acqua

Stop Madia!!!

segnalato da Barbara G.

STOP MADIA! Lettura guidata ad un decreto/manifesto liberista

FERMARE LE PRIVATIZZAZIONI, DIFENDERE IL REFERENDUM SULL’ACQUA

FUORI I BENI COMUNI DAL MERCATO

di Marco Bersani, 23/03/2016

Contesto

Nel giugno 2011, oltre 26 milioni di cittadini hanno votato “SI” a due referendum sull’acqua, determinando, con la vittoria del primo quesito, l’abrogazione dell’obbligo di privatizzazione di tutti i servizi pubblici locali e, con la vittoria del secondo quesito, l’abrogazione dei profitti dalla tariffa del servizio idrico integrato.

Si è trattato, in maniera evidente, di un pronunciamento di massa contro le privatizzazioni e per la gestione pubblica di tutti i servizi pubblici locali.

E, nel caso dell’acqua, come ha ben specificato la Corte Costituzionale, con sentenza n. 26 del 2011, si è perseguita chiaramente:“(..) la finalità di rendere estraneo alle logiche del profitto il governo e la gestione dell’acqua”.

Si inserisce dentro questo contesto il Testo unico sui servizi pubblici locali di interesse economico generale, decreto attuativo della Legge Delega n. 124/2015, che definisce invece con le seguenti parole l’attuale quadro normativo: “(..) risultato di una serie di interventi disorganici che hanno oscillato tra la promozione delle forme pubbliche di gestione e gli incentivi più o meno marcati all’affidamento a terzi mediante gara” (relazione illustrativa, pag.1), includendo nella generazione di confusione normativa i referendum abrogativi e la sentenza della Corte Costituzionale n. 199/2012 (che difendeva l’esito referendario).

Un testo per mettere ordine, parrebbe.

Ma in quale direzione, lo esplicita subito (sez. 1, paragrafo B) l’Analisi di Impatto della Regolamentazione, allegata al testo di legge.

Fra gli obiettivi a breve termine, viene indicata “la riduzione della gestione pubblica ai soli casi di stretta necessità”, mentre sono obiettivi di lungo periodo: “garantire la razionalizzazione delle modalità di gestione dei servizi pubblici locali, in un’ottica di rafforzamento del ruolo dei soggetti privati e “attuare i principi di economicità ed efficienza nella gestione dei servizi pubblici locali, anche al fine di valorizzare il principio della concorrenza.

Si tratta, in tutta evidenza, di un decreto che si prefigge, cinque anni dopo la vittoria referendaria sull’acqua, la chiusura di quell’anomalia e la privatizzazione dei servizi pubblici locali.

Finalità

Altrettanto illuminanti sono le finalità della legge, così come descritte all’art.4.

Mentre il comma 1 recita incredibilmente la volontà di “affermare la centralità del cittadino nell’organizzazione e produzione dei servizi  pubblici locali di interesse economico generale, anche favorendo forme di partecipazione attiva”, il comma 2, aprendosi con le parole “In particolare” (quindi volendo rendere concreto quanto asserito nel comma 1) dice testualmente: “(..) le disposizioni del presente decreto promuovono la concorrenza, la libertà di stabilimento e la libertà di prestazione dei servizi di tutti gli operatori economici interessati alla gestione dei servizi pubblici locali di interesse economico generale”

Una definizione che ricalca pedissequamente quella utilizzata in tutti i trattati di libero scambio, dall’Accordo Generale sul Commercio dei Servizi del WTO al più recente TTIP.

Funzione dei Comuni

L’art. 5 del testo sottolinea il ruolo dei comuni e delle città metropolitane, dichiarando, al comma 1 “funzione fondamentale”degli stessi “l’individuazione delle attività di produzione di beni e servizi di interesse economico generale”.

Peccato che, immediatamente dopo, e per tutto il testo della legge, questa funzione sia immediatamente misconosciuta: comuni e città metropolitane, infatti, per individuare i servizi pubblici, devono effettuare preventivamente una verifica, anche con forme di consultazione di mercato, sul fatto che tali attività non siano già fornite o fornibili da imprese operanti con regole di mercato (comma 2 e 3); verifica da inoltrare all’Osservatorio del Ministero dell’Economia sui servizi pubblici locali (comma 5).

Chi gestirà i servizi?

Le modalità di gestione sono la polpa del provvedimento normativo, e infatti, per quanto riguarda acqua, rifiuti e trasporto pubblico locale, prevalgono su qualsivoglia normativa di settore (art. 3).

Qui il decreto (art. 2) opera una distinzione fra “servizi pubblici locali di interesse economico generale” e “servizi pubblici locali di interesse economico generale a rete”.

Entrambi sono servizi “erogati dietro corrispettivo economico su un mercato, che non sarebbero svolti senza un intervento pubblico”, i secondi sono “organizzati tramite reti strutturali”.

Il primo principio posto chiaramente sulle modalità di affidamento è che la gestione in economia o mediante azienda speciale è possibile solo per i servizi non a rete (comma 1, lettera d) art.7).

Si tratta di un preciso attacco alle proposte di ripubblicizzazione da parte del movimento per l’acqua, che da sempre propugna la gestione attraverso enti di diritto pubblico, quali le aziende speciali, e di un attacco concreto alla realtà di ABC Napoli, azienda speciale che gestisce il servizio idrico della città partenopea.

Tutti i servizi pubblici locali a rete devono di conseguenza essere gestiti attraverso società per azioni.

Ma, perché sia chiaro quali siano le opzioni privilegiate dal decreto, ecco quali ulteriori vincoli vengono posti, laddove gli enti locali scelgano una società per azioni a totale capitale pubblico.

In questo caso, gli enti locali devono deliberare con provvedimento motivato, dando conto delle ragioni del mancato ricorso al mercato, nonché dell’impossibilità di procedere mediante suddivisione in lotti del servizio per favorire la concorrenza (comma 3, art.7).

Inoltre, il provvedimento deve contenere un piano economico-finanziario con la proiezione, per l’intero periodo della durata dell’affidamento, dei costi e dei ricavi, degli investimenti e dei relativi finanziamenti; tale piano deve specificare inoltre l’assetto economico-patrimoniale della società, il capitale proprio investito e l’ammontare dell’indebitamento, da aggiornare ogni triennio.

Dulcis in fundo, il piano deve essere “asseverato da un istituto di credito” (comma 4, art.7).

Adempiute tutte queste incombenze, l’ente locale dovrà inviare lo schema di atto deliberativo all’Autorità garante della concorrenza e del mercato, per un parere che verrà espresso entro trenta giorni (comma 6, art.7).

Nulla di tutto questo è richiesto per le gestioni attraverso società per azioni a capitale privato o a capitale misto pubblico-privato.

Chi gestirà le reti e gli impianti?

Poiché nulla dev’essere tendenzialmente sottratto al mercato, ecco la possibilità, sempre “per favorire la tutela della concorrenza” di affidare la gestione delle reti, degli impianti e della altre dotazioni patrimoniali separatamente dalla gestione del servizi, nel qual caso l’affidamento dovrà essere fatto ad una società per azioni a totale capitale pubblico, a società a capitale misto pubblico-privato o a società a capitale privato (coma 4, art.9)

Anche in questo caso, la preferenza per le società miste o private si esprime con la possibilità per le stesse di realizzare direttamente e senza gara d’appalto tutti i lavori connessi alla gestione della rete e degli impianti (comma 2, art. 10)

A chi andranno i finanziamenti pubblici?

