Alexander Langer

Quattro consigli per un futuro amico. Rileggendo Alex Langer

La Bottega di Nazareth

da Alexanderlanger.org, il sito della Fondazione Alexander Langer Stiftung.

Nell’agosto del 1995, un mese dopo la morte di Alex, appare su «Rocca» il testo del suo intervento al Convegno di Assisi 1994; partendo dal recupero della semplicità francescana Alex stende lo sguardo su questo mondo malato e cerca di dare concretezza all’insegnamento del santo di Assisi. Il suo pensiero e riassumibile nel motto «lentius, profondius, soavius», che oggi è diventato lo slogan di coloro che ricordano Alex con affetto.

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Tra realismo e realpolitik c’è ancora un abisso

segnalato da Barbara G.

Mi sono imbattuta per caso in questo scritto di Langer, nel quale spiegava le motivazioni che lo avevano portato, nel ’94, a rifiutare la candidatura alle politiche nella lista dei Verdi.

Premesso che il titolo mi ha fatto sorridere, perché mi è venuto in mente un frequentatore abituale di questo blog, mi ha colpito un fatto: buona parte dei mali della politica di oggi non sono poi così nuovi, semplicemente abbiamo la memoria corta. Soprattutto i nostri politici, che cascano dal pero, non fanno analisi… e citano le menti pensanti dei decenni passati solo per darsi una mano di vernice rossa, o verde (intesa come ecologista, non leghista) a seconda della bisogna, senza averne compreso il senso o facendo finta di essersene dimenticati. Il “nuovo che avanza” è definitivamente andato a male, e noi cambiamo la data di scadenza sull’etichetta.

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di Alexander Langer – Azione nonviolenta, marzo 1994

Il nuovo sistema elettorale che non avevo voluto, ma contro il quale non mi sembrava neanche ci si dovesse schierare in un’accanita ed equivoca difesa dello “status quo ante”, ragion per cui non ho né firmato i referendum elettorali né partecipato al voto non permette più di cercare nella rappresentanza politica la proiezione dei propri ideali. Esige, invece, che si punti al governo e che si impari ad allearsi tra diversi ed ancor compatibili “mali minori”. Forse alla lunga, e con le necessarie correzioni, questa medicina potrà persino far bene: costringerà tutti a secolarizzare senza riserve la rappresentanza politica e l’arte di governo. Ed obbligherà coloro che ricercano l’affermazione di scopi diversi e magari più alti a cimentarsi con altri strumenti.

Per intanto però noto che la politica italiana attuale passa attraverso le forche caudine della demagogia, del populismo, di un ulteriore insano scatenamento di ambizioni soggettive, di un’inedita e tuttora crescente supremazia dell’immagine sulla sostanza, di una parossistica selezione dei “personaggi” piuttosto che di opzioni politiche, sociali, culturali. Inoltre il sistema elettorale obbliga e obbligherà sempre più in futuro, se ne venisse mantenuta e perfezionata la sua caratteristica maggioritaria ad una compattazione semplicistica di blocchi alternativi, ma convergenti al centro. Per chi aveva faticato per affermare che non esiste solo il lineare sì e no, destra e sinistra, bianco e nero, buono e cattivo, e per criticare la trappola del “progresso”, è un risultato abbastanza desolante. Non capisco invece perché certi fautori della polarizzazione ora si lamentino se emergono egemonismi o se lo spazio per terze e quarte e quinte posizioni tende a scomparire. Chi ha voluto una politica dei due campi che si avversano e magari si alternano, non può lamentarsene.

