare non può votare Renzi o Berlusconi.

D’Alema ha chiamato i Comitati del No, la società civile, il cattolicesimo democratico. Dimentica qualcuno?

Oltre ai soggetti citati ci sono le forze laiche e repubblicane più o meno organizzate. Ma l’esigenza, prima ancora di ricostruire la sinistra, è quella di ribaltare un quadro politico che parla ormai del nulla. In questo senso, le nostre non sono ricette diverse, anzi sono molto simili. Ed è chiaro che raccolgo la sfida. D’Alema dice, ad esempio, che la scissione andava fatta prima. Tutti quei passaggi, qualcuno li ha fatti: prima in solitudine, adesso in un quadro più largo. Ma non è il caso di rivendicare la primogenitura. L’unico punto che contesto è quello che riguarda il partito unico, perché forse sarebbe il caso di costruire prima un contesto culturale e politico dove poter lavorare insieme. Poi le formule verranno dopo, l’importante è che vi sia un unico progetto elettorale. Noi ci siamo e siamo promotori fin da quando abbiamo lasciato il Pd.

Sarebbe singolare che tanti esponenti, prima tutti nel Pd, una volta usciti – e per le stesse ragioni o quasi – non riescano a trovare un accordo su un progetto politico.
In due anni mi sono preso molta solitudine e tante difficoltà, come è ovvio quando esci da un grande partito di maggioranza. Avevo messo in conto che non sarebbe stato facile, ma ricostruire la sinistra è stato sempre il mio progetto.
Siamo nel pieno del dibattito parlamentare sulla legge elettorale. Si parla di una soglia di sbarramento al 5%…
Guardi, io sono dell’idea che sia meglio avere una soglia del 5% che ti sprona a fare il 10%, invece di una soglia al 3% che rischia di portare alla sconfitta. Bisogna puntare a fare più del 5 per cento, può essere uno sprone a costruire un fronte più largo e plurale e nello stesso tempo ad affermare un’idea.

Il Governo sembra voler reintrodurre i voucher, dopo averli cancellati per evitare i referendum promossi dalla Cgil. Avete in cantiere qualche iniziativa nel caso la discussione parlamentare prosegua su questo piano?

Noi siamo stati i primi a denunciare l’uso disinvolto e alternativo dei voucher. Se si tratta di risolvere i problemi delle famiglie, noi ci siamo. Ma in un quadro di chiarezza e tracciabilità. Se poi si vuole estenderli allora non si è capito il vero senso della raccolta delle firme per i referendum della Cgil. Il Governo continua a giocare all’equivoco, e non si capisce il perché. Il problema è che nella politica italiana bluffano tutti.

Venerdì Sinistra Italiana ha fatto una conferenza stampa per contestare un emendamento alla manovrina che favorirebbe la speculazione edilizia in relazione alla costruzione di nuovi stadi. Il ministro per lo Sport Lotti ha replicato affermando che si tratta di un fatto inesistente.

Al di là della polemica di queste ore, quello della speculazione edilizia e dell’abusivismo è un tema. Consumo di suolo, rivoluzione ecologica e gestione dei beni comuni sono tutti argomenti che hanno preso cinque anni di pausa durante i governi di larghe intese.

La sentenza del Tar e l’arroganza della politica

segnalato da Barbara G.

Tomaso Montanari, Musei, la sentenza del Tar e l’arroganza della politica

emergenzacultura.org, 25/05/2017

Vorrei ringraziare sinceramente Dario Franceschini, Matteo Renzi e Andrea Orlando. Le loro dichiarazioni di oggi mi hanno ringiovanito, riportandomi come per incanto all’Italia di vent’anni fa. Quando un pugnace Silvio Berlusconi attaccava frontalmente ogni giudice che gli desse torto, minacciando sfracelli e facendo rivoltare nella tomba il povero Montesquieu, che aveva ben spiegato perché il potere giudiziario, quello legislativo e quello esecutivo dovessero stare ben divisi.

