agricoltura

La distruzione del Gran Chaco

segnalato da Barbara G.

Le immagini mai viste della distruzione del Chaco: distese di soia al posto delle foreste

Terreni bruciati, alberi abbattuti. Poi, distese di soia, dove prima sorgeva la foresta. Ecco le immagini della deforestazione in Argentina e Paraguay. Per far crescere l’industria dei mangimi. Tra glifosato e bambini con tumori

di Francesco De Augustinis – corriere.it, 26/03/2018

Le immagini sono davvero impressionant/i. Distese di monocolture che si stendono a vista d’occhio. Poi una sottile linea di confine e inizia la scena, sempre uguale, di distese altrettanto vaste di terreni rasi al suolo dalle fiamme o coperti da file di tronchi abbattuti dal lavoro sistematico dei bulldozer. Terreni che prima ospitavano la foresta del Chaco, il più grande ecosistema “nativo” del Sud America dopo l’Amazzonia, che giorno dopo giorno lascia spazio a nuove coltivazioni di soia e cereali.

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La frontiera della deforestazione

Le immagini sono state realizzate tra agosto e settembre 2017 dalla Ong statunitense Mighty Earth in un tratto lungo 4200 km del Gran Chaco, tra Argentina e Paraguay. Un lavoro durato settimane, per raccontare attraverso l’occhio di un drone e una serie di indagini sul campo quello che sta succedendo nella zona dove la deforestazione (legale e illegale) avanza con i ritmi più rapidi al mondo.
L’ecosistema del Chaco ricopre un’area di 110 milioni di ettari tra Argentina, Paraguay, Brasile e Bolivia. Si stima che tra il 12 e il 15 per cento del Chaco sia già stato “convertito” in uso agricolo. Tra il 2000 e il 2012 è stata deforestata un’area di circa 8 milioni di ettari. Negli anni successivi il ritmo è aumentato come “effetto indiretto” delle normative contro la deforestazione legata alla soia in altre zone del Sud America, come l’Amazzonia.

Carenza normativa

«In Argentina e in Paraguay esistono sistemi di tutela ambientale simili, che sono ancora più deboli di quello del Brasile. In generale c’è una situazione di mancanza di norme», ci racconta Anahita Yousefi, responsabile delle campagne di Mighty Earth. «In questi due Paesi in sostanza c’è solo Greenpeace Argentina come soggetto che si occupa di monitorare l’avanzata della deforestazione, contrastando il taglio illegale».
Secondo i dati raccolti dall’associazione, la «carenza normativa» ha già permesso la perdita di oltre il 22 per cento della superficie di foreste dell’Argentina, convertite per lo più in coltivazioni di soia. La zona più colpita è il nord del Paese, nell’area del Gran Chaco, ovvero nelle province di Santiago del Estero, Salta, Formosa e Chaco, «dove si concentra l’80 per cento della deforestazione».
Anche in Paraguay il Chaco è il principale fronte di deforestazione da quando nel 2004 una normativa ha imposto la «deforestazione zero» dall’altra parte del Paese, nelle aree atlantiche già quasi totalmente convertite in terreni agricoli, spostando di fatto l’avanzata delle coltivazioni. «Nel Chaco argentino il principale motivo della deforestazione è la soia», afferma Yousefi. «Nell’area del Chaco in Paraguay invece il primo motivo di deforestazione è l’allevamento bovino (ne avevamo parlato in un precedente servizio, ndr), poi c’è la soia».

