Amministrative 2016

“Qui la sinistra è finta”

segnalato da Barbara G.

A Monfalcone, tra la rabbia operaia: “Qui la sinistra è finta”

La Danzica d’Italia. Manodopera straniera, posti perduti e redditi abbassati: così la roccaforte rossa cede dopo 25 anni

di Giampaolo Visetti – repubblica.it, 21/11/2016

MONFALCONE. “Siamo stanchi, abbandonati. Il cambiamento c’è, ma in peggio. La rottamazione c’è stata, ma i nuovi sono peggiori dei vecchi. Il Pd ora mangia con i padroni, non ha tempo per parlare con i lavoratori. E noi siamo poveri”. E’ ancora buio, tira la bora, tre gradi sopra zero. La massa degli operai Fincantieri preme ai cancelli nel quartiere storico di Panzano. I “bisiachi”, a costruire le grandi navi, sono rimasti in pochi. Erano cinquemila, non arrivano a settecento. La mano d’opera, di appalto in subappalto, arriva da lontano: Bangladesh, India, Europa dell’Est, meridione d’Italia. Il cantiere resta la “mamma”: prima dell’alba migliaia di auto, di corriere e di tir fanno tremare le casette inizio Novecento. Chi arriva in bicicletta viene fermato dai caporali che offrono contratti più lunghi e anticipi sulla paga. Anche uno straniero, da 600 euro, può superare i mille al mese. Alle finestre sono appesi manifesti: “Panzano libero”, “Basta Tir”, “Stop Bangla”.

Lo tsunami che in Friuli Venezia Giulia scuote il centrosinistra di Debora Serracchiani e Matteo Renzi, nasce qui. Monfalcone era la roccaforte rossa del Nordest: punte del 75%, sinistra al potere da un quarto di secolo. Mai un sindaco di destra. Domenica 6 novembre, poche ore prima che Donald Trump si prendesse la Casa Bianca, Anna Maria Cisint ha più discretamente consegnato anche la “Danzica d’Italia” alla destra e alla Lega. Silvia Altran, ex sindaca Pd, al ballottaggio è crollata al 37,5%. Per il Pd locale della vicesegretaria nazionale Serracchiani e del presidente dei deputati Ettore Rosato, pure renziano, un 2016 da incubo. In luglio hanno perso Trieste, Pordenone e il resto dell’Isontino. Ora lo spettro del tracollo e della destra si allunga sul referendum del 4 dicembre e sulle regionali 2018. “Di questa finta sinistra – dice Carlo Visintin, da trent’anni operaio Fincantieri – non ci fidiamo più. A Roma vara il Jobs Act e consegna i lavoratori al precariato e ai boss dei voucher. A Trieste ignora gli anziani e taglia la sanità. A Monfalcone accetta una centrale a carbone e ubbidisce a Fincantieri, rinunciando a difendere le vittime dell’amianto”.

A Pierluigi Bersani la frana politica nel Nordest non è sfuggita. “Una sberla storica – ha detto – non ci dormo la notte”. Agli operai e ai vecchi di Panzano gli equilibri dentro il Pd e gli scenari aperti dalle urne non interessano. Qui conta solo la vita e la realtà è che farcela è ogni giorno più difficile, quasi sempre più umiliante. “Umanamente – dice Tiziana Colautti, 47 anni, impiegata – siamo al limite. Monfalcone viene venduta agli stranieri, i nostri figli per sopravvivere devono andare via, ognuno è solo. Il nostro problema è mettere un piatto sulla tavola: il centrosinistra litiga sulle tasse per Airbnb, per non irritare i ricchi che affittano i patrimoni immobiliari. A questo punto meglio provare chi promette di difenderci”. La parola d’ordine è negare l’impatto della xenofobia, ma la paura di un’invasione straniera è pari all’indignazione contro la sudditanza delle istituzioni pubbliche rispetto alle imprese formalmente private, da Fincantieri alla centrale elettrica di “A2A”. In piazza della Repubblica le radici della rivolta sono sotto il sole. Prima del cambio turno in cantiere, gruppi di immigrati si contendono gli ingaggi di un subappalto, 3 euro all’ora e sacco a pelo in dieci in una stanza. Sulle panchine gli anziani piangono gli amici uccisi dal mesotelioma e i nipoti ancora intossicati dal carbone. “L’ex sindaca Pd – dice l’operaio Biagio Boscarol – ha transato con Fincantieri per 140 mila euro, un insulto ai caduti sul lavoro di tutta Italia. Lo Stato è il primo azionista, come l’ente pubblico che governa la centrale a carbone. Così nel cantiere è proprio lo Stato a sfruttare gli immigrati che rubano il lavoro ai residenti. Se il centrosinistra ignora la povera gente e liquida la solidarietà, la sua esistenza è inutile”.

Per Matteo Salvini, alla vigilia del ballottaggio, in centro è accorsa la folla del selfie. Assenti i leader Pd e 5 Stelle. “Non ci siamo accorti – dice Marco Rossi, segretario provinciale del Partito democratico – che le divisioni interne producono disorientamento e fanno marcire i problemi. Il riformismo dell’Ulivo accendeva la speranza, la sua brutta copia liberista e centralista moltiplica l’indifferenza”. Sotto accusa però sono proprio i vertici del partito, rei di affannarsi solo quando, come con la riforma elettorale, ci sono in palio le poltrone. Per il resto, ciechi. Umberto Pacor, tecnico di 25 anni, mantiene la figlia neonata con i turni di notte, lavorando in straordinario domenica e festività. “Ci riempiono di gente che non c’entra – dice – e regalano le imprese a oligarchi, emiri e mandarini dell’Oriente. Non ascoltano i giovani, facendoci passare per sfaticati. Forse anche noi abbiamo bisogno di qualcuno con il coraggio di dire, se non “prima gli italiani”, almeno prima le persone”. In via Marconi è di nuovo notte. I lavoratori con il casco in testa corrono a timbrare. Dopo una vita a sinistra, a Monfalcone per disperazione hanno votato la destra. In Friuli Venezia Giulia e nel Nordest per l’Italia si annuncia il prossimo terremoto: difficile che fra due settimane cambino idea e votino Sì al referendum.