 E ora siamo daccapo. Il Tar del Lazio boccia impietosamente la “riforma” dei musei di Franceschini? Renzi tuona su facebook: “Non abbiamo sbagliato perché abbiamo provato a cambiare i musei: abbiamo sbagliato perché non abbiamo provato a cambiare i Tar!”.
 Gli fa eco l’alternativa, cioè Orlando: “I Tar andrebbero cambiati“. E Franceschini si scaglia
contro i giudici:
“Sono preoccupato per la figura che l’Italia fa nel resto del mondo, e per le conseguenze pratiche perché da oggi alcuni musei sono senza direttore”.
 Ma possibile che nessuno di costoro senta invece il bisogno di scusarsi? Di dimostrare un po’ di umiltà, invece di sfoderare una simile arroganza?

Il punto è molto semplice: una legge (non fascista: novellata nel 2001) dice che i posti della dirigenza pubblica sono riservati a chi ha la cittadinanza italiana. Si potrà discutere sulla sua bontà. Io non la trovo insensata: dai dirigenti dipendono molti posti di lavoro, sistemi complessi. In molti casi ci sono in gioco settori strategici. Ed è così in tutti i paesi. Franceschini grida che la National Gallery è diretta da un italiano: ma si dimentica di dire che quell’italiano è cittadino britannico.

 E in ogni caso: se a un ministro una legge non piace, può chiedere al Parlamento di cambiarla. E Franceschini aveva i numeri per farlo. Se invece firma un atto che la aggira o peggio la vìola, può capitare che un giudice amministrativo annulli quell’atto. È la democrazia, bellezza! E io me ne sento garantito.

Non sarà il caso di cominciare a dire che non basta fare le cose, ma bisogna anche farle bene? La riforma Madia è stata massacrata dal Consiglio di Stato e dalla Corte Costituzionale, la riforma costituzionale è stata respinta dal popolo italiano: ma non sarebbe stato meglio farle bene, quelle riforme, invece che gridare contro chi ha dovuto constatarne il fallimento? Non è che la figuraccia dell’Italia l’ha causata un ministro incompetente circondato da incapaci?

E poi c’è un punto di merito. Il Tar dice che i colloqui per selezionare i direttori sono stati troppo frettolosi, e sono stati celebrati a porte chiuse. E che dunque i diritti dei concorrenti non sono stati rispettati. Se è vero è una cosa grave. E io so che è vero.

Quel concorso è stato condotto malissimo, ai limiti della farsa, per la stessa ragione per cui Franceschini non ha cambiato la legge: per la maledetta fretta mediatica di poter dire che aveva fatto qualcosa.

La commissione ha avuto (nella migliore delle ipotesi) nove minuti per leggere e valutare ogni curriculum e quindici minuti (questo è un dato ufficiale) per il colloquio che ha deciso la sorte degli Uffizi, o di Capodimonte.

Un elemento di comparazione: per scegliere l’ex direttore della Galleria Estense Davide Gasparotto come curatore della collezione di dipinti, il Getty Museum di Los Angeles ha ritenuto necessari un’intervista preliminare di 2 ore, un colloquio privato col direttore di 2 ore, due visite di tre giorni durante le quali il candidato ha trascorso molto tempo col direttore e il vicedirettore, e poi un lungo colloquio col presidente dei Trustee.

E in questo caso era un direttore di museo che diventava curatore di sezione: mentre noi abbiamo fatto il contrario (abbiamo preso direttori che in quasi tutti i casi non erano mai stati tali, ma al massimo conservatori di sezioni di musei secondari) in un quarto d’ora. La commissione contava solo due tecnici (un archeologo e uno storico dell’arte, entrambi professionalmente non italiani), accanto a una manager museale, a un rappresentante diretto del ministro stesso (l’autore materiale della riforma e consigliere giuridico principale del ministro) e a un presidente non proprio terzo rispetto alle volontà ministeriali (perché contestualmente confermato alla guida della Biennale di Venezia con una deroga alla legislazione vigente decisa dal governo).

Franceschini si trincera dietro i dati dell’affluenza ai musei: che però non dipendono certo dalla sua riforma (o pensiamo che gli australiani vadano gli Uffizi per la riforma Franceschini?), ma dalla congiuntura internazionale legata al terrorismo che vede crollare il turismo in Francia e nel Mediterraneo, e lo spinge nel nostro Paese, ritenuto più sicuro.

