Catalogna: 5 domande, 5 risposte

segnalato da Barbara G.

Catalogna, cinque domande cruciali e cinque risposte sul referendum

ADN kronos

di Stefano Gatto (*) – glistatigenerali.com, 21/09/2017

È praticamente impossibile riassumere nello spazio di un articolo tutti i dettagli storici, politici e giuridici dell’imbroglio catalano.

Come ormai succede regolarmente nel mondo in rete, prevalgono posizioni estreme, spesso costruite su basi di conoscenza fragilissime: essenzialmente sensazioni e simpatie di pelle. O parallelismi con situazioni che c’entrano poco o nulla.

Presenterò quindi la questione come domande e risposte a partire da alcune affermazioni tra le più ricorrenti.

Premetto che seguo la questione catalana dal 1985, quando arrivai a Barcellona e che ho una relazione fortissima da allora sia con la Spagna che con la Catalogna, per molti versi patrie mie più della stessa Italia nella quale sono nato, dato che attorno alla Spagna e non l’Italia ha gravitato tutta la mia vita adulta. Non ho partiti presi, perché le amo entrambe allo stesso modo, e mi fa soffrire moltissimo una situazione di tale divisione nella mia patria d’adozione.

Domanda n.1: Ha la Catalogna una legittimità storica all’indipendenza?

Molti affermano che la Catalogna non abbia diritto a richiedere l’indipendenza perché non sarebbe mai stata indipendente in passato. A differenza ad esempio di una Scozia, unita all’Inghilterra solo nel 1707 o del Québec (anche se lì il riferimento va fatto alla colonia francese).

Non è necessariamente vero che sia necessario essere stati indipendenti prima per aspirare a divenirlo di nuovo: con questo ragionamento, nessun paese sarebbe mai divenuto tale. L’obiezione storica in sé è quindi debole.

Diciamo che in un momento dato della storia, una collettività stabilita su un territorio può aspirare a formare un’unità politica statale. Nella storia è avvenuto quasi sempre mediante vie di fatto (guerre, poi seguite da trattati che riconoscono la condizione di Stato che viene progressivamente riconosciuta da altri Stati). Raramente per via puramente democratica sin dall’inizio, ma è legittimo sostenere che in questa fase storica e nel contesto democratico nel quale è situata la Spagna anche come membro dell’Unione Europea la via democratica all’indipendenza (mediante accordi consensuali) sia l’unica accettabile.

La Catalogna non è mai stata indipendente nel senso che noi diamo al termine nell’Europa post – westfaliana, ma sì è sempre stata un’unità politica, culturale ed istituzionale ben definita all’interno di altre entità. Il “Condado de Cataluña” sorse all’interno dell’impero carolingio e poi si unì a quello d’Aragona, venendo poi a dipendere dalla Corona aragonese, ma mantenendo sempre istituzioni proprie (les Corts, che nella tradizione iberica avevano la facoltà di accettare un sovrano e di decidere sul proprio contributo fiscale al monarca). Ancora oggi Barcellona è conosciuta come la “ciudad condal”. L’unione di Isabella di Castiglia con Ferdinando d’Aragona (1469), spesso presentata come data di nascita del regno di Spagna, giuridicamente non lo fu. I due regni rimasero separati fino al 1714, quando il passaggio dinastico delle corone iberiche ai Borboni portò all’ unificazione legale dei diversi regni iberici (Decreto de Nueva Planta del 1715) . I nazionalisti catalani considerano il 1714 data di perdita della loro indipendenza, nel senso di perdita delle proprie istituzioni, abolite dai Borboni. L’aspirazione a una patria propria e alla restaurazione delle istituzioni catalane si rafforzò in epoca romantica e divenne corrente politica alla fine del XIX secolo. Tra il 1918 e il 1919 la Lliga Regionalista di Cambó promosse un forte movimento per l’autonomia catalana all’interno della Spagna e una República Catalana di breve durata fu proclamata nel 1934 nel periodo precedente la guerra civile spagnola (1936 – 39). Il franchismo (1939-1975), centralista ed autoritario, soppresse ogni parvenza d’autonomia, scoraggiando anche l’uso della lingua catalana, abituale nell’uso quotidiano, ma nel 1978 vennero finalmente ristabilite le istituzioni autonome, riprendendosi i termini storici Generalitat (governo) e Corts (Parlamento). L’autonomia catalana ha funzionato bene per vari decenni, governata da un cartello regionalista (Convergencia i Unió) molto abile nel tessere rapporti di mutuo interesse con i governi di Madrid. Ma anche dal partito socialista catalano (PSC).