La questione chimica

Insieme alle immagini della deforestazione, Mighty Earth ha approfondito anche l’impennata dell’utilizzo della chimica nel Chaco, dovuto alle sfavorevoli condizioni di coltivazione in quest’area del pianeta. «Il clima rigido del Chaco non è naturalmente adatto alle grandi monocolture», si legge nel rapporto della Ong. «Di conseguenza, la soia coltivata qui è geneticamente modificata e richiede grandi quantità di fertilizzanti chimici e pesticidi, come l’erbicida glifosato».
Ad oggi in Argentina sono ammesse 46 colture Ogm, la maggior parte soia e mais. Il team investigativo di Mighty Earth ha raccolto sul campo diverse storie in cui le fumigazioni dei campi, fatte con gli aerei sulle grandi monoculture di soia, sono le principali indiziate dei problemi di salute anche gravi alle popolazioni delle città e dei villaggi della regione, adiacenti ai campi. «Sono venuti qui nel Chaco e in tutta l’Argentina per crearci problemi di salute con la Soia», si sfoga Catalina Cendra, piccola agricoltrice di Napai, città della provincia del Chaco in Argentina. «Vengono, seminano, avvelenano, raccolgono e vanno via».

Chi vende e chi compra

Il team di ricercatori incaricato da Mighty Earth riferisce nel rapporto di aver intervistato anche diversi coltivatori delle distese di soia: «Ci hanno detto che la loro soia è venduta ai principali trader, citando specificamente Cargill e Bunge tra i maggiori acquirenti». Le due multinazionali, insieme ad altre sigle come Adm, Louis Dreyfus e Wilmar, controllano circa il 90 per cento del commercio mondiale di cereali e semi oleosi come la soia. Entrambe erano già state citate in una precedente investigazione di Mighty Earth sul Cerrado Brasiliano e l’Amazzonia in Bolivia. Quello che è certo è che la stragrande maggioranza della soia coltivata nel Chaco è destinata all’esportazione, in particolare attraverso il porto argentino di Rosario. A livello mondiale, Brasile, Argentina e Usa rappresentano insieme circa l’80 per cento della produzione mondiale di soia, mentre Europa e Cina sono i due principali importatori. Secondo i dati dell’osservatorio resourcetrade.earth nel 2016 l’Europa ha importato 46,8 milioni di tonnellate di soia, di cui 27,8 dall’America Latina. L’Italia ha un ruolo tutt’altro che secondario nelle importazioni di soia sudamericana. Secondo lo stesso osservatorio, nel 2016 ha importato -nell’ordine- 1,5 milioni di tonnellate dall’Argentina (terzo importatore UE), 653 mila tonnellate dal Brasile (sesto importatore UE), 530 mila dal Paraguay (secondo importatore UE).

L’industria dei mangimi

Almeno l’85 per cento della soia importata in Italia è utilizzata per la produzione di mangimi, destinati agli allevamenti. La stessa Mighty Earth mette in correlazione la soia importata con l’aumento del consumo di carne in Europa: secondo i dati Ocse, nel 2016 ogni cittadino europeo ha consumato in media 32 kg di suino, 24 kg di pollo, 11 kg di carne bovina, 2 chili di ovini e caprini.

Il collegamento tra deforestazione, soia, carne e derivati è un tema centrale in ottica di sostenibilità alimentare. L’aumento di nuovi terreni coltivati a soia e cereali è trainato prevalentemente dalla domanda dell’industria mangimistica, che deve far fronte all’aumento del consumo globale di carne. Una domanda che che a sua volta va di pari passo con l’aumento della popolazione mondiale, che dovrebbe superare i 9,7 miliardi nel 2050.

Secondo i dati Faostat, produciamo già calorie alimentari per circa 16 miliardi di persone, ma gran parte della produzione di cereali e semi oleosi è destinata ai circa 70 miliardi di animali da produzione allevati ogni anno. Con questo ritmo, si stima che nel 2050 un quinto delle foreste residue sul pianeta dovrà essere convertito in terreno agricolo per la produzione di soia e cereali.

Dal generale al caporale

segnalato da Barbara G.