Non credo nella retorica del “nuovo che avanza” e vedo con orrore la sua banalizzazione spettacolare e televisiva, non importa se politica, giudiziaria o giornalistica. Naturalmente spero che non vinca la più estrema riduzione della politica a imballaggio (per merci ed affari) che vedo rappresentata dal Cavaliere dell’immagine che vorrebbe riuscire a trasformarla interamente in azienda, pubblicità e marketing. Sostituendo l’impegno delle persone, le loro sofferenze e passioni, i loro bisogni ed i loro limiti, le loro capacità di agire e di giudicare, con il trionfo di un mondo tutto artificiale, della cosiddetta “realtà virtuale” Ma finché non avremo altri giornalisti e altri magistrati, non potremo neanche avere governanti e legislatori davvero nuovi salvo forse a livello ristretto e locale, dove la mediazione dei grandi bugiardi della demagogia può essere, forse, elusa. Nella politica italiana sento oggi una grande mancanza. Non quella di un premier eletto dal popolo (immaginate una nuova orgia di delega e personalizzazione!) o di un sistema elettorale interamente anglosassone (ma quale buona politica ha poi prodotto in Gran Bretagna o negli Usa?), e neanche quella di una nuova Idea Salvifica che restituisca nobiltà di motivazione a chi ne sentisse la carenza. Ci manca, invece, quel bambino della favola di Andersen che ad un certo punto osa dire ad alta voce che l’imperatore è nudo.

Che chiami, cioè, col loro nome tutto ciò che di ben altre apparenza si ammanta. Dal carrierismo alla ricerca di un semplice posto al sole, dall’egoismo sociale o etnico al rilancio, appena camuffato, di una nuova ondata di aggressione ai poveri ed alla natura.

Lo spazio per far valere obiettivi profondi di pace, di giustizia, di reintegrazione della biosfera, e per promuovere quella conversione ecologica che nell’ultimo decennio avevamo proclamato come urgente obiettivo di civiltà e di sopravvivenza, sul palcoscenico della politica italiana sembra attualmente assai ridotto. Mentre tiene banco il dibattito su Bossi e Segni, Martinazzoli e Orlando, Occhetto e Del Turco, Fini e Berlusconi, La Malfa e Pannella, non mi pare che la gente possa individuare onestamente e chiaramente opzioni in quella direzione e farle davvero pesare.
Forse il ruolo dei Verdi e di consimili portatori di proposte scomode e complesse, ma miranti alle radici e non sintetizzabili in slogan pubblicitari, dovrà, in futuro, adeguarsi al nuovo strumentario della politica e magari tornare a svolgersi essenzialmente al di fuori dei parlamenti. Le campagne elettorali, invece, assomiglieranno sempre più alla moltiplicazione infinita dei faccia-a-faccia televisivi tra duellanti che dovranno al tempo stesso assomigliarsi al massimo nella sostanza (per prendere i voti degli incerti) e distinguersi al massimo nell’apparenza (per prendere i voti dei decisi).

Chi mi conosce, sa che ho sempre cercato di perseguire politiche realistiche, pur con tutto il carico di radicalità e di speranza di altro e di meglio che mi sentivo affidato. Ma tra politica realistica e “Realpolitick” c’è ancora un abisso.

Legambiente – Corso di formazione alla buona politica

segnalato da Barbara G.

12 lezioni di approfondimento e confronto, seguendo le tracce di Alex Langer

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lombardia.legambiente.it

Il Circolo Reteambiente di Milano e il Circolo Legambiente Cinisello Balsamo, grazie al contributo di Fondazione Cariplo, propone un Corso di formazione dedicato alla politica associativa, partendo dal libro dedicato ad Alex Langer “Una buona politica per riparare il mondo” per fare una proposta di formazione ai giovani. Desideriamo proporre un percorso che, facendo leva sui temi cari alla politica di Langer, affronti le sfide presenti dell’ambientalismo per un “futuro desiderabile”. Alle 12 dodici lezioni e ai due laboratori di formazione alla politica parteciperanno gli autori del libro e con loro affronteremo i temi con un processo di interazione e partecipazione attiva.

Il corso si divide in 3 lezioni di base che saranno realizzate tra maggio e giugno e in due momenti di approfondimento di 2 lezioni ciascuno, che saranno svolti in autunno.