Il bello inizia adesso

segnalato da Barbara G.

Roma incorona il primo Sindaco donna: il bello per Virginia Raggi comincia adesso

di Marco Carta – glistatigenerali.com, 19/06/2016

Una ragazza di 37 anni nel luogo più importante del paese. Sembrava il sogno di una mente visionaria, invece è accaduto sul serio. Virginia Raggi è il nuovo sindaco di Roma e il Movimento 5 Stelle il primo partito della città. Il “complotto” si è avverato e la “Rivoluzione gentile”, ora, è già realtà. Quando nel febbraio scorso la Raggi si aggiudicò le comunarie del Movimento 5 Stelle, in pochi, anche nel suo partito, immaginavano che sarebbe finita così. “Se avessero messo Alessandro Di Battista sarebbe stata un’altra storia”. Eppure ce l’ha fatta proprio lei, ottenendo un risultato straordinario, impensabile fino a qualche anno fa, ma quasi obbligato dopo uno scandalo giudiziario come quello di Mafia Capitale, che ha rimesso in discussione tutti gli ultimi 25 anni di Roma: uomini, partiti, pratiche ed esperienze. Per ottenere la fiducia dei romani al Movimento 5 Stelle e a Virginia Raggi è bastato non avere alcuna esperienza, al contrario dei suoi “nemici”, i partiti tradizionali. Che ora tremano sul serio. Perchè un conto sono le minacce da campagna elettorale: “non dureranno più di un anno”. Un altro è vedere i propri avversari sedere nei posti occupati da una vita, con l’obiettivo di rimanerci il più a lungo possibile.

Perchè è esattamente in questa direzione che dovrebbe andare la squadra che la accompagnerà. I primi quattro nomi, Paolo Berdini, Luca Bergamo, Paola Muraro e Andrea Lo Cicero, per ora hanno fatto tacere i tutti i detrattori. Le polemiche negli ultimi due giorni di campagna elettorale si sono concentrate soprattutto sulla consulenza della Asl di Civitavecchia, senza scalfire minimamente i 4 assessori, che racchiudono in se competenza, credibilità ma soprattutto non estranei con quel mondo dei poteri cittadini, da sempre considerati distante anni luce dal Movimento 5 Stelle. Segno che ai grillini interessa provarci sul serio e non solo a parole. Certo, sarà difficile tenere fede agli impegni presi in campagna elettorale, ma l’esperienza molto ha insegnato ai 5 stelle, che al contrario, del passato, vedi Parma e l’inceneritore di Pizzarotti, a Roma si sono presi pochi, ma precisi impegni: lotta agli sprechi, stimati in oltre un miliardo da redistribuire, e trasparenza. D’altronde “un sindaco – ha spesso detto la Raggi – come un cuoco deve cucinare con quel che ha in frigo”. E se poi nel frigo sono previste anche operazioni importanti come lo stadio della Roma, “che deve rispettare la legge” o le possibili Olimpiadi, sarebbe impensabile rifiutarsi di governare ogni processo. Senza almeno provarci.

Al di là dei toni da campagna elettorale, il progressivo cambio di rotta su questi due elementi è il segno della volontà di Virginia Raggi di tentare un cambiamento, rompendo gli schemi del passato, ma senza chiudere ogni porta. Le Olimpiadi continuano a non essere prioritarie, ma questo non impedirà a Paolo Berdini, esperto urbanista e teorico della “moratoria del cemento”, di siedere al tavolo del comitato olimpico ed esprimere tutte le proprie perplessità, con l’obiettivo, perchè no, di modificare il progetto. Lo stesso potrebbe accadere per lo stadio della Roma, sul prolungamento della Metro C, o nei rapporti con i soci privati dentro Acea, tutte questioni con cui Virginia Raggi dovrà subito confrontarsi, spesso trovando il costruttore Caltagirone dall’altra parte del tavolo, e da cui si capirà, già nel primo anno di governo, quale sarà la forza concreta di questa compagine, maltrattata dai media tradizionali e cresciuta in maniera inarrestabile grazie alla rete.

Di certo, il debito accertato che supera i 13 miliardi è la prima vera incombenza per la Raggi, una volta che approderà in Campidoglio. Le sue indicazioni per tutta la durata della campagna elettorale  sono state chiare, subito un audit sul debito, ma soprattutto la necessità di rinegoziare i tassi di mutuo. “Oggi la Banca d’Italia e la Banca Centrale Europea prestano il denaro a tasso zero – ha detto più volte la Raggi – invece noi siamo ancora con dei tassi molto elevati (superiori al 5%) che pesano milioni e miliardi di euro”. Riuscire ad intervenire su questo fronte, ottenendo risorse immediatamente spendibili per il sociale e i trasporti, sarebbe fondamentale per far respirare Roma dopo anni di austerity, e, non è un caso, che la ricetta fosse proposta anche dagli altri candidati sindaco di Roma.

La vicinanza con il governo era uno, forse l’unico, dei punti forti del programma del suo avversario Roberto Giachetti, anche per lo sblocco dei fondi destinati alle opere pubbliche. Per questo, in molti si domandano per quale motivo Matteo Renzi non dovrebbe non ostacolare un’operazione che a poco meno di due anni dalle elezioni rischierebbe di rafforzare i suoi principali avversari. I precedenti non sono certo incoraggianti, pensando, per esempio, a Ignazio Marino che per mesi inutilmente chiese al governo di allentare il patto di stabilità. Ma la differenza, rispetto al passato, è sostanziale. Se con Marino, lo scontro era soprattutto interno al partito, ora con il Movimento 5 stelle sarà difficile evitare lo scontro pubblico. E’ per questo, che la partita sarà soprattutto nazionale e vedrà coinvolti i maggiori vertici del Movimento, come Luigi Di Maio, in una lotta parlamentare, che, se giocata fino all’ultimo, potrebbe rafforzare il M5S anche in caso di sconfitta.