L’autonomia catalana è, come quelle basca e navarra (nazionalità considerate storiche) diversa e più ampia di quella delle altre quattordici comunità autonome (regioni) che compongono la Spagna, con eccezione dell’Andalusia. A differenza di baschi e navarri, i catalani non hanno autonomia impositiva, ma ricevono trasferimenti mensili da Madrid (sospesi tre giorni fa).

In conclusione, sostenere che la Catalogna non può diventare indipendente perché non ha la legittimità storica per richiederlo è argomento evanescente, se mai fosse davvero un argomento.

Domanda n.2: Ha la Catalogna legittimità giuridica per richiedere l’indipendenza?

La costituzione spagnola del 1978, come del resto quasi tutte le costituzioni al mondo, non prevede meccanismi di secessione per una sua parte. Nel caso del Québec fu necessario un accordo politico ad hoc con il governo centrale per indire i due referendum, così come nel caso scozzese (la Gran Bretagna poi non ha costituzione scritta).

L’art. 2 della costituzione spagnola recita: “La Constitución se fundamenta en la indisoluble unidad de la Nación española, patria común e indivisible de todos los españoles, y reconoce y garantiza el derecho a la autonomía de las nacionalidades y regiones que la integran y la solidaridad entre todas ellas.”.

Questo testo indica chiaramente che una singola parte del paese non può definire unilateralmente le modalità di una propria uscita dallo stato spagnolo: non è norma illiberale, è che di solito una costituzione non prevede norme simili, se non per territori d’oltremare che furono colonie.

L’altra comunità che aspira all’indipendenza, quella basca, seguì la via del negoziato con lo stato centrale (Plan Ibarretxe de 2003) e presentò una proposta di statuto autonomo che prevedeva una clausola di secessione. Respinto il piano dal parlamento spagnolo, l’ipotesi basca è stata rimessa nel cassetto.

La Catalogna non ha seguito questa via: la riforma dell’ Estatut del 2006, che anch’essa prevedeva la possibilità di secessione, oltra a definire la Catalogna come nazione propria integrata nello stato spagnolo, fu giudicata incostituzionale dalla Corte Costituzionale e non entrò quindi mai in vigore.

All’interno della Costituzione spagnola non esistono margini per tale cammino, e vista l’impossibilità di stabilire un dialogo “alla scozzese” o “alla québecoise” con il governo di Madrid, in mano al PP, partito con una concezione centralista dell’organizzazione dello Stato, gli indipendentisti catalani, divenuti via via più numerosi da uno zoccolo duro del 15 – 20% dell’elettorato negli anni della transizione democratica al quasi 50% di oggi, hanno cercato di definire un altro cammino: quello dell’autodeterminazione.

Da qui che la convocazione del referendum da parte della maggioranza indipendentista nel Parlament (les Corts) e la conseguente legge di secessione in caso di vittoria del sì siano state legittimamente annullate dalla Corte Costituzionale. È come se un comune o regione italiana dichiarasse unilateralmente la propria indipendenza: sarebbe atto giuridicamente nullo.

Per antipatico che sembri, e pur biasimando l’inerzia di un governo spagnolo che non ha messo in essere negli ultimi anni alcuna iniziativa di dialogo con i fautori dell’indipendenza, che non hanno mai usato metodi violenti nel difendere le loro idee, l’intervento delle forze dell’ordine di questi giorni è legale (con una riserva sui modi ed eventuali eccessi, che vanno valutati nello specifico), non è una violazione della democrazia come sostengono alcuni osservatori disattenti o di parte.

Si sarebbe dovuto evitare d’arrivare a questo punto di rottura? Assolutamente sì: i due governi, spagnolo e catalano, hanno completamente fallito politicamente.