Le iscrizioni sono aperte, di seguito trovate il programma e il modulo d’iscrizione da rimandare compilato a: clarissa.amico94@gmail.com entro il 13 aprile 2017.

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I sogni senza limite di Alexander Langer

segnalato da Barbara G.

di Franco Lorenzoni – internazionale.it, 02/07/2015

Nelle nostre società “deve essere possibile una realtà aperta a più comunità, non esclusiva, nella quale si riconosceranno soprattutto i figli di immigrati, i figli di famiglie miste, le persone di formazione più pluralista e cosmopolita”. (…) “La convivenza plurietnica, pluriculturale, plurireligiosa, plurilingue, plurinazionale appartiene e sempre più apparterrà, alla normalità, non all’eccezione”. (…) “In simili società è molto importante che qualcuno si dedichi all’esplorazione e al superamento dei confini, attività che magari in situazioni di conflitto somiglierà al contrabbando, ma è decisiva per ammorbidire le rigidità, relativizzare le frontiere, favorire l’integrazione”.

Così scriveva Alexander Langer nel 1994, nel Tentativo di decalogo per la convivenza interetnica, uno dei suoi testi più profondi e generativi che, fosse per me, lo ripubblicherei di continuo e lo consiglierei per le antologie scolastiche. In uno dei punti del decalogo sottolineava “l’importanza di mediatori, costruttori di ponti, saltatori di muri, esploratori di frontiera”. Occorrono “traditori della compattezza etnica”, ma non “transfughi”.

In quegli anni si era nel pieno del conflitto che stava insanguinando le regioni dell’ex Jugoslavia e Alex fu tra i pochi politici italiani ed europei a impegnarsi, con tutto se stesso, per tentare una soluzione pacifica e tenere aperta la comunicazione tra coloro che si opponevano al conflitto, dando vita con altri al Verona forum per la pace e la riconciliazione nei territori dell’ex Jugoslavia, che fu un luogo dove si riunirono gli oppositori alla guerra provenienti delle diverse regioni in conflitto.

Langer sentiva la violenza interetnica nella sua carne perché era nato nel 1946 a Vipiteno, nel Südtirol di lingua tedesca. Suo padre, nato a Vienna, era ebreo non praticante e sua madre era convintamente laica.

Vissuto in una famiglia aperta al dialogo, scelse di frequentare il liceo italiano dei francescani a Bolzano, città dove con altri ragazzi fondò la sua prima rivista, Offenes Wort (parola aperta) e, più tardi, Die Brücke (il ponte): un simbolo che avrebbe incarnato per tutta la vita, sia nell’audacia del segno capace di collegare due sponde distanti, sia nella fatica concreta del cercare e trovare e trasportare le pietre che possano incastrarsi tra loro per tenere su l’arco.

Il modo originale con cui Alex ha vissuto la difficile convivenza nell’Alto Adige-Südtirol lo ha portato a ragionare intorno alle contraddizioni interetniche in modo non ideologico, rifiutando ogni semplificazione.

Alex era perfettamente bilingue per scelta e il plurilinguismo in lui, che passava continuamente nei suoi ragionamenti dal tedesco all’italiano, era un piccolo allenamento quotidiano di immedesimazione nei pensieri e nelle ragioni dell’altro perché – come scrisse citando Ivan Illich – aiuta a “ripristinare, nelle nostre menti prima di tutto, con una solida base storica di quel che è stato e non di quel che potrebbe essere, la multiforme varietà del mondo”.

Quando studiava nella Firenze di La Pira e della comunità del dissenso cattolico dell’Isolotto, tradusse in tedesco Lettera a una professoressa, scritta dai ragazzi della scuola di Barbiana di don Milani. La sua velocità di traduttore era proverbiale, tanto che riuscì a rendere in simultanea in tedesco, sulla scena, il rapido affabulare e i molteplici dialetti portati in teatro da Dario Fo nel suo Mistero buffo, al tempo della sua tournée in Germania.