Domanda retorica: gli eventuali  finanziamenti statali saranno “prioritariamente assegnati ai gestori selezionati tramite procedura di gara ad evidenza pubblica (..) ovvero che abbiano deliberato operazioni di aggregazione societaria” (comma 2, art.33)

Le tariffe remunerano i profitti

Lo schiaffo al referendum non poteva essere reso più evidente: dopo anni con cui i profitti erano stati mascherati nella tariffa sotto la definizione di “oneri finanziari”, viene reintrodotta nella determinazione delle tariffe dei servizi pubblici locali, “l’adeguatezza della remunerazione del capitale investito” (comma 1, lett. d) art. 25), nell’esatta dizione abrogata dal secondo quesito referendario del giungo 2011.

L’Authority e il consumatore

L’ideologia liberista del decreto, trasparente in ogni paragrafo del testo, risulta oltremodo evidente laddove si affrontano le “garanzie” su erogazione e qualità del servizio. Qui scompaiono sia le comunità locali in quanto tali, sia il cittadino-utente: entrambi cedono il passo all’individuo consumatore da una parte -a cui va garantita (art. 24) la carta dei servizi- e l’Authority dall’altra, che, per l’occasione viene ridenominata (art.16): “Autorità per energia, reti e ambiente (ARERA)”.

Diritti garantiti dal mercato

Vale la pena riportare un ulteriore passaggio tratto dall’Analisi di Impatto della Regolamentazione allegata al testo di legge.

Ecco cosa si dice alla sezione 4: “(..) Il decreto attua la delega contenuta nell’articolo 19 della legge 7 agosto 2015, n. 124 e la previsione di limiti e condizioni per l’assunzione del servizio pubblico locale permette di valorizzare il ruolo dei privati, secondo la regola generale che alle esigenze dell’utenza risponde il mercato in libera concorrenza, fatta salva la necessità di garantire a tutti un servizio che non sarebbe svolto senza un intervento pubblico”.

Peccato che il comma c) dell’art. 19 della legge cosi recitasse:individuazione della disciplina generale in materia di regolazione e organizzazione dei servizi di interesse economico generale di ambito locale (..) tenendo conto dell’esito del referendum abrogativo del 12 e 13 giugno 2011

Si tratta quindi di un’ulteriore violazione: il decreto attuativo di una legge delega deve infatti attuare, e non stravolgere, quanto previsto dalla legge delega.

Riflessioni politiche finali

Il decreto Madia prova a chiudere un cerchio: quello aperto dalla straordinaria vittoria referendaria sull’acqua del giugno 2011, sulla quale i diversi governi succedutisi non avevano potuto andare oltre all’ostacolarne l’esito, all’incentivarne la non applicazione, ad impedirne l’attuazione.

Questa volta l’attacco è esplicito: forte di quanto ottenuto con gli attacchi ai diritti del lavoro (Job Acts), alla scuola pubblica (“Buona Scuola”), alla difesa dell’ambiente e dei territori (“Sblocca Italia”), il governo Renzi si sente sufficientemente forte da tentare l’assalto finale, buttando a mare il referendum del 2011 e privatizzando tutti i servizi pubblici locali.

Il rilancio delle privatizzazioni dei servizi pubblici risponde a precisi interessi delle grandi lobby finanziarie che non vedono l’ora di potersi sedere alla tavola imbandita di business regolati da tariffe, flussi di cassa elevati, prevedibili e stabili nel tempo, titoli tendenzialmente poco volatili e molto generosi in termini di dividendi: un banchetto perfetto, che Renzi e Madia hanno deciso di apparecchiare per loro.

Con l’alibi della crisi e la trappola artificialmente costruita del debito pubblico, si cerca di portare a termine la spoliazione delle comunità locali, mercificando i beni comuni e privatizzando i servizi pubblici. Per poter attuare tutto questo, è essenziale sottrarre democrazia. Per questo, lo schiaffo al referendum non è un semplice effetto collaterale del decreto Madia, me ne costituisce il cuore e l’anima.

L’ennesima drammatica partita è appena cominciata. A tutte le donne e gli uomini che da anni si battono per l’acqua, per i beni comuni e per un altro modello sociale il compito di giocarla fino in fondo.

Non dobbiamo permettere a Madia/Renzi ciò che abbiamo impedito a Ronchi/Berlusconi.

Giornata dell’acqua 2016

segnalato da Barbara G.

(purtroppo siamo un po’ in ritardo)

da lifegate.it, 21/03/2016

Giornata dell’acqua. Per una gestione corretta, sostenibile e pubblica

Il 22 marzo è la Giornata dell’acqua. L’editoriale della presidente di Legambiente ripercorre le tappe, dal referendum al disegno di legge, verso una gestione corretta, sostenibile e pubblica della risorsa più preziosa.

Sono passati cinque anni dallo straordinario successo ai referendum del 12 e 13 giugno 2011 ed è rimasto intatto l’entusiasmo dato da quella straordinaria stagione referendaria e la convinzione di tanti, della gran parte degli italiani che lo hanno sancito con il loro voto, che l’acqua è un bene comune, un diritto inalienabile. Quel referendum ha segnato un passaggio decisivo nell’affermare il concetto di gestione pubblica dell’acqua, da cui non è più possibile prescindere, come ricordato con forza anche nel dibattito di questi giorni riguardo la discussione in Parlamento del disegno di legge per l’acqua pubblica. Ma la questione rimane ancora aperta, visto che a quello straordinario risultato elettorale, non è mai seguita una nuova stagione in Italia di gestione pubblica dell’acqua e siamo ancora lontani dalla sua concretizzazione.

Il tema di una gestione del ciclo delle acque corretta, sostenibile e pubblica richiede una riflessione che mette in gioco una nuova idea di governance, che deve tenere insieme il diritto di accesso alla risorsa, la partecipazione attiva delle comunità e dei comuni, le misure legate alla tutela della risorsa idrica o le politiche di adattamento ai cambiamenti climatici, che, come ci ricordano gli impegni presi alla passata Cop 21 di Parigi, presenteranno il conto entro i prossimi 25 anni.

Con questa visione, nella Giornata mondiale dell’acqua, Legambiente insieme agli amici dei comuni virtuosi lancia a bordo del Treno verde in sosta a Salerno un percorso di informazione e analisi sul tema Acqua bene comune per ripartire dai territori. In attesa di un riordino serio della materia e degli ambiti territoriali sono infatti molte le azioni che possono partire dagli enti locali per avviare una stagione di reale gestione pubblica e sostenibile dell’acqua. Per rendere efficiente il servizio idrico bisogna richiamare gli enti locali a una corretta gestione che non si limiti solo a respingere con forza la deriva della privatizzazione, ma ad esempio introduca nuove regole di partecipazione attiva, come previsto anche dalla direttiva europea 2000/60, o intervenga per ammodernare una rete di distribuzione che ancora oggi perde un terzo dell’acqua potabile in tubi colabrodo.

O ancora completi la rete di depurazione, che oggi ancora scarica i reflui di 15 milioni cittadini (pari al 25 per cento del totale) nei fiumi, nei laghi e nel mare. Un ritardo confermato anche da due condanne dell’Europa nei confronti dell’Italia. Accanto a questo resta infine fondamentale promuovere azioni per il controllo della qualità delle acque potabili e la trasparenza delle informazioni verso i cittadini; piuttosto che la diffusione di campagne di sensibilizzazione dei cittadini e nelle scuole per ridurre il non invidiabile primato europeo di consumo di acqua in bottiglia con oltre 190 litri per abitante, che a loro volta causano un uso di oltre 350mila tonnellate di plastica derivata dal petrolio, ovvero l’emissione di un milione di tonnellate di CO2. Un altro pezzo di quella società del dominio delle energie fossili che la modernità sta rottamando anche a colpi di “brocche di acqua del sindaco” nelle mense delle scuole.