Così i rifugiati di Mineo diventano schiavi nei campi di arance

Lavorano in condizioni disumane attorno al “villaggio della solidarietà” voluto dal governo Berlusconi. Il Cara di Mineo è diventato una fabbrica di braccianti a basso costo. Richiedenti asilo che l’Italia dovrebbe proteggere e che invece finiscono nella filiera dello sfruttamento. Lo rivela la seconda edizione del dossier “Filiera sporca”

di Giovanni Tizian – espresso.repubblica it, 23/06/2016

Il Cara di Mineo

Fuggiti da guerre e dittature. Accolti in Italia da caporali e sfruttati come schiavi nei campi di arance rosse. Il frutto siciliano più pregiato, e venduto in tutto il mondo, raccolto dai migranti del Cara di Mineo: il grande “villaggio della solidarietà” voluto dalla coppia Maroni-Berlusconi e grande affare per cooperative bianche, rosse e S.p.a. del calibro di Pizzarotti. Già, perché il centro per richiedenti asilo altro non è che un insieme di villette all’americana destinate, un tempo, ai militari dell’Us Navy della vicina Sigonella. La proprietà è del colosso imprenditoriale di Parma, Pizzarotti, che riceve annualmente un lauto compenso.

Il villaggio della solidarietà è un complesso costruito nel nulla. In un deserto dell’entroterra siculo, tagliato in due da una lingua d’asfalto chiamata Catania-Gela. Strada tra le più pericolose d’Italia per numero di incidenti. Da una parte colline e rocce, dall’altra aranceti a perdita d’occhio. Nell’attesa di ricevere lo status di rifugiati molti migranti hanno iniziato a lavorare nelle campagne limitrofe. Una manna dal cielo per quegli imprenditori che cercano di limare il più possibile sui costi di produzione. Alle storie dei nuovi schiavi delle arance è dedicato un intero capitolo del secondo rapporto “Filiera Sporca”.

Grafico Produttori I dati relativi al 2011-2012 indicano che in Sicilia ci sono 5692 produttori e 45 OP con una media di 126 produttori per OP. Per avere un termine di paragone basti pensare che in Emilia Romagna ci sono 25 OP per 26.790 produttori e in Trentino Alt Adige ci sono 7 OP per 26.741 produttori. Anche un report della Commissione europea pubblicato nel 2014 sottolinea che “in Italia il tasso di organizzazione dei produttori relativamente elevato a livello nazionale (circa 47%) risulta dalla media tra l’elevato tasso di organizzazione in alcune regioni settentrionali e la scarsa organizzazione in numerose altre regioni”

Una vera e propria inchiesta sul campo. Oltre che una campagna di sensibilizzazione che pone questioni politiche irrisolte. La repressione del caporalto non è sufficiente. Alla base dello sfruttamento in condizioni disumane in cui costretti a lavorare i richiedenti asilo c’è il fallimento di un sistema industriale, che avvantaggia pochi e affama molti. Il progetto di ricerca è il frutto di una joint venture tra diverse associazioni: daSud, Terra!, Terrelibere.org, con il patrocinio di Open Society Foundation.

I giornalisti che hanno curato la seconda edizione di “Filiera sporca” analizzano i diversi passaggi della produzione: dalla concimazione alla grande distribuzione. E nel mezzo la descrizione delle singole storture che inquinano il settore e le deviazioni che portano, poi, all’impoverimento dell’intero mercato.

Chi vive sulla propria pelle tutte le contraddizioni del neoliberismo applicato all’agricoltura sono loro, i migranti, gli anelli più deboli e indifesi della catena. Marcus, per esempio, è scappato dal regime del Gambia. Come tanti suoi coetanei e connazionali sognava l’Europa. Il continente dei diritti, delle opportunità, del lavoro senza ricatti. Eppure prima in Libia, poi in Italia, ha trovato esattamente il contrario: schiavitù e ricatti. È uno dei tanti rifugiati che invece di essere protetto raccoglie arance destinate alla trasformazione (diventeranno i succhi che compriamo nelle nostre città) per pochi euro al giorno.

«O così, Marcus, oppure ne troviamo a centinaia», gli ha detto il padrone siciliano. E Marcus che non è libero di poter scegliere ha accettato di essere sfruttato. È arrivato a Lampedusa dopo un giorno di mare con il gommone. Dopo avergli preso le impronte lo hanno traferito nel “villaggio della solidarietà” di Mineo. In quel nulla di cemento sul quale persino mafia Capitale ha fatto affari. Qui, per lui, inizia una lunga attesa.