I rapporti con il governo, inoltre, saranno fondamentali anche per chiudere al meglio partita con gli oltre 24 mila dipendenti pubblici sul salario accessorio, dopo che il prefetto Tronca, nei giorni scorsi, ha fermato la trattativa con i sindacati confederali, iniziata ormai oltre due anni fa dall’ex sindaco Marino. Ci sono poi le società municipalizzate, come l’Atac o l’Ama, considerate l’emblema del fallimento della “vecchia politica” e divenute nel tempo fonte di sprechi e di disagi per i cittadini, che pagano le tasse più alte d’Italia senza avere in cambio servizi adeguati. Proprio sull’azienda di trasporto Atac, che conta un esercito di 11.600 addetti e oltre un miliardo di debito, la Raggi è stata chiara nel suo programma: “il comando pubblico dell’azienda non si tocca, razionalizzazione delle posizioni dirigenziali, la renternalizzazione dei servizi e riconversione del personale amministrativo”. Ma per portare a termine i suoi obiettivi, sarà fondamentale la scelta del nuovo management. E per molti la mossa di due giorni fa del direttore generale di Marco Rettighieri di disdettare gli accordi su mense, distributori automatici e attività socio-ricreative del Dopolavoro Atac-Cotral, facendo risparmiare all’Atac circa 4 milioni di euro annui, è un tentativo più che evidente di tendere la mano alla candidata 5 Stelle, che proprio nella municipalizzata trasporti, dovrà misurarsi con la forza dei sindacati confederali, estranei alle dinamiche dei M5S, che in questi anni ha coltivato un rapporto privilegiato quasi esclusivamente con l’Usb.

Per salvare Atac, mantenendo il controllo pubblico, sarà indispensabile anche il dialogo con Nicola Zingaretti, che almeno in un primo momento non chiuderà le porte con l’amministrazione a 5 Stelle, “ci abbiamo provato anche con Civitavecchia e Pomezia, poi loro hanno eretto un muro”, dicono i suoi.  Il piano degli stanziamenti per il Trasporto Pubblico Locale prevede nel triennio 2015/2017 circa 640 milioni di euro, che dalla Regione vanno verso il Campidoglio, e il passato, anche da questo punto di vista, non è incoraggiante. Tanto per Alemanno con Renata Polverini, quanto per Marino con lo stesso Zingaretti, la corretta erogazione di questi fondi è sempre stata un terreno di scontro politico, figuriamoci a due anni dalle elezioni, con Zingaretti indebolito dall’inchiesta Mafia Capitale, e  i  5 stelle che sperano nell’effetto traino della capitale per prendersi nel 2018 poi anche la Pisana. Considerato il cuore centrale del potere anche per risolvere il nodo dei rifiuti.

Fallito il monopolio di Manlio Cerroni, che per quasi 40 anni aveva dettato legge con la discarica di Malagrotta, il ciclo dei rifiuti cittadino continua a zoppicare, e la municipalizzata Ama, ancora paga le conseguenze della Parentopoli di Alemanno. La raccolta differenziata, stabilizzata intorno al 45%, per ora è solo virtuale, e più che una risorsa, rappresenta ad oggi una spesa maggiore per tutti i romani. Il Movimento 5 Stelle per anni ha predicato la “strategia rifiuti zero” sul modello San Francisco, cavalcando la mobilitazione dei comitati contrari alla realizzazione dell’eco distretto di Rocca Cencia, in prossimità dell’impianto Ama. La stessa Paola Muraro, assessore in pectore, ha già ribadito la sua contrarietà al progetto, garantendo “l’impegno per l’attuazione del programma M5S, fondato sulla riduzione del rifiuto e del recupero di materia e non sull’incenerimento”. Ma se non sarà a Rocca Cencia, da qualche altra parte, per portare a compimento una gestione integrata e virtuosa dei rifiuti, dovranno essere aperti i nuovi impianti e questo, inevitabilmente, non potrà che aprire il primo fronte di scontro con i cittadini.

Lo stesso potrebbe accadere sui rom, un tema che storicamente incide sul dibattito cittadino nonostante una popolazione effettiva che non supera le 8 mila persone. Come sull’accoglienza migranti, l’inchiesta Mafia Capitale ha scoperchiato il vaso di pandora del sistema che ruotava intorno alla gestione dei campi nomadi, un groviglio di interessi  che costava al comune ogni anno oltre 20 milioni di euro, senza produrre risultati concreti sull’integrazione. Virginia Raggi non ha preso impegni precisi, ma  come tutti gli altri candidati, ha indicato genericamente il superamento dei campi, attraverso politiche di legalità. “Queste persone hanno gli stessi doveri e gli stessi diritti di tutti. Non è accettabile mantenere persone che possono lavorare”.Cosa significhi, in termini concreti, è difficile stabilirlo. Anche perchè, in questo modo, i rom sarebbero nuovamente discriminati rispetto a chi ad esempio vive in una casa popolare o in un residence, e non ha certo l’obbligo di lavorare.

Ma d’altronde la campagna elettorale ha le sue regole. Poi governare è un’altra cosa. Per questo dall’urbanistica alle politiche sociali, il rischio di deludere le aspettative è altamente probabile in una città come Roma, ridotta sul lastrico dopo decenni di cattive amministrazioni. Virginia Raggi questo lo sa, ma a differenza di tutti suoi predecessori, potrà contare sul sostegno illiminato, almeno iniziale, dei suoi elettori e del suo partito, pronto a giocarsi attraverso lei e Roma, la sua credibilità nazionale. E se poi i risultati previsti non arriveranno, non sarà certo un problema per i romani. Sono sopravvissuti ad Alemanno e al Pd di Mafia Capitale. Sopravviveranno anche alle scie chimiche sopra il Campidoglio. Ma almeno per una volta, Caltagirone avrà avuto paura sul serio.