Domanda n.3: La Catalogna può invocare l’autodeterminazione ai sensi del diritto internazionale?

Il diritto all’autodeterminazione è riconosciuto dal diritto internazionale in caso di occupazione militare da parte di paese straniero, di esistenza di un sistema coloniale e dell’uso della violenza da parte delle forze occupanti. Di fatto, l’autodeterminazione è categoria giuridica nata col processo di decolonizzazione e definita in quell’ambito. Gli indipendentisti catalani fanno un solo esempio, quello del Kosovo, ma è oggettivamente forzato vista la situazione bellica prodottasi in quel caso (per inciso, la Spagna è tra i paesi dell’UE che non ha riconosciuto l’indipendenza del Kosovo per paura a eventuali usi strumentali di tale precedente).

In tutta onestà, è impossibile sostenere che condizioni paragonabili al caso del Kosovo si diano nella Catalogna di oggi.

Domanda n. 4: Esiste una legittimità politica nella richiesta catalana?

Nonostante il governo del Partido Popular lo neghi, è ovvio che se il consenso per i partiti indipendentisti è cresciuto in pochi anni dal 15 % (i voti che prendeva Esquerra Republicana de Catalunya) al quasi 50% esiste un problema politico che andrebbe affrontato. Come detto, il PP non lo ha fatto. Il PSOE, partito organizzato federalmente e unito al PSC (Partit Socialista de Catalunya) si è detto favorevole a una riforma di tipo federale, che trasformi la Spagna delle autonomie differenziate in uno vero stato federale: questo sviluppo sarebbe stato sufficiente a rispondere alle inquietudini catalane se fosse stato adottato prima dell’accelerazione indipendentista. Oggi siamo probabilmente fuori tempo massimo. Ciudadanos è nato in Catalogna come movimento anti- indipendenza, e seguirà in tutto il PP. Podemos è volutamente ambiguo, così come i suoi alleati catalani (i movimenti che appoggiano la sindaco di Barcellona, Ada Colau), ma si sta orientando sempre più a favore del referendum.

A livello elettorale, le forze indipendentiste cercarono una legittimità elettorale per aggirare l’impossibilità d’un referendum consensuale e si presentarono unite alle elezioni del 2015 (Junts pel Sí), ma senza ottenere la maggioranza assoluta desiderata né in voti (39,59%) né in seggi (62 su 135). A seguito dell’alleanza con la forza anticapitalista CUP (8,21%, 10 seggi) si è reso possibile un accordo per convocare il referendum unilateralmente (senza l’accordo del governo centrale) e approvare le leggi oggi annullate sulle quali si fonda il processo d’indipendenza: il paradosso è che l’indipendenza catalana è sempre stata un’aspirazione della borghesia catalana, che aspira all’autonomia fiscale da Madrid, e oggi ha bisogno dell’appoggio di un movimento radicalmente anticapitalista come CUP, molto più a sinistra di Podemos.

Domanda n.5. E adesso cosa può succedere?

Il referendum del 1 ottobre avverrà in maniera limitata ed avrà un significato solo simbolico. Il governo spagnolo invocherà l’art. 155 della Costituzione (una Comunidad Autónoma no cumpliere las obligaciones que la Constitución u otras leyes le impongan, o actuare de forma que atente gravemente al interés general de España, el Gobierno, previo requerimiento al Presidente de la Comunidad Autónoma y, en el caso de no ser atendido, con la aprobación por mayoría absoluta del Senado, podrá adoptar las medidas necesarias para obligar a aquélla al cumplimiento forzoso de dichas obligaciones o para la protección del mencionado interés general) per sospendere l’autonomia catalana coi voti del PSOE e di Ciudadanos, ed essa tornerà a dipendere direttamente dal governo centrale.

Questo potrebbe in realtà rafforzare il campo indipendentista, attirando le simpatie di molti moderati oggi incerti sul da farsi. Prima o poi l’autonomia dovrà essere ristabilita e nelle nuove elezioni regionali l’opzione indipendentista potrebbe emergere di nuovo con forza. In realtà, solo una risposta politica, non giudiziaria, può creare le condizioni per affrontare il problema Questo non succederà finché il PP sarà al governo.