Il costo delle arance

Il Gambia è riconosciuto come un paese sotto dittatura. Arrivano migliaia di gambiani da anni. Ma ogni volta si inizia da zero. Una lunga procedura burocratica in attesa di incontrare la commissione che deve valutare le richieste degli aspiranti rifugiati. A volte danno un pocket money da 2,5 euro al giorno, a volte sigarette e una carta telefonica. «Ma io non fumo. Mi servono soldi da mandare ai miei genitori malati» dice Marcus. Tutti i migranti del Cara hanno presentato richiesta d’asilo. Chi la ottiene avrà i documenti. Gli altri dovrebbero essere espulsi. Negli ultimi anni, per avere una risposta passavano anche 24 mesi. Altrettanti per il ricorso in caso di diniego. Non è stata predisposta una commissione all’interno, la più vicina è a Siracusa. Così, rispettare i termini di legge è impossibile.

Che fare durante tutto questo tempo? La direttiva europea prevede che dopo sei mesi un richiedente asilo abbia un permesso temporaneo. In questo modo può lavorare regolarmente. Eppure, in passato, spesso non veniva consegnato. Per ottenerlo bisognava fare ricorso, come hanno denunciato gli avvocati Asgi. «Dunque si può scegliere tra limbo e schiavitù.  Basta un rapido giro per incontrare estensioni senza fine. di piccoli proprietari e grandi latifondi. Tutti hanno bisogno di braccia. I padroni senza scrupoli scelgono quelle a basso costo» scrivono gli autori del rapporto. «Ho comprato una bicicletta qui dentro per 25 euro. Ogni giorno, aspettiamo le 8. È l’orario di apertura, prima non si può. Stiamo dietro i cancelli, come in gabbia. Poi le porte si aprono e cerchiamo qualcuno per la giornata», Marcus è diventato una merce a basso costo. Un bracciante senza diritti. Le condizioni di lavoro sono durissime.

«Ma non è questa la cosa più grave. Dove vanno a finire le arance raccolte dai rifugiati? Fanno parte di un circuito illegale parallelo? Oppure confluiscono nel normale flusso che porta al succo delle multinazionali?». Un salto nel buio del passato della Sicilia, terra di rivolte, di sindacalisti uccisi da cosa nostra per aver difeso i contadini dall’arroganza dei latifondisti.

La trasparenza delle aziende Chi ha risposto e chi no alle domande degli autori del dossier. Molte aziende della Gdo, come si evince dai grafici, hanno evitato il confronto

«Accanto al Cara di Mineo non ci sono soltanto i campi di arance. Ci sono i magazzini di conferimento, dove i produttori portano le arance. E ci sono le industrie di trasformazione. Che vendono ai maggiori marchi, dai supermercati alle multinazionali del succo. Tra le arance che finiscono nel normale circuito distribuitivo possono esserci anche quelle raccolte dai richiedenti asilo del Cara?» si chiedono in i giornalisti del dossier.

A questo interrogativo gli autori cercano di rispondere coinvolgendo i diretti interessati: «Diciamo che può essere una realtà» spiega il presidente di una cooperativa che si trova nei pressi di Mineo. «Noi siamo un punto di incontro per i produttori ma se qualcuno di loro mette al lavoro persone provenienti dal Cara non è nelle mie competenze verificarlo. Quello che posso fare io è sensibilizzare i produttori a una cultura del lavoro differente». «La ricerca sul campo, e il tentativo di risalire la filiera che dal Cara di Mineo porta alla produzione di succhi, non vuole puntare il dito contro nessuna azienda. Quella che emerge però è la fotografia di una filiera estremamente frammentata in cui nessuno può essere certo delle condizioni di lavoro in cui la raccolta delle arance avviene».

La soluzione? «Un’etichetta trasparente per eliminare ogni dubbio sull’eticità di ciò che stiamo bevendo». Per capire fino in fondo se l’aranciata nel nostro frigorifero è stata prodotta da braccia che fuggono da guerre. Trasformate da imprenditori europei in schiavi senza futuro.

 

Prodotti TTIPici

segnalato da Barbara G.