The Day After

Le ragazze 5 Stelle travolgono le fragili barriere del Pd

Con le vittorie di Roma e Torino, il M5S diventa partito di massa, radicato nelle periferie, mentre il partito dell’uomo solo al comando salva Milano con Beppe Sala, ma esce ridimensionato. L’assedio a Palazzo Chigi comincia da qui.

di Marco Damilano – espresso.repubblica.it, 20 giugno 2016

Le ragazze 5 Stelle travolgono le fragili barriere del Pd
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Seggio n.931 Morena, Raggi 79,1 Giachetti 20,8. Seggio numero 1166 Raggi 80,6 Giachetti 19,3… Nella notte quando arrivano i seggi della periferia di Roma la vittoria di Virginia Raggi assume le proporzioni della valanga, un’ondata che travolge le fragili barriere del Pd, in un clamoroso rovesciamento delle parti. Il Movimento 5 Stelle nato sulla Rete e intorno al blog di Beppe Grillo diventa partito di massa, radicato nelle borgate e nelle cinture intorno al raccordo anulare, mentre il Pd erede del glorioso Pci e di un pezzo di Democrazia cristiana svanisce, evapora, si trasforma in un partito virtuale, un partito che non c’è. Negli stessi minuti, a Torino, l’addio alla lunga stagione di governo del centrosinistra modello Castellani-Chiamparino-Fassino è segnato dal discorso di investitura del neo-sindaco di M5S Chiara Appendino: parole di ringraziamento per il sindaco uscente, la città che è un patrimonio da tutelare e da restituire a chi verrà dopo… Il volto moderato di una rivoluzione.

L’Onda di Roma e di Torino ha il volto di due donne, due ragazze cresciute negli anni Ottanta-Novanta, nel vuoto della politica. Ha le caratteristiche dei grandi sconvolgimenti che partono nella politica italiana delle città. Il 1975, con le giunte rosse e l’avanzata del Pci di Enrico Berlinguer. Il 1993, la prima elezione diretta dei sindaci che spazzò via dalle grandi città il pentapartito egemone, prima del voto nazionale. E il 2011 dei sindaci arancioni che segnò la fine del berlusconismo a Milano e a Napoli.

Oggi resistono gli eredi di quelle stagioni: Luigi De Magistris a Napoli, Beppe Sala a Milano che nelle ultime settimane è apparso e forse ha vinto come l’erede di Giuliano Pisapia più che come esponente del partito della Nazione di Renzi, a Cagliari Massimo Zedda che neppure è del Pd, sembra piuttosto antico Ulivo. A Bologna resiste il sindaco Merola, ma è il nome sbagliato, espressione della sinistra appenninica, chiusa nei suoi recinti geografici e ideologici, quella che Renzi si proponeva di spazzare via.

La discontinuità va da un’altra parte. A Torino ha il volto della Appendino. A Roma la prima donna sindaco da Romolo e Remo, nella stanza che fu dei sindaci democristiani con i loro soprannomi fantastici, Salvatore Rebecchini, Amerigo Petrucci (il Gattone), Clelio Darida (la Volpe argentata), Nicola Signorello (Pennacchione), fa venire le vertigini pensare che da domani in quelle stanze ci sarà una ragazza sconosciuta che in pochi mesi ha conquistato percentuali che stagionati professionisti della politica non hanno mai visto neppure con il binocolo. La terza discontinuità: esattamente quaranta anni fa, il 21 giugno 1976, il Pci conquisto il Campidoglio dopo l’eterna stagione dei sindaci Dc.

La seconda nel 1993, quando a Roma nacquero i due schieramenti che avrebbero dominato la politica nazionale per venti anni. Il centrodestra, con la dichiarazione di voto di Silvio Berlusconi per Gianfranco Fini. E il centrosinistra modello Roma, di Francesco Rutelli e di Walter Veltroni, da cui anni dopo germogliò il Pd. Ora tocca alla Raggi. Da Roma parte una sfida nazionale che ha caratteristiche opposte a quelle renziane. L’uomo solo al comando di Palazzo Chigi dovrà confrontarsi con una giovane donna che non comanda in solitudine ma che rappresenta un popolo, quello che l’ha spinta alla guida di Roma sulle macerie di mafia capitale e delle dimissioni di Ignazio Marino.

Il Pd di Renzi esce ridimensionato. Ricacciato nei suoi vizi d’origine. L’arroganza di capi e capetti, vecchi e giovani. L’assenza di classe dirigente. Il voltafaccia dell’antico radicamento sociale che non viene ricompensato dall’arrivo di nuovi ceti sociali e di nuovi elettori: vedi la chiusura di campagna elettorale del Pd romano, al ponte della Musica del Flaminio, come simbolo di un partito dell’Auditorium, lontano dalle periferie e dai mali e dalla vita quotidiana dei cittadini. L’incertezza ideologica. L’improvvisa debolezza del leader. La vulnerabilità di Renzi alla vigilia del referendum su cui si gioca tutto.

Non è un’alternativa il centrodestra, che perde con il volto moderato di Parisi e con quello estremista della Lega di Matteo Salvini a Bologna. Anche perché l’elettorato del centrodestra vota con relativa facilità i candidati di M5S, mentre lo stesso non avviene a parti invertite. E l’Onda del Movimento rompe gli argini anche a Carbonia e nei comuni attorno alla Capitale: Genzano, Nettuno, Marino, Anguillara. E in 19 comuni su 20 dove era al ballottaggio.

«Di solito non leggo i manifesti: camminando per le strade mi si abbuiano come dentro un tunnel. E non avrei visto questo del Partito comunista, se un amico non me lo avesse indicato: “Decidi/lotta/governa/col Pci/diventa comunista”. I due verbi – lottare, governare – sono graficamente separati ma aspirano, evidentemente, alla fusione, all’unione, all’univocità. Nascerà il verbo lottagovernare? Dopo la non sfiducia, il lottagovernare. Siamo ai neonevrologismi», scrisse Leonardo Sciascia dopo le vittorie del Pci nelle città negli anni Settanta. Un esperimento carico di speranze che non bastò a spingere il partito di Berlinguer alla conquista del governo nazionale. Tocca ora al Movimento 5 Stelle dimostrare di saper governare. Oggi le città, domani Roma. L’assedio a Palazzo Chigi comincia da qui.

Un messaggio per Palazzo Chigi

segnalato da Barbara G.