E poi: siamo sicuri che i musei di misurino solo con i numeri? A Brera moltissime tavole del Rinascimento hanno subito gravi danni a causa della noncuranza del nuovo direttore. Palazzo Pitti è diventato una cava di opere di pregio concesse in prestito per ragioni politiche, e un set da addii al celibato privati di lusso. Al Palazzo Ducale di Mantova si fa la fiera del mobile. E da nessuna parte si fa più ricerca, cioè non si produce più conoscenza. I musei assomigliano ormai a luna park pregiati: e a rimetterci sono i cittadini comuni, che non hanno molte altre occasioni di crescere culturalmente.

Il prossimo ministro per i Beni culturali dovrà smontare la “riforma” Franceschini pietra per pietra, errore per errore. Questa sentenza del Tar può essere un buon inizio.

“Hanno distrutto un mondo”

segnalato da Barbara G.

25 anni fa la strage di Capaci, l’agente sopravvissuto: “Hanno distrutto un mondo”

di Paolo Borrometi – antimafiaduemila.com, 22/05/2017

Per distruggere una persona hanno distrutto un mondo. Ricordo che Falcone scendendo dall’aereo aveva in mano una valigetta, ma di quella valigetta non si parla mai e non verra’ piu’ trovata. Lui era solito tornare con quella valigetta, di cui fara’ menzione anche l’autista giudiziario, Costanza. Dove e’ finita? Che cosa aveva dentro? Sarebbe giusto rispondere anche a questi interrogativi”. A parlare con Paolo Borrometi per l’AGI è Angelo Corbo, uno dei tre poliziotti sopravvissuti alla strage di Capaci, in cui persero la vita Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo, e gli agenti di scorta Antonio Montinaro, Rocco Dicillo e Vito Schifani.

Angelo Corbo ricorda quel 23 maggio come “una giornata splendida. La classica giornata di una terra baciata dal sole e cullata dal mare. Quel giorno ero euforico. Avevo giocato al Totocalcio e avevo detto ad Antonio Montinaro, che mi chiedeva il perche’ della mia insolita euforia, che ero sicuro di fare il 13 che avrebbe cambiato la mia vita. Questa affermazione mi pesa ancora oggi, mi pesera’ finche’ la morte non mi chiamera’”.

Giovanni Falcone con la moglie, la dottoressa Morvillo, scese dall’aereo e si mise alla guida della croma, con l’autista giudiziario, Giuseppe Costanza, seduto dietro. Noi pensavamo gia’ alla giornata dell’indomani. All’improvviso, pero’, cambiò tutto. Ricordo le parole del caposcorta di quel giorno, Gaspare Cervello, che disse ‘cazzo, perchè rallenta cosi’ tanto?’. Poi sentii un fortissimo boato, la sensazione di volare e sbattere all’interno della croma. E massi, tanti massi, che ci cadevano addosso. Scendemmo subito dalla macchina – racconta Angelo Corbo – e davanti a noi quella che doveva essere l’autostrada era diventata un paesaggio lunare.

Quell’aria splendida, celeste, di quella giornata era diventata marrone. Vedevo il mio sangue che colava e all’improvviso la macchina di Falcone a metà. Ci avvicinammo a quella macchina e, insanguinati e con diverse fratture (io il naso rotto, il collega il braccio), riprendemmo il nostro lavoro: proteggere il giudice Falcone. Pur con la consapevolezza che non potevamo piu’ difendere nessuno, per le condizioni in cui ci trovavamo. Sapevamo che loro non avrebbero lasciato incompiuta l’opera, ci aspettavamo che scendessero in campo per finirci. Falcone era ancora vivo, ricorderò per sempre che si girò verso di noi e ci guardò con gli occhi imploranti. Noi eravamo li’, non riuscivamo ad aprire la macchina, così ci rimase solo di fare scudo”. Corbo sapeva sin da giovane quanto la mafia fosse feroce, lo capi’ quando il 7 ottobre 1986 Claudio Domino, suo compagno di giochi, “venne freddato con un colpo alla testa, alla tenera eta’ di 11 anni”. Ed e’ anche per questo motivo che Angelo Corbo decise di entrare in Polizia. “Dopo due anni, nel 1990, venni chiamato dal capo della Mobile, La Barbera, mi disse che dovevo far parte della scorta di Falcone per una ventina di giorni. Da allora passarono quasi tre anni fino a quelle 17:58 del maledetto 23 maggio 1993”.