Così il TTIP minaccia l’agricoltura europea

Pubblicato in 17 Paesi europei il rapporto “Contadini europei in svendita – I rischi del Ttip per l’agricoltura Ue” redatto da Friends of the Earth Europe in collaborazione con l’associazione Fairwatch

sbilanciamoci.info, 28/04/2016

Il controverso accordo commerciale TTIP in fase di negoziazione tra l’UE e gli Stati Uniti potrebbe portare al disastro l’agricoltura europea. E’ la conclusione del nuovo rapporto“Contadini europei in svendita – I rischi del Ttip per l’agricoltura europea” redatto da Friends of the Earth Europe e pubblicato in Italia in collaborazione con l’associazione Fairwatch. Il rapporto analizza tutti gli studi più recenti di impatto economico del Trattato di partenariato transatlantico TTIP sul settore agroalimentare europeo, e rivela come il TTIP possa rappresentare per esso una vera e propria minaccia. Il TTIP aumenterà le importazioni dagli Stati Uniti, con un vantaggio per le grandi imprese Usa fino a 4 miliardi di euro, 1 mentre avrà pochi benefici e e per pochissimi grandi produttori europei, la maggior parte del settore industriale

Lo studio, lanciato il 28 aprile, mostra come mentre il contributo dell’agricoltura al Pil europeo potrebbe diminuire dello 0,8%, con conseguente perdita di posti di lavoro, quello statunitense aumenterebbe dell’1,9%. Una vera e propria ristrutturazione del mercato che avrebbe effetti anche sulla gestione del territorio e sulle caratteristiche del tessuto produttivo agricolo europeo e italiano.

“Si prevede, infatti, che il TTIP porterà molti agricoltori in tutta l’UE a confrontarsi con una maggiore concorrenza e prezzi più bassi da parte dei competitor Usa – spiega la coordinatrice del rapporto per l’Italia Monica Di Sisto di Fairwatch, tra i portavoce della Campagna Stop TTIP in Italia – minacciando le aziende agricole di tutta Europa, oltre ad avere un impatto negativo sulle aree rurali e sugli interessi dei consumatori”.

Mute Schimpf, responsabile delle ricerche sull’agrifood di Friends of the Earth Europe, spiega: “La nostra preoccupazione concreta è che l’agricoltura europea, nelle dinamiche negoziali, venga sacrificata per chiudere l’ accordo TTIP a tutti i costi. Il rapporto rivela anche che le lobby agroindustriali, sia negli Stati Uniti sia in Europa, stanno spingendo per un maggiore accesso ai rispettivi mercati agricoli”.

Gli Stati Uniti, in particolare, mirano ad abbattere gli standard di sicurezza alimentari e di benessere degli animali in genere superiori in Europa.

“Tuttavia, anche se si mantenessero gli standard in vigore nell’UE, l’aumento delle importazioni dagli Stati Uniti inonderà i mercati europei, garantendo enormi opportunità di esportazione e di profitti per le aziende alimentari e gli allevamenti Usa a scapito di quelli europei, e facendo diventare per questi ultimi assolutamente antieconomico rispettare le regole in vigore.

Alcune previsioni di settore

DOP

Il danno commerciale previsto con il TTIP potrà essere compensato dalla difesa delle nostre DOP? Sembrerebbe proprio di no. Al di là della chiara opposizione statunitense a ogni tipo di risultato ambizioso in questo settore, la lista proposta di prodotti DOPe DOC da tutelare (poco più di 200 su quasi 1500 protette dall’Unione europea, di cui 41 italiane su 269 riconosciute dal nostro Ministero delle politiche Agricole e Forestali e attive) non solo è insufficiente, ma prevede chela maggior parte dei prodotti “italian sounding” già sul mercato Usa non possano venire ritirati e che anzi, per il principio della reciprocità commerciale, circolino tranquillamente in Europa come mai è potuto succedere fino ad oggi

CARNI

Tutti gli studi analizzati prevedono che, se le tariffe dell’UE saranno eliminate come previsto, ci saranno aumenti significativi delle importazioni di carne bovina statunitense verso l’Europa, che varranno fino a $ 3,20 miliardi. Gli allevamenti di manzo europei che producono carne di alta qualità, sono considerati particolarmente a rischio.