Comunali 2016, l’analisi del voto

di Stefano Folli – repubblica.it, 06/06/2016

Inutile attendersi conseguenze immediate e clamorose da questo voto nelle città. Chi pensa che il risultato negativo al di là delle previsioni del Pd renziano possa innescare gravi sussulti nella maggioranza o addirittura avviare la messa in discussione del governo, è fuori strada.

Tuttavia non accadrà nemmeno il contrario. Non si verificherà l’ipotesi minimalista tanto cara a Palazzo Chigi: un’alzata di spalle e avanti come se nulla fosse accaduto. Se la vedano i cittadini di Roma, Milano e altrove con i loro sindaci. Questa forma di rimozione della realtà è poco plausibile: è stata travolta dai dati trasmessi la notte scorsa e si rivela un abbaglio. La verità è che il voto nei Comuni, anche quelli di grandi dimensioni o addirittura nella Capitale, non è assimilabile a un’elezione generale. Il fatto che fossero interessate oltre 13 milioni di persone e che l’affluenza sia stata discreta con eccezioni negative (62 per cento nazionale, male a Milano), non cambia il quadro.

Nella scelta degli italiani hanno pesato fattori diversi, come sempre quando si vota per il governo locale, e sarebbe poco sensato trasformare la giornata di ieri nel solito referendum pro o contro Renzi. La maturità politica di un Paese si misura anche da come riesce a distinguere i piani politici ed evita di farsi catturare da forme di frenesia collettiva: il che riguarda soprattutto chi governa e chi interpreta l’opposizione.

Questo è il primo aspetto del voto per i sindaci. Tuttavia ce n’è un secondo che sarebbe grave sottovalutare. Pur con i limiti e le peculiarità di cui si è detto, gli italiani hanno mandato alla classe politica un messaggio netto e poco rassicurante. Il Pd deve accettare una sconfitta a Napoli, dove la sua candidata resta esclusa dal ballottaggio, e a Roma, dove Giachetti e la Meloni si sono contesi all’ultimo voto il passaggio al secondo turno, peraltro molto lontani dalla candidata dei Cinque Stelle, il cui dato è eccezionalmente alto. Salvo un colpo di scena imprevedibile al ballottaggio, la Capitale avrà un sindaco grillino. Per Renzi ci sarebbe l’esempio austriaco a cui aggrapparsi, ma è poco verosimile che Giachetti o Giorgia Meloni riescano a costruire una sorta di union sacrée contro Virginia Raggi come hanno realizzato gli austriaci ai danni di un personaggio controverso quale il leader dell’estrema destra. In sostanza a Roma si realizza la vendetta di un’opinione pubblica esasperata contro anni di malgoverno. È qui lo scoglio che non si può aggirare e dal quale invece si deve ripartire.

Quanto al resto, Milano resta una partita in bilico: senza un vincitore e con Sala in leggero vantaggio su Parisi. Può succedere di tutto. Invece a Torino Fassino vede materializzarsi il suo fastidioso incubo: è in testa, è forte, ma non ha saputo assestare il colpo del ko; mentre la grillina Appendino è indietro, ma non così indietro da permettere una previsione certa fra due settimane.

Che cosa si ricava da tutto questo? Gli elettori hanno punito il Pd a Roma, ma si sono anche guardati dal premiarlo altrove. Il “partito di Renzi” dovrà rinviare il suo esordio e del resto non era questa l’occasione. In ogni caso è chiaro che nelle grandi città il Pd fatica e soffre. A Roma, senza dubbio. Ma anche in altre zone di antico insediamento al Nord e al Sud. Quel tanto di ottimismo e di speranza nel futuro che è indispensabile per scegliere il partito di governo, si è rivelato un sentimento troppo esile. È questo che deve preoccupare il presidente del Consiglio in vista delle scadenze dei prossimi mesi. Il voto anti-sistema, o comunque contrario a chi governa, si nutre di incertezze economiche e sociali, di disoccupazione che non cala, di ripresa stentata, di paure collettive quali l’immigrazione o l’insicurezza. Ogni città ci aggiunge del suo, ma sarebbe poco saggio ignorare il disagio diffuso. Che potrebbe riflettersi anche sul referendum costituzionale: quello sì, come ormai tutti sanno, decisivo per le sorti del premier e del suo progetto. Un tema buttato sul tavolo da Renzi troppo presto, quasi a fare un dispetto agli elettori delle comunali.

Da oggi i Cinque Stelle si caricano sulle spalle una responsabilità pesante. La vittoria a Roma avrà un’eco internazionale. Di sicuro, se sarà confermata fra quindici giorni, cambierà il volto e la fisionomia del movimento che diventa il principale avversario di Renzi. Il gioco a tre (centrosinistra, centrodestra, grillini) tende a diventare un duello. Renzi contro Grillo, o meglio contro il nuovo gruppo dirigente, visto che la Raggi sta vincendo, anzi trionfando, a Roma senza l’appoggio asfissiante e quotidiano del leader.

E Berlusconi? Lo smacco di Marchini è soprattutto il segno della decadenza dell’ex monarca di Arcore che non è riuscito a impedire le divisioni del suo campo, pur sapendo che al centrodestra unito non sarebbe sfuggito il secondo turno. Peró a Napoli l’uomo di Forza Italia conquista il ballottaggio, sia pure senza prospettive di vittoria. E c’è Milano. Il capoluogo lombardo è per ora un grande alambicco che contiene ingredienti sconosciuti. Bisogna aspettare il ballottaggio di Parisi, quanto meno. Consapevoli che anche a Milano sarà sempre più difficile per Berlusconi farsi ubbidire da Salvini (e dalla stessa Meloni su scala nazionale). Aprire il laboratorio del nuovo centrodestra è indispensabile, ma chi ne sarà il protagonista e quali saranno i comprimari è tutto da verificare.

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Fassina ed altre sventure.

E le sei facce del PD (due sono troppo poche).

Triskel182

Si sa che il genere umano è riuscito a prevalere sugli altri animali, nel dominio sul pianeta, per la sua maggiore capacità di adattamento all’ambiente e ai suoi cambiamenti.