Corbo lascia scorrere i suoi dolorosi ricordi e racconta che da quel giorno sono stati diversi i tentativi di diminuire il livello di sicurezza del giudice e della sua scorta: “All’inizio avevamo a disposizione 21 uomini, fucili a pompa, auto blindate, radio specializzate e un elicottero che ci sorvolava sulla testa, ci ritrovammo nel ’92 con appena 12 uomini”. Inoltre “a volte ci levavano le pettorine e spesso anche le macchine blindate”. “Avevo la consapevolezza di essere impreparato, non avevo fatto nessun corso scorte ma avevo l’orgoglio di scortare Falcone”. Il lavoro con il giudice, rivela Corbo all’AGI, “era molto difficile. Stavamo con lui 20 ore al giorno, perchè lavorava dalle 7 del mattino alle 10 di sera. Non permetteva un rapporto di amicizia fra lui e noi. Era una persona meravigliosamente professionale e pretendeva un’enorme professionalità da noi che lo dovevamo proteggere”.

Fra i ricordi piu’ belli per il poliziotto c’e’ l’intesa fra Falcone e la moglie. “In quei due anni e mezzo ricordo il loro rapporto come dolcissimo. Ricordo i loro sorrisi, la loro complicità, erano una coppia molto affiatata, sembravano un’unica persona e sono sicuro che, come hanno vissuto insieme, avrebbero voluto rimanere insieme anche nella morte. Diciamocelo, separarli oggi è stata una bastardata”.

Corbo prosegue con amarezza il racconto di un sopravvissuto, dando la sensazione che si senta addosso la responsabilita’ del non essere morto, anche lui, quel 23 maggio a Capaci. “L’essere sopravvissuti è stata una colpa. Sappiamo tutti quanti che per lo Stato fa più piacere che, in casi del genere, non ci siano sopravvissuti, testimoni. Sembra quasi che lo Stato e le istituzioni vogliano nascondere di aver sbagliato, perchè se noi siamo rimasti vivi hanno sbagliato. Il problema, comunque, è che noi ci sentiamo in colpa perchè siamo vivi, mentre i nostri colleghi e la persona che dovevamo proteggere sono morti”. Da allora per loro, sopravvissuti, solo “dimenticanze”. “Mai invitati e anche quest’anno, a 25 anni da Capaci, nessuno di noi ha ricevuto una telefonata per chiederci di partecipare a quelle che definiamo le ‘Falconiadi’, delle vere e proprie sfilate”.

Angelo Corbo non è tenero neanche con Maria Falcone, sorella di Giovanni: “Di noi non le è mai fregato nulla. Non si è mai degnata di considerarci, e dire che siamo state le ultime persone che hanno visto in vita il fratello. E’ giusto che lei faccia di tutto per ricordare il fratello, ma dovremmo avere sempre presente che all’epoca fu abbandonato da tutti. Non potrò mai scordare come in quegli anni il dottor Falcone venne denigrato e ostacolato in tutto, perchè era diventato un personaggio scomodo: veniva trattato come una pezza da piedi. Oggi, invece, viene celebrato da persone che amici suoi sicuramente non lo erano e anche lei, Maria Falconespiega Corbo -, oggi ha accanto persone che tutto erano fuorche’ amici del dottore”.

Angelo Corbo oggi è “molto diverso dalle 17:58 di quel 23 maggio. Ho avuto bisogno, ma nessuno ha mai alzato un dito, nessuno mi ha mai aiutato”. Infine un sogno, lo stesso di padre in figlio: “Manuel, mio figlio, sogna di diventare poliziotto, nonostante tutto. Io, da padre, sono orgoglioso – conclude -, ma purtroppo sta prendendo molte porte in faccia: sta pagando l’essere figlio mio”.