LATTE E LATTICINI

In questo settore le esportazioni Usa si prevede che aumentino fino a 5,4 miliardi di dollari in più, mentre quelle europee al massimo di 3,7 miliardi di dollari. Per tutti i produttori di latte europei di verificherà una ulteriore caduta dei prezzi interni

POLLAME

Al momento c’è molto poco commercio di prodotti avicoli o uova tra Stati Uniti e UE 39, ma i gruppi di pressione degli Stati Uniti vogliono usare il TTIP per aprire il mercato UE abbattendone gli standard di sicurezza alimentare.

SUINI

La produzione di carne di maiale europea è il doppio di quella degli Stati Uniti, e ha regole più severe sul benessere degli animali. Il vero nodo è la ractopamina: tra il 60% e l’ 80% dei suini negli Usa è trattato con questo ormone vietato da noi perché danneggia il sistema endocrino umano. Gruppi di pressione degli Stati Uniti stanno premendo per l’eliminazione di questo, oltre che per la completa eliminazione delle tariffe.

Scarica qui la sintesi del Rapporto

La Campagna Stop TTIP Italia sarà in piazza a Roma il 7 Maggio a partire dalle 14.00 (Concentramento Piazza della Repubblica) con una forte rappresentanza di associazioni di produttori, dei lavoratoti dei settori potenzialmente colpiti, e di consumatori, e organizzerà in città un “Free TTIP Market” dove sarà possibile assaggiare e acquistare il buon cibo tipico del nostro Paese, e parlare con i produttori dei rischi del TTIP

Info: https://stop-ttip-italia.net/7-maggio

Semi al vento

segnalato da Barbara G.

expodeipopoli.it, 14/01/2016

Il 5 e il 6 febbraio 2016 a Milano il Comitato per l’Expo dei Popoli e la Campagna per l’Agricoltura Contadina vi invitano a una due giorni dedicata alla difesa di coloro che quotidianamente lottano per una produzione di cibo rispettosa dell’ambiente e delle persone e in grado di garantire a noi e al pianeta un futuro giusto e sostenibile.

Si inizia venerdì 5 con momenti di sensibilizzazione dedicati alla cittadinanza milanese che vedranno alternarsi, nella prestigiosa cornice della Loggia dei Mercanti, a due passi da piazza Duomo, mostre di fumetti e proiezioni di film documentari a performance  musicali e testimonianze “dal campo”. La prima giornata si chiuderà con la conferenza “Il futuro del cibo nel rapporto città-campagna”, in collaborazione con il progetto “Food Smart Cities for Development” del Comune di Milano, che mira a sostenere il ruolo delle città nella promozione del cambiamento sia della produzione del cibo, sia del modello di consumo, favorendo la nascita di sistemi alimentari inclusivi, sostenibili e giusti in Europa.

Sabato 6 si svolgerà, invece, una vera e propria Giornata di Studio dedicata all’analisi delle proposte di leggeattualmente in discussione al Parlamento italiano in tema di Agricolture Contadine e al confronto virtuoso tra le reti e i movimenti sociali che hanno a cuore gli obiettivi della campagna omonima e quelli enunciati nel documento finale dell’Expo dei Popoli.

IL PROGRAMMA COMPLETO 

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L’anno del suolo

segnalato da barbarasiberiana

Da comunivirtuosi.org, 05/01/2015

La Fao lancia l’anno internazionale dei suoli insieme ad un nuovo allarme, e stavolta nel mirino è finita una materia prima di cui non possiamo proprio fare a meno: il suolo. «I nostri suoli sono in pericolo a causa dell’urbanizzazione crescente, della deforestazione, del sovra-sfruttamento e delle pratiche di gestione delle terre non sostenibili, dell’inquinamento, del sovra-pascolo e del cambiamento climatico. Il tasso attuale di degrado s dei suoli minaccia la nostra capacità di rispondere ai bisogni delle generazioni future. La promozione della gestione sostenibile dei suoli è essenziale per un sistema alimentare produttivo, per mezzi di sussistenza migliori e per un ambiente sano.