Anche se il percorso è ancora lungo, oggi la strada è segnata e non è più possibile tornare indietro. Un risultato ottenuto grazie al voto di milioni di italiani. Un punto di forza che dobbiamo tenere ben presente anche il prossimo 17 aprile, quando saremo chiamati nuovamente ad essere protagonisti del futuro di questo Paese. Stavolta il voto riguarda lo stop alle fonti fossili, per un modello energetico pulito, democratico e distribuito che già oggi si sta diffondendo. Per ottenerlo è importante essere di nuovo in tanti a votare, e a votare sì.

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Il 22 marzo è la Giornata mondiale dell’acqua

L’edizione di quest’anno è dedicata al ruolo centrale che l’acqua svolge nella creazione di posti di lavoro.

L’acqua è sinonimo di vita. Da essa ha avuto origine la vita sul nostro pianeta e senza di essa cesserebbe di esistere. Il nostro corpo è composto per due terzi da acqua, come la Terra. L’acqua è il filo conduttore dell’esistenza umana, partendo da quei pesci strisciati fuori dal brodo primordiale per avventurarsi sulla terraferma, passando per tutte le civiltà sorte vicino alle coste o lungo i fiumi.

Il 22 marzo si celebra simbolicamente questo indispensabile elemento, si festeggia infatti la Giornata mondiale dell’acqua, istituita dalle Nazioni Unite nel 1993 per evidenziare l’importanza dell’acqua e la necessità di preservarla e renderla accessibile a tutti. Sono infatti circa 750 milioni, secondo l’Unicef, le persone nel mondo che non hanno accesso all’acqua potabile, mentre noi l’abbiamo perfino nel gabinetto.

L’acqua è essenziale per sopravvivere e per proteggere la propria salute, un terzo della popolazione mondiale non ha accesso a servizi igienici adeguati, ma è anche di vitale importanza per la creazione di posti di lavoro e per sostenere lo sviluppo economico, sociale e umano. L’edizione del 2016, il cui slogan è “Better water, better jobs”, è dedicata proprio al ruolo centrale che l’acqua svolge nella creazione di posti di lavoro.

Attualmente circa la metà dei lavoratori del pianeta lavora in settori legati all’acqua, anche i restanti lavori, indipendentemente dal settore, sono direttamente connessi all’acqua. Ciononostante i diritti fondamentali di questi lavoratori spesso non sono riconosciuti né rispettati. Ma la disponibilità di acqua di qualità e in quantità può cambiare la vita e i mezzi di sussistenza dei lavoratori, e al contempo trasformare le società e le economie.

In occasione della giornata, che mira ad evidenziare la necessità di un consumo responsabile delle risorse idriche sia a livello personale che globale, sono previste numerose iniziative organizzate in tutto il mondo.

In Italia diversi eventi sono promossi dal Politecnico di Milano, nel capoluogo lombardo, presso gli edifici di piazza Leonardo da Vinci 32, sono in programma il workshop “L’acqua e l’ingegneria: oggi e domani”, uno spazio espositivo intitolato “I mille volti dell’acqua”, il concorso fotografico “Acqua: sfide e opportunità” e seminari e conferenze che si svolgeranno tra le 14 e le 19 (presso l’Aula Beltrami e l’Aula Castigliano).

Green Cross Italia, ong ambientalista per lo sviluppo sostenibile, lancia invece la quarta edizione della campagna Salva la goccia e chiede a scuole, insegnanti, studenti, famiglie e singoli cittadini di contribuire al risparmio idrico. “È possibile aderire all’iniziativa compiendo azioni virtuose fino al 22 marzo 2016 – si legge nel comunicato di Green Cross. – La partecipazione non richiede atti straordinari ma semplici gesti di razionalizzazione dei consumi dell’acqua, che consentono di sperimentare in prima persona le buone pratiche di riduzione degli sprechi”.

Le scuole che parteciperanno alla campagna Salva la goccia 2016 riceveranno un diploma e potranno entrare a far parte del Green school network di Green Cross Italia. La riduzione dei consumi domestici può avere benefici sorprendenti, consente di lasciare più acqua in fiumi e falde, produrre meno inquinamento idrico e consumare meno energia.

Per l’edizione 2016 della campagna Salva la goccia Green Cross ha scelto quelle persone che lavorano con l’acqua e che amano l’acqua. Dalla conduttrice televisiva al campione olimpico del kayak, dallo chef stellato alla poetessa candidata al Nobel, fino allo scienziato che si batte per l’adozione delle tecnologie pulite. Caterina Balivo, Daniele Molmenti, Giulio Dressino e Daniele Scarpa, Marcia Theophilo, Andrea Zitolo sono solo alcuni tra gli “eroi dell’acqua” che testimoniano l’importanza di tutelare le risorse idriche e limitare gli sprechi nella vita di tutti i giorni.

L’abbiamo troppo spesso data per scontata, ma l’acqua non è una risorsa infinita. Ad essa sono legati il clima, l’agricoltura, la salute e la vita stessa del pianeta. Gli hashtag di riferimento sui social network sono #WaterIsWork e #WorldWaterDay.

I grandi affari sotto il pelo dell’acqua

di Roberto Lessio e Marco Omizzolo – 26 ottobre 2015 – il manifesto

Tra le grandi con­trad­di­zioni che Ale­xis Tsi­pras dovrà scio­gliere ce n’è una che atte­sta tutta l’ipocrisia del capi­ta­li­smo e che riguarda anche il nostro paese. In breve: con gli accordi per il sal­va­tag­gio mone­ta­rio fir­mati dal governo e rati­fi­cati dal Par­la­mento quest’estate, la Gre­cia si è impe­gnata a soste­nere un pro­gramma di pri­va­tiz­za­zione dei ser­vizi idrici, par­tendo dalle città di Salo­nicco e Atene. La con­trad­di­zione sta nel fatto che nelle capi­tali dei due paesi con­si­de­rati lea­der dell’Ue, Fran­cia e Ger­ma­nia, i cit­ta­dini hanno già can­cel­lato le rela­tive pri­va­tiz­za­zioni dell’acqua con il loro voto. A Parigi la gestione era stata affi­data alle due mul­ti­na­zio­nali fran­cesi Veo­lia e GdF-Suez (quest’ultima nata dalla fusione tra Gas de France e Suez). Si tratta delle due aziende più grandi al mondo sia nei ser­vizi idrici che nello smal­ti­mento dei rifiuti, eppure espulse dal mer­cato per via refe­ren­da­ria. Per otte­nere la con­ferma del man­dato nelle ele­zioni del 2008 il sin­daco socia­li­sta Ber­trand Dela­noë aveva garan­tito il ritorno alla gestione inte­ra­mente pub­blica e gli elet­tori lo ave­vano pre­miato con il 70% dei voti. E infatti dal 1° gen­naio 2010 le bol­lette dell’acqua sono state abbas­sate e ci sono stati con­si­stenti risparmi di gestione. A Ber­lino invece il comune ha riscat­tato prima le quote dete­nute dalla mul­ti­na­zio­nale elet­trica tede­sca RWE per 658 milioni di euro e poi quelle di Veo­lia per 590 milioni. Anche in que­sto caso è stata rispet­tata la volontà degli elet­tori mani­fe­stata con un refe­ren­dum nel feb­braio 2011 con il quale 666mila ber­li­nesi si erano espressi per la ripub­bli­ciz­za­zione del ser­vi­zio. Altre otto città tede­sche, tra le quali Stoc­carda, hanno fatto la stessa scelta.