In conclusione, il procedimento seguito dalle istituzioni catalane è certamente illegale, ma è altrettanto vero che il governo centrale non ha fatto il minimo gesto né tentativo per discutere del tema e trovare una soluzione. L’unica risposta è sempre stata: rinunciate. D’altro canto, i numeri non dimostrano che il sí all’indipendenza sia maggioritario in Catalogna. Da qui che l’ipotesi di un referendum negoziato e non unilaterale (dret a decidir) sembri sensata, sempre e quando avvenga mediante un negoziato politico (modello scozzese), dando un’interpretazione aperta al testo costituzionale. Solo il parlamento spagnolo può approvare la tenuta di un tale referendum, non può farlo unilateralmente quello catalano.

La soluzione di questi giorni è quindi il risultato di un non dialogo e di una mancata volontà d’affrontare politicamente e non solo giuridicamente il problema. Il chi sia più responsabile di tale situazione è campo per l’opinione, ma è utile non trascurare i fatti nella loro completezza.

Sembra difficile che la breccia apertasi possa venire colmata a breve termine e dagli stessi protagonisti che hanno portato alla rottura.

Il tema dell’eventuale adesione all’UE, presentata all’inizio dal fronte indipendentista come automatica (lasciamo la Spagna e rimaniamo nell’UE) rimane teorico al momento attuale, anche perché persino in caso di raggiunta indipendenza, la Catalogna dovrà richiedere l’adesione all’UE come nuovo membro, processo che richiede l’unanimità degli Stati Membri attuali. L’assenso del governo di Madrid rimarrebbe comunque indispensabile.

Anche un eventuale divorzio richiederà molti accordi specifici sui temi legati alla separazione, come la ripartizione dei beni pubblici, il pacchetto finanziario d’uscita, le regole sulla doppia cittadinanza.

Siamo comunque molto lontani da quel momento. Adesso è il momento della concitazione e dell’estremismo.

(*) Stefano Gatto, diplomatico dell’UE, è laureato in Economia Politica alla Bocconi di Milano e master in relazioni internazionali a Madrid (1990). Ha scritto un libro sui parallelismi e no tra la situazione economica italiana e quella spagnola (“Italia e Spagna: Destini Paralleli?” – Lo Spazio della Politica, 2012) ed ha residenza in Spagna dal 1987, anche se è spesso in missioni diplomatiche in diverse parti del mondo.

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Stefano Rodotà, Diritto d’amore

Stefano Rodotà, se il diritto rimane indietro quando si parla d’amore

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Ad un mese dalla morte del giurista torna in libreria Diritto d’amore (Laterza), saggio illuminante sull’arretratezza delle leggi italiane nel normare la vita affettiva tra le persone. Autodeterminazione e piena soggettività di donne e coppie dello stesso sesso hanno cambiato, e stanno cambiando, la giurisprudenza anche in Italia. Con grossa fatica del legislatore, la difficoltà della mediazione politica e con un unico faro: la Costituzione.

Case di paglia

”Niente gas, solo pannelli solari e paglia: ecco la mia casa a impatto zero”

Carlo Gazzi di fronte alla sua casa (Cafragna, Parma)

La storia di Carlo che, ”scappato” da Milano, ha deciso di costruire con una tecnica in totale rispetto dell’ambiente. Un’abitazione in autonomia energetica da 140 metri quadrati.