Il direttore generale della Fao, José Graziano da Silva, ha sottolineato: «Dobbiamo gestire i suoli in un’ottica di sostenibilità. A questo fine, disponiamo di diverse opzioni. La diversificazione delle colture, praticata nella maggioranza delle aziende agricole familiari del pianeta, è una di queste: grazie a questo metodo degli importanti elementi nutritivi hanno il tempo per rigenerarsi». Quello che invece non si rigenera più è il terreno sepolto sotto il cemento e l’asfalto e la vicedirettrice generale della Fao per le risorse naturali, Maria-Helena Semedo, in occasione della Giornata Mondiale del Suolo ha evidenziato che «Generare tre centimetri di suolo richiede 1.000 anni e se gli attuali tassi di degrado continuano, tutto il suolo mondiale potrebbe scomparire entro 60 anni. Circa un terzo del suolo mondiale è stato già degradato. I suoli sono la base della vita. Il 95% del nostro cibo proviene dal suolo».

La Fao ricorda che «I suoli sani non solo costituiscono la base per la produzione di cibo, combustibili, fibre e prodotti medici, ma sono anche essenziali per i nostri ecosistemi, visto che ricoprono un ruolo fondamentale nel ciclo del carbonio, immagazzinano e filtrano l’acqua e aiutano a fronteggiare inondazioni e siccità» e da Silva in occasione del primo annuncio dell’anno internazionale dei suoli aveva sottolineato che «Oggi vi sono oltre 805 milioni di persone che soffrono di fame e malnutrizione. La crescita della popolazione richiederà approssimativamente un aumento del 60% della produzione alimentare. Dato che gran parte del nostro cibo dipende dai suoli è facile capire quanto sia importante mantenerli sani e produttivi. Sfortunatamente, un terzo dei nostri terreni è in condizioni di degrado e le pressioni dell’uomo stanno raggiungendo livelli critici, riducendo ed a volte eliminando alcune delle loro funzioni essenziali. Invito tutti noi a promuovere attivamente la causa dei suoli nel corso del 2015, poiché è un anno importante per spianare la strada verso uno sviluppo veramente sostenibile per tutti e da parte di tutti».

Un terzo dei terreni mondiali sono degradati, a causa dell’erosione, della compattazione, dell’impermeabilizzazione, della salinizzazione, dell’erosione di materiale organico e di nutrienti, dell’acidificazione, dell’inquinamento e di altri processi causati da pratiche insostenibili di gestione dei terreni. «Se non vengono adottati nuovi approcci, nel 2050 l’ammontare globale di terreni arabili e produttivi pro capite sarà pari a solo un quarto del livello del 1960 – ha detto da Silva – Possono volerci fino a 1.000 anni per formare un centimetro di suolo, e con il 33% di tutto il suolo mondiale degradato e con le pressioni umane in continua crescita, si stanno raggiungendo dei limiti critici che rendono la loro buona gestione una questione urgente. I suoli sono una risorsa quasi dimenticata. Auspico maggiori investimenti nella gestione sostenibile dei terreni, ciò sarebbe più economico di un loro ripristino. I suoli sono necessari per il raggiungimento della sicurezza alimentare e della nutrizione, dell’adattamento e della mitigazione del cambiamento climatico, nonché di uno sviluppo sostenibile in generale».

Inoltre, il sottosuolo ospita al meno un quarto della biodiversità mondiale, «dove, ad esempio, il lombrico è un gigante a confronto con minuscoli organismi come i batteri e i funghi – spiega la Fao – Questi organismi, tra cui le radici, agiscono da agenti primari per il funzionamento del ciclo dei nutrienti ed aiutano l’assorbimento di nutrienti da parte delle piante, favorendo al tempo stesso la biodiversità in superficie. Una migliore gestione aiutare questi organismi invisibili a migliorare la capacità dei suoli di assorbire carbonio e di mitigare la desertificazione, così da poter immagazzinare più carbonio – contribuendo a compensare le emissioni di gas serra dovute all’agricoltura».