Ora anche in Gre­cia i cit­ta­dini dovranno ascol­tare la bella pre­dica della pri­va­tiz­za­zione. E que­sto dovrebbe acca­dere anche se già nel 2014 la Corte costi­tu­zio­nale elle­nica aveva sta­bi­lito che la ven­dita del ser­vi­zio idrico di Atene, voluta dal pre­ce­dente governo Sama­ras, è inco­sti­tu­zio­nale. La spe­ranza delle lobby dei ser­vizi idrici e delle loro appen­dici poli­ti­che è che accada qual­cosa di simile a quanto avve­nuto e sta avve­nendo nel nostro paese, mal­grado il risul­tato dei refe­ren­dum del 12 e 13 giu­gno 2011. Alcune sen­tenze della nostra Corte costi­tu­zio­nale dicono che il governo non può legi­fe­rare su norme modi­fi­cate dal voto popo­lare prima che siano pas­sati cin­que anni. La stra­te­gia adot­tata pre­vede invece di fare le stesse cose ma con pic­cole modi­fi­che. L’ultima l’ha appor­tata Renzi con la rein­tro­du­zione della pos­si­bi­lità di ven­dere ai pri­vati le quote in pos­sesso dei comuni nelle società che svol­gono i ser­vizi pub­blici: il mal­loppo così otte­nuto resterà fuori dal patto di stabilità.

Da tempo le due mul­ti­na­zio­nali sono pre­senti anche in Ita­lia e in qual­che caso, anche se indi­ret­ta­mente, sono socie tra loro. La giran­dola di inte­ressi che le carat­te­riz­zano è molto vicina sia al nostro governo che a quello fran­cese e tede­sco. Il gruppo GdF-Suez ad esem­pio è pre­sente in Acea Spa che, oltre alla capi­tale, gesti­sce l’acqua in cin­que dei sette ambiti ter­ri­to­riali della Toscana (inclusa Firenze), in Umbria, Fro­si­none e nel com­pren­so­rio sarnese-vesuviano in Cam­pa­nia. Acea, attra­verso Crea Gestioni Srl, è azio­ni­sta della Geal di Lucca, nel cui capi­tale sociale tro­viamo Veo­lia. Quest’altra mul­ti­na­zio­nale con­trolla la società Siba, che a sua volta è socia di GdF-Suez (attra­verso Degre­mont) nei due Con­sorzi che hanno costruito il mega depu­ra­tore di Milano: Milano Depur Scarl e Nosedo Scarl. Nel secondo con­sor­zio è azio­ni­sta anche la Lega delle Coo­pe­ra­tive, attra­verso Unieco. La Lega­coop, della quale era Pre­si­dente l’attuale mini­stro Giu­liano Poletti, è poi socia della stessa Acea negli ambiti toscani, insieme al Monte dei Paschi di Siena e al gruppo Cal­ta­gi­rone, altro grande azio­ni­sta di Acea.

Sia GdF-Suez che Veo­lia invece sono par­te­ci­pate dall’equivalente fran­cese della nostra Cassa Depo­siti e Pre­stiti: que­sta par­te­ci­pa­zione rap­pre­senta il modello finan­zia­rio che si vor­rebbe appli­care anche in Ita­lia. Il governo tede­sco è l’attuale pro­prie­ta­rio, sem­pre in via indi­retta, della Depfa Bank: banca pri­va­tiz­zata nel 1992 e tra­sfe­rita in Irlanda nel 2002 per motivi fiscali, spe­cia­liz­zata negli inve­sti­menti nel set­tore pub­blico in Gre­cia, Irlanda, Spa­gna e Ita­lia, acqui­stata dalla Hypo R.E. Bank (il secondo gruppo ban­ca­rio tede­sco negli inve­sti­menti immo­bi­liari) alla vigi­lia dello scop­pio della crisi finan­zia­ria del 2008. Que­sto gruppo poi è stato sal­vato dal governo tede­sco con 10 miliardi di euro come finan­zia­mento diretto e 142 miliardi sotto forma di garanzie.

Il motivo della nazio­na­liz­za­zione di Hypo risiede nella quan­tità enorme di titoli tos­sici che Depfa aveva nel suo bilan­cio. Pro­prio que­sta banca in Ita­lia ha finan­ziato, tra gli altri, le gestioni di Sori­cal in Cala­bria e di Acqua­la­tina nel basso Lazio. Entrambe società pubblico-private che hanno come part­ner Veo­lia, la quale, attra­verso Siba è a sua volta azio­ni­sta dell’Acquedotto Cam­pano e di Sici­lac­que. Veo­lia, in sostanza, sarà l’avversario prin­ci­pale del Pre­si­dente della Regione Sici­lia Rosa­rio Cro­cetta dopo la recente deli­bera regio­nale che vuole far tor­nare pub­blico l’intero ser­vi­zio idrico dell’isola.

Se vuole farsi un’idea di come fun­ziona l’intero mec­ca­ni­smo, Tsi­pras può fare una visita nel comune di Apri­lia. Per giu­sti­fi­carsi con la popo­la­zione rima­sta senz’acqua nelle ultime set­ti­mane, Acqua­la­tina ha dichia­rato che ciò era dovuto ai «con­sumi ano­mali» che si sta­vano veri­fi­cando in città, salvo poi sco­prire che la causa era una gigan­te­sca per­dita che per­du­rava da tempo in un quar­tiere peri­fe­rico. Dai rap­porti sulle gestioni di que­sta società si sco­pre che la per­cen­tuale di per­dite nel 2002, quando è suben­trata alle gestioni comu­nali, era del 74%: lo scorso anno le mede­sime disper­sioni sono state del 69% in tutta la rete. In com­penso ogni anno Acqua­la­tina, della quale sono pro­prie­tari al 51% i comuni pon­tini, paga fior di euro sui pro­dotti finan­ziari deri­vati sot­to­scritti con la banca nazio­na­liz­zata dal governo tedesco.

Sicilia a secco

segnalato da Barbara G.

La mappa della Sicilia rimasta a secco. Il viaggio dell’acqua in mano ai privati

Perdite nelle condotte, guasti agli impianti di potabilizzazione, problemi nei bacini idrici incastonati nelle montagne. Al centro di tutto c’è Siciliacque, la società partecipata dalla regione ma a maggioranza privata, con una concessione quarantennale. E la lista delle città dove l’oro blu è un lusso si allunga.

di Claudia Campese e Salvo Catalano – meridionews.it, 11/11/2015

Mezza Sicilia passa le giornate a cercare acqua, riempire i serbatoi e centellinare il prezioso liquido. Da Messina ad Agrigento, passando per le province dell’interno, i problemi sono simili, così come i protagonisti. Su tutti Siciliacque, la società partecipata dalla Regione (per il 25 per cento) e dalla multinazionale francese Veolia. È la spa a vendere l’acqua ai gestori privati, afflitti a loro volta da problemi di diversa natura. Ed è sempre Siciliacque a gestire i principali bacini idrici, spesso in contesti naturalistici incantevoli.