di Giacomo Talignani – repubblica.it, 28 luglio 2017

CAFRAGNA (PARMA) – Un’intera casa costruita a chilometri zero. Quando Carlo ha visto per la prima volta quel terreno in cima a un piccolo colle accarezzato dalla brezza fra le vallate di Cafragna si è innamorato. Voleva costruirci il suo rifugio, solo non pensava di farlo con ciò che stava appena calpestando: la terra e la paglia tutt’attorno.
Oggi, ormai finita, quella di Carlo Gazzi, 39enne grafico fuggito da Milano per inseguire il suo sogno, è uno dei primi e recenti esempi di casa modernissima e a due piani tutta in terra-paglia (altri si contano nelle Marche, in Abruzzo o Liguria), antica tecnica che utilizza elementi naturali e iper traspiranti, da tempo dimenticata ma che ora sta riprendendo piede in Italia. Nel 2015 persino Roma ha visto ”sorgere” un’abitazione del genere, fulgido esempio green nel quartiere del Quadraro, che ha raccolto il plauso sui social network. Già prima degli anni Settanta diverse abitazioni rurali italiane venivano realizzate con balle di paglia, ma la nuova edilizia ha superato questi sistemi tutt’oggi in auge in Germania o Francia, seppur adattissimi al clima italiano. Carlo è uno di quei giovani che ha deciso di recuperarli e investirci.
Così, incontrato l’architetto Maddalena Ferraresi, che gli ha dato lo spunto per la tecnica della terra-paglia, “ho comprato un terreno a Cafragna, a pochi minuti da Parma, su un colle circondato dalla via Francigena, i boschi di Carrega e i primi Appennini. Logisticamente perfetta”.
Dalla Francia l’architetto Olivier Sherrer specializzato in case di “terre paille” è arrivato sui colli  per “formare gli operai. Ha fatto un vero e proprio workshop insegnando come costruire”.
A maggio 2016 sono iniziati i lavori e oggi la casa è quasi finita: due bagni, cucina, sale da letto e per gli ospiti (tutte con pavimenti di larice) e diversi spazi per la creatività. “Tutta la casa è green: la struttura portante è in legno, sul tetto i pannelli solari garantiscono l’energia sufficiente. Al momento, per i lavori, sono attaccato alla rete elettrica ma presto credo che utilizzerò soltanto alcune batterie esterne per poter essere del tutto autonomo. Il gas? Non c’è, al limite userò fornelli ad induzione e se farà molto freddo una stufa a legna per l’inverno”.
In un mondo che lotta contro il riscaldamento globale, e dove molte delle attuali procedure edilizie ed energetiche contribuiscono all’effetto serra, l’idea di realizzare qualcosa a basse emissioni di CO2 e sostenibile “era importante. Economicamente ho speso quanto fare una casa normale, ma sono sicuro che l’investimento pagherà e se in futuro ci fosse uno sviluppo di questa tecnica in Italia probabilmente i costi si abbatterebbero ancor di più” dice mostrando un foro nel muro dove si vedono terra e paglia mischiate “che garantiscono un isolamento termico grazie alle proprietà dell’argilla”.
Mentre tutt’attorno alla casa si sentono solo cicale e il rumore della macchina con cui l’architetto Emanuele Cavallo prepara la terra cruda per gli intonaci Gazzi prima di tornare ai lavori indica un punto in fondo alla vallata. “Quella è parte della via Francigena. Se fosse tracciata, i pellegrini potrebbero passare più spesso di qui e sarei felice di condividere con loro il mio spazio e spiegargli come è fatta questa dimora. Anche loro godrebbero del fresco naturale che c’è all’interno. Sto anche pensando a un festival sul tema o altro, quando sarà finita. Perché oltre alla casa in sé, vorrei che questo fosse un messaggio generale su come poter costruire per le nuove generazioni”.

Buoni consigli per non farsi stuprare

segnalato da Barbara G.

La campagna de “Il Messaggero”

di Giulia Siviero – ilpost.it, 14/09/2017

In questi giorni non si fanno che leggere in giro consigli e insegnamenti rivolti alle giovani donne su come non farsi stuprare e su come mettersi al riparo dalla violenza maschile. Come se le donne, per la loro incolumità, dovessero attenersi ad un livello più elevato di comportamento. E come se, non rispettandolo, venissero velatamente accusate di complicità con quanto di male può loro accadere.