«Stiamo perdendo 30 campi di calcio al minuto di suolo, principalmente a causa dell’agricoltura intensiva – ha detto Volkert Engelsman, della Federazione Internazionale dei Movimenti per l’Agricoltura Biologica – L’agricoltura biologica potrebbe non essere la sola soluzione, ma è la migliore opzione a cui possa pensare».

La Fao ha avviato oltre 120 progetti sul suolo in tutto il mondo ed insieme all’Unesco ha promosso la Mappa Mondiale del Suolo. «Tra le priorità più stringenti – evidenziano le due agenzie Onu – vi è quella di aggiornare, standardizzare e rendere accessibile le conoscenze disponibili sui tipi di suolo e la loro distribuzione. Attualmente, i dati sui terreni sono spesso obsoleti, di copertura limitata e frammentari. Una delle priorità della Fao è quella di creare un sistema di informazioni sui suoli mondiali che possa aiutare con dati ed informazioni affidabili le decisioni in materia di gestione dei terreni».

La Terra Trema. A Milano

segnalato da barbarasiberiana

A MILANO LA TERRA TREMA: COLTIVARE SOGNI E CAMPI

di Domenico FiniguerraIl Fatto Quotidiano, 15 settembre

Negli ultimi anni è cresciuta moltissimo l’attenzione al cibo e al vino di qualità.

Sono cresciuti mercati, sono cresciuti consumi, sono cresciute aziende che praticano “un’altra agricoltura” e “un’altra viticoltura” rispetto a quella che ci viene presentata quotidianamente nei centri commerciali.

Purtroppo, però, spesso si tratta di mercati di nicchia, poco o per nulla accessibili ai forzati dell’hard-discount. Prodotti per una élite che difficilmente potranno essere gustati da “tutto il popolo”. Anche per indagare e capire meglio le dinamiche di questa nuova (o meglio vecchia) agricoltura emergente, da anni a Milano si tiene una rassegna che, partita lenta, è oggi diventata un momento importantissimo di relazioni e approfondimento.

Con largo anticipo, per dare modo a tutti di organizzarsi e prenotare biglietti del treno o aerei o per allertare i propri amici per chiedere ospitalità, presentiamo l’ottava edizione de “La Terra Trema”.

Una manifestazione meditativa, frizzante e resistente. Che accoglie agricoltori e agricoltrici, vini e vignaioli di qualità, contadini resistenti provenienti da tutta Italia: tre giorni di degustazioni individuali e guidate; dibattiti e confronti pubblici; incontri informali con i produttori; acquisti diretti; concerti, proiezioni, cene a filiera diretta.

Dal 2005 si ritrovano nel cuore di Milano, al centro sociale Leoncavallo, le mille storie di agricolture partigiane e ribelli; storie di rivolta di chi abita territori assediati da cemento, capannoni, infrastrutture devastanti calate dall’alto; elaborazioni condivise e partecipate delle politiche alternative che stanno nascendo in quei luoghi minacciati, in quei luoghi dove nascono comunità nuove, consapevoli e aperte.

Nel decennale della morte del suo primo seminatore, Gino Veronelli, la La Terra Trema ed i suoi ideatori/animatori, i ragazzi e le ragazze del Folletto 25603 (centro sociale autogestito di Abbiategrasso, casello ferroviario sulla linea Milano-Mortara) calano questo ottavo appuntamento nel bel bezzo dei preparativi di Expo2015. Esempio lampante della contraddizione tra “predica e razzolamento”.

“Nutrire il pianeta, energia per la vita”: questo lo slogan con cui Milano si è aggiudicata l’esposizione universale.

Tangenti, cemento, devastazione degli ultimi parchi della cintura di Milano: queste le pratiche concrete.

Il 28, 29, 30 novembre 2014, la TERRA TREMA al Leoncavallo.

http://www.laterratrema.org