Se Caltanissetta ed Enna soffrono la sete lo devono alle carenze nella gestione da parte di Siciliacque del bacino artificale dell’Ancipa. Creato negli anni ’50 dall’Enel che con una diga bloccò il torrente Troina, si trova sui Nebrodi, a cavallo delle province di Enna e Messina. È un guasto al sistema di potabilizzazione delle acque ad aver costretto per diversi giorni senza acqua Enna e i Comuni di Piazza Armerina, Valguarnera, Aidone e Pietraperzia. A Caltanissetta, invece, dal 7 novembre i cittadini si riforniscono di acqua potabile dalle autobotti. Il sindaco ha infatti vietato l’uso a fini alimentari di quella che esce dai rubinetti. Stessa situazione a Gela, dove però l’emergenza è diventata normalità, visto che questi problemi si registrano dal 2007. Poco distante, a Niscemi, l’erogazione in alcuni quartieri avviene ogni 10-15 giorni e l’acqua arriva dalla diga Blufi, nel Palermitano, un viaggio di 140 chilometri segnato da perdite e guasti.

Cinque giorni fa è scattato l’allarme ad Agrigento, Ravanusa, Campobello di Licata e Canicattì: sono stati trovati batteri nell’acqua che proviene dal bacino di Fanaco, pure questo gestito da Siciliacque, e che arriva nelle case grazie aGirgenti Acque. Solo l’ultimo dei disservizi, visto il lungo elenco di problemi che grava sulla società dell’imprenditore Campione: per tre anni senza certificazione antimafia, il costo del servizio alle stelle, distacchi selvaggi, indagini sul depuratore di Ribera, mancanza di certificazione del bilancio 2013, un procuratore aggiunto che definisce Girgenti Acque «un assumificio», cittadini costretti a cucinare con l’acqua in bottiglia, casi di dubbia trasparenza come quello legato alle bollette Enel, indagini per truffa, riparazioni che non vengono effettuate da mesi, l’utilizzo, a Licata, del depuratore nonostante l’espresso diniego di scarico della Regione.

Siciliacque e il suo socio di maggioranza, la francese Veolia, sono stati recentemente oggetto di critica da parte del sindaco di Messina, Renato Accorinti. Il primo cittadino ha più volte denunciato che la spa, che controlla l’acquedotto Alcantara, vende l’oro blu a un prezzo troppo alto. Motivo per cui negli anni scorsi la città dello Stretto ha deciso di fare a meno di quella fonte, approvvigionandosi soltanto dalla condotta Fiumefreddo, nei giorni scorsi colpita dalla frana a Calatabiano. La concessione che lega Siciliacque alla Regione ha una durata quarantennale.

 

Acqua shock

Segnalato da Barbara G.

ACQUA SHOCK, IN MOSTRA A MILANO GLI SCATTI DI EDWARD BURTYNSKY

di Elena de Stabile – espresso.repubblica.it, 02/09/2015

Centrale termica di Cerro Prieto

Una raccolta di fotografie per analizzare tutti gli aspetti connessi all’origine e all’utilizzo dell’acqua: dal delta dei fiumi ai pozzi a gradini, dalle colture acquatiche alle irrigazioni a pivot centrale, dai paesaggi disidratati alle sorgenti indispensabili. Le immagini realizzate dal fotografo canadese Edward Burtynsky sono raccolte nella mostra intitolata “Acqua Shock”, in programma dal 3 settembre al 1 novembre a Palazzo della Ragione a Milano, a cura di Enrica Viganò. “Dobbiamo imparare a pensare più a lungo termine alle conseguenze di ciò che stiamo facendo, mentre lo stiamo facendo – afferma l’autore – La mia speranza è che queste immagini stimolino un pensiero rivolto a quegli elementi essenziali per la nostra sopravvivenza che spesso diamo per scontati, finché non scompaiono”.

Riserva indiana Salt River Pima – Maricopa

Acqua Shock

Milano – Palazzo della Ragione

03/09/2015 – 01/11/2015

Per info: sito web

Troppo virtuosi per essere veri

segnalato da Barbara G.

di Natalino Balasso

Il comune di Saracena, in provincia di Cosenza, viene punito perché l’acqua costa troppo poco. Il sindaco si sfoga così: “Invece di premiare, il governo Italiano infraziona un piccolo comune che gestisce bene le risorse idriche, ha realizzato un modello che dovrebbe essere esportato negli altri comuni italiani e fa pagare l’acqua il giusto, non poco. Facciamo pagare solo i costi che l’ente affronta. Se io avessi fatto pagare l’acqua 600 euro a famiglia all’anno piuttosto che 170 euro non sarei stato punito”.

Eh sì, perché è proprio così che funziona, il reato è proprio quello di realizzare un modello che potrebbe essere esportato, e se fosse esportato, dimostrerebbe che i beni comuni possono essere gestiti senza bisogno di strutture costosissime, che sono spinte dal mondo della mediazione burocratica, dei sindacati e delle mafie, per creare posti di lavoro che vengono pagati dalle famiglie perché i genitori abbiano il lavoro per mantenere la famiglia. Se i comuni gestissero direttamente i propri beni, dall’acqua ai teatri, ai cinema comunali (altro che multiplex!) dal territorio alle strutture sanitarie, dai parcheggi ai servizi in genere, senza servirsi di società, cooperative finte ed enti di turboburocrazia, risparmierebbero moltissimo, creerebbero occupazione interna e non ci sarebbe bisogno dell’ingombrante e poco efficace mondo della mediazione e dei servizi per conto terzi. Non ci sarebbe bisogno dei moderni mercanti di schiavi che sono le società e le cooperative per l’impiego. Ma ci sarebbe anche bisogno di amministratori capaci e di competenze vere. Se si mettesse in pratica un modello così, dove andremmo a finire? Si comincerebbe a chiedersi se i beni comuni debbano essere una risorsa per la comunità o un altro anello del marketing. Vorrai mica che qualcuno cominci a chiedersi se per caso non ci siamo incartati in un loop nel quale bisogna consumare per poter dire di essere vivi, bisogna sperare in un terremoto per poter lavorare, si arriva ad appiccare incendi per essere assunti nell’antincendio. Qualcuno comincerebbe a chiedersi di cosa abbiamo bisogno veramente, magari potrebbe addirittura mettersi a pensare. Qualcuno potrebbe cominciare a notare che in Italia ci sono almeno 500.000 case vuote di troppo, che sono state scaricate nel territorio valanghe di cemento che aumentano la possibilità di alluvioni, che intensificano il caldo (altroché temperatura percepita!), che stiamo regalando miliardi di euro alle mafie per poter “far funzionare” il paradosso del lavoro.

Il sindaco di Saracena non lo sa, forse non ne è consapevole, ma con la sua scelta rischia di mettere in atto un meccanismo rivoluzionario nel quale i cittadini finirebbero per essere animali pensanti e non servomeccanismi votanti. Faccia una cosa, signor sindaco, faccia pagare 600 euro a famiglia, gli dica che ci sono sacrifici da fare per far funzionare il sistema.

La notizia QUI

Referendum, 4 anni dopo

segnalato da Barbara G.

Il controllo pubblico e il ruolo dei colossi quotati, in un articolo di Luca Martinelli – altreconomia.it, 12/06/2015

Il 12 e 13 giugno 2011 oltre 27 milioni di italiani votarono i quesiti sui servizi pubblici locali. Oggi Napoli ha affidato il servizio ad “Acqua bene comune”, mentre Reggio Emilia ha preparato una ri-pubblicizzazione che oggi è messa in discussione (e per questo sabato 13 giugno in città si terrà una manifestazione). Ecco chi cerca di tradurre in pratica i “2 sì per l’acqua bene comune”.