Un eccellente esempio di questa capacità di mutare rapidamente a seconda delle condizioni esterne ci viene fornito in queste ore dal Pd romano e non solo, a seguito dell’ultimo sciagurato pasticcio di Fassina, con la sua probabile esclusione dal voto del 5 giugno.

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Crisi d’identità

segnalato da Barbara G.

Il Pd deve ricominciare a chiedersi quale blocco sociale rappresenta

di Enrico Rossi – huffingtonpost.it, 19/04/2016

Il voto del 17 aprile non è stato né una dimostrazione di consenso nei confronti del governo né una prova generale dell’opposizione in vista del referendum costituzionale. I 16 milioni di persone che si sono recati alle urne – un elettore su tre – non sono facilmente catalogabili. Basta vedere come si è comportato l’elettorato del nostro partito. C’è chi si è astenuto, chi ha votato sì, chi ha votato no. Dalle prime analisi emerge che ad andare a votare tra i nostri elettori è stato circa il 25%.

Questo quadro suggerisce di evitare di ridurre tutto in termini di renzismo e anti-renzismo. Uno scontro simile alimenta solo una conflittualità costante, inutile al Paese. È sbagliato accusare questo governo di subalternità alle multinazionali del petrolio. Allo stesso stesso tempo penso che si commetta un errore ad attaccare le Regioni. Non si governa il Paese solo da Palazzo Chigi. E non si governa senza la collaborazione dei corpi intermedi.

Inoltre, faremmo bene a non dimenticare che quando l’astensione è alta, la democrazia non gioisce. Soprattutto in un Paese come il nostro dove la distanza tra cittadini, politica, istituzioni resta alta.
Ora il Partito Democratico ha di fronte due sfide importanti: le amministrative di giugno e il referendum costituzionale di ottobre. Il PD deve farsi carico di quegli elettori che domenica sono andati a votare. Sono persone che chiedono al governo controlli e sicurezza sulle piattaforme, piani e misure per le energie alternative.

Elettori di centro-sinistra che saranno necessari per battere le destre e i populisti ai ballottaggi in città chiave come Milano, Torino, Bologna e Roma (dove tra l’altro l’affluenza è stata superiore). Lo hanno capito molti dei nostri candidati sindaco che sono andati a votare. Anche loro sono catalogabili come anti-renziani? Non credo proprio.

A ottobre ci sarà il referendum costituzionale: io voterò sì e farò campagna perché gli italiani approvino la riforma. Ma ritengo sbagliato diluire il Partito Democratico in un ‘comitato’ referendario indistinto. Il Partito va pensato, costruito e mantenuto in vita prima e oltre la leadership contingente.

Passata la stagione delle riforme istituzionali e delle larghe intese, il Pd dovrà caratterizzarsi con una chiara connotazione progressista e democratica. Per questo già da oggi abbiamo bisogno di costruire un partito più dialogante e più permeabile alla società e ai corpi intermedi. Questo non significa dare sempre ragione a tutti o perdere tempo. Ma che il Pd deve ricominciare a chiedersi quale blocco sociale rappresenta, che forma di radicamento insegue e quali valori vuole diffondere nella società italiana.

Democrack

Italicum e Ulivo, gli opposti Pd

Democrack. Polemica fra Renzi e minoranza: «C’è un disegno per screditare i gazebo. Mi accusano di non aver rispetto per il centrosinistra? Sono quelli che lo hanno rovinato». Bersani: «Non merita commento». Dal luogo di culto prodiano la ’sinistra’ chiede la modifica della legge elettorale. Per dire sì al quesito costituzionale.

Matteo Renzi con Roberto Giachetti, il candidato sindaco del Pd di Roma

di Daniela Preziosi – ilmanifesto.info, 13 marzo 2016

Lo scontro va avanti per tutto il pomeriggio a colpi di dichiarazioni e twitter. Renzi attacca da Roma, dalla terza giornata di Classe dem, la scuola di formazione Pd, dopo essere andato a trovare l’anziano leader radicale Marco Pannella («Un omaggio doveroso a un grande della storia italiana, l’ho trovato bello tonico»); la minoranza bersaniana risponde dalla kermesse di Perugia. Renzi prima promette che non userà l’occasione per «litigare», ma poi si fa prendere la mano: i giovani dem dispensano applausi ad ogni passaggio, il segretario-premier non resiste e si lancia nel dibattito postumo sull’Ulivo e sul centrosinistra. La minoranza dem, insieme a D’Alema e anche alla sinistra fuori del Pd lo accusa di essere il killer del centrosinistra per via dell’Italicum e del progetto di ’partito della nazione’: «Quelli che oggi mi vogliono dare lezioni e chiedono più rispetto per la storia dell’Ulivo sono quelli che hanno distrutto l’Ulivo consegnando per vent’anni anni l’Italia a Berlusconi». Da Perugia, e precisamente dal luogo in cui nel 2006 Prodi riunì i suoi ministri per affiatare il governo – senza ottenere i risultati sperati, notoriamente – risponde Pier Luigi Bersani, già ministro dei governi dell’Ulivo e dell’Unione: «Affermazioni del genere non meritano un commento. Renzi ricordi che noi l’abbiam fatto l’Ulivo».

Poi c’è la questione delle primarie. A Roma D’Alema annuncia che non voterà il candidato dem Giachetti; a Napoli Bassolino chiede di annullare il risultato della consultazione. Renzi, senza nominare nessuno dei né l’ex premier né l’ex governatore, non fa sconti: «Esiste un disegno per screditare le primarie», «Il principio del ’chi perde se ne va’ non mette in discussione le primarie ma mette in discussione il partito. Chi perde resta nel partito e fa battaglia dentro il partito, come ha detto Cuperlo che ringrazio, non prende il pallone e se ne va per conto suo e scappa». Infine: la minoranza Pd medita la scissione e punta a far perdere Renzi alle amministrative, come da lettura dei media? «Chi cerca di utilizzare strumentalmente il risultato delle amministrative in chiave interna sbaglia campo di gioco. Il campo di gioco c’è: chi vuole mandarmi a casa, la battaglia la farà al congresso del 2017». Ma da Perugia le accuse sono rispedite al mittente: «Noi non restiamo nel Pd, noi siamo il Pd. Il che è una cosa più profonda», si sgola Roberto Speranza. E su Renzi: «Sono abituato a un’idea di partito in cui il segretario lavora a unire il Pd, non a insultare la minoranza». I bersaniani restano nel partito «con tutti e due i piedi», ripetono Speranza e Bersani.