Alex era profondamente convinto che una “storia” unica e condivisa da tutti non esista. Che esistano sempre tante storie legate ai corpi delle persone, al loro sentire, al loro vivere, al loro pensarsi. L’essere nato in una regione plurietnica lo aveva infatti vaccinato per sempre dall’illusione dell’unicità.

Del resto il suo spirito profondamente libero e ribelle gli ha sempre reso insopportabili tutti i confini, a partire da quelli che delimitavano il suo campo. Nel 1977 a Roma, durante una manifestazione sfociata in violenti scontri, Alex non esitò a passare dall’altra parte per soccorrere un poliziotto ferito perché era evidente, per lui, che ogni vittima va soccorsa, al di là di ogni schieramento, perché il suo imperativo morale lo portava a stare sempre a fianco di chi era più fragile e vulnerabile.

Tenere sempre presente il punto di vista dell’altro è stato lo sforzo umano e intellettuale che ha dato forma alla sua vita.

Ascoltate per esempio il modo in cui racconta dei rom e dei sinti:

Popolo mite e nomade, che non rivendica sovranità, territorio, zecca, divise, timbri, bolli e confini, ma semplicemente il diritto di continuare a essere quel popolo sottilmente ‘altro’ e ‘trascendente’ rispetto a tutti quelli che si contendono territori, bandiere e palazzi. Un popolo che, un po’ come gli ebrei, fa parte della storia e dell’identità europea. (…) A differenza di tutti gli altri, rom e sinti hanno imparato a essere leggeri, compresenti, capaci di passare sopra e sotto i confini, di vivere in mezzo a tutti gli altri, senza perdere se stessi, e di conservare la propria identità anche senza costruirci uno stato intorno.

La distruzione inesorabile di un mondo conviviale (…) ha tolto agli zingari il loro mondo naturale: non si può togliere l’acqua ai pesci e poi stupirsi se i pesci non riescono più a essere agili, gentili e autosufficienti come una volta. Eppure bisogna che l’Europa con quella sua stragrande maggioranza di ‘sedentari’ accolga, anche nel proprio interesse, la sfida gitana e faccia posto a un modo di vivere che decisamente non si inquadra negli schemi degli stati nazionali, fiscali, industriali e computerizzati

Pensare che scelte di vita radicalmente altre possano essere di nutrimento per tutti è stata una delle convinzioni visionarie che Alex non ha mai abbandonato. Ma in queste sue parole riconosciamo anche dei tratti del suo carattere, perché Alex ha sempre desiderato passare “sopra e sotto i confini” di ogni genere, da incessante viaggiatore e tessitore di relazioni qual era.

Provando a condensare in affermazioni icastiche il suo pensiero, a volte Alex formulava quelle che chiamava “regolette”. Eccone una: “Ciascuno di noi non dovrebbe consumare nulla di più di quanto non possano consumare tutti i sei miliardi di abitanti del pianeta”. Questa regoletta limpidamente kantiana è, al tempo stesso, evidentemente necessaria eppure difficilmente attuabile, perché chi vive nel nord opulento del mondo difficilmente rinuncerebbe ai suoi privilegi.

Eppure, “perché ci sia un futuro ecologicamente compatibile”, spiega Langer in un altro suo scritto, “è necessaria una conversione ecologica della produzione, dei consumi, dell’organizzazione sociale, del territorio e della vita quotidiana. Bisogna riscoprire e praticare dei limiti: rallentare (i ritmi di crescita e di sfruttamento), abbassare (i tassi di inquinamento, di produzione, di consumo), attenuare (la nostra pressione verso la biosfera, ogni forma di violenza)”. Un vero “regresso” rispetto al motto olimpico del più veloce, più alto, più forte, da trasformare in “più lentamente, più profondamente, più dolcemente e soavemente”.