“Napule è mille culure” cantava Pino Daniele. Uno è senz’altro l’azzurro del mare che bagna la città, e dell’acqua pubblica, e forse per questo i comitati cittadini hanno usato le parole del cantautore scomparso a gennaio 2015 per festeggiare l’affidamento del servizio idrico della città adABC (www.arin.na.it), azienda speciale del Comune di Napoli. ABC significa Acqua Bene Comune: l’azienda, infatti, porta nel nome il dna del referendum del 2011. Il 12 e 13 giugno di quattro anni fa la maggioranza degli italiani manifestò la volontà di affidare ovunque la gestione del servizio idrico integrato a soggetti pubblici, ma si rincorrono nell’ordinamento interventi normativi che vanno in direzione “ostinata e contraria”, nonostante a livello globale si assista prevalentemente a fenomeni di ri-municipalizzazione (vedi l’intervista a p. 24).

Il Comune di Napoli, in controtendenza rispetto al resto del Paese, ha invece deliberato a marzo l’affidamento -per trent’anni-, e ABC si è impegnata entro la fine di ottobre alla presentazione di un Piano industriale: “La delibera del Comune di Napoli è arrivata in un momento particolarmente importante, perché la Regione Campania stava approntando una nuova legge regionale sul servizio idrico integrato che prevede la creazione di un unico ‘ambito territoriale ottimale’ su scala regionale” racconta ad Altreconomia l’avvocato Maurizio Montalto, specialista in Diritto e gestione dell’ambiente e presidente di ABC, una dimensione che secondo Montalto “il pubblico non sarebbe in grado di gestire”. Anche se formalmente nessuno obbliga alla privatizzazione, cioè, la scala prevista potrebbe essere compatibile solo con la presenza di un soggetto privato. Che in Campania ha già un nome, ed è quello di Acea, lamultiutility romana quotata in Borsa, controllata al 51% dal Campidoglio, presente nel capitale di Gori spa – il gestore che opera nell’area sarnese-vesuviana- e di Gesesa, presente in 13 Comuni del beneventano, tra cui il capoluogo. “Gori ha cumulato un debito di circa 270 milioni di euro nei confronti della Regione, e la giunta Caldoro ha deciso di condonarne 70 e rateizzare la restituzione degli altri duecento -spiega Montalto-: per noi, invece, pare impossibile arrivare a rateizzare un debito di 50 milioni di euro”.

Oggi ABC fattura circa 100 milioni di euro all’anno, e ha circa 300mila utenze (nel centro storico e in molti quartieri di Napoli i condòmini hanno un unico contatore). Cittadini che bevono acqua di alta qualità, convogliata grazie ad opere importanti, come l’acquedotto che collega Napoli alle sorgenti del Serino, in provincia di Avellino, lungo circa 60 chilometri.

La legge regionale -la cui approvazione prima della decadenze del consiglio in vista delle elezioni di fine maggio è stata frenata dall’opposizione dei comitati per l’acqua pubblica, http://retecivica-ato3.blogspot.it– avrebbe ridisegnato i bacini idrografici, “scippando” a Napoli le sorgenti più importanti per farle ricadere nell’area di pertinenza di Gori. Montalto invita a considerare Napoli, e il suo golfo, come “assediate con una strategia di tipo bellico, puntando direttamente alle fonti”. Anche l’Acquedotto pugliese (AQP), società per azioni di proprietà della Regione Puglia, a fine marzo 2015 ha stretto con Gori una partnership, salutata dall’ad della società pugliese come “una importante opportunità per perseguire economie di scala a livello di distretto idrografico dell’Appennino meridionale”.

Pure l’AQP prende acqua (di qualità) in Irpinia, riserva importante per tutto il Sud Italia. L’acqua bene comune è del resto una risorsa scarsa, e usi ed abusi agricoli e industriali ne degradano la qualità, come evidenza l’ultimo rapporto Ispra sui pesticidi nelle acque, diffuso a inizio 2015: l’Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale nella sua attività di monitoraggio ha trovato pesticidi nel 56,9% dei 1.355 punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 31,0% dei 2.145 punti di quelle sotterranee.

La presenza di importanti sorgenti è, probabilmente, una delle ragioni che hanno spinto l’ente d’ambito alessandrino ad intimare la consegna delle reti al Comune di Costa Vescovato, che ancora le gestisce in proprio. Gli utenti serviti -500 abitanti sparsi sui colli tortonesi- non paiono sufficienti a muovere l’interesse di un gestore privato. In tutta la provincia, è l’ultimo comune resistente: la consegna delle reti sarebbe “obbligata”, secondo l’ente d’ambito, da quanto previsto nella legge Sblocca-Italia del novembre 2014.

Di avviso diverso è però la Regione Piemonte, che con una circolare ha ribadito la salvaguardia per le gestioni dei Comuni montani sotto i mille abitanti.

Anche nel Lazio, alcuni Comuni dell’Ato 2, quello che “contiene” anche la città di Roma, hanno ricevuto una diffida a consegnare le reti ad AceaAto2, che è il gestore d’ambito. Secondo il Forum italiano dei movimenti per l’acqua (www.acquabenecomune.org) la richiesta sarebbe illegittima, perché nel territorio regionale è in corso una rideterminazione degli ambiti territoriali ottimali, dopo l’approvazione nel 2014 di una nuove legge regionale sul servizio idrico integrato, “Tutela, governo e gestione pubblica delle acque”. Otto enti hanno fatto ricorso al tribunale amministrativo regionale (TAR) del Lazio.

In Parlamento, intanto, avanza l’iter di approvazione della riforma della pubblica amministrazione: gli articoli 13 e 14 del “ddl Madia” (dal nome del ministro proponente, Marianna Madia), che mentre scriviamo è alla Camera in seconda lettura, per l’approvazione definitiva, puntano a limitare drasticamente la possibilità di gestione pubblica e incentivano i processi di aggregazione tra aziende intorno ai quattro colossi multiutilities quotati -che sono A2A, Iren, Hera e Acea-, oltre a favorire la perdita del controllo pubblico dei soggetti gestori. In Emilia-Romagna, così, è già in corso la “discesa” della partecipazione pubblica in Hera dal 51% al 38%. I maggiori azionisti pubblici della società sono il Comune di Bologna (9,99%) e quello di Modena (9,82%).
Pochi chilometri più a Ovest lungo la via Emilia, però, lo scenario è completamente diverso. E Reggio Emilia potrebbe essere, dal 1° gennaio 2016, la seconda città italiana a “realizzare il referendum”, dopo Napoli. “L’affidamento del servizio idrico integrato a Iren Emilia è scaduto a fine 2011” racconta Emiliano Codeluppi, del Comitato acqua bene comune reggiano (www.facebook.com/groups/acquapubblica.re). Sono quasi 4 anni, quindi, che in città e negli altri 44 Comuni della provincia si discute il futuro della rete acquedottistica realizzata (e un tempo gestita) da Agac, la società pubblica reggiana poi “diluitasi” nel decennio scorso prima in Enia e quindi in Iren, entrambe utility quotate in Borsa. “Il Comune di Reggio Emilia, attraverso ATERSIR, l’Agenzia regionale per i servizi, ha incaricato un soggetto terzo di sviluppare un piano di fattibilità dell’affidamento a un soggetto pubblico. A partire dalle indicazioni contenute nel Piano d’ambito, in particolare per quanto riguarda investimenti e tariffe, sono definiti tre scenari, e tutti evidenziano che la nuova azienda pubblica potrebbe sostenere, tranquillamente, il livello di investimenti previsti senza dover ritoccare verso l’alto le tariffe”. Con un documento dell’8 giugno, la direzione provonciale del Partito democratico ha preso posizione contro l’opzione della ri-pubblicizzazione.