Ma è vero che non è ancora chiaro come condurranno la campagna del referendum costituzionale. Da Perugia viene rilanciata la richiesta di cambiare l’Italicum. Spiega il senatore Miguel Gotor: «Il problema è il rapporto tra la riforma del bicameralismo e la legge elettorale», «A me interessa capire quale sarà il rapporto con l’Italicum. Se il rapporto resterà questo, ci sarà un tipo di voto. Se sarà modificato, come auspico, ci sarà il sostegno al referendum». E il deputato Andrea De Giorgis: «La legge elettorale così com’è indebolisce la solidità del governo, in quanto riduce e mortifica la rappresentanza». Sull’Italicum, comunque votato dalla gran parte della minoranza Pd, Bersani è drastico: «Ne penso tutto il peggio possibile. Non è una novità e penso che sarebbe interesse di Renzi cambiarlo» perché M5S e destre «avrebbero l’occasione di mettere insieme un listone al ballottaggio e tentare di prendere tutto. Ma non sono sicuro che Renzi abbia ben presente il rischio».
Ma la modifica dell’Italicum e quella della legge elettorale dei futuri senatori sono condizioni per dire no al referendum, libertà che peraltro Renzi ha già annunciato di non voler concedere? Per ora la minoranza Pd non risponde: «Il referendum è lontano», ragiona Gotor, «ora siamo impegnati nelle amministrative che vengono prima e condizioneranno anche il tipo di campagna referendaria del Pd, sia della maggioranza sia della minoranza».

Chi invece ha di fatto già fatto capire che al referendum voterà no è Massimo D’Alema. Che nel pomeriggio arriva a Perugia per discutere di medioriente con il direttore della Stampa Maurizio Molinari. E decide di non rinfocolare le polemiche, e magari anche di rimediare ai giudizi poco generosi che nei due giorni precedenti ha espresso nei confronti della minoranza Pd: «Vorrei esprimere mio apprezzamento per il lavoro di elaborazione, mai come in questo momento c’è bisogno di idee nuove per rilanciare il ruolo della sinistra senza ripercorrere ricette già sperimentate da altri o anche da noi in altre epoche storiche». Vuole essere una frase gentile, ma nel luogo del rimpianto prodiano non suona poi così bene.

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Bassolino preme sul Pd

Napoli. L’ex governatore spera ancora di essere lui il candidato del partito.

Antonio Bassolino

di Adriana Pollice – ilmanifesto.info, 13 marzo 2016

Al teatro Augusteo ieri mattina Antonio Bassolino ha detto cosa si aspetta dal Pd: «Cancellare il voto nei seggi dove si è violata la democrazia e violentata la Costituzione». Eliminare cioè i cinque gazebo, oggetto dei video di Fanpage e contestati nel primo ricorso (bocciato mercoledì scorso), dal calcolo complessivo: sottraendo quei voti, otterrebbe il ruolo di candidato sindaco della coalizione di centrosinistra a guida dem. «Bisogna cancellare una vergogna, un’offesa alla dignità di 30mila votanti delle primarie – ha proseguito -. C’è ancora la possibilità di ribaltare un autogol, di evitare un nuovo possibile suicidio del Pd».
Il teatro era pieno, circa 1.500 persone radunate per sostenere il secondo tempo di una battaglia che si annuncia lunga, così Bassolino ci scherza su: «Ci sono quasi tutti gli iscritti al partito». Il tesseramento del 2014 ne contava 2.800. In sala il suo stato maggiore a cominciare dal consigliere regionale Antonio Marciano, in prima fila, e l’eurodeputato Massimo Paolucci (fedelissimo di Massimo D’Alema) a coordinare l’organizzazione dietro le quinte. E poi tanti ex assessori, pezzi di apparato dell’epoca bassoliniana, arancioni delusi come Pina Tommasielli e Bernardino Tuccillo. Uno striscione sopra la platea segnalava la presenza dei supporter di San Giovanni a Teduccio, una volta quartiere operaio, da sempre feudo dell’ex governatore. Alle primarie il consigliere comunale della zona, Antonio Borriello, fedelissimo di Bassolino, ha però scelto all’ultimo minuto Valeria Valente: immortalato nel video finito in rete, rischia il deferimento agli organi di garanzia del partito.
Nessun accenno alla lista civica, ma la possibilità resta sul tavolo: «Aspettiamo l’esito del ricorso e poi vediamo» spiega dal palco. Il vicesegretario nazionale, Lorenzo Guerini, venerdì è arrivato in città per parlare con Bassolino, svelenire il clima, soprattutto prendere tempo ed evitare strappi. «Non sono in campo per far perdere il Pd o per perdere io – ha proseguito l’ex governatore -. Combatto per vincere. Domenica sera siamo arrivati a un’incollatura, vincendo politicamente e moralmente. E anche numericamente, se si dicesse la verità su quei seggi».
Stamattina si dovrebbe riunire il comitato delle primarie che dovrà valutare il secondo ricorso, l’esito tuttavia potrebbe slittare a domani. Nel caso di rigetto, ci sarà un nuovo appello agli organi nazionali. Intanto Bassolino prova a tenere alta la pressione sul partito: «Non può esserci un colpo di spugna burocratico, la questione è democratica. Abbiamo bisogno di verità per Napoli, la politica e l’opinione pubblica italiana. Finora ci hanno risposto con cavilli, sentenze preconfezionate tra Roma e Napoli. I ragazzi di Fanpage sono da ringraziare». Un discorso molto duro che, però, nasconde una contraddizione: durante le primarie del 2011, annullate per sospetti brogli, ne chiese comunque la convalida.
Nessuno strappo ma con la dirigenza dem resta un forte gelo: «L’Italia delle primarie non può essere quella dei codicilli. Non lo è stata quando ha vinto Renzi, che io ho votato. I vertici del partito e di Palazzo Chigi riflettano e intervengano. Attendo con fiducia l’esito del nuovo ricorso. Domenica sera mi sarei aspettato, un po’ ingenuamente, che squillasse il telefono da Napoli e Roma per dire ’grazie Antonio, hai contribuito a far vivere la politica’. Invece niente».
L’unica contestazione arriva dal Comitato cassintegrati e licenziati Fiat: vestiti da pulcinella, si sono presentati in quattro all’Augusteo per promuovere la loro lista operaia alle prossime comunali. I toni forti contro l’ex governatore non sono piaciuti, i supporter di Bassolino li hanno spintonati via.
La battaglia per adesso è in stallo: Valeria Valente, uscita vincitrice dalle urne con 542 voti, attende in silenzio l’esito del nuovo ricorso ma chiede di visionare i video completi sospettando che si sia scelto di danneggiare una parte sola. Bassolino è deciso a non fermarsi.