Continuare in ciò che è giusto

Alex, grazie alle sue frequentazioni tedesche, fu tra i primi in Italia a cercare di dare vita a un movimento verde che avesse anche rappresentanza istituzionale. Ma per indole, pur costruendo di continuo luoghi concreti di scambio, non si è mai accontentato di coltivare qualche piccolo orto o consolidare posizioni di potere stando nelle istituzioni. Pur essendo stato molto apprezzato per il suo lavoro nel parlamento europeo, in quel luogo sentiva di essere testimone di passaggio, rilanciando sempre in avanti il suo impegno, attento a ciò che sentiva più urgente e necessario.

Quando ideò nel 1988, insieme ad altri, la Fiera delle Utopie Concrete a Città di Castello, volle che in quell’appuntamento internazionale fossero presenti rappresentanti dell’Europa dell’est ben prima della caduta del muro di Berlino.

E poiché il tema della conversione ecologica riguardava tutti, gli sarebbe piaciuto che Città di Castello si trasformasse in una sorta di moderna Santiago di Compostela, cioè un luogo di pellegrinaggio laico europeo, dove recarsi per ascoltare e mostrare e condividere progetti concreti di conversione ecologica nei campi più diversi. L’immagine di Santiago mostrava bene come ad Alex premeva l’idea del lungo cammino, insieme individuale e collettivo, necessario perché le idee di trasformazioni radicali, sentite come necessarie, avessero il tempo di prendere corpo in individui concreti e in piccole comunità capaci di sperimentare concretamente le trasformazioni auspicate.

Il desiderio di essere “più lento” è condizione che negli ultimi anni è sempre meno riuscito a vivere, perché incapace di sottrarsi a impegni e urgenze sempre più pressanti. Ma quando uno si rende disponibile all’apertura all’altro senza remore, come Alex ha cercato di fare tutta la vita, la sua vulnerabilità diventa assoluta.

Il pomeriggio del 3 luglio 1995, a 49 anni, Alex si è tolto volontariamente la vita impiccandosi a un albicocco a Pian dei Giullari, alle porte di Firenze.

Eppure, anche in quel momento di massima disperazione, ha sentito il bisogno di rassicurare gli amici, scrivendo nell’ultimo dei suoi tanti bigliettini: “Non siate tristi, continuate in ciò che era giusto”.

Tre anni prima, quando si era tolta la vita la leader verde tedesca Petra Kelly, Alex l’aveva ricordata con queste parole: “Forse è troppo arduo essere individualmente degli Hoffnungsträger, dei portatori di speranza: troppe le attese che ci si sente addosso, troppe le inadempienze che inevitabilmente si accumulano, troppe le invidie e le gelosie di cui si diventa oggetto, troppo grande l’amore di umanità e di amori umani che si intrecciano e non si risolvono, troppa la distanza tra ciò che si proclama e ciò che si riesce a compiere”.

Quest’anno il premio Alexander Langer è stato assegnato ad Adopt Sebrenica, un gruppo di giovani di diversa nazionalità impegnati a tessere un dialogo nel paese dove nel luglio del 1995 si è consumato il più violento episodio di pulizia etnica dell’Europa del dopoguerra, con il genocidio di 8.372 musulmani di Bosnia commesso dalle truppe di Ratko Mladić.

Vent’anni fa Alexander Langer, il più lungimirante tra i nostri politici, ci ha lasciato “più disperato che mai”. Ma i suoi pensieri e il suo esempio credo abbiano ancora molto da insegnare a chi non voglia accettare che il mondo viva sotto il ricatto dell’etnocentrismo, che Alex definì “l’egomania collettiva più diffusa oggi”.

Per saperne di più

Fondazione Alexander Langer (sono presenti numerosi scritti, suddivisi per argomento)

Ricordo di Alexander Langer a 20 anni dalla morte, Camera dei Deputati

Radio Radicale – integrale

Video presentazione