La società di consulenza ha calcolato anche il costo di subentro, da riconoscere al vecchio gestore per gli investimenti realizzati e non ancora ammortizzati: servono circa 125 milioni di euro. Come recuperare queste risorse è l’unico elemento di incertezza, insieme alla definizion della natura societaria del nuovo gestore. Le due opzioni possibili sono quelle di una società per azioni al 100% pubblica o di un’azienda speciale, sul modello napoletano. Solo quest’ultima, per statuto, non deve distribuire utili agli azionisti.

Per saperne di più

Il numero di Left in edicola domani, QUI il sommario

Acqua pubblica subito!

segnalato da Barbara G.

Il compleanno del referendum e l’acqua che ancora deve essere ripubblicizzata. la multiutility che si fa difendere dai sindaci per non perdere la faccia, oltre l’acqua…

a Reggio Emilia, un evento regionale, una protesta pacifica che durerà nel tempo…

+++ Ore 17.30 RITROVO in Piazza Casotti +++

Musica, interventi e letture. Partirà verso le 18.30/19 un serpentone blu insieme a manifestanti, bandiere, striscioni, giocolieri, vampiri, attori, tangueri, asini, performer, buskers etc.. Il serpentone girerà per alcune piazze di Reggio ad abbracciare simbolicamente tutti i beni comuni, in ogni piazza una breve sosta in cui succederà di tutto…

+++ Ore 21.30 TAGLIO DELLA TORTA in Piazza Casotti +++

Grande brindisi di compleanno, spegnimento delle candeline e torta per tutti!

A seguire…GRAN FINALE CON CONCERTO

portate tutto quello che volete: bandiere dell’acqua, striscioni, pentole e mestoli per fare casino, bicchieri per brindare, fischietti, palloncini, di tutto e di più!

+++ DALLE ORE 24 scocca l’ ACAMPADA +++

Tende e gazebo sotto il Municipio fino a Lunedì pomeriggio quando si ritroverà il Consiglio Comunale, in mezzo testimonianze, volantinaggi, qualche suonata e una grande CENA popolare domenica sera in cui ognuno porterà qualcosa…

Si scrive acqua, si legge democrazia

Evento facebook QUI

Comitato Provinciale Acqua Bene Comune – Reggio Emilia

tel: 3491967628 – 3484932443

mail: acquapubblica.re@gmail.com

web: http://www.acquapubblica.re.it/

youtube: http://goo.gl/PPqdO

facebook: http://www.facebook.com/groups/acquapubblica.re/

twitter: https://twitter.com/#!/AcquapubblicaRE

FORUM ITALIANO DEI MOVIMENTI PER L’ACQUA

http://www.acquabenecomune.org/

Il caso che ha fatto saltare il coperchio sui tribunali segreti della Banca Mondiale

segnalato da nammgiuseppe

CochabambaWaterRevolt

di Jim Shultz – 26 aprile 2015

E’ in atto un risveglio internazionale riguardo a un’estensione radicale del potere delle imprese, un risveglio che sta al centro di due storici accordi commerciali globali prossimi a essere sottoscritti.

Uno concentra gli Stati Uniti sull’Europa – è il Partenariato Transatlantico sul Commercio e gli Investimenti (TTIP) – e l’altro sull’Asia, nel Partenariato Trans-Pacifico (TPP). Entrambi creerebbero vasti nuovi diritti delle imprese straniere di citare in giudizio governi per vasti importi ogniqualvolta le nazioni modificano le loro politiche pubbliche in modi che potrebbero avere un potenziale impatto sui utili d’impresa.

Questi casi non sarebbero trattati da tribunali nazionali, con la loro relativa trasparenza, bensì da speciali tribunali segreti internazionali.

E’ uno strumento meravigliosamente potente e una doppia vittoria per le imprese: è una macchina per far soldi che saccheggia i tesori pubblici e un potente strumento per soffocare discipline sgradite, il tutto in un’unica confezione. Come ha scritto recentemente la senatrice Elizabeth Warren sul Washington Post: “Dare alle imprese straniere speciali diritti di contestare le nostre leggi fuori dal nostro sistema legale sarebbe un cattivo affare”. Ma è un affare che i legislatori statunitensi si stanno rapidamente preparando a concludere mentre dibattono l’estensione al presidente Obama di usare la “corsia preferenziale” per la promozione del commercio.

Il sistema dei tribunali commerciali a porte chiuse è in circolazione ormai da decenni, annidato come una bomba a orologeria in centinaia di minori accordi commerciali bilaterali tra nazioni. Ma non molto tempo fa il sistema dei tribunali commerciali non era materia di editoriali d’apertura d’alto profilo di senatori statunitensi. Era virtualmente sconosciuto, salvo che presso una piccola squadra di avvocati internazionali e specialisti del commercio.

Il caso che ha portato il sistema a una vasta conoscenza pubblica è nato quindici anni fa, in questo mese, nelle strade di una città in alto nelle Ande. Come quella causa è stata vinta costituisce una potente lezione oggi per le battaglie sul TTIP, il TPP e il tentativo di passare alle imprese globali nuovi poteri legali.

La rivolta dell’acqua

E’ iniziato a Cochabamba, Bolivia, nell’aprile del 2000, quando i cittadini si sono ribellati contro l’acquisizione del sistema idrico pubblico da parte di un’impresa straniera.

In quella che divenne nota come la Rivolta dell’Acqua di Cochabamba migliaia di boliviani affrontarono pallottole e manganelli per riprendersi l’acqua dalla Bechtel, il gigante ingegneristico californiano. Nel giro di settimane dall’acquisizione del sistema idrico pubblico la società boliviana della Bechtel aveva colpito gli utenti dell’acqua con aumenti di prezzo in media superiori al cinquanta per cento, e spesso maggiori. Le famiglie erano poste di fronte alla scelta estrema tra continuare a far correre l’acqua dal rubinetto e apparecchiare la tavola.

Così si ribellarono.

I dimostranti fermarono tre volte questa città di mezzo milione di abitanti con blocchi e scioperi generali. Il governo di destra inviò i soldati e la polizia a difendere il contratto della Bechtel, uccidendo un adolescente e lasciando feriti migliaia di altri. Ma le proteste non fecero che aumentare e alla fine la Bechtel fu costretta a lasciare la Bolivia, restituendo l’acqua a mani pubbliche.

Un anno dopo, tuttavia, la Bechtel contrattaccò, questa volta in un tribunale della Banca Mondiale. La società pretese non solo il milione di dollari investito nel paese, ma anche 50 milioni di dollari in totale, il resto essendo i “profitti” futuri che l’impresa affermava di aver perso andandosene.

La causa della Bechtel contro la Bolivia innescò una seconda ribellione. Questa fu globale e solto altrettanto potente, una campagna d’azione di cittadini che si estese a livello mondiale. Alla fine la Bechtel se ne andò non con i cinquanta milioni di dollari che aveva preteso dai boliviani, ma con solo trenta centesimi e un’immagine pubblica malamente danneggiata. Il caso tolse anche la maschera a un sistema di tribunali commerciali segreti che oggi è al centro del dibattito sugli scambi.