Amministrative 2016, L’Altra Europa con Tsipras ufficializza lista civica Milano in Comune con Curzio Maltese

Triskel182

La nota: “In campo per chi non vuole rassegnarsi a essere governati da manager, per strappare Milano dall’avidità degli interessi forti, dai banchetti del dopo-Expo, dalla speculazione negli scali ferroviari e nella città universitaria”.

Si chiamerà Milano in Comune la lista “civica e politica” della sinistra che correrà alle prossime elezioni e che avrà come candidato sindaco il giornalista e scrittore Curzio Maltese. In un comunicato L’Altra Europa con Tsipras ha spiegato di aver chiesto all’europarlamentare di candidarsi e che lui si è reso disponibile “per dare il suo contributo alla riuscita di questo progetto comune”.  “Il sogno della Milano arancione è ancora vivo” , prosegue la nota sottolineando che la dimostrazione sta nell’incontro dello scorso 15 febbraio a cui hanno partecipato “incontrano persone, associazioni, forze politiche e sociali, movimenti, diversi per appartenenza politica, ma convinti che il bene della città e dell’area metropolitana sia nelle mani dei suoi…

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Se questo è fango…

Primarie Milano, dire la verità su Sala è fango?

di Gianni Barbacetto – FQ, 22 gennaio 2016 

Le “primarie più belle del mondo” si stanno dimostrando una melassa piena di ipocrisia. Tutti a stringersi la mano e a farsi foto insieme, i quattro candidati sindaco a Milano, con qualche stilettata reciproca, certo, ma per carità, siamo tanto amici e corriamo tutti per l’obiettivo comune. In verità, si prenderebbero a sciabolate. Ma si guardano bene dal dirlo.

E le differenze – quelle vere – non emergono: tutti a parlare di periferie, navigli scoperchiati, posti di lavoro, salario sociale, aria pulita, cultura, musica, sport, pace e bene. Come se i programmi dovessero farli i candidati e non i partiti. Come se fossero quattro partecipanti a X-Factor che si contendono la vittoria con la proposta più fica. Come se qualcuno potesse dire in campagna elettorale che vuole le periferie abbandonate, l’aria più inquinata, la città più brutta, più traffico, più disoccupati, meno cultura e più tasse per tutti. Nessuno ha il coraggio di dire che – al netto di narcisismo e retorica politica – la contesa vera, tra loro, è un’altra: tra chi vuole la continuazione del “Modello Milano” (sinistra unita con i movimenti civici e i senzapartito) e chi vuole riconsegnare la città a Matteo Renzi, prefigurando il Partito della Nazione e riportando a Palazzo Marino il Partito degli Affari, con Cl e tutto il codazzo dei signori che erano a cena con Giuseppe Sala al Marriott Hotel mercoledì scorso. Dirlo ad alta voce è lesa maestà delle primarie. Se uno ci prova, viene additato come un guastatore che vuole rompere l’incanto, come un manovratore della macchina del fango.

Fango? È fango dire che non può fare il sindaco uno che ha gestito Expo senza un minimo di trasparenza, non dicendo la verità né sugli ingressi né sui conti? È fango dire che non può fare il sindaco uno che ha gestito Expo come fosse roba sua, distribuendo milioni di euro a sua discrezione, senza gara, privilegiando amici di Renzi come Oscar Farinetti? È fango dire che non può fare il sindaco uno che non si è accorto di che cosa combinavano i suoi più stretti collaboratori, prima che arrivassero le manette? È fango dire che non può fare il sindaco uno che dovrà forse testimoniare con imbarazzo al processo a Roberto Maroni che faceva pressioni per far assumere una sua amica a Expo? È fango dire che non può fare il sindaco uno che per farsi la sua villa al mare, a Zoagli, ha chiamato due architetti che contemporaneamente lavoravano per ExpoMichele De Lucchi (l’ideatore del Padiglione Zero, compenso 110 mila euro) e Matteo Gatto (architetto del Masterplan, dipendente di Expo spa). Con Sala, non si capisce dove finisce Expo e dove iniziano i suoi affari personali e la sua carriera politica: gli uomini Expo li ritrovi non soltanto a Zoagli, ma anche a Milano: stratega della sua campagna elettorale per le primarie è la Sec di Fiorenzo Tagliabue (che ha ricevuto, insieme alla Hill & Knowlton, 1,54 milioni di euro per l’attività di media relations di Expo).

Ribattono i suoi: nessun reato, dunque si può fare. Risponde lui: De Lucchi l’ho pagato 70 mila euro più Iva. Ma non vi spaventa questa leggerezza, questa superficialità, questa commistione? Volete proprio portarla a Palazzo Marino? Se un assessore usasse per casa sua (pagando, s’intende) un architetto a cui ha dato un incarico pubblico, un fornitore che sta lavorando per il Comune, non avreste nulla da dire? Giuliano Pisapia non mi risulta l’abbia fatto e non l’avrebbe tollerato per alcuno dei suoi assessori. È fango dire queste cose, pretendere un po’ di rigore, o almeno di decenza?