Dopo l’accusa di stupro contro due carabinieri di Firenze, il sindaco Dario Nardella ha parlato di «gravissimo episodio», ma ha proseguito dicendo che è «importante» imparare «che Firenze non è la città dello sballo». Ieri, dopo lo stupro di una ragazza finlandese a Roma, sul Messaggero è partita una campagna per rendere Roma «una città più sicura per le donne». Tra le proposte ci sono quella dei taxi dedicati e quella di più taxi «nei luoghi della movida» (se poi una non si può permettere un taxi pazienza), un aumento della videosorveglianza, la trasformazione dei gestori dei locali in «sentinelle» e l’affissione di cartelli «in cui si raccomanda alle donne di evitare passaggi da sconosciuti e di tornare a piedi da sole percorrendo strade buie». Si propongono poi campagne di comunicazione «per mettere in guardia turiste e studentesse che arrivano per la prima volta a Roma» e una maggiore illuminazione pubblica. Sempre sul Messaggero, Lucetta Scaraffia ha scritto che per le donne è meglio «evitare le situazioni pericolose», arrendersi alla «necessità di riconoscere i rischi e le debolezze del destino femminile» e di accettare protezione (Scaraffia dice anche che «non si deve mai dire, di una donna stuprata, che se l’è andata a cercare», ma tutta la sua tesi si basa sul «però»). Altri articoli di questi giorni hanno una prospettiva simile e parlano della necessità di «educare le ragazze alla diffidenza».

 Oltre ad essere insegnamenti inefficaci (le donne vengono stuprate da sobrie e da ubriache, con la gonna o con i pantaloni, da sconosciuti per la strada ma soprattutto da chi conoscono bene – il 62,7 per cento delle violenze è commesso da un partner attuale o precedente) questi avvertimenti (tolti dal loro giustificato contesto privato) mandano un messaggio molto chiaro e molto sbagliato alle ragazze: non potete commettere alcun errore, altrimenti qualsiasi reato commesso contro di voi sarà, almeno in parte, colpa vostra. Sottintendendo che ad essere stuprate sono quindi le donne “ubriache”, “troppo fiduciose verso l’umanità”, “poco diffidenti”, “incoscienti” o “incaute”. Ma davvero c’è qualcuno che pensa che saranno le-donne-dall’impeccabile-condotta a fermare gli stupratori? O che lo faranno solo delle misure securitarie? E davvero si vogliono schiacciare le donne tra un branco di potenziali stupratori (messaggio che mi rifiuto di insegnare a mia figlia, così come quello di una cultura della paura) e un branco di protettori e di cavalieri di un mondo sicuro ed evoluto? Infine: è previsto qualche messaggio pubblico per i ragazzi e gli uomini se non quello che possono permettersi di essere meno cauti delle loro coetanee e che non sono messi in discussione in alcun modo? E qualche forma di educazione, per tutte e tutti, a partire dalla scuola?

Certamente non si devono incoraggiare le persone, tutte, a fare delle cose pericolose o a mettersi in situazioni rischiose, ma la versione istituzionalizzata del “non accettare una caramella dagli sconosciuti” o del “non prendere la strada del bosco” suona davvero ridicola. Ignorante del fatto che al centro della violenza contro le donne c’è proprio quella libertà femminile che si vorrebbe circoscrivere o sorvegliare («La libertà delle donne è il cuore dello scontro», scrive oggi sul Manifesto Bia Sarasini). E infine colpevole: perché è un nuovo vecchio trucco per non assumere il problema, per non fare mai i conti tutte e tutti insieme, e trasferire la colpa: a un generico ambiente cittadino poco sicuro o alla poca cautela femminile.

Lo stupro non solo non è un problema di ordine pubblico. Lo stupro e la cultura dello stupro non si combattono mettendo al centro dei discorsi sempre e solo le donne. Ma mettendoci finalmente gli uomini, scrivendo articoli sull’origine e sul soggetto della violenza contro le donne e cominciando a parlare pubblicamente innanzitutto di “questione maschile”, altro che femminile.

ps. Il video linkato nell’articolo lo avevamo postato QUI

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Aggiornamento di venerdì 15 settembre: Vincenzo D’Anna, senatore di Ala, in quella che Repubblica definisce una “provocazione” e che invece, portata agli estremi, rende molto visibile quello che ho cercato di spiegare qui sopra:

Sono abbastanza vecchio per ricordarmi donne più accorte. Una donna aggredita da un cingalese alle tre di mattina un tempo non ci sarebbe mai stata. La donna porta con sé l’idea del corpo, l’idea della preda. Se si trova in una zona di periferia, sola in mezzo alla strada, può anche essere oggetto di un’aggressione. Non giustifico gli stupratori gli darei 30 anni di carcere, ma serve attenzione e cautela da parte delle donne. Se cammina un uomo solo alle tre di notte non gli succede niente, se cammina una bella ragazza, magari vestita in modo provocante, e si trova in determinati ambienti, si espone. Qui tutti vogliono fare tutto. Io non sono un maschilista, ma il corpo della donna è oggetto e fonte di desiderio da parte dell’uomo. È un istinto, sarà primordiale, sarà ancestrale, quello che volete. Molte volte servirebbe un minimo di cautela. Le donne lo devono pensare che c’è gente in giro che può fargli del male. Le donne hanno un appeal che è diverso dagli uomini, potrei parlare degli ormoni, dell’aggressività. Certe volte un tipo di abbigliamento, un tipo di contesto, fa pensare a dei soggetti che siano una manifestazione di disponibilità da parte della donna. Serve un poco di buonsenso, un poco di cautela, alle donne non farebbe male.

Utopia per realisti

La via capitalistica al comunismo? Forse c’è

Intervista. Lo storico e giornalista olandese Rutger Bregman è ospite oggi a Pordenonelegge con il suo «Utopia per realisti», pubblicato da Feltrinelli. «Il reddito di base universale non è né di destra né di sinistra. In America ci provò Nixon, ma i democratici lo bocciarono».

di Roberto Ciccarelli – ilmanifesto.info, 17 settembre 2017

Nel suo libro Utopia per realisti (Feltrinelli) lo storico Rutger Bregman propone un’idea semplice: un reddito di base universale per sradicare la povertà e sganciare i bisogni dell’essere umano dalla schiavitù del lavoro. Il cibo, la casa, l’istruzione dovrebbero essere garantiti a tutti, in maniera incondizionata. Non un favore, ma un diritto fondamentale. A ben vedere però l’idea non sembra essere di così facile applicazione: il lavorismo che pervade le culture di sinistra e di destra, e quella di coloro che pensano che entrambe siano superate; lo Stato sociale trasformato in un «workfare» e, al fondo, il rischio che si parli di reddito per liquidare uno Stato sociale non proprio in forma smagliante. Bregman, in Italia ospite a Pordenonelegge (oggi il suo intervento) non si scompone e si fa forte di quello che Ernst Bloch ha definito lo «spirito dell’utopia».

Lei sostiene la creazione di un reddito di base universale per coprire le spese vive di ciascuno – 12 mila euro all’anno, all’incirca. Come intende realizzarlo?
Esistono molte strade che portano all’utopia, ma tutte partono con nuove idee che vengono spesso liquidate come folli o irrealistiche. Solo cinque anni fa, l’idea di un reddito di base era completamente dimenticata. Ora sta conquistando il mondo. Già nel 1974 fu sperimentato a Dauphin in Canada. è stato l’esperimento più lungo di reddito ed è stato dimostrato che la povertà crollò tra gli abitanti, come il tasso di ospedalizzazione e le violenze domestiche. Le persone non lasciarono il lavoro, ma si impegnavano diversamente. Le uniche che lavoravano di meno erano le giovani madri e gli studenti che restavano a scuola di più. La Finlandia ha iniziato e lo sta sperimentando. In Olanda si sta pensando di procedere in diverse città. Potrebbe essere applicato anche in Italia. Se vuoi viaggiare su una lunga distanza, hai bisogno di fare un mucchio di piccoli passi.

Si può immaginare che lei stia pensando di tassare i ricchi, e non il ceto medio impoverito o le classi lavoratrici. E combattere anche l’evasione delle multinazionali. Ma i ricchi sono molto bravi a difendere i loro soldi. Ci può spiegare come pensa di convincerli?
Un reddito di base è un investimento che si paga da solo. Esiste un’enorme quantità di ricerche scientifiche che mostra come i costi per la protezione della salute scendano, come i crimini, mentre i bambini godrebbero di condizioni migliori per incrementare il loro rendimento scolastico. È una soluzione «win-win». Anche i ricchi otterrebbero dei benefici. Sradicare la povertà è un investimento che paga.