Un sistema ideato a vantaggio delle imprese

Qui in Bolivia una squadra di calcio di qualsiasi altra parte del mondo sarebbe folle a giocare una partita contro una squadra boliviana a La Paz, la capitale della nazione. A quasi 4.000 metri di altezza sul livello del mare la maggior parte degli stranieri incontra grosse difficoltà semplicemente a salire una scala, figuriamoci correre dietro a un pallone per 90 minuti.

La sede legale scelta dalla Bechtel – il Centro Internazionale per la Risoluzione delle Dispute sugli Investimenti della Banca Mondiale (ICSID) – ha una qualità simile. E’ un campo di gioco che piegato pesantemente a vantaggio delle imprese.

Non c’è poca ironia nel fatto che la Bechtel si sia rivolta alla Banca Mondiale, poiché, tanto per cominciare, era stata la Banca Mondiale a mettere in moto la Rivolta dell’Acqua di Cochabamba.

Nel 1997 funzionari della Banca Mondiale fecero della privatizzazione del sistema idrico pubblico di Cochabamba una condizione dei prestiti che la banca stava concedendo per ampliare i servizi idrici nel paese. Così il governo boliviano fu costretto a offrire una concessione quarantennale alla Bechtel, completa di una garanzia di profitti annui del 16 per cento, un contratto da rapina, coperto dalla disponibilità del governo a sparare sul suo stesso popolo, se necessario.

L’ICSID della Banca Mondiale e altri sistemi giudiziari internazionali sono il sogno delle imprese. I tribunali che decidono queste cause sono costituiti da avvocati che passano dall’essere difensori lautamente pagati delle imprese in un caso a giudici presunti imparziali nel successivo, uno sfacciato conflitto d’interessi. E’ un sistema in cui le testimonianze sono normalmente segretate e in cui i casi sono trattati a migliaia di miglia di distanza dalle comunità interessate.

Non sorprendentemente le imprese conseguono una vittoria totale o parziale più di una volta su due.

Il tribunale dell’opinione pubblica

La campagna dei cittadini che attaccò la Bechtel si rifiutò di condurre la sua battaglia entro i confini della confortevole area giudiziaria attentamente scelta dalla Bechtel.

L’organizzazione che dirigo, il Democracy Center, e i nostri alleati boliviani e globali presero invece di mira la Bechtel nel campo di battaglia in cui i movimenti dei cittadini hanno la meglio: il tribunale dell’opinione pubblica. Tale campagna divenne un potente prototipo iniziale di come organizzarsi nell’era di Internet, guidata non tanto da un piano orchestrato grandioso, quanto da pura e semplice ispirazione virale.

Attraverso i nostri articoli e la nostra collaborazione con giornalisti del New Yorker, della PBS e altri, il Democracy Center insistette a raccontare, in continuazione, la potente narrazione di una vittoria di Davide contro Golia sulle strade di Cochabamba. Anche leader della Rivolta dell’Acqua della Bolivia girarono per il mondo a condividere direttamente la loro storia.

Usammo quella storia non solo come un cappio al collo societario della Bechtel ma anche al collo del suo amministratore delegato e omonimo, Riley Bechtel. Diffondemmo persino i suoi indirizzi email privati a migliaia di persone. Quando le persone si rivolgevano a noi per impegnarsi, le armavamo di solide prove e di qualche consiglio sulla strategia, incoraggiandole a intraprendere qualsiasi iniziativa fossero mossi a intraprendere che potesse costruire pressioni sulla società.

Il risultato fu magnifico, uno spettacolo globale di potere dei cittadini.

A San Francisco attivisti bloccarono la direzione generale della Bechtel incatenandosi insieme nell’atrio. Una coalizione locale ottenne anche che la Commissione di Vigilanza di San Francisco approvasse una risoluzione della città che sollecitava la Bechtel a lasciare cadere la sua causa boliviana, proprio mentre la società stava negoziando un grosso contratto con la città.

Ad Amsterdam fu montata una scala all’esterno dell’ufficio locale della Bechtel e la via fu reintitolata all’adolescente uccido dai soldati durante la Rivolta di Cochabamba. A Washington dimostranti picchettarono la casa del presidente della sussidiaria idrica boliviana della Bechtel. Al Vertice della Terra in Sudafrica, l’attiva boliviana Marcela Olivera reclutò organizzazioni per aderire alla “Petizione dei Cittadini alla Banca Mondiale” che chiedeva che la Bechtel abbandonasse la causa. EarthJustice presentò una petizione legale richiedendo la partecipazione del pubblico e l’Institute for Policy Studies mobilitò ONG di Washington.

Da un angolo all’altro del mondo la Bechtel fu sequestrata da lillipuziani arrabbiati che legarono a terra un potente Gulliver imprenditoriale.

Il potere della narrazione

A gennaio 2006 dirigenti assediati della Bechtel volarono in Bolivia e firmarono un accordo con il governo boliviano in base al quale abbandonarono la causa presso la Banca Mondiale in cambio di due lucenti monetine da 1 boliviano, il costo di un biglietto locale d’autobus. Nessun’altra grande impresa, prima o da allora, è mai stata costretta a rinunciare a una grossa causa commerciale dalla pressione di una campagna di cittadini mossale contro.

Alla fine la Bechtel è stata sconfitta da qualcosa di molto semplice: una storia. E’ stata una storia di persone che hanno combattuto per la loro acqua e di una società contenta di vederle uccidere al fine di strizzare i poveri per incassare utili che non si era mai guadagnata. La potente impresa non poté mai sottrarsi al potere morale di tale storia. Abbiamo colpito la Bechtel con essa usando non una sola tattica, ma ogni tattica che abbiamo potuto immaginare, da lettere di avvocati all’azione diretta. Non abbiamo sprecato tempo a discutere quale approccio fosse il migliore.

Le battaglie commerciali che abbiamo oggi di fronte, compresi TPP e TTIP, devono essere anch’esse combattute con storie che traggano il problema fuori dal gergo tecnico e lo rendano popolarmente comprensibile.

E non c’è carenza di storie da raccontare. Il gigante del tabacco Phillip Morris pretende due milioni di dollari dall’Uruguay per il peccato di aver rafforzato gli avvertimenti sulla salute sui pacchetti di sigarette. Il popolo di El Salvador affronta una causa da 300 milioni di dollari da parte di una compagnia mineraria canadese-australiana perché i salvadoregni sono stati capaci di bloccare operazioni minerarie tossiche. La Germania affronta una richiesta di 700 milioni di euro da parte di una compagnia dell’energia nucleare perché, dopo il disastro di Fukushima, movimenti popolari hanno ottenuto una moratoria delle nuove centrali nucleari nel paese.

Raccontare le storie di casi come questi è essenziale per costruire una più vasta consapevolezza pubblica di ciò che è in gioco in questi negoziati arcani: un gioco di potere delle imprese contro la democrazia fondamentale.

“E’ impossibile sopravvalutare l’impatto della vittoria popolare di Cochabamba contro la Bechtel”, ha osservato recentemente Naomi Klein. “In un periodo in cui conseguire vittorie reali sembrava un sogno lontano, abbiamo improvvisamente che era possibile vincere, anche contro una gigantesca multinazionale statunitense”. Nella battaglia del popolo boliviano contro la Bechtel, Davide ha battuto Golia non solo una volta, ma due. Nel mezzo delle attuali battaglie sul commercio, lo spirito di entrambe queste vittorie e le loro lezioni concrete meritano bene il nostro ricordo.

Originale: Foreign Policy in Focus

Traduzione: znetitaly.org