Tra le sue proposte, c’è anche la riduzione della settimana lavorativa a quindici ore. Come intende realizzare questo obiettivo?
È una proposta intrecciata con quella del reddito. Abbiamo la capacità di tagliare un grande pezzo dalla nostra settimana di lavoro. Renderebbe le nostre società molto più salutari e, oltre tutto, metterebbe fine alle attività inutili e ai compiti dannosi che costellano gli impieghi contemporanei. Un sondaggio ha dimostrato che il 37% dei lavoratori britannici pensa di svolgere mestieri-spazzatura. La riduzione della settimana e un reddito di base potrebbero essere gli strumenti per offrire a ciascuno l’opportunità di dedicarsi alla cura dei bambini e degli anziani. Molti studi dimostrano che chi lavora meno è più soddisfatto della propria esistenza.
Un sondaggio condotto tra le donne tedesche ha definito il «giorno perfetto»: 106 minuti dedicati alle relazioni personali, 36 al lavoro e 33 agli spostamenti. La redistribuzione delle ore lavorate potrebbe seguire due assi: quello della parità tra i sessi e un patto tra le generazioni.

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Rutger Bregman

Per la sinistra il reddito di base è l’opposto del lavoro. Com’è nato il pregiudizio lavorista nelle culture socialdemocratiche e marxiste e cosa risponde alle loro obiezioni moralistiche e pessimistiche su questo tema?
Credo che il reddito di base sia la politica più favorevole alla creazione di lavoro che esista oggi sul pianeta. Per la prima volta nella storia tutti, e non solo i ricchi, potranno avere il privilegio di dire «no» a quello che non vogliono fare. Tutti potranno avere la libertà di decidere da soli sul modo in cui intendono contribuire al bene comune – sia che si tratti di lavoro retribuito che di attività volontaria. Il problema con la vecchia sinistra è che, troppo spesso, non si fida delle persone e della loro libera capacità di fare delle scelte. Esiste un’incredibile quantità di paternalismo a sinistra. Credo invece che i veri esperti sulla vita delle persone siano le persone stesse.

Al reddito di base hanno pensato anche i conservatori. Nel suo libro ricostruisce la storia sconosciuta di Richard Nixon che decise di introdurlo negli Stati Uniti. Che cosa accadde poi?
Non sono in molti oggi a ricordare che alla fine degli anni Sessanta quasi tutti credevano che gli Stati Uniti avrebbero dovuto sviluppare una qualche forma di reddito di base universale. Sia la destra che la sinistra erano favorevoli. Così Nixon pensò: se tutti lo vogliono, allora facciamolo. La sua legge sul reddito di base andò due volte in parlamento, ma fu abbattuta dai democratici. Non perché fossero contrari, ma perché lo ritenevano troppo basso! È una storia abbastanza bizzarra, piena di strane contingenze. Avrebbe potuto andare in maniera opposta.

La sinistra crede anche che la proposta di reddito di base coincida con quella di Milton Friedman che la definì un’imposta personale che, al di sotto di un minimo imponibile, si trasforma in un sussidio. L’effetto di questo strumento fiscale potrebbe essere quello di sostituire il welfare universale. Qual è, invece, la sua definizione?
Alcuni liberisti statunitensi vogliono abolire lo Stato sociale in cambio di una piccola mancia agli individui. Ma questo non è affatto quello che sostengo. È evidente che il Welfare esistente sia incredibilmente dispendioso e in più inefficiente, oltre che umiliante per le persone. È necessario sperimentare qualcosa di nuovo. L’idea di reddito di base supera la distinzione tra destra e sinistra. Nel senso che è di sinistra l’idea di sradicare la povertà, ed è di destra il fatto che promuove la libertà individuale. In realtà, sono convinto che il reddito possa essere davvero il coronamento della socialdemocrazia. O, come l’ha definito un filosofo, la «via capitalistica al comunismo».

Che cosa risponde a chi, tra i lettori della nostra intervista, pensasse che le sue posizioni sono troppo utopistiche e poco realistiche?
Ogni pietra miliare della civiltà – la fine della schiavitù, la democrazia, lo Stato sociale – è stata concepita inizialmente come una fantasia utopica. Oscar Wilde ha scritto una volta: «Il progresso è la realizzazione dell’